Maggio 26th, 2016 Riccardo Fucile
LA CASTA: I CONTRIBUTI DI GIORGIA MELONI TRA VITALIZIO PARLAMENTARE CONTEGGIATO CON IL METODO RETRIBUTIVO E LA PENSIONE DA GIORNALISTA DEL “SECOLO D’ITALIA” IN ASPETTATIVA
Qualora diventasse sindaco di Roma, la Meloni dovrà affrontare tanti problemi soprattutto per la
gestione della macchina burocratica della Capitale.
Di certo non dovrà preoccuparsi del proprio futuro: una pensione la Meloni per esempio se l’è già assicurata.
Forse due addirittura due: al vitalizio da parlamentare infatti si potrebbe aggiungere una seconda pensione da giornalista assunta al Secolo d’Italia, testata dalla quale è in aspettativa dal 2006.
Come tutti gli onorevoli e i senatori entrati nelle precedenti legislature, l’aspirante sindaco avrà diritto a “ritirarsi” prima dei comuni mortali, con il vitalizio conteggiato — per il periodo 2006-2011 — con il metodo retributivo: cioè non calcolato sui contributi versati e quindi superiore.
Inoltre, come cronista, ha diritto a chiedere una seconda pensione versando una quota di contributi all’Inpgi per tutto il periodo in cui è stata in aspettativa per il mandato parlamentare.
Il consigliere dell’Ordine nazionale dei giornalisti e componente del collegio sindacale dell’ente di previdenza di categoria, Pierluigi Roesler, ci spiega il meccanismo: «È un privilegio consentito in base a una interpretazione stravagante e inesatta dell’articolo 31 dello Statuto dei lavoratori correttamente creato proprio per garantire a qualunque cittadino eletto di mettersi in aspettativa e di poter conservare il precedente posto di lavoro fino al termine del mandato, mantenendo anche una adeguata copertura previdenziale. In pratica, un lavoratore dipendente pubblico o privato eletto deputato, una volta cessato l’incarico a Montecitorio, potrà tranquillamente tornare al suo vecchio posto in azienda senza perdere il diritto all’anzianità contributiva per il periodo trascorso in Parlamento. Fino al 1999 la doppia pensione per i deputati era interamente gratis, in quanto l’intero costo dei contributi era a carico di ciascun ente previdenziale presso cui questi era già iscritto. Nel 1999, a seguito di forti campagne di protesta, si è fatto un primo passo: adesso il parlamentare in scadenza di mandato ma in aspettativa da un qualsiasi giornale, oltre al vitalizio della Camera o del Senato, ha diritto anche alla pensione da giornalista ma solo se riscatta di tasca propria la quota del 9 per cento. In tal caso, il restante 24 per cento lo pagherà per lui l’Inpgi. Questo vale anche per la Meloni».
Meloni dal 2004 al 2006 ha lavorato al Secolo versando i contributi come tutti.
Poi però, per il periodo di aspettativa parlamentare 2006-2008, ha pagato i contributi figurativi per il 9 per cento.
Inoltre può contare sui contributi che le spettano nel periodo 2008-2011 come ministro della Gioventù, equiparato a un dipendente di Palazzo Chigi.
Infine, nulla vieta a Giorgia Meloni ora di pagare retroattivamente i suoi contributi figurativi del 9 per cento per l’ultimo quinquennio con una sanzione modica e ottenere così il diritto alla doppia pensione.
C’è un solo modo per evitare questo privilegio, ovvero dimettersi dal Secolo d’Italia. Abbiamo chiesto al candidato sindaco se ha intenzione di scrivere la lettera di dimissioni o se davvero pensa di tornare un giorno al quotidiano (…): «Ho smesso di versare i contributi figurativi nel 2008, proprio per evitare di prestare il fianco ad attacchi pretestuosi. Se un domani dovessi riprendere il lavoro di giornalista, non intendo riscattare gli anni di “buco”, anche perchè questo non comporterebbe alcun vantaggio. Quindi non ho nessun problema: dichiaro pubblicamente di rinunciare al diritto di ottenere l’anzianità degli anni passati in Parlamento»
Giorgia Meloni però non la racconta tutta quando dice di avere rinunciato ai contributi figurativi dal 2008 perchè non voleva prestare il fianco alle critiche.
La spiegazione potrebbe essere un’altra: dal 2008 diventa ministro ed è inutile per lei pagare ancora l’obolo del 9 per cento all’Inpgi: i contributi per tre anni e mezzo le verranno versati dalla Presidenza del Consiglio all’Inpdap, come per tutti i ministri, nella cassa speciale C.t.p.s..
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 19th, 2016 Riccardo Fucile
DOPO LA NOMINA ALLA CORTE DEI CONTI LA CAMERA HA BLOCCATO L’EROGAZIONE DELLA PENSIONE PER INCOMPATIBILITA’ CON LO STIPENDIO DEL NUOVO INCARICO
Li rivuole tutti. Dal primo all’ultimo. 
Tanto da presentare un ricorso al Consiglio di giurisdizione della Camera dei deputati, l’organo al quale è affidata la risoluzione delle controversie fra gli eletti e l’amministrazione. Che si dovrebbe esprimere a breve dopo il rinvio della prima udienza fissata per il 6 aprile scorso.
