Febbraio 25th, 2021 Riccardo Fucile
I TANTI MOTIVI PER CUI NON E’ CADUTO IL GOVERNO CONTE E L’UNICO PER CUI E’ STATO FATTO FUORI
Sei giorni fa titolavamo: “Perchè è caduto Conte?”. Ora, alla luce delle prime scelte di Draghi, possiamo
cancellare il punto interrogativo.
Conte non è caduto per la blocca-prescrizione (confermata dal governo Draghi).
Non per i Dpcm (li fa anche Draghi).
Non per le chiusure anti-Covid (elogiate, ribadite e inasprite da Draghi).
Non per i vertici serali (li fa pure Draghi, ieri per la mega-rissa sui sottosegretari).
Non per ministri e collaboratori incapaci (quasi tutti confermati da Draghi, con l’aggiunta di Brunetta, Gelmini, Carfagna, Garavaglia, Stefani&C. per aumentare il tasso di competenza).
Non per il Mes (non lo prende neanche Draghi).
Non per il Reddito di cittadinanza (non lo cancella neanche Draghi).
Non per il ponte sullo Stretto (non ne parla neppure Draghi).
Non per Arcuri (finora se lo tiene anche Draghi).
Non perchè accentrava la governance del Recovery in soli tre ministeri (Draghi l’accentra in uno: il Mef del fido Franco)
E qui finiscono i pretesti ripetuti per due mesi dall’Innominabile e dai suoi pappagalli per giustificare la crisi: erano tutte balle.
Le vere ragioni del ribaltone sono altre: mettere le mani dei soliti noti sui miliardi del Recovery e dirottarli verso Confindustria&C.
Per chi nutrisse ancora dubbi, basta leggere i nomi dei ministri Franco, Cingolani, Colao, Giorgetti e dei sottostanti boiardi e retrostanti lobbisti, su su fino al neoconsigliere economico Francesco Giavazzi: un turboliberista che predica da sempre contro l’impresa pubblica e a favore di quella privata (ma con soldi pubblici) e che neppure i giornaloni riusciranno a spacciare per “liberalsocialista”, “keynesiano” e “allievo di Caffè” (che non smette più di rivoltarsi nella tomba, tanto nessuno sa dove sia).
Mentre i partiti giocano agli adulti nel cortile dell’asilo coi loro ministri e sottosegretari superflui, Draghi e i Quattro dell’Ave Mario si occupano delle cose serie.
Cioè della scelta meno tecnica e più politica del mondo: a chi destinare i miliardi del Recovery.
Ricordate il mantra del Piano “scritto coi piedi” da Conte e Gualtieri e “migliorato” in extremis dal provvidenziale intervento renziano?
Ora Repubblica titola: “Pulizia sul Recovery Plan. Il governo taglia subito 14 miliardi di progetti… senza copertura finanziaria. Sfoltite le iniziative in eccesso previste dal Conte2, si torna a quota 209,5 miliardi”.
Già : ma le “iniziative in eccesso” sono quelle chieste dal Rignanese nel celebre Piano Ciao e aggiunte da Gualtieri per tacitarlo.
Quindi era meglio il Piano Conte prima della cura Iv: quello “scritto coi piedi”, senza i famosi “miglioramenti” renziani che ora Draghi deve “ripulire”. Ma questo i repubblichini si scordano di scriverlo.
Vergogniamoci per loro.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 22nd, 2021 Riccardo Fucile
SORPRESA: IL 56% DEGLI ITALIANI NON E’ SODDISFATTA DELLA COMPOSIZIONE DEL GOVERNO DRAGHI (IL DOPPIO DEI CONTENTI)
Lega ancora primo partito nelle intenzioni di voto degli italiani secondo l’ultimo sondaggio Swg per il Tg La7, ma in calo.
Più nel dettaglio, il Carroccio sarebbe al 23,1% delle preferenze, con uno 0,4% perso in una settimana.
