Giugno 27th, 2018 Riccardo Fucile
CONTROVERTICE DELLE ONG: UN APPELLO CHE PUO’ AIUTARE L’ITALIA A FAR VALERE LE PROPRIE RAGIONI
Il “controvertice della solidarietà ” può aiutare l’Italia a far valere le proprie ragioni al Consiglio europeo di domani.
Nel mirino dei sovranisti di ogni coloritura ideologica e latitudine geografica, le Organizzazioni non governative non si fanno da parte ma, alla vigilia del summit dei capi di stato e di governo, rilanciano la loro sfida nel nome della solidarietà e del rispetto dei diritti umani.
Una sfida che le Ong hanno portato nel cuore di Bruxelles, per far sentire la propria voce e avanzare le proprie proposte destinate ai 28 leader europei che si riuniranno in una complicata due giorni, in un Consiglio incentrato proprio su come affrontare l’emergenza immigrazione e come gestire al meglio l’accoglienza dei rifugiati.
In campo ci sono tutte le più importanti Ong, come Save the Children, Oxfam, Amnesty International, insieme ad Acli, Arci, Baobab Experience, Cgil, Emergency.
Un mondo che non predica ma pratica una solidarietà concreta, quotidiana.
Dalla parte dei più indifesi.
E che, forte di una esperienza indiscutibile, avanza proposte fattive, praticabili. Con una premessa decisiva: che i leader europei mettano da parte “gli egoismi nazionali” e facciano “la propria parte sull’accoglienza”.
Una premessa che porta poi con sè l’intervento su un punto che il premier italiano Giuseppe Conte porterà domani al tavolo del vertice e su cui Roma ha insistito in queste burrascose settimane nei contatti diplomatici a tutto campo e negli incontri bilaterali che Conte ha avuto con il presidente francese Emmanuel Macron e con la cancelliera tedesca Angela Merkel.
L’iniziativa #EuropeanSolidarity punta a chiedere ai governi Ue che prenderanno parte al Consiglio europeo del prossimo 28 giugno “di abbandonare gli egoismi nazionali, modificare il regolamento di Dublino e dare finalmente sostanza al principio di solidarietà su cui è fondata l’Unione europea”.
“Chiedere asilo in Europa è un diritto, ma regole e politiche ingiuste continuano a far pagare a chi cerca rifugio l’incapacità dei Governi di affrontare sfide comuni con risposte comuni, come successo alle 629 persone bloccate in mare sull’Aquarius”, si legge nell’appello che invita alla mobilitazione dei cittadini europei.
“Il 27 giugno – spiegano i promotori – in decine di città europee scendiamo in piazza per chiedere al Consiglio europeo di non sprecare questa occasione storica e riformare il Regolamento di Dublino. L’obiettivo è quello di superare l’ingiusto criterio del “primo Paese di accesso” e sostituirlo con un sistema di ricollocamento automatico che valorizza i legami significativi dei richiedenti e impone a tutti i Paesi di fare la propria parte, come già chiedono i Trattati europei.
Il terreno d’incontro possibile tra la diplomazia dall’alto, quella dei Governi, e la “diplomazia dal basso”, quella delle Ong, è dunque la riforma del “Regolamento di Dublino”, che assegna i profughi al Paese di primo arrivo concentrando così troppo il problema solo sugli Stati mediterranei, come l’Italia.
“Il Regolamento di Dublino è inadeguato a gestire i flussi migratori”, ha ribadito Conte alla Camera. Un giudizio condiviso dalle Ong.
La sfida delle quali ha due pilastri fondamentali, due obiettivi strategici da raggiungere: l’attivazione di corridoi umanitari per quanti fuggono da guerre, disastri ambientali, povertà e fame, e l’istituzione di un unico diritto d’asilo europeo.
Tra le Ong promotrici del “controvertice della solidarietà “, inveratosi in oltre 120 manifestazioni in tutta Europa (in Italia, tra le città coinvolte, Roma e Firenze), c’è Oxfam.
“In questo momento le persone che cercano riparo in Europa si stanno scontrando con frontiere chiuse, porti chiusi, respingimenti effettuati anche illegalmente come nel caso dei minori a Ventimiglia. Bambini, ragazze, donne incinte. A nessuno è risparmiato questo trattamento. Al largo delle coste italiane, intere famiglie oggi sono intercettate e riportate in Libia per ritrovarsi nuovamente vittime degli abusi e delle torture da cui sono scappate, in Grecia restano invece intrappolate in campi sovraffollati con servizi di base del tutto insufficienti. Sono queste le basi su cui si fonda l’Unione Europea? — afferma la direttrice delle campagne di Oxfam Italia, Elisa Bacciotti — E se l’Europa non è in grado di garantire la tutela dei diritti fondamentali di queste persone sul proprio territorio, nel Mar Mediterraneo, come può garantire una analisi accurata delle richieste di asilo nei Paesi di transito? Il fallimento rappresentato dall’accordo con la Libia sulla protezione delle persone parla da solo”.
In questo contesto Oxfam chiede quindi all’Unione Europea di assumere una prospettiva europea condivisa e solidale. “Le politiche disumane adottate dagli Stati Uniti per separare i bambini migranti alle loro famiglie hanno sollevato un’ondata di orrore e incredulità — continua Bacciotti – Eppure nonostante la maggioranza dei leader europei concordino sulla necessità di adottare un approccio europeo alla gestione della crisi migratoria, continuano a non voler trovare una soluzione europea comune, che consentirebbe ai migranti di essere trattati con rispetto e dignità . In questa direzione perciò chiediamo al Consiglio Ue di domani e venerdì di utilizzare questa occasione per arrivare alla definizione di una riforma del sistema di richiesta di asilo a livello europeo”.
