Agosto 9th, 2018 Riccardo Fucile
PER GLI IMBECILLI CHE PARLANO DI “OFFESA” NEL PARAGONARE GLI ATTUALI MIGRANTI AGLI ITALIANI DI ALLORA… 50.000 GLI ITALIANI UFFICIALI, 130.000 QUELLI “CLANDESTINI” POI REGOLARIZZATI… CONDIZIONI DI VITA E DI LAVORO IGNOBILI, CARCERE E RAZZISMO DA PARTE DEI BELGI
L’8 agosto di sessantadue anni fa accadeva in Belgio una delle più grandi tragedie della storia
dell’emigrazione e del lavoro italiana: in una miniera a Marcinelle, nei pressi di Charleroi, in Vallonia, in un incidente persero la vita 262 minatori di cui 136 italiani.
In questi tristi tempi dominati da parole d’odio, di razzismo, di disprezzo del lavoro, ricordare quella tragedia che accomunò nel dolore un intero paese, dal Veneto alla Sicilia, è utile e ancor più doveroso, non solo per il rispetto che si deve a quelle persone e alle loro famiglie, ma soprattutto perchè la memoria è lo specchio più solenne nel quale può riflettersi una civiltà per capire se il tempo ha contribuito a migliorarla o a imbruttirla e incattivirla, come pare dimostrino le cronache di questi mesi all’insegna del sovranismo.
Non era assai diversa dall’odierna immigrazione quella degli italiani che immediatamente dopo la fine della Seconda guerra mondiale lasciarono i propri paesini poveri, distrutti dalla guerra e afflitti dalla fame e dalla disoccupazione, per inseguire il sogno di un lavoro sicuro e ben retribuito, come avevano letto in accattivanti manifesti rosa affissi in ogni angolo d’Italia.
Era stato proprio il governo dell’epoca a invitare i nostri connazionali a emigrare. L’Italia aveva molti disoccupati e scarse risorse nel sottosuolo; il Belgio, viceversa, aveva un’industria rimasta intatta dopo il conflitto, grandi riserve di carbone ma penuria di manodopera.
L’esito appariva scontato: uomini da spedire in miniera in cambio di carbone a prezzo di favore.
Così, subito dopo il 1946, cominciarono a partire per il Belgio pastori, braccianti, braccia che neanche sapevano o capivano che lavoro avrebbero dovuto fare. Dovevano affrontare un viaggio lungo, specialmente quelli che venivano dal Sud.
La prima meta di tutti era Milano dove, dopo accurati controlli medici, venivano caricati su treni speciali in vagoni merci. Il viaggio che durava diversi giorni era estenuante.
E non ci furono solo regolari, ma anche molti clandestini che, attraverso vari stratagemmi, venivano poi regolarizzati.
Ne ha ricostruito i particolari di questo aspetto e più in generale della tragedia Toni Ricciardi nel volume Marcinelle, 1956. Quando la vita valeva meno del carbone, edito da Donzelli.
L’accordo con il Belgio prevedeva l’invio di 2.000 minatori a settimana per raggiungere la cifra di 50.000.
Alla fine del 1955, i minatori italiani in Belgio erano 180.000.
In buona parte, i nostri connazionali vennero alloggiati in baracche di un ex campo di concentramento nazista, fino al 1953 sprovviste di luce, acqua e gas. Ma non era questo l’aspetto peggiore.
Ben più terribile era il lavoro che li attendeva e del quale non erano stati per niente preparati: fino oltre i mille metri di profondità per spalare carbone.
In molti, dopo il primo giorno di lavoro volevano smettere, ma ciò comportava, da contratto, l’arresto e la reclusione e in cella il vitto era così scarso che la fame li costringeva a scendere nuovamente nel sottosuolo.
A ciò si aggiunga il disprezzo e l’ostilità di una parte consistente della popolazione belga che accusava gli italiani di rubare loro il lavoro e li aveva apostrofati in modo denigratorio con il termine “macaronì”.
