Destra di Popolo.net

TRE SBARCHI IN 24 ORE, ARRIVATI PIU’ DI 120 MIGRANTI A LAMPEDUSA, MA SALVINI PARLA SOLO DELLA “COMUNISTA VIZIATA” (FORSE SI E’ GUARDATO ALLO SPECCHIO)

Luglio 20th, 2019 Riccardo Fucile

OGGI 29 MIGRANTI CON UN BARCHINO, IERI 44 A LAMPEDUSA E 40 NELL’AGRIGENTINO, MA IN QUESTO CASO SALVINI NON LO DICE

Due sbarchi a Lampedusa nelle ultime 24 ore: sull’isola delle Pelagie arrivano oltre 70 migranti.
Sempre ieri a Siculiana (Ag) un altro sbarco ‘fantasma’: una cinquantina di persone arrivano in spiaggia con un peschereccio.
Non si fermano gli sbarchi a Lampedusa. Un’imbarcazione con 29 migranti, 15 uomini, 11 donne e 3 minori, è giunta a largo di Lampedusa ed è stata soccorsa dalla guardia costiera. Le persone sono state portate nel centro di accoglienza dell’isola.
È il secondo arrivo di migranti in 24 ore sull’isola delle Pelagie. Ieri un’imbarcazione con 44 migranti è stata soccorsa a largo di Lampedusa da una motovedetta della capitaneria di porto. Anche in questo caso le 44 persone che erano a bordo, la maggior parte tunisini, con donne e bambini, sono stati condotti nel centro di accoglienza dell’isola.
Ma non è finita qui. Una cinquantina di migranti a bordo di un peschereccio sono arrivati ieri sulla spiaggia di Pietre Cadute a Siculiana (Ag).
A notare il peschereccio mentre si avvicinava verso la costa, e a riprenderlo con il telefono cellulare, sono stati alcuni bagnanti che si trovavano in spiaggia. Pare che non appena approdati i migranti si siano diretti subito verso la strada statale 115. Alcuni dei presenti hanno fornito assistenza ad alcune persone sbarcate.
Dopo l’allarme i carabinieri e i finanzieri hanno fermato 27 persone nella zona. La barca è rimasta spiaggiata in quel tratto di costa.

(da agenzie)

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MIGRANTI APPRODANO A SICULIANA SOTTO LO SGUARDO DEI BAGNANTI

Luglio 19th, 2019 Riccardo Fucile

RIPRESI CON IL CELLULARE MENTRE SI STAVANO AVVICINANDO ALLA COSTA

Una cinquantina di immigrati – a bordo di un peschereccio – sono appena sbarcati sulla spiaggia di Pietre Cadute, nelle vicinanze della più nota Giallonardo a Siculiana.
A notare quel peschereccio mentre si avvicinava verso la costa, e a riprenderli con il telefono cellulare, sono stati alcuni bagnanti che affollavano l’arenile.
Pare che non appena approdati i migranti si siano diretti subito verso la strada statale 115. Qualcuno, stando a quanto si apprende, sta fornendo assistenza ad alcuni del gruppo. E lo sta facendo portando loro acqua potabile.
Qualcuno, sempre dei bagnanti, pare che abbia già  avvisato i carabinieri.

(da “Agrigento News“)

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LAMPEDUSA, ARRIVATI ALTRI 49 MIGRANTI A BORDO DI DUE BARCHINI

Luglio 19th, 2019 Riccardo Fucile

A BORDO ANCHE DONNE E BAMBINI: VIOLATI I SACRI CONFINI DELLA PATRIA…LA GDF DI FINANZA NON SI E’ FRAPPOSTA A DIFESA DEL MOLO

Non si fermano gli sbarchi fantasma a Lampedusa.
Due quelli registrati nelle ultime ore con barchini che sono giunti in autonomia nell’isola.
Intorno a mezzanotte sono arrivati in cinque, questa mattina in 44, a bordo di una imbarcazione soccorsa a largo dell’isola da una motovedetta della capitaneria di porto.
Sono per lo più tunisini, con donne e bambini.
Saranno portati al centro di accoglienza di contrada Imbriacola.

