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VITALIZI, CAMBIA IL TESTO E SALVA QUASI TUTTI I CONDANNATI

Maggio 7th, 2015 Riccardo Fucile

ESCLUSO L’ABUSO D’UFFICIO, INSERITI LA “RIABILITAZIONE” E IL TETTO DEI SEI ANNI: COSàŒ LA FARANNO ANCORA FRANCA

Gli assegni d’oro ai condannati diventano un caso politico.
Oggi, in Consiglio di presidenza del Senato e in Ufficio di presidenza della Camera, è previsto il voto sulla delibera che cancella i vitalizi agli ex parlamentari condannati. L’ultima versione prevede scappatoie per tangentisti e condannati della prima ora.
Una versione diversa da quella iniziale, che salva quasi tutti grazie all’insierimento della riabilitazione, all’esclusione dell’abuso d’ufficio e alla modifica in senso restrittivo per i delitti non colposi da quattro a sei anni.
In Italia, la dorata pensioncina, è sempre finita nelle tasche degli ex parlamentari anche se si sono macchiati di reati gravi contro la Pubblica amministrazione.
Un privilegio doppio, denunciato più volte dal Fatto.
Un caso finito all’attenzione dei palazzi della politica dopo i ripetuti appelli del presidente del Senato Pietro Grasso e una campagna della società  civile con tanto di raccolta firme sul sito riparteilfuturo.it  .
La delibera che andrà  in votazione prevede un salvacondotto, che trova fondamento e giustificazione come soluzione giuridica per evitare ricorsi, ma che trasforma, nei fatti, l’annunciata soppressione in una cancellazione revocabile in caso di riabilitazione.
È frutto di un compromesso rispetto alla previsione iniziale che vede il Partito democratico favorevole e il Movimento cinque stelle critico.
Alla richiesta di alcuni costituzionalisti di fissare un tempo alla cancellazione si è risposto scegliendo la strada di legare il vitalizio ad un istituto del nostro ordinamento penale: la riabilitazione.
La delibera è di certo un passo avanti rispetto all’indecenza delle dorate pensioncine ai condannati.
Il presidente del Senato Pietro Grasso di recente è tornato sul tema: “Bisogna dire ai giovani che noi adulti non riteniamo giustificabile la corruzione, i favoritismi, i vitalizi per chi è stato condannato per gravi reati”.
La scappatoia è al comma 3 del primo articolo. “Le disposizioni non si applicano qualora sia intervenuta la riabilitazione” e più avanti: “In caso di riabilitazione l’erogazione dei trattamenti previdenziali riprende con decorrenza dalla data dell’istanza che sia stata legittimamente presentata e accolta”.
Insomma se un ex parlamentare è stato condannato, ma ha ottenuto la riabilitazione, ha così salvato il vitalizio.
La riabilitazione cancella le pene accessorie e gli effetti penali della condanna.
Può essere richiesta a tre anni dall’estinzione della pena. La richiesta deve essere accolta dal Tribunale di Sorveglianza, valutata la condotta del condannato.
Per fare un esempio eccellente. Silvio Berlusconi è stato condannato per frode fiscale. Incassa un vitalizio di 8 mila euro.
Con le nuove disposizioni gli verrà  revocato l’assegno mensile, ma nel 2018 potrebbe fare richiesta di riabilitazione.
In caso di accoglimento Berlusconi tornerebbe candidabile, ma soprattutto percepirebbe nuovamente il vitalizio.
Sono molti i politici che hanno comunicato alla pubblica opinione l’avvenuta riabilitazione, il loro vitalizio non avrà  neanche un giorno di sospensione nonostante i reati commessi.
Paolo Cirino Pomicino non ha voluto rispondere alla Gabbia che, ieri su La7, si è occupata nuovamente del caso.
L’ex ministro del Tesoro è stato condannato per finanziamento illecito ai partiti e ha patteggiato una pena di due mesi per corruzione.
Non rientra tra i “cancellati” visto che la sua condanna è inferiore ai due anni, ma anche perchè nel 2011 ha annunciato l’avvenuta riabilitazione.
Salvatore Sciascia, invece, oggi è senatore di Forza Italia, in passato è stato condannato per aver corrotto alcuni finanziari. Ha spiegato di essere stato riabilitato.
Quando uscirà  dal Senato incasserà  il vitalizio.
In caso di approvazione della delibera i condannati potranno giocarsi la carta della richiesta di riabilitazione.
In caso di accoglimento l’assegno mensile sarà  restituito fin dalla presentazione della domanda.
Sulla cancellazione dei vitalizi gli uffici di Camera e Senato hanno acquisito otto pareri per una spesa di centomila euro. I pareri, però, non erano sul testo che andrà  in votazione, ma soprattutto quella versione sottoposta al giudizio dei giuristi non prevedeva la riabilitazione.
Un punto che avrebbe, di certo, diviso i costituzionalisti. Nella delibera c’è un elemento positivo visto che la cancellazione, anche se revocabile, è prevista per condanne definitive, con pene superiori a due anni di reclusione, anche in caso di patteggiamento.     C’è qualcuno che, però, non dovrà  neanche preoccuparsi di presentare una richiesta di riabilitazione.
Nella delibera, infatti, c’è anche l’esclusione di un reato: l’abuso d’ufficio.
Ai condannati per questo reato non sarà  cancellato il vitalizio.
La cancellazione non è inoltre applicabile ai vitalizi spettanti ai familiari superstiti, ma solo se l’ex parlamentare è deceduto prima dell’entrata in vigore della delibera.
Alla fine, rispetto alla prima versione, il provvedimento è cambiato.
“È un risultato positivo, ma ora passiamo alla riforma anticorruzione” spiega Leonardo Ferrante della campagna Riparte il Futuro.
Critica la senatrice grillina Laura Bottici: “L’esclusione dell’abuso di ufficio e la riabilitazione prevista svuotano di senso la norma”.
Ora si attende il voto.
Il risultato è in bilico proprio al Senato, potrebbe risultare decisiva proprio la scelta del M5S.

