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PIU’ ITALIANI ALL’ESTERO CHE STRANIERI IN ITALIA

Ottobre 27th, 2016 Riccardo Fucile

DATI ISTAT: GLI IMMIGRATI SONO L’8,3% DELLA POPOLAZIONE, CONTRIBUISCONO AL SISTEMA PENSIONISTICO CON 10 MILIARDI DI CONTRIBUTI E SONO DETERMINANTI IN MOLTI SETTORI.. HANNO CREATO OLTRE 500.000 IMPRESE

Nel 2015, per la prima volta dopo molti anni, il numero di cittadini italiani residenti all’estero ha superato quello dei cittadini stranieri residenti in Italia.
E’ quanto emerge dal Dossier Statistico Immigrazione 2016, realizzato dal Centro studi Idos e della rivista Confronti, in collaborazione con l’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni) e presentato oggi a Roma.
Secondo i dati Istat citati nel dossier, sono infatti 5 milioni e 26 mila gli stranieri residenti nel nostro Paese nel 2015 contro i 5 milioni e 200mila italiani che, in base ai dati delle anagrafi consolari, risiedono fuori dalla madrepatria.
Nel 2014, gli italiani all’estero e gli stranieri in Italia si equivalevano.
Il Dossier statistico Idos, però, aggiunge la stima sulle presenze effettive, che contemplano anche coloro che pur avendo un permesso di soggiorno non hanno preso la residenza: con questo criterio, gli immigrati regolari nel nostro Paese sfiorano i 5 milioni e mezzo, ai quali vanno aggiunti 1.150.000 che hanno già  acquisito la cittadinanza italiana.
Cinque milioni e mezzo di “nuovi italiani”
Nel dettaglio, il rapporto stima che gli stranieri regolarmente in Italia siano 5 milioni e 498 mila (ai quali si aggiungono 1.150.000 di cittadini di origine straniera che hanno acquisito negli anni la cittadinanza italiana).
Provengono in maggioranza da Romania (22,9%), Albania (9,3%), Marocco (8,7%), Cina (5,4%), Ucraina (4,6%). Il loro apporto, secondo il dossier, è “funzionale dal punto di vista demografico”. Da anni infatti la popolazione in Italia è in diminuzione. “Questa tendenza peggiorerà , trovando tuttavia un parziale temperamento nei flussi degli immigrati – si legge nel Dossier – ; l’Istat ha ipotizzato, a partire dal 2011, una media di ingressi netti dall’estero superiore alle 300mila unità  annue (livello rispetto al quale in questi anni si è rimasti al di sotto), per discendere sotto le 250mila unità  dopo il 2020, fino a un livello di 175mila unità  nel 2065”.
Il record in Emilia
Nel 2015 l’Emilia-Romagna si conferma la regione d’Italia con la maggiore incidenza di cittadini immigrati: i residenti sono 533.479, il 12% della popolazione. Gli stranieri residenti registrano un calo nell’ultimo anno di 3.268 unità  (-0,6%), ma il saldo negativo è determinato dal fatto che molti hanno acquisito la cittadinanza italiana.
Nel 2015 sono nati nella regione 8.812 bambini con entrambi i genitori di origine straniera.
La popolazione straniera si distribuisce in tutte le province con incidenze percentuali sempre superiori alla media nazionale dell’8,3%: si va dall’8,5% di Ferrara al 14,2% di Piacenza. La provincia con il maggior numero di stranieri rimane Bologna, con 117.122 residenti, seguita da Modena (91.867) e Reggio Emilia (67.703). Quasi un quinto degli immigrati che vive in Italia, invece, abita in Lombardia: 1.149.011 residenti, ovvero il 22,9% dei 5.026.153 presenti nel nostro Paese. L’incidenza sul totale della popolazione lombarda è dell’11,5%.
Le pensioni degli immigrati.
La presenza degli immigrati, specialmente per quanto riguarda le pensioni per invalidità , vecchiaia e superstiti (Ivs), fornisce un corposo gettito contributivo (10,9 miliardi di euro nel 2015).
I non comunitari titolari di pensione per Ivs gravano solo per lo 0,3% sul totale delle pensioni (39.340 su 14.299.048). “Benchè sia consistente l’aumento annuale dei nuovi beneficiari, il differenziale rispetto agli italiani sarà  elevato ancora per molti anni e andrà  a beneficio delle casse previdenziali”. E ancora: il bilancio costi-benefici dell’immigrazione per le cassi statali sarebbe pari a 2,2 miliardi di euro.
Un fiume di denaro inviato a casa.
Il sostegno degli immigrati ai Paesi di origine è evidenziato dalle rimesse. In Italia si è registrato il picco delle rimesse nel 2011, con 7,4 miliardi di euro, scesi a 5,3 miliardi nel 2015.
“Gli invii sono gestiti solo in un decimo dei casi dalle banche, preferite per le grandi transazioni, mentre negli altri casi prevalgono gli operatori di money transfer”. Clamorosa la diminuzione del flusso monetario verso la Cina: da 2,6 miliardi di euro nel 2011 a 0,6 miliardi nel 2015.
I salari degli stranieri.
Nel 2015 gli stranieri presenti nell’Ue sono stati il 7,3% degli occupati e il 12,5% dei disoccupati, mentre in Italia l’incidenza è stata del 10,5% tra gli occupati e del 15% tra i disoccupati.
Nel periodo 2008-2015 per gli immigrati il tasso di disoccupazione è aumentato di 7,7 punti (per gli italiani di 4,8). Solo il 6,8% degli stranieri lavora nelle professioni qualificate, mentre il 35,9% svolge professioni non qualificate e un altro 30% lavora come operaio. In media la retribuzione netta mensile per gli stranieri è inferiore del 28,1% (979 euro contro i 1.362 degli italiani).
E ancora: “In questa lunga fase di crisi, non tutte le collettività  hanno tenuto come quella cinese, anche perchè caratterizzata da una quota di lavoratori indipendenti pari al 47,5% contro una media del 12,5% tra tutti gli immigrati. I saldi occupazionali rilevati dall’archivio Inail sono stati positivi solo per le collettività  maggiormente coinvolte in attività  autonome, specie nel commercio (Cina, Egitto, Bangladesh, Pakistan). Ben diversa la situazione dei marocchini, il cui tasso di disoccupazione è del 25,4% e quello di occupazione del 44,1%”.
Nuovi assunti e imprenditori.
Gli immigrati nel 2015 hanno comunque inciso per il 28,9% sui nuovi assunti, “valori che sottolineano la loro funzionalità  al mercato occupazionale in numerosi comparti e, in particolare, in quello del lavoro presso le famiglie e in agricoltura”. Ha continuato a essere positivo anche l’andamento delle imprese a gestione immigrata, aumentate di 26mila unità  e arrivate al numero di circa 550mila.
Il lavoro domestico.
Nel lavoro domestico è occupata la metà  delle donne immigrate, che in diverse collettività  costituiscono la maggioranza (sono 8 su 10 in quella ucraina, mentre appena 2 ogni 10 tra i senegalesi e i bangladesi). Nel 2015, secondo l’Osservatorio sul lavoro domestico dell’Inps, le badanti e le colf sono 886.125, di cui 672.194 con cittadinanza straniera. Ma, secondo stime, le persone che lavorano in nero uguagliano quelle assicurate. Non solo. In questa fase di crisi anche le donne italiane si sono inserite maggiormente nel comparto e tra il 2007 e il 2015 sono passate da 140mila a 213.931.

