Ottobre 30th, 2017 Riccardo Fucile
PAURA E SOLIDARIETA’, MA FAVOREVOLI ALLA CITTADINANZA… PER L’ACCOGLIENZA IL 53,7%, CONTRO IL 16,7%… GIOVANI E ISTRUITI A FAVORE, RINCOGLIONITI E IGNORANTI CONTRO
I fenomeni migratori sono sempre più marcati dal segno del dubbio. Anche l’Italia, come il resto dell’Europa e del mondo occidentale, guarda ai migranti con un misto di timore e paura e, nello stesso tempo, di solidarietà e desiderio di aiutare. Solo che, per una parte crescente della popolazione, tendono a prevalere le prime istanze. Non sono prevalenti, ma crescono le emozioni ostili.
Sentimenti che si alimentano dell’amplificazione delle notizie, mentre gli esponenti politici sono pronti a cavalcare il malessere di parti della popolazione, esasperando ed esacerbando la polemica.
Si fatica ad affrontare il tema migratorio in modo pragmatico, senza farsi condizionare dal consenso immediato così come da atteggiamenti moralistici.
Da ultimo, è sufficiente rinviare al dibattito sviluppatosi attorno al tema della legge sull’integrazione dei figli dei migranti presenti in Italia (lo «ius soli») per avere la misura delle difficoltà che attraversano la classe dirigente: si rinvia la decisione per i timori legati al consenso alle prossime scadenze elettorali.
Insomma, non esercita il ruolo per cui è stata eletta: la responsabilità .
Il risultato è che se ne parla in modo gridato, raramente pacato e senza essere prigionieri degli stereotipi.
Sia chiaro: il fenomeno è complesso e contiene tanto questioni legate alla convivenza quanto le risorse di culture e competenze che sostengono la nostra economia e le nostre famiglie. Ma più si rimandano le soluzioni, maggiore è il problema.
Quanto siano mutate le percezioni degli italiani verso gli immigrati e quali siano gli orientamenti verso l’ipotetica legge sull’integrazione dei figli dei migranti è l’oggetto della rilevazione di Community Media Research*, in collaborazione con Intesa Sanpaolo per «La Stampa». Prendiamo le mosse da un dato di conoscenza oggettiva.
Gli italiani sanno quanti sono i migranti regolarmente residenti in Italia?
Solo un terzo (37,4%) risponde correttamente: come rileva l’Istat, sono 5.026.153. Poco più della metà (56,7%) sottostima il fenomeno (fino a 3 milioni), il restante 5,9% immagina ve ne siano oltre 10 milioni.
E qual è la religione più diffusa fra i migranti?
Solo poco più di un terzo (38,4%) risponde correttamente: quella cristiana (secondo l’Istat il 56,4% appartiene a questa religione), mentre la maggioranza crede siano soprattutto musulmani (56,8%).
Se sommiamo le due risposte, otteniamo che i «conoscitori» (chi risponde correttamente alle due domande) sono solo il 13,7%.
Presenta una «conoscenza parziale» (sbaglia una delle due) il 48,5%, mentre il 37,8% è un «non conoscitore» (con entrambe le risposte errate).
Questo livello di scarsa conoscenza non può non inficiare le opinioni. Ma andiamo per ordine.
Non c’è dubbio che fra il 2013 e oggi le percezioni degli italiani verso gli immigrati virino verso un sentimento negativo.
Se escludiamo l’opinione per cui chi delinque non ha distinzioni di cittadinanza, diminuisce ma resta indubbiamente alta l’idea che gli immigrati favoriscano la nostra apertura culturale (58,8%, era il 72,7%), così come siano una risorsa per l’economia (57,2%, era il 72,5%).
Per contro, lievitano le percezioni che siano una minaccia per la sicurezza individuale (31,4% dal 19,6%), un pericolo per le tradizioni (30,2%, era il 20,1%), una minaccia per l’occupazione (30,0% dal 21,2%).
Sommando queste opinioni, otteniamo che gli «accoglienti» (ovvero chi offre solo risposte positive) sono la maggioranza degli italiani (53,7%), in sensibile calo però rispetto al 2013 (66,1%).
Più che diminuire gli «ambivalenti» (29,6%, erano il 28,8%) – le cui risposte mettono l’accento ora su dimensioni positive, ora negative verso i migranti – aumenta la quota degli «avversi» (16,7%, era il 5,1%), che attribuiscono agli stranieri solo valenze negative.
Le generazioni più giovani, gli studenti e chi possiede una laurea manifesta orientamenti di maggiore apertura, mentre anziani, chi ha un basso titolo di studio e chi è ai margini del mercato del lavoro ha umori più negativi.
