Febbraio 14th, 2021 Riccardo Fucile
FRATOIANNI VOTERA’ NO COME DECISO DALL’87% DELL’ASSEMBLEA, MA DE PETRIS E PALAZZOTTO VOTERANNO SI’ (PIU’ LIBERI DI FARE COME GLI PARE CHE UGUALI)
L’Assemblea nazionale di Sinistra italiana ha approvato a maggioranza la relazione del suo segretario, il
deputato Nicola Fratoianni, per votare contro la fiducia al governo Draghi”Abbiamo atteso, senza pregiudizi, di vedere la squadra di governo. Ma siamo molto delusi. Questo non è il governo dei migliori, è un governo che rischia di portare indietro le lancette dell’orologio del Paese – ha detto a conclusione dei lavori dell’Assemblea nazionale di SI Fratoianni – Oggi più che mai dobbiamo proteggere chi è più debole dentro questa crisi. Per farlo continueremo a farlo in Parlamento e fuori, rilanciando l’alleanza fra il Pd, il M5s, e le forze della sinistra e dell’ambientalismo – ha aggiunto – Non condividiamo la scelta di sostenere questo governo, ma continueremo a lavorare per una coalizione che dia un’alternativa al Paese”.
Nella sua relazione, Fratoianni aveva inoltre sottolineato: “Non è questo il governo dei migliori. Non è quello giusto per il futuro del Paese. La genesi di questo governo, con la manovra di Renzi per fermare le politiche redistributive, purtroppo pesa anche sulla sua composizione”.
E ancora. “Avevamo tracciato un percorso di sperimentazione politica con Giuseppe Conte: un dialogo tra sud e nord, un confronto non facile tra forze produttive e mondo del lavoro, un incontro tra chi ha bisogno di protezione e chi può offrirla durante questa crisi durissima, cioè le istituzioni e la politica intesa come servizio – aveva spiegato ancora – Hanno voluto fermare questa sperimentazione per riavvolgere il nastro, riproporre alcuni dogmi, alcuni tecnici tra quelli più lontani dalla transizione ecologica di cui abbiamo bisogno, accompagnati dai campioni della diseguaglianza e della discriminazione”.
“Ci aspettavamo di meglio di un ”governo dei migliori” con così tanta destra, con la sinistra stretta ai margini seppur rappresentata da persone che stimiamo. Per questo ho proposto a sinistra Italiana di non accordare la fiducia a questo governo”, ha detto Fratoianni.
“Una scelta nel merito, non pregiudiziale, che guarda al dopo Draghi. Il fronte progressista deve imparare in Italia a dialogare tra diversi, dandosi l’opportunità di ricostruire un progetto politico che riprenda il cammino interrotto”, aveva concluso.
Quello di Fratoianni, deputato alla Camera, sarà l’unico no di Sinistra Italiana a Draghi in Parlamento, visto che gli altri due esponenti di Si hanno fatto sapere che voteranno in dissenso, dando via libera al governo Draghi, con il loro sì alla fiducia.
Per quanto riguarda la Camera dei deputati, il no di Fratoianni, rappresenterà , inoltre, l’unico voto contrario a Draghi, tra i 12 membri del gruppo di Liberi e Uguali.
I due parlamentari di Sinistra italiana, De Petris e Palazzotto, hanno motivato così la decisione di votare la fiducia al governo Draghi andando contro la decisione dell’Assemblea nazionale di SI: “Quella che sostiene questo governo non è e non potrà mai essere una maggioranza politica. Dunque è all’interno di questa anomalia, nel tentativo di rinsaldare un fronte progressista e non scegliendo la via dell’autosufficienza, che bisogna lottare per affermare un proprio punto di vista”.
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2021 Riccardo Fucile
LA CRISI RACCONTATA DA CRIMI PER RISPONDERE ALLE FEROCI CRITICHE ALL’ASSEMBLEA DEI PARLAMENTARI
Lo scambio di sms con Zingaretti, il silenzio del presidente del Consiglio incaricato e qualche attacco alle
altre forze politiche: le spiegazioni (o giustificazioni?) che il reggente del Movimento ha dato ai suoi parlamentari
Ore 18.15. Mario Draghi, tra 45 minuti, salirà al Colle per sciogliere le riserve sulla sua nomina a presidente del Consiglio. Sul cellulare di Nicola Zingaretti arriva un messaggio: «Sai qualcosa?». È Vito Crimi il mittente, e la domanda è relativa alla lista dei ministri che di lì a poco il presidente della Bce presenterà a Sergio Mattarella. «No, e tu?», risponde il segretario del Partito democratico. Anche il reggente del Movimento 5 stelle non sa nulla. Alle 18.30 il telefono di Crimi squilla, ma la chiamata non arriva dal Nazareno.
Mario Draghi comunica al reggente dei 5 stelle chi sono i ministri del Movimento che ha scelto. Crimi gli domanda quali fossero gli altri nomi che riceveranno l’incarico, le tipologie di ministeri. «Zero totale, non mi ha detto nulla», spiegherà ai colleghi del suo partito. «Draghi ha aggiunto soltanto che ci sarebbero stati nella squadra di governo anche Cingolani e Giovannini».
Il resto, è storia nota: solo Sergio Mattarella ha saputo prima degli altri da Draghi cosa sarebbe successo alle 19.30 del 13 febbraio. Tutti gli altri, politici compresi, hanno dovuto aspettare la diretta YouTube dal Quirinale per avere il quadro completo della situazione.
«In tutte le interlocuzioni avute con Draghi, non si è mai fatto scappare un nome, un’idea di progetto. Niente di niente». Crimi, in riunione con i deputati del Movimento, giustifica così l’impossibilità di incidere per tempo nella formazione del governo e, magari, opporsi al nome di qualche ministro.