Pd al secondo posto al 18,3% (-0,5%). Terzo posto per Fratelli d’Italia, al 17,5% e che segna un +1,5% in una sola settimana.
Seguono M5S, stabile al 15,4%, Forza Italia al 7,5% (+0,6%), Azione al 3,9% (-0,4%), Italia Viva al 2,6% (- 0,5%) e Sinistra Italiana al 2,5%.
Sinistra Italiana di Fratoianni è rimasta all’opposizione (prima era in Leu insieme a Mpd che ora è all’1,8%)
La maggioranza degli italiani, per la precisione il 56%, è poco o per nulla soddisfatta della composizione del nuovo governo.
La percentuale sale al 63% tra gli elettori M5S, mentre scende al 45 e al 41 tra quelli, rispettivamente, di Lega e Pd.
(da agenzie)
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Febbraio 22nd, 2021 Riccardo Fucile
INVERSIONE A U ANCHE PER IL PD CHE VUOLE VINCERE LE ELEZIONI AMMINISTRATIVE
Lo hanno chiesto a gran voce per mesi: che si torni a votare per un nuovo Parlamento. Il centrodestra lo richiede — a varie riprese — da prima dell’inizio della pandemia, e Salvini lo ha continuato a fare fino a pochi settimane fa: “Si è votato ovunque in Europa e nel mondo, e ovunque c’è pandemia. Perchè qui non si può?”
E ora continua a dirlo ancora Giorgia Meloni: “Io sono per ridare la parola agli italiani”. Ma almeno lei è stata sempre coerente con lue sue parole, cosa che non si può dire dell'(ex?) alleato Matteo Salvini, che dopo aver chiesto a gran voce le elezioni per mesi, ora non vuole andare alle urne nei grandi Comuni come Roma, Milano, Napoli Torino, Bologna, Trieste (in primavera). Perchè?
A scrivere un retroscena è Amedeo La Mattina per La Stampa:
Per la Lega un confronto duro in campagna elettorale avrebbe, inevitabilmente, un riflesso politico degli equilibri di governo. Ma soprattutto questo non è il momento giusto per tuffarsi in una campagna elettorale, che sarebbe a bassissima intensità . Niente comizi, nessun incontro in teatri, in luoghi chiusi, nessun contatto diretto con gli elettori. Insomma, quello che è il terreno ideale di Salvini verrebbe tagliato via. Allora meglio rinviare a settembre o a ottobre quando, tutti se lo augurano, saremo fuori dalla fase acuta della pandemia, al termine del piano vaccinale.
Quindi Lega e Forza Italia non vogliono andare a elezioni. Ma quello del centrodestra non è l’unico dietrofront. Anche il Pd — seppure in direzione contraria — ha fatto un’inversione a U. Perchè i democratici invece sono sempre stati dell’avviso che: “Durante una pandemia non è prudente chiamare i cittadini alle urne”. E invece ora vogliono andarci. Primo motivo: le giunte sono alla loro scadenza naturale.
Secondo motivo (sempre La Stampa):
La spiegazione di questa “conversione democratica”, spiegano fonti di Fdi, è dovuta al fatto che il Pd si sia convinto di poter vincere alle comunali di primavera nelle grandi città come Torino, Milano, Roma, Napoli. Con la conseguenza di poter contare di più nel governo Draghi.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 22nd, 2021 Riccardo Fucile
LA PAPABILE SOTTOSEGRETARIA CHE PENSAVA CHE L’EMILIA ROMAGNA CONFINASSE CON IL TRENTINO E CHE GLI OSPEDALI FOSSERO CHIUSI IL FINE SETTIMANA
Sono voci non confermate, questo è vero: ma se Lucia Borgonzoni fosse davvero nominata
sottosegretaria alla Cultura come paventano in queste ore diversi retroscena il Governo dei migliori nella sua squadra aggiungerebbe un’altra poltrona alquanto discutibile
Le nomine dei sottosegretari arriveranno a breve.