Ma è rilevante sottolineare come un’inclinazione di apertura o chiusura sia collegata con il livello di conoscenza posseduto del fenomeno. Quanto più lo si conosce, maggiore è l’orientamento accogliente verso gli immigrati.
Tuttavia, il mutare (in peggio) del «sentiment» verso gli stranieri fa cambiare la predisposizione verso un’ipotesi di legge?
Può apparire paradossale, ma la risposta è negativa.
Fra «ius soli» (30,9%, era il 29,3%) e «ius sanguinis» (21,6%, era il 20,4%), rimane prevalente l’idea di una cittadinanza proattiva da parte del migrante e a condizione di un percorso di acquisizione e adesione ai valori e alla cultura italiana (47,5%, era il 45,0%).
Solo il 5,4% non darebbe la cittadinanza ad alcuno.
Se serpeggia, ed è in crescita, un sentimento di ostilità verso i migranti, nello stesso tempo permane quindi la domanda di regolare l’integrazione degli immigrati, a cui solo la politica può dare risposta.
Se fosse disposta ad assumere, più che il consenso elettorale immediato, il criterio del bene comune.
(da “La Stampa”)
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Ottobre 27th, 2017 Riccardo Fucile
ISTAT: “TRA 50 ANNI UN TERZO DELLA POPOLAZIONE SARA’ DI ORIGINE STRANIERA”… CONTRIBUISCONO ALL’8,8% DEL PIL, IL TASSO DI CRIMINALITA’ E’ PIU’ BASSO DI QUELLO DEGLI ITALIANI
Da Nord a Sud, le culle della penisola si riempiono di ‘nuovi italiani’. 
A Milano e a Roma circa 500 nuovi nati al mese hanno genitori stranieri ed è boom di figli di immigrati anche nei reparti di ostetricia di Prato, Piacenza, Modena, Parma, Mantova, Ravenna, Brescia, Alessandria, Cremona, Lodi, Pavia, Bologna, Reggio Emilia e Asti.
Qui i i bimbi di origine straniera sono oltre un quinto del totale dei nuovi nati. Non solo. Da Paese-corridoio per raggiungere il Nord Europa, il nostro si sta trasformando sempre più in un Paese-destinazione: sono ben 14 milioni i potenziali migranti diretti verso l’Italia, mentre i residenti stranieri con permesso di lungo periodo sono ormai la stragrande maggioranza (63%).
Sono queste alcune novità contenute nel Dossier Statistico Immigrazione 2017, curato dal Centro studi e ricerche IDOS con il Centro studi Confronti.
Il pianeta immigrazione.
Il Dossier, in 480 pagine piene di dati e tabelle, calcola la presenza straniera regolare (immigrati residenti con una qualche forma di permesso di soggiorno) complessiva in 5.359.000 persone, una cifra quasi identica a quella degli italiani residenti all’estero, che sono oggi 5.383.199.
Tra il 2007 e il 2016 la popolazione straniera residente in Italia è aumentata di 2.023.317 persone.
“L’ulteriore rinvio della riforma della legge 81/1992 sulla cittadinanza risulta ancora più inescusabile – scrivono in proposito i curatori del Dossier – se si tiene conto dell’elevata quota di giovani stranieri nati in Italia”.
Secondo le previsioni demografiche dell’Istat, nel 2065 potrebbero essere 14,1 milioni i residenti stranieri e 7,6 milioni i cittadini italiani di origine straniera: nell’insieme, dunque, più di un terzo della popolazione.
Destinazione Italia.
Secondo un’indagine internazionale condotta da Gallup nel 2017, un terzo della popolazione subsahariana e un quarto dei residenti nell’Europa non comunitaria vorrebbero emigrare. Nel gruppo dei Paesi mete possibili di questi potenziali flussi si colloca anche l’Italia: sono 14 milioni i migranti – sempre potenziali – che sceglierebbero il nostro Paese, che si piazza al 9° posto tra tutte le destinazioni.
Il “tesoro” degli immigrati.
Nel 2015 gli occupati stranieri hanno prodotto una ricchezza di 127 miliardi di euro, vale a dire l’8,8% del Pil, ed hanno dichiarato in media redditi di 11.752 euro annui a testa, pari a un totale di 27,3 miliardi di euro.
Hanno inoltre versato Irpef per 3,2 miliardi, in media 2.265 euro a testa (gli italiani 5.178).
“Continua così a essere notevole – rileva il Dossier Idos – il beneficio finanziario assicurato dagli immigrati ai conti pubblici, compreso tra 2,1 e 2,8 miliardi di euro a seconda del metodo di calcolo”.