«È un uomo che sa che, con un battito di ciglia, può smuovere miliardi. Forse per questo Draghi ha un grande senso di riservatezza al quale non eravamo abituati». Allora, se il Movimento 5 stelle si trova soltanto con quattro ministri politici — di cui due sono senza portafoglio — come lo si giustifica alla parte scontenta del gruppo parlamentare?
«Beppe ha avuto questo tipo di intuizione: non ragionare su chi ci sta e chi no. Ma ragionare sul “ne vale la pena?”. Ovvero: possiamo sfruttare come Movimento 5 stelle questo momento?».
Crimi prova a raccontare ai parlamentari del suo gruppo qual è stato l’arrière-pensèe di Beppe Grillo: «Se il governo deve nascere adesso, visto che abbiamo il Recovery Plan, è il momento di mettere in atto la nostra principale direttrice, e cioè la transizione ecologica. Beppe ha volato alto e ha scelto di far nascere questo governo per prendersi cura delle future generazioni».
Poi, il reggente del Movimento tira fuori l’asso nella manica — almeno dal punto da vista narrativo — e parla ai suoi di non quattro, ma sei ministeri dati al Movimento. «Draghi mi ha detto che ha considerato Cingolani e Giovannini come ministri di indicazione dei 5 stelle». Il motivo è presto spiegato da Crimi: «Quando Beppe, durante le consultazioni, ha parlato di transizione ecologica, ha fatto il nome di alcuni tecnici. Ha indicato Catia Bastioni ad esempio, la quale è stata contattata ma non ha dato la sua disponibilità al presidente per motivi relativi alla sua azienda».
«Lo stesso nome di Giovannini è stato veicolato un po’ di volte da Beppe in queste settimane. Ecco perchè — spiega — nel calcolo dei ministeri associati a noi, ci sono anche i nomi di questi due tecnici. Sappiamo che non fanno parte dei 5 stelle, ma il presidente li ha considerati di nostra indicazione».
Sempre nell’interpretazione del reggente, fornita per cercare di convincere i possibili frondisti a non lasciare il Movimento, c’è spazio per un attacco agli altri partiti di maggioranza.
«Italia viva ne è uscita a pezzi. Aveva due ministri e adesso resta solo la Bonetti, che non è anche una politica pura». Crimi lo ritiene un segnale di «discontinuità con Renzi». Poi, dice, «non mi aspettavo che Forza Italia e Lega proponessore Martin Luther King. I nomi sono quelli caratteristici di Forza Italia e della Lega».
Crimi cerca di far leva anche sull’insoddisfazione degli altri partiti: «Berlusconi non è felice di queste scelte, ci sono molti malumori nel suo partito. Stessa cosa Salvini: Draghi e il Colle hanno scelto Giorgetti, Garavaglia, Stefani, politici più vicini a Zaia che a Salvini».
Il reggente, che ha visto il suo ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, essere spostato all’Agricoltura calca la mano sulle difficoltà che incontrerà il Mise e con le quali, da un certo punto di vista, è meglio non averci a che fare.
«Alla Lega è stato dato un Mise depotenziato e avrà un sacco di problemi con le crisi aziendali». Crimi ne ha anche per il Partito democratico: «A Orlando è stato dato il Lavoro, sapete che botta dovrà affrontare quando ci sarà lo sblocco dei licenziamenti?».
(da TPI)
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Febbraio 14th, 2021 Riccardo Fucile
QUALI I RISULTATI DEL MINISTERO NEI DUE PAESI?
In Spagna il ministero della Transizione ecologica e della Sfida demografica ha portato alla fine della
famigerata ‘tassa solare’ e a un’attenzione particolare (presente anche nel progetto di legge sui cambiamenti climatici) al settore energetico.
Si nota la differenza strategica con altri settori, vedi l’agricoltura, affidati ad altri ministeri.
In Francia, invece, il Ministero ‘de la Transition ècologique et solidaire’, che pure ha promosso le fonti rinnovabili e l’auto elettrica e ha prodotto un piano per le infrastrutture verdi nelle città , ha dovuto affrontare più di un ostacolo, tanto che è stato proprio l’aumento delle accise sui carburanti a provocare l’inizio delle proteste dei ‘gilet gialli’.
Cosa accadrebbe, allora, se in Italia il Ministero per la transizione ecologica annunciato da Mario Draghi mettesse mano al taglio dei sussidi dannosi per l’ambiente?
Vediamo, allora, cosa è stato fatto di buono e quali errori sono stati commessi nei due Paesi europei che prima di noi hanno visto nascere il ministero per la Transizione ecologica.
IL MITECO IN SPAGNA
In Spagna il Miteco nasce nel 2018 con l’arrivo del premier Pedro Sà¡nchez e assume funzioni che erano dei ministeri dell’Agricoltura e dell’Energia. E il 2018, tanto per fare un esempio, per la Spagna è stato anche l’anno in cui il nuovo governo ha scritto la parola fine alla controversa tassa solare (complicazioni che scoraggiavano l’installazione di impianti a energia rinnovabile) creata dall’esecutivo di Mariano Rajoy nel 2015.
Solo nel 2020 è stato ribattezzato ministero per la Transizione ecologica e la Sfida demografica “per far fronte — spiega a ilfattoquotidiano.it Greenpeace Spagna — ai problemi della Spagna svuotata e del mondo rurale”. Sulla carta, dunque, è il dicastero guidato da Teresa Ribera Rodriguez, promossa nel frattempo vicepremier, a dettare legge in fatto di politica energetica attraverso diverse strutture, come la Direzione generale della Politica energetica e delle miniere e la Sottodirezione generale per le prospettive, la strategia e la regolamentazione dell’energia. Collegati direttamente al ministero sono l’Istituto per la giusta transizione e l’Istituto per la diversificazione e il risparmio energetico (Idae) con il Fondo Nazionale per l’efficienza energetica.