Nello Trocchia
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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ALL’ESTERO VIETATO AI PARLAMENTARI AFFARI E REGALI

Aprile 27th, 2015 Riccardo Fucile

IN ITALIA LA LEGGE E’ INEFFICACE, ALTROVE VI SONO LEGGI SEVERE…IN USA OBBLIGO DI DICHIARARE REDDITI GIA’ ALLA CANDIDATURA, IN GERMANIA BISOGNA SVELARE ANCHE INTERESSI NON ECONOMICI, IN UK SETTE REGOLE ETICHE, IN SPAGNA DEVONO LASCIARE LA PROFESSIONE

Proprietà  intoccabili, sanzioni inefficaci, poca trasparenza, fino alla possibilità  per ministri e parlamentari di ricevere regali da chiunque.
Ai politici italiani è concesso quasi tutto.
“L’Italia è l’esempio più evidente delle conseguenze negative provocate dall’assenza di un’organica regolamentazione sul conflitto di interessi” scriveva l’Ocse nel 2007. Accertamenti e sanzioni sui membri del Governo sono debolissimi.
“La legge italiana rinuncia a prevenire la situazione di conflitto di interessi e lo affronta solo quando sorge, in modo complesso e del tutto inefficace”, ammise nel 2012 al Parlamento il Presidente dell’Antitrust Pitruzzella.
Ancora meno stringenti i limiti per deputati e senatori.
“In Italia l’unico strumento previsto per i parlamentari sono le norme sulla trasparenza dei redditi e delle situazioni patrimoniali   — spiega il costituzionalista Andrea Pertici — Ma tutto si ferma lì”.
Sono lontani i vincoli previsti in altri paesi come Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia e Spagna. Già  nel 2005 il consiglio d’Europa giudicò la normativa italiana del tutto inefficace. Ma da allora nulla è cambiato.
Stati Uniti, dove il politico diventa “cieco
Le norme sul conflitto di intessi negli Stati Uniti riguardano sia i membri del governo che i membri del Congresso e ogni altro funzionario o impiegato pubblico, in modo graduale, in relazione al loro potere decisionale.
Tutti, già  al momento della candidatura, devono comunicare i propri redditi, il patrimonio, nonchè gli incarichi, i redditi, i doni e i rimborsi percepiti dal coniuge e dai figli.
Di fronte ad un possibile conflitto di interessi il politico o il funzionario può vendere i beni che generano il conflitto, restituirli, oppure chiedere una limitazione dei suoi compiti, di essere trasferito, riassegnato o dimettersi.
Caratteristica del sistema statunitense è lo strumento del blind trust, ovvero la possibilità  di dare in gestione i beni del politico ad un curatore (trustee) che opera in indipendenza e riservatezza e, quando è possibile, trasferisce gli interessi in settori che restano sconosciuti al proprietario che dunque non può favorirli.
Germania, prevenire è meglio che curare
Secondo l’Ocse “il modello tedesco è (in Europa, ndr) il miglior esempio di buon approccio giuridico per affrontare il problema del conflitto di interessi”.
La normativa è semplice e si fonda sulla prevenzione. “In Germania ci si preoccupa attentamente di stabilire cosa non si può fare, piuttosto che mettere in campo meccanismi complessi (e quindi sempre ambigui) di sanzionamento ex post” spiega il professore di diritto privato dell’Università  di Verona Tommaso dalla Massara.
Chiunque ricopre una carica pubblica è obbligato a dichiarare qualsiasi interesse privato (pecuniario e non solo) che può influenzare le sue azioni pubbliche.
Sarà  compito del suo superiore gerarchico, il Cancelliere se il conflitto di interessi riguarda un ministro, proporre le sue dimissioni o decidere se il soggetto deve essere escluso dalle votazioni che riguardano i temi su cui ha degli interessi.
La peculiarità  del caso tedesco prevede che anche il singolo cittadino possa fare appello di fronte a un possibile conflitto di interessi.
Se i giudici dimostrano che il cittadino ha ragione la decisione o la procedura assunta dal politico o funzionario pubblico di parte sono ritenute illegali o non valide.
Francia, ovvero vietato riciclarsi
In Francia, in virtù della separazione dei poteri, è vietato essere parlamentare e ministro nello stesso momento.
I parlamentari non possono ricoprire cariche direttive in imprese nazionali, enti pubblici nazionali o imprese e società  private, salvo che per missioni che non superino i 6 mesi e non siano retribuite.
Il parlamentare può esercitare la professione di avvocato solo finchè questa non viene esercitata contro lo Stato o gli enti pubblici. Anche il passaggio dalla carica governativa al mandato parlamentare è limitato per legge.
Il parlamentare che accetti una carica di Governo è sostituito da un deputato “supplente”, mentre un ex ministro può tornare a fare il parlamentare solo dopo che sia trascorso almeno un mese dal suo incarico governativo.
I membri del Governo e i parlamentari sono obbligati a rendere pubblici i loro patrimoni e i possibili conflitti di interessi.
Nella dichiarazione devono essere specificati non solo incarichi professionali e consulenze, ma anche attività  professionali del coniuge o convivente, attività  di volontariato e altre funzioni o mandati elettivi.
Il politico che rilascia dichiarazioni false o omissive sulla sua condizione può essere sanzionato con una pena fino a 3 anni di reclusione e con un’ammenda fino a 45mila euro.
Regno Unito, dove bastano le norme etiche
“Nel Regno Unito un parlamentare viene destituito dall’incarico tutte le volte in cui al momento delle elezioni o successivamente diventi un Lord Spirituale (vescovi che sono anche membri della Camera dei Lord, ndr), un giudice, un funzionario, un membro delle forze di polizia o che ricopra una serie di altri incarichi considerati incompatibili” spiega il costituzionalista Antonio D’Andrea.
Il conflitto di interessi viene trattato come norma deontologica e di autoregolamentazione, ma è comunque vincolante per i suoi destinatari.
Esistono sette principi sulla base dei quali vengono valutati i comportamenti di chi assume cariche pubbliche, di qualsiasi livello, e tra questi compare l’obbligo di assumere decisioni esclusivamente nell’interesse pubblico (Selflessness), di essere il più trasparenti possibili sulle proprie decisioni (Opennes) e di dichiarare e risolvere gli interessi privati quando sono in conflitto con i propri compiti pubblici (Honesty).
“I ministri sono tenuti ad evitare non soltanto che insorgano conflitti tra la carica pubblica e i loro interessi privati, ma anche che vi sia l’apparenza di un possibile conflitto”, continua D’Andrea.
Sia per i membri del governo che per i parlamentari è inoltre obbligatoria la dichiarazione pubblica dei propri interessi (disclosure of interests) presso un apposito registro.
Spagna, vietata la professione privata
Solo la Spagna, in Europa, vieta ai parlamentari di svolgere anche una professione privata.
La legge “stabilisce tre distinte categorie di attività : quelle incompatibili in ogni caso, quelle compatibili previa autorizzazione e quelle che non richiedono autorizzazione” spiega D’Andrea.
Anche qui è previsto l’obbligo per i parlamentari di dichiarare le attività  svolte e il patrimonio posseduto, così come le relative variazioni durante la legislatura, che vengono custodite in un apposito registro soggetto a trasparenza.
È previsto inoltre una sorta di blind trust, ovvero l’affidamento ad un curatore della gestione degli interessi di chi assume la carica pubblica per tutto il periodo del mandato e per i due anni successivi.
Il Governo Zapatero ha approvato una riforma chiamata del “buon governo” che, tra le altre novità , ha inasprito le sanzioni che per le infrazioni particolarmente gravi prevedono anche la destituzione dall’incarico, l’obbligo di restituire il denaro percepito indebitamente, la mancata erogazione della pensione e l’impossibilità  di accedere ad altre cariche per un periodo che va dai 5 ai 10 anni.
L’entità  della sanzione è proporzionata ai danni arrecati ai cittadini.
“La Spagna ha compiuto un serio sforzo per regolare i conflitti di interesse” scrive l’Ocse, pur sottolineando che la reale attuazione delle leggi è rimasta “decisamente lontana dagli obiettivi prefissati”.
I regali per politici. In Italia nessun limite
Solo in Italia non c’è alcuna norma che stabilisce limiti e divieti sui regali per i parlamentari. Negli Stati Uniti tutti i candidati al Congresso devono dichiarare i doni di valore superiore ai 250 dollari ricevuti l’anno precedente, da loro stessi, dal coniuge o dai figli, a qualsiasi titolo e da parte di chiunque, ad esclusione dei parenti.
Nel Regno Unito i membri del parlamento devono dichiarare ogni regalo il cui valore superi l’1% del loro salario, in Germania devono rendere pubblica l’informazione quando il regalo supera il valore di 5mila euro, mentre i Francia i membri del parlamento devono dichiarare ogni regalo, qualunque sia il suo valore.