Presentando il bilancio 2016, il presidente dell’Inps Tito Boeri ha sottolineato che senza immigrati il Paese nei prossimi 22 anni potrebbe risparmiare 35 miliardi di euro di prestazioni a loro destinate, ma così facendo rinuncerebbe a 73 miliardi di entrate contributive, con una perdita netta di 38 miliardi di euro.
Anche perchè i pensionati non comunitari nel 2016 sono stati 43.830 su un totale di 14.114.464. L’incidenza degli stranieri sul totale degli assegni di pensione in Italia è quindi di appena lo 0,3%.
Le religioni dei nuovi italiani.
Per il 2016 il Dossier ha aggiornato la stima delle appartenenze religiose degli immigrati. Dai primi anni del 2000 persiste la netta prevalenza dei cristiani (53%), tra i quali gli ortodossi sono i più numerosi, seguiti dai cattolici e dai protestanti (rispettivamente circa 1,5 milioni, quasi 1 milione e più di 250mila tra protestanti e altre comunità cristiane).
La rilevante incidenza dei musulmani, pari a un terzo dell’intera presenza straniera (1,6 milioni di persone), “non giustifica il timore di un’invasione e l’atteggiamento contro l’islam”.
I crimini degli stranieri.
Il Dossier riporta anche i dati Eurostat: il tasso di criminalità per 100mila abitanti è più basso tra gli stranieri che tra gli italiani. Inoltre, l’archivio interforze del ministero dell’Interno attesta che, sia per gli uni che per gli altri nel 2016 le denunce sono diminuite rispetto all’anno precedente, mentre nel periodo 2008-2015, secondo Eurostat, quelle contro italiani sono aumentate del 7,4% e quelle contro stranieri sono diminuite dell’1,7%.
(da agenzie)
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Ottobre 22nd, 2017 Riccardo Fucile
LA PERCENTUALE PIU’ ALTA E’ IN LOMBARDIA, LA MEDIA DELLE ALTRE E’ TRA IL 6% E IL 9%…IN LIGURIA, FRIULI, SARDEGNA, MARCHE E CALABRIA QUOTE PIU’ BASSE
La Stampa pubblica oggi questa infografica che riepiloga la distribuzione di migranti, profughi e richiedenti asilo nelle regioni italiane: la percentuale più alta, che va dal 10 al 22%, è in Lombardia mentre la gran parte delle altre regioni ha una percentuale che va dal 6 al 9%.
Alcune regioni, come Liguria, Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Marche e Calabria, hanno una percentuale molto più bassa mentre è inferiore al 3% in Trentino Alto Adige, Val d’Aosta, Umbria, Abruzzo, Molise e Basilicata.
In totale sono soltanto 1017 i Comuni (sui 7978 d’Italia) che hanno aderito e ora garantiscono 31.400 posti, mentre 6961 hanno detto no.
Se avessero aderito tutti i 7978 municipi, l’accoglienza si sarebbe ripartita sul territorio con il parametro di 2,5 ospiti per mille abitanti.
Ma così non è. Le ultime stime dicono che sono 196 mila i migranti a cui in questo momento lo Stato dà vitto e alloggio: 30 mila nei centri dello Sprar, gestiti dai sindaci; i restanti 160 mila a carico delle prefetture.
«È innegabile — spiega il sottosegretario Domenico Manzione alla Stampa — che le cose non sono andate proprio come ci aspettavamo. Ma la chiusura dei grandi centri è connaturata all’estensione dello Sprar. Vorrà dire che i tempi saranno un po’ più lunghi».
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 22nd, 2017 Riccardo Fucile
GERMANIA, ITALIA E USA LE METE PREFERITE
Il Corriere della Sera riepiloga oggi i flussi dell’immigrazione in Europa: l’Europa di
mezzo,un territorio di poco più di cento milioni di abitanti, ha visto emigrare verso le regioni ricche della Ue oltre 20 milioni dei suoi figli.
Il Fmi stima che fino al 2012 quasi la metà di questi migranti si sia recata in Germania e circa un decimo in Italia, ma da allora la prima è diventata più ambita e la seconda sempre meno.
In particolare la Germania ha accolto il 41% dei migranti che si sono spostati, l’Italia l’11%, gli USA il 9% e la Spagna l’8%.