A preoccupare, inoltre, è l’atteggiamento assunto dal Governo italiano nelle ultime settimane “E’ fondamentale che l’Italia sciolga qualsiasi ambiguità rispetto alla proposta di una riforma del Trattato di Dublino nella direzione di una ridistribuzione automatica e obbligatoria dei richiedenti asilo tra i Paesi Membri, senza aver paura di scontentare i paesi del cosiddetto blocco di Visegrad — aggiunge – Paolo Pezzati, policy advisor di Oxfam Italia su crisi migratoria e emergenze umanitarie – Allo stesso tempo desta grande preoccupazione l’atteggiamento assunto dal Governo rispetto alle operazioni di salvataggio in mare, che rischia di avere come unica conseguenza un braccio di ferro a livello europeo, che per tutta l’estate potrebbe consumarsi sulla pelle di uomini, donne e bambini in cerca di salvezza. Per questo chiediamo che l’Italia riapra i propri porti alle navi, anche a quelle delle Ong, cariche di persone in fuga dalla Libia. Il protrarsi di una posizione di assoluta chiusura assieme ad una maggiore collaborazione con le autorità libiche rappresenterebbe una negazione dei diritti umani fondamentali verso persone che non hanno più nulla”.
Una mobilitazione che non dura un solo giorno.
A dare continuità è la campagna Welcoming Europe- Per un’Europa che accoglie, che ha l’obiettivo di raccogliere 1 milione di firme nei prossimi 12 mesi in almeno 7 Paesi membri.
Firme che saranno consegnate alla Commissione europea con la richiesta di presentare un atto legislativo di riforma in materia di immigrazione, volto a superare le difficoltà dei Governi nazionali nella gestione dei flussi migratori.
Nello specifico la campagna chiede: di impedire la criminalizzazione di atti umanitari nei confronti dei migranti; creare canali di accesso sicuro verso l’Europa, allargando ad attori della società civile la possibilità di fare da sponsor per l’ingresso in Europa dei rifugiati; proteggere le vittime di abusi, rafforzando meccanismi di tutela e di denuncia in particolare nella gestione delle frontiere esterne; garantire l’introduzione di canali di accesso per lavoro.
La sfida delle Ong è quella di riuscire a coniugare legalità e sicurezza nell’affrontare il fenomeno delle migrazioni. In questa direzione si muove la proposta di istituire dei percorsi legali per l’ingresso dei migranti extra-comunitari nell’Ue, come i corridoi umanitari che l’Italia ha sperimentato con successo. In tante città d’Europa i partecipanti alla giornata di mobilitazione hanno portato con sè il simbolo della manifestazione: un origami a forma di barca.
La “barca della solidarietà “. Una “barca europea”.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 27th, 2018 Riccardo Fucile
RICALCA LA RISOLUZIONE DEL PARLAMENTO EUROPEO DEL 12 APRILE 2016 FINITA NEL NULLA COME SEMPRE
Presentata con grande enfasi qualche giorno fa al vertice informale di Bruxelles sulle migrazioni la
European Multilevel Strategy for Migration di Giuseppe Conte.
Del resto i dieci punti della proposta avanzata dall’Italia, che il presidente del Consiglio ha definito «nuovo paradigma di risoluzione dei problemi» spiegando che si tratta di un «radicale cambio di approccio sul tema» non rappresentano una soluzione immediata al problema delle migrazioni.
Perchè la multilevel strategy di Conte è un documento che nasce vecchio
Anche perchè di fatto quei dieci punti tratta di argomenti e di proposte che sono già state presentate negli ultimi tempi. Una su tutte quella di rivedere il regolamento di Dublino abolendo il criterio che sia il paese di primo approdo ad occuparsi dell’esame delle richieste d’asilo (come già chiesto dal Parlamento Europeo) e di introdurre un meccanismo che distingua tra porto sicuro di sbarco e lo Stato competente ad esaminare richieste di asilo; in pratica una redistribuzione dei richiedenti asilo e non più di chi lo status di rifugiato lo ha già ottenuto. Anche questa una cosa che fa parte della proposta di modifica avanzata dall’Europarlamento.
Ma c’è di più, perchè in buona sostanza la strategia italiana assomiglia molto, pure troppo, alla risoluzione del Parlamento europeo del 12 aprile 2016 sulla situazione nel Mediterraneo e la necessità di un approccio globale dell’UE in materia di immigrazione.
Questo non significa certo che il presidente del Consiglio — o chi per lui — ha copiato quello che già era stato ampiamente discusso in sede europea. Significa solo che la proposta italiana sull’immigrazione non aggiunge nulla di nuovo.
Leggendo il testo della risoluzione del Parlamento Europeo di due anni fa troviamo ad esempio lodi alle missioni europee di controllo sulle frontiere esterne e affermato il principio della solidarietà ed equa ripartizione della responsabilità «compresi gli obblighi di ricerca e soccorso».
Il documento faceva notare che, al 3 marzo 2016 «dei 39 600 richiedenti asilo ospitati nelle strutture di accoglienza italiane in attesa di essere assegnati ad altri Stati membri, ne sono stati effettivamente ricollocati soltanto 338, mentre in Grecia sono stati 322 i ricollocamenti effettuati sui 66 400 previsti».
Qualcosa su questo versante poi ha iniziato a muoversi, anche se come è noto diversi paesi — principalmente quelli del gruppo di Visegrad — si sono sempre rifiutati di farsi carico dei rifugiati.
Inoltre già nel 2016 l’Europarlamento esprimeva la sua preoccupazione per il fatto che gli Stati membri di primo arrivo (ovvero Italia, Grecia e in misura minore Spagna) dovevano farsi carico di «trattare le domande di protezione internazionale più complesse (e i ricorsi più complessi), organizzare periodi di accoglienza più lunghi, nonchè coordinare i rimpatri delle persone cui alla fine non sarà riconosciuto il diritto alla protezione internazionale» ribadendo che una nuova modalità di gestione del sistema avrebbe dovuto basarsi su un’equa ripartizione delle responsabilità a livello europeo e contemplando la possibilità di creare «un certo numero di punti di crisi (“hotspot”), a partire dai quali dovrebbe aver luogo la distribuzione nell’Unione».
La risoluzione affronta, così come la strategy italiana, il tema dei movimenti secondari dei richiedenti asilo attraverso l’Unione.
