Giugno 27th, 2014 Riccardo Fucile
IL FIGLIO DI IGNAZIO ENTRA NEL CDA DELLA SOCIETA’ CHE GESTISCE LO STADIO…E’ LA TERZA CARICA NELLE PARTECIPATE DEL MILAN
Una poltrona tira l’altra per Geronimo La Russa , chiamato dall’amica Barbara Berlusconi a sostenerla nella complicata convivenza con Adriano Galliani al vertice del Milan.
Nelle scorse settimane era stato reso noto che, nonostante la fede interista ereditata dal papà , l’ex ministro Ignazio (noto per il suo tifo molto acceso), Geronimo è entrato nel consiglio di amministrazione di due controllate del team rossonero, chiamate rispettivamente Milan Real Estate e Milan Entertainment.
Finora era invece passata sottotraccia la terza nomina, quella nella MI-Stadio, ovvero la società partecipata al 50 per cento dal Milan e dai cugini dell’Inter per la gestione di San Siro, preso in affitto dal Comune di Milano con un canone di 8 milioni di euro l’anno.
La joint-venture fra le due squadre (presieduta da Roberto Ruozi, ex rettore dell’Università Bocconi e attuale presidente della finanziaria Palladio, il cui titolare Roberto Meneguzzo è stato di recente arrestato con l’accusa di aver fatto da intermediario per le tangenti del Mose) ha chiuso l’ultimo bilancio depositato, fermo al 30 giugno 2013, con un utile di 26.500 euro.
Deve però fare i conti con il ritardo nei lavori di riqualificazione della struttura, che sono indispensabili per la candidatura a ospitare la finale della Champions League 2016.
Entro due anni, infatti, lo stadio milanese dovrà essere in regola con gli standard europei e la Uefa ha già richiamato il Comune per il rallentamento del crono-programma degli interventi.
Il restyling da 60 milioni è cominciato nel 2012 e in parte viene scomputato dal canone di locazione.
La convenzione prevede infatti che le due società investano il 70 per cento dell’affitto annuale nei lavori di ristrutturazione, mentre il 30 restante viene regolarmente versato nelle casse cittadine.
Il Comune predica ottimismo ma l’Inter di Erick Thohir vuole una struttura di proprietà e, in casa Milan, anche Barbara sembra più concentrata a pensare al progetto di un nuovo stadio nell’area del post-Expo 2015, piuttosto che alla ristrutturazione straordinaria di San Siro.
A sostenerla in queste nuove sfide ha dunque chiamato La Russa junior, che di lavoro fa l’avvocato ma vanta capacità gestionali in campo sportivo.
Di recente ha postato sul suo profilo Facebook una foto d’archivio che lo immortala mentre riceve alla SDA Bocconi il diploma in Sport Management.
Basterà ?
Camilla Conti
(da “L’Espresso“)
argomento: la casta | Commenta »
Giugno 26th, 2014 Riccardo Fucile
MOLTI PARLAMENTARI EUROPEI, FINO AL 2009, HANNO ADERITO AL FONDO CHE OPERA IN LUSSEMBURGO…. TRA GLI ITALIANI PANNELLA, BORGHEZIO, BERTINOTTI, BOSSI, MAURO E ALBERTINI
Tassazione ai minimi, opacità e sede in Lussemburgo.
Non stiamo parlando dell’ennesima multinazionale che aggira legalmente il fisco, ma del fondo pensione complementare dei parlamentari europei.
Dal 1994 al 2009, eurodeputati di tutte le formazioni politiche e nazionalità hanno aderito a un piano pensionistico legale, ma assai discutibile.
Nella lista (tenuta segreta per anni, ma rivelata dal giornalista tedesco Hans-Martin Tillack e da successive inchieste giornalistiche riprese da Open Europe), ci sono anche molti italiani: dal leader radicale Marco Pannella a quello leghista Umberto Bossi, passando per l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini e il segretario di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti.
Nonostante il fondo volontario nasca nel 1989 su iniziativa di alcuni europarlamentari e dal 2009 i nuovi eurodeputati non possano più aderirvi, in questi giorni è tornato di attualità in Spagna, dove sta provocando un terremoto politico nella sinistra radicale.
Questo perchè tra privilegi insensati, investimenti scellerati e buchi di bilancio, il fondo continua a creare danni.
Pur trattandosi di uno strumento volontario, i contributi che fino al 2009 lo alimentavano erano pagati per i due terzi dal Parlamento europeo e solo per il restante 33 per cento dagli eurodeputati.
Inoltre, il trattamento percepito era ed è troppo generoso , tanto che, stando a quanto scritto da tutta la stampa britannica, ha creato un buco di 233 milioni di euro nel bilancio dell’Europarlamento che verrà tappato attingendo al bilancio comunitario.
La gestione avviene attraverso una Sicav, sigla dietro cui spesso si celano capitali in cerca di alti rendimenti e poche tasse.