Sfruttamento oltre i limiti, condizioni di lavoro terribili, alloggi inospitali, clima di ostilità . Non era bello essere un minatore italiano in Belgio negli anni cinquanta.
Alle dure condizioni di lavoro era abbinata la scarsa attenzione per la sicurezza dei lavoratori.
Secondo le cifre ufficiali, dal 1947 al dicembre del 1955, per vari incidenti, c’erano stati 1.164 morti di cui 435 italiani.
A ciò si aggiungano i morti non per incedenti ma per malattie dovute al lavoro come la silicosi. Insomma, l’operaio era davvero l’ultimo anello della catena e la sua vita valeva meno di niente.
La pretesa di estrarre carbone fino all’inverosimile e la scarsa attenzione per la sicurezza furono all’origine della tragedia che si consumò l’8 agosto del 1956, poco dopo le 8 del mattino, nella miniera di Le Bois du Cazier, nei pressi di Marcinelle, dove i primi pozzi di carbone vennero scavati oltre un secolo prima.
Con ogni probabilità , un errore di comunicazione causò un cortocircuito da cui scaturì immediatamente un incendio alimentato dai ventilatori che spinsero il fumo fino ai 975 metri sottoterra dov’erano rimasti 275 minatori.
Immediatamente colleghi e soccorritori si attivarono per cercare di salvare qualcuno, ma la situazione era disperata. I soccorsi durarono diversi giorni, mentre donne, bambini e amici si erano portati in dignitoso silenzio intorno ai cancelli della miniera, certo per sperare di rivedere un proprio caro, ma anche per manifestare la propria rabbia nei confronti di un sistema che li aveva sfruttati e, con l’illusione di una vita migliore, condotti alla morte.
Meritano, a tal proposito, di essere menzionate le toccanti testimonianze raccolte da Paolo Di Stefano nel volume La catastròfa: Marcinelle 8 agosto 1956, pubblicato da Sellerio.
La macchina dei soccorsi si interruppe il 22 agosto quando un soccorritore risalendo spense ogni residua speranza esclamando un agghiacciante “Tutti cadaveri”.
Ci sono tante cose che accomunano la tragedia di Marcinelle al dramma attuale dell’immigrazione, dalle condizioni di lavoro difficili all’odio nutrito verso di loro, dalla scarsa attenzione per la sicurezza al disprezzo della loro stessa vita.
Entrambe, soprattutto, ci dicono che il lavoro e l’immigrazione stanno dalla stessa parte nel conflitto contro lo sfruttamento.
L’esercizo della memoria valga come un doveroso avvicinamento verso la civiltà , dopo la barbarie di queste ultime settimane.
(da Globalist)
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Agosto 2nd, 2018 Riccardo Fucile
LE NUOVE ROTTE DEGLI SCAFISTI CHE NON VENGONO INTERCETTATE… QUA NON CI SONO ONG DA CRIMINALIZZARE, CHISSA’ QUANTI SONO GIA’ SBARCATI
Sono arrivati in Italia con barche a vela provenienti dalla Turchia, una rotta sempre più utilizzata
dagli scafisti, soprattutto ucraini e russi.
Si tratta di 40 migranti, di presunta nazionalità irachena, rintracciati questa mattina mentre camminavano in strada tra la spiaggia di Fontane bianche ed Avola, nel Siracusano
Secondo il Gruppo interforze di contrasto all’immigrazione clandestina della Procura di Siracusa sono sbarcati la notte scorsa. Alcuni migranti sono stati individuati dai carabinieri e altri dalla polizia.
Il pattugliatore Barletta della Guardia di Finanza e la motovedetta della Guardia costiera sono invece alla ricerca della barca che avrebbe lasciato i migranti in spiaggia.
Si tratta dell’ennesimo sbarco con barche a vela provenienti dalla Turchia.