Salvini preme per avere uomini di fiducia nei ministeri chiave, Draghi non vuole perdere tempo e già oggi, al massimo mercoledì, dovrà decidere chi farà parte della rosa, e si parla di un 60% di presenze femminili. Anche per questo motivo la nomina di Lucia Borgonzoni all’Università potrebbe essere più di una voce di corridoio.
Racconta il Corriere che la Lega punta ad avere 9 sottosegretari, tra cui proprio l’ex candidata alla presidenza della regione Emilia Romagna:
La Lega punta ad avere da 8 a 9 caselle. Salvini schiera Stefano Candiani (Interno), Massimo Bitonci (Economia), Lucia Borgonzoni (Cultura), Edoardo Rixi (Infrastrutture), Vanna Gavia (Transizione ecologica), Gian Marco Centinaio (Salute o Sport), Andrea Giaccone o Claudio Durigon (Lavoro)
Borgonzoni era già stata sottosegretaria alla Cultura nel primo governo Conte, quello con Lega e Movimento 5 Stelle: allora si distinse per il suo speciale orgoglio nel dichiarare di non leggere un libro da tre anni: : “Leggo poco, studio sempre cose per lavoro. L’ultima cosa che ho riletto per svago è Il Castello di Kafka, tre anni fa. Ora che mi dedicherò alla cultura magari andrò più al cinema e a teatro”, aveva raccontato a Un giorno da pecora. Ma anche come candidata alla regione la Borgonzoni si tolse diverse soddisfazioni.
Come non ricordare quando, interrogata sui confini dell’Emilia Romagna, candidamente spiegò che l’Emilia Romagna confinava con il Trentino? Anche quella volta fatale fu la sua partecipazione a Un giorno da pecora.
Ma le sue gaffes non sono finite. Ad esempio indimenticabile è stata la proposta di tenere gli ospedali aperti tutti i giorni: “Tra i primi provvedimenti ci sarà l’attenzione ai più deboli, gli ospedali saranno aperti di notte, di sabato e di domenica, come in Veneto”. Allora Bonaccini ebbe gioco facile nel rispondere: “Informo la cittadinanza che in #EmiliaRomagna anche questo fine settimana il servizio sanitario sarà attivo, efficace ed efficiente come sempre. Salvini, non essendo di questa Regione, può certamente non saperlo (dovrebbe però immaginarlo, avendo proprio il suo Governo indicato la nostra Sanità come modello per le altre regioni). È più preoccupante che a non sapere queste cose sia la mia sfidante: chi si candida a presidente qualcosa dovrebbero prima impararlo. L’Emilia-Romagna è una grande Regione, non merita improvvisazione”.
Non è stato un caso se poi, per mancanza di argomenti, la campagna di Borgonzoni si ridusse quasi esclusivamente a parlare di Bibbiano. E non è stato casuale che Salvini abbia condotto comizi e incontri elettorali in prima persona, oscurando la candidata.
Del resto Borgonzoni ha evitato più volte il confronto diretto con Bonaccini in tv.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 21st, 2021 Riccardo Fucile
MA NON ERA IL GOVERNO DEI “MIGLIORI”?
Raccontano che Roberto Garofoli, neo sottosegretario a Palazzo Chigi, abbia la scrivania sommersa di carte: sono le richieste dei partiti per i posti di sottogoverno. A lui, il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha affidato il primo dossier che scotta ed è lui che in queste ore, tabelle (e calcolatrice) alla mano, fa i conti, smista le deleghe e riempie le caselle.
Con una scadenza precisa: non andare oltre lunedì quando si terrà il primo vero consiglio dei ministri dell’èra Draghi. Il premier ha chiesto al suo braccio destro di avere il governo al completo per inizio settimana.
