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IL PROGETTO DI BEPPE GRILLO: UN PARTITO NUOVO GUIDATO DA GIUSEPPE CONTE

Febbraio 7th, 2021 Riccardo Fucile

TRASFORMARE IL M5S DA PARTITO ANTI-SISTEMA A PARTITO MODERATO… LEADER DEL M5S E POSSIBILE CANDIDATO SINDACO DI ROMA

L’epoca dei “vaffa” appartiene al passato. Ora è il tempo della responsabilità . E allora il M5S si appresta a cambiare definitivamente pelle. Beppe Grillo ha in mente un piano: completare la trasformazione dei Cinque Stelle da movimento anti-sistema a partito maturo, moderato e aperto alle istanze liberali come a quelle socialdemocratiche. E affidarne la guida a Giuseppe Conte.
Del progetto di Grillo parla oggi il quotidiano La Stampa in un articolo, firmato da Ilario Lombardo, intitolato “Un nuovo partito post-M5S. Il fondatore: Conte leader”.
“Secondo quanto raccontano fonti del M5S e del Pd, Grillo ne ha parlato con Conte, perchè pensa che sia lui l’uomo giusto per traghettare il Movimento verso la sua ultima e forse definitiva metamorfosi”, si legge nell’articolo.
In termini di contenuti politici, il piano del fondatore del Movimento poggerebbe su una parola chiave: “sostenibilità ”.
Non sarebbero un caso i continui riferimenti dello stesso Conte, negli ultimi tempi, a una “coalizione dello sviluppo sostenibile”. E un altro indizio in questo senso arriva dall’articolo pubblicato ieri da Grillo sul suo blog, nel quale viene illustrato una sorta di mini-piano canvprogrammatico, in cui spicca l’istituzione di un “Consiglio superiore dello sviluppo sostenibile”.
Da mesi si parla della possibile nascita di un nuovo partito guidato da Giuseppe Conte. Da Palazzo Chigi hanno sempre smentito, ma le voci non si sono mai placate e con l’esplosione della crisi di governo si sono fatte sempre più insistenti.
Di fronte allo strappo di Matteo Renzi, la prima contromossa di Conte è stato il tentativo di affidarsi a una pattuglia di parlamentari “responsabili”, che — secondo molti analisti e anche in virtù di qualche ammissione dei diretti interessati — avrebbe potuto costituire l’embrione di un nuovo partito imperniato sulla figura dell’avvocato di Volturara Appula.
Quel tentativo è poi fallito e Conte è stato costretto alle dimissioni. Ma non è affatto uscito di scena. Subito dopo aver ricevuto da Mattarella l’incarico a formare un nuovo governo, Mario Draghi ha avuto un lungo colloquio con il premier dimissionario.
E il giorno dopo Conte ha tenuto un’inusuale conferenza stampa davanti a Palazzo Chigi nella quale ha auspicato la nascita di un governo politico e ha rivolto un messaggio “agli amici del Movimento”: “Io ci sono e ci sarò”, ha assicurato l’ormai ex presidente del Consiglio, sottolineando anche l’importanza di dare continuità  all’alleanza strategica con Pd e Leu.
Ieri, sabato 6 febbraio, poco prima che la delegazione M5S fosse ricevuta dallo stesso Draghi per le consultazioni, Conte ha partecipato a un vertice pentastellato a Montecitorio insieme ad altri big, tra cui Grillo, Di Maio e Davide Casaleggio, presidente dell’associazione Rousseau.
Prima di entrare alla riunione i giornalisti hanno chiesto a Conte se sarà  lui il nuovo leader del Movimento e lui ha risposto: “Non mi risulta”. Di Maio ha invece commentato la partecipazione al summit del premier dimissionario con un “la famiglia si allarga” che a molti è suonato come una benedizione per la futura leadership.
Poche ore dopo, riferendo alla stampa dopo le consultazioni con Draghi, il capo reggente del M5S Vito Crimi — che nei giorni precedenti aveva detto un categorico No al nuovo governo guidato dall’ex Bce — ha dichiarato che i Cinque Stelle sono pronti a far parte dell’esecutivo auspicando che si tratti un “governo politico” a partire dalla precedente maggioranza giallorossa.
Secondo alcune indiscrezioni di stampa, Conte potrebbe entrare come ministro nella squadra di Draghi. Altri lo vedono come prossimo candidato sindaco a Roma della coalizione M5S-Pd-Leu.Nell’ultimo anno i vertici dem   hanno più volte rimarcato la centralità  della figura di Conte come federatore della coalizione. L’”avvocato del popolo” — di formazione cattolica — viene descritto come un nuovo Romano Prodi da piazzare alla guida di in una sorta di Ulivo 4.0 con la
partecipazione dei Cinque Stelle.
Conte, insomma, sembra destinato a restare in politico con un ruolo di primo piano. Nelle prossime settimane — o forse già  nei prossimi giorni, visto che martedì si decide sulla nuova leadership collegiale del M5S — sapremo se sarà  il nuovo leader del nuovo Movimento 5 Stelle.