Elena Ciccarello
(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL DOPPIO LAVORO DEI PARLAMENTARI: TRA ASSENZE RECORD E CONFLITTI DI INTERESSE

Aprile 27th, 2015 Riccardo Fucile

AVVOCATI, IMPRENDITORI E MEDICI POSSONO CONTINUARE AD ESERCITARE, AL CONTRARIO DEI DIPENDENTI… CON ACCUMULO DI RETRIBUZIONI E POSSIBILI CORTOCIRCUITI

Molti di loro hanno superato la tagliola della Giunta per le elezioni di Montecitorio e Palazzo Madama: nessuna incompatibilità .
Ma a ben guardare restano dubbi di un conflitto di interessi latente. La certezza, però, sono i tanti soldi in tasca.
Almeno stando alle dichiarazioni dei redditi depositate in Parlamento.
Molti dei nostri deputati e senatori non si accontentano, infatti, di occupare lo scranno. E continuano a svolgere indisturbati l’attività  in cui erano impegnati prima dell’elezione.
Soprattutto avvocati, commercialisti, imprenditori e medici dividono le giornate tra i corridoi dei Palazzi e i loro uffici.
Circondandosi spesso di fidati collaboratori, ma incassando gli utili a fine anno.
Al contrario di chi, come i dipendenti pubblici (docenti universitari, magistrati e appartenenti alle forze dell’ordine, solo per citare alcuni casi) è costretto per legge a fare un momentaneo passo indietro.
Insomma, se suscita qualche perplessità  la nuova attività  di viticoltore di Massimo D’Alema (che pure non ha più incarichi pubblici nè di partito), non può non essere così per i parlamentari in carica.
Per carità : nessuna violazione della legge. Ma qualche problema sorge quando il Parlamento si trova a legiferare su materie che li riguardano direttamente.
È così, per esempio, per Niccolò Ghedini e Piero Longo.
Storici avvocati di Silvio Berlusconi che dividono uno studio a Padova e che, nonostante il mandato parlamentare, continuano a frequentare assiduamente le aule di tribunale. Capirlo non è così difficile.
Basta soffermarsi sulle percentuali di assenza al momento delle votazioni calcolate da Openpolis: il 99% per Ghedini, recordman dei parlamentari “assenteisti”, e l’86% per Longo. E sulle loro dichiarazioni dei redditi, visto che nel 2014 il primo ha guadagnato oltre 2 milioni di euro e il secondo più di 900mila.
Percentuale di assenze simile la fa registrare anche Giulio Tremonti, che ha saltato l’85% delle votazioni (e ha un reddito di quasi 3 milioni e mezzo di euro).
L’ex ministro dell’Economia risulta socio dello studio legale “Tremonti Vitali Romagnoli Piccardi e Associati” con sedi a Milano e Roma.
Su di lui al momento pende una richiesta di autorizzazione a procedere che la Procura di Milano ha inviato al Senato.
Tremonti, infatti, è indagato per corruzione per il presunto versamento di 2,4 milioni di euro al suo studio da parte di Finmeccanica, nell’ambito dell’acquisto della statunitense Drs, azienda produttrice di supporti militari, quando era ministro.
Da inizio legislatura Gregorio Gitti, invece, è passato da Scelta civica al Partito democratico.
Ciò però non gli ha impedito di continuare a svolgere la professione di avvocato nello studio legale “Pavesi Gitti Verzoni”.
Il genero di Giovanni Bazoli (Intesa Sanpaolo), contattato da ilfattoquotidiano.it, spiega che da dopo l’elezione “gli impegni professionali variano a seconda di quelli parlamentari.
Di solito — spiega Gitti — dal martedì al giovedì sono a Montecitorio”. Il deputato del Pd rigetta comunque qualsiasi ipotesi di conflitto di interessi.
Anzi, dice, “trovo vantaggioso il fatto che oggi in Parlamento ci siano figure con una loro indipendenza professionale”.
E proprio questa gli ha permesso di dichiarare un reddito di 3,9 milioni di euro, complici anche le numerose partecipazioni nonchè le cariche ricoperte nei consigli di amministrazione di diverse società , che lo rendono il secondo parlamentare più ricco di tutti.
Circostanze, queste, che per il presidente del Gruppo Misto Pino Pisicchio forniscono più di uno spunto di criticità .
“Pur avendo da sempre un peso specifico molto forte in Parlamento, soprattutto in commissione Giustizia, situazione che pone un’evidente dimensione di prossimità  rispetto ai temi ordinistici, gli avvocati non hanno alcun tipo di incompatibilità ”, fa notare Pisicchio. Il quale ricorda come “in passato ci sono state delle proposte per renderla formale, ma sono cadute tutte nel dimenticatoio, sintomo che da un punto di vista politico e dell’etica pubblica è un tema sempre molto attuale.
Gli avvocati — conclude Pisicchio — sono un elemento della giurisdizione al pari dei magistrati, ma mentre questi ultimi sono obbligati ad andare in aspettativa per legge, come è giusto che sia, i primi non hanno nessuna costrizione”. Una discrepanza singolare.
Anche gli imprenditori possono vantare un record.
Quello del parlamentare con la dichiarazione dei redditi più importante: Antonio Angelucci con oltre 5,3 milioni di euro.
Ma il “re delle cliniche”, esponente di Forza Italia, detiene anche un altro primato, stavolta meno edificante: è il deputato più assente, con sole 86 presenze sulle quasi 9mila votazioni (0,99%).
Cifre che fanno capire come le sue aziende abbiano la precedenza rispetto alla cosa pubblica. Pur di non lasciare la propria attività  c’è chi, addirittura, arriva a “sacrificare” la famiglia.
Come il forzista Bernabò Bocca, numero uno di Federalberghi e presidente di Sina Hotels (gruppo di hotel di lusso). “Sommando tutti gli impegni, le ore della giornata e della settimana che restano per i miei due figli, di 4 e 6 anni, sono poche, cerco di ritagliarmi la domenica per stare con loro”.
Fra le due, l’attività  principale di Bocca resta quella imprenditoriale: “Rappresenta il mio futuro e quindi non potevo permettermi di abbandonarla — spiega il senatore —. Dedico alle aziende due giorni e mezzo a settimana, spesso anche il sabato e la sera al termine dell’attività  parlamentare”.