(da agenzie)
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Luglio 28th, 2018 Riccardo Fucile
IL GIOVANE SENEGALESE CHE DAL 2013 E’ PARTE ATTIVA DELLA COMUNITA’ SAREBBE DOVUTO RIENTRARE IN PATRIA IL 31 LUGLIO… BENVOLUTO DA TUTTI, ORA HA ANCHE OFFERTE DI LAVORO
Missione (per ora) compiuta: la mobilitazione di Castelbelforte, cittadina del Mantovano
amministrata dalla Lega, ha avuto successo ed è stato bloccato il rimpatrio di Fassar Marcel Ndiaye, il senegalese che dal 2013 è parte attiva della comunità e sarebbe dovuto rientrare nel suo Paese d’origine il prossimo 31 luglio perchè privo del permesso di soggiorno.
“Le 500 firme finora raccolte dai cittadini e presentate al prefetto di Mantova hanno avuto l’effetto sperato. Lunedì depositeremo ufficialmente in questura la domanda per il rilascio del permesso di soggiorno e Marcel potrà rimanere in Italia almeno per un altro anno e mezzo mentre l’iter andrà avanti — spiega Nunzia Zeida Vitale, l’avvocato che sta seguendo la vicenda — Nel frattempo, dopo 60 giorni dal ricevimento della domanda da parte della questura, lui potrà essere regolarmente assunto e ha già molte offerte di lavoro da parte di persone di Castelbelforte che lo conoscono bene e non vedono l’ora di dargli una possibilità . Siamo tutti molto soddisfatti”.
Del resto Marcel era ormai diventato una presenza fissa non solo in parrocchia, dove viene ospitato dal parroco don Alberto Ancellotti e collabora con la Caritas e altre associazioni di volontariato, ma anche alle sagre di paese e in tutti i momenti più importanti della vita della comunità .
“La festa che era già in programma il 29 luglio per salutarlo prima della partenza è stata rimandata, ma ci sarà comunque un momento di aggregazione in cui il parroco comunicherà ufficialmente alla gente la buona notizia” continua Vitale.
La permanenza di Fassar Marcel Ndiaye a Castelbelforte è vista positivamente anche dal primo cittadino leghista, Massimiliano Gazzani: “In questi giorni ha mantenuto un basso profilo, ma sostiene Marcel e mi ha detto che lo considera un fratello. Si è anche rivolto a lui in passato per risolvere alcune tensioni con la comunità senegalese locale” assicura l’avvocato.
(da agenzie)
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Luglio 23rd, 2018 Riccardo Fucile
GUDETA PRODUCE CON IL LATTE DI CAPRA FORMAGGIO E PRODOTTI DI BELLEZZA NELLA VALLE DEI MOCHENI
Lei si chiama Agitu Idea Gudeta, viene dall’Etiopia e adesso vive nel trentino.
Con grande volontà e un pizzico di ingegno ha costruito un’attività che sta ottenendo un bel successo producendo con il latte di capra formaggio e prodotti di bellezza che poi rivende.
Gudeta ha lasciato la sua terra nel 2010 e con le sue capre sta diventando un esempio di integrazione, anche se ultimamente la donna ha detto di temere l’ostilità crescente verso i migranti che renderà più difficile integrarsi.
Gudeta vive e lavora nel Trentino, nella Valle dei Mocheni (o Valle del Fèrsina) dove le colline rivivono con il ‘suono’ , ossia il belato,delle capre
La sua storia è stata raccontata dalla Reuter attraverso le foto di Alessandro Bianchi
(da agenzie)
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Luglio 21st, 2018 Riccardo Fucile
DOPO ANNI DI OCCUPAZIONE GLI STRANIERI HANNO BUSTE PAGA PIU’ BASSE, MENTRE QUELLE DEGLI ITALIANI AUMENTANO
I migranti non rubano il lavoro agli italiani, svolgono le occupazioni che loro non vogliono più
fare e – anche dopo anni sul cantiere, in fabbrica o a rassettare le camere degli alberghi – guadagnano meno dei dipendenti locali.