Spiega Federico Fubini, l’autore dell’articolo:
In gran parte sono partiti da Est giovani e spesso laureati, secondo le stime del Fmi. Nel quarto di secolo iniziato nel 1990 solo dai Paesi in transizione di maggior successo – Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Polonia e Slovenia – sono emigrati verso le economie avanzate 7 milioni di lavoratori. Dal fianco sud-orientale dell’Unione – Bulgaria, Romania, Croazia –se ne è andato oltre il 15% della popolazione.
Nazioni come la stessa Bulgaria o le orgogliose Repubbliche baltiche, quelle che per prime sfidarono Mosca, oggi si dibattono in una crisi non più solo demografica ma fiscale, perchè diventa impossibile finanziare le pensioni quando si perde un terzo della forza-lavoro.
(da agenzie)
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Ottobre 21st, 2017 Riccardo Fucile
L’INCHIESTA DE “LA NAZIONE” RIVELA LE ATTENZIONI CHE MOLTE ITALIANE RIVOLGONO AI RAGAZZI OSPITI DEI CENTRI DI ACCOGLIENZA
La storia è innescata da un articolo a firma di Beppe Nelli uscito su La Nazione il 19 ottobre scorso.
La faccenda delle donne camaioresi attratte dal fascino esotico dei giovani migranti andava avanti da un po’.
Le segnalazioni dei vicini, l’interrogazione del capogruppo di Forza Italia Riccardo Erra, e i controlli fatti fare dal sindaco renziano Alessandro Del Dotto, hanno buttato all’aria tutto.
Durante gli appostamenti serali è stato notato che le auto che si fermavano per un paio d’ore erano di donne bianche, giovani e meno giovani, e anche riconoscibili.
Però nessun reato veniva commesso, e quindi non ci sono state segnalazioni. A volte le signore camaioresi arrivavano in piccoli gruppi. Le divise si sono trovate in imbarazzo.
Il quotidiano di Firenze comunque ieri ha rincarato la dose, pubblicando un altro pezzo che riguarderebbe invece le signore di Forte dei Marmi.
Qui non c’è l’intervento della polizia, ma soltanto una chiacchiera riportata in paese come pezza d’appoggio per un articolo come al solito invece molto assertivo:
E secondo i ‘si dice’ sempre più insistenti anche qui donne di tutte le età che arrivano dalla Versilia ma anche dalla vicina zona apuana abbordavano bei ragazzi africani che hanno molte ore libere durante la giornata e quindi tempo per divertirsi e far divertire.
Mentre per quanto riguarda Camaiore non ci sarebbe stata nessuna contropartita offerta dalle signore, in questo caso sarebbe stata offerta una ricarica sul telefonino cellulare.
A questo punto verrebbe a pensare che alla base delle proteste maschili contro l’accoglienza, con connotazioni sempre più razziste, vi sia una “rivolta dei cornuti” o potenzialmente tali.
Da “padroni” a “cornuti a casa loro”, insomma.
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Ottobre 4th, 2017 Riccardo Fucile
LA NUOVA ROTTA PORTA GLI SBARCHI IN SARDEGNA: IN UN ANNO 1.310 ARRIVI, IL VIAGGIO COSTA AL MASSIMO 700 DOLLARI
Da Annaba, al Sulcis. Dall’Algeria alle coste sarde di Carloforte, Sant’Antioco e Porto Pino. 
La rotta è conosciuta dagli “harraga”- i migranti “che bruciano le frontiere”, come si dice in arabo — fin dal 2005-6. È il punto più vicino dell’Italia al Nord Africa, dopo la Sicilia e Lampedusa, ovviamente.
Secondo il quotidiano algerino El Watan, il viaggio costa al massimo 700 dollari: i prezzi sono cresciuti rispetto al 2016.
Con la rotta libica del Mediterraneo centrale sempre più insicura e pericolosa, la via algerina torna una possibile opzione per i migranti irregolari diretti in Italia.
I numeri segnano già in aumento: se nel 2016 gli sbarchi sono stati 1.106, ad oggi sono 1.310. Raddoppiati anche i migranti intercettati dalla Gendarmeria nazionale algerina: 400 persone in tutto il 2017, 800 solo tra gennaio e settembre, stando ai numeri riportati dalla stampa locale.
Per la stragrande maggioranza si tratta di uomini di nazionalità algerina: pochissimi i subsahariani. Poche le donne e i bambini.
Una popolazione migrante che ricorda quella che lasciava la Tunisia nel quinquennio 2006-2011. Anche il tipo di barche è lo stesso di quegli anni: pescherecci, spesso dotati di un buon motore che in 16-18 ore è in grado di completare la traversata, spiegano i migranti sempre ai media algerini. “Quasi nessuno vuole restare in Sardegna. Il loro obiettivo è l’Europa”, dice invece Angela Quaquero, delegata della presidenza della Giunta regionale per l’immigrazione.