A Enrico La Loggia, ex ministro per gli Affari regionali del secondo e terzo governo di Silvio Berlusconi, ma — soprattutto — parlamentare dal 1994 al 2013, non è andata giù la decisione di Montecitorio di sospendergli l’erogazione del vitalizio da ex deputato e senatore (circa 5 mila euro netti al mese) dopo la sua nomina a componente del consiglio di presidenza della Corte dei Conti (altri 6 mila euro mensili).
Arrivata il 15 ottobre 2013 per la durata di quattro anni.
Di più: il provvedimento, ora impugnato, ha ‘costretto’ l’ex esponente di Democrazia cristiana, Forza Italia e Popolo della Libertà a restituire le somme percepite nel periodo compreso fra ottobre 2013 e novembre 2014. Circostanza che ha dato il via alla battaglia a colpi di carte bollate.
FORZA NONNO
“Il ricorso si basa su un elemento estremamente semplice: non esiste una normativa ad hoc che preveda l’incompatibilità fra il vitalizio e l’indennità che percepisco per il ruolo che ricopro attualmente”, dice La Loggia contattato da ilfattoquotidiano.it. “Secondo la Camera si può applicare al consiglio di presidenza della Corte dei Conti, ‘per analogia’, la normativa che riguarda il Consiglio superiore della magistratura (Csm) dove, al contrario, è impossibile il cumulo degli assegni — aggiunge l’ex parlamentare —. È una vicenda che va avanti da due anni, ma sono convinto di non essere in errore”.
La vittoria è dunque a portata di mano?
“Assolutamente no — risponde La Loggia —. Noi sosteniamo una tesi, ma come mi ha insegnato mio nonno per conseguire un successo servono tre cose: avere ragione, avere un buon avvocato che la rappresenta e un giudice che la riconosca. A me, per adesso, manca quest’ultimo passaggio”.
E se il Consiglio di giurisdizione di Montecitorio dovesse bocciare il ricorso?
“Sono pronto a continuare a non prendere il vitalizio pur ritenendo che ciò sia sbagliato”, conclude.
CORSI E RICORSI
A discuterne, nei prossimi giorni, sarà dunque l’organismo della Camera presieduto da Alberto Losacco (Pd), del quale fanno parte Antonio Marotta (Area popolare) e Tancredi Turco (Alternativa Libera-Possibile).
Ma il verdetto non sarà immediato.
“Decideremo entro pochi giorni se accoglierlo o rigettarlo — spiega Turco —. Il problema vero è che le attuali regole del sistema pensionistico della Camera non funzionano, ma siccome nessuno le vuole realmente cambiare, fioccano i ricorsi. Io ho presentato una proposta di legge per equiparare il sistema previdenziale dei parlamentari a quello dell’Inps, anche con effetto retroattivo, ma la norma è impantanata in commissione da mesi”.
Oltre a quella depositata dal deputato ex Movimento 5 Stelle, le proposte per tagliare gli assegni degli ex parlamentari presentate a Montecitorio sono in effetti dieci (due costituzionali e otto ordinarie).
Tutte ancora al vaglio della commissione Affari costituzionali.
Giorgio Velardi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 7th, 2016 Riccardo Fucile
LA BUVETTE DELLA CAMERA ALZA I PREZZI: STRETTA SULLO SNACK PREFERITO DAI DEPUTATI
Tempo di spending review alla buvette della Camera.
Aumentano i prezzi dei prodotti più venduti e diminuiscono le scorte di uno degli snack più in voga tra i deputati: le mandorle.
Il nuovo corso è raccontato in un servizio dell’agenzia di stampa Agi, che passa in rassegna le variazioni dei prezzi focalizzandosi soprattutto sulle amatissime — e costose — mandorle.
Un caffè da oggi costa 90 centesimi e non più 80. Dolcini mignon a 75 invece che a 60.
E ancora: un aperitivo, alcolico o analcolico, a 4,50 e non più a 4 euro.
La buvette della Camera alza i prezzi di alcuni prodotti e, notizia che già causa sconcerto tra i ‘veterani’ di Montecitorio, sia tra i deputati che i giornalisti, annuncia una ‘stretta’ sulle mandorle. Uno dei ‘classici’ degli aperitivi, infatti, costa troppo e così la società esterna che gestisce ormai lo storico bar di Montecitorio (preso in gestione da settembre) ha deciso di limitarne gli ordinativi.
Le mandorle, salate e tostate, vengono acquistate dal bar Giolitti, che si trova a due passi dal Palazzo, a 40 euro circa al chilo.
Cifra che è stata considerata troppo alta, nonostante – riporta l’Agi – si tratti comunque di un prezzo di favore, ma troppo alta a fronte del fatto che le mandorle vanno letteralmente a ruba e c’è chi ne mangia a decine anche bevendo un semplice bicchiere d’acqua con il limone.
Questa voce si aggiunge ad altre che, spiega l’agenzia, hanno fatto registrare alla società che gestisce il servizio della buvette un bilancio in perdita.
Per rimettere in sesto i conti, quindi, non solo i ‘controllori dello scontrino’, ma anche la decisione di alzare i prezzi di alcuni prodotti.