(da agenzie)

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GRILLO E LE FRAGOLE MATURE

Febbraio 7th, 2021 Riccardo Fucile

E’ SCESO A ROMA PER CONVINCERE I PARLAMENTARI E FAR RIENTRARE IL DISSENSO… MA IL VOTO SU ROUSSEAU SE LO SONO DIMENTICATI?

Fuori dalla Camera è un viavai di auto blu nel disinteresse generale se non quello dei cronisti, uno a uno i big del Movimento entrano dall’ingresso dei gruppi parlamentari e si dirigono in sala Tatarella. Poi arriva anche Beppe Grillo, il suo ruolo è chiaro: guidare i suoi ragazzi, che ragazzi non sono più da un pezzo, verso l’ultima tappa di questa legislatura che ha visto i 5 Stelle abbattere tutti i propri tabù, ovvero il sì alla grande coalizione.
Prima dell’incontro con Mario Draghi il fondatore e garante arringa i suoi, o meglio, una parte dei suoi: i direttivi di Camera e Senato, Vito Crimi, gli ex ministri dello scorso governo, Davide Casaleggio (accompagnato dalla inseparabile Enrica Sabatini) e Giuseppe Conte.
“Non dobbiamo far contenti tutti perchè è impossibile, ma tentiamo di non spaccarci”, dice il comico genovese. Sul suo blog un paio d’ore prima aveva pubblicato un post, uno di quelli dove si tenta di volare alto, propone il ministero per la transizione ecologica, parla di giovani e futuro; con un conclusivo e indicativo “le fragole sono mature”, ripetuto due volte.
Tutti sanno e tutti sono preparati: Grillo è lì per benedire il presidente del Consiglio in pectore, lo fa insistendo sul fatto che non sarà  un esecutivo di austerità , che non si può restare a guardare gli altri che prendono e spendono i soldi del recovery fund ma che anzi, i 5 Stelle devono imporre la propria visione. Il fondatore è un fiume in piena, come in uno spettacolo le grida di incoraggiamento si sentono da fuori. Luigi Di Maio ascolta, non prende la parola, idem Casaleggio.
La senatrice Vilma Moronese invece sì, si prende la briga di riportare i malumori, quasi le lacerazioni interiori, di molti. Fa un intervento accorato, quasi una supplica a tenere bene in mente la difficoltà .
L’intervento finale, prima dell’appuntamento con Draghi, è quello di Conte: “Non dobbiamo buttare via il percorso di maturazione fatto”, sottolinea il premier uscente. Se farà  parte del nuovo governo non si sa, “io ci penserò alla fine, ma è davvero l’ultima cosa che si decide”, assicura.
Nel frattempo chiama anche Roberto Fico, prima parla con Grillo, poi con Conte: la terza carica dello Stato si sincera che tutto fili liscio.
La riunione finisce così, non si decide però se l’ultima parola toccherà  a Rousseau. Grillo corre da Draghi e nella sala intitolata al dirigente dell’Msi arrivano alcuni parlamentari rimasti a Roma ed ex sottosegretari, da Paola Taverna a uno dei primissimi a esprimersi pro-Draghi come Sergio Battelli; c’è la fila per parlare con il primo ministro uscente, che rimane lì fino al termine della relazione post-consultazioni di Crimi in sala della Regina.
A poche decine di metri di distanza stava andando in onda lo show privato dell'”elevato” con l’ex banchiere centrale, due mondi lontani ma che in questi tempi strani sembrano quasi avere un feeling particolare. “Ovviamente dei 46 minuti lì dentro per 45 ha parlato Beppe”, riporta più tardi Crimi.
“Devi far fuori il killer pugnalatore seriale!”, il consiglio spassionato del comico al già  presidente della Bce.

(da “La Repubblica”)

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EX AN CONTRO IL NO DELLA MELONI A DRAGHI: “E UN SUICIDIO POLITICO, SIGNIFICA PORTARE I VOTI DI FDI NEL FRIGO”

Febbraio 6th, 2021 Riccardo Fucile

L’APPELLO DI 24 ESPONENTI DEL VECCHIO PARTITO, DA LANDOLFI A BECCALOSSI… VOLANO GLI STRACCI TRA SEDICENTI PATRIOTI SOVRANISTI E FAN DEL TREDICESIMO APOSTOLO