(da agenzie)

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LA GRANDE BUFALA DELL’INVASIONE

Luglio 13th, 2019 Riccardo Fucile

“TUTTA L’AFRICA” E’ IN REALTA’ UN FENOMENO PARI ALLA CITTA’ DI FIRENZE… E DEGLI IMMIGRATI NE ABBIAMO PURE BISOGNO

“Non possiamo far venire qui tutta l’Africa”, ti ripetono ovunque come dischi rotti, sui social, quasi fosse un’ossessione. Bene. Negli ultimi cinque anni — nel bel mezzo, cioè, della più grossa ondata migratoria registrata negli ultimi decenni — sono sbarcate in Italia 726mila persone, di cui circa 550mila africani, di cui a loro volta il 32 per cento circa prosegue il proprio viaggio verso il nord Europa.
Non lo dice una pericolosa Ong tedesca, ma il Viminale.
Stiamo parlando, cioè, di 374mila migranti circa arrivati e rimasti in Italia, per scelta o per necessità , dal 2014 ad oggi, molti dei quali lavorano e contribuiscono al nostro sistema sociale e previdenziale.
Per avere un’idea delle dimensioni di cui stiamo parlando, immaginate più o meno una città  come Firenze. D’accordo. L’Africa conta oggi 1 miliardo e 216 milioni di abitanti. E quel puntino rosso quasi impercettibile che vedete lì al centro rappresenta grosso modo lo spazio fisico che occuperebbe Firenze se la potessimo trasferire 3.500 chilometri più a sud, nel cuore delle rotte migratorie verso i porti del Nord Africa e l’Europa.
Quindi, in pratica, quel puntino semi-invisibile è “tutta l’Africa” che “non possiamo accogliere” di cui si riempiono la bocca migliaia di hater per giustificare la propria miseria umana.
Quella è “tutta l’Africa” venuta da noi per “spacciare, stuprare, rubarci il lavoro e le nostre tradizioni.” Quel puntino sono i “tutti” che “dobbiamo aiutare a casa loro”.
Ciò significa — se la matematica ancora non si decide per alzata di mano — che 1 miliardo, 215 milioni e 626mila africani in questo momento continuano a vivere regolarmente nei loro paesi o emigrano altrove e spesso non hanno la più pallida idea di dove sia l’Italia, nè si sono mai posti il problema.
Tradotto in pillole: noi da oltre un anno stiamo tenendo in ostaggio su un paio di navi di salvataggio qualche migliaio di disperati, profughi di guerra, donne gravide, bambini di pochi giorni, ragazzi scampati ai lager, chiudendo i porti, processando i comandanti e i loro equipaggi, dichiarando guerra all’Europa, facendo accordi coi tagliagole libici, violando contemporaneamente decine di leggi del mare, trattati internazionali e convenzioni sui diritti umani, e tutto questo per fermare lo 0,02 per cento della popolazione africana.
Di cui, per inciso, un Paese che sta morendo di denatalità , fughe all’estero, emorragia di impiegati in tutti i campi manuali, avrebbe un disperato bisogno. Ma questo è già  — mi rendo conto — un concetto troppo evoluto.
Ad essere onesti, un’invasione in questo lustro in Italia in effetti l’abbiamo avuta: l’invasione di quei “legionari di imbecilli” (cit.) a cui i social e la politica hanno dato diritto di insulto, di sfogo e di rutto.
Sono — stando agli ultimi sondaggi — tra i 18 e i 20 milioni di esemplari. Bianchi e italianissimi.
E loro sì, siamo obbligati (ahinoi) ad accoglierli tutti.

(da Tpi)

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QUANDO ERAVAMO NOI I MIGRANTI: MILLE STORIE ITALIANE IN UN ARCHIVIO

Giugno 10th, 2019 Riccardo Fucile

NASCE “ITALIANI ALL’ESTERO, I DIARI RACCONTANO”: UN SITO PER NAVIGARE, STORIE DIMENTICATE DI DISCRIMINAZIONE, DOLORE, CORAGGIO E VOGLIA DI RIPARTIRE