Non solo: la loro presenza nel mercato del lavoro ha fatto gonfiare (anche se di poco) le buste paga di chi è nato in Italia.
Non è una serie di slogan messi in fila ma il risultato di uno studio pubblicato sulla rivista “Economia Italiana” e riportato da Financial Community Hub.
I ricercatori hanno lavorato sui dati che l’Inps ha raccolto tra il 1995 e il 2015. Vengono presi come riferimento i dipendenti del settore non agricolo: si tiene conto dell’ingresso dei migranti nel mercato occupazionale, della loro disponibilità a muoversi sul territorio per cercare un’occupazione nuova e della reazione dei salari al loro arrivo nel mercato italiano.
Si legge su FCHub:
Su quest’ultimo punto l’analisi empirica dà un risultato che rovescia la vulgata, perchè in realtà la concorrenza dei migranti ha un effetto positivo — anche se piccolo – sul livello della paga del nativo.
Le conclusioni che gli studiosi hanno tratto smontano punto per punto la retorica del migrante che toglie il lavoro agli italiani. E hanno dimostrato come, invece, i dipendenti italiani continuino a guadagnare più degli stranieri.
La questione cruciale resta il rapporto tra i salari degli uni e degli altri. Qui i dati Inps, presso cui si registrano le retribuzioni lorde, testimoniano che i salari dei migranti subivano una penalizzazione del 30 per cento nel 1995, che con il tempo è aumentata fino al 40 per cento. La spiegazione — ragionano gli autori della ricerca – non è una recrudescenza dello sfruttamento, ma potrebbe dipendere dal fatto che i migranti sono lavoratori più giovani e meno qualificati.
Il fatto che gli stranieri guadagnino meno degli italiani non ha generato una concorrenza al ribasso ai danni di questi ultimi. Al contrario, ha contribuito a un leggero aumento dei loro salari.
I ricercatori scrivono:
“I risultati delle nostre analisi mostrano come l’ingresso dei migranti nei mercati locali del lavoro non indebolisce ma anzi aumenta, seppure in maniera molto lieve, i salari dei nativi: una variazione dell’offerta di lavoro migrante del 10% spinge i salari dei nativi in alto di 0,1%”
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 20th, 2018 Riccardo Fucile
“L’EUROPA NON ACCOGLIE I PROFUGHI E CHIEDE A NOI DI PRENDERNE CENTINAIA DI MIGLIAIA?”
La Libia è “assolutamente contraria” all’idea Ue di realizzazione nel Paese strutture dove
accogliere i migranti illegali che l’Unione europea non vuole.
Lo ha detto in un’intervista al quotidiano tedesco Bild il premier libico Fayez al-Sarraj aggiungendo che “non faremo neanche accordi con l’Ue per prendere i migranti in cambio di soldi”.
Al-Sarraj si dice “molto stupito” per il fatto che in Europa nessuno voglia più accogliere i migranti ma “chiedano a noi” di prenderne centinaia di migliaia.
Il premier libico è tornato anche a respingere le accuse rivolte alla guardia costiera dalla Ong Open Arms e a battere cassa: “abbiamo bisogno di supporto logistico e finanziario”.
(da agenzie)
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Luglio 20th, 2018 Riccardo Fucile
L’IMMAGINE CHE RAFFIGURA DONNE DI DIVERSA CULTURA CHE SI TENGONO PER MANO: UNA LEZIONE DI CIVILTA’ DA UN PAESINO DEL COSENTINO
Sei cartelli all’ingresso del Paese con su scritto “Qui nessuno è straniero”, una scritta accompagnata dalla raffigurazione di quattro donne di diverse tradizioni culturali che si tengono per mano.