Anche l’impiego delle riserve desta qualche perplessità : secondo il think tank inglese Open Europe, 131 milioni di euro sono andati in fumo perchè investiti in strumenti finanziari proposti dal broker-truffatore Bernard Madoff. Buco che dovrebbe essere ripianato dalla Ue.
Martedì scorso, lo scandalo è riscoppiato in Spagna grazie al quotidiano indipendente Info-Libre, e ha già provocato dimissioni eccellenti.
Il partito più colpito è la formazione di sinistra radicale Izquierda Unida, nel cui programma elettorale figurava l’abolizione delle Sicav.
Il suo leader in Europa, Willy Meyer, aveva però aderito al fondo dieci anni fa.
Dopo avere provato a giustificarsi spiegando di “non essersi reso conto delle sue implicazioni”, è stato costretto dalla base a rassegnare le proprie dimissioni. L’imbarazzo maggiore è però del Partito Socialista, già orfano della sua cupola, dimessasi all’indomani delle elezioni del 25 maggio, e coinvolto in questo nuovo scandalo a partire dalla sua capolista alle europee, Elena Valenciano.
La sua ritrosia è controbilanciata dal Partito Popolare, che in una nota ha dichiarato , apertamente, che così fan tutti
Così facevano in tanti anche in Italia: ben 50 eurodeputati su 78 (il dato si riferisce alla legislatura terminata nel 2009, l’unica per cui è disponibile la lista completa).
Il fondo pensionistico integrativo con zero tasse e finanziato dall’Europarlamento faceva gola a molti: tra gli altri, il forzista Jas Gawronsky, l’ex finiana (oggi Ncd) Roberta Angelilli, il leader no global Vittorio Agnoletto, i leghisti Mario Borghezio e Francesco Speroni, Nello Musumeci de La Destra, Marco Rizzo dei Comunisti Italiani, Pier Antonio Panzeri del Pd, la leader verde Monica Frassoni, l’ex ministro in quota Cl Mario Mauro e perfino il radicale Marco Cappato.
Contattati per spiegare perchè abbiano aderito al piano, ognuno si giustifica come può. Borghezio ci mette un po’ a capire: “Intende la pensione normale?”, poi quando mette a fuoco il problema ammette di avere fatto “un’interrogazione o forse delle dichiarazioni contro quel fondo, ma quando ho aderito non sapevo di cosa si trattasse”.
La Angelilli non si sente chiamata in causa perchè “ancora non percepisco la pensione, chissà cosa succede tra quindici anni”.
Agnoletto chiede mezz’ora di tempo per verificare i documenti e poi stacca il telefono, mentre Cappato spiega che “dopo l’eurodeputato ho fatto il volontario per tre anni senza percepire una lira”, poi promette una battaglia “per riformare questo meccanismo che non conoscevo” ma, quando gli si fa notare che basterebbe lasciare individualmente il fondo contrattacca: “Quello serve solo a fare bella figura”. Bruxelles, in un comunicato, giustifica l’affiliazione del fondo in Lussemburgo in quanto lì ha sede legale la Segreteria Generale dell’Europarlamento.
Le prestazioni ottenute devono essere poi dichiarate nei Paesi d’origine e sottoposte al regime fiscale corrispondente, una volta ritirato il succulento premio pensionistico, al compimento del 63 anni di età .
Le Sicav, Società di investimento a capitale variabile, sono strumenti di gestione di patrimoni e risparmi introdotti anche in Italia dal decreto legislativo 84/1992, come attuazione di una direttiva europea, su imitazione di prodotti finanziari già esistenti proprio in Lussemburgo, campione di sotterfugi per chi è alla ricerca di molta discrezionalità e scarsa imposizione.
Al di là delle precisazioni di Bruxelles resta il fatto che nel Granducato questi prodotti versano solo lo 0,01% annuale sul valore netto degli attivi, oltre ad essere esenti da ogni imposta societaria.
Alessio Schiesari e Leonardo Vilei
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: la casta | Commenta »
Giugno 24th, 2014 Riccardo Fucile
FINOCCHIARO E CALDEROLI ACCUSANO IL MINISTRO: “NON È VERO CHE NON SAPEVA NIENTE, HA VISTATO IL TESTO DUE VOLTE”
“Sono disgustata dallo scaricabarile. È stato il governo ad autorizzare tutti gli emendamenti”.
Così diceva Anna Finocchiaro ieri in un’intervista a Repubblica.
Oggetto del contendere, l’immunità ai senatori.
Una prerogativa che non c’era nel disegno di legge originario presentato da Maria Elena Boschi nel Cdm del 12 marzo, ma che c’è nell’insieme degli emendamenti complessivi.
Chi l’ha voluta? E perchè? A sentire i primi commenti a testo consegnato dai relatori, sembrerebbe nessuno.
La Boschi si è affrettata a dichiarare (anche lei a Repubblica) che nel suo testo non c’era e che il governo non lo voleva. Lo ha chiesto Forza Italia? A poche ore dalla sconfessione del ministro, arriva pure quella di Paolo Romani (Fi). La stessa Finocchiaro dichiara che lei avrebbe preferito che a decidere sulle autorizzazioni fosse la Corte costituzionale.