Anche perchè se la società dovesse continuare a stare in perdita, potrebbe essere costretta a licenziare. Rischio che prima di settembre non si correva dal momento che i commessi della buvette erano dipendenti della Camera, ora ‘riciclati’ in altre mansioni nel Palazzo.
Ma oltre a ritoccare qualche prezzo, la società ha deciso soprattutto di migliorare la gestione degli ordini per evitare sprechi alla fine della giornate. Ordini che, viene spiegato, saranno più mirati in base anche all’affluenza della buvette stessa.
Infatti, mentre in genere i lunedì e i venerdì sono giornate abbastanza ‘morte’ con pochissimi fruitori, tra il martedì e il giovedì si registra il picco delle presenze e quindi anche delle consumazioni.
Per questo motivo, probabilmente, le tanto richieste mandorle si potranno trovare solo nei tre giorni clou.
Ma, assicurano dalla buvette, l’assenza di mandorle sarà compensata dalla presenza di aperitivi più consistenti con tramezzini o pizzette ad accompagnare il prosecco o l’analcolico di turno. Con le mandorle, in ogni caso, rischia di sparire uno degli alimenti-elementi simbolici tipici di Montecitorio.
In passato la stessa sorte è toccata alla bottiglietta di anice che, nei fasti della Prima Repubblica, si trovava sempre al fianco della storica fontanella che si trova dentro il Palazzo e da cui i deputati si abbeveravano nel corso della giornata.
Negli ultimi anni l’anice è sparito, son rimasti prima i bicchieri di plastica, e poi nemmeno quelli. Nella spending review degli ultimi tempi, infatti, sono rientrati anche i bicchieri e così è rimasta solo la fontanella con l’acqua che sgorga.
Chi vuole bere, deve dotarsi di un bicchiere o ormai più comunemente di una bottiglietta propria.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 2nd, 2016 Riccardo Fucile
IL GESTORE DELLA BUVETTE HA STABILITO REGOLE SEVERE MA NON TUTTI I DEPUTATI L’HANNO PRESA BENE
Buvette, mezzogiorno di fuoco. 
Entra Maurizio Lupi, sorridente. “Una spremuta e un tramezzino, per favore”. “Emh, presidente, mi scusi… dovrebbe prima fare lo scontrino”.
La temperatura cala vertiginosamente, un attimo e l’ex ministro esplode: “Ma siete impazziti? Ma io consumo e poi pago, come in tutti i bar del mondo!”.
Benvenuti a Montecitorio, dove da lunedì scorso infuria la guerra degli scontrini, una caccia senza quartiere agli “scrocconi”.
Un autentico corpo a corpo tra avventori e dipendenti. La scintilla? Una stringente direttiva diramata dalla società Compass group che gestisce il bar dei deputati.
Tutto ha inizio qualche settimana fa. I vertici della spa sono in visita a Montecitorio. Si imbattono in qualche movimento un po’ sospetto: un onorevole che “dimentica” lo scontrino, qualche avventore distratto che forse paga, forse no.
“Eh già – fa dell’autoironia il verdiniano Luca D’Alessandro – saranno stati i soliti di Ala, ahahahah”.
C’è poco da ridere, la contromossa della Compass è racchiusa in una lettera ai dipendenti che recita più o meno così: “Senza ricevuta non fate consumare nessuno”. E se i camerieri disattendono l’ordine? Sanzioni disciplinari.
E siamo a lunedì. Dario Franceschini chiede un cornetto alla crema. “Ministro, mi perdoni, servirebbe lo scontrino”. La risposta è uno sguardo affilato e silente. Incidente sfiorato.
Il copione si ripete ieri.
I lavori d’Aula sono fiacchi, c’è tempo per un caffè. Entra la dem Alessia Morani. Ha voglia di una macedonia. “Quella va benissimo, grazie”. Ma viene respinta. “Mi scusi! Faccio subito lo scontrino”.
Qualche secondo e si affaccia il montiano Mariano Rabino. Quasi pattina sui marmi della buvette, dice al volo alla cassiera: “Mi segni una banana…”.
Si può fare, in questo caso non serve la ricevuta. C’è chi la prende bene, come la democratica Colomba Mongiello. “Mi hanno richiamata, sì. E vabbè, pure per questo dobbiamo passare alla storia!”. La consola Dario Ginefra: “Ah Colo’, e vorrà dire che c’è qualcuno che fa il furbo…”.
Non tutti la prendono con filosofia. Non Lupi, che si riaffaccia per il tè delle cinque. Forse scherza, forse no.
Comunque si catapulta al bancone. “Cavolo, non ho fatto lo scontrino! Questo signor Compass mi ha veramente rotto i c… Che follia, ne parlerò con i questori. E quando c’è confusione che facciamo, una fila chilometrica alla cassa?”.
La Compass, a dire il vero, ha pensato anche a questo. Due casse, quando è previsto il pienone. E se qualcuno protesta, entrano in campo i “sensibilizzatori” della Camera, i dipendenti di Montecitorio rimasti alla buvette come garanti dello standard del servizio.
Sono loro, in abiti borghesi, a intervenire quando un deputato dà in escandescenze: “Onorevole, sono le nuove disposizioni, cerchiamo tutti di collaborare”.