Ma soprattutto indicava nella creazione di una raccolta centralizzata a livello europeo delle domande d’asilo come una delle possibili soluzioni al problema; considerando — si legge — «ciascun richiedente asilo come una persona che cerca asilo nell’Unione, vista come un tutto unico, e non in un singolo Stato membro».
Nella sua proposta Conte scrive che «chi sbarca in Italia, sbarca in Europa». E non finisce qui, perchè la risoluzione del 2016 (un testo molto lungo e articolato) parla anche della necessità di rafforzare la cooperazione con i paesi terzi (di origine e di transito), sia per i rimpatri sia al fine di adottare una strategia di lungo periodo «per contribuire a contrastare i “fattori di spinta” che costringono le persone a mettersi nelle mani delle reti criminali di trafficanti, che vedono come l’unica possibilità per raggiungere l’Unione».
Nella proposta italiana si legge che l’UE deve combattere le organizzazioni criminali che alimentano false illusioni nei migranti. Nella risoluzione del 2016 si raccomanda la creazione di campagne di sensibilizzazione sui pericoli del viaggio e sui criteri di protezione umanitaria in modo da scoraggiare le partenze dei migranti.
Infine la risoluzione sottolinea che l’Unione dovrà definire regole più generali in materia di ingresso e soggiorno di cittadini di paesi terzi in cerca di occupazione al suo interno ( i cosiddetti migranti economici), nell’ottica di superare le lacune individuate nel mercato del lavoro dell’Unione.
Al punto 12 Conte scrive: «ogni Stato stabilisce quote di ingresso dei migranti economici». Questo rappresenta invece un passo indietro rispetto a quanto già detto due anni fa in materia di immigrazione.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 27th, 2018 Riccardo Fucile
IL 46% DEGLI ITALIANI VUOLE RESPINGERLI, IL 49% VUOLE ACCOGLIERLI
La percezione di una accoglienza “gratis”, senza che sia necessario lavorare e anzi vivendo alle spalle
dello Stato, è quel che fa stortare lo sguardo verso i migranti negli occhi degli italiani.
Otto cittadini su dieci (il 79 per cento per la precizione) chiedono di far lavorare gratuitamente in attività di pubblica utilità gli immigrati in cambio dell’accoglienza, anche se per un periodo limitato.
Perchè i toni pubblici di alcuni rappresentanti istituzionali siano accesi è poi facile da intuire, quando si tratta di misurarne il dividendo di consenso che possono restituire: il 71% degli italiani pensa che l’Italia sia in credito con l’Europa sulla questione migranti, mentre sull’atteggiamento da adottare nei confronti degli sbarchi la popolazione è spaccata.
Il 46% che ritiene che i barconi dovrebbero essere respinti impedendo loro di raggiungere le coste italiane, mentre gli altri non sono d’accordo.
Sono alcuni dei temi affrontati nell’indagine Ue.Coop/Ixe’ presentata all’assemblea elettiva nazionale dell’Unione Europea delle Cooperative “Un’altra cooperazione” per la tavola rotonda sul tema “Immigrazione e lavoro”.
Il fattore determinate nello scatenare l’ostilità degli italiani nei confronti degli immigrati è proprio il fatto di essere assistiti senza lavorare che – sottolinea Ue.Coop – infastidisce ben il 30% dei cittadini prima della paura per la delinquenza (29%), mentre non si riscontrano discriminazioni razziali con solo il 4% che dice di essere preoccupato perchè sono diversi e ben il 26% che non si ritiene per nulla disturbato dalla loro presenza.
Il lavoro è la leva principale dell’integrazione con molteplici attività di pubblica utilità ritenute necessarie per compensare l’aiuto ricevuto con il vitto e alloggio nell’accoglienza
Nell’ordine, a giudizio degli italiani, potrebbe essere utile impiegare il lavoro degli immigrati accolti nella cura del verde pubblico (57%), la pulizia delle strade (54%), l’agricoltura (36%), la tutela del patrimonio pubblico (30%), la cura degli anziani (23%), secondo l’indagine Ue.Coop/Ixe’.
Analogamente, due terzi dei cittadini vedono con favore l’ipotesi di tirocini gratuiti, predefiniti nel tempo, in aziende private nell’ottica di ‘imparare un mestiere’.
Più di 1 italiano su 2 sarebbe inoltre favorevole a coinvolgere gli immigrati nel recupero dei piccoli borghi abbandonati e per combattere lo spopolamento dei territori.
L’83% dei cittadini – precisa Ue.Coop – ritiene peraltro che gli immigrati, durante la loro permanenza in Italia, dovrebbero frequentare obbligatoriamente un corso di lingua italiana durante la fase di accoglienza.
Diffuso è invece il disappunto rispetto all’attuale forma di gestione dell’immigrazione con appena il 33% degli italiani che giudica positivamente l’operato delle cooperative di accoglienza e ben il 60% che ritieni opportuno distribuire i nuovi arrivati sul territorio nazionale in strutture di piccole o medie dimensioni, con un sistema di ospitalità diffuso piuttosto che in grandi strutture concentrate (come vorrebbe il 32%) per l’identificazione, per le procedure di protezione internazionale, richiesta asilo o l’eventuale espulsione.
Questo disappunto sfocia nell’amplificare la dimensione del problema immigrazione in Italia e nel determinare l’atteggiamento rispetto alla strategia da adottare.
Soltanto due italiani su dieci sono favorevoli all’accoglienza tout court, un altro 20% è incline a rifiutare decisamente ulteriori presenze e una quota prevalente (il 56%) che – conclude Ue.Coop – opta per un indirizzo misto: accettazione di una quota prefissata e respingimento o redistribuzione in Europa degli altri.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 26th, 2018 Riccardo Fucile
UNA SEQUELA DI BALLE E DATI SBAGLIATI, DIMENTICANDO DI DIRE CHE IL M5S CHE ORA VUOL CAMBIARE IL TRATTATO DI DUBLINO QUANDO ERA IL MOMENTO VOTO’ CONTRO LE MODIFICHE
Oggi il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano era al Consiglio d’Europa per parlare di migranti
e immigrazione.