GREENPEACE SPAGNA: “I PRO E I CONTRO”
Ma davvero in questi ultimi anni il ministero ha potuto guidare il Paese verso la transizione? Secondo Greenpeace Spagna, i cambiamenti apportati con il riordino dei ministeri hanno portato “indubbiamente a prendere decisioni strategiche in campo energetico per procedere verso la decarbonizzazione, anche se più lentamente di quanto sarebbe necessario per conformarsi all’Accordo di Parigi, ma nella giusta direzione”.
E quando si chiede come sia andata sul fronte organizzativo e delle competenze tra ministeri, la risposta è una conferma di quanto il tema ambientale sia trasversale.
“Il problema principale — spiega l’organizzazione — è che, essendo molto limitato al campo dell’energia e, soprattutto, dell’elettricità ” la competenza del ministero “esclude alcuni settori che giocano un ruolo molto importante” per il raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo del 2015. Un problema ben noto anche in Italia: “Trasporti, Politiche abitative e Agricoltura hanno un proprio Ministero. Questa situazione — spiega Greenpeace — si riflette molto bene nel progetto di Legge sui cambiamenti climatici e la transizione energetica”. E di fatto la proposta normativa del ministero spagnolo per la Transizione ecologica “si concentra principalmente sul settore energetico (per l’Italia sarebbe una svolta, ndr), tralasciando l’impegno a ridurre le emissioni in altri settori che sono anche fondamentali per la decarbonizzazione, come l’Agricoltura”.
In Italia, la deputata LeU e vicepresidente della Commissione Ambiente della Camera Rossella Muroni cita come fonte di ispirazione proprio il modello spagnolo dove il ministero “ha tra le proprie competenze anche questioni come il divario tra zone rurali e le città . Anche in Italia grandi città e aree metropolitane sono i centri dove si concentrano non solo i residenti, ma anche l’inquinamento e le spinte all’innovazione e al cambiamento”, oltre al fatto che “le aree interne e i nostri oltre 5mila piccoli Comuni sono la spina dorsale del Paese”.
“Il nuovo dicastero — aggiunge — permetterebbe di coordinare le politiche per il clima, l’energia, la tutela del territorio e lo sviluppo green con quelle sulle città e contro lo spopolamento delle aree interne”. Perchè tra i problemi che il nostro Paese deve superare c’è proprio quello del coordinamento: “In Italia servono 5 anni per autorizzare una pala eolica perchè l’iter deve passare da un ministero all’altro, così quando finalmente la installi il rotore che la fa girare è già vecchio”. Per superare questo empasse, il primo passo può essere il ministero della Transizione, ma è un cambiamento che va accompagnato da altre misure. Indispensabili, come dimostra l’esempio francese.
IL MINISTERO FRANCESE
È nel 2017 che il ministero dell’Ecologia con sede a Parigi è diventato ministero della Transizione ecologica e solidale. A guidarlo, il giornalista e conduttore televisivo impegnato nei temi ambientali Nicolas Hulot, fino all’agosto 2018, quando si è dimesso denunciando che le lobby condizionavano l’Eliseo e che molti suoi dossier erano stati bloccati perchè, evidentemente, l’ambiente non era priorità del governo di Emmanuel Macron.
Qualcosa è accaduto se a novembre 2018 è stato proprio l’annuncio, in nome della fiscalità ecologica, dell’aumento delle tasse sul carburante a scatenare la protesta dei gilet gialli, poi trasformata in una rivolta. In una recente intervista all’Huffington Post lo stesso Hulot, sostenendo che a misure radicali vanno affiancate misure “solidali”, ha dichiarato che l’Italia può far tesoro degli errori commessi in Francia e che la strada del ministero della Transizione ecologica è l’unica possibile.
Ne è convinto anche l’ex ministro dell’Ambiente Edo Ronchi, oggi presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, che ricorda come la ‘transizione verde’ sia il primo dei sei pilastri (quel 37% della dotazione totale ancora da raggiungere) del piano di ripresa europeo a cui il Pnrr deve attenersi. “L’idea è giusta, ma necessita di un cambiamento complesso, altrimenti si rischia di replicare gli errori commessi altrove”, spiega Ronchi. C’è da dire che la Francia non poteva contare, così come nessun altro Paese, sulle risorse ora disponibili. “Certo — replica — e ora bisogna spenderle nella giusta direzione”.
LE LEZIONI DA IMPARARE
Per Ronchi il conflitto innescato in Francia dall’impatto della carbon tax e della pressione fiscale sui redditi medio alti è una prima lezione. Ma l’Italia può evitare anche un altro errore dei francesi: “Il riordino non è stato accompagnato da modifiche dell’impianto normativo tali da dare pieni poteri al ministro della Transizione ecologica, come si è visto nella vicenda legata alle misure fiscali. Questo significa che puoi anche esprimere un parere, dire quali sono le priorità , ma non hai l’ultima parola”.
Cosa dovremmo fare per evitarlo? “Va risolto il problema del coordinamento delle norme che, al momento, definiscono le competenze sulla base della precedente ripartizione tra ministeri”. In Francia, ricorda Ronchi, il ministero della Transizione ha comunque “lavorato per una promozione incisiva dell’auto elettrica e delle fonti rinnovabili e un piano per le infrastrutture verdi nelle città ”.
A luglio 2020, poi, c’è stato il rimpasto di governo e da allora guida il dicastero (oggi ministero della Transizione ecologica) Barbara Pompili. Nell’ultima manovra, il bilancio per il ministero è arrivato a 48,6 miliardi (1,3 miliardi di euro in più rispetto all’anno precedente), di cui 15,4 dedicati esclusivamente alla transizione, 16 alla politica abitativa e 8 ai trasporti.
E se alla fine dell’anno Macron ha annunciato un referendum per inserire nella Costituzione un riferimento alla lotta al cambiamento climatico e alla protezione dell’ambiente, più di recente la sua proposta di legge sul clima, che dovrebbe aiutare a ridurre del 40% le emissioni di gas a effetto serra nel 2030 rispetto al 1990, ha attirato molte critiche, in primis quelle di 110 ong, che la reputano poco ambiziosa e frutto delle pressioni delle lobby.