La copertura politica all’operazione arriva dai piani alti di Montecitorio: “Non vedo la novità – dice il questore Gregorio Fontana (FI) – lo scontrino è obbligatorio da tempo. Funziona così in qualsiasi esercizio pubblico. E sarebbe spiacevole se qualcuno si scagliasse contro i dipendenti. Capisco la fretta, ma basta un pizzico di collaborazione”.
Dietro al pasticcio, come al solito, ci sono i conti. Quelli della società non tornano: sulla base dei bilanci della Camera degli anni precedenti, la Compass prevedeva di incassare mezzo milione di euro l’anno, mentre le proiezioni indicano un calo del 30% e un “buco” di centomila euro. Nessuno si spiega perchè.
E in questo vuoto interpretativo si incunea l’antipolitica, che stavolta veste i panni anonimi del commesso di lungo corso: “So’ cambiati i tempi: zero sedute notturne, lavori dal martedì al giovedì. Per il resto qua è il deserto…”.
L’ultima parola spetta però a Pasquale Laurito. Con la sua Velina Rossa denuncia “le guardie “naziste”” che vigilano sugli scontrini.
Esagera, perchè è dai tempi della presidenza di Gianfranco Fini che sul bancone spicca una targhetta: “Per favore, prima lo scontrino”.
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 5th, 2016 Riccardo Fucile
LE PRESIDENZE DELLE 28 ASSEMBLEE COSTANO 700.000 EURO L’ANNO…DAL CASO GALAN ALLO PSICODRAMMA CAPEZZONE, FINO AI PREMI PER I VERDINIANI
Ricche indennità . Posti di lavoro per i munitissimi staff. Auto blu, telefoni gratis, fondi di rappresentanza, attivazione di consulenze che fanno gola e curriculum.
La poltrona è ambitissima. E non solo per il peso politico dell’incarico.
La corsa alla presidenza delle Commissioni parlamentari di Camera e Senato è da sempre una partita che scotta: attorno al rito biennale del loro rinnovo si consumano spesso alleanze impensabili fino a pochi mesi prima, come dimostra il lungo e complicato rimpasto iniziato a luglio a Montecitorio e si è concluso pochi giorni fa a Palazzo Madama.
Ma, al di là di tutto, chi conquista la poltrona di presidente di commissione coglie in un sol colpo due grandi obiettivi sempre presenti nelle strategie degli eletti: l’enorme potere di condizionare i lavori dell’assise che presiede e, molto più prosaicamente, una serie di appannaggi e benefit che, soprattutto in epoca di vacche magre, nessuno vorrebbe cedere ad altri.
MANNA AGGIUNTIVA
Di che cosa si tratta? Innanzitutto dell’indennità aggiuntiva che spetta a ciascun presidente di commissione, salvo che non vi rinunci.
Facendo i conti, solo per questa voce risultano appostati complessivamente 700 mila euro all’anno tra Camera e Senato: una prebenda aggiuntiva di oltre 1.200 euro netti in più per ciascuno dei 28 presidenti che si aggiunge al già lauto guadagno che percepiscono da parlamentari.
E che fa ancora di più impallidire lo stipendio di 1.500 euro su cui può contare l’italiano medio, almeno stando alle statistiche.
La funzione di presidente di commissione è una sorta di status da cui non si decade nemmeno per eventi eccezionali: ne sa qualcosa Giancarlo Galan che ha continuato a fregiarsi del titolo di presidente della commissione Cultura della Camera nonostante gli arresti domiciliari lo abbiano tenuto lontano da Roma per mesi.
E che dire di Antonio Azzollini? E’ stato uno dei presidenti di commissione più longevi di tutti i tempi: ha regnato alla Bilancio per oltre 10 anni, dal 2001 al 2006 e dal 2008 sino a pochi mesi fa quando è stato costretto al passo indietro a causa dell’inchiesta sul crac della Divina Provvidenza.
Quando la Cassazione ne ha annullato l’arresto in molti ( nel suo partito -Ncd — ma non solo), hanno invocato un suo ritorno sulla poltrona (nel frattempo occupata dal dem Giorgio Tonini) che è tra le più ambite e importanti di Palazzo Madama.
CARI VICE
Ma a pagare il prezzo più alto, in termini di peso politico (e non solo) è stata Forza Italia per la quale la fine del Patto del Nazareno con il Pd a guida renziana è stato un vero bagno di sangue. Che ha lasciato sul campo morti e feriti, oltre che prevedibili strascichi polemici.
Alla Camera, solo per fare qualche esempio, Francesco Paolo Sisto ha perso in poco tempo due partite non da poco: a fine luglio la presidenza della amatissima commissione Affari costituzionali (che è andata ad arricchire il carnet di Scelta civica con l’elezione di Andrea Mazziotti), mentre a dicembre è sfumata la corsa alla Consulta che per qualche giorno è sembrata davvero a portata di mano.
E che dire di Elio Vito? La gestione bipartisan della commissione Difesa non è bastata a scongiurare la sua sostituzione con il dem Francesco Garofoli. E finora sono andati a vuoto i tentativi di approdare al Copasir dove Forza Italia in quanto opposizione si sente sottorappresentata.