Conflitto di interessi? Nemmeno a parlarne. E casomai, se c’è, questo “è solo di tipo temporale perchè non ho incarichi di governo. Cerco di mettere il mio know-how di imprenditore al servizio del mondo delle imprese in genere, sicuramente non la mia”.
Paolo Vitelli ha, invece, delegato a un manager la gestione di Azimut Benetti, il più grande gruppo privato del settore nautico al mondo, che egli stesso ha fondato 40 anni fa. Il deputato di Scelta civica continua però a dedicare tempo alla sua azienda. “Seguire il Ceo, fornire il mio know-how e garantire un briciolo di rappresentanza mi porta ad essere in ufficio il sabato e la domenica — racconta Vitelli — il lunedì e il venerdì gli dedico un terzo della giornata, mentre ogni sera, finita l’attività  parlamentare, leggo e rispondo alle e-mail”.
A un altro esponente montiano, Gianfranco Librandi, “piace tantissimo essere parlamentare, forse più che fare l’imprenditore”.
Ma ciò non è comunque bastato per lasciare del tutto la Tci srl, azienda che ha fondato nel 1987 e che opera nel campo dell’illuminazione.
Di solito “sto in azienda il sabato, il lunedì e quando ci sono dei clienti troppo importanti”, dice Librandi.
Per conciliare le due attività , il deputato di Scelta civica ha preso in affitto un ufficio privato a Roma dove, racconta, invita spesso i suoi clienti.
Oltretutto Librandi è anche il tesoriere del partito: un ulteriore impegno che “a volte non mi permette di essere presente alle votazioni”.
C’è poi chi per fare tutto non dorme più.
“Da quando sono parlamentare ho scoperto purtroppo che di notte si può fare anche altro oltre che dormire”, afferma Paolo Galimberti, ex presidente dei giovani di Confcommercio (incarico lasciato a causa dell’ingresso a Palazzo Madama), oggi senatore di Forza Italia.
Il quale rivela che, per prepararsi al meglio sui temi da trattare in aula e in commissione, ha “drammaticamente” ridotto le ore di sonno: non più di quattro a notte.
Galimberti è vicepresidente dell’azienda che porta il suo nome, specializzata nella vendita al dettaglio e all’ingrosso di elettrodomestici e di elettronica di consumo.
Così sicuro dell’elezione da nominare prima del voto del 2013 un direttore generale a cui affidare la gestione ordinaria dell’azienda, a cui comunque dedica in genere il lunedì per occuparsi della parte strategica.
“Non lavoro con il pubblico, non partecipo ad appalti, non ho mai avuto rapporti con lo Stato, quindi — conclude — non c’è nessun conflitto di interessi”.
Ha mantenuto a tutti gli effetti la presidenza della sua Brembo, invece, Alberto Bombassei.
Il quale oltretutto, come verificato da ilfattoquotidiano.it, siede ancora nel consiglio di amministrazione di Nuovo trasporto viaggiatori (Ntv).
Pur continuando a sedere nel Cda della Piaggio in qualità  di vice presidente, il ruolo di Roberto Colaninno (Pd) non è più esecutivo.
Tanto che lui stesso tiene a precisare che “la mia presenza in aula è significativa, basta guardare le statistiche”. Le quali dicono che è stato presente a quasi il 70% delle votazioni.
Si dividono tra le aule parlamentari e il loro studio privato Pasquale Maietta (Fratelli d’Italia) e Giuseppe Marinello (Nuovo centrodestra).
Anche se, dicono, l’attività  parlamentare è comunque il loro primo impegno.
Maietta, commercialista e al tempo stesso presidente del Latina Calcio, spiega che “la nomina a deputato ha sottratto la quasi totalità  della mia presenza presso lo studio del quale sono titolare, ma ciò non ha minimamente compromesso l’andamento delle sue attività  in quanto sin dai tempi della mia entrata in politica ho provveduto a circondarmi di uno staff in grado di gestirne le funzioni in piena autonomia”. Marinello, invece, medico e socio all’1% di uno studio dentistico a Menfi, racconta che “fino al 2012 ero direttamente coinvolto, mentre nel 2013 e 2014 ho svolto prevalentemente attività  di consulenza, cosa che farò probabilmente anche nel 2015. Sono un libero professionista, quindi devo mantenere la professione”.
Qualcuno, però, ha fatto volontariamente un passo indietro.
“Da quando sono senatore ho sostanzialmente azzerato l’attività  forense, salvo portare a compimento quegli incarichi che non potevo interrompere senza fare un danno al cliente”, rivela Pietro Ichino (Pd).
Che negli ultimi sette anni, cioè da quando è parlamentare, ha dato “soltanto tre pareri”.
Stessa cosa è avvenuta anche per quanto riguarda la docenza universitaria.
“Ho sospeso l’attività  didattica limitandomi a tenere qualche lezione quando me lo chiede un collega”.
A differenza di altri, per Ichino “la mia attività  professionale e l’attività  parlamentare sono di fatto incompatibili, perchè soprattutto in materia di lavoro l’assistenza giudiziale comporta la presenza in udienza dell’avvocato e se ci si fa sostituire si fa un cattivo servizio al cliente”.
Un parlamentare, aggiunge il senatore del Pd, “non può garantire questa presenza a meno che non sacrifichi l’impegno in Parlamento al lavoro forense, ma questo sarebbe scorretto per un altro verso, quindi o si fa una cosa o si fa l’altra”.
Deputato “full time” anche Carlo Dell’Aringa (Pd), docente di Economica politica alla Cattolica di Milano (università  privata): “Da dopo l’elezione non ho più svolto nessuna attività  nè di consulenza nè di insegnamento”.
C’è, infine, chi è stato “costretto” a doversi dividere tra i due impegni.
È il caso di Michela Marzano, deputata del Pd e professore ordinario di filosofia morale all’Università  Renè Descartes di Parigi.
“Ho chiesto l’aspettativa — dice Marzano — ma il sistema francese la prevede solo per i professori associati e non per gli ordinari. Quindi, il sabato e la domenica ricevo gli studenti a casa, mentre il lunedì faccio otto ore di lezione e la sera torno a Roma con l’ultimo aereo.
È faticoso, ma è anche una boccata d’ossigeno visto che il lavoro in commissione Giustizia è incentrato sugli stessi temi di cui insegno”.