I mesi più critici, in Sardegna, sono stati quelli tardo primaverili: l’isola era in mezzo a due flussi di migranti: uno diretto dall’Algeria, l’altro “di riporto” dalle navi della Guardia costiera e e della Marina con a bordo i profughi provenienti dalla Libia.
Ad oggi al porto di Cagliari ci sono stati oltri 3.500 profughi portati in Sardegna dalle navi che li hanno salvati nello Canale di Sicilia.
“C’è stato un momento in cui era difficile fare un’accoglienza come si deve, visto che il ricambio era continuo”, aggiunge Quuaquero. Infatti, nè i profughi, nè i migranti provenienti dall’Algeria — di cui quasi nessuno richiede l’asilo — vuole fermarsi. Nonostante questo ci sono stati episodi di grande tensione, come quello della notte tra il 27 e 28 luglio: a Dorgali, nel nuorese, alcuni sconosciuti hanno gettato una bomba carta in un centro di accoglienza, ferendo leggermente due nigeriani.
Ora, però, la situazione si è stabilizzata, con oltre 5mila posti di accoglienza occupati quasi totalmente da profughi partiti dalla Libia.
Gli altri, invece, dopo aver ricevuto un foglio di via, cercano di restare invisibili, di salire su una nave diretta verso l’Italia continentale lasciandosi la Sardegna alle spalle. Obiettivi: Germania, Belgio e Francia.
Algerine sono anche le organizzazioni criminali che gestiscono questi traffici.
Su questo fronte indaga la Guardia di Finanza, anche con il supporto di Frontex, che da febbraio ha un suo centro di coordinamento attivo a Cagliari.
Nessuna traccia, al momento, di agenzie umanitarie dell’Onu, Unhcr e Oim. Il timore che la rotta algerina possa ingrossarsi ulteriormente è tanto concreto da aver spinto il ministro dell’Interno, Marco Minniti, ad andare ad Algeri per incontrare l’omologo algerino Nourredine Bedoui.
L’altro interrogativo è legato al caos in Libia. La guerra che sta attraversando Sabrata, la città dove comanda il clan Dabbashi — secondo diverse inchieste giornalistiche pagato dall’Italia per gestire e controllare il flusso dei migranti — ha reso più complessa la partenza delle imbarcazioni.
Già oggi la rotta alternativa al deserto libico porta da Agadez — città snodo dei traffici via terra in Niger — all’Algeria.
Non è da escludere che la situazione possa evolvere ulteriormente. A maggior ragione visto l’elevato tasso di mortalità nel Mediterraneo centrale.
Gli ultimi dati dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) parlano del 2,1% dei migranti che muore durantela traversata. Un tasso così alto non si era visto nemmeno lo scorso anno, quando sempre l’Oim aveva registrato 4.700 vittime circa (5.096 secondo l’Unhcr).
In pratica se nel 2016 moriva durante il viaggio un migrante ogni 82 passeggeri, oggi ne muore uno ogni 48: quasi il doppio. I mesi peggiori, al momento, sono stati maggio e giugno, con 13 e 547 morti.
La causa principale è certamente data dalle condizioni di barche e motori, incapaci di completare la traversata. Per questo, dall’inizio dell’anno, la Commissione europea ha fatto approvare un embargo sulla Libia per impedire che vengano venduti i gommoni di plastica messi in acqua dai trafficanti.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 30th, 2017 Riccardo Fucile
A CHIANCHE, IN IRPINIA, L’ARRIVO DEI RICHIEDENTI ASILO FA RIAPRIRE LE SCUOLE E RIPARTIRE L’ECONOMIA…E GLI ITALIANI ORA RESTANO NEI COMUNI CHE VOLEVANO LASCIARE
Petruro Irpino (Avellino). «Si chiama Victory, ma per noi è Vittorio, anzi Vittò. E da quando a
Petruro sono arrivati Vittò, Testimony, Marvellous, Shiv e tutti gli altri, anche noi vecchi abbiamo ricominciato a sentirci vivi, qui prima c’erano soltanto silenzio e funerali».
Ubaldo Mazza, 80 anni, ex minatore, “zio Ubaldo” per tutti, una selva di capelli bianchi, gioca con Victory, nigeriano di 17 mesi, catapultato dalla vita con la mamma Precious in questo borgo dell’Irpinia arroccato tra boschi e castagneti.