Un’altra lezione: avere il ministero della Transizione non basta, se non sai (o vuoi) farlo funzionare.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 14th, 2021 Riccardo Fucile
IL BUON GIORNO SI VEDE DAL MATTINO
Non inizia sotto il migliore dei segni il mandato da ministro dell’Istruzione per Patrizio Bianchi. Uscito
dal Quirinale dopo il giuramento da ministro e la foto di rito — quest’anno con distanziamento e norme anti-Covid da rispettare — Bianchi si è fermato a parlare brevemente con i cronisti.
Sarà stata l’emozione o la poca abitudine a parlare con i giornalisti, Bianchi ha fatto una piccola gaffe linguistica.
Prima ha risposto “l’ho imparato ieri sera” a chi gli ha chiesto quando aveva saputo che sarebbe stato nominato ministro. Poi un altro scivolone: “Speriamo che faremo bene”, afferma rispondendo a un’altra domanda.
Per quanto riguarda il suo esordio da ministro, quindi, per Bianchi poteva andare meglio. Appena arrivato dai giornalisti la prima domanda che gli è stata posta riguarda il momento in cui ha appreso di essere ministro. “L’ho imparato ieri”, afferma il neo-ministro dell’Istruzione. Un’espressione, come spiegano tanti utenti su Twitter che commentano la gaffe, che in realtà è di origine dialettale e viene spesso usata in alcune zone dell’Emilia-Romagna al posto del più corretto “l’ho appreso”.
Bianchi è originario della provincia di Ferrara: questa sarebbe, secondo alcuni utenti, la spiegazione.
Ma Bianchi non si è fermato qua. Poco dopo un’altra scivolata: “Ho trovato della bella gente, speriamo che faremo tutti bene”, risponde a chi gli chiede cosa lo aspetterà . Poi il ministro aggiunge: “Partiamo da quello che c’è, da una situazione difficile che riusciremo ad affrontare”.
Il neo-ministro si sofferma qualche altro secondo a rispondere ai cronisti: “Emozionato e anche conscio della quantità di lavoro che dovremo fare”, afferma ancora. Sui suoi compagni di governo Bianchi aggiunge: “Ho trovato della bella gente”. Infine, sulla possibile apertura di tutte le scuole in presenza, il ministro replica: “È a questo che stiamo lavorando”.
(da Fanpage)
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Febbraio 14th, 2021 Riccardo Fucile
APERTA LA SCATOLETTA DI TONNO, I CINQUESTELLE HANNO SCOPERTO CHE IL TONNO ERANO LORO… E LE LOBBY GONGOLANO
Siccome ogni Restaurazione ha i suoi rituali, non avrebbe guastato se il governo Dragarella avesse giurato
in uniforme da Congresso di Vienna: parrucche imbiancate con codini e fiocchi neri, volti incipriati e impomatati, marsine a coda, culotte, scarpe a punta. Invece i nuovi (si fa per dire) ministri erano tutti in borghese, per non farsi riconoscere.
Avevamo promesso un giudizio sul governo quando ne avessimo visti i ministri (per il programma c’è tempo: uscirà dal cilindro di Super Mario un minuto prima della fiducia, o forse dopo, fa lo stesso: è il ritorno della democrazia dopo la feroce dittatura contiana, come direbbe Sabino Cassese). E il momento è arrivato.
Ministri.
Il bottino di 209 miliardi del Recovery se lo pappano il premier, il suo amico Giorgetti (Mise) e i suoi tecnici, cioè gli uomini delle lobby: Franco (Mef e Bankitalia), Cingolani (renzian-leopoldino di Leonardo- Finmeccanica che Grillo ha scambiato per grillino) e Colao (Morgan Stanley, McKinsey, Omnitel, Vodafone, Rcs, Unilever, Verizon, con breve parentesi di incompetenza quando lo chiamò Conte per il piano-fuffa Fase-2 e ora tornato il genio di prima); più Giovannini (ottimo prof di statistica alle Infrastrutture).
Del resto Draghi se ne infischia e lascia pasturare i partiti con i loro nanerottoli, scelti aumma aumma dai Quirinal Men: so’ criature.
Pandemia.
Speranza resta alla Salute, per la gioia di Salvini e dei teorici della “dittatura sanitaria” e del “riaprire tutto”. Ma arriva la Gelmini alle Regioni al posto di Boccia, protagonista di epici scontri con gli sgovernatori. Sarà uno spasso vederla genuflessa alle loro mattane. Al suo fianco, come viceministro, vedremmo bene Bertolaso. E, commissario al posto di Arcuri, troppo efficiente sui vaccini, il mitico Gallera: era stanco, ma si sarà riposato.
Discontinuità .
Undici ministri, la metà del governo Draghi, vengono dal Conte-2: i 9 confermati più Colao più il neotitolare dell’Istruzione Bianchi, capo della task force dell’Azzolina per la scuola (tecnico del congiuntivo, dice “speriamo che faremo bene”, ma non è grillino, quindi è licenza poetica). E ora chi la avverte la Concita del “basta ministri scadenti, arrivano quelli bravi”? Fatti fuori Conte, Bonafede, Gualtieri, Amendola e regalato il Recovery ai soliti noti, si digerisce tutto.
Cielle.
I garruli squittii di Cassese a edicole unificate indicano che, dopo il lungo digiuno del Conte-1 e del Conte-2, qualche protègè l’ha piazzato. Tipo Marta Cartabia, Guardasigilli di scuola ciellina (come la ministra dell’Università , Cristina Messa), ma pure napolitaniana e mattarelliana, celebre per l’abilità di non dire nulla, ma di dirlo benissimo, fra gridolini estatici di giubilo.