Ci sono i transatlantici entrati nella storia della navigazione e le banchine di porti che oggi vedono solo container. C’è il coraggio di partire e c’è la voglia di raccontare come, alla fine, si è riusciti a farcela, a garantire un futuro a sè stessi e ai propri figli. C’è sofferenza e disperazione, ma anche speranza e spregiudicatezza. Ci sono generosità  ed egoismo, amore e violenza.
Sono mille storie di italiani che al di là  dei confini della penisola hanno cercato un po’ di quel benessere che in patria non trovavano. O che hanno soddisfatto il loro desidero di aiutare il prossimo, di vivere un’avventura, di arricchire il proprio bagaglio di esperienze.
Mille storie che da oggi, lunedì 10 giugno, sono a disposizione di tutti su un sito dal titolo semplice e diretto: “Italiani all’estero. I diari raccontano”.
Si tratta di un sito nato dalla collaborazione tra un ministero e un luogo dove da decenni si conservano i diari, le memorie e le lettere che, a oggi, novemila italiani hanno deciso di non tenere per sè ma di mettere a disposizione di chi voglia conoscere, attraverso i percorsi individuali, pezzi di storia del nostro paese.
Il ministero è quello degli Affari esteri, la Farnesina, in particolare la direzione generale che si occupa degli italiani all’estero e delle politiche migratorie.
Il luogo dei diari è l’Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano fondato nel 1984 dal giornalista Saverio Tutino, per dieci anni inviato di Repubblica.
Aprendo il sito, ma verrebbe da chiamarlo scrigno per il senso di intimità  e di preziosità  trasmesso dai testi che contiene, ci si imbatte subito in quello che è senz’altro il principale strumento di navigazione.
La carta geografica del mondo cosparsa di tanti pallini verdi che sono le chiavi per entrare nelle mille storie dello scrigno. Centinaia in Europa e Sud America. Poi il Canada e gli Stati Uniti, l’Australia, l’Estremo oriente, l’Africa, non solo i paesi occupati nel passato dall’Italia, ma anche Congo, Ruanda, Burundi. E ancora: Yemen, Arabia Saudita, Turchia, India, Pakistan…
Per iniziare ci si può lasciar guidare, nel viaggio di scoperta che si inizia aprendo “I diari raccontano”, dalla densità  delle storie. Si arriva subito nel cuore dell’Europa, nel quadrilatero più famoso e più dolente dell’emigrazione italiana: Francia, Belgio, Germania e Svizzera. I brani selezionati tra migliaia e migliaia di pagine conservate a Pieve raccontano le partenze in treni speciali dopo aver fatto tutta la trafila burocratica necessaria per ottenere un posto di lavoro.
Una volta arrivati si annotano le discriminazioni subite, le piccole e grandi umiliazioni. Ma anche i successi che a molti hanno consentito di tornare a casa meno poveri. Si annotano sul quaderno o solo dentro di sè per ritirarle fuori anni dopo, quando si deciderà  di scrivere la storia della propria vita.
Poi le miniere, il sentiero di sudore e sangue che ha unito l’Italia alle viscere dei paesi ricchi di carbone. Prima di tutto il Belgio, il sentiero più recente, e di cui è emblema la tragedia di Marcinelle, la miniera in cui, nel 1956, morirono, tra gli altri, 136 immigrati italiani.
Ludovico Molari era lì e racconta quando si trova davanti alla bara del fratello “dove in un biglietto sopra il coperchio c’è il nome di Molari Antonio riconosciuto per la mancanza della prima falange del dito anulare della mano sinistra e dall’abbigliamento”.
Quasi 50 anni prima un’altra miniera e altri morti, al di là  dell’Atlantico, a Cherry, Illinois, Stati Uniti d’America. Antenore Quartaroli ha seguito il sentiero del carbone ed è lì nel novembre del 1909 quando un incendio nelle gallerie uccide 259 minatori tra cui 73 italiani, per buona parte emiliani come Antenore che è arrivato nell’Illinois dalla provincia di Reggio Emilia.
Antenore resta sepolto vivo per otto giorni e racconta così il suo ritorno alla vita: “Sempre all’oscuro si siamo incaminati di nuovo fatto una cinquantina di metri vi era una volta via e arrivati in quella posizione con gran gioia abbiamo scoperto che vicino al pozzo d’usita vi era Gente che lavorava… il primo che io conobi fu mio Cognato Giulio Castelli che quel giorno era a lavorare nel lavoro di Salvattaggio”.
Lasciarsi trasportare dai pallini verdi della mappa dei “Diari raccontano” porta anche ai giorni e ai luoghi segnati nel calendario della storia.
A piazza Tienanmen il giorno della rivolta contro il regime. In Kuwait nei giorni dell’invasione irachena. A Bruxelles quando i tedeschi la invadono nel 1914. In Francia il 10 giugno del 1940 quando gli italiani che lavoravano là  da amici diventano, in un minuto, i “nemici”. In Vietnam con la divisa della Legione straniera. Ma anche più indietro nel tempo. Tutto da leggere il racconto di un garibaldino nato a Vicenza che si imbarca per gli Stati Uniti e combatte la guerra di secessione americana in un reggimento di cavalleria.
La storia di emigrazione più antica conservata a Pieve è quella di Angelo Rebay, nato sulla riva del lago di Como nel 1788. Di lui non ci sono fotografie ma un ritratto fatto da una nuora. Per 11 anni, dal 1800 al 1811 cercò fortuna in Germania insieme a suo fratello per poi tornare a vivere nel suo paese, Pognana Lario.
Prima di “Gli italiani all’estero. I diari raccontano”, ideato da Nicola Maranesi e di cui chi scrive è consulente editoriale, l’archivio di Pieve Santo Stefano aveva realizzato, con L’Espresso e i quotidiani locali del gruppo, un sito che ne è sicuramente il genitore, o il prototipo: “La Grande Guerra 1914-1918”.
E così come quello dedicato alla guerra anche questo dà  il via a un progetto aperto. Utilizzando un’apposita pagina del sito si potrà  arricchirlo inviando le testimonianze di emigrazione personali o di propri antenati. Testimonianze che verranno pubblicate ed entreranno a far parte del patrimonio dell’archivio diaristico di Pieve Santo Stefano.