Strade di pietra, vento, montagne, l’odore del mosto e dell’uva. «Sapete? Andrà all’asilo. Con tutti questi nuovi bambini il Comune ha deciso di riaprirlo, qui la scuola era chiusa da vent’anni».
Victory corre, saltella, guarda zio Ubaldo e ridono come matti, il mondo – a volte – può anche essere salvato dai ragazzini, un vecchio e un bambino che sanno di essere una coppia irresistibile, testimonial, anzi, di una “integrazione possibile”.
Italiani e migranti insieme in un progetto che la Caritas di Benevento ha chiamato Rete dei comuni welcome. Ossia un’alleanza basata sull’accoglienza e su un “welfare locale ad esclusione zero” che fermi l’esodo da questi piccoli paesi bellissimi ma ormai spopolati tra il Sannio e l’Irpinia, disseminati di vitigni abbandonati, campi incolti, bar deserti e nascite zero.
E dunque porte aperte ai profughi in attesa di asilo che attraverso i fondi degli Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) stanno riportando vita, nascite e reddito tra le strade deserte dei borghi.
Ma anche alle famiglie italiane più fragili che qui potrebbero ritrovare migliori condizioni di vita.
E bisogna addentrarsi nel silenzio di Petruro Irpino, provincia di Avellino, 210 abitanti, dove grazie a sette bambini migranti a breve riaprirà l’asilo, per assistere a un esempio di laboratorio sociale. Dove Precious, nigeriana, fa il tirocinio da parrucchiera, mentre la piccola Testimony passa le sue mattine con Teresa, ragazza italiana che le fa da baby sitter e così si paga gli studi, mentre la mamma Pamela, anche lei nigeriana, lavora in un’azienda agricola.
Nella loro lindissima casa, Rajvir Singh e la moglie Meher, afghani di religione Sikh, preparano ravioli di verdure da cuocere in un brodo speziato, in attesa che Shiv, 10 anni, torni con lo scuolabus.
Perseguitati in Afghanistan perchè di religione Sikh, Rajvit, Meher e Shiv portano nel cuore il dolore più grande.
Racconta Marco Milano, esperto di relazioni internazionali, oggi responsabile dello Sprar: «I talebani hanno ucciso davanti ai loro occhi il fratello di Shiv, Meher non si è mai ripresa…».
Per questo Rajvit vuole restare in Italia. «Qui è bello, ci sono le montagne e la terra. Posso lavorare e mio figlio può crescere nella pace». E Rajvit entrerà a far parte della cooperativa che italiani e migranti stanno per fondare recuperando terre e coltivazioni.
«Il Greco di Tufo, l’Aglianico, il Fiano, abbiamo un patrimonio di vigneti che rischiano di morire. Molti giovani di qui – dice Marco Milano – emigrati al Nord o all’estero, stanno tornando per partecipare ai progetti “welcome”.
Tanto che oltre ai bambini stranieri ricominciano a nascere i figli di coppie italiane…». Ma non c’è solo Petruro Irpino. A Chianche, dove «c’erano più lampioni che abitanti», era rimasta una sola adolescente italiana, Carmela, adesso ci sono quindici rifugiati e tra poco aprirà un nuovo alimentari “etnico”.
Il cibo è memoria e gli odori che escono dalle cucine si mescolano, il riso e pollo dei migranti, i fusilli al pomodoro delle case italiane.
«Favorite – dice Zi’Ngiulina – la mia porta è aperta». Carmela ha un bel sorriso: «Studio a Benevento ma qui, a casa, mi sentivo davvero sola. Adesso con le ragazze e i ragazzi migranti è tornata la vita…». A Rocca Bascerana i rifugiati sono trenta, il sindaco Roberto Del Grosso dice con chiarezza: «L’integrazione c’è stata, possiamo ospitarne altri».
«Con i 35 euro al giorno destinati ai richiedenti asilo – spiega Francesco Giangregorio dello Sprar di Chianche – paghiamo i corsi, ma affittiamo anche case dai proprietari italiani. Gli ospiti, poi, con i cinque euro al giorno che vengono loro consegnati come pocket money, fanno la spesa nei negozi di qui che infatti stanno riaprendo».
Insomma una micro-economia che ricomuncia a muoversi grazie a un melting pot italiano e straniero che consuma e chiede servizi.
Donne, uomini e bambini che hanno vissuto l’orrore, i lager libici, gli stupri e adesso tra questi boschi che volgono all’autunno sembrano respirare. Hayatt, etiope, bella e riservata, oggi diventata “operatrice agroalimentare”, fuggita dopo lo sterminio della sua famiglia. Mercy e Evelyn, nigeriane, scampate (forse) alla tratta.