E allora? Allora, la realtà è tutto sommato semplice. Da un certo punto in poi tra Palazzo Chigi e la Prima Commissione del Senato, soprattutto con i relatori, Finocchiaro e Calderoli, è iniziata una collaborazione strettissima.
Mentre Renzi e Boschi stringevano l’accordo politico con Berlusconi e Verdini, gli altri due lavoravano a “riempire” la riforma (parola della presidente della Commissione).
E così arrivavano per il nuovo Senato competenze che non c’erano nel testo originale. E con le competenze pure l’immunità .
Obbligata, secondo molti costituzionalisti, per evitare la disparità tra due Camere vere e proprie. Il governo lo sapeva, ha dato il suo assenso? Non una, ma più e più volte, raccontano i senatori coinvolti. P
erchè la riforma è stata fatta così: bozze successive, presentate al Ministro, che il governo approvava.
Già nel vertice di esecutivo e Pd di martedì scorso la questione era sul piatto.
“Per due volte — secondo Calderoli — il governo avrebbe vistato gli emendamenti”. Un visto ufficiale: ci sarebbe una mail, mandata ai relatori, in cui si diceva di sì al pacchetto complessivo delle modifiche.
Il governo forse l’immunità “non la voleva”, come ha detto la Boschi. Ma di certo, sapeva che ci sarebbe stata. E ancora, chi ha voluto, chi ha inserito la modifica ?
A scriverlo materialmente sono stati i due relatori. Ma tutti, da Pd a Fi, a Cinque Stelle, avevano presentato emendamenti in tal senso.
Spiega il senatore Pd, membro della Commissione Affari costituzionali, Francesco Russo: “Se il capogruppo al Senato M5s Buccarella assieme a 10 senatori grillini presenta un emendamento per ristabilire l’immunità parlamentare forse significa che non c’è nulla di cui indignarsi. È una garanzia per i deputati ed è normale che esista anche per i senatori”.
E ancora: “Tra i firmatari degli emendamenti volti a ristabilire l’immunità c’è anche il nome di Paolo Romani”.
Dalle parti di Palazzo Madama sono momenti di panico. Eccol’autodifesa di Romani: “L’immunità la prevedevamo solo per un senato elettivo”.
E ora? Calderoli lancia la sua provocazione: “Togliamola pure alla Camera”. Finocchiaro annuncia un emendamento all’emendamento, per far sì che a decidere sia la Corte.
E il governo? Parla il fedelissimo di Renzi, il senatore Andrea Marcucci: “La riforma del Senato non può essere fermata per l’emendamento che prevede l’immunità . Sul tema è sovrana l’aula, che potrà sostenerlo o votare contro”.
Dalle parti di Palazzo Chigi si riflette su come modificarlo, magari restringendo l’immunità ai rappresentanti di Regioni e Comuni solo nell’esercizio delle loro funzioni di senatori e non, per esempio, se accusati di abuso d’ufficio in veste di amministratori. Renzi non parla ufficialmente, ma fa filtrare la sua indifferenza sprezzante: se è un problema, la norma si può eliminare.
Per adesso non pare che si vada in quella direzione.
Con i costituzionalisti pronti a difendere autonomia dei poteri e uguaglianza delle due Camere. Oggi c’è un altro mini-vertice Boschi-Romani-Verdini e fioccano gli annunci di sub emendamenti.
La tela di Penelope delle riforme continua.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: la casta | Commenta »
Giugno 22nd, 2014 Riccardo Fucile
MALUMORI PER L’INTESA SULLA RIFORMA DEL SENATO
«Siamo come una squadra abituata a giocare per lo scudetto che ora si ritrova a lottare per la salvezza. Siamo disorientati, non sappiamo come comportarci, non riusciamo a organizzare un’opposizione seria». È lo sfogo amaro di un deputato di Forza Italia.
Non l’unico che, in questi giorni di travolgente epopea renziana, proprio non riesce a rassegnarsi a consegnare al presidente del Consiglio la significativa vittoria sulla riforma del Senato.
Per il partito di Berlusconi il momento è tra i più complicati.
C’è chi individua «l’inizio della fine» nell’uscita dal governo Letta e nello strappo con Alfano. «Ha fatto male a entrambi – attacca una parlamentare azzurra -. A noi perchè non abbiamo più avuto l’arma del ricatto nei confronti del governo. A loro perchè alle Europee sono praticamente morti».
Fatto sta che da quel momento l’unica arma che Forza Italia ha avuto per continuare a influire sul dibattito politico è stato l’accordo sulle riforme.
Accordo che, però, da tempo mostra le conseguenze negative. Se si molla tutto si rischia l’accusa di «sabotatori del cambiamento».
Se invece il patto tiene, si consegna a Renzi la patente del riformatore. Con il rischio concreto che per l’ex sindaco di Firenze si apra una lunga stagione di governo. Addirittura oltre la scandenza della legislatura nel 2018.
E così i mal di pancia si moltiplicano e filtrano all’esterno.