(da agenzie)

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ARRIVATI ALTRI 53 MIGRANTI DALLA TURCHIA CON UN VELIERO

Giugno 9th, 2019 Riccardo Fucile

EPPURE IN TURCHIA NON C’E’ IL “POTERE ATTRATTIVO” DELLE ONG COME RACCONTA IL NOTO SEQUESTRATORE DI PERSONE

Un’altra barca a vela usata come natante per trasportare migranti nello Jonio.
La Guardia di finanza ha intercettato una imbarcazione a vela carica di migranti a largo delle coste calabresi
Poche ore dopo la conclusione di una analoga operazione a Roccella Jonica   sabato mattina un velivolo militare in missione di controllo avanzato sul mare Jonio, ha allertato il dispositivo di sorveglianza, segnalando un’altra imbarcazione a vela a una trentina di miglia marine dal mare territoriale italiano, in navigazione con rotta verso le coste nazionali.
Due unità  navali della Guardia di Finanza, una salpata da Vibo Valentia e una del Gruppo Aeronavale di Taranto, hanno preso immediatamente il mare. Dopo aver individuato il natante, un monoalbero di una quindicina di metri, costantemente monitorato dagli elicotteri della Sezione Aerea della Guardia di Finanza di Lamezia Terme, lo hanno, quindi, intercettato attorno alle 18:00, quando aveva varcato il limite delle acque territoriali nazionali.
I finanzieri hanno trovato a bordo, stipati sottocoperta, 53 migranti, (43 adulti 10 minori tutti di sesso maschile, di probabile origine pakistana) e all’esterno, al timone, due cittadini ucraini, sospetti scafisti.
I militari hanno preso in custodia gli ucraini e condotto sotto scorta la barca a vela al porto di Crotone dove sono giunti domenica mattinna. Dalle prime informazioni sarebbero partiti alcuni giorni fa dalla Turchia per raggiungere l’Italia fra sabato e domenica.

(da agenzie)

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ALTRO CHE PORTI CHIUSI E MULTE A CHI SOCCORRE: I DECRETI DI SALVINI VIOLANO LE LEGGI