Di lei si sa che sogna “una giustizia dal volto umano” (apperò) e una “pena che guarda al futuro” (urca). Ora, più prosaicamente, dovrà dare subito il parere del governo sul ritorno della prescrizione, previa seduta spiritica con Eleanor Roosevelt che — assicura il Corriere — è “tra le figure femminili ‘decisive’ per la sua formazione” (accipicchia).
Pd.
Sistemati tutti i capicorrente Franceschini (al quinto governo), Guerini e Orlando, prende pure l’Istruzione con il finto tecnico Bianchi, due volte assessore dem in Emilia-Romagna: 4 ministri come il M5S, che però ha il doppio di seggi.
5Stelle.
Machiavellici alla rovescia, sapevano che senza di loro il Pd e Leu si sarebbero sfilati e Draghi, per non finire ostaggio delle destre, avrebbe rinunciato. Bastava mettersi in attesa e, se proprio Grillo voleva entrare, dettare condizioni minime: Giustizia, Lavoro, Istruzione, Mise o Transizione Ecologica. Invece han detto subito di sì, presentandosi a Draghi con le brache calate e le mani alzate. E hanno ammainato le loro bandiere Bonafede, Azzolina e Catalfo (con Reddito e Inps).
Risultato: SuperMario li ha sterminati e pure umiliati, con i pesanti ma inutili Esteri a Di Maio, Patuanelli degradato dal Mise all’Agricoltura, più i Rapporti col Parlamento e Politiche giovanili (sventata la Marina mercantile, ma solo perchè non c’è più).
Ciliegina sulla torta: la Transizione Ecologica, subito dimezzata, è finita a un renziano. Meno male che Draghi era grillino: figurarsi se non lo era. Insomma: aperta finalmente la scatoletta di tonno, i 5Stelle hanno scoperto che il tonno erano loro.
FI-Lega. Il capolavoro del Rignanese, prima di tramutare Iv da ago della bilancia a pelo superfluo, è aver riportato Salvini e B. al governo. Il resto l’han fatto Draghi e Mattarella, regalando alla destra un governo tutto nordista e i ministeri politici più lucrosi: Mise e Turismo (Giorgetti e Garavaglia), Pa (Brunetta), Regioni (Gelmini) e Sud (Carfagna, con i fondi di coesione Ue, nel fu serbatoio di voti dei 5Stelle).
Ps. Nota per gli storici della mutua che vaneggiano di “fallimento della politica come nel 1993 e nel 2011” e paragonano l’avvento di Draghi a quelli di Ciampi e Monti.
Nel ’93 Ciampi arrivò mentre gli italiani lanciavano le spugne ad Amato e Conso per il decreto Salvaladri e le monetine a Craxi per l’autorizzazione a procedere negata dal Parlamento al pool di Milano.
Nel 2011 Monti arrivò mentre due ali di folla maledicevano B. che saliva al Quirinale a dimettersi e poi fuggiva dal retro dopo aver distrutto l’Italia per farsi gli affari suoi.
Nel 2021 Draghi arriva mentre Conte esce da Palazzo Chigi a testa alta fra gli applausi e le lacrime. Mica male, per un fallito.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 14th, 2021 Riccardo Fucile
HA LASCIATO PALAZZO CHIGI MA NON I CUORI DI MOLTI ITALIANI
Giuseppe Conte è stato moltissime cose per l’Italia. Tra queste, indubbiamente, il presidente più social di
sempre. La sua comunicazione da Palazzo Chigi è sempre stata impostata sui social, complice la pandemia.
Da quando il Covid ha cambiato le nostre vite il presidente del Consiglio è entrato nelle nostre case in ogni modo possibile, dalle dirette social alla televisione, garantendo la massima copertura possibile per quei messaggi che riguardavano la totalità del paese. Spesso criticato dai suoi avversari e anche dagli alleati — Matteo Renzi in prima fila — per questo suo utilizzo dei social, proprio i social sono l’eredità maggiore che rimarrà all’ex presidente del Consiglio.
Nel momento in cui scriviamo l’articolo il post di saluto agli italiani di Giuseppe Conte dopo aver lasciato Palazzo Chigi ha collezionato oltre un milione di mi piace, 278.104 commenti — che continuano ad aumentare costantemente — e oltre 122 mila condivisioni. Parole sentite che sono piaciute molto a tantissimi italiani che lo hanno sostenuto in questi due anni e mezzo, tra il Conte I e il Conte II.
Lo stesso post condiviso su Instagram — come da prassi dell’ex presidente del Consiglio in tutti questi mesi, ogni contenuto è stato oggetto di condivisione su tutte le sue piattaforme — sta raggiungendo in questi minuti i 370 mile cuoricini.
Il consenso sui social è ampissimo, quindi.
La comunicazione del presidente della pandemia che Palazzo Chigi ha messo su non proseguirà ma lo staff che avrà in eredità gli account verificati di Conte — e le loro attività future — si troverà a gestire una situazione avviata alla grande.
Proprio da questi account social ripartirà Giuseppe Conte per giocarsi le sue carte in politica: non un ministero e non un seggio da parlamentare ma uno dei consensi social maggiori che si siano registrati in Italia per una persona appartenente alla sfera politica.
Se frutteranno o meno solo il tempo e la direzione che Conte sceglierà di prendere potranno dircelo.
(da agenzie)
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Febbraio 13th, 2021 Riccardo Fucile
IN POLITICA CONTANO I VALORI E LA VISIONE DEL MONDO: DRAGHI QUALI E CHI RAPPRESENTA?
Premesso che i governi siamo abituati a giudicarli sulla base dei fatti e tale è il criterio a cui ci siamo sempre attenuti con tutti gli esecutivi degli ultimi 14 anni (pari agli anni di vita del nostro blog), segnalando le decisioni che condividiamo e quelle che ci trovano critici, non siamo tra coloro che si adattano “a tutte le stagioni” e lanciano grida di gioia quando la politica viene scippata (anche se per manifesta incapacità della sua classe dirigente) dalle sue prerogative e ci si affida a “tecnici”, veri o presunti.