Cresce il malumore nella destra che fu: da Beccalossi a Landolfi, l’appello di 24 Mario Landolfi, ex ministro delle Comunicazioni, uno degli ex colonnelli di Gianfranco Fini, la dice così: “Oggi è come una guerra e ci sarà  chi l’ha combattuta e chi no. Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia devono combatterla. Non appoggiare Draghi è un suicidio politico, è portare i voti nel frigo”.
Nella destra che fu – poi sparpagliata in vari rivoli –   c’è molto malumore per il no di Meloni a Draghi.
Al punto che un gruppo di 24 ex An, che si riconoscono nell’associazione Rifare Italia – e capitanati dalla consigliera regionale lombarda ex Fdl, Viviana Beccalossi –   ha inviato una lettera-appello a Meloni perchè ci ripensi. Non solo.
Sui social il dibattito si accende. Guido Crosetto, uno dei fondatori di Fratelli d’Italia, sostiene la posizione di Meloni. Francesco Storace, vice direttore del Tempo, lo bacchetta.
Daniela Santanchè, senatrice e coordinatrice lombarda di Fratelli d’Italia, convintamente sostiene la coerenza del no: “Saremo l’opposizione patriottica”.
E via così, fino ad accapigliarsi sul sondaggio di Pagnoncelli sul Corriere della sera, che fotografa un elettorato di Fdl al 50% a favore del sostegno a Draghi da parte di tutte le forze, senza esclusione.
Nella lettera dell’associazione “Rifare Italia”-   nata su iniziativa tra gli altri di Landolfi per il no al referendum sul taglio dei parlamentari – è scritto: “Ventisette anni fa nasceva la destra di governo”. Era il marzo del 1994 (nel gennaio ci sarebbe stato il congresso di Fiuggi) e per la prima volta compare il simbolo Msi-An.
Quindi “ventisette anni dopo sarebbe irragionevole assistere alla regressione di quella svolta storica astenendosi o addirittura negando la fiducia al costituendo governo guidato da Mario Draghi. Tanto più se si considera che allo stesso è affidata l’imponente missione di ricostruire una nazione funestata dalla pandemia e dalla crisi economica”.
La strada da imboccare è un’altra per gli ex aennini, che ricordano a Meloni   l’eredità  che Fratelli d’Italia non deve dimenticare. “Ostinarsi a invocare elezioni anticipate in un contesto come quello appena tratteggiato rischia di apparire come una fuga dalle responsabilità . Un atteggiamento che mal s’attaglierebbe a chi dice di avere il patriottismo nel proprio Dna politico-culturale. Per questo ci ostiniamo a ritenere non ancora definitivo l’annunciato no o la ventilata o la ventilata astensione di Fdl al governo Draghi. Ritirarsi sotto la tenda e di lì abbaiare alla luna equivarrebbe a un suicidio culturale, morale e politico. Un atteggiamento che gli italiani di oggi non capirebbero e che quelli di domani non mancherebbero di condannare”.
Gli ex aennini avvertono che “l’utilizzo di ingenti risorse europee richiederanno un forte processo di riforme e di innovazione. Da cui la destra non può escludersi, affinchè tutto avvenga finalmente fuori dalle logiche clientelari che hanno caratterizzato il precedente esecutivo. In questo caso il tentativo affidato a Draghi è autenticamente patriottico: chiunque vi parteciperà , contribuendo al suo successo, avrà  dato prova concreta di riuscire ad anteporre la nazione alla fazione”.
Ed ecco le firme, molti ex parlamentari della destra come Giorgio Bornacin, Antonio Cilento, Massimo Corsaro, Giovanni Collino, Nicola Cristaldi e poi Fabio Chiosi, Andrea Fluttero, Gennaro Malgeri, Lucio Marengo, Matteo Masiello, Giuseppe Menardi, Leo Merola, Riccardo Migliori, Giovanni Miozzi, l’ex presidente della Provincia di Roma Silvano Moffa, Sabino Morano, Franco Nappi, Rosario Polizzi, Cosimo Proietti, Daniele Toto, Vincenzo Zaccheo, Marco Zacchera.
Su Twitter, Crosetto invece rilancia la scelta: “Veramente qualcuno preferirebbe che non ci fosse alcuna opposizione parlamentare? Mi pare che la posizione di Giorgia Meloni sia seria e coerente, qualsiasi governo vorrebbe avere una opposizione così”.
Storace contrattacca: “Se Fdl fosse entrata, l’opposizione sarebbe stata a sinistra”. Santanchè, dal canto suo: “Capisco che la coerenza è fuori moda: Draghi è un fuoriclasse, ma noi con Boldrini, Zingaretti e Di Maio non ci stiamo. Però se farà  cose che condividiamo, le voteremo”.