«L’annunciato accordo sulla riforma del Senato – afferma l’ex tesoriere del Pdl Maurizio Bianconi – riveste il peso di pietra miliare, sulla legittimazione all’esistenza di Forza Italia come partito di opposizione».
«Forza Italia – continua – purtroppo ha commesso l’errore più grande, autoevirandosi, regalando nei secoli ai nostri storici avversari uno strumento micidiale (il senato «rosso», ndr), passando per alleati di fatto di Renzi e dei suoi, regalandogli un successo politico che non merita». «Io non ci sto, e spero di essere in buona compagnia» conclude Bianconi.
Che siano in tanti quelli pronti a non votare la riforma è in realtà tutto da vedere.
L’impressione è che alla fine, pur turandosi il naso, il partito sosterrà compatto l’accordo tra Berlusconi e Renzi. «Al massimo con Bianconi ci sarà Minzolini» spiega un senatore azzurro. Eppure il malcontento è molto più esteso. E nessuno prova a nasconderlo.
Per il capogruppo al Senato Paolo Romani «non c’è ancora nessun accordo sulle riforme, siamo solo alla proposta dei relatori, ci sono molti nodi da sciogliere».
Più o meno la stessa posizione espressa dall’omologo alla Camera Renato Brunetta.
E c’è chi critica nel dettaglio la bozza messa appunto da Boschi, Finocchiaro e Calderoli: «Le cose pessime non ci sono più ma è difficile fare i salti di gioia» spiega il senatore Lucio Malan, «nella mia Costituzione ideale, i senatori dovrebbero sempre essere elettivi».
Per il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri, «la necessità di un accordo ampio porta logicamente a compromessi. Ma si sta definendo una soluzione davvero asfittica. Sarebbe meglio fare un salto nel futuro con uno scambio di alto livello. Aboliamo del tutto il Senato e approviamo il presidenzialismo».
Peccato che da quell’orecchio Matteo Renzi non voglia sentirci. E Silvio Berlusconi non abbia posto l’elezione diretta del Capo dello Stato come condizione «sine qua non» per il sì forzista alle riforme.
Si va avanti così, a rimorchio del premier. Certo, c’è chi si sforza di vedere il bicchiere mezzo pieno: «I dettagli non sono cosi dirimenti e non sono tali per bloccare o per mandare su un binario morto una riforma epocale che Berlusconi e tutta Forza Italia hanno sempre voluto» spiega Daniela Santanchè.
E Mario Mantovani rincara la dose: «Si tratta di un passo avanti importante – dice l’esponente lombardo – così da avere istituzioni capaci di assumere decisioni in tempi più rapidi e dando voce alle istanze territoriali. Speriamo ora di poter concretamente avviare quel processo di riforma in senso federale del nostro Paese da sempre richiesto da Forza Italia e dal presidente Silvio Berlusconi».
Ma la linea dominante resta critica nei confronti della nuova formulazione del Senato.
«C’è ancora la pesante sovrapposizione con gli enti locali – denuncia un senatore – e da quel punto di vista i Democratici sono molto più radicati di noi. Senza contare i cinque senatori di nomina presidenziale. Sarà un caso, ma da vent’anni al Quirinale c’è sempre gente di sinistra. Rischiamo di ritrovarci monchi anche il giorno in cui torneremo a vincere le Politiche».
Di questo passo, rischia di essere un giorno molto lontano.
Carlantonio Solimene
argomento: la casta | Commenta »
Giugno 22nd, 2014 Riccardo Fucile
CHITI: “NON CI SPOSTIAMO DI UN MILLIMETRO DALLE NOSTRE POSIZIONI”… ROMANI: “IN AULA PUO’ ACCADERE DI TUTTO”
«Abbiamo iniziato a lavorare bene sulla strada di un accordo che, comunque, è ancora lontano.
Ma non è affatto detto che, una volta trovato, la prova del voto in Aula sarà una passeggiata. Anzi…».
Nelle confidenze notturne che Paolo Romani ha fatto ad alcuni colleghi di partito subito dopo l’incontro col ministro Maria Elena Boschi, e siamo a venerdì sera, c’è una storia che va molto al di là dei comunicati congiunti, dell’euforia di Palazzo Chigi, delle fughe in avanti del leghista Roberto Calderoli.
Perchè, a prendere per buono il timore confessato agli amici dal capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama, la strada delle riforme è ancora in salita.
«In commissione, una volta trovato l’accordo sul testo, filerà tutto liscio», è stato l’adagio del presidente dei senatori azzurri. «Ma tutti i “ribelli”, tutti coloro che dentro il centrosinistra e tra di noi vogliono ancora il Senato eletto direttamente dal popolo, tutti questi non sono sconfitti in partenza. In Aula può cambiare tutto…»
La lunghissima partita che comincerà il 3 luglio è tutt’altro che scritta.
E la sorte dell’eterogeneo fronte di chi si oppone alla «madre di tutte le riforme» non è ancora segnata.
Corradino Mineo risponde da una Palermo dove è già estate piena. «Posso dirla con una battutaccia di quelle che mi hanno rovinato la vita?».