In primo luogo perchè gestire un Paese non è come amministrare un condominio dove basta un onesto ragioniere, ma occorre fare scelte “politiche” in ogni caso, privilegiando una visione piuttosto che un’altra.
Quindi sgombriamo il campo dalla narrazione che il governo Draghi non abbia una sua collocazione.
Si è definito europeista (e fin qui ci siamo, almeno in linea teorica), atlantista (e qui ci siamo meno, essendo fautori di una Europa-Nazione indipendente dai blocchi Usa-Russia-Cina) , liberista ( è cosa diversa da essere eticamente liberali), oggi facilmente coniugabile con prossimità agli interessi imprenditoriali se non a gruppi finanziari (e qui proprio non ci siamo).
Un governo con “dentro tutti” può andare bene se “di scopo”, ovvero che affronti le due emergenze “pandemia” e “recovery” e basta: qualche mese e poi si vota (la scadenza prevista invece è almeno un anno, quando Draghi andrà al posto di Mattarella e libererà la poltrona di premier).
E’ impensabile che visioni contrapposte possano durare di più di qualche mese.
I partiti dovrebbero essere al servizio dei propri elettori, prendono il consenso sulla base dei propri programmi e a tale delega dovrebbero attenersi.
Nello specifico: una destra “sociale”, dove noi ci collochiamo, MAI andrebbe a sostenere un governo con i razzisti, tanto per capirci, il discorso con loro è chiuso, come accade in altre parti d’Europa.
E non abbocchiamo alla “svolta europeista” della Lega, costruita su misura per poter partecipare al banchetto dei 209 miliardi. Se un partito politico legittimamente vuol cambiare linea politica manda a casa il segretario interprete della linea precedente e ne nomina uno nuovo: così è sempre stato per tutti i partiti del dopoguerra.
Se rimane quello di prima è una presa per il culo.
Se poi la sinistra avesse la nostra stessa coerenza e i tanti presunti “moderati europeisti” lo dimostrassero anche nei fatti, i sovranisti sarebberoda tempo ai margini della vita politica.
Basta con la favola della “fine delle ideologie” per giustificare i più sconci poltronismi: senza visione del mondo non esiste politica, ideali e valori.
E i nostri sono all’opposto dei mercanti xenofobi, dell’egoismo, della ignoranza, dei favori agli evasori, dell’istigazione all’odio razziale, dei politici arrestati per collusioni mafiose.
Meritocrazia vuol dire dare possibilità di partenza uguali a tutti (ricchi e poveri, bianchi e neri) e poi far emergere i migliori nei rispettivi settori, senza con questo affogare i più deboli, aumentare le diseguaglianze e bloccare l’ascensore sociale.
Il secondo motivo del No al governo Draghi sta nella sua formazione: doveva essere un governo “dei migliori” , è finito per essere una ammucchiata di politici bolliti. Salviamo solo Lamorgese e Speranza, che hanno dimostrato competenza, il resto è quasi tutto da dimenticare.
Il terzo motivo è nella presa in giro sulla “transizione ecologica”, cui dovrà essere destinato il 37% del Recovery.
Quel ministero in Francia raggruppa gli ex ministeri delll’Ambiente, dello Sviluppo economico e delle Infrastutture, strettamente connesse.
Draghi lo fatto diventare un Ministero dell’Ambiente mascherato per i pirla grillini, non solo togliendo le Infrastutture, ma pure lo Sviluppo Economico, assegnato alla Lega.
Come affidare la tutela dell’ambiente ad aziende che gettano i rifiuti nelle discariche abusive.
Nessuna visione “ambientalista” come ci raccomanda l’Europa, ma tutto si ridurrà a finanziare le imprese per una riconversione ipotetica a una produzione un po’ meno inquinante. Mentre calerà una colata di cemento e quattrini per cantieri che continueranno ad aggravare il dissesto idrogeologico del nostro Paese, per il quale non si spenderà un euro (e si continueranno a contare morti per frane, alluvioni, eventi sismici che ci costano 10 miliardi l’anno).
Perchè non si investe qualche miliardo del Recovery per costruire o ristrutturare le case popolari, garantendo finalmente la fine della “guerra tra poveri” alla ricerca di un tetto? Almeno la colata di cemento avrebbe un senso.
Ultimo motivo che non ci convince è il modo in cui si è arrivati al governo Draghi: con un killer professionista che esegue la mission proprio quando occorre spartirsi i fondi del Recovery, che da mesi va in pellegrinaggio a Città della Pieve, con la pressione di gruppi industriali del nord per “riaprire i cantieri”, con l’interesse dei fondi finanziari internazionali.
Al di là della manovalanza, chi c’e’ dietro a questa operazione?
Questa è la domanda che dovrebbero porsi gli italiani, oltre a porsi la domanda fondamentale: “chi rappresenta” il governo Draghi?
Basta dare un’occhiata ai gruppi editoriali che hanno monopolizzato la stampa e che suonano la grancassa per avere una prima risposta.
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Febbraio 13th, 2021 Riccardo Fucile
IN MIGLIAIA FIRMANO LA PETIZIONE PER RIVOTARE SU ROUSSEAU, LO STATUTO LO PERMETTE: IL SUPERMINISTERO ALLA TRANSIZIONE ECOLOGICA NON ESISTE. E’ UN PACCO DI DRAGHI, AVALLATO DA GRILLO E DAI NOTABILI M5S
Non si placano le polemiche nel M5S per la nascita del governo Draghi, anzi. La squadra del nuovo
premier e la mancata unione tra il Mise e l’Ambiente per il nuovo ministero per la Transizione ecologica voluto da Beppe Grillo hanno alimentato la rabbia e le divisioni interne.