(da “La Repubblica”)

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FRAGOLE, URLA E MINACCE VELATE: IL SABATO DI FUOCO DI GRILLO PER CONVINCERE IL M5S A DIRE SI’ A DRAGHI

Febbraio 6th, 2021 Riccardo Fucile

UN MONOLOGO DI 45 MINUTI PER CATECHIZZARE I PARLAMENTARI

Il colloquio tra il presidente incaricato Mario Draghi e la delegazione del M5s guidata da Beppe Grillo è stato il più lungo del primo giro di consultazioni. C’è da sperare, però, che Grillo non abbia usato con Draghi lo stesso tono di voce adoperato durante il vertice preparatorio con i ministri uscenti e i gruppi parlamentari pentastellati.
Un monologo durato 45 minuti, nel corso del quale a un certo punto le urla del comico si sono sentite anche in strada, sotto le finestre della sala Tatarella di Montecitorio.
E pensare che la mattinata era partita con un lungo post sul suo blog, a metà  tra il bucolico e il programmatico, dal titolo: In alto i profili. Da un lato «le fragole sono mature», scriveva infatti Grillo. Per poi snocciolare dall’altro lato un lungo elenco di priorità  su cui il governo Draghi dovrebbe concentrarsi per ottenere l’appoggio del M5s. Tra queste, la creazione di un «ministero per la Transizione ecologica», al quale affidare la politica energetica nazionale (e magari anche la raccolta della fragole).
Grillo, che ha lasciato Roma già  oggi, durante il vertice pentastellato a Montecitorio avrebbe invitato tutti i presenti a restare uniti, puntando su temi identitari e sul futuro stesso del partito, che in parlamento è ancora la forza politica più numerosa grazie ai risultati raccolti alle elezioni del 2018.
Le urla del garante devono aver sortito il loro effetto, tant’è che dai presenti non è filtrato quasi nulla sui contenuti della riunione. Bocche cucite, «altrimenti Beppe si arrabbia», hanno spiegato alcuni di loro all’agenzia di stampa AdnKronos.
Silenzio totale, invece, da parte di Davide Casaleggio, anche lui presente al vertice. Il presidente dell’associazione Rousseau non avrebbe proferito verbo, limitandosi ad ascoltare il monologo di Grillo e gli interventi degli altri. Avrebbe poi lasciato la Camera prima della fine delle consultazioni con Draghi.
Ma la giornata politico-mediatica di Grillo non è finita qui. Anzi, ha registrato un’altra svolta repentina, come una coperta double face. Terminato il colloquio con Draghi, infatti, il suo tono di voce si è fatto decisamente più serafico. E su Facebook gli è partita una citazione del filosofo greco Platone: «Non conosco una via infallibile per il successo, ma una per l’insuccesso sicuro: voler accontentare tutti».
Un messaggio che ha il sapore di un Maalox, destinato innanzitutto a chi, come Alessandro Di Battista, un governo guidato da Draghi con la partecipazione del M5s, del Pd e di Forza Italia, proprio non riuscirebbe a “digerirlo”.

(da “Huffingtonpost”)