Un compito non facile, visto che la già di per sè complicata situazione al largo delle coste italiane è stata ulteriormente aggravata dalle azioni del governo del cambiamento.
Come è noto infatti il governo Conte, in primis i ministri Toninelli e Salvini, non hanno saputo fare di meglio che tenere al largo per diversi giorni tre imbarcazioni: la nave Aquarius, il mercantile Alexander Maersk e la nave della Ong tedesca Lifeline.
Tre navi diverse, una addirittura non è nemmeno di una Ong, con tre storie diverse. Ma Di Stefano non ha tempo per i dettagli, a lui importa piuttosto il contrasto ai trafficanti.
Ed è qui interessante notare come al momento nessuna inchiesta abbia stabilito che le Ong sono da equipararsi agli scafisti (questo nonostante il ministro dell’Interno le abbia definite “vicescafisti”).
Di Stefano spiega che «Nel momento in cui una Ong nonostante la segnalazione della Guardia Costiera italiana va ad agire in acque territoriali libiche sta di fatto facendo un favore ai trafficanti». Questa affermazione però è tutta da dimostrare.
Al contrario quando il sottosegretario agli Esteri dice che «la marina italiana non ha mai escluso la possibilità di attraccare a nessuna imbarcazione che avesse recuperato nelle zone Sar come anche nelle acque italiane migranti in difficoltà » non sta raccontando la verità .
Di Stefano preferisce parlare della Lifeline dicendo che il soccorso è avvenuto in acque libiche (pare in realtà a 30 miglia nautiche dalla costa).
Diversamente i salvataggi della Aquarius e della Alexander Maersk sono avvenuti sotto il coordinamento della Guardia Costiera italiana all’interno di una zona SAR sulla quale l’Italia ha assunto da tempo la competenza di coordinare i soccorsi. Ciononostante la nave della Ong SOS Mediterranee ha visto negato il permesso a sbarcare i migranti in Italia mentre il mercantile danese ha dovuto attendere l’esito dei ballottaggi per poter approdare a Pozzallo.
Vale la pena ricordare che le aree SAR si estendono ben oltre il limite delle acque territoriali e che se anche i salvataggi fossero avvenuti in quella che alcuni chiamano area SAR libica la Libia al momento non ha un RCC e a dirla tutta il governo libico non ha nemmeno il controllo su tutta la costa (metà circa è sotto il controllo del governo di Tobruk che non è riconosciuto dall’ONU).
Di Stefano poi tesse le lodi della nostra Guardia Costiera, che ha salvato più di 600 mila vite. Ed è vero, perchè senza il fondamentale apporto e sostegno dell’IRMCC e della Guardia Costiera molti migranti sarebbero morti annegati.
Le cifre però sono sbagliate. Finalmente anche il governo si accorge che su un totale di 611.411 persone salvate in mare tra il 2014 e il 2017 (quattro anni) solo un sesto è stato soccorso dalle Ong (114.910 persone).
Questo significa che, secondo la logica di Toninelli&Co, a fare da Taxi del mare sono state anche altre unità navali; 310 mila migranti sono arrivati in Italia dopo essere stati soccorsi da personale della Guardia Costiera, della Marina Militare e della Guardia di Finanza. Il triplo rispetto a tutte le Ong messe assieme.
Di Stefano si accorge anche di come il regolamento di Dublino attuale obblighi il paese di primo approdo a gestire le pratiche dei richiedenti asilo.
Per il sottosegretario agli esteri è giunto il momento di cambiare questo concetto. Lo ha detto del resto anche il presidente del Consiglio Conte. Eppure Di Stefano dimentica di ricordare che gli eurodeputati del M5S hanno votato contro alla proposta di modifica che eliminava il concetto del paese di primo approdo e sanciva il principio di redistribuzione automatica dei richiedenti asilo (non dei rifugiati, come è ora). A quanto pare oggi, dopo che il M5S ha raccontato che la riforma del regolamento di Dublino era peggiorativa per l’Italia anche Manlio Di Stefano si è reso conto che non è così.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 25th, 2018 Riccardo Fucile
TUTTE LE BALLE E LE CONTRADDIZIONI DEI DIECI PUNTI DELLA PROPOSTA DEL GOVERNO
Il presidente del Consiglio e avvocato del popolo italiano Giuseppe Conte ieri era a Bruxelles al vertice europeo sui migranti. Il suo primo impegno ufficiale in compagnia degli altri leader dell’Unione Europea.
Nell’occasione il premier ha presentato l’European Multilevel Strategy for Migration. Ovvero la proposta del governo italiano per risolvere l’emergenza dei migranti.
Dieci punti dieci dove l’Italia prova a dettare la linea sulla gestione delle migrazioni provenienti dal Nord Africa e dal Medio Oriente.
Quando Conte e Salvini dicevano no alla proposta di superare Dublino
Giuseppe Conte ha dichiarato al termine del vertice informale che la proposta italiana mira a superare il regolamento di Dublino, proprio come scritto nel famoso contratto di governo di Lega e M5S.
Non dice però che il punto centrale della strategia presentata dall’Italia era già contenuto nella proposta avanzata dall’Europarlamento e bocciata — tra gli altri — proprio dal nostro Paese.
Il Parlamento Europeo aveva proposto di mettere fine ad uno dei più contestati principi dell’attuale trattato, quello secondo il quale lo stato membro di primo approdo (come spesso è il caso dell’Italia) è l’unico responsabile della gestione delle domande di asilo e dell’eventuale accoglienza dei rifugiati.
Viene a cadere quindi il principio fondamentale (fino ad ora) del paese di “primo ingresso”.
Il nuovo sistema bocciato da Lega e dal governo prevedeva inoltre il ricollocamento automatico di tutti i richiedenti asilo verso gli stati membri in base ad un sistema di quote calcolato sul PIL del paese di destinazione.
Le quote dovevano essere permanenti, ovvero non ci sarebbe stato bisogno di una situazione di crisi (come quella degli scorsi anni) per avviare il programma di “redistribuzione” delle domande di accoglienza.