Restano quindi poco più di 24 ore e il compito di Garofoli non è semplice: oltre a dover accontentare tutti, nelle ultime ore si è aggiunta la questione del M5S che, avendo perso 50 parlamentari, dovrà cedere qualche posto al centrodestra, ma anche il problema dei veti e controveti dei partiti.
Soprattutto quelli del Pd che non vede di buon occhio le “candidature” di sottosegretari leghisti in dicasteri chiave come l’Interno, Nicola Molteni, e il Lavoro, Claudio Durigon, a cui il ministro Andrea Orlando ha detto “no”.
Alla fine, secondo le tabelle che girano a Chigi in base alla proporzione “gruppo parlamentare-ministri con portafogli”, lo schema dovrebbe essere questo: su 40 sottosegretari da assegnare, 11 andranno al M5S, 8 alla Lega, 7 a Forza Italia e Pd, 2 a Italia Viva e centristi e uno a testa ai partitini (Cambiamo!, Più Europa, LeU).
Inoltre, non ci dovrebbero essere viceministri (“Contano le deleghe, non il biglietto da visita” dice chi ha parlato col premier) ed è quasi sicuro che Draghi terrà per sè la delega agli Affari europei.
Nel M5S, dopo la retromarcia di Vito Crimi, quasi certi sono Laura Castelli al Mef, Pierpaolo Sileri alla Sanità , Francesca Businarolo alla Giustizia, Emanuela Del Re agli Esteri e Carlo Sibilia all’Interno.
Chi scalpita per entrare è il siciliano Giancarlo Cancelleri, in competizione con l’ex sindaco di Livorno Filippo Nogarin che ha un rapporto consolidato con Beppe Grillo per finire al Mit o al Sud, ma anche Stefano Buffagni che potrebbe andare alla Transizione Ecologica.
Gli altri grillini in pole position sono Angelo Tofalo (Difesa), Mirella Liuzzi (Mise) e Luca Carabetta al Digitale.
Matteo Salvini punta a piazzare suoi uomini nei ministeri più autonomi: “Torneremo al Viminale” ha detto venerdì. E infatti il primo obiettivo è provare a “controllare” Luciana Lamorgese sui migranti con Stefano Candiani, ma anche Roberto Speranza con Luca Coletto.
Edoardo Rixi invece andrà alle Infrastrutture. Obiettivo: far ripartire le grandi opere, dal ponte sullo Stretto al Tav. Se sono quasi certi Massimo Bitonci al Tesoro e Massimo Volpi alla Difesa, il leader della Lega sogna anche Giulia Bongiorno alla Giustizia e Massimiliano Romeo all’Agricoltura.
Nel Pd, dopo la polemica sulle “quote rosa” mancate, Nicola Zingaretti ha indicato quasi tutte donne: oltre a Matteo Mauri (Viminale) e Antonio Misiani (Mef), si punta alla riconferma di Anna Ascani, Sandra Zampa, Simona Malpezzi e Alessia Morani, mentre al Digitale dovrebbe andare Marianna Madia.
Silvio Berlusconi invece ha mandato a Chigi una lista di oltre 20 nomi rispetto ai 7 necessari, dentro la quale ci sono soprattutto senatori (da Pichetto Fratin a Battistoni e Giammanco) mentre tra i deputati sono in pole Valentino Valentini (Esteri) Francesco Paolo Sisto (Giustizia). Tra i renziani dovrebbero essere premiati Lucia Annibali (Giustizia) e Davide Faraone (Mit) mentre Benedetto Della Vedova dovrebbe approdare alla Farnesina.
(da agenzie)
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Febbraio 20th, 2021 Riccardo Fucile
“SPERO CHE CONTE ABBIA CAPITO CHE NON E’ STATO SOLO RENZI A FARLO CADERE, MA ANCHE QUALCUNO DEL M5S CHE NON ASPETTAVA ALTRO PER LIBERARSI DI LUI”
Ora davvero c’è il forte rischio che il giocattolo si rompa anche se, a dire il vero, l’ala governista dei grillini punta molto sulla figura di Giuseppe Conte che ha dato al Movimento un volto moderato e ben lontano dai toni barricaderi di molti esponenti della fronda.