Sono i cartelli installati dall’amministrazione comunale all’ingresso del Paese di Acquaformosa, in provincia di Cosenza, un messaggio per ribadire che, in questa epoca di muri e fili spinati, qui tutti sono i benvenuti e nessuno è straniero.
Non è un comune qualsiasi, Acquaformosa. Arrampicato sulle montagne del Pollino, è diventato noto alle cronache nazionali grazie all’accoglienza di circa cento profughi che hanno salvato il paesino dall’inesorabile spopolamento causato dall’invecchiamento della popolazione.
Grazie all’arrivo dei migranti, e dei loro figli, la scuola del paese è rimasta aperta, le case vuote sono state affittate dall’associazione che gestisce l’accoglienza e abitate dai migranti, l’economia del borgo si è rimessa in moto.
Acquaformosa è famoso anche per le sue origini, che si perdono nella tradizione arbreshe, gli albanesi d’Italia, sbarcati qui nel 1.400 ma le cui tradizioni resistono intatte in tutto il paese, dove cartelli, piazze e vie portano scritte in doppia lingua. Anche i nuovi cartelloni all’ingresso del paese hanno la scritta sia in italiano che in albanese.
“I disegni dei cartelloni — ha spiegato il vicesindaco Giovanni Mannoccio, promotore dell’iniziativa — sono il frutto di un concorso tra le scuole di cinque paesi della zona, tutti di tradizione arbreshe, un progetto finanziato dal nostro comune e da Unar. Lo slogan ‘Qui nessuno è straniero’ vuole rivendicare il nostro ruolo nell’accoglienza dei migranti, vuole rappresentare un simbolo di resistenza rispetto alle nuove politiche del Governo. In questa estate, chiunque si sentirà a disagio per le politiche di respingimento, potrà venire da noi e trovare accoglienza e partecipazione”.
(da Globalist)
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Luglio 5th, 2018 Riccardo Fucile
AUSTRIA E GERMANIA RIMANDERANNO I MIGRANTI IN ITALIA, ALLA FACCIA DELLA SOLIDARIETA’ TRA SOVRANISTI
L’11 luglio il ministro Salvini incontrerà l’omologo tedesco Horst Seehofer per parlare di immigrazione
alla vigilia del vertice di Innsbruck.
Oggi il ministro Seehofer è in visita a Vienna dove ha incontrato il primo ministro Sebastia Kurz e rilasciato alcune dichiarazioni che sicuramente non piaceranno al Viminale e nemmeno al presidente del Consiglio Conte, che giusto una settimana fa ha presentato la sua multilevel strategy sull’immigrazione al Consiglio Europeo.
Mentre in Germania il leader della CSU continua il braccio di ferro con la Cancelliera Merkel a Vienna Seehofer ha detto che Berlino non chiuderà le frontiere con l’Austria per impedire il transito dei migranti.
Di conseguenza Vienna non sarà obbligata a fare altrettanto al confine con l’Italia blindando il Brennero.
Una buona notizia? Non proprio, perchè al tempo stesso Seehofer ha fatto sapere che i profughi e i richiedenti asilo che si presenteranno alle frontiere austriache e tedesche saranno rimandati indietro. Ovvero in Italia e in Grecia.
Due giorni fa Salvini aveva detto che durante una telefonata con il ministro tedesco «Abbiamo discusso di soluzioni condivise per il contrasto dell’immigrazione clandestina anche tra un paese e l’altro dell’Ue e la protezione delle frontiere esterne dell’Europa».
Il piano di Seehofer era stato anticipato da una dichiarazione del segretario generale della CSu Markus Blume che sulla Sueddeutsche Zeitung aveva detto che l’Italia «deve sapere che se non firma un accordo per riprendersi i richiedenti asilo registrati in Italia, li respingeremo al confine tra Germania e Austria».