(da “La Repubblica”)

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PIEMONTE, GLI STRANIERI CREANO 9 MILIARDI DI RICCHEZZA

Ottobre 18th, 2016 Riccardo Fucile

I 190.000 OCCUPATI HANNO VERSATO IRPEF PER 563 MILIONI

Nel 2015, i 190 mila occupati stranieri in Piemonte (l’8% dei lavoratori in regione) hanno prodotto 9,6 miliardi di euro di valore aggiunto, pari all’8,7% dell’intero prodotto interno lordo regionale.
È la fotografia dell’economia dell’immigrazione secondo l’indagine della Fondazione Leone Moressa.
Il suo «Rapporto annuale 2016» focalizza l’attenzione sul contributo della componente straniera alle casse pubbliche, per valutare a quanto ammontino le tasse versate dai lavoratori nati all’estero.
«Gli immigrati non comportano solo costi per l’accoglienza – si legge nell’introduzione al Rapporto -, ma anche forza lavoro, gettito Irpef, versamenti pensionistici e un significativo contributo al Pil e all’imprenditoria».
Versamenti Irpef
Non a caso, le imprese straniere in Piemonte sono 41 mila, il 9,2% del totale e il loro numero è cresciuto negli ultimi anni: tra il 2010 e il 2015 sono aumentate del 9,2%, compensando il calo (-9,7%) di quelle italiane.
Quanto all’apporto fiscale, nel 2015 i contribuenti non italiani hanno rappresentato l’8,6% di quelli totali piemontesi e versato allo Stato Irpef per 563,9 milioni.
«Anche in Piemonte il tessuto economico negli anni ha beneficiato della manodopera straniera — prosegue l’analisi della Fondazione Moressa -: 422 mila residenti regolari ricoprono un ruolo di primo piano, anche da un punto di vista economico e fiscale, per l’economia della regione».
Confronto fra i redditi
Nonostante ciò, resta una differenza di reddito superiore agli 8 mila euro l’anno tra lavoratori italiani e stranieri: i primi guadagnano in media 22.499 euro, i secondi 14.171 euro (comunque quasi mille euro in più della media italiana tra gli occupati nati all’estero).
La nazionalità  più rappresentata tra gli stranieri in Piemonte è quella romena (quasi 150 mila persone, il 35,4% degli immigrati che vivono in regione).
Seguono i residenti nati in Marocco (13,9%) e Albania (10,4%). Qualsiasi sia l’etnia, in media più della metà  è di sesso femminile, ma la quota rosa cresce tra le nazionalità  dell’Est, le cui donne spesso trovano lavoro presso le famiglie piemontesi come badanti.
A livello regionale, gli abitanti non italiani (al 1° gennaio 2016) rappresentano il 9,2% della popolazione, in calo dello 0,8% rispetto all’anno precedente.
Tuttavia, in molte città  gli stranieri superano il 15% dei residenti: la «top ten» vede in testa Trecate con il 16,5% (3.360 persone), seguita da Torino (15,5%, 137.902 persone), Tortona (14,6%, 4.013), Novara (14,5%, 15.094), Alessandria (14%, 13.135), Bra (13,6%, 4.037), Novi Ligure (12,9%, 3.618), Mondovì (12,6%, 2.842), Asti (12,3%, 9.375) e Alba (12,2%, 3.840). In Valle d’Aosta, nel 2015 i lavoratori stranieri hanno generato ricchezza per 297 milioni di euro (7% del Pil regionale).