Giorgio Velardi e Lea Vendramel
(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL VITALIZIO ETERNO DI BONSIGNORE & C: “CONDANNATI” A RICEVERE PENSIONI STATALI

Marzo 24th, 2015 Riccardo Fucile

IL PARLAMENTO NON RIESCE A ELIMINARE NEPPURE QUESTO PRIVILEGIO PER CHI HA NEL SUO PASSATO UNA PENA PASSATA IN GIUDICATO

I vitalizi ai condannati non si toccano.
Gli ex parlamentari che hanno subito condanne per reati di ogni tipo continuano a ricevere ogni mese un assegno dallo Stato in media di 4 mila euro nonostante le promesse di eliminazione, al momento disattese.
L’ultimo incontro del comitato ristretto alla presenza dei presidenti di Camera e Senato ha prodotto un nuovo nulla di fatto.
Si è deciso di attendere altri due pareri di costituzionalisti sulla questione. Durante l’incontro c’è stato anche un inconveniente.
Oltre al danno del rinvio, la beffa. All’atto della consegna di un parere sul tema, affidato all’ex giudice costituzionale Valerio Onida, i presenti si sono accorti che il documento mancava delle pagine pari. Un capolavoro.
Già  il consiglio di presidenza del Senato aveva acquisito il parere del presidente emerito della Corte costituzionale Cesare Mirabelli che poneva una serie di criticità , rilievi che Pietro Grasso, presidente del Senato, aveva superato, in una relazione, sostenendo la possibilità  di eliminare la “pensioncina” dorata ai condannati.
Di parere in parere il tempo passa e i vitalizi restano.
Nel prossimo incontro previsto domani si sarebbe dovuto procedere al voto finale e, invece, dovrebbero essere discussi i nuovi pareri e fissata la data per il voto finale.
Il condizionale è d’obbligo, visto che il fronte del no è largo e si procede di rinvio in rinvio con l’ipotesi di non cancellare i vitalizi, ma di proporre unicamente la sospensione agganciando la decisione al periodo dell’incandidabilità .
L’ipotesi truffa. Laura Bottici del Movimento cinque stelle, questore del Senato, condanna questa melina: “Se non vogliono cancellare il vitalizio ai loro amici, possiamo pensare di concedergli una pensione minima. Oltre alla battuta registriamo questa ennesima perdita di tempo, si fissi una data certa e votiamo”.
Il Fatto Quotidiano ha già  indicato decine di “condannati” al vitalizio, ma scavando tra gli elenchi spuntano fuori altri casi.
In questi giorni è tornato di attualità  Vito Bonsignore, indagato nell’inchiesta “Sistema” della Procura di Firenze, condotta dal Ros del generale Mario Parente. Bonsignore uomo di Ncd, percepisce 3.162 euro al mese nonostante una condanna definitiva per tentata corruzione.
L’elenco è lungo e si riempie di nuovi nomi.
C’è Luigi Grillo, arrestato nel maggio scorso e poi finito ai domiciliari. Ha patteggiato 2 anni e otto mesi e 50 mila euro di risarcimento, nell’inchiesta Expo.
L’ex senatore del Pdl si accontenta di 6930 euro al mese.
Anche Antonio Del Pennino, ex dirigente del Partito repubblicano e poi senatore del centrodestra, negli anni Novanta ha patteggiato una pena di due mesi per finanziamento illecito nel processo Enimont e un anno e 8 mesi nel procedimento sulla metropolitana milanese. Ogni mese percepisce 6939 euro.
Poi c’è Giulio Camber, ex senatore del Popolo delle libertà , per lui una condanna definitiva a 8 mesi per millantato credito e un vitalizio da 6409 euro.
Calogero Sodano, ex sindaco di Agrigento e quindi senatore dell’Udc, invece, è stato condannato per una storia di abusivismo edilizio. Incassa un vitalizio da 2381 euro.
L’ex senatore Rocco Salini, Forza Italia, riceve 2381 euro al mese, è stato condannato a un anno e 4 mesi per falso per una vicenda risalente ai primi anni Novanta.
Ha subito una condanna, ma per fatti riferiti agli anni di piombo, Toni Negri, eletto deputato negli anni Ottanta con il Partito radicale. Percepisce ogni mese 2.107 euro.
Assegno mensile da 1824 euro per Giuseppe Ciarrapico.
L’ex senatore del Pdl, coinvolto in diverse inchieste, è stato condannato in via definitiva per diversi reati come ricettazione fallimentare e bancarotta fraudolenta.
Tra i condannati al vitalizio anche Pietro Longo, un passato da segretario del Partito socialdemocratico, fu anche ministro del bilancio ai tempi della Prima Repubblica.
Per lui una condanna per concussione a 4 anni e 6 mesi, divenuta definitiva nel 1992, e ogni mese 4.992 euro.
Mentre deputati e senatori discutono, gli ex parlamentari condannati incassano.

Nello Trocchia
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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ONOREVOLI CONDANNATI: DALLE TANGENTI AL VITALIZIO