La battuta arriva dopo mezzo secondo. «Sicuramente nell’ultima formulazione del testo ci sono dei passi in avanti. Ma il punto centrale della nostra battaglia rimane ancora là . Stiamo passando da un Senato di Razzi (nel senso di Antonio, ndr ) a un Senato di Fiorito (nel senso del Batman del vecchio Consiglio regionale del Lazio, ndr ). Un’Aula non eletta direttamente dal popolo, che comunque conserva dei poteri costituzionali per cui non avrebbe la legittimazione necessaria, produrrà solo danni. Noi non arretriamo di un millimetro».
Nel «noi» citato da Mineo ci sono tantissimi colleghi senatori che ancora si nascondono nell’ombra.
Oltre a chi, dentro i confini del Pd renziano, aveva finito addirittura per autosospendersi, una settimana fa. Come Vannino Chiti. Che infatti dice: «Mi creda, sull’elezione diretta del Senato poi porteremo avanti la nostra battaglia con fermezza e lealtà . Da quella posizione non ci spostiamo di un millimetro».
Tra l’altro, aggiunge l’ex ministro e governatore della Toscana, «sono molto inquieto rispetto a certe frasi che i giornali hanno attribuito a Renzi sulla riforma elettorale. Anche perchè, per quanto mi riguarda, delle due l’una. O torneranno i collegi uninominali oppure che si rimettano le preferenze. Altrimenti, una volta riformato il Senato, non ci sarebbero praticamente più dei parlamentari eletti dal popolo».
Non ci sono solo i niet di un pezzo del Pd.
Anche dentro Forza Italia il tema della ribellione dei senatori agli «ordini di scuderia» del partito comincia a farsi largo nella nebbia.
«Lo dico da adesso, così nessuno potrà far finta che non lo sapeva. Io, se la riforma del Senato rimane questa, non la voto», scandisce Augusto Minzolini. «E come me, immagino, anche tanti altri miei colleghi», aggiunge.
D’altronde, ricorda l’ex direttore del Tg1, «la proposta che ho presentato, e che prevede l’elezione diretta del Senato, era stata firmata da trentasette colleghi di Forza Italia. La maggioranza di noi. E visto che quel testo è in antitesi rispetto a quello che sta confezionando il governo, e soprattutto visto che la gente di solito legge prima quello che firma, tutto questo qualcosa vorrà dire, no?».
In fondo, basterebbe un voto secco. Basterebbe che la maggioranza dei senatori confermasse l’elezione del Senato così com’è per far crollare il castello di carte.
«Non siate così sicuri che il pressing dei capipartito faccia presa su tutta la maggioranza dell’Aula. Altrimenti avrete delle sorprese», è la profezia di Mineo. «Non so quanti parlamentari siano disposti a votare una riforma che trasforma la Camera dei Deputati in un qualcosa di molto simile alla Duma sovietica», sottolinea Minzolini.
Anche Renato Brunetta, che sta alla Camera, sente puzza di bruciato. «Dieci euro di tasca mia sul fatto che questa riforma sarà approvata non me li gioco di certo. Non me li gioco io come credo che non se li giocherebbe nessun altro», sorride il capogruppo forzista a Montecitorio.
La clessidra scorre inesorabile. I ribelli affilano le lame.
Il timer del 3 luglio è già stato innescato.
Tommaso Labate
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: la casta | Commenta »
Giugno 22nd, 2014 Riccardo Fucile
CON 17 GIUNTE REGIONALI SU 20 SOTTO INCHIESTA, 300 CONSIGLIERI REGIONALI INQUISITI E MOLTI SINDACI INDAGATI, IL SENATO RISCHIA DI TRASFORMARSI IN UN RIFUGIO DI MANIGOLDI
Finalmente se ne sono accorti. 
Pidini, forzisti e leghisti, curvi da mesi sul sacro incunabolo della cosiddetta riforma del Senato, si erano dimenticati di dare l’immunità ai nuovi senatori.
Ora hanno provveduto: anche i nuovi inquilini di Palazzo Madama, pur non essendo più eletti, non potranno essere nè arrestati nè perquisiti nè intercettati senza il loro assenso preventivo.
È l’unica novità di rilievo dell’ultimo testo partorito dal trust di cervelli formato Boschi-Romani-Calderoli, oltre alla riduzione dei senatori da 148 a 100 (5 nominati dal Quirinale e 95 dalle Regioni, di cui 74 fra i consiglieri regionali e 21 fra i sindaci).
Restano le assurdità più assurde: saranno abolite le elezioni; i senatori non conteranno nulla nella formazione delle leggi e non voteranno la fiducia al governo (infatti lavoreranno gratis); dovranno dividersi fra le amministrazioni locali e l’impegno romano (un dopolavoro non pagato, ma ben spesato); e dureranno in carica quanto le giunte regionali e comunali di provenienza (dove si vota in ordine sparso, così ogni anno qualche senatore perderà il posto e il Senato diventerà un albergo a ore, con maggioranze e minoranze affidate al caso, anzi al caos).