Maggio 25th, 2019 Riccardo Fucile

ECCO IL QUADRO GIURIDICO LA CUI VIOLAZIONE PORTA DRITTI DAVANTI ALLA CORTE DI GIUSTIZIA INTERNAZIONALE

“La guardia di frontiera e costiera europea garantisce la tutela dei diritti fondamentali nell’esecuzione dei suoi compiti a norma del presente regolamento in conformità  del pertinente diritto dell’Unione, in particolare la Carta, il diritto internazionale pertinente, compresi la convenzione del 1951 relativa allo status di rifugiati e il suo protocollo del 1967, così come degli obblighi inerenti all’accesso alla protezione internazionale, in particolare il principio di non respingimento”: così la Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, che   l’Italia ha sottoscritto, garantisce che, nel portare a termine i suoi compiti di controllo e gestione dei confini dello spazio Schengen, l’agenzia Frontex tuteli i diritti umani come stabilito dal quadro giuridico di riferimento.
È proprio sulla base dei principi definiti anche da questa regolamentazione che le Nazioni Unite hanno chiesto all’Italia di ritirare, prima ancora che venisse approvato, il decreto sicurezza bis, la misura fortemente voluta dal ministero dell’Interno in cui veniva ulteriormente inasprita le normativa in materia di immigrazione.
“Il diritto alla vita e il principio di non respingimento dovrebbero sempre prevalere sulla legislazione nazionale o su altre misure presumibilmente adottate in nome della sicurezza nazionale”, scrive la nota, esortando le autorità  italiane a “smettere di mettere in pericolo la vita dei migranti, compresi i richiedenti asilo e le vittime della tratta di persone, invocando la lotta contro i trafficanti. Questo approccio è fuorviante e non è in linea con il diritto internazionale generale e il diritto internazionale dei diritti umani”.
Ma vediamo con ordine la struttura giuridica sovranazionale con la quale si scontra il decreto di Matteo Salvini.
Il primo fra i diritti: il diritto alla vita
La Gazzetta ufficiale dell’Ue rimanda in primo luogo alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, conosciuta anche come Carta di Nizza, un documento pienamente vincolante per le istituzioni europee e gli Stati membri, che si propone di definire i diritti essenziali che devono essere garantiti in modo imprescindibile in qualsiasi contesto.
Fra questi, vengono affermati il diritto alla vita, all’integrità  degli individui e alle libertà  della persona, la proibizione della tortura così come di trattamenti inumani e degradanti e il rifiuto della schiavitù; vengono poi sancite uguaglianza, solidarietà  e il principio di non discriminazione.
La Carta riprende quindi l’orizzonte ideale della Dichiarazione universale dei diritti umani, redatta e approvata dai membri delle Nazioni Unite nel 1948, una linea con cui, secondo gli esperti dell’Onu, il decreto sicurezza cozza, “minacciando i diritti umani dei migranti, fra cui ci sono richiedenti asilo e vittime di tortura, di traffico di umani e di altri gravi abusi”.
Nessuna direttiva nazionale e nessuna azione politica del singolo Stato può in alcun modo negare o venire prima di questi diritti: non si tratta quindi semplicemente di una questione morale, ma di principi affermati dalla giurisdizione sovranazionale a cui l’Italia, come membro dell’Ue e dell’Onu, deve fare riferimento.
Infatti, la Costituzione italiana agli articoli 10, 11 e 117, afferma che le posizioni dell’autorità  politica non possono in alcun modo derogare i trattati internazionali sottoscritti.
Ma ci sono anche altre clausole legislative più precise che mettono in discussione la direttiva del Viminale.
Per fare chiarezza, procediamo in ordine cronologico.