Febbraio 24th, 2015 Riccardo Fucile

PER TOGLIERLO BASTEREBBE UNA PRONUNCIA DELL’UFFICIO DI PRESIDENZA DI CAMERA E SENATO

Condannati, ma ogni mese, ben pagati dallo Stato con soldi pubblici.
Il doppio privilegio è riservato agli ex parlamentari che beneficiano del vitalizio, in media di 4 mila euro, calcolato con un meccanismo vantaggioso che è stato modificato solo nel 2012.
Pensioni d’oro nel Paese che conta 7 milioni di dipendenti che ogni mese guadagnano meno di mille euro al paese.
A questo privilegio gli ex parlamentari ne aggiungono un altro, il gradito assegno mensile lo ricevono anche i condannati in via definitiva o che hanno patteggiato condanne per reati di ogni genere: corruzione, ricettazione, truffa, finanziamento illecito.
Condotte che hanno contribuito a devastare conti pubblici e credibilità  del paese, ma nonostante tutto, condannati e premiati. Le promesse di cancellare i vitalizi ai condannati sono rimaste tali.
L’elenco degli assegnatari di vitalizio, ex deputati ed ex senatori, è stato pubblicato, a fine anno, dal Fattoquotidiano.it  e basta sfogliarlo per trovare gli ex parlamentari condannati che continuano a ricevere la dorata pensioncina.
Un privilegio contro il quale ha tuonato più volte il movimento 5Stelle denunciando il vitalizio da 8 mila euro per Silvio Berlusconi, condannato per frode fiscale, e quello da 4.400 che incassa, invece, Marcello Dell’Utri nonostante la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa.
Due casi tra i tanti. Gianstefano Frigerio, ex deputato di Forza Italia, è finito coinvolto nello scandalo Expo, chiusosi con il patteggiamento, ma era già  stato condannato, in passato, per corruzione.
Ogni mese incassa un vitalizio di 2.142 euro. Nel passato condanne, nel presente vitalizi.
Anche Claudio Martelli, ex ministro socialista, una condanna, con la non menzione, per finanziamento illecito, prende 4.992 euro.
Alfredo Vito, famoso per il suo appellativo “mister centomila preferenze”, un passato nella Dc e poi in Forza Italia, nei primi anni 90 patteggiò due anni, per reati contro la Pubblica amministrazione.
Incassa due vitalizi, uno da ex consigliere regionale e uno da ex deputato (4.540 euro). Raggiunto al telefono attacca corto: “La sua domanda sui vitalizi non è originale” prima di porre fine alla conversazione.
Cesare Previti, già  ministro nel primo governo Berlusconi, condannato per corruzione in atti giudiziari, riceve ogni mese 4.235 euro.
L’elenco conta decine di fortunati che sono stati condannati e incassano ogni mese soldi pubblici.
Contro questo privilegio è nata una petizione, lanciata dall’associazione Libera, sul sitohttp://www.riparteil  futuro.it  , che chiede l’eliminazione del vitalizio ai condannati.
Sono 330 mila i cittadini che hanno già  firmato, basta una riunione congiunta dell’Ufficio di Presidenza della Camera e del Consiglio di Presidenza del Senato per cambiare i regolamenti e cancellare questo scandalo italiano.
Ache il presidente del Senato Pietro Grasso, lo scorso anno, si espresse contro il vitalizio ai condananti, ma nulla è cambiato.
In un servizio della Gabbia, su La7, si è tornato ad affrontare il tema.
Nessuna risposta è arrivata dalla presidente della Camera Laura Boldrini mentre Pietro Grasso al cronista ha spiegato: “Quanto prima li cancelliamo. Il vitalizio è la conclusione di un iter che comprende Camera e Senato. Abbiamo correttamente aspettato la Camera, ma non è arrivata la decisione. A questo punto se non arriva decideremo ugualmente nel prossimo Consiglio di Presidenza”.
Parole, quelle della seconda carica dello Stato, che Laura Bottici, senatrice del M5S, componente del Consiglio di Presidenza, in prima linea contro questo privilegio, commenta così: “Bisogna passare dalle parole ai fatti. Nel luglio scorso abbiamo già  discusso della vicenda senza arrivare a nessuna conclusione , perchè c’erano dubbi sulla strada giuridica. Grasso metta subito all’ordine del giorno questo tema, convochi il Consiglio di Presidenza e deliberiamo immediatamente la fine dei vitalizi ai condannati. Se servirà  voteremo poi anche una legge ordinaria”.
La bozza di delibera dovrebbe conformarsi ai casi di esclusione previsti dalla legge Severino. Il M5S aveva già  proposto in Senato con un emendamento, nel giugno scorso, di abolire i vitalizi, ma fu respinto con i voti contrari di Pd e Forza Italia.
C’è anche una proposta di legge alla Camera, presentata lo scorso maggio, a prima firma Riccardo Nuti, che non è stata ancora calendarizzata.
Al momento i vitalizi restano, nei palazzi della politica ci sono ancora indagati, imputati e anche qualche condannato.
Come Salvatore Sciascia, senatore di Forza Italia, che ha preso due anni per aver corrotto alcuni agenti della finanza: “Sono stato riabilitato e comunque sono contrario all’eliminazione dei vitalizi ai condannati”.
Nessuno vuole rinunciare al futuro dorato.

Nello Trocchia
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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MAXXI, MELANDRI HA GIA’ INCASSATO 24.000 EURO EXTRA

Febbraio 14th, 2015 Riccardo Fucile

NON AVEVA CITATO IL PREMIO DI PRODUZIONE VARIABILE: INCASSATO NONOSTANTE IL CALO DEI PROVENTI DEI BIGLIETTI

Giovanna Melandri non ha detto tutta la verità  sullo stipendio ricevuto dal Maxxi per il 2013.
Il ministro il 21 novembre del 2013, dopo che i giornali pubblicarono la notizia che sarebbe stata pagata dal Maxxi per il suo ruolo di presidente, disse al Messaggero: “Avrò uno stipendio sobrio: guadagnerò 45mila euro netti all’anno”.
Il consiglio di amministrazione della Fondazione Maxxi, di cui Melandri è presidente, aveva approvato solo due settimane prima, il 6 novembre 2013, una delibera che non solo concedeva al presidente uno stipendio fisso di 91.500 euro lordi (più di 45mila euro netti) ma anche un premio di produzione variabile.
La delibera non è mai stata pubblicata sul sito e la notizia di questo premio è stata divulgata dal Fatto il 24 dicembre del 2014.
In quell’articolo però, ingenuamente, scrivevamo che Giovanna Melandri avrebbe preso il premio a partire da quest’anno per l’eventuale aumento nel 2014 degli incassi dei biglietti e degli altri proventi e contributi.
Poichè la delibera portava la data del 6 novembre 2013, ci sembrava ovvio che il presidente Melandri avrebbe atteso l’anno 2014 per far scattare il meccanismo.
Invece ci sbagliavamo. Giovanna Melandri è già  passata all’incasso.
La Fondazione Maxxi è un soggetto formalmente privato ma gestisce in gran parte soldi pubblici e non dovrebbe attribuire un premio di produttività  al suo presidente a novembre 2013 per il periodo gennaio-dicembre dello stesso anno.
Qualcuno potrebbe sospettare infatti che, a 55 giorni dalla fine dell’anno, l’ammontare delle voci prescelte dal consiglio per premiare il suo presidente fosse già  prevedibile. Giovanna Melandri ha incassato 24mila euro per il 2013, quasi il bonus massimo previsto.
Nella delibera del 6 novembre del consiglio di amministrazione presieduto da Giovanna Melandri (che si astiene) si prevede oltre al compenso fisso di 91.500 euro lordi “un ulteriore ammontare quale componente variabile (premio) da determinarsi in ‘misura fissa’ come sintetizzato nella tabella che segue”.
Il bonus in questo caso è al netto delle tasse ed è in funzione dell’incremento “rispetto al precedente esercizio della sommatoria delle voci di proventi quali: I) biglietteria; II) Contributi di gestione; III) Sponsorizzazioni; IV) Altri ricavi e proventi”.
Segue la tabella: se l’incremento va dal 5 al 15 per cento, il premio è di 12mila euro (netti), se raggiunge la forchetta 15-20 arriva a 18mila euro; se si pone tra il 25 e il 30 per cento il presidente prende un premio di 24mila euro netti.
Esattamente quello che Giovanna Melandri ha incassato. Quasi il massimo.
Solo se l’incremento delle quattro voci avesse sfondato il tetto del 30 per cento, il premio sarebbe stato “quanto deliberato dal Cda”.
Come ha fatto Giovanna Melandri a ottenere questi risultati?
Sul bilancio 2013 della Fondazione Maxxi si scopre che i proventi da biglietti sono scesi nel 2013 nella gestione Melandri dai 912mila euro del 2012 a 905mila euro.
La voce ‘altri ricavi e proventi’ è invece salita da 2 milioni e 50mila euro del 2012 a 2 milioni e 238mila euro del 2013, comunque un incremento inferiore al 10 per cento e ben lontano dalla forchetta 25-30 che fa scattare il premio da 24mila euro.
Le sponsorizzazioni nella relazione del bilancio 2012 sono valorizzate 985mila euro mentre nel 2013 con Giovanna Melandri salgono a 1 milione 216mila euro.
Infine la voce ‘contributi di gestione’ sale da 3 milioni e 972mila euro a 4 milioni e 786mila euro, un incremento che si aggira sul 20 per cento.
A leggere la delibera e il bilancio si ha la netta sensazione che i contributi di gestione siano stati determinanti per l’incremento e quindi per il premio.
I contributi di gestione, secondo la relazione al bilancio, sono quelli pagati dal ministero dei Beni culturali per 4 milioni e 286mila euro e dalla Regione Lazio per mezzo milione.
Se fosse così, Giovanna Melandri avrebbe preso il premio grazie alla generosità  del ministero e della Regione, non grazie alla sua abilità  (che pure emerge dal bilancio) nel reperire fondi privati per il Maxxi.
Al Fatto però Melandri replica: “Il premio approvato dal cda è collegato unicamente agli incrementi di risorse private che siamo stati capaci di raccogliere, quali sponsorizzazioni, cena di fund raising, il programma di individual and corporate friends”.
Dunque il premio sarebbe stato connesso a un’altra voce, indeterminata e non evidente nel bilancio, invece che alla voce indicata nella delibera del 6 novembre: ‘contributi di gestione’.
Ci sarebbe quindi una delibera firmata Melandri del 6 novembre 2013 che indica un parametro (i contributi dello Stato) presente nel bilancio firmato da Melandri per attribuire un premio a Giovanna Melandri.
Che dice di avere preso a riferimento un parametro diverso per il suo premio. Comunque, alla fine della fiera, quanto guadagna Giovanna Melandri?
Il fisso di 91mila e 500 lordi dovrebbe essere pari a un reddito annuo netto superiore ai 45mila euro di cui il presidente del Maxxi ha parlato nelle interviste.
Nel 2013, per esempio, Giovanna Melandri dichiarava un reddito imponibile di 75mila euro lordi e pagava un’imposta lorda di 25mila euro per un netto di 50mila euro.
Il reddito lordo superiore di 91mila e 500 euro previsto nella delibera dovrebbe portarle in tasca molto più dei 45mila euro dichiarati a cui si aggiungono i 24mila di cui non ha mai detto nulla a nessuno.
Alla fine lo stipendio mensile, tra parte variabile e parte fissa, dovrebbe superare i 6mila euro al mese.
Comunque meno dello stipendio di parlamentare. Il 19 ottobre del 2012 Melandri si dimise da deputato per dirigere la Fondazione del museo di arte contemporanea.
Se non avesse detto: “Prenderò 90 euro all’anno” allora e se avesse detto oggi: “Guadagno un fisso di 50mila e un variabile di 24mila euro netti”, nessuno avrebbe avuto motivo di contestarle il suo Maxxi stipendio e Maxxi premio.