Non è un caso che ieri Conte abbia detto che la sua proposta andava nella direzione di superare la “logica emergenziale” della gestione delle migrazioni.
Al punto cinque si legge che l’Italia chiede di superare il criterio del Paese di primo arrivo.
Eppure, come ricordava su Facebook l’eurodeputata italiana Elly Schlein «la Lega non ha MAI partecipato a nessuna delle 22 riunioni di negoziato che abbiamo svolto nel corso di due anni sulla riforma di Dublino» ed anzi si è astenuta proprio sul superamento del criterio del Paese di primo approdo; i 5 Stelle invece hanno votato contro.
Al punto sette Conte propone invece di distribuire la presa in carico delle richieste d’asilo tra tutti i paesi europei; proprio come nella bozza di modifica approvata dall’Europarlamento.
Che dire invece della proposta di considerare le frontiere italiane frontiere europee? La gestione delle frontiere è una delle poche materie sulla quale gli Stati membri sono ancora sovrani. Non sarà mica che il governo Conte-Salvini-Di Maio è più europeista di gente come Emma Bonino?
Il vice primo ministro di Tripoli dice che il Libia non si possono fare gli hotspot
Ci sono poi alcuni aspetti quantomeno controversi.
Al primo punto il governo italiano propone di intensificare gli accordi con i paesi da cui provengono o transitano i migranti indicando la Libia come esempio di collaborazione grazie al quale sono state ridotte le partenze dell’80% nel 2018. Innanzitutto il governo Conte ammette ufficialmente — e del resto i dati del Viminale lo confermano da mesi — che l’emergenza migranti non c’è più.
Poi però ribadisce che l’unico modo è affidarsi al metodo libico, che per chi non lo sapesse prevede la costruzione di campi di detenzione dove i migranti vengono seviziati, le donne stuprate, gli uomini venduti come schiavi e (da dove a volte si può uscire pagando una comoda tangente). Al tempo stesso al punto sette si scrive che l’Europa deve contrastare la tratta degli esseri umani.
Allora sarebbe opportuno smettere di accusare le Ong di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e concentrasi su figure come Abd al Rahman al-Milad, comandante regionale della guardia costiera libica di Zawiya, considerato dall’ONU uno dei leader di un’organizzazione criminale dedita al traffico di esseri umani.
Non ultimo Conte omette di ricordare che al momento non esiste uno stato libico unitario.
Per quanto la creazione di hotspot in Libia la smentita arriva direttamente dal vice primo ministro di Tripoli Ahmed Maitig che in un’intervista a Repubblica ha detto che «Non è possibile l’identificazione da parte di autorità straniere in Libia perchè è contro la nostra legge: per noi sono solo migranti illegali».
La balla del 7% dei migranti che sono rifiugiati
Conte, come già Salvini al Senato, scrive che «solo il 7% dei migranti sono rifugiati». Per Salvini questa era la dimostrazione che c’è «una maggioranza assoluta delle domande che viene respinta perchè non ha fondamento».
Su Twitter Tom Nuttal ha voluto mostrare che i dati forniti da Conte sono sbagliati perchè la percentuale di rifugiati — stando ai dati di UNHCR — sarebbe maggiore. Ma non è a quei dati che si riferiva il nostro presidente del Consiglio.
Conte si riferisce alle domande d’asilo che vengono accolte. Ed è vero che mediamente solo il 7% delle richieste d’asilo viene accolta. Ma è anche vero che ad un altro 4% viene concesso lo status di protezione sussidiaria. Una persona che gode della protezione sussidiaria ha visto riconosciuto il pericolo di vita o di persecuzione qualora dovesse tornare al paese d’origine e ottiene un permesso di soggiorno rinnovabile della durata di 5 anni, l’accesso alle strutture sanitarie e all’istruzione scolastica, insomma diventa un immigrato regolare e può lavorare.
Un altro 30% (circa) ottiene il riconoscimento della protezione umanitaria che viene concesso per «seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano», dura un massimo di due anni (rinnovabile) e dal momento che consente di poter lavorare nel nostro paese può essere anche convertito in permesso di soggiorno per lavoro.
Nel complesso nei primi cinque mesi del 2018 sono state 15540 (su 40 mila) le persone che hanno ottenuto il riconoscimento di uno di questi tre status; il 38% del totale delle domande esaminate.
Quindi non 7 su 100 come ha detto Salvini.
Non bisogna poi dimenticare che nel computo non sono inseriti i casi che sono ancora in attesa di una decisione. Secondo l’European Asylum Support Office (EASO) in tutta Europa ci sono circa 400 mila domande d’asilo ancora pendenti, naturalmente non tutte sono state presentate in Italia.
Perchè anche la proposta di contrastare i movimenti secondari dei rifugiati non ha senso
Nel corso del 2017 a fronte di 81.527 domande esaminate il 42% delle richieste è stato accolto in varie forme.
Vale la pena ricordare che contrariamente a quanto si possa pensare non è vero che tutti quelli che sbarcano in Italia chiedono automaticamente di poter accedere ai meccanismi di protezione; nel 2017 sono arrivati 119.369 migranti. Salvini ha detto che l’Italia è uno dei paesi più accoglienti, anche qui i dati lo smentiscono.
Altra informazione interessante, non tutti quelli che fanno richiesta d’asilo devono per forza provenire da paesi come Siria o Iraq dove “c’è la guerra”.
C’è anche chi viene dal Venezuela (un paese dove secondo il M5S va tutto bene) o dalla Georgia. Stando alla proposta del governo italiano chi, come i paesi “amici” del gruppo di Visegrad, non vuole accogliere la sua quota di rifugiati potrà continuare farlo facendosi carico di “adeguate contromisure finanziarie”. Insomma, basta pagare.
Anche il punto nove, quello che vorrebbe contrastare i “movimenti secondari” dei rifugiati all’interno della UE è problematico.
Chi ottiene lo status di rifugiato ha un permesso di soggiorno che gli consente — come tutti i permessi di soggiorno consente di circolare liberamente all’interno dell’area Schengen.