Fa storia a sè l’amarezza di Daniele Capezzone per la mancata riconferma alla presidenza della commissione Finanze: nel suo caso è pesato non solo il nuovo assetto post Nazareno, ma pure la conta interna a Forza Italia dove i fedelissimi di Silvio Berlusconi non gli hanno perdonato le posizioni ultrafittiane.
Se a Montecitorio il rinnovo delle commissioni parlamentari ha decretato la fine dell’asse Fi-Pd, al Senato è servito soprattutto a rinsaldare i rapporti tra il Pd e i verdiniani di Ala che si sono visti attribuire tre vicepresidenze di commissione, ma — e stata qui il dato politico — in quota maggioranza.
Anche questo incarico porta con sè, oltre al prestigio, un’indennità di funzione: sulla carte, complessivamente, 190 mila euro da dividere tra i 56 vicepresidenti tra Camera e Senato.
In realtà un po’ meno dal momento che tutti parlamentari del Movimento 5 Stelle hanno rinunciato all’indennità di funzione.
PREZIOSI RISVOLTI
Cosa significhi il nuovo assetto delle commissioni appena rinnovate da un punto di vista squisitamente politico è cosa nota.
Per quanto riguarda invece i risvolti economici per i nuovi presidenti e per quelli riconfermati in dettaglio sono questi: in testa alla lista dei benefit c’è anzitutto, come detto, l’indennità aggiuntiva per i presidenti e per ciascuno dei due vicepresidenti (anche se una piccola indennità è prevista anche per i 56 segretari delle 28 commissioni tra Camera e Senato).
Alla Camera ai presidenti vanno 1.269,35 euro netti al mese, ovviamente per dodici mensilità e ai vice 239,9.
Se è vero che a Montecitorio l’unica macchina assegnata ‘ad personam’ è quella di Laura Boldrini, c’è poi da dire chei presidenti di commissione non rimangono certo a piedi: si avvalgono del parco auto a disposizione dell’amministrazione.
Ovviamente — è il caveat — solo per servizi istituzionali.
Ma se gli spostamenti su Roma non richiedono particolari formalità , per varcare il raccordo è necessario sempre l’ok del collega questore.
Poi ci sono gli altri benefit: anche a Montecitorio i presidenti delle 14 commissioni permanenti hanno diritto ad un cellulare e possono avvalersi di una segreteria particolare composta anche di tre esterni, mentre per le spese di rappresentanza hanno a disposizione 4.000 euro netti all’anno.
GRAZIOSE ELARGIZIONI
A Palazzo Madama l’indennità aggiuntiva per ciascun vicepresidente di commissione vale 316 euro netti al mese, molto meno di quello previsto per i presidenti che rispetto agli altri colleghi senatori percepiscono 1.267 euro in più.
In classifica le loro competenze mensili aggiuntive li piazzano al terzo posto, insieme ai segretari d’aula, subito dopo questori, vicepresidenti e presidente del Senato.
Dove, i capi delle commissioni hanno inoltre anch’essi diritto come a Montecitorio al rimborso delle spese del cellulare fino ad un ammontare massimo di 5.000 euro all’anno.
E ancora, sempre a Palazzo Madama è previsto un plafond mensile per spese per collaboratori pari a 4.859 euro lordi al mese, mentre il fondo consulenze è di 2.151,92 euro al mese (sempre per dodici mesi).
Poi c’è un’ulteriore voce, rubricata come ‘elargizioni’: 3.500 euro a disposizione dei presidenti di commissione o giunta (cifra che sale a quota 4.000 per i segretari di presidenza e a 7.500 per questori e vicepresidenti).
Anche in questo caso l’auto blu non viene più assegnata a titolo personale, ma dei loro spostamenti si fanno comunque carico le macchine a disposizione del Senato. Raramente c’è il rischio che debbano prendere il bus.
Ilaria Proietti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 1st, 2016 Riccardo Fucile
I COSTI DELLA POLITICA DOPO LA RIFORMA: I FUTURI CENTO ELETTI AL SENATO AVRANNO PIU’ DEGLI 11.100 EURO DI INDENNITA’ REGIONALE
Sono tre parole, ma pesanti come macigni.
«I membri della Camera dei deputati ricevono una indennità stabilita dalla legge»: ecco la nuova formulazione dell’articolo 69 della Costituzione, che invece prima cominciava così: «I membri del Parlamento…».
Tre parole anzichè una: «Camera dei deputati» invece di «Parlamento». Del resto il presidente del Consiglio Matteo Renzi l’aveva detto ancora prima di insediarsi a Palazzo Chigi, nel discorso di San Valentino di due anni fa alla direzione del Pd con cui aveva sfiduciato Enrico Letta, che i futuri senatori avrebbero svolto il compito gratis.
Il documento interno
Ma si sa come vanno le cose in Italia. Fanno le leggi, però poi quando le applicano salta fuori sempre la sorpresina. Ed è forse ciò in cui confidano gli apparati.
La dimostrazione? C’è un documento interno che circola da qualche giorno, intitolato «Proposte dei collegi dei questori in merito alle integrazioni funzionali tra le amministrazioni del Senato e della Camera», che è illuminante in materia.