Il primo riferimento giuridico alla protezione delle vite in mare risale al 1914, quando l’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), un istituto delle Nazioni Unite, ha deciso di redigere la Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare (Solas) in seguito al naufragio del Titanic.
Nel 1951 viene invece emanata la Convenzione di Ginevra sullo statuto dei rifugiati, un trattato dell’Onu che definisce chi sono i soggetti aventi diritto alla protezione internazionale e quali sono le responsabilità  dei Paesi che si adoperano per garantire l’asilo agli stessi.
Anche il contenuto di questo documento fa riferimento alla Dichiarazione universale del 1948, specialmente all’articolo 14, e riconosce il diritto a chiedere asilo presso un Paese se in quello di origine vengono minacciate la vita e l’integrità  della persona, ma anche la sua dignità  e libertà .
L’articolo 33 della convenzione del 1951, ribadito anche nel Protocollo firmato a New York nel 1967 e in quello addizionale alla convenzione Ue, è particolarmente fondamentale quando si tratta di flussi migratori verso l’Ue: questo stabilisce il principio di non respingimento, per cui ad un rifugiato non può essere impedito l’ingresso sul territorio, nè egli può esso essere deportato, espulso o trasferito verso luoghi in cui rischierebbe la persecuzione.
“Ciò si riferisce principalmente al paese dal quale l’individuo è fuggito, ma comprende anche ogni altro territorio dove l’interessato si trovi di fronte ad una simile minaccia”, ribadisce anche il rapporto redatto dall’IMO e dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) che si occupa di soccorso in mare.
Lo status di rifugiato non viene automaticamente attribuito a tutti i migranti, ma il quadro giuridico della Corte europea lo applica indipendentemente dal riconoscimento ufficiale o dal fatto che la domanda di asilo sia stata formalizzata
Cosa sono le zone Sar e come si determina un porto sicuro
Nel 1979 viene siglata ad Amburgo la Convenzione internazionale sulla ricerca ed il salvataggio marittimo, elaborata dall’IMO. Questo è il documento a cui fanno riferimento i diversi ordini della Guardia costiera nazionali nel coordinare le operazioni di ricerca e soccorso (Sar) in mare.
Il Centro nazionale di coordinamento del soccorso marittimo italiano (Imrcc), in base al trattato, ha il compito di gestire le operazioni di soccorso nell’area di sua competenza, collaborando con gli omologhi internazionali.
La complessità  nel definire le varie zone Sar è stata negli ultimi anni un motivo di scontro fra i governi europei, che si sono accusati a vicenda di non adempiere alle proprie responsabilità  in materia di soccorso in mare.
Fanpage.it ha contattato l’avvocato Dario Belluccio, socio dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi), per comprendere meglio cosa siano queste zone e gli obblighi concreti che comporta la loro istituzione per i vari Paesi.
L’avvocato ha sottolineato come in primis sia importante fare una distinzione: “La zona Sar non è una zona in cui lo stato esercita la sovranità , non fa parte dello Stato. Colui che esercita il controllo dovrà  coordinare le attività  di soccorso, ma ovviamente non si può impedire a terzi di navigare in una zona che non fa parte delle acque territoriali”. Queste zone, ha spiegato Belluccio, vengono dichiarate unilateralmente all’IMO, ma il riconoscimento ufficiale non è sufficiente: “Lo Stato deve anche avere gli strumenti per poter portare effettivamente a termine operazioni Sar e si deve adeguare sia alle convenzioni internazionali che tutelano la vita umana”.
In passato sono nate controversie sull’esistenza effettiva o meno di una zona Sar libica e sulla legittimità  dei governi europei di collaborare con le autorità  di Tripoli: “Indipendentemente dai dubbi riguardo all’effettiva esistenza dello Stato libico, stiamo parlando di soggetti che non hanno controllo sul proprio territorio nazionale e sicuramente non hanno la capacità  di operare in ambito di convenzioni internazionali”, ha chiarito Belluccio.
Tuttavia, ha specificato l’avvocato, “la convenzione Sar è una convenzione che si rivolge innanzitutto ai natanti, prima ancora che agli Stati. Ogni natante è tenuto ad intervenire in caso di emergenza: il comandante di qualsiasi nave ha l’obbligo di effettuare operazioni di salvataggio nel momento in ci sia notizia di una situazione di pericolo in mare. Questi obblighi si concludono nel momento in cui le persone salvate vengono portare in un porto sicuro (place of safety, pos)”.
Anche l’individuazione di un porto sicuro è una questione che ha sollevato numerosi dubbi e controversie in materia di accoglienza di migranti.
Secondo la Convenzione di Dublino, qualsiasi richiedente asilo, entrando nello spazio Schengen, deve presentare la propria domanda nel Paese di primo approdo, indipendentemente da quale sia la sua destinazione finale.
Negli ultimi anni, questo ha costretto Paesi come l’Italia e Malta a farsi carico delle operazioni di prima accoglienza, per cui le autorità  hanno iniziato a mostrare una certa riluttanza nell’offrire un proprio porto come luogo sicuro.
La recente retorica del ministero dell’Interno italiano ha spesso puntato il dito verso altri Stati costieri, spingendoli ad indicare un pos lungo le loro coste utilizzando l’argomento della vicinanza, quando si sono verificati episodi di naufragio di migranti nel Mediterraneo. “Il porto sicuro non è il porto più vicino. Su questo la normativa è chiarissima: il porto che viene definito sicuro è il luogo dove possono essere portate a termine le operazioni di salvataggio e le persone possono essere poste in sicurezza; inoltre devono avere la possibilità  di esercitare i diritti fondamentali della persona umana”, ha precisato Belluccio.