Alberto Prieri
(da “La Stampa”)

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IL BARCONE DEL NAUFRAGIO SARA’ ESPOSTO A BRUXELLES

Ottobre 18th, 2016 Riccardo Fucile

IL RELITTO RECUPERATO IN FONDO AL CANALE DI SICILIA “SIMBOLO DELL’IMPEGNO ITALIANO PER SALVARE VITE UMANE E MONITO PER L’EUROPA”… VI SONO STATE RECUPERATI I CORPI DI 665 VITTIME

Il barcone del naufragio dell’aprile 2015 recuperato in fondo al Canale di Sicilia con il suo carico di almeno 700 morti andrà  a Bruxelles come simbolo dell’impegno italiano nel campo dell’immigrazione e allo stesso tempo monito all’Europa perchè mantenga la promessa a condividere l’accoglienza.
Lo ha annunciato il sottosegretario all’Interno Manzione oggi presente a Siracusa alla conferenza stampa nella quale il prefetto Vittorio Piscitelli, commissario del governo per le persone scomparse ha fatto un primo bilancio della grande operazione di recupero e identificazione dei corpi rimasti per oltre un anno in fondo al Canale di Sicilia.
Dalle viscere del barcone, nel frattempo portato nella base della Marina di Melilli dove da aprile è al lavoro un pool interforze e un pool scientifico guidato dalla professoressa Cristina Cattaneo dell’Universita di Milano, sono state recuperate 665 persone, quasi tutti giovani uomini tra i 20 e i 30 anni, ma anche molti adolescenti e un bambino di circa sette anni
I loro corpi sono stati ricomposti e sepolti in diversi cimiteri della Sicilia in attesa che cominci la seconda fase dell’operazione, quella che – con la cooperazione delle Ong e dei canali diplomatici – dovrebbe portare alla loro identificazione e alla restituzione delle salme alle famiglie.

(da agenzie)

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INTERVISTA AL MAGNATE SAWIRIS: “IL MIO PIANO PER LA BASILICATA: GARANTIRE LAVORO PER EVITARE GUERRE TRA POVERI”

Ottobre 14th, 2016 Riccardo Fucile

E SUL CASO REGENI: “MI SCUSO A NOME DEL MIO POPOLO”

In Egitto Naguib Sawiris è noto per non parlare a vanvera.
Imprenditore con un giro d’affari di 3 miliardi di dollari, tycoon delle telecomunicazioni nonchè presidente della Orascom Telecom Holding, il 61enne copto Sawiris, amato e odiato dai connazionali, è uno degli uomini più ricchi del paese ma anche dei più ostinati.
Quando si schierò con la rivoluzione del 2011 fondò poi il partito liberale al Masriyin al Ahrar perchè i sogni di Tharir non svanissero nel velleitarismo.
Quando appoggiò la rivolta contro l’ex presidente Morsi si prese la responsabilità  di avallare il ritorno dell’esercito con tutte le sue conseguenze, comprese le pressioni per cui mesi fa ha venduto l’emittente ONTV.
Quando ha promesso di comprare un’isola per i rifugiati e la Grecia gliela ha negata si è rivolto alla Basilicata, l’unica regione italiana, come ha rivelato La Stampa, disposta ad accogliere più immigrati di quanti le spetterebbero.
Come ha scoperto la Basilicata?  
«Sono andato in Basilicata perchè ne apprezzo la politica di accoglienza e ho trascorso una giornata con il sindaco a pianificare un progetto che coinvolga cultura, turismo, agricoltura, industria. L’obiettivo è creare posti di lavoro per i migranti e per gli italiani, perchè solo se crei occupazione per tutti eviti le guerre tra poveri. La condizione, a cui tengo molto, è che, collaborando con la sicurezza, sia escluso chi ha ideologie radicali».
Quanto è disposto a stanziare?  
«Non abbiamo ancora parlato di budget, siamo all’inizio. Ma io ci tengo. La mia idea originaria di comprare un’isola e destinarla ai rifugiati è naufragata sul rifiuto del governo greco. Avevo trovato 22 isole tutte private ma alla fine, sebbene avessi precedentemente incontrato il premier, sono mancati i permessi per ultimare l’acquisto».
La Basilicata sarà  quell’isola?
«No, ma può essere una soluzione da riprodurre altrove».
Perchè s’interessa ai migranti?  
«Perchè non voglio essere uno che guarda le catastrofi in tv e, potendo far qualcosa, non fa nulla. E perchè il successo imprenditoriale non mi basta: non vorrei essere solo un businessman famoso ma un nome associato a qualcosa di umanitario».
Perchè sono sempre di più i migranti che fuggono dall’Egitto?  
«Perchè la situazione economica è pesante: il tasso di cambio incerto che spaventa gli investitori, il collasso del turismo, la burocrazia. Però attenti, in Egitto non mancano i posti lavoro: la gente scappa perchè vuole salari migliori di quelli egiziani, sogna 2000 euro al mese, 10 volte quanto prende in patria. Otto anni fa, dopo un terribile naufragio, offrii 10 mila posti di lavoro affinchè la gente non rischiasse più la vita. Si presentarono solo in 28, il salario era egiziano».
Difficile biasimare chi sogna…  
«Partono in modo illegale, rischioso. L’UE dovrebbe creare zone sicure per i migranti, corridoi legali, quote. Se accetta tutti indiscriminatamente finirà  per incoraggiare flussi indiscriminati e infiltrazioni dell’Isis o dei Fratelli Musulmani».
L’Egitto controlla bene le coste?
«La sicurezza è buona. Ma i flussi sono cresciuti. E noi egiziani non siamo propriamente famosi per l’accuratezza».
E’ possibile che il suo governo usi i migranti per far leva sull’Europa come faceva Gheddafi?  
«L’Egitto non lo farebbe mai, è uno Stato vero, organizzato».
Sui rapporti tra Roma e il Cairo grava assai il caso Regeni.  
«A nome del popolo egiziano voglio scusarmi con la famiglia e l’Italia per quanto accaduto a Regeni. Sebbene non sappiamo ancora chi l’abbia ucciso, per solo il fatto che sia accaduto in Egitto ne siamo responsabili».
Come va per i cristiani in Egitto?  