“Si manda via gente che ha dato il sangue al Movimento perchè ha detto legittimamente no, rifiutando un quesito ridicolo e un governo come ne abbiamo già visti tanti in passato. Continuano a evocare Alessandro Di Battista come leader. Il vero rischio non è la scissione, ma l’evaporazione del M5S . Anche perchè ora il Movimento dovrebbe governare con tutti e soprattutto con Forza Italia. Era la nostra linea invalicabile, ed è stata varcata”.
Parole di Max Bugani, tra i grillini della prima ora e ora capo staff della sindaca di Roma, Virginia Raggi.
“Spero che Giuseppe – aggiunge riferendos all’ex premier Conte – abbia capito come non sia stato solo Matteo Renzi a farlo cadere, ma che anche qualcuno nel Movimento non aspettasse altro. Conte si è rivelato un grande mediatore, facendo sintesi tra partiti che erano divisi al loro interno. Ma gli sconsiglierei di fare il capo del M5S . All’inizio otterrebbe grande consenso, ma subito dopo inizierebbe a logorarsi”.
(da agenzie)
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Febbraio 20th, 2021 Riccardo Fucile
ORA SI PARLA DEL 30 GIUGNO MA SOLO PER LE ELEMENTARI… NESSUNA PROROGA PER MEDIE E SUPERIORI
Alla fine solo le scuole elementari potrebbero rimanere aperte fino al 30 giugno. Questa è una delle
ipotesi che circolano, soprattutto “per far recuperare la socialità ai più piccoli”.
Visto che gli alunni delle elementari sono sempre andati ascuola, la giustificazione fa un po’ acqua da tutte le parti.
Diverso il discorso per quanto riguarda le medie e le superiori: la conferma degli esami in presenza per tutti, con la maturità che partirà il 16 giugno, sembra infatti escludere l’ipotesi di un allungamento del calendario, anche se una decisione ufficialmente non è stata presa.
Il neo ministro Bianchi in questi giorni ha ribadito che si lavorerà con le Regioni e i territori, verificando la situazione nel corso di tutti questi mesi.
Intanto, l’Associazone nazionale dei presidi d Roma e Lazio sposa questa possibilità , mentre per gli studenti più grandi l’Anp sostiene che possono essere creati dei corsi di recupero pomeridiani appositi, anche con la didattica a distanza, prevedendo una remunerazione aggiuntiva per i docenti che, volontariamente, presteranno questo servizio.
(da agenzie)
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Febbraio 20th, 2021 Riccardo Fucile
SARA’ VALIDO SINO A FINE ANNO
Il governo vuole prorogare il bonus vacanza: ci saranno sei mesi in più di tempo per poter usufruire degli incentivi messi in campo dal governo Conte bis durante l’emergenza coronavirus per sostenere il settore del turismo, uno dei più colpiti da lockdown e chiusure. La proposta viene da un emendamento a prima firma Bonomo (Partito democratico) presentato al decreto Milleproroghe, che sarà votato oggi. Ma l’intesa tra i partiti della nuova maggioranza sembra esserci.
Con il decreto Ristori lo scorso governo aveva già allungato le tempistiche, posticipando la scadenza al 30 giugno. Ma ora il governo e i relatori sono intenzionati a concedere altri sei mesi, fino al 31 dicembre 2021.
Il Milleproroghe, intanto, sarà il primo test in Aula per la nuova maggioranza allargata. E i tempi sono strettissimi: la scadenza è infatti per il primo marzo, ma la crisi di governo e l’insediamento del nuovo esecutivo Draghi hanno causato una serie di ristori. E quindi il lavoro sugli emendamenti è slittato.