Sulle chat degli eletti rimbalza un articolo dello statuto che permette di ripetere il voto entro cinque giorni. In serata il deputato Giuseppe D’Ambrosio in serata ha annunciato l’addio al Movimento.
Alle 18 è iniziata l’assemblea dei senatori. Almeno in sette hanno annunciato che a Palazzo Madama giovedì voteranno no alla fiducia: sono Lannutti, Dessì, Crucioli, Abate, Lezzi, Giannuzzi e La Mura
In serata potrebbe essere convocata una riunione congiunta degli eletti con Vito Crimi per placare i nervi. Alle 21.30, invece, si terrà il vertice dei deputati grillini.
“Il momento che stiamo attraversando è difficilissimo. C’èdelusione, frustrazione ed incertezza e comprendo le ragioni di tutti. Ma il momento impone di mantenere la calma”, scrive il capogruppo M5s a palazzo Madama, Ettore Licheri ai senatori.
“So – sottolinea in un altro passaggio – che e’ dura per tutti figuratevi per me, ma sforziamoci di mantenere i nervi saldi e lavorare per il bene del Movimento. Non c’è niente di irreversibile e per tutto c’è sempre una soluzione. Se restiamo uniti senza litigare la troveremo”.
Intanto il Garante e fondatore del Movimento, Beppe Grillo, con un posto sul suo blog tenta di frenare la volontà dei dissidenti di votare no alla fiducia a Draghi e prova a convincere i grillini sulla necessità di appoggiare l’esecutivo. “13 febbraio 2021. Vi ricorderete questa data. Perchè da oggi si deve scegliere. O di qua, o di là – scrive Grillo – E’ di una transizione cerebrale di cui abbiamo bisogno”, aggiunge.
Dopo l’addio di Alessandro Di Battista, i dissidenti del M5S sferrano un nuovo attacco ai vertici del Movimento e reclamano un nuovo voto su Rousseau. Altrimenti diranno no al governo Draghi.
Lo scrive oggi la senatrice Barbara Lezzi su Fb: “Questa mattina ho inviato, insieme ad alcuni colleghi, una mail al Capo Politico, al Comitato di garanzia e al Garante per segnalare che la previsione del quesito posta nella consultazione dell’11/02/21 non ha trovato riscontro nella formazione del nuovo Governo. Non c’è il super-ministero che avrebbe dovuto prevedere la fusione tra il Mise e il ministero dell’Ambiente oggetto del quesito. Chiediamo che venga immediatamente indetta nuova consultazione. E’ evidente che, in assenza di riscontro, al fine di rispettare la maggioranza degli iscritti, il voto alla fiducia deve essere No”.
Nelle chat interne divampa il malcontento e parte il processo ai vertici per la gestione delle trattative che hanno portato alla formazione dell’esecutivo. La deputata Margherita Del Sesto parla di restaurazione e invoca il ritorno all’opposizione, mentre la collega Angela Masi chiede la possibilità di votare secondo coscienza alla luce della larghissima maggioranza che sostiene il nuovo esecutivo targato Mario Draghi. Doveva essere il governo dei migliori’, scrive la deputata Valentina Corneli, e invece è diventato un “governicchio di mezze cartucce” che vede il M5S fuori dai ministeri politici di peso. Ricorre a parole dure Maria Luisa Faro, Commissione Bilancio: il M5S è morto e non sismo stati noi ad ucciderlo, scrive la parlamentare pugliese parafrasando Nietzsche. E poi ancora, un senatore: “Basta, abbiamo toccato il fondo. Non possono far parlare soltanto i Di Maio Boys…”.
D’Ambrosio: “Lascio il Movimento”
“Lascio il Movimento 5 Stelle”. Lo annuncia su Facebook il deputato Giuseppe D’Ambrosio. “E’ da qualche ora che provo a scrivere questo post, cancellandolo e riscrivendolo diverse volte, perchè è difficile parlare di una intensa, forte e lunga storia d’amore che si interrompe con grande sofferenza – prosegue – dopo aver tentato in ogni modo di seguire quello che pensavi potesse aiutare a recuperare da un ‘vicolo cieco’ che ormai è diventato purtroppo evidente a tutti”.
Poi conclude il posto scrivendo: “Non posso dimenticare – insiste il deputato – di essere stato paracadutato nel 2013 in Parlamento, grazie ad un miracolo fatto da un visionario come Beppe Grillo per poi realizzare, con un gruppo meraviglioso, 5 anni di opposizione durissima a tutti coloro che dal 2018 però, ci hanno minato da dentro, cambiandoci e trasformandoci in peggio”.
“Sarà un appoggio condizionato. La squadra non convince semplicemente perchè non è una squadra. Sono quote di rappresentanza di ogni partito che ha manifestato la volontà di sostenere Draghi”. A mostrare perplessità sul nuovo Draghi è anche il deputato e presidente della commissione Affari costituzionali Giuseppe Brescia. Un “moderato” tra i 5 Stelle, vicino all’ala di Fico.
“L’appoggio – scrive su Facebook Brescia- sarà condizionato come condizionata è stata la scelta di proseguire nel solco della maggioranza e non relegarsi all’Aventino. Preciso dovere del Movimento sarà vigilare affinchè ogni centesimo sia investito nell’interesse comune. Così come sarà fondamentale difendere le importanti conquiste raggiunte in questi anni”.
Il senatore Emanuele Dessì annuncia da subito il suo voto contrario: “Stamattina invece è tutto molto chiaro e mi permette di poter affermare con sicurezza che voterò NO al governo Draghi. Ci sarà modo, fin dalle prossime ore, per discutere insieme sui motivi di questa scelta”.
Dello stasso avviso il senatore grillino Nicola Morra: “Non posso avere fiducia in un governo che mi sembra essere, per certi versi, Jurassic Park”, rimarca il presidente della commissione Antimafia, contestando la presenza nell’esecutivo di Forza Italia, “nata – ha detto Morra – anche grazie a uomini che avevano relazioni con Cosa Nostra”.