E tanti, ottenuto lo status di rifugiati scelgono di restare. Noman, ad esempio, assunto legalmente come edile alla fine del tirocinio, così come Seck, del Mali, in una ditta di compostaggio.
«Il nostro obiettivo è che restino, ripopolino i nostri comuni e si integrino in percorsi di legalità », spiega con passione Angelo Moretti, responsabile comunicazione della Caritas, cuore e anima della rete dei “Comuni Welcome”.
«I grandi centri di accoglienza del Sud sono in mano alla criminalità , lo sappiamo. Nei nostri progetti gli ospiti invece devono formarsi, vivono in piccoli gruppi, i bambini vanno a scuola. E questo dà dignità . Abbiamo lavorato molto prima che i migranti arrivassero per preparare l’integrazione. Oggi raccogliamo i frutti. E anche questa economia inizialmente assistita, si sta trasformando in economia reale, con le cooperative tra italiani e migranti».
Alle 5 del pomeriggio sulla piazza di Petruro quindici bambini giocano a pallone. Italiani, afghani, nigeriani, sudamericani, ghanesi. «Goal» lo sanno dire tutti. «Quante voci – dice Zio Ubaldo – sembra di essere cinquant’anni fa…»
(da “La Repubblica”)
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Settembre 25th, 2017 Riccardo Fucile
“C’E’ CHI PARLA MALE DEI MIGRANTI E QUESTO NON AIUTA, MA ORA IL PAESE CI RINGRAZIA”… “CI SONO PERSONE BUONE E CATTIVE OVUNQUE”
Sulla cancellata della comunità «Terra promessa» è appesa la bandiera dell’Italia. 
Fa da sfondo a Idrissa Doumbia, 29 anni, del Mali, e Keba Diassigui, 20 anni, del Senegal.
I migranti del centro di accoglienza di Fontanella hanno deciso di raccontare il mercoledì mattina in cui hanno salvato l’operatrice della comunità aggredita da un altro richiedente asilo che ora è in carcere per violenza sessuale.
Più timido Idrissa, mani in tasca e sguardo basso, più sicuro Keba che se la cava con la lingua italiana.
Amadou, del Gambia, fa da interprete anche per lui per le parole più complicate.
Atto di coraggio, ringraziamenti, paura di essere presi di mira, grandi sogni: alle domande dei giornalisti su che cosa si aspettano e temono, i due ragazzi spiazzano parlando di normalità .
È normale, per esempio, essere intervenuti quando hanno sentito l’operatrice chiedere aiuto. Ed è una vita normale quella che vorrebbero, in Italia.
Lavorare come meccanico l’uno, come muratore l’altro, quello che erano in Africa prima di prendere la via del mare.
Mercoledì Idrissa stava andando a fare la doccia. «Non ricordo di preciso che ora fosse, ho sentito l’operatrice urlare. La porta era chiusa, io e Keba l’abbiamo spinta e siamo riusciti ad aprirla. Lei era a terra, il volto le sanguinava. L’abbiamo aiutata e messa sul letto. Non appena ci ha visti, il ragazzo ha preso una scala e si è buttato dalla finestra. Lo abbiamo inseguito, noi ma anche gli altri ospiti, tutti, di là – indica i campi – fino alla strada. Lo abbiamo preso e consegnato ai carabinieri», racconta. L’educatrice, 26 anni, aveva il volto tumefatto dalle botte ed era sotto choc.
«Non riusciva a parlare, era quasi svenuta – prosegue il suo racconto Idrissa –. Non so che cosa sarebbe successo d’altro se non fossimo arrivati, non so nemmeno che cosa stava succedendo dentro il bagno. So solo che l’abbiamo salvata. Per umanità e solidarietà , perchè siamo tutti uguali».
Tutti uguali dentro il centro di accoglienza, «qui siamo tutti fratelli africani», e fuori, «saremmo intervenuti per aiutare chiunque, italiano o straniero».
Fratello africano è anche Silvestro S. il ventenne fermato per la violenza. Un tipo riservato, anche aggressivo aveva notato l’educatrice che aveva voluto fosse visitato da una psichiatra.
Idrissa è più cauto nei giudizi: «Era chiuso, ma non ho visto episodi particolari». Keba meno: «Secondo me non è a posto al cento per cento con la testa, uno che è a posto non fa una cosa del genere. Ho notato che era un po’ strano, insomma non era normale come tutti gli altri. So che lo avevano portato dalla psichiatra».
I due giovani sono l’altra faccia di questa brutta storia.
Lo sanno, ma sanno anche che l’episodio negativo rischia di fare più rumore di quello positivo.