Dentro c’è scritto: «Con riferimento allo status dei parlamentari occorre procedere all’armonizzazione delle discipline vigenti presso i due rami del Parlamento circa le competenze spettanti ai deputati e ai senatori, in carica e cassati dal mandato, nonchè ai loro aventi diritto, anche alla luce delle prospettive della riforma costituzionale in itinere».
Chi conosce bene i fatti sa che c’è un precedente.
Poche settimane prima di dare il via libera alla riforma che avrebbe abolito le loro indennità , i senatori approvarono insieme al bilancio interno un ordine del giorno che impegnava il collegio dei questori a completare «il processo di armonizzazione delle discipline relative al trattamento giuridico ed economico dei senatori e dei deputati in vista della creazione dello status unico dei parlamentari». Traduzione: salvare stipendi e rimborsi.
La discussione sulle indennità
Secondo quanto più volte ha ripetuto Renzi, in quanto espressione dei Consigli regionali i futuri senatori si dovrebbero accontentare dell’emolumento legato a quel ruolo: non più di 11.100 euro al mese lordi e onnicomprensivi.
Il termine «armonizzazione» significa forse che il compenso dovrà essere adeguato a quello dei parlamentari? E quale in particolare, l’indennità attuale dei deputati o dei senatori?
I deputati hanno diritto a un’indennità netta di 5.346,54 euro mensili, più una diaria di 3.503,11 e un rimborso per spese di mandato pari a 3.690 euro, oltre a 1.200 euro annui di rimborsi telefonici e da 3.323.70 fino a 3.995.10 euro ogni tre mesi per i trasporti.
Oggi ai senatori spetta invece un’indennità mensile netta di 5.304,89 euro, più una diaria di 3.500 euro, più ancora un rimborso per le spese di mandato pari a 4.180 euro, più 1.650 euro al mese di rimborsi forfettari fra telefoni e trasporti.
A conti fatti e senza considerare le eventuali indennità di funzione, i componenti del Senato intascano ogni mese 14.634.89 euro contro 13.971,35 dei deputati.
Ovvero, 663 euro di più. Differenze da poco, sulle quali però si continua a discutere, anche se questa volta in un clima surreale: la Costituzione sopprime un’indennità che però a quanto pare si ostina a sopravvivere, magari in altre forme.
I futuri senatori e i vitalizi
C’è poi la questione dei vitalizi, vecchi e nuovi. Ne avranno diritto anche i futuri senatori? La parola «armonizzazione» lo lascia intendere. Ma non finisce qui. Il ruolo unico, cioè la prevista integrazione delle strutture di Montecitorio e Palazzo Madama, pone altre questioni delicate.
Le retribuzioni dei funzionari in che modo saranno anch’esse «armonizzate», tenendo conto delle recenti prese di posizione delle due Camere a proposito del tetto dei 240 mila euro vigente per tutti gli stipendi pubblici?
Facendo appello al principio in base al quale le decisioni di Camera e Senato sono autonome e insindacabili, Montecitorio e Palazzo Madama considerano quel tetto (già dal Parlamento applicato in modo assai elastico) solo «temporaneo». Con il risultato che dal primo gennaio 2018 tutto dovrebbe tornare come prima.
La battaglia è appena all’inizio, e quel documento la dice lunga a proposito dei problemi che salteranno fuori. Anche se il quadro di fondo è già piuttosto chiaro.
Tutto infatti si deve tenere insieme: dai servizi sanitari e informatici, alla gestione degli immobili, ai contratti del personale.
E se il Parlamento è uno, può mai essere diverso il trattamento economico dei parlamentari?
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 28th, 2016 Riccardo Fucile
CALCOLO CONTRIBUTIVO MA CON REGOLE PIU’ VANTAGGIOSE: UN 39ENNE CON DUE MANDATI A 60 ANNI CON PENSIONE DI 1.500 EURO AL MESE
Non ci sono solo i vitalizi di ex parlamentari e consiglieri regionali. Che, di fronte al rischio di
possibili sforbiciate dei loro ricchi assegni, sono tornati ad aggrapparsi al vecchio tabù dei diritti acquisiti per disinnescare la ‘minaccia’ dei tagli invocati dalle diverse proposte di legge (pdl) depositate in commissione Affari costituzionali a Montecitorio.
Ma a gravare sui bilanci di Camera e Senato ci sono (e ci saranno) anche le pensioni, presenti e future, di deputati e senatori. Che, dopo l’abolizione dei vitalizi con l’ultima riforma dei regolamenti parlamentari, a partire dal 2012 saranno calcolate anche per i rappresentanti del popolo in base al sistema contributivo. Alle stesse condizioni applicate a tutti gli altri lavoratori? A quanto pare, no.
BENEDETTI PRIVILEGI
Anche il nuovo sistema di computo dell’assegno previdenziale dei parlamentari continua ad essere più vantaggioso. A cominciare dall’età pensionabile.
A partire dal 2012, con una sola legislatura (5 anni) alle spalle si acquisisce il diritto ad andare in pensione a 65 anni. Che scendono a 60 anni se i mandati salgono a due (10 anni).