La petizione su Change org
E mentre, come accennato, nelle chat degli eletti rimbalza un articolo dello Statuto del M5S in cui si legge chiaramente che è possibile ripetere il voto entro 5 giorni, sulla piattaforma ‘Charge.org’ è spuntata intanto una petizione per ripetere il voto su Rousseau di giovedì scorso, sondaggio che in poche ore ha raggiunto oltre 3.000 adesioni.
(da agenzie)
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Febbraio 13th, 2021 Riccardo Fucile
“PIU’ DIGNITOSO IN CONTE TER CON 156 VOTI”… “DOVREI VOTARE LA CARTABIA CHE DICE CHE I GAY NON SI POSSONO SPOSARE O MINISTRI DI BERLUSCONI CHE ABBIAMO CONTESTATO PER ANNI?”
“È un governo di destra economica, un po’ Bce un po’ Etruria, in cui Draghi — che sicuramente nel suo campo è un gigante ma non vive in Italia da 15 anni — ha messo persone che nemmeno Berlusconi riteneva più “ministrabili”. Un Conte ter con 156 voti al Senato sarebbe stato molto più dignitoso“.
Il senatore Tommaso Cerno, appena rientrato nel Pd dopo aver dichiarato fiducia nell’ex premier che “ha rottamato i due Matteo e fatto un favore all’Italia”, voterà la fiducia al governo Draghi perchè “lo dobbiamo far partire”.
Ma non digerisce questa maggioranza allargata ai forzisti, per non dire della squadra fatta col Cencelli con dentro “la Cartabia che dice che i gay non si possono sposare, ministri dei governi Berlusconi che abbiamo contestato in piazza e tutte le vecchie correnti del Pd”.
L’ex condirettore di Repubblica e direttore dell’Espresso, che è stato tra i primi sostenitori del governo Pd-M5s con Conte leader, definisce il nuovo assetto “una bomba atomica fatta esplodere da chi la sinistra non la vuole. Io sapevo che Renzi non la voleva ma speravo che Zingaretti la volesse”.
La pensava così già prima di vedere la lista dei ministri?
Sì, perchè a causa dell’interferenza di una corrente interna del Pd che Renzi ha portato fuori dal Pd e poi fuori dal governo abbiamo accantonato un uomo “qualunque” ma che si è rivelato non qualunque, Conte, capace di guidare due governi molto diversi conciliando anime diverse, solo per chiamare questo salvatore della patria che alla fine dovrà fare la stessa cosa ma con in più Forza Italia e la Lega. In qualche modo, quelli che hanno gestito come sappiamo la crisi di Banca Etruria hanno tirato in ballo la Bce. Renzi va a dormire tranquillo e Draghi governa.
Si sarebbe potuto tentare un Conte ter anche se la maggioranza non era robusta?
Ero contrario al sostegno dei “responsabili”, non potevo immaginare che il risultato sarebbe stato una maggioranza molto peggiore. Ora penso che si poteva andare avanti e i 156 voti sarebbero diventati di più. Noi non lo sapevamo ma Berlusconi ha fermato i transfughi perchè sapeva o immaginava di Draghi. E anche Salvini faceva telefonate e incontri per capire come il “movimento draghista” potesse dare alla destra un’immagine non populista… Renzi non so se sapesse, di sicuro ora rivendica che questo era il suo piano.
Giudizio sulla squadra?
Se questo è il governo dell’Italia dei migliori era molto meglio l’Italia dei normali, che di fronte all’emergenza reagiscono con l’orgoglio. I migliori evidentemente reagiscono con l’amarcord: questo è un governo da Federico Fellini. Non so come ci possano stare la sinistra e i 5 stelle, che insieme speravo facessero una nuova sinistra. A parte i tecnici chiamati questo è un governo di destra con sede nella villa Zeffirelli di Berlusconi che del resto come è noto ha con Draghi un rapporto di lunga data. C’è la Cartabia per cui se sei gay ha meno diritti, la leghista omofoba, Brunetta. Non è un governo di unità nazionale, è disunità : ognuno farà i cavoli suoi sotto l’ombrello dell’Europa.
Il ministero per la Transizione ecologica è un bel segnale?
L’ecologismo è la cosa più bella ma temo sia finta. Sicuramente l’Europa che guarda più avanti ce lo chiede, ma parliamo di un governo con la Lega. Aspetto di vedere se il ministero nascerà .
I mercati e Bruxelles considerano Draghi una garanzia per la spesa dei fondi europei.
Conte ha preso un Paese devastato e l’ha portato a ottenere 209 miliardi dall’Europa, ora Draghi parte da lì, con cori di entusiasmo dei grandi giornali. Sulla sua credibilità personale guadagnata sul campo niente da dire ma anche Conte se l’è guadagnata e durante il suo secondo governo lo spread è sceso a poco più di 100 punti. Il Recovery plan era già stato fatto e viste le linee guida europee verrà rifatto esattamente nello stesso modo. La verità è che se n’è andato via, prendendo un minuto di applausi a Chigi, un signore dignitosissimo che ora lascia spazio a una giostra renziana che spero duri lo spazio necessario per distribuire i fondi Ue per poi ripensare a una sinistra al governo.
Pensa a una sinistra Pd-5 Stelle?
Quell’alleanza è stata il grande sforzo del Conte 2 ed è l’unica cosa intelligente che la sinistra poteva fare fin dall’inizio. Non piaceva a Renzi e nemmeno a Zingaretti, che è stato restio, ma poi l’abbiamo fatto perchè qualcosa ci accomunava. I 5 Stelle possono essere l’occasione per tornare in piazza per i diritti civili e sociali. Abbiamo sperperato quel tentativo perchè a Renzi non piaceva e ha trovato il modo di spegnerlo per trasferirsi a destra.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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