“Il fatto che uno Stato non voglia o non possa garantire determinati diritti non costituisce in alcun modo una giustificazione per gli altri Stati, ciò è banale”, ha continuato l’avvocato, aggiungendo che nonostante sia “impossibile andare ad incidere su quelle che sono le determinazioni di altri Paesi, ciò non esclude che i Paesi dell’unione europea, l’Italia in primis, siano comunque tenuti e vincolati a rispettare tali obblighi”.
Determinare un porto sicuro è quindi un’azione che varia caso per caso, spesso dipendendo dalle contingenze del momento.
Quando la discrezione politica viola i diritti umani
“Il comandante ha delle prerogative. È l’unico che può dire, rispetto alle condizioni del mare, se sia opportuno o meno andare in una direzione, piuttosto che in un’altra. Inoltre è anche l’unico che conosce la situazione reale che si presenta sulla sua nave, per cui anche la condizione delle persone a bordo in termini di sanità  e sicurezza o eventuali vulnerabilità . Sono valutazioni che può fare solo lui”, ha affermato Belluccio. Chiaramente il comandante deve consultarsi anche con le autorità  competenti, che dovranno partecipare all’indicazione di un porto sicuro: “Ma se viene chiesto all’Italia di segnalare un porto sicuro, l’Italia non può indirizzare verso la Turchia, verso Malta o verso la Tunisia, perchè evidentemente ciò andrebbe al di là  delle proprie competenze. Può indicare un luogo sicuro fra i porti del proprio territorio, ma il Viminale non ha potere di governare e amministrare i porti di altri stati sovrani”. Continuando a fare il punto della situazione su quella che è una tematica attualissima, visti anche i recenti casi che hanno coinvolto le navi Sea Watch e Mare Jonio, l’avvocato ha spiegato che, in caso non venga assegnato un porto sicuro, il comandante non ha il potere di far sbarcare le persone a bordo della sua nave, “ma questo si ricollega ad una responsabilità  dello Stato che nega l’indicazione di un luogo sicuro”. Questo fatto, potrebbe rappresentare una seria infrazione dei diritti umani, perchè “se nella nave ci sono delle persone in pericolo di vita o le condizioni a bordo dovessero risultare umanamente degradanti, evidentemente lo Stato che nega l’attracco può essere sanzionato da parte anche della Corte europea dei diritti dell’uomo per violazione degli articoli 1 (diritto alla vita) e 2 (trattamenti umani degradanti) della convenzione Ue”.
Inoltre, ha precisato Belluccio, assumendosi la facoltà  di determinare la chiusura di un porto, il ministero dell’Interno assumerebbe una competenza concorrente a quella del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.
Secondo un altro trattato fondamentale che regola la giurisdizione marittima, la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos), firmata a Montego Bay nel 1982, l’attracco ad un nave può essere negato solo in alcuni specifici casi, fra cui lo sbarco illegale di persone su territorio nazionale.
“Ma come fa un’autorità  amministrativa, in questo caso appunto il ministero dell’Interno italiano, a sapere se su quella nave ci siano persone che stanno effettivamente compiendo una azione illegale? Se su quella nave ci sono delle persone che hanno intenzione di fare richiesta di asilo, di protezione internazionale, allora l’ingresso di quelle persone in Italia è consentito dalla legge, è consentito dall’articolo 10 comma 3 della Costituzione, ed è consentito dalla convenzione di Ginevra del 1951. Se su quella nave vi sono dei minori non accompagnati, il loro ingresso in Italia non determina alcuna irregolarità  perchè per legge sono titolari di un permesso di soggiorno. Ad oggi si vuole forzare su questa indicazione di Montego Bay scollegandola però dalle convenzioni internazionali in materia”.
Una questione di priorità 
Secondo Belluccio, è essenzialmente “pericoloso il fatto che, sulla base della normativa relativa al procedimento per l’irrogazione delle sanzioni amministrative, cioè la legge 689 del 1981, si preveda che sia il Prefetto a poter stabilire determinate sanzioni nei confronti della nave che abbia trasgredito all’ordine dell’autorità  amministrativa, e contestualmente sia lo stesso Prefetto, cioè un organo del ministero dell’Interno, a poter operare il sequestro cautelare della nave”.
In sostanza, questo significa che il governo ha la facoltà  di ostacolare le operazioni Sar, un’attività  stabilita da trattati che portano anche la firma italiana, come si è visto. “Si è arrivati ad una forma di criminalizzazione diretta e stabilita per legge delle navi che operano in attività  Sar. Attraverso un apparato di sanzioni si ostacola ad operare. Ma non ci sono mai stati episodi di violazioni delle convenzioni internazionali e nemmeno della normativa nazionale in materia di salvataggio e soccorso dei naufraghi da parte della Marina militare italiana o di navi private italiane o straniere. Inoltre dobbiamo considerare che queste navi non si dirigono verso Paesi terzi per portare vie le persone e traendone una qualche forma di profitto. Queste sono imbarcazioni che salvano dei naufraghi in mezzo al mare”.
“Il punto fondamentale è che nell’ambito dei valori che vengono stabiliti dalle costituzioni e che vengono riconosciuti a livello internazionale, evidentemente il più alto e il più importante è il diritto alla vita. Chi opera per salvaguardare questo valore, che è il più grande di tutti quanti, non può essere sanzionato, non può avere ostacoli. Questo per un giurista è un fatto banale, ma dovrebbe esserlo per qualsiasi persona. Purtroppo oggi si sta verificando una progressiva inversione del paradigma analitico con cui siamo abituati a attribuire maggiore o minor valore a determinati diritti, e quello alla vita per le persone povere e straniere sembra ora soccombere rispetto ad altre questioni”, ha concluso l’avvocato.