Intervenire su questo punto molto delicato significa dire che i rifugiati non hanno gli stessi diritti degli altri immigrati regolari, cosa che attualmente non è vera.
Per i migranti economici invece Conte propone di ricorrere al sistema delle quote. In Italia il problema si chiama decreto flussi ed è quello stabilito dalla Legge Bossi-Fini. Giusto per dare un’idea delle cifre: per il 2018 il nostro Paese ha aperto le porte a 30.850 lavoratori non comunitari. Di questi 12.850 lavoratori autonomi e subordinati non stagionali e 18.000 lavoratori stagionali.
(da “NextQuotidiano“)
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Giugno 22nd, 2018 Riccardo Fucile
PRESENTARE L’IMMIGRAZIONE COME SE FOSSE UN PROBLEMA DI SICUREZZA E FOMENTARE ODIO HA GENERATO UN CLIMA IMMOTIVATO DI PAURA
Italiani razzisti? No. Ma certamente spaventati. Il 48% vive infatti una situazione di incertezza rispetto a temi come l’immigrazione, l’integrazione e l’accoglienza.
“Hanno ancora una grande capacità di provare empatia e compassione verso chi è in difficoltà . Ma questa loro dote è soffocata dalla paura. Una paura che vivono sulla propria pelle”, spiega Chiara Ferrari, che ha curato la ricerca di Ispos su un campione di 2 mila persone sul loro approccio ai temi dell’immigrazione e dei rifugiati.
Questi italiani incerti rappresentano il gruppo maggioritario e “si sentono abbandonati dalle istituzioni, che non sono state in grado di gestire l’accoglienza e l’integrazione”.
La ricerca è stata presentata questa mattina a Palazzo Marino, durante il convegno “Voci di confine: la migrazione è una storia da raccontare. Per davvero”, organizzato da Amref Health Africa onlus.
“Le migrazioni sono tutti i giorni in prima pagina, quasi sempre come un problema di mero ordine pubblico, di sicurezza, e nei continui tentativi di criminalizzare le ong – sottolinea Guglielmo Micucci, direttore di Amref-. Tutto ciò influisce sulle attitudini e i comportamenti dei singoli, aumentando le paure e i pregiudizi”.
Durante la ricerca sono stati condotti anche dei focus group con alcuni degli intervistati. “Di fronte alla domanda su chi sono gli immigrati c’è chi ha risposto che o sono dei perseguitati o sono clandestini -racconta Chiara Ferrari-. E gli altri? Tutto quelli che sono in Italia da decenni e lavorano? Sono come scomparsi dall’immaginario dell’opinione pubblica”.
La ricerca di Ipsos traccia il profilo di altri gruppi di italiani, minoritari rispetto a quello degli incerti e spaventati.
Ci sono innanzitutto i cosmopoliti (il 12% degli intervistati), i più favorevoli all’accoglienza e ottimisti sul futuro del nostro Paese.
All’estremo opposto troviamo i cosiddetti nazionalisti ostili (7% del totale), gruppo con i valori più chiusi.
In mezzo i cattolici umanitari (16%), aperti all’immigrazione per ragioni di carattere religioso, e i difensori della cultura (17%) più preoccupati di difendere l’identità dell’Italia.
I risultati dello studio evidenziano, più in generale, che in Italia serpeggiano un’insoddisfazione diffusa per lo status quo.
Il 43% degli intervistati è pessimista sul futuro della società , mentre solo il 19% è dell’opinione opposta. Il restante 38% è o insicuro o neutrale.
C’è poi una profonda sfiducia per la situazione politica: il 73% del campione ritiene che i partiti tradizionali e i politici non si preoccupino della gente comune,e il 60% che il sistema economico attuale favorisca solo i ricchi e i potenti.
La visione delle prospettive economiche, però, è più ottimistica: le percentuali di coloro che si aspettano miglioramenti, peggioramenti o stabilità delle condizioni sono molto vicine fra loro.
Sull’immigrazione la maggior parte della popolazione (57%) pensa che abbia un impatto negativo sul Paese, specialmente dal punto di vista economico. Tutto ciò alimentato da diversi fattori. Innanzitutto la convinzione che gli immigrati, rispetto agli italiani, siano spesso disposti a lavorare di più per un salario inferiore (la pensa così il 73% del campione). Il 42% circa è convinto poi che i migranti possano diventare una minaccia per il nostro Paese, mentre il 50% asserisce che se il governo italiano non è in grado di gestire la situazione, i cittadini dovrebbero prendere il controllo. E l’integrazione viene vista come qualcosa che difficilmente potrà realizzarsi. Il 44% degli italiani pensa che gli immigrati non si sforzino di integrarsi nella nostra società , mentre solo il 29% è dell’opinione opposto (il 25% è indeciso). Ciononostante, la stragrande maggioranza degli intervistati (72%) sostiene che sia giusto il principio dell’asilo politico e che chi è perseguitato abbia diritto di trovare rifugio in altre nazioni, compresa la propria (solo il 9% è contrario).
“Noi vogliamo invertire questa tendenza -aggiunge il direttore di Amref-, assumendoci la responsabilità di narrare le migrazioni, moltiplicando le voci e l’impatto delle esperienze dirette, delle storie, dei dati che possono rivelare il vero volto della migrazione e anche le opportunità che essa rappresenta”. “Voci di confini” oltre che il titolo del convegno di oggi, è anche un progetto per lanciare una nuova narrazione delle migrazioni e coinvolge 16 organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani, enti locali di confine, associazioni delle diaspore, imprese sociali, enti di ricerca.
(da agenzie)
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Giugno 20th, 2018 Riccardo Fucile
AUMENTATI DELL’11% GLI ITALIANI CHE EMIGRANO
La retorica incentrata sulla “invasione” deve fare i conti con la realtà dei dati. “Nel 2017, 119.000 migranti sono arrivati in Italia per via marittima, il 34% in meno rispetto al 2016 e il 22% in meno rispetto al 2015″: è quanto scrive l’Ocse nel rapporto annuale sulle migrazioni pubblicato a Parigi in occasione della Giornata Mondiale dei Rifugiati.