Gli austriaci hanno fatto sponda al gioco di Seehofer e così il rimpallo delle responsabilità fa finire i migranti in Italia.
In ossequio ai regolamenti europei quindi i migranti che si trovano in Germania, ma che sono stati registrati in Italia e Grecia, ritorneranno da dove sono venuti.
Vale a dire che saranno inviati a centri di transito e poi saranno rinviati a Roma o Atene «e questo sarà un contributo essenziale di Italia e Grecia per fermare la migrazione illegale».
Tutto è demandato ad un’intesa con Italia e Grecia ma se i negoziati dovessero fallire i tre Paesi dovranno pensare a nuove misure per fermare la migrazione illegale.
Per il momento la Germania non riterrà l’Austria responsabile per profughi di cui non è responsabile. E dal momento che la responsabilità è in gran parte di Italia e Grecia è facile capire dove finiranno i migranti.
Sul piatto della trattativa Seehofer ha messo la regolamentazione dei movimenti secondari dei migranti da un Paese di primo ingresso verso gli altri Stati dell’UE. Movimenti che devono essere fermati.
A dirlo è stato anche il presidente Conte, che ha inserito la regolamentazione dei movimenti secondari intra-UE nei dieci punti della sua proposta.
Vista dall’Italia non si tratta però di un’idea rivoluzionaria, perchè il blocco degli spostamenti tra i paesi UE significa che i migranti rimarranno dove sono (per altro un rifugiato politico gode a tutti gli effetti dei diritti di un cittadino europeo, ivi compresa la libertà di movimento).
E dal momento che arrivano in Italia e vengono registrati in Italia è pacifico che questo significa nessuna solidarietà .
Eppure Conte all’indomani del Consiglio Europeo aveva detto che il vertice era stato un successo all’80% (al 70% secondo Salvini).
Alla luce di queste dichiarazioni si capisce come mai il governo italiano, quello che ha promesso di essere forte in Europa stia facendo pressioni sulla Libia affinchè trattenga il maggior numero di migranti possibile.
A questo servono le motovedette cedute alla guardia costiera libica e la guerra senza quartiere alle Ong.
Questa è la parte che l’Italia sta facendo per contrastare l’immigrazione illegale. La storia delle frontiere italiane che diventano frontiere europee e del “chi sbarca in Italia sbarca in Europa” è pura propaganda.
A nessuno in Europa interessa. Proprio oggi il commissario europeo ai diritti umani ha criticato l’atteggiamento di quegli stati che cercano di contrastare l’operato delle organizzazioni non governative chiedendo che i singoli stati mettano i diritti umani al centro delle loro politiche migratorie.
Salvini intanto ha fatto sapere che va tolto l’embargo alla Libia, «perchè i trafficanti di esseri umani e di armi si disinteressano dell’embargo». E sarebbe bello sapere di quale Libia sta parlando il ministro dell’Interno, visto che non c’è uno stato unitario.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 28th, 2018 Riccardo Fucile
OCCORRE SFATARE PREGIUDIZI NON BASATI SULLA REALTA’ E DELINEARE STRATEGIE
Come il cambiamento climatico, la migrazione è una questione globale che deve essere affrontata sia a livello locale che internazionale.
Diversi tentativi di cooperazione internazionale con l’obiettivo di regolare i flussi migratori hanno fallito. La crisi europea in materia di asilo del 2015 ha rivelato che, anche in contesti altamente integrati e cooperativi come l’UE, l’assenza di preparazione, la confusione politica e la disinformazione generano risposte politiche inadeguate ed umanamente costose.
A livello globale, dalla Convenzione del 1990 sui diritti dei migranti ai “global compacts” attualmente discussi, i tentativi di coordinare le politiche e di promuovere la governance globale non sono si sono dimostrati in grado di fornire soluzioni innovative e di forte impatto.