«Molto bene. Per i copti questo è il miglior regime di sempre».
L’Egitto si è infatuato di Putin?  
«Tutta colpa dalla pessima performance di Obama che, insieme alla Clinton, è reo della crescita dell’Isis. L’hanno visto nascere in Iraq, dove l’America aveva creato il caos, avrebbero dovuto occuparsene. L’arrivo di Putin, positivo o negativo, ha imposto un cambio di passo. Muoiono innocenti in Siria? Si. L’intervento russo è buono? No. Ma è meglio che stare fermi a guardare».
Ha puntato l’indice anche contro la Clinton. Meglio Trump?  
«No. Ma l’America ha davanti la peggiore delle scelte possibili».
Riad sta mollando l’Egitto?  
«Il principale obiettivo dei sauditi è combattere l’Iran, per farlo si solo alleati coi Fratelli Musulmani e hanno aiutato estremisti sunniti tipo al Nusra e l’Isis. Per noi la priorità  non è l’Iran ma il terrorismo. Di certo non ci venderemo per soldi».
Secondo gli attivisti e le ong internazionali la violazione dei diritti umani in Egitto è oggi peggio che sotto Mubarak.È così?  
«Non è peggio ma neppure meglio. Gli arresti, le sparizioni, tutto questo è molto negativo e stupido. Non puoi incarcerare la gente per le sue opinioni».
Per questo ha venduto ONYV?  
«Sono un uomo libero. Se interferisci con la mia tv non mi piace. Alla fine ONTV mi dava solo mal di testa, erano tutti scontenti, mi criticavano i governativi, gli attivisti, i pro Mubarak, dicevano che agivo contro il mio paese mentre io amo l’Egitto. Così l’ho venduta, Meglio fare qualcosa per i migranti».

Francesca Paci
(da “La Stampa”)

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OTTO BALLE DA SFATARE: EMMA BONINO HA IDEATO IL PRONTUARIO PER SMONTARE I PREGIUDIZI SULLL’ACCOGLIENZA