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GRILLO GUIDA IL M5S NELLA GRANDE AMMUCCHIATA

Febbraio 6th, 2021 Riccardo Fucile

DA DRAGHI GARANZIE SUL REDDITO DI CITTADINANZA… LA SCISSIONE CI SARA’, IL VOTO SU ROUSSEAU NON SI SA

Beppe Grillo ha scelto: “Mario Draghi è la soluzione migliore per questo paese, tra crisi sanitaria e crisi economica siamo sull’orlo del baratro, dobbiamo portare i nostri temi al tavolo di questo governo, vigilare sui soldi del Recovery fund”.
Questo il cuore del suo discorso all’ultimo piano del palazzo dei gruppi parlamentari, dove ha riunito intorno a sè tutto lo stato maggiore del Movimento 5 stelle.
Raccontano di cinquanta minuti di puro show, sopra le righe, come è nelle sue corde, un monologo con fatica inframezzato dagli interventi di chi era seduto attorno al tavolo, da Luigi Di Maio a Vito Crimi, da Stefano Patuanelli ad Alfonso Bonafede, oltre ai capigruppo che insieme al capo politico componevano la delegazione di governo.
Non c’è stato bisogno di convincere Luigi Di Maio, il primo ministro uscente a seguire Stefano Buffagni, il primo della compagine governativa ad aprire al presidente incaricato, definendo il suo come un profilo “inattaccabile”.
Nessuno sforzo anche con Roberto Fico, che si è collegato telefonicamente e ha convenuto: “Non possiamo stare a guardare, dobbiamo esserci, far pesare i nostri numeri e influenzare la gestione del Recovery plan.
Formalmente Giuseppe Conte è ancora il premier in carica per il disbrigo degli affari correnti, ma ha voluto bruciare le tappe del suo esordio da leader politico, sedendosi al tavolo con i maggiorenti 5 stelle.
“Oggi la famiglia si allarga”, lo ha accolto Di Maio, cercando di allontanare i sospetti di una malcelata competizione al vertice. Perchè Conte il leader lo vuole fare, di cosa, se del Movimento o della coalizione, o magari di entrambi, ancora non è chiaro. Ma il piglio da uno che non ha nessuna intenzione di tornare a fare lezione nella sua università  di Firenze è stato chiaro. “Bisogna vedere quale sarà  il perimetro della maggioranza, questo è un dato importante”, ha detto Conte, tirando un’applauditissima stoccata a Renzi, e spiegando di non avere nessun rammarico, “perchè prima di tutto viene il bene del paese. Aggiungendo inoltre che “per il momento non è importante sapere se io farò parte del governo”, lasciando in sospeso una possibilità  che nelle scorse ore il suo entourage ha smentito.
Prima di incontrare Draghi Grillo spara sul blog un post dei suoi. “Le fragole sono mature”, scrive facendo come spesso gli capita il verso a Radio Londra, elenca una serie di temi: un ministero per la transazione ecologica, un consiglio superiore dello sviluppo sostenibile (definizione che richiama quella con cui Conte ha battezzato appena due giorni fa la coalizione giallorossa), meno imposte alle società  che si impegnano su questo versante, idea che ha mutuato dopo alcune conversazioni con Catia Bastioli, presidente di Terna.
Temi che hanno portato al tavolo con il presidente incaricato, con cui la delegazione pentastellata si è intrattenuta per poco più di un’ora, prima di fermarsi per qualche minuto per concordare una dichiarazione da produrre per i giornalisti.
È chiaro che i 5 stelle puntino a intestarsi i quasi 70 miliardi previsti nel Recovery plan sulla transizione ecologica, ma il punto qualificante è stata la risposta ottenuta sul reddito di cittadinanza. I toni sono morbidi, la pattuglia pentastellata spiega che è disponibile a raddrizzare le storture, a rivedere le cose andate male, ma hanno chiesto garanzie sul fatto che la loro bandiera principale non venga ammainata.
Fondamentale l’apertura di Draghi, che si è detto convinto che misure di sussidio per contrastare l’indigenza siano fondamentali, soprattutto in una fase come questa.
C’è la richiesta di ripartire da quanto di buono fatto dall’ultimo governo, e la necessità  di ripartire dalla stessa maggioranza. Draghi ha ascoltato, prudente, dopo aver salutato mezz’ora prima un Matteo Salvini sorprendentemente iper aperturista, il puzzle sarà  complicato da risolvere.
Soprattutto nella scelta dei ministri, perchè il nodo politico della coesistenza con la Lega sembra essere un problema più del Pd che del M5s. Dice un esponente del governo uscente: “Stiamo dicendo sì a Draghi, ma ti pare che possa essere un problema se c’è qualche ministro con la Lega, con la quale abbiamo già  governato?”.
Dopo il colloquio un parlamentare molto influente osserva: “Se il nuovo premier non smonta il reddito ed è aperto sull’importanza dei fondi stanziati sullo sviluppo sostenibile e la transizione ecologica è un’opportunità  straordinaria di far legittimare i nostri temi”.
Esce Crimi per una dichiarazione lunga e un po’ involuta. “Abbiamo ribadito a Draghi che abbiamo consapevolezza della situazione in cui sta al paese, con la necessità  di avere al più presto possibile di un governo”.
Chiede di ripartire dalla maggioranza giallorossa, usa formule paludate e tutt’altro che grillesche per sostenere che “c’è la nostra disponibilità  a valutare se ci sono condizioni per la nascita di un nuovo esecutivo”.
“Ma qual è la linea, non si capisce nulla”, chiede praticamente in diretta un deputato, poco prima che il capo politico reggente la definisca nei suoi contorni: “Se si formerà  un governo noi ci saremo con lealtà . La responsabilità  viene prima del consenso, siamo pronti a superare ogni cosa per il bene del paese”.
La scissione è ormai messa in conto, non è una possibilità , ma quel che si sa che accadrà  di qui a qualche settimana. È un problema di quanto, e non di quando, mentre chi fino a ieri era tetragono nel suo no oggi lo mette in discussione.
Ecco la pasionaria Barbara Lezzi, che passa dal no al sì, per ora solo a “un governo a tempo”, domani chissà .
Ecco Nicola Morra, che si appella all’unità  dicendo che “se si cambia si può ricominciare, si può anche stupire”. Continua a martellare Alessandro Di Battista: “Io non ho cambiato idea, non potrò mai avallare questa accozzaglia”.
L’ex deputato romano è il più duro, ma a chi lo ha sentito ha spiegato di non volerne fare una questione di aut aut sulla sua permanenza nel Movimento, non smentendo nè confermando, con un lapidario “io combatto per il no”.
Dopo l’incontro Grillo fila via, si materializza su Facebook citando Platone: “Non conosco una via infallibile per il successo, ma una per l’insuccesso sicuro: voler accontentare tutti”. La scissione è messa in conto. Il problema è quanto, non quando.