Marco Lillo
(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA PENSIONE ALLA MOGLIE DEL DEPUTATO MAI ENTRATO IN AULA

Febbraio 12th, 2015 Riccardo Fucile

FRANCO BISIGNANO FU DICHIARATO “ELETTO” 15 ANNI DOPO LA FINE DELLA LEGISLATURA… L’ARS GLI VERSO’ LIQUIDAZIONE E VITALIZIO, ORA PASSATO ALLA VEDOVA

Anche la vedova dell’onorevole fantasma ha diritto a una pensione.
L’incredibile storia di Franco Bisignano si arrichisce in questi giorni dell’ultimo capitolo. Il quasi deputato missino, che non mise mai piede all’Assemblea regionale siciliana e malgrado ciò prese liquidazione e vitalizio, è da poco defunto.
Ma la più munifica delle amministrazioni pubbliche continua a “premiare” la famiglia. Con un assegno mensile da oltre mille euro per Franca Rosa Baglione, la moglie del candidato messinese scomparso.
Bisogna fare un salto indietro nel tempo, lungo diversi lustri, per raccontare la paradossale vicenda di Bisignano.
Bisogna arrivare esattamente al 1976. Quell’anno, nel collegio di Messina, l’esponente del Movimento sociale corre e sfiora il seggio.
Arriva secondo dietro tal Antonino Fede, “laureato in giurisprudenza e docente di storia e filosofia nei licei”, che con 14.500 voti si iscrive a pieno titolo fra i deputati dell’ottava legislatura.
Resta regolarmente all’Ars cinque anni, Fede, ma con una spada di Damocle sulla testa: i ricorsi fatti da Bisignano, che contesta all’avversario di non avere la residenza in Sicilia. La stessa causa di ineleggibilità  che, per inciso, precluderà  quasi 35 anni dopo a Claudio Fava la corsa alla presidenza della Regione.
La battaglia di Bisignano si conclude nel ’96.
Quando l’ultimo dei tribunali aditi dal mancato parlamentare si pronuncia a suo favore: scranno conquistato, ma solo virtualmente, perchè intanto la legislatura da lui inseguita si è conclusa da 15 anni.
E l’amministrazione ha pagato in quell’arco di tempo l’onorevole Fede, che teoricamente sui banchi del parlamento non si sarebbe mai dovuto sedere.
L’Ars non si scompone. E per Bisignano, nel 1996, arriva comunque la liquidazione e persino il vitalizio: con un assegno mensile da tre milioni di lire (poi diventati 1.800 euro) preso in anticipo rispetto all’età  pensionabile, in virtù di una “inabilità  al lavoro” che gli viene prontamente riconosciuta.
E tante scuse per il ritardo.
Voi direte: finisce qui. Macchè.
L’onorevole fantasma, per anni, percepisce a casa – perchè così prevede il regolamento – il vitalizio e tutti i benefit collegati alla gloriosa militanza a Sala d’Ercole, in realtà  mai avvenuta.
Bisignano non entrerà  mai in aula, farà  il sindaco di Furnari facendosi chiamare orgogliosamente “onorevole” e non smetterà  di avere un collegamento solido con il parlamento di Sicilia, non disdegnando visite saltuarie agli uffici di un Palazzo che un torto accertato dalla giustizia gli ha impedito di frequentare a pieno titolo.
La morte di Bisignano, avvenuta di recente, non ha interrotto quel legame.
Perchè, sempre in base al regolamento dell’Ars, alla scomparsa di un ex deputato – per quanto solo virtuale – il diritto al vitalizio passa al coniuge.
È la reversibilità , istituto mutuato dal Senato che in Assemblea premia attualmente 113 congiunti di onorevoli passati a miglior vita.
Così, la signora Franca Rosa Baglione ha fatto legittimamente un passo avanti e ha inviato agli uffici di Palazzo dei Normanni la richiesta di avere il contributo.
Ridotto, per carità , a un migliaio di euro al mese. Ma perchè rinunciarvi?
L’istanza è giunta da poco ma sarà  certamente accolta, perchè non c’è alcuna norma che possa essere opposta.
Almeno finchè esisterà  questo regolamento. Non tocca certo ai funzionari dell’Assemblea porsi un problema di opportunità .
La storia infinita di Franco Antonio Bisignano proseguirà , insomma, sulle spalle degli eredi. Con il suo carico di grottesco.
Un beneficio, all’Assemblea regionale, è come un diamante: è per sempre.
Anzi, per più di una vita. Anche se quel diamante, in realtà , ha brillato solo in seguito alla sentenza di un giudice.