Il recente afflusso di richiedenti asilo siriani in Europa ha messo i leader e l’opinione pubblica dell’UE di fronte all’evidenza di una crisi umanitaria che in realtà si manifesta soprattutto nel Sud del mondo. Questo particolare afflusso di rifugiati è entrato in risonanza con discussioni più ampie sull’immigrazione, l’integrazione e la diversità nelle società europee già provate dalla crisi economica del 2008. Il trattamento della crisi migratoria in Europa risente oggi della confusione tra questioni politiche a breve e lungo termine come la regolamentazione in materia di asilo e migrazione, il dibattito sui diritti, la politica economica che non possono essere affrontati esclusivamente a livello nazionale.
Al di là dell’Europa, l’emergere o il consolidamento delle crisi politiche in materia di migrazione e asilo richiede una reazione urgente di tutte le parti interessate. Scienziati, organizzazioni della società civile, attivisti, cittadini e decisori politici devono unire le forze per ottenere una migliore comprensione dei fenomeni migratori sia forzati che volontari, delle loro determinanti e delle loro conseguenze per le società di accoglienza ed i paesi di origine.
Così facendo, forniremo delle basi per l’elaborazione di politiche basate sull’evidenza e la conoscenza al di là delle costruzioni e dei discorsi ideologici che tendono ad occupare i dibattiti nei media e nell’arena politica oggi.
È ormai urgente cambiare approccio :
Le politiche migratorie e di asilo in Europa, Nord America e in altri paesi (Kenya, Arabia Saudita, ecc.) costituiscono una minaccia senza precedenti recenti ai diritti umani delle popolazioni mobili ed al diritto di asilo.
Dagli anni ’90 in poi, i tentativi delle Nazioni Unite o di organizzazioni regionali come l’UE di regolamentare la migrazione e l’asilo sono falliti (la Convenzione del 1990 sui diritti dei migranti, gli accordi di Dublino in Europa, fino ai “global compacts”) e sono crollati di fronte alla prova dell’arrivo dei flussi di rifugiati (Iraq, Siria, Sud Sudan, Birmania) o delle crisi politiche sorte attorno alla questione della diversità e dell’integrazione dei migranti.*
Le opzioni strategiche adottate dai paesi dell’OCSE negli ultimi dieci anni – costruire muri, e costose esternalizzazioni del controllo dei flussi- non impediranno la migrazione, nè cambieranno i fattori fondamentali che influenzano la migrazione come spesso ripetono gli scienziati e come hanno mostrato precendenti esperienze.
La mancanza di comprensione dell’impatto della migrazione nelle società di arrivo dei migranti si traduce costantemente in politiche fallimentari. I discorsi ispirati all’ideologia e alla paura prevalgono nelle società europee e si impongono nell’agenda politica. Le conoscenze scientifiche e specialistiche in materia di migrazione e asilo non vengono ascoltate.
Esistono controversie scientifiche in materia di migrazione e asilo. Tuttavia, su alcune questioni vi è un ampio consenso tra gli esperti che viene sistematicamente ignorato nel processo decisionale :
Le migrazioni avvengono per lo più all’interno di regioni non tra i continenti e i migranti si trovano principalmente nel sud del mondo, in particolare i rifugiati
Oggi vi sono 246 milioni di migranti nel mondo, solo il 3,4% della popolazione mondiale, molto meno che nel 19 ° secolo*
Le restrizioni sui visti riducono la mobilità degli immigrati già presenti nel paese ospitante: i lavoratori migranti rimangono invece di ritornare nel proprio paese o altrove
L’assenza di opportunità di visto per i richiedenti asilo nei paesi di origine e di transito aumenta anche le pratiche criminali come la tratta umana.