Nel 2017, precisa l’Ocse, un gran numero di migranti sbarcati sulle coste italiane erano minori non accompagnati (circa 16.000), principalmente africani, nonostante una riduzione del 39% rispetto al 2016.
L’Ocse rivela inoltre che nel 2017 l’Italia “ha accolto oltre 130.000 richiedenti asilo (10.000 in più rispetto al 2016). Erano principalmente di nazionalità nigeriana (18%), cingalese (10%) e pakistana (7.5%). Il numero di minori soli raggiungeva praticamente i 18.300 alla fine dell’anno”.
Inoltre, prosegue l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, tra il 2016 e il 2017, circa 226.000 primi permessi di soggiorno sono stati rilasciati dall’Italia, praticamente la metà rispetto al 2007 (515.000).
“Per la prima volta dal 2011, i flussi migratori verso i Paesi dell’Ocse sono in leggera diminuzione, con l’ingresso di circa 5 milioni di migranti permanenti nel 2017 (contro 5,6 milioni ne 2016)”, quanto sottolinea l’Organizzazione.
“Questa tendenza — aggiunge l’organismo internazionale — si spiega essenzialmente attraverso la riduzione dell’accoglienza dei rifugiati, legata a una forte riduzione delle richieste d’asilo, con circa 1,2 milioni di richieste d’asilo registrate nel 2017 contro 1,6 milioni nel 2016″.
Quindi l’appello dell’Ocse a tenere conto delle preoccupazioni dei cittadini: “Ignorare l’inquietudine del pubblico rispetto all’impatto economico e sociale della migrazione, benchè questo impatto sia statisticamente marginale, oppure i timori rispetto all’assenza di controllo sulla gestione migratoria, benchè ampiamente sopravvalutato, potrebbe impedirci di realizzare l’azione di cooperazione in uno spirito pragmatico e costruttivo”.
Sul fronte delle richieste d’asilo, rileva l’Ocse, nel 2017 gli Usa sono stati il Paese che ne ha ricevute di più: 330.000, contro 262.000 l’anno precedente.
Dopo diversi anni di primato, la Germania cala al secondo posto (con 198.000 richieste d’asilo, una diminuzione del 73% rispetto alle 722.000 record del 2016). Seguono l’Italia (127.000), la Turchia (124.000) e la Francia (91.000).
I Paesi in cui le richieste d’asilo sono aumentate di più rispetto al 2016, precisa l’organismo internazionale, sono il Canada, dove sono raddoppiate, il Giappone (+76 %), il Messico (+66 %), la Spagna (+62 %) e la Turchia (+59 %).
In Italia, nel 2017, le richieste d’asilo sono cresciute del 4%.
Oltre alla Germania, sono invece molto diminuite in diversi Paesi europei, tra cui Ungheria (-89 %), Polonia (-69 %), Danimarca (-48 %), Austria (-44 %) e Svizzera (-35 %).
Se calano i flussi verso l’Italia calano, aumentano invece quelli in uscita: “Un numero crescente di italiani ha lasciato il proprio Paese. Il numero di cittadini italiani che ha dichiarato di aver trasferito la residenza all’estero è aumentata di oltre l’11%, passando da 102.000 nel 2015 a 114.000 nel 2016″.
Inoltre, per l’organismo internazionale, “l’emigrazione dichiarata è probabilmente molto inferiore all’emigrazione reale: l’emigrazione di italiani nel 2016 sarebbe piuttosto compresa tra 125.000 e 300.000 persone“.
(da agenzie)
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Giugno 15th, 2018 Riccardo Fucile
E’ L’IMPRENDITRICE IMMIGRATA DELL’ANNO: FUGGITA DAL RUANDA 22 ANNI FA, OGGI GESTISCE UNA COOOPERATIVA
Marie Terese è partita senza valige, senza risparmi, con solo i figli piccoli in braccio. 
È fuggita dal Ruanda, ha attraversato un intero continente, ha dormito per mesi in un container ghiacciato alle porte di Roma, ha avuto il foglio di via, per due anni è stata “invisibile” e senza documenti. Ma non si è arresa.
Oggi Marie Terese dà lavoro a 159 persone, tra assistenti sociali, psicologi, mediatori culturali, di cui ben 147 italiani, accoglie nei suoi centri 800 richiedenti asilo e ha vinto il MoneyGram Award come imprenditrice immigrata dell’anno.
La storia di Marie Terese Mukamitsindo comincia nel 1996 quando atterra a Fiumicino con tre figli di 5, 8 e 17 anni.
La famiglia si è lasciata alle spalle la guerra civile in Ruanda, è arrivata in Tanzania e da lì è volata in Italia. I primi tempi sono difficili: Marie Terese e i sui figli finiscono in un centro d’accoglienza improvvisato vicino a Fregene: “Dormivamo in un container freddissimo, poggiato a terra. Le docce erano distanti dieci minuti a piedi e l’acqua sempre ghiacciata. Dopo qualche mese mi ragiunse anche il mio quarto figlio”.
La donna non ha il permesso di soggiorno e riceve il foglio di via: deve lasciare l’Italia. Ma non mancano i ricordi positivi: “Oggi la gente è impaurita, impoverita, ostile ai migranti. Un tempo era più accogliente. Quando mi è arrivato quel foglio di via ero a Sezze, in provincia di Latina. Molti cittadini, che avevano imparato a conoscermi, proposero di fare una sottoscrizione e andare in questura per farmi avere i documenti”.
Finalmente nel 1998 Marie Terese ottiene l’asilo.
Lavora coma badante, riesce a farsi riconoscere la laurea e si iscrive all’albo degli assistenti sociali.
Nel 2001 realizza il suo primo progetto di accoglienza per donne sole con bambini. Poi nel 2004, con l’aiuto dell’Unhcr e della Comunità europea, apre a Sezze la cooperativa Karibu, con lo scopo di offrire ai richiedenti asilo accoglienza e opportunità di lavoro. L’anno dopo festeggia la cittadinanza italiana.