Finora l’immunità -impunità veniva giustificata in due modi: il Parlamento è lo specchio del Paese che lo esprime, dunque gli italiani, se non vogliono un inquisito a rappresentarli, possono non votare per lui o per il partito che l’ha candidato; il plenum dell’aula non può essere intaccato da un giudice che nessuno ha eletto.
Ora anche il senatore sarà un tizio che nessuno avrà eletto (o meglio, sarà eletto per fare il sindaco o il consigliere regionale, non per fare il senatore).
E il plenum del Senato sarà continuamente intaccato dalla caduta di questa o quella giunta comunale o regionale.
Dunque, in linea di principio, non si vede perchè un sindaco o un consigliere regionale eletto senza alcuna immunità debba riceverla in dono soltanto perchè il suo consiglio regionale l’ha promosso a senatore.
Ma, nel paese dei ladri, si comprano e si vendono anche i princìpi.
Attualmente 17 giunte regionali su 20 sono sotto inchiesta o già sotto processo per le ruberie sui rimborsi pubblici, per un totale di 300 consiglieri inquisiti.
E i sindaci indagati non si contano. Se fosse già in vigore la riforma del Senato, anche se volessero, i consigli regionali non riuscirebbero a nominare 95 consiglieri e sindaci intonsi da accuse penali.
Ma lo capiscono tutti che la prospettiva di agguantare l’immunità sarà talmente allettante da diventare l’unico criterio di selezione per la carica gratuita di senatore: non appena un consigliere regionale o un sindaco avrà la sventura di finire nei guai con la giustizia, i colleghi — che poi sovente sono i suoi complici — lo spediranno in Senato per salvarlo dalla galera, dalle intercettazioni e dalle perquisizioni.
Se no poi magari parla o si fa beccare con il sorcio in bocca. E la cosiddetta Camera Alta del Parlamento diventerà , ancor più di oggi, quel che erano i conventi e le chiese nel Medioevo: un rifugio per manigoldi.
Se Giorgio Orsoni, per dire, non avesse commesso l’imprudenza di confessare, accusare il Pd, patteggiare e farsi scaricare da Renzi, ma avesse continuato a negare tutto in attesa del processo, sarebbe ancora sindaco di Venezia, con ottime speranze di farsi nominare senatore dal nuovo consiglio regionale a maggioranza Pd in cambio del suo silenzio.
Ora però, prima del voto di luglio, alla Grande Riforma mancano alcuni dettagli da concordare con Forza Italia. E B. rischia l’arresto per gli ultimi delirii in tribunale.
Sarebbe davvero seccante se Renzi, per rinnovare il patto del Nazareno, dovesse raggiungerlo nel parlatorio di San Vittore e comunicare con il detenuto costituente al citofono, attraverso il vetro antiproiettile, come Genny e donna Imma con don Pietro Savastano.
Non c’è un minuto da perdere.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: la casta | Commenta »
Giugno 21st, 2014 Riccardo Fucile
LA VICEPRESIDENTE ZAMPA: “UNA PROVOCAZIONE DI FINOCCHIARO E CALDEROLI”… CRITICO ANCHE CIVATI
Nel testo presentato dal governo era stata eliminata, ora un emendamento firmato Pd-Lega la reintroduce. Uscita dalla porta, l’immunità parlamentare per i senatori viene fatta rientrare dalla finestra nel testo che disegna il ruolo e le funzioni del nuovo Senato.
L’emendamento 6.1000 firmato da Anna Finocchiaro (Pd) e Roberto Calderoli (Lega) sopprime, infatti, l’articolo 6 della riforma presentata dall’esecutivo e reintroduce per i membri della futura assemblea di Palazzo Madama le garanzie previste dall’articolo 68 della Costituzione per tutti i parlamentari.
Una garanzia che la Carta prevede per due rami del Parlamento che hanno il medesimo peso e le medesime funzioni.
Ma che — secondo un’opinione diffusa nel Pd — non ha senso mantenere anche per un’assemblea che nella riforma fortemente voluta da Matteo Renzi si avvia a perdere una parte consistente delle proprie prerogative. L’emendamento firmato con la Lega ha destato sorpresa nel Pd, nel cui orizzonte ora comincia ad intravedersi una nuova spaccatura.
“E’ una cosa che lascia esterrefatti — spiega Sandra Zampa, deputata, vice-presidente del Partito Democratico — stamattina quando ho letto i giornali sono rimasta sconvolta: ho voluto controllare di persona che questa cosa fosse effettivamente accaduta. E purtroppo è tutto vero”. Prodiana di ferro, storica collaboratrice del professore ed eletta alla Camera nel 2008, la Zampa non nasconde il proprio disappunto: “Vorrei tanto capire come è nata questa idea. Secondo me, il governo non sapeva dell’emendamento. In ogni caso è un atto fortemente provocatorio: non posso pensare che due politici esperti come la Finocchiaro e Calderoli non sappiano cosa vuol dire lanciare nella discussione un elemento del genere. Non è certo una cosa che passa inosservata”.