Ottobre 13th, 2016 Riccardo Fucile

DAI 35 EURO AL GIORNO AL LAVORO RUBATO AGLI ITALIANI

“Ci rubano il lavoro”. “Gli diamo 35 euro al giorno per non fare niente”. “Li ospitiamo in alberghi a 5 stelle”.
Fermo: “Tutto quello che sai sugli immigrati è falso!”. Ora un “prontuario” dei Radicali italiani, ideato da Emma Bonino, confuta punto per punto “otto grandi bugie” sui migranti.
Il “Piccolo prontuario per un racconto (finalmente) veritiero sull’immigrazione” parte da otto affermazioni, poi le smonta utilizzando dati di varie fonti.
La prima: “Siamo di fronte a un’invasione!”.
La replica: “Nell’Unione Europea, su oltre 500 milioni di residenti di ogni età  (510 milioni) nel 2015, solo il 7% è costituito da immigrati (35 milioni), mentre gli autoctoni sono la stragrande maggioranza (93%, pari a 473 milioni). La quota di stranieri varia notevolmente tra i Paesi europei (il 10% in Spagna, il 9% in Germania, l’8% nel Regno Unito e in Italia, il 7% in Francia). È curioso, però, che i Paesi più ostili all’accoglienza degli immigrati sono quelli che ne hanno di meno: la Croazia, la Slovacchia e l’Ungheria, ad esempio, che ne hanno circa l’1%”.
2. Ma non c’è lavoro neanche per gli italiani, non possiamo accoglierli!
La risposta dei Radicale: “Per mantenere sostanzialmente inalterata la popolazione italiana dei 15-64enni nel prossimo decennio, visto che tra il 2015 e il 2025 gli italiani diminuiranno di 1,8 milioni, è invece necessario un aumento degli immigrati di circa 1,6 milioni di persone: si tratta di un fabbisogno indispensabile per compensare la riduzione della popolazione italiana in età  lavorativa”.
3. Sì, ma questi ci rubano il lavoro!
La replica: “Agli immigrati sono riservati solo i lavori non qualificati, in gran parte rifiutati dagli italiani: gli stranieri non riducono l’occupazione degli italiani, ma occupano progressivamente le posizioni meno qualificate abbandonate dagli autoctoni, soprattutto nei servizi alla persona, nelle costruzioni e in agricoltura: settori in cui il lavoro è prevalentemente manuale, più pesante, con remunerazioni modeste e con contratti non stabili. Dai dati più aggiornati del 2015, infatti, emerge che oltre un terzo degli immigrati svolge lavori non qualificati (36% contro il 9% degli italiani)”.
4. Sarà , però ci tolgono risorse per il welfare.
“I costi complessivi dell’immigrazione, tra welfare e settore della sicurezza, sono inferiori al 2% della spesa pubblica.   Dopodichè, gli stranieri sono soprattutto contribuenti: nel 2014 i loro contributi previdenziali hanno raggiunto quota 11 miliardi, e si può calcolare che equivalgono a 640mila pensioni italiane. Col particolare che i pensionati stranieri sono solo 100mila, mentre i pensionati totali oltre 16 milioni”.
5. Comunque i rifugiati sono troppi, non c’è abbastanza spazio in Europa!
“Dei 16 milioni complessivi — scrivono i Radicali — solo 1,3 milioni sono ospitati nei 28 Paesi dell’Unione europea (8,3%), tra cui l’Italia (118mila, pari allo 0,7%).
I Paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati nel 2015 sono la Turchia (2,5 milioni), il Pakistan (1,6 milioni), il Libano (1,1 milioni) e la Giordania (664 mila)”.
6. Certo, e allora li ospitiamo negli alberghi.
“I centri di accoglienza straordinaria sono strutture temporanee cui il ministero dell’Interno ha fatto ricorso, a partire dal 2014, in considerazione dell’aumento del flusso: le prefetture, insieme alle Regioni e agli enti locali, cercano ulteriori posti di accoglienza nei singoli territori regionali, e quando non li trovano si rivolgono anche a strutture alberghiere. Si tratta di una gestione straordinaria ed emergenziale, spesso criticata in primo luogo da chi si occupa di asilo, perchè improvvisata, in molti casi non conforme agli standard minimi di accoglienza e quindi inadatta ad attuare percorsi di autonomia. Quindi sono uno scandalo non gli alberghi, ma la mala gestione e l’assenza di servizi forniti in quei centri improvvisati”.
7. E diamo loro 35 euro al giorno per non fare niente!
“In Italia, nel 2014, sono stati spesi complessivamente per l’accoglienza 630 milioni di euro, e nel 2015 circa 1 miliardo e 162 milioni. Il costo medio per l’accoglienza di un richiedente asilo o rifugiato è di 35 euro al giorno (45 per i minori) che non finiscono in tasca ai migranti ma vengono erogati agli enti gestori dei centri e servono a coprire le spese di gestione e manutenzione, ma anche a pagare lo stipendio degli operatori che ci lavorano. Della somma complessiva solo 2,5 euro in media, il cosiddetto “pocket money”, è la cifra che viene data ai migranti per le piccole spese quotidiane (dalle ricariche telefoniche alle sigarette)”.
8. Sì, però i terroristi islamici stanno sfruttando i flussi migratori per fare attentati e conquistare l’Europa!
“Limitando l’osservazione al terrorismo islamista, i primi 5 Paesi con la maggiore quota di morti sono l’Afghanistan (25%), l’Iraq (24%), la Nigeria (23%), la Siria (12%), il Niger (4%) e la Somalia (3%). Le vittime dell’Europa occidentale rappresentano una quota residuale, inferiore all’1%. L`Italia è terra d’immigrazione con molti cristiani ortodossi: oltre 2 milioni tra ucraini, romeni, moldavi e altre nazionalità . Seguono circa 1 milione e 700mila persone di religione musulmana (compresi gli irregolari e minori), meno di un terzo del totale degli oltre 5 milioni di stranieri in Italia. In Europa solo il 5,8 per cento della popolazione è di religione islamica”.

(da “La Repubblica”)

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“DATECI PIU’ PROFUGHI”: LA BASILICATA PUNTA SULL’ACCOGLIENZA E SI ACCORDA CON IL PROGETTO SAWIRIS