(da “Fanpage“)

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ALTRO CHE PORTI CHIUSI, A MAGGIO SONO SBARCATI IN ITALIA 700 MIGRANTI (SENZA CONTARE QUELLI CHE NON VEDE NESSUNO)

Maggio 24th, 2019 Riccardo Fucile

IMPONENTE RIPRESA DEI FLUSSI ANCHE IN ASSENZA DELLE NAVI ONG… FINISCE LA BUFALA CHE FOSSERO LORO AD ATTIRARE I PROFUGHI… TUTTE LE INCHIESTE CONTRO LE ONG SI SONO CHIUSE CON L’ARCHIVIAZIONE: NESSUNA COLLUSIONE CON GLI SCAFISTI, QUINDI SALVINI E’ UN DIFFAMATORE SERIALE

Ancora un altro gommone alla deriva nel Mediterraneo. Dopo quello approdato all’alba di oggi a Lampedusa con 57 persone a bordo, un altro gommone grigio alla deriva con il motore fuori uso è stao individuato da un aereo dell’operazione Sophia in ricognizione. La sua posizione 47 miglia a sud est di Lampedusa. Nelle operazioni di soccorso è stato coinvolto un mercantile delle Bahamas, il Saint Peter.
Le imbarcazioni cariche di migranti dunque continuano a partire senza sosta e continuano ad arrivare indisturbati.
I flussi hanno avuto una enorme accelerazione nel mese di maggio. Basta pensare che dei 1425 approdati in Italia nel 2019 quasi la metà , circa 700,   sono arrivati nel solo mese di maggio.
Gli ultimi 57 sono approdati questa mattina alle 4 a Lampedusa. L’imbarcazione, partita dalla Libia e incredibilmente arrivata a destinazione senza essere intercettata da nessuno, è probabilmente una delle quattro che era stata avvistata ieri dall’alto in una giornata di tensione nel Mediterraneo in cui, sotto gli occhi di una nave della Marina militare italiana che non è intervenuta aspettando l’intervento dei libici e limitandosi a far partire un elicottero, tre gommoni con circa 280 persone a bordo sono state riportate indietro da motovedette della Marina libica.
La quarta imbarcazione, invece, è approdata a Lampedusa. A bordo marocchini, algerini, senegalesi ma anchd cittadini libici fuggiti dalla guerra
Sono ben nove,   con 130 migranti, le imbarcazioni approdate in Italia nelle ultime 48 ore, 280 quelle intercettate dalla guardia costiera libica.
Dunque il flusso delle partenze è ripreso imponente in un momento in cui nel Mediterraneo non c’è alcuna nave umanitaria, un dato che smentisce la tesi delle Ong pull factor, cioè fattore di attrazione che spingerebbe i trafficanti di uomini a far partire i migranti.
Tutte le inchieste della magistratura che hanno ipotizzato una qualsiasi complicità  tra Ong e trafficanti si sono chiuse con un’archiviazione e ieri, a Trapani, i giudici hanno assolto anche i due migranti arrivati a Trapani lo scorso anno a bordo della Diciotti che il ministro Salvini avrebbe voluto veder scendere dalla nave in manette.
I due erano accusati di aver minacciato il comandante del rimorchiatore Vos Thalassa che li aveva soccorsi in mare girando poi la prua per riportarli in Libia. I giudici invece li hanno assolti e ordinato la loro scarcerazione

(da agenzie)

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“E’ BEN INTEGRATO, PUO’ RESTARE IN ITALIA”

Maggio 14th, 2019 Riccardo Fucile

LA SENTENZA DEL TRIBUNALE DI VENEZIA: “IL RIMPATRIO SAREBBE UN DANNO SPROPORZIONATO ALLA SUA VITA PRIVATA”

Un giovane ragazzo del Mali potrà  restare in Italia, non perchè ha i requisiti per ottenere lo status da rifugiato ma perchè si è integrato talmente bene che se dovesse essere rimpatriato si arrecherebbe un “danno sproporzionato alla sua vita privata”.
Lo ha deciso il tribunale di Venezia che ha accolto il ricorso di un ragazzo africano che nel 2017 si era visto respingere dalla commissione territoriale di Verona la richiesta di riconoscimento della protezione internazionale.
Il giudice spiega che il ricorrente non può essere considerato un rifugiato perchè non è “oggetto di persecuzione per razza, religione o appartenenza a un determinato gruppo sociale” e aggiunge che “nè in altro modo le circostanze fanno emergere la sussistenza di un danno grave in caso di rientro in Mali, cioè il rischio verosimile di essere sottoposto a pena capitale o a trattamenti inumani o degradanti”.
Ma secondo il tribunale di Venezia lo straniero “ha dato prova di una perfetta padronanza della lingua italiana e per ciò stesso di una seria capacità  d’inserimento”.
Non solo. “Ha dimostrato – continua il giudice – di essere occupato a tempo pieno in molteplici attività  lavorative, dalla vigilanza al lavoro in ristorazione e in agricoltura, di aver frequentato e concluso la scuola secondaria, oltre allo svolgimento di volontariato e di essere in procinto di acquisire la patente”. Elementi che impediscono l’allontamento del giovane per “non arrecare un danno sproporzionato alla sua vita privata”

(da agenzie)

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