(da “Huffingtonpost”)

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OTTO TECNICI E DODICI POLITICI, LA SQUADRA DI DRAGHI DIVENTA UN’AMMUCCHIATA: VENTI MINISTRI, DUE PER PARTITO

Febbraio 6th, 2021 Riccardo Fucile

CONTE ESTERI O GIUSTIZIA, PATUANELLI E DI MAIO… NEL PD IN POLE FRANCESCHINI, ORLANDO E GUERINI…GIORGETTI E MOLINARI SE ENTRA LA LEGA

Un governo con venti ministri: otto tecnici e dodici politici. Lo schema circola già  sui tavoli della Camera, è oggetto di ragionamento dei leader di partito, ed è un’ipotesi di lavoro “concreta” che fa seguito alla disponibilità  del premier incaricato Mario Draghi ad aprire la sua squadra ai rappresentanti delle forze che lo sostengono, per consolidare la maggioranza e, perchè no, per dare un segnale non ostile a un Parlamento che in parte si è sentito commissariato dall’avvento dell’ex presidente della Bce.
Draghi, sia chiaro, non ha ancora messo mano alla squadra, ma prima che finisca il primo giro di consultazioni (e si entri probabilmente in un secondo), gli ufficiali di collegamento fra lui e lo schieramento che dovrà  sostenerlo hanno disegnato il mix “perfetto”.
Che è poi un tentativo di conciliare il pragmatismo di “Supermario”, che non rinuncerà  all’apporto di esterni di fiducia nei posti chiave dell’esecutivo, e il caro vecchio manuale Cencelli.
I 12 posti per i politici, infatti, riflettono il peso dei singoli partiti che dovrebbero sostenere Draghi: 3 ai 5Stelle, 2 a testa per Pd, Fi e Lega, uno per Italia Viva e Leu, uno per i gruppi minori.
Le incognite sono tante, e la prima riguarda ovviamente la presenza contemporanea di esponenti di soggetti politici finora lontanissimi. Ma nessuno vuole rinunciare a metterci la faccia, se l’operazione si compirà .
Neppure la Lega, come ha fatto sapere Salvini, e il Carroccio due nomi da offrire a Draghi li avrebbe già : quello di Giancarlo Giorgetti, il grande sponsor dell’ingresso in maggioranza, e quello del capogruppo alla Camera Riccardo Molinari.
Giorgetti, in ottimi rapporti con Draghi, potrebbe andare allo Sviluppo economico, se non all’Economia. Ma per il dicastero di via XX settembre Draghi punta su un tecnico (un dirigente di Bankitalia come Daniele Franco o Federico Signorini, Dario Scannapieco della Bei), anche per dare un senso al sacrificio di un politico stimato come l’uscente del Pd Roberto Gualtieri, che rumors (da lui smentiti) vorrebbero in corsa come sindaco di Roma.
Per i 5 Stelle si profila un tris sorprendente: Giuseppe Conte presta sempre più l’orecchio a chi gli suggerisce di passare dal ruolo di premier a quello di ministro del governo successivo (come fece per ultimo Lamberto Dini nel 1996). Ma l’ipotesi più naturale, quella degli Esteri, cozza con le brame di riconferma di Luigi Di Maio. E allora si affaccia un’alternativa suggestiva: l'”avvocato del popolo” alla Giustizia, terreno di scontro su cui è caduto il suo governo. Ma per il ruolo di Guardasigilli è in lizza un tecnico di valore come l’ex presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia. Il terzo nome dei 5S potrebbe essere quello di Stefano Patuanelli, che garantirebbe la tenuta del gruppo al Senato.
Il Pd è appeso alle decisioni del suo segretario, Nicola Zingaretti, che non ha confermato (ma neppure escluso) di volere entrare nel governo Draghi, scelta che comporterebbe le dimissioni dalla presidenza della Regione Lazio.
Dal destino di Zingaretti dipende quello di Andrea Orlando, che potrebbe succedergli alla guida del partito o fare il ministro. Altre due figure di peso attendono l’evolversi degli eventi: una è quella di Dario Franceschini, che potrebbe mantenere un posto nell’esecutivo o spostarsi verso un incarico istituzionale, come la presidenza della Camera, in una variante allo schema che vedrebbe M5S proporre per la squadra di Draghi il nome di Roberto Fico.
L’altro capocorrente del Pd in bilico è il ministro della Difesa uscente Lorenzo Guerini, cui però potrebbe essere chiesto di ricoprire la delicata carica di sottosegretario con delega ai Servizi.
Ruolo per cui sarebbe in corsa anche l’ex capo della Polizia Alessandro Pansa: l’alternativa di peso per lui sarebbe la delega agli Interni, che Draghi vuole affidare a un esterno (e in pole rimane l’uscente Luciana Lamorgese).
Forza Italia si butta con impeto nell’avventura ed è pronta a mettersi in gioco con una donna (derby fra le capigruppo Gelmini e Bernini) e con il vicepresidente Antonio Tajani.
Leu è intenzionato a confermare Roberto Speranza in un ruolo centrale come la Salute, per Iv almeno un poker di nomi (Faraone, Rosato, Bellanova, Bonetti). E del team di Draghi potrebbe far parte anche un esponente dei gruppi minori di ispirazione europeista: Bruno Tabacci o Carlo Calenda.
Sempre che alla fine si trovi la quadra, e che questo esperimento tecnico- politico abbia le premesse per funzionare. Alla fine sarà  Draghi, allergico a tempi lunghi e compromessi, a tracciare il volto del suo governo di unità  nazionale. Nella piena autonomia che Mattarella gli ha riconosciuto.