Il bonus vacanze è stato messo in campo con il decreto Rilancio dello scorso maggio, per entrare poi in vigore dal 1° luglio 2020. Consiste in un incentivo fino a 500 euro che possono essere spesi (in un’unica soluzione) in alberghi, campeggi, villaggi turistici, agriturismi e b&b in tutta Italia. Una misura pensata per aiutare i lavoratori di uno dei settori più penalizzati dal lockdown e dal blocco degli spostamenti. L’80% del bonus può essere utilizzato come sconto da parte della struttura ricettiva, ma il resto può essere detratto nella dichiarazione dei redditi.
Il bonus vacanze può essere richiesto dai nuclei familiari con un Isee fino a 40 mila euro. L’importo finale viene modulato a seconda del nucleo familiare che lo richiede: 500 euro per nucleo composto da tre o più persone, 300 euro da due persone, 150 euro per un single.
(da Fanpage)
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Febbraio 19th, 2021 Riccardo Fucile
CRIMI ESPELLE 21 DEPUTATI CHE REPLICANO: “LUI E’ IL NULLA”… DI BATTISTA ALLA CARICA MENTRE I PROBIVIRI CHIEDONO UN TIME-OUT
Vito Crimi espelle ventuno deputati che non hanno votato la fiducia al governo Draghi. “Sono stato
espulso dal Caporale politico”, tuona insolitamente sprezzante il mite Andrea Vallascas. “Crimi si guardi allo specchio”, l’invito del senatore Mattia Crucioli. “Ci aveva ampiamente minacciato”, l’accusa di Alvise Maniero. “Il nulla non può espellermi”, il giudizio secco di Emanuela Corda.
Fonti del Movimento 5 stelle fanno trapelare parole di fuoco contro Alessandro Di Battista: “Farà come Renzi con Italia Viva quando ha fatto la scissione dal Pd”. Il deputato romano risponde a brutto muso: “Ho solo idee diverse dalle vostre. Rispettatele senza comportarvi da infantili avvelenatori dei pozzi. Sotto il post dell’espulsione pubblicato dal capo reggente una gragnuola di critiche: “Così è dittatura”.
Nicola Morra ha chiesto un faccia a faccia con Beppe Grillo, Elio Lannutti coltiva l’idea di un ricorso. Raffaella Andreola, uno dei tre componenti del collegio dei probiviri che dovranno ratificare le espulsioni dal Movimento di deputati e senatori, tira il freno a mano: sospendiamo tutto “in attesa che vengano ricostituiti tutti gli organi del M5s”, riferimento al Direttorio a cinque di prossima nomina, un’uscita che sottilmente implica una delegittimazione per le scelte del reggente.
Il Movimento 5 stelle è un Vietnam, e il caos è bel lungi dal placarsi. I capigruppo di Camera e Senato hanno spedito oggi le lettere di espulsione dal gruppo parlamentare: “Dal resoconto risulta che hai votato in difformità . Pertanto, su indicazione del capo politico, dispongo la tua immediata espulsione. Un cordiale saluto”. Di cordiale in queste ore c’è solo il freddo saluto al termine di un’asettica missiva.
Ma le parole di Andreola significano speranza per chi, come Barbara Lezzi e lo stesso Morra, combatteranno fino all’ultimo secondo utile per contestare la decisione e rimanere dentro il Movimento.
“Serve l’unanimità tra i probiviri – spiega uno degli interessati – e questa posizione ci da ancora tempo, lotteremo fino all’ultimo”. Una dinamica già nota, che negli anni per gli espulsi ha sempre previsto quattro passaggi: espulsione, contestazione, ricorso, conferma dell’espulsione.
Difficile che questa volta fili tutto liscio. Perchè l’espulsione di quel pezzo di 5 stelle rimasto coerente con le idee di qualche anno fa è una ferita nella carne viva dell’intero Movimento.