Ottobre 11th, 2016 Riccardo Fucile

SONO 44.000 I MIGRANTI CON UN LAVORO, IL 90% CON UN REGOLARE CONTRATTO… MOLTI SONO IMPEGNATI NELL’AGRICOLTURA

Quando si parla di profughi da accogliere, in Italia ci sono regioni del tutto contrarie, regioni che sopportano, regioni silenziose. E poi c’è la Basilicata.
Sembra un disco rotto. Tutti protestano, sostengono di averne abbastanza,
bisogna scendere verso Sud, oltrepassare la Campania e arrivare in Basilicata per sentire parole che ormai sono sempre più rare.
“L’accoglienza? Noi abbiamo deciso di cambiare passo ampliando ancor più il nostro impegno per i rifugiati e i richiedenti asilo, focalizzando tutte le migliori esperienze e le energie regionali e proponendo un approccio sistemico alla materia della migrazione e del diritto di asilo”, spiega Marcello Pittella, presidente delle Regione Basilicata.
Il governo ha assegnato alla regione la quota di mille migranti da accogliere, una cifra di tutto rilievo in una regione dove la popolazione è in calo costante da anni.
La risposta è stata: possiamo fare di più, ne accoglieremo il doppio.
Come aggiunge Pittella: “In controtendenza rispetto a tutte le altre regioni italiane, nel 2015 ho manifestato personalmente, la volontà  del governo regionale di andare anche oltre la quota di riparto nazionale dei flussi migratori, offrendo di accogliere fino a 2000 migranti. Questo perchè la giunta regionale che ho l’onore di presiedere considera l’accoglienza un’opportunità  che, se ben strutturata, può essere un’occasione di sviluppo per il territorio. Soprattutto per le aree interne”.
È nato così il miracolo della Basilicata, una regione dove sui migranti le cifre raccontano un vero e proprio boom.
Ci sono 2240 richiedenti asilo in tutta la regione, di cui 185 minori non accompagnati. Oltre 44mila migranti hanno un lavoro, al 90% con un contratto.
Oltre la metà  lavora in agricoltura. Vuol dire che gli stranieri rappresentano il 13% circa della forza lavoro totale, cioè più di un lavoratore su 10 è straniero.
Nella zona del Metaponto, le cifre sono anche più elevate: su 34mila lavoratori, 14mila sono stranieri.
Sono in 460 gli operatori lucani a lavorare intorno ai progetti per l’accoglienza e sono 55, oltre un terzo, i Comuni ad aver accettato di ospitare migranti nei loro territori.
Già  da sole queste cifre basterebbero a raccontare una visione di futuro che non solo in Italia ma anche in buona parte dell’Unione Europea si fa sempre più fatica a trovare.
Ma la settimana scorsa è accaduto anche qualcos’altro.
A Matera è arrivato Naguib Sawiris, il magnate egiziano che voleva acquistare un’isola per poter accogliere i migranti che transitano lungo la rotta del Mediterraneo, lo stesso che aveva annunciato di voler investire 100 milioni di dollari per aiutare i rifugiati a creare una comunità  stabile.
Dopo aver capito la politica di accoglienza lucana ha scelto la Basilicata per realizzare i suoi progetti.
La Regione e Sawiris hanno firmato un accordo per realizzare il progetto economico e sociale soprannominato “We are the people” per favorire la crescita del territorio e garantire l’accoglienza dei rifugiati.
I dettagli sono allo studio ma il modello seguito sarà  di un’accoglienza diffusa sul territorio.
Pittella ne parlerà  presto con il presidente del Consiglio Matteo Renzi. “Gli dirò che ci sono persone in grado di lavorare per lanciare un grande progetto di inclusione sociale di quanti fuggono dalle guerre e dalla miseria”.

Flavia Amabile
(da “La Stampa”)

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LA STRANIERI SPA VALE COME LA FIAT: IL PIL DEGLI IMMIGRATI VALE 127 MILIARDI

Ottobre 10th, 2016 Riccardo Fucile

GLI IMMIGRATI SONO UNA RISORSA: DAI 5 MILIONI DI STRANIERI ARRIVANO 7 MILIARDI DI IRPEF E 11 DI CONTRIBUTI PREVIDENZIALI PAGANO DI FATTO 640.000 PENSIONI

Gli immigrati battono la Fiat, o quasi. Il Pil prodotto dagli stranieri nel nostro Paese infatti è pari a 127 miliardi di euro, di poco inferiore al fatturato (136 miliardi, per altro sbilanciati verso gli Usa) del grande gruppo automobilistico. Non solo.
Se fossero un’azienda, i “nuovi italiani” sarebbero la 25esima impresa più grande del mondo.
E ancora: il pianeta immigrazione produce 11 miliardi di contributi previdenziali ogni anno, 7 miliardi di Irpef e pesa per il 2% sulla spesa pubblica italiana.
Questa è la fotografia scattata dalla Fondazione Leone Moressa nel suo Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione.
Nel nostro Paese al 1 gennaio 2016 vivono oltre 5 milioni di stranieri, ovvero l’8,3% della popolazione totale.
Per lo più giovani: nel 2015, gli italiani in età  lavorativa rappresentano il 63,2%, mentre tra gli stranieri la quota raggiunge il 78,1%.
Gli anziani, invece, sono il 23,4% tra gli italiani e solo il 3% tra gli immigrati. Importante il loro peso economico.
Per capirne l’ordine di grandezza, i ricercatori della Moressa ricorrono a un “gioco”: il Pil prodotto dagli stranieri nel 2015 è di 127 miliardi (8,8% del Pil nazionale), di poco inferiore al fatturato del gruppo FCA (pari a 136 miliardi).
Da dove proviene questa ricchezza?
Oltre la metà  del “Pil dell’immigrazione” deriva dal settore dei servizi (50,7%), ma l’incidenza maggiore si registra nella ristorazione dove gli stranieri producono il 19% della ricchezza complessiva.
Esiste però un problema di produttività : il Pil degli immigrati in Italia è di poco superiore a quello del comparto tedesco della fabbricazione di veicoli.
Tuttavia, mentre in questo caso la produttività  per occupato supera i 135mila euro, nel caso degli stranieri è di poco superiore ai 50mila.
Come si spiega? Il 47% degli immigrati è occupato (contro il 36% della popolazione italiana), ma nella maggior parte dei casi (66%) si tratta di lavori a bassa qualifica. Questo si traduce in differenze di stipendio e reddito molto alte.
Solo di Irpef la differenza procapite tra italiani e stranieri è di 2 mila euro. Non solo. Nel 2015 le famiglie con almeno un componente straniero al di sotto della soglia di povertà  erano il 38%, contro il 6% delle famiglie totali.
Confronto occupazionale italiani e stranieri          Italiani      Stranieri
Occupati (15 ed oltre)                                                         20.105.688                             2.359.06
Incidenza occupati su popolazione totale                                                   36,0%               47,0%
Tasso di occupazione (15-64 anni)                                                           56,0                                       58
Percentuale di occupati a bassa qualifica                                   30,8%             66,0
Titolo di studio medio-elevato* occupati                                   69,3%             55,2%
*Diploma superiore/laurea – Elaborazioni Fondazione Leone Moressa su dati Istat
Il rapporto si sofferma poi sui benefici economici dell’immigrazione.
Essendo prevalentemente in età  lavorativa, gli stranieri sono soprattutto contribuenti: nel 2014 i loro contributi previdenziali hanno raggiunto quota 10,9 miliardi e “si può calcolare che equivalgono a 640mila pensioni italiane”.
A questo va aggiunto il gettito Irpef complessivo versato dagli immigrati (l’8,7% del totale dei contribuenti) pari a 6,8 miliardi.
Molti tra loro poi fanno impresa: nel 2015 si contano 656mila imprenditori immigrati (principalmente da Marocco, Cina e Romania) e 550mila imprese a conduzione straniera (il 9,1% del totale).
Significativo il trend degli ultimi anni (dal 2011 al 2015): mentre le imprese condotte da italiani sono diminuite del 2,6%, quelle di immigrati hanno registrato un incremento del 21,3%.
Infine i costi. L’Italia è il Paese europeo che spende di più per le pensioni: quasi il 17% del Pil (270 miliardi). Ma oggi gli extracomunitari pensionati sono circa 71mila e i comunitari dell’Europa dell’Est circa 25mila. Quindi i pensionati stranieri sono solo 100mila mentre i pensionati totali oltre 16 milioni.
I settori in cui la spesa per l’immigrazione è più rilevante sono quelli del welfare e della sicurezza.
I ricercatori della Moressa calcolano comunque che “il costo degli stranieri sia inferiore al 2% della spesa pubblica”.