(da La Repubblica”)

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COSA SI NASCONDE DIETRO L’ENNESIMA GIRAVOLTA DI SALVINI SU DRAGHI: ACCREDITARSI COME “MODERATO” PRESSO I POTERI FORTI INTERNAZIONALI E LE CANCELLERIE EUROPEE

Febbraio 6th, 2021 Riccardo Fucile

FONTI LEGA: “DEVE TIMBRARE IL CARTELLINO E MOSTRARSI CON SENSO ISTITUZIONALE PER POTER ASPIRARE A PALAZZO CHIGI”… “INTANTO DRAGHI GLI TOGLIE LE CASTAGNE DAL FUOCO E POI TRA UN ANNO DRAGHI SARA’ AL POSTO DI MATTARELLA”

“La nostra visione dell’Italia sotto molti aspetti coincide”. Matteo Salvini esce dalla consultazione con Mario Draghi visibilmente soddisfatto. La Lega di fatto si considera a bordo del governo, “senza veti”.
“Al centro del confronto — spiega il leader del Carroccio — ci sono stati sviluppo, imprese, crescita, cantieri e turismo. Noi non poniamo condizioni, a differenza di altri che dicono no a Salvini, alla Lega e ai sovranisti”.
“Dobbiamo condividere un pezzo di strada tutti insieme — sottolinea -, un pezzo di strada che evidentemente non sarà  lungo. E poi torneremo a confrontarci alle elezioni.
Perchè questa svolta improvvisa da parte del leader leghista?
“Perchè, senza ‘timbrare il cartellino’ ora, per Matteo non sarebbe stato possibile approdare in futuro a Palazzo Chigi”, spiegano dall’inner circle del Capitano. Insomma, l’operazione Draghi serve a Salvini per avere piena legittimazione agli occhi dei poteri forti nazionali e, soprattutto internazionali (Vaticano compreso), tanto più ora che il trumpismo è in via di estinzione e il partito cerca nuove sponde.
La Lega, dunque, partecipando al Governo Draghi vorrà  dimostrare di avere senso istituzionale e capacità  di governo: un modo anche per prepararsi a guidare il centrodestra per tranquillizzare grandi investitori e cancellerie internazionali, a cominciare da quelle di Parigi e Berlino.
In più, fanno notare le medesime fonti, Mario Draghi, mettendo in sicurezza il paese, toglierà  le castagne dal fuoco a qualsiasi governo verrà  dopo di lui.
Insomma, continuano da via Bellerio: “Matteo ha capito che soltanto dopo aver dato una mano a Mario Draghi potrà  aspirare a guidare il Paese da Palazzo Chigi, magari ricevendo l’incarico proprio dalle mani dello stesso Draghi che nel frattempo potrebbe essere salito al Quirinale”.
E farselo nemico non sarebbe certo stata una buona mossa politica.Ecco cosa si nasconde dietro la svolta della Lega su Draghi: qual è il vero obiettivo di Matteo Salvini

(da TPI)

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ELLY SCHLEIN APPREZZA DRAGHI, MA METTE I PALETTI: “NON C’E’ SPAZIO PER I SOVRANISTI”

Febbraio 6th, 2021 Riccardo Fucile

“LE PRIORITA’ DELL’ITALIA SONO INCOMPATIBILI CON LE POSIZIONI ANTI-EUROPEISTE DELLA LEGA”… E’ UNA DEI POCHI POLITICI DI SINISTRA CHE HA UNA VISIONE E NON PENSA ALLE POLTRONE