Un bello sconto se si considera che, nel 2018, anno della scadenza naturale della legislatura in corso, la legge Fornero fissa a 66 anni e 7 mesi l’età pensionabile dei comuni mortali.
Ma non basta.
Anche i coefficienti di rivalutazione dei contributi versati dai parlamentari sono più vantaggiosi di quelli previsti dalla riforma che porta il nome della ministra del Lavoro del governo guidato da Mario Monti.
Due esempi, frutto delle simulazioni richieste da ilfattoquotidiano.it e fornite dagli uffici competenti della Camera, rendono l’idea.
Un deputato eletto nel 2013, quando aveva 27 anni, che cesserà il suo mandato nel 2018 senza essere riconfermato per il secondo, percepirà nel 2051 (a 65 anni) una pensione compresa tra i 900 e i 970 euro al mese, quando il 64,7% delle pensione erogate in Italia è inferiore ai 750 euro/mese.
Se, invece, l’onorevole eletto sempre nel 2013 a 39 anni, sarà riconfermato fino al 2023, con due legislature alle spalle potrà andare in pensione nel 2034 (a 60 anni) incassando circa 1.500 euro al mese.
Entrambe le simulazioni, ipotizzano che i contributi accantonati nell’arco della carriera parlamentare dai due ipotetici deputati siano gli unici versamenti effettuati nell’intera vita lavorativa.
Certo, nulla a che vedere con i ricchi vitalizi elargiti fino al 2011. Ma pur sempre un trattamento di privilegio rispetto ai comuni lavoratori.
FORNERO PER TUTTI
Per riallinearle con quelle del resto degli italiani, sono cinque le proposte di legge depositate in commissione Affari costituzionali della Camera che puntano ad estendere il regime della legge Fornero non solo alle pensioni future dei parlamentari in carica, ma anche (retroattivamente) ai vitalizi degli ex.
Due costituzionali (Mazziotti e Zanetti di Scelta civica) e tre ordinarie (Richetti del Pd, Caparini della Lega e Turco di Alternativa libera). “La mia proposta di legge costituzionale punta ad introdurre, anche per i parlamentari, un trattamento previdenziale assolutamente allineato a quello dei comuni lavoratori — spiega il sottosegretario all’Economia, Enrico Zanetti —. Un obiettivo che può essere perseguito da un lato attraverso l’innalzamento dell’età pensionabile dall’altro abbassando ai livelli della legge Fornero i coefficienti di rivalutazione dei contributi versati da deputati e senatori negli anni di esercizio del proprio mandato”.
Non solo. “Anche nel caso in cui la stessa persona abbia svolto più mandati elettivi in assemblee diverse (Camera, Senato, Consigli regionali ed Europarlamento) il trattamento pensionistico e il relativo sistema di calcolo deve essere unico — conclude Zanetti —. Insomma, nè più nè meno di quanto già avviene per tutti i pensionati. Ovviamente l’intervento ancora più urgente riguarda i vecchi trattamenti, posto che lì le sperequazioni sono di gran lunga maggiori e insopportabili”. Ricetta condivisa anche dal deputato del Partito democratico, Matteo Richetti.
“Anche dopo la riforma dei regolamenti parlamentari che hanno sostituito il vecchio vitalizio con il sistema contributivo, i moltiplicatori applicati per la rivalutazione dei versamenti pensionistici sono, in ogni caso, più favorevoli di quelli previsti dalla legge Fornero”, spiega il deputato dem. “Anche se va tenuto presente che, a differenza dei comuni lavoratori che versano un terzo del totale contributivo integrato per i restanti due terzi dal datore di lavoro, per i parlamentari l’intero ammontare grava sulle proprie tasche”, precisa Richetti.
“La mia proposta di legge stabilisce che il riferimento per il calcolo dell’assegno previdenziale sia esclusivamente il versato a prescindere dagli anni di permanenza in Parlamento”, prosegue l’esponente del Pd.
CONTO SALATO
Insomma, la sforbiciata colpirebbe non solo (retroattivamente) i vitalizi degli ex parlamentari ma anche le future pensioni di onorevoli e senatori in carica.
“Per questi ultimi tanto l’età pensionabile che i coefficienti di rivalutazione contributiva verrebbero adeguati ai parametri della Legge Fornero — prosegue il parlamentare del Pd —. Sulla base dei quali, la mia pdl attribuisce all’Inps il compito di calcolare gli importi da erogare e che saranno poi pagati da Camera e Senato”.
Una riforma che, nel medio-lungo termine, porterà dei benefici anche ai bilanci dei due rami del Parlamento. Sui quali, anche nel 2016, il peso dei trattamenti previdenziali degli ex continuerà a pesare in misura rilevante: vitalizi e pensioni (post riforma 2012), diretti e di reversibilità , costeranno 135 milioni 360 mila euro (il 13,8% della spesa totale) a Montecitorio e 82 milioni 890 mila euro (il 15,3%) al Senato.
“In questo modo — conclude Richetti — si arriverà ad un regime di sostenibilità della spesa per vitalizi e pensioni di Camera e Senato”.