Quale lettura ne dà le Zampa? “Finocchiaro e Calderoli, senatori, ci hanno provato: è un tentativo per mantenere in vita un privilegio che di questi tempi e con la riforma che stiamo realizzando non ha più ragione di esistere”.
Con gli scandali Expo e Mose che riverberano la propria onda lunga sulla discussione politica, le poche righe firmate dai relatori reintroducono una garanzia a tutela dei politici su cui la maggioranza aveva già discusso e che aveva deciso di escludere: “Renzi l’ha messo in chiaro fin dal primo minuto: i senatori non devono essere eletti, nè pagati. Abbiamo preso una direzione nuova e adesso faccio fatica a spiegarmi perchè prima si crei un Senato con ruolo e funzioni nuovi e poi per i suoi membri si restaurino privilegi che appartengono al passato”.
Un dietrofront che anche l’opinione pubblica rischia di non capire: “Affermare la necessità dell’immunità fa parte di una tradizione politica di lunga data: una parte dei parlamentari più anziani resta convinto che questa tutela abbia un senso. Io, da quando sono in Parlamento, non mi sono mai imbattuta in casi in cui l’immunità sia stata utile: anzi, è sempre stata un intralcio sulla strada della trasparenza. Bisogna capire che i tempi sono cambiati: noi dobbiamo rispondere ai cittadini, esausti di fronte agli scandali di cui i politici sono protagonisti. Intendiamoci: quello della politica non è peggiore o più colpevole di altri settori della società . Ma in questo momento dobbiamo dare un segnale forte di discontinuità e questo emendamento va in direzione nettamente contraria”.
Una cosa è certa: “Questa roba dovrà arrivare anche da noi alla Camera — conclude la vice-presidente del Pd — e non credo proprio che riuscirà a passare“.
Critiche anche da Giuseppe Civati. “Cosa comporterebbe questo? — scrive il capo della fronda interna al Pd in un post dal titolo ‘Il sindaco immune’ pubblicato sul suo blog — che un sindaco nei confronti del quale si procedesse per fatti commessi durante il suo mandato amministrativo (tristemente noti) potrebbe usufruire, in quanto senatore, delle immunità di cui all’articolo 68 (commi 2 e 3). Non proprio un aiuto al contrasto ai numerosi episodi di corruzione cui purtroppo assistiamo (anche) a livello locale“.
Poi Civati allarga lo spettro della critica: “Si tratta, naturalmente, solo di uno dei problemi del doppio incarico. Che mentre la Francia ha appena eliminato (non a caso) l’Italia vuole introdurre (peraltro dopo che alla fine della scorsa legislatura era stata sancita — a seguito dell’intervento della Corte costituzionale — l’incompatibilità tra la carica parlamentare e quella di sindaco)”. Infine, l’auspicio: “Chissà se questa è l’ultima bozza che ci viene presentata: in comune con le precedenti ha numerose e palesi contraddizioni. Speriamo soltanto che non sia l’ultima versione“, conclude Civati.
Ma c’è anche chi nell’emendamento non vede nulla di strano.
Danilo Leva, già responsabile Giustizia del Pd, minimizza: “Non ci vedo un elemento di stravaganza, l’emendamento aggiunge semplicemente un nuovo elemento alla discussione che verrà fatta in Aula”.
A destare dubbi è la dinamica con cui l’immunità per i senatori è tornata nel testo della riforma che l’aveva esclusa, ovvero attraverso un emendamento: “Non ci sono retropensieri e soprattutto non credo sia questo l’elemento più importante di cui discutere riguardo la riforma del Senato”. Non sarà il più importante, ma la questione resta sostanziale: un Senato depotenziato nei fatti (non sarà più titolare di un rapporto di fiducia con il governo, non approverà più leggi, almeno in prima istanza) continua a godere delle stesse garanzie della camera che conserverà le prerogative più importanti: “Il depotenziamento è nei fatti — continua Leva — ma Palazzo Madama continuerà a svolgere in ogni caso funzioni di alto livello istituzionale. Inoltre non si tratta di un privilegio per pochi, ma di una garanzia per l’intera istituzione. Ovviamente non siamo parlando di un’immunità totale, ma di una garanzia che esiste già ed è sottoposta al parere dell’Aula: basta guardare alla conclusione del caso Genovese, la Camera ha votato per il suo arresto“.
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: la casta | Commenta »
Giugno 21st, 2014 Riccardo Fucile
INCIUCIO CALDEROLI-FINOCCHIARO-RENZI: NIENTE ARRESTO E NIENTE INTERCETTAZIONI SE NON AUTORIZZATE PER I MEMBRI DEL NUOVO SENATO
Niente arresto e niente intercettazioni se non autorizzate. 
Tra gli emendamenti depositati venerdì dal vicepresidente del Senato Roberto Calderoli e dalla presidente della Commissione affari costituzionali a Palazzo Madama Anna Finocchiaro c’è anche questo: rispunta l’immunità per i senatori, a differenza di quanto scritto nel testo del governo. L’emendamento dei relatori sopprime infatti “l’articolo 6″ del testo dell’esecutivo che applicava solo ai deputati l’articolo 68 della Costituzione sulle “Prerogative dei parlamentari”.