(da “La Repubblica”)

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“ALL’ITALIA SERVONO OGNI ANNO 157.000 IMMIGRATI”: LO STUDIO E LE PROPOSTE DEI RADICALI

Ottobre 4th, 2016 Riccardo Fucile

INDISPENSABILI PER COMPENSARE LA RIDUZIONE DELLA POPOLAZIONE ITALIANA IN ETA’ LAVORATIVA… REGOLARIZZARE CHI HA UN LAVORO E LEGAMI FAMILIARI STABILI SUL MODELLO SPAGNOLO DEL “RADICAMENTO”

I canali d’ingresso legale per immigrati economici non funzionano. È questo il rischio che corre il nostro Paese.
A suonare l’allarme è un voluminoso rapporto firmato dai Radicali italiani.
Due le ricette messe in campo: permessi di soggiorno per ricerca di lavoro e corridoi umanitari d’ingresso
Il rapporto “Governance delle politiche migratorie” verrà  presentato a Roma giovedì prossimo: duecento pagine che fotografano il pianeta immigrazione.
I numeri innanzitutto: i cittadini stranieri rappresentano oggi l’8,2% della popolazione, sono più giovani degli italiani e il loro lavoro vale l’8,7% del Pil.
Il loro tasso d’occupazione è superiore a quello degli italiani, ma gli sono riservati i lavori meno qualificati. Non solo.
Il nostro è il Paese che ospita gli immigrati con il più basso livello d’istruzione e il 48% di loro è a rischio povertà .
E ancora: 157mila l’anno è il fabbisogno d’immigrati, «indispensabile per compensare la riduzione della popolazione italiana in età  lavorativa, per mantenere l’attuale forza lavoro e per rendere sostenibile il sistema previdenziale».
Peccato, però, che l’Italia rischi di trasformarsi in un incubatore di irregolari.
«Con un aumento del numero delle domande di protezione e un tasso di non riconoscimento che è giunto, nei primi sei mesi del 2016, al 60% – avverte Riccardo Magi, segretario dei Radicali italiani – è altissimo il rischio che decine di migliaia di persone non lascino il nostro Paese, ma vi rimangano pur impossibilitati a svolgere una regolare attività  lavorativa, destinati al lavoro nero e allo sfruttamento ».
Che fare? I Radicali propongono l’addio alle quote e l’introduzione di un permesso di soggiorno per ricerca occupazione con garanzia di intermediari o sponsor privati.
E ancora: regolarizzazioni degli irregolari che hanno un lavoro e legami familiari stabili, sul modello spagnolo del “radicamento”.
Sul fronte rifugiati, si chiedono canali legali e sicuri d’arrivo in Europa per quanti necessitano di protezione internazionale.
Infine, si sottolinea: Paese che vai accoglienza che trovi.
Lo Stato che spende di più per l’accoglienza dei rifugiati (costo annuo pro-capite) è l’Olanda (24mila euro), seguita da Belgio (19mila), Finlandia (13mila) e Italia (12mila), mentre quello che spende meno è il Regno Unito (2,5mila euro).
«A causa del blocco delle frontiere europee e della massiccia identificazione negli hotspot – sostiene Magi – da Paese di transito siamo divenuti Paese di destinazione, tenuto a farsi carico non solo del riconoscimento dell’asilo, ma anche dell’accoglienza e dell’integrazione. La sfida sta nel trasformare tutto ciò in una opportunità , adottando politiche efficaci e efficienti basate su percorsi di autonomia, formazione, lavoro e capacità  del territorio di includere. Una sfida epocale dalla quale le nostre città , l’Italia e l’Europa possono uscire vincenti o disintegrate ».