Non una chiusura ma nemmeno un’apertura al buio: “Draghi è una figura indiscutibilmente di alto profilo, ma prima di giudicare il nuovo governo bisogna capire quali saranno il programma e la composizione”.
Così Elly Schlein, vicepresidente della Regione Emilia-Romagna. “Non ho mai pensato – aggiunge – che destra e sinistra siano categorie superate. E nei prossimi mesi serviranno precise scelte politiche. Le priorità  dell’Italia, a partire dal contrasto a disuguaglianze, precarietà  e crisi climatica, così come quelle del Recovery Fund, sono incompatibili con le posizioni euroscettiche della Lega”.
E se la Lega insistesse? “Se il programma del premier punta su ciò che serve al Paese non c’è spazio per la destra sovranista”, sottolinea.
Quali sono le priorità ? “Sanità , scuola pubblica, vaccini. Cosa si vuol fare sul blocco dei licenziamenti e degli sfratti? L’emergenza sociale provocata dal Covid impone scelte coraggiose”, evidenzia.
“Penso che bisogna fare in fretta, perchè i problemi sono enormi e non possono aspettare”. Come si è arrivati a questo? “Con una crisi al buio aperta irresponsabilmente da Italia Viva. Matteo Renzi ha tentato di fare saltare l’asse Pd-Leu-M5S, e quindi Giuseppe Conte. Una crisi che la gente ha fatto fatica a capire, e che ha avvertito come cinica”, spiega.
Il centrosinistra ne esce ammaccato? “È importante che l’asse Pd-Leu-M5S tenga e decida insieme. Non perchè sia sufficiente, ma perchè al suo interno già  tanti condividono una visione del futuro, e dovranno alzare la voce su redistribuzione delle ricchezze, del sapere e delle potere”, conclude. –

(da Globalist)

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UN GOVERNO “POLITICO” NON PUO’ MAI ESSERE UN GOVERNO DI TUTTI

Febbraio 6th, 2021 Riccardo Fucile

UN GOVERNO ISTITUZIONALE DEVE SOLO AFFRONTARE L’EMERGENZA PANDEMIA E LA LEGGE ELETTORALE, POI SI DEVE VOTARE… UN GOVERNO POLITICO CON TUTTI DENTRO E’ UN PARADOSSO: COME SI FA A GESTIRE IL RECOVERY CON IDEE E VALORI DIFFERENTI?

Un governo politico non può essere mai il governo di tutti. E’ un paradosso. Il concetto stesso di “politico” presuppone un insieme coerente di idee e di proposte progettuali che concorrono a comporre una visione di società    cui tendere tramite azioni socio-economiche da mettere in atto in un certo lasso di tempo, che ci si augura sia quello di legislatura.
Un governo politico, dunque, ha un indirizzo ed un verso e si muove in un’area   precisa di valori.
Per questa sua stessa natura il “governo politico” è decisamente inconciliabile con “un governo di tutti” nazionale, trasversale o istituzionale, che sia.
Altrimenti non è “politico” semplicemente.
Il così detto “governo del Presidente” o anche detto “governo   nazionale” è,   al contrario, un governo emergenziale, con un preciso ma limitato obiettivo (in questo caso contingente): – superare la fase cronica della pandemia e della campagna vaccinale, predisporre una legge elettorale coerente con il taglio del numero dei parlamentari e andare alle elezioni –   Stop.
In questo quadro   risulta evidentemente impossibile pensare che “un governo di tutti” possa giungere ad una univoca e coerente definizione delle “scelte politiche” necessarie al Recovery Plan, che è un atto assolutamente e squisitamente politico e di visione, che si deve basare su scelte strutturali, per il rilancio socio economico del nostro paese, in un arco temporale di diversi decenni.
Quindi, sinceramente non so proprio di cosa parlate quando parlate di “governo politico” se a questo governo non date confini e non date perimetri e precise definizioni di area, soprattutto poi se vi vantate di volerne fare un “governo politico di legislatura”.
Tutti dentro, tutti con i propri progetti politici e i propri temi divergenti, ogni uno a tirare verso la propria parte di visione; ma se tutti tirano verso direzioni differenti e divergenti   la situazione che si viene a   verificare è una, l’immobilismo, nella migliore delle ipotesi, oppure un’ altra,   il deflagrare di alcune parti miseramente nel prevalere di altre.
Un suicido politico, dunque, per le parti politicamente più deboli, e un suicidio della politica stessa nel suo significato valoriale, e temo anche un suicidio per il paese, poichè senza una direzione, un verso ed un orizzonte non si procede.
In sintesi, il governo, se deve essere   “politico” deve avere una precisa area, se deve essere “istituzionale” deve avere un preciso tempo, strettamente funzionale ad andare alle elezioni.
L’orizzonte a cui puntare quando ci si mette in cammino non può che essere uno se si vuole davvero procedere in una direzione.

(da “Huffingtonpost”)

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