La chiusura delle frontiere non limita solo la mobilità umana, ma anche gli scambi e i trasferimenti di fondi, know-how, idee al di là delle frontiere
Il rapido accesso ad un’abitazione, all’istruzione ed al mercato del lavoro formale aumentano la qualità dell’integrazione dei migranti e dei richiedenti asilo nelle società di accoglienza, riducendo ulteriormente le disuguaglianze e le privazioni di diritti
I comportamenti dei migranti in termini di fertilità raggiungono rapidamente i modelli demografici nei paesi ospitanti riducendo l’impatto dei flussi migratori sulle dinamiche demografiche dei paesi d’accoglienza
Il finanziamento dello sviluppo può aumentare l’emigrazione dai paesi più poveri. La relazione tra sviluppo economico e migrazione è molto più complessa di quanto sembrano assumere a fondamento della propria azione le attuali politiche.
L’effetto degli afflussi di immigrati sul mercato del lavoro e sulla crescita dei paesi d’arrivo è complessivamente neutro o positivo, a seconda delle condizioni economiche e dinamiche ed in ogni caso non vi è evidenza di un impatto negativo.
Al fine di comprendere gli effetti delle migrazioni umane è fondamentale un’analisi che tenga conto sia dei contesti specifici che delle dinamiche globali. Di recente sono emerse preoccupazioni relative alla mancanza o alla qualità inaffidabile di dati relativi al fenomeno migratorio. Oltre ai dati, riteniamo che delle premesse analitiche solide e chiare siano necessarie per elaborare delle politiche che abbiano come obiettivo una regolamentazione sana ed efficiente dei movimenti delle popolazioni. Le politiche one-size-fits-all e basate sull’ideologia non funzionano.
Esortiamo quindi a rompere con soluzioni politiche miopi ed inadeguate che oltre a generare situazioni di crisi umanitarie comportano un ulteriore inasprimento delle relazioni politiche. Chiediamo un cambiamento radicale di paradigma nel trattamento dei fenomeni migratori e dell’asilo internazionale. Chiediamo un cambiamento basato su approcci razionali, realistici, scientificamente informati ed umani
Chiediamo una riunione di emergenza di scienziati, esperti, rappresentanti della società civile, responsabili politici e leader politici in materia di migrazione e asilo.
Seguono 500 firme di ricercatori europei. Tra cui:
Marzio Barbagli, sociologo, Istituto Cattaneo e Università di Bologna
Chiara Saraceno, sociologa e filosofa, Collegio Carlo Alberto Torino
Giuseppe Sciortino, sociologo, Università di Trento
Jean Jouzel, climatologo, vicepresidente GIEC, Francia
Mireille Delmas-Marty, giurista, Collège de Franc
Franà§ois Hèran, demografo, Collège de France
Patrick Boucheron, storico, Collège de France
Thomas Piketty, economista, EHESS-Paris School of Economic
Steven Vertovec, antropologo, direttore del Max Planck Institute for the Study of Religious and Ethnic Diversity, Gà¶ttingen (Germania
Michèle Lamont, sociologo, Harvard Universit
Andrew Geddes, politologo, direttore del Migration Policy Centre, European University, Itali
Christina Boswell, politologa, decana ricerche in scienze sociali, University of Edinburgh, Scozi
Peter Scholten, politologo, direttore del consorzio International Migration, Integration and Social Cohesion (IMISCOE) Erasmus University Rotterdam, Paesi Bassi.
Pieter Bevelander, direttore del Malmà¶ Institute for Studies of Migration, Diversity and Welfare (MIM) Università di Malmà¶, Svezi
Ferruccio Pastore, direttore del FIERI (Forum Internazionale ed Europeo di Ricerche sulle Migrazioni), Torino
Dina Vaiou, geografa, Technical University of Athens (NTUA), Grecia
Sabrina Marchetti, sociologa, Università di Venezia
Maurizio Ambrosini, sociologo, Università di Milan
Fabio Amato, geografo, L’Orientale di Napoli
Tiziana Caponio, politologa, Collegio Carlo Alberto
Roberta Ricucci, sociologa, Università di Torino
(da agenzie)
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