E la probivira dissidente, presidentessa del consiglio comunale di Villorba, ha aperto una speranza per chi non ha intenzione di mollare, al punto che anche Morra, dopo Lezzi, ha annunciato la propria candidatura al prossimo Direttorio.
Voci tra i dissidenti accreditano anche di un Davide Casaleggio molto contrariato dalla decisione: il figlio del fondatore viene dato addirittura in avvicinamento agli espulsi, ai quali potrebbe fornire un supporto in termini di strutture e organizzazione.
I ribelli intanto hanno iniziato a organizzarsi, anche se in ordine sparso, molti ancora immersi in una fase di ammortizzamento psicologico piuttosto che di elaborazione politica. Ma la frattura è difficile da rimarginare. Alcuni hanno già detto arrivederci e grazie e sono usciti dalle chat comuni.
Lannutti ha rassicurato molti colleghi, spiegando di aver preso già contatti con l’Italia dei valori, che al Senato potrebbe mettere a disposizione il simbolo necessario per la costituzione di un nuovo gruppo. Perchè l’obiettivo è quello: costruire delle formazioni parlamentari che possano diventare una spina nel fianco al M5s proprio sui temi fondativi della galassia grillina.
Mentre Antonio Di Pietro spiega di non voler rilasciare dichiarazioni nel merito, la conferma arriva da Ignazio Messina, segretario di quel che rimane di Idv, che racconta di essere stato contattato dagli scissionisti: “Se c’è un progetto politico nuovo partendo da idee e valori condivisi, da parte nostra c’è una collaborazione piena”.
Tutto risolto? Niente affatto. Perchè l’interpretazione prevalente del regolamento di Palazzo Madama prevedrebbe che ad aderire al gruppo sia almeno uno degli eletti con quel simbolo. Che alle ultime elezioni faceva parte del cartello elettorale Civica popolare, il cui unico eletto è stato Pier Ferdinando Casini. Difficile immaginarlo accanto agli espulsi a contestare Mario Draghi sul crinale del populismo e dell’euroscetticismo.
Mentre per i colleghi della Camera l’operazione dovrebbe essere assai più agevole, al Senato la situazione si complica: “Ma ci proveremo fino all’ultimo – dice deciso uno degli espulsi – perchè perchè dobbiamo dare una prospettiva politica alle nostre idee”.
Il primo risultato concreto dell’epurazione a Palazzo Madama è un ribaltamento degli equilibri, pareggiando la maggioranza che sostiene Draghi fino a qualche giorno fa a trazione giallorossa, considerati i 115 esponenti di Lega e Forza Italia e gli altrettanti di Pd, Leu e M5s. Un contraccolpo potrà esserci nel numero e nel peso dei sottosegretari, proprio in ragione del minor peso numerico della pattuglia pentastellata.
Sicuramente ci sarà nelle Commissioni. I 5 stelle perdono due presidenze, quelle dell’Antimafia di Morra e l’Agricoltura al Senato, presieduta dalla silurata Vilma Moronese, e i numeri dei componenti dovranno essere rivisti alla luce della riduzione delle pattuglie di Camera e Senato.
È iniziato il lavorio dei pontieri: “Tanti colleghi che hanno votato in dissenso sono parte fondamentale del Movimento”, dice Paola Taverna. “È impensabile immaginare il Movimento senza i tanti amici e compagni con cui in questi anni, dentro e fuori dal Palazzo, abbiamo combattuto le nostre battaglie”, aggiunge Nunzia Catalfo.
All’orizzonte non sono previste assemblee congiunte, “perchè ci sbraneremmo”, dice un deputato. Ma alla domanda posta a chi siede nella stanza dei bottoni sulla quante possibilità ci siano che la frattura si ricomponga, la risposta è gelida: “Credo nessuna”.
(da “Huffingtonpost”)
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