“Oggi tutti i miei figli sono italiani e sarebbe giusto che chiunque nasca e cresca qui lo sia: per questo quella dello ius soli era una riforma necessaria”.
Oggi la cooperativa di Marie Terese tra case per minori e centri Sprar ospita oltre 800 migranti, con laboratori di lingua, corsi di cucina e di cucito, “perchè l’assistenzialismo senza educazione è inutile”.
(da agenzie)
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Giugno 15th, 2018 Riccardo Fucile
SUI RICHIEDENTI ASILO PESA CHE NAZIONI COME DANIMARCA, POLONIA, UNGHERIA, SLOVACCHIA E REP. CECA NON HANNO PRESO IN CARICO NESSUN PROFUGO, MA NESSUNO LI HA MESSI IN MORA
Quanti sono i migranti che ogni giorno arrivano in Italia? Sono più o meno di quelli che arrivavano negli anni passati? Quanti sono quelli che restano nel nostro paese? Soprattutto, come si è tornato a dire dopo il “caso Aquarius” , stiamo davvero subendo un’invasione?
La risposta breve è “no”, ma l’argomento è talmente vasto, delicato e complesso che ovviamente ne merita una lunga, basata su poco interpretabili numeri.
Che scontenteranno i sostenitori del motto “l’Italia agli italiani” (lo è ancora) e daranno invece soddisfazioni a quelli di “l’Europa ci ha abbandonati” (che è più vero che falso).
Quanti migranti arrivano in Italia
Innanzi tutto, gli sbarchi. Quelli di persone in arrivo dall’Africa settentrionale sono al livello più basso da oltre 4 anni: nel periodo 2014-2017, nel nostro paese sono arrivati ben oltre 100mila migranti l’anno; nella prima metà del 2018 siamo poco sopra i 14mila (i dati sono dell’Onu) , e se il trend proseguisse si arriverebbe intorno a quota 30mila, dunque a meno di terzo rispetto agli anni precedenti.
Il merito non è chiaramente del neonato governo Lega-M5S, non è dell’Unione europea o degli altri paesi che si affacciano sul Mediterraneo: è opinione comune che l’inversione di tendenza si debba ai discussi accordi che l’ex ministro Minniti ha stretto con le milizie armate che in Libia si sono impegnate a (cercare di) bloccare le partenze dei barconi.
Dunque: non è vero che il numero di migranti extraeuropei è in aumento rispetto al passato, ma è oggettivamente vero che almeno sino a metà 2017 l’Italia ha subìto una “pressione” senza paragoni in Europa, eccezion fatta per quella sopportata nel biennio 2015-2016 dalla Grecia (di nuovo, dati dell’Onu ), che ha accolto circa 1 milione di persone (850mila nel solo 2015) ed è stata costretta all’apertura di alcuni campi per migranti.
Quanti migranti restano in Italia
Solo adesso, con molte difficoltà , la Grecia sta svuotando i campi allestiti 3 anni fa, mentre in Italia la situazione è decisamente più complessa: secondo le statistiche, gran parte dei migranti arrivati nel nostro Paese nel periodo 2014-2017 hanno proseguito il loro viaggio per altre destinazioni.
Secondo i dati dell’Eurostat , in Italia ci sono, fra richiedenti asilo e non, circa 4 milioni di stranieri extraeuropei (cui ne vanno aggiunti altri 600mila “irregolari”), pari a meno del 7% della popolazione totale.
Come molti hanno scritto negli ultimi giorni, è una percentuale inferiore a quella che c’è in Francia e Germania (fra 8 e 8,5%) e nemmeno paragonabile a quelle di Svezia (11,6%), Austria (quasi il 10%) o anche Estonia (13,3%).
Ce lo impone l’Europa?
E però, i problemi di integrazione non derivano solo da una percezione sbagliata della situazione (i migranti sono molti meno di quello che sembra) o da forze politiche che, più o meno consapevolmente, soffiano sul fuoco dell’intolleranza: ci sono anche colpe concrete, vere, ben attribuibili.
Una (o forse due) è nostra, dell’Italia. La burocrazia non è un male solo per gli italiani, ma anche per gli stranieri: secondo le stime, per “evadere” una domanda di asilo politico al nostro paese servono oltre 2 anni, e in questo arco di tempo il migrante viene ospitato nei cosiddetti Cas (i Centri di accoglienza Straordinaria) o in quelli indicati dallo Sprar (il Sistema di protezione per Richiedenti asilo e rifugiati). Entrambi funzionano male, per ragioni diverse:
– i Cas vengono aperti autonomamente dalle Prefetture e, pensati come “straordinari”, si trasformano in “parcheggi” di persone all’interno di comunità che difficilmente le tollereranno per gli anni necessari all’arrivo di una risposta sul loro futuro
– gli Sprar sono invece rarissimi, perchè vengono aperti d’accordo con i Comuni… che raramente sono d’accordo.
L’altra colpa è dell’Europa, e anche in questo caso i numeri non mentono: dopo i “picchi” di sbarchi in Italia e Grecia fra 2015 e 2016, la Commissione Europea ha pensato ad alcune “contromisure” per fare sì che parte dei richiedenti asilo venissero accolti da tutti i paesi dell’Ue.
L’Unione non ha però sufficienti armi legislative per imporsi e l’effetto è stato risibile: negli ultimi 3 anni, l’Estonia ha accolto 6 (sei) persone, la Bulgaria una decina e Danimarca, Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca addirittura nessuna.
Come si vede, senza un po’ di italica inefficienza (la burocrazia), senza avere provato per anni a usare come ordinarie soluzioni che sarebbero dovuto essere straordinarie (i Cas) e con una migliore collaborazione a livello europeo (con la riforma del Regolamento di Dublino , per esempio), la situazione potrebbe essere ricondotta alla dimensione più corretta.
Non quella di un’invasione dell’Italia da parte dei migranti, insomma.
Resta la terza “colpa”, anche quella solo nostra, un popolo storicamente poco incline ad accogliere e a convivere con il “diverso”.
Ma per capirlo e risolverlo, questo problema, i numeri purtroppo non bastano…
(da “il Secolo XIX”)
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