Antonio Pitoni
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
DALL’UDEUR DI MASTELLA ALL’API DI RUTELLI, DALL’MPA DI LOMBARDO ALLA LISTA STORACE: INCASSERANNO IN TUTTO 485.000 EURO
Erano stati congelati all’inizio di dicembre. Ma con il via libera arrivato oggi dall’Ufficio di
presidenza della Camera, che ha preso atto del “giudizio di regolarità e di conformità alla legge dei rendiconti 2013” trasmesso l’11 gennaio dalla Commissione di garanzia per la trasparenza e il controllo sui bilanci dei movimenti politici, sono stati ammessi al banchetto dei rimborsi elettorali altri 13 partiti.
Che si divideranno 485 mila euro, accodandosi alle 42 formazioni che avevano già ottenuto il via libera a dicembre per incassare la propria fetta della torta da 45,5 milioni (dei quali 10 milioni nel 2015).
TUTTI A TAVOLA
Alla grande abbuffata parteciperanno quindi quei partiti “destinatari di invito a sanare”, inizialmente esclusi dal riparto dei rimborsi, ma che nel frattempo hanno provveduto a mettersi in regola.
Tra i convitati dell’ultima ora l’Udc dell’ex presidente della Camera Pierferdinando Casini e Alleanza per l’Italia dell’ex sindaco di Roma Francesco Rutelli. I Popolari-Udeur del già ministro della Giustizia Clemente Mastella, avvistati per l’ultima volta in Parlamento nel 2008, e il Movimento per le Autonomie fondato nel 2005 dall’ex governatore della Sicilia Raffaele Lombardo.
Aggiunto un posto a tavola anche per Alleanza di Centro per la Libertà , fondata nel 2008 dal giornalista Rai Francesco Pionati dopo il divorzio dell’Udc.
Come pure per la Lista Storace Presidente, civica collegata all’ex governatore del Lazio e leader de La Destra, e Il Megafono-Lista Crocetta, riferimento dell’attuale presidente della Sicilia.
Completano l’elenco il Comitato promotore Une 2010 (Lista Unione Nord Est) che, come informa il suo sito internet, ha cessato l’attività il 31 dicembre 2014; i Popolari d’Italia Domani (Lista “Cantiere Popolare”), nati da una costola dell’Udc nel 2010 e parte della maggioranza che sostenne l’ultimo governo guidato da Silvio Berlusconi; Unione per il Trentino, fondata nel 2008 per “vivere l’autonomina come servizio”; Verdi del Sudtirolo (Verdi-Grune-Verc), partito attivo nella provincia di Bolzano rappresentato alla Camera da un unico deputato e Democrazia Cristiana Campania. Ripescaggio in extremis anche per la lista Udc e Fli con Bongiorno per il Lazio, inizialmente esclusa per non aver adempiuto all’obbligo di pubblicazione online del proprio rendiconto.
Antonio Pitoni
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
REDDITI: PER I POLITICI DICHIARAZIONI PARZIALI, SPESE ELETTORIALI ASSENTI, INFORMAZIONI GENERICHE…NEL DOSSIER OPENPOLIS GLI ELETTI PASSATI AL SETACCIO
La trasparenza sui patrimoni dei politici è una chimera.
Tanto che il 72 per cento degli onorevoli rende noto solo il minimo sindacale o deposita una documentazione parziale su redditi, proprietà , contributi privati e spese elettorali.
A raccontare questa situazione è “l’Espresso” che presenta in anteprima il dossier dell’associazione Openpolis “Patrimoni trasparenti”.
L’opacità è dovuta in parte anche alla normativa, che obbliga gli eletti a depositare annualmente copia dell’ultima dichiarazione dei redditi ma prevede la pubblicazione solo della parte riepilogativa (peraltro senza prevedere sanzioni per chi si rifiuta).
In questo modo, però, è impossibile evincere la natura delle ricchezze, l’esistenza di altre eventuali fonti di introito e più in generale non permette di capire a cosa sia dovuta la consistente sproporzione fra i redditi che spesso si riscontra.
Chi vuole diffondere ulteriori informazioni può farlo sottoscrivendo un’apposita liberatoria ma solo una minima parte divulga dati aggiuntivi come i redditi o le proprietà del coniuge. Anche perchè per la legge è facoltativo.
Fra i “bocciati” di Openpolis ci sono tanti nomi noti come la seconda e terza carica dello Stato, Piero Grasso e Laura Boldrini, l’astro nascente del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio, il presidente del Pd Matteo Orfini o il leghista Roberto Calderoli. Neppure i grillini, che hanno fatto della trasparenza una bandiera e sono i più diligenti, brillano particolarmente: i promossi sono meno della metà .
Promosso a pieni voti, invece, il premier Matteo Renzi, che ha messo a disposizione la situazione patrimoniale e reddituale dell’intera famiglia, nonne comprese.
Fra i membri del governo la situazione è in genere migliore che nelle Camere.
Molti ministri eletti in Parlamento, però, sono diventati più trasparenti solo dopo essere entrati nell’esecutivo, come nel caso di Maria Elena Boschi.
Fra le curiosità del rapporto, anche il numero degli onorevoli che dichiarano di possedere un’imbarcazione: 22 in tutto.
Fra motoscafi, barche a vela e perfino quattro yacht.
Paolo Fantauzzi
(da “L’Espresso“)
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