Emanuele Lauria

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ALDOVRANDI: CHIESTA AL SENATO AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE PER GIOVANARDI, INDAGATI ANCHE MACCARI DEL COISP E BALBONI DI FDI

Febbraio 12th, 2015 Riccardo Fucile

ACCUSATO DI DIFFAMAZIONE AGGRAVATA PER AVER DETTO CHE LA FOTO ESPOSTA DALLA MADRE DEL RAGAZZO UCCISO DALLA POLIZIA ERA FINTA

Sarà  la giunta per le immunità  parlamentari di Palazzo Madama a decidere se il senatore Carlo Giovanardi dovrà  essere processato per diffamazione aggravata nel caso Aldrovandi.
Dopo la chiusura delle indagini da parte del pm Stefano Longhi, il gip del tribunale di Ferrara Monica Bighetti ha chiesto al Senato l’autorizzazione a procedere in giudizio nei confronti di Carlo Giovanardi.
Il senatore Ncd è accusato di diffamazione aggravata per le frasi rilasciate durante un’intervista al programma radiofonico “La Zanzara” su Radio 24.
Era il giorno successivo al famoso sit-in del sindacato di polizia Coisp contro la carcerazione dei poliziotti condannati per l’omicidio colposo di Federico Aldrovandi.
La madre del ragazzo, Patrizia Moretti, scese in strada mostrando ai sindacalisti la foto del figlio morto, steso sul letto dell’obitorio. Sentito in diretta dal conduttore Giuseppe Cruciani, Giovanardi si lanciò in una uscita che fece scalpore: “Quella foto che ha fatto vedere la madre è una foto terribile, ma quella macchia rossa dietro è un cuscino. Gli avevano appoggiato la testa su un cuscino. Non è sangue”.
Quanto bastava per convincere la Moretti a querelarlo per diffamazione aggravata.
Quella foto, infatti, era vera, ed era entrata nel fascicolo del dibattimento tra gli atti processuali. E l’infelice affermazione del senatore secondo la procura lasciava intendere che la madre del ragazzo avesse distorto la realtà  per “indurre artatamente nell’opinione pubblica un falso convincimento in ordine alle condizioni del cadavere del ragazzo”.
Tutte frasi che secondo la magistratura estense integrano il reato di diffamazione aggravata.
Insieme a Giovanardi sono indagati anche il segretario nazionale del Coisp, sindacato di Polizia, Franco Maccari, e l’ex senatore ferrarese di FdI Alberto Balboni.
Nel corso del congresso regionale del Coisp, tenutosi a Ferrara dopo il sit-in Maccari affermò di fronte alla platea dei sindacalisti “in maniera consapevole e volontaria o comunque senza verificare la fondatezza delle proprie affermazioni” — scrive il pubblico ministero — che “quella foto non è stata ammessa in tribunale perchè non veritiera”.
Rincarò la dose Balboni, senatore ferrarese ex Pdl ora Fdi: “La foto non corrisponde alla verità , è stata usata dal Manifesto (in realtà  era Liberazione, ndr) per una campagna di disinformazione ma è una falsificazione della realtà ”.

Marco Zavagli
(da “il Fatto Quotidiano”)

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SE CHIAMARE ORANGO LA KYENGE “FA PARTE DEL LINGUAGGIO POLITICO”

Febbraio 6th, 2015 Riccardo Fucile

IL “NUOVO CORSO!” RENZIANO PREVEDE L’ASSOLUZIONE DI CALDEROLI: LA SINISTRA CHE TUTELA I RAZZISTI

Leggersi le due paginette con le quali la Giunta per le immunità  del Senato dichiara non processabile il collega Calderoli, che diede dell’orango a Cècile Kyenge, è utile per capire quanto lo spirito corporativo vincoli tra loro gli esponenti politici, o gran parte di loro, ben al di là  di quanto le idee possano dividerli.
La discussa parola “casta” risuona, in casi come questo, con indiscutibile efficacia, lampante come un autoscatto
Compresi gli esponenti di Giunta del Pd, che si sono arrampicati sugli specchi pur di difendere il diritto di Calderoli di dire quello che ha detto pagandone zero conseguenze; ed esclusi quelli del Movimento Cinque Stelle, che hanno votato per l’autorizzazione a procedere.
In quel breve e non elevatissimo dibattito tutto fa brodo, dal «diritto di satira» alle «battute umoristiche» alle «critiche, anche con locuzioni aspre, a un avversario politico» al «contesto meramente politico » al fatto che «le dichiarazioni sono state estrapolate da un contesto più ampio », pur di sottrarre la frase razzista del collega Calderoli ad altro giudizio che non sia quello, piccolo e conciliante, dei colleghi di Calderoli.
Dare della scimmia a una donna italoafricana, in pubblico e davanti a centinaia di persone, non può essere imputabile di «diffamazione aggravata da finalità  di discriminazione razziale» perchè Calderoli disse quelle cose nel pieno delle sue funzioni di parlamentare
Non credo che la Giunta e i suoi membri si rendano conto fino in fondo di quanto quel meccanismo di difesa sputtani gravemente proprio quelle “piene funzioni parlamentari” usate come ombrello protettivo e come comodissimo alibi.
Perchè se ne deduce che la parola politica, proprio perchè politica, può essere tranquillamente sciatta o sozza o insultante con fiduciosa irresponsabilià , tanto ci sarà  sempre una Giunta di colleghi che provvede a zittire chiunque, querelante o magistrato, voglia chiederne conto.
Patetico chi pretende che rappresentare il popolo e fare parte delle istituzioni aumenti le responsabilità , elevi le ambizioni e il calibro delle proprie parole.
Al contrario, diminuisce responsabilità , ambizioni e calibro: perchè se dai della scimmia a una persona di pelle scura da normale cittadino rischi una querela (il Papa direbbe: uno sganassone).
Ma se lo fai da Calderoli, o da collega di Calderoli, puoi stare sereno, non rischi assolutamente niente.
L’indimenticabile leghista Speroni, del resto, nella pausa di un dibattito televisivo di parecchi anni fa, mi disse, con ammirevole sincerità : «Guardi, io sono volgare perchè rappresento elettori volgari. E questa è la democrazia ».
Una visione della rappresentanza, e della politica in toto, che non avrebbe avuto molto successo ad Atene (quella di venticinque secoli fa)
Si capisce che la questione della libertà  di parola, in specie della parola politica, è grande; complicata; non certo risolvibile con un paio di querele o, al contrario, con un paio di non-autorizzazioni a procedere.
Ma almeno sul piano dell’esempio ci si aspetterebbe che la classe dirigente di un paese europeo pretendesse, da se stessa, un minimo sindacale di compostezza e di decenza.
Quante ne bastano per capire che dare dell’orango a una donna italoafricana è una schifezza proprio perchè «nel pieno esercizio delle proprie funzioni politiche».
In questo senso no, la Giunta per le autorizzazioni non fa pensare alla classe dirigente di un paese europeo.

Michele Serra
(da “La Repubblica”)

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