«Ho sentito tante volte le persone parlare male dei migranti, dire che fanno cose brutte, ma non è vero perchè le fanno anche gli italiani – prosegue Idrissa –. Ci sono persone buone e persone cattive ovunque».
È dispiaciuto «per la ragazza, tantissimo, e per i migranti».
Ma è contento di una conseguenza. «Qualcuno vi ha ringraziato?», chiedono i giornalisti. «Sì, anche in paese, anche se non direttamente perchè non sanno chi è intervenuto, le persone hanno detto “grazie perchè l’avete salvata”».
I due migranti parlano seduti a un tavolo improvvisato davanti al cancello del centro di accoglienza.
Alle loro spalle, nel cortile, altri ospiti fanno capolino attirati dalle telecamere e dai microfoni che accerchiano i loro «fratelli».
Una stradina sterrata li collega con il centro del paese. Passa solo qualche auto, in lontananza si vedono due cascine e i silos di un allevamento. Attorno sono solo campi. «Beh, sì, dobbiamo stare qui perchè siamo in attesa dei documenti – sorride Keba – ma ci stiamo bene».
Lui da due anni, Idrissa dallo scorso luglio. C’è anche il sindaco Giuseppe Lucca, che rimane ai margini. È il giorno dei ragazzi.
Via i giornalisti, via il tavolo, via i riflettori. Oltre il cancello torna la normalità . La vita comune, il via vai dai recinti di anatre, asinelli e pony, i lavori socialmente utili. Come sistemare le panchine in paese.
«Sì, sì – ne sono orgogliosi – l’abbiamo fatto anche noi».
(da “Il Corriere della Sera”)
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Settembre 21st, 2017 Riccardo Fucile
VIVONO NELLA STESSA CASA E PERCEPISCONO LO STESSO SUSSIDIO DALLA STATO: 420 EURO PER L’AFFITTO DI UNA STANZA E 300 PER IL VITTO…MA IN BASE AL NUMERO DEI COMPONENTI DELLA FAMIGLIA IL CONTRIBUTO PUO’ ARRIVARE A 1500 EURO
“Aiutami a portare su le casse dell’acqua”. Mustafa, un trentenne originario di Homs, città nella regione costiera siriana, scende correndo per le scale e va a prendere le due confezioni di bottiglie d’acqua che Otto, un sessantenne tedesco che condivide con lui la casa, ha appoggiato vicino alla porta del condominio in cui abitano, vicino al fiume Reno.
“Lo hanno lasciato solo, qui non hanno il senso della famiglia, dell’aiuto agli anziani. Noi sì” spiega Mustafa, che ha abbandonato la Siria da circa quattro anni.
Prima un periodo di lavoro in Libano, come cameriere in un ristorante a Sidone, poi la decisione di partire: il viaggio in aereo a Izmir e quello su un barcone partito nella notte in direzione delle isole greche.
“Ora la mia vita è qui, grazie a mama Merkel”, soprannome con i cui siriani si rivolgono alla cancelliera da quando questa ha aperto le porte del paese ai profughi siriani.
Ogni sera, quando torna da scuola, Mustafa si mette a studiare nella sua piccola stanza di pochi metri quadrati.
Otto, che soffre di epilessia e passa le sue giornate in stanza, si siede vicino a Mustafa e comincia a fumare le sigarette, una dietro l’altra. “Non mi disturba affatto. Mi chiede sempre se ho bisogno di qualcosa. Con lui parlo il tedesco e imparo i loro costumi”.
Un percorso reso facile perchè, in molte case di Coblenza, rifugiati e tedeschi in difficoltà economica vivono insieme.
“Così si facilita l’integrazione dei nuovi arrivati perchè non si sentono esclusi dalla società ” sostiene una volontaria di una ong che aiuta le persone in difficoltà .
Tedeschi e richiedenti asilo percepiscono anche gli stessi sussidi dallo stato: 420 euro per l’affitto di una stanza e circa trecento per il vitto.
Ma questa cifra, variabile in base ai prezzi degli affitti di località in località e erogata a nuclei composti da un solo individuo, aumenta in base al numero dei componenti nella famiglia, arrivando a oltre 1500 euro per l’affitto di una casa a famiglie di 8 persone o più.
Dopo aver posato le bottiglie d’acqua in cucina, Otto e Mustafa escono insieme.
Il semaforo è rosso ma non c’è nessuna macchina. Otto comincia a attraversare ma Mustafa lo ferma: “È rosso, guarda che siamo in Germania e qui si rispettano le regole. Sono più tedesco di te!” ride.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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