(da “La Repubblica”)

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AIUTARLI A CASA LORO? SE NE PARLA DA DECENNI, MA FUNZIONA SOLO IN PARTE, IPOCRISIA A PARTE

Settembre 30th, 2016 Riccardo Fucile

L’IPOCRISIA DI CHI NE FA UNO SLOGAN SALVO POI RICHIEDERE DAZI E BARRIERE CONTRO I PRODOTTI EXTRAEUROPEI

L’Unione europea stanzierà  88 miliardi per lo sviluppo dell’Africa e del Medio Oriente. Elite di governo e piazze arrabbiate per una volta sono d’accordo: aiutiamoli, sì, ma a casa loro.
L’idea ha una sua plausibilità . Se la situazione nei Paesi di provenienza fosse meno disperata, i migranti sarebbero meno propensi a mettere a repentaglio tutto quel che hanno, per il sogno di raggiungere l’Europa.
Il problema è che, in Europa o in Nord Africa, la crescita è sempre più facile a dirsi che a farsi.
Il dibattito sugli aiuti allo sviluppo è iniziato dopo la seconda guerra mondiale, con la decolonizzazione. La logica per cui i trasferimenti di denaro dai Paesi sviluppati dovesse «aiutare» quelli che sviluppati non erano affonda le sue radici nell’idea di «appropriazione originaria».
Per Marx, la borghesia aveva «accumulato» capitale per generazioni, prima che questo potesse dare origine alle innovazioni della Rivoluzione Industriale. Il foreign aid avrebbe dovuto costituire una versione accelerata e concentrata dello stesso fenomeno.
«Possedere denaro è il risultato dell’attività  economica, non la sua precondizione».
A notarlo fu un economista empirico della London School of Economics, Peter Bauer, che sfidò il consenso dominante.
Per Bauer, «se sono presenti tutte le condizioni necessarie allo sviluppo, tranne il capitale, quest’ultimo verrà  presto generato localmente, oppure le autorità  o i soggetti privati potranno ottenerlo dall’estero a condizioni di mercato (…) Se, invece, le condizioni necessarie allo sviluppo non sono presenti, gli aiuti risulteranno necessariamente improduttivi e, pertanto, inefficaci».
Gli aiuti da-governo-a-governo sono intermediati dalle istituzioni pubbliche. Ma in Paesi in cui non c’è certezza del diritto, i contratti sono carta straccia e la proprietà  privata è considerata «a disposizione» del governante pro tempore, neanche la manna dal cielo riesce a innescare lo sviluppo.
Al contrario, gli aiuti possono avere effetti perversi.
William Easterly, economista della New York University con un passato alla Banca Mondiale, ha più volte sottolineato il problema.
Il suo ultimo libro, «La tirannia degli esperti», è un j’accuse alla visione «tecnocratica» della crescita economica, esportata dalle grandi istituzioni internazionali.
Per avere crescita non basta azionare le leve giuste: istituzioni e cultura sono di importanza cruciale e tendono ad evolversi lentamente.
Sugli aiuti allo sviluppo ha espresso grande scetticismo anche Angus Deaton, Premio Nobel per l’Economia nel 2015.
Nel suo ultimo libro, Deaton parla di una «aid illusion», «l’errata convinzione che la povertà  del mondo potrebbe essere eliminata se solo i ricchi – o i Paesi ricchi – dessero più soldi ai poveri o ai Paesi poveri».
Per Deaton, il dramma è che ogni tanto le buone intenzioni finiscono per consolidare regimi liberticidi.
L’esempio più chiaro è lo Zimbabwe di Mugabe, dove ancora nel 2010 il 10% del Pil proveniva da aiuti allo sviluppo.
Ma è la natura stessa del foreign aid ad essere paternalistica se non anti-democratica.
«I donatori decidono questioni che dovrebbero essere lasciate ai loro beneficiari. I politici dei Paesi donatori – persino i più democratici – non hanno titolo per dire se in Africa sia il caso di dare alla lotta all’Aids una priorità  più alta che all’assistenza pre-natale».
L’economista «di sinistra» Deaton cita con approvazione l’economista «di destra» Bauer, ma tiene aperto uno spiraglio.
Aiuti fortemente «selettivi» potrebbero funzionare meglio: «Si potrebbe esigere che, prima di chiedere sostegno, i governi assistiti dimostrino il proprio impegno ad attuare politiche che vanno a beneficio della popolazione», come fa la Millennium Challenge Corporation del governo americano.
Disegnare programmi realistici e realizzabili per «aiutarli a casa loro» è dunque molto difficile.
Rendere più difficile per quei Paesi raggiungere potenziali acquirenti dei loro prodotti invece è facilissimo.
Proprio i populisti che più insistono sull’ «aiutarli a casa a loro» nel contempo invocano dazi e barriere per proteggere le produzioni agro-alimentari europee.
Sono le stesse forze politiche che hanno protestato per la decisione di limare i dazi sull’olio tunisino, o che alzano la voce contro l’accordo col Sud Africa che agevola l’importazione di agrumi.
L’«aiutiamoli a casa loro» è uno slogan che si scontra con il nazionalismo economico e la prosaica necessità  di garantire specifici gruppi d’interesse.
Investire in “foreign aid” può servire a ripulirci la coscienza mentre scegliamo di impegnarci in una politica di respingimenti.
Può forse comprare la disponibilità  dei loro governi ad impedire la libertà  di movimento dei migranti. Questi sono obiettivi raggiungibili.
Lo sviluppo di quei Paesi, purtroppo, lo è di meno.

Alberto Mingardi
(da “La Stampa”)

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