Gli emendamenti, frutto dell’intesa tra Partito democratico, Forza Italia e Lega, definiscono la nuova composizione di Palazzo Madama, dove siederanno 100 senatori, anzi di 95 più 5: i primi eletti dai consigli regionali in rappresentanza di Regioni e Comuni, i secondi nominati dal presidente della Repubblica (tra questi rientrano gli attuali senatori a vita).
Tra i 95 “territoriali” 74 sono scelti tra i consiglieri regionali, gli altri 21 tra i sindaci. Ogni Regione eleggerà un numero di senatori in proporzione al proprio peso demografico.
L’intesa non scioglie il nodo del metodo di elezione, rinviando a una successiva legge ordinaria.
I senatori decadono nel momento in cui decade l’organo in cui sono stati eletti (Comune o Regione). Ciò vuol dire che il Senato sarà rinnovato mano mano che si rinnoveranno le assemblee territoriali.
Emendamenti che Calderoli ha annunciato con soddisfazione (“E’ stata trovata la quadra”, ha detto) e che sono stati accolti favorevolmente anche da Renzi.
Nessuno porta la firma delMovimento 5 Stelle che incontrerà il presidente del Consiglio mercoledì 25 giugno.
Proprio il giorno in cui, alle 12, scade il termine per i subemendamenti agli emendamenti dei relatori al ddl costituzionale di riforma del Senato e titolo V.
Due ore dopo, alle 14, l’ufficio di presidenza della commissione si riunirà per la programmazione dei lavori.
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: la casta | Commenta »
Giugno 13th, 2014 Riccardo Fucile
NEL PALAZZO AL CENTRO DI ROMA AFFITTI “SIMBOLICI” DI 500 EURO PER SEI STANZE E TERRAZZA… CI ABITANO TRE RAGAZZE DEL GIRO ROMANO DI SILVIO, IGNAZIO LA RUSSA E LA SUA CONSULENTE SELENE, BRUNO TABACCI, IL FIGLIO DI PISANU, PREFETTI E VIP
Cosa hanno in comune la valletta Rasa Kulyte, Ignazio La Russa, la segretaria di Claudio
Scajola Fabiana Santini, il prefetto Achille Serra, l’olgettina Maria Letizia Cioffi, i figli di Beppe Pisanu e dell’onorevole Bruno Tabacci, la modella ucraina Olena Kotsylo?
Sono tutti sullo stesso citofono di un bel palazzo al centro di Roma.
Insieme ad altri vip il gruppetto ha colonizzato in blocco un residence in Via Ciro Menotti, a due passi da Piazza Mazzini, nell’elegante quartiere Prati.
Le coincidenze non finiscono qui: politici, pezzi grossi e “papi girls” hanno tutti firmato, chi prima e chi dopo, un contratto di affitto con Salvatore Ligresti, che con la sua Fondiaria è stato proprietario dell’immobile fino alla fine del 2013.
Lo scorso settembre, dopo i guai giudiziari e i problemi finanziari della holding Premafin, il condominio è finito nel portafoglio immobiliare dell’Unipol-Sai, che ha rilevato la compagnia assicurativa di Don Salvatore.
«Il palazzo del potere», lo chiamano i negozianti della zona, abituati a convivere con scorte, lampeggianti e auto blu con vetri oscurati.
«Qui ci stanno figli e figliastri. Qualcuno paga affitti stracciati, appena 500-600 euro al mese per oltre 120 metri quadri», spiega uno degli inquilini “normali” che alloggia nel caseggiato.
«Altri hanno canoni di mercato, che nel rione si aggirano intorno ai 1800 euro: speriamo che i nuovi padroni azzerino i favoritismi».
Mario Orfeo, direttore del Tg1, per esempio paga 2000 euro al mese.
Unipol assicura che è intenzionata a fare pulizia. «La Fondiaria ha spesso dato appartamenti di pregio a cifre ridicole, diciamo pure a “prezzo politico”», spiegano senza ironie dalla compagnia bolognese.
«A parte la questione etica che non commentiamo, noi non danneggeremo i nostri azionisti. La nostra policy è quella di ricondurre tutto alla normale prassi. I nostri inquilini, vip o non vip che siano, pagheranno tutti il giusto. Non siamo un ente benefico».
Finchè i vecchi contratti non scadranno, però, nessuno potrà aumentarli: per molti amici e amici degli amici la pacchia continuerà ancora per qualche anno.
Non solo per gli inquilini individuati in via Ciro Menotti, ma anche per i mammasantissima che abitano nel mitologico palazzo di Via delle Tre Madonne ai Parioli, (dove i Ligresti, hanno raccontato i giornali, hanno affittato nel corso degli anni a Renato Brunetta, Italo Bocchino, Rocco Buttiglione, Mauro Masi e le figlie di Cesare Geronzi) e nella Torre Velasca di Milano, dove vivono Geronimo La Russa, Bruno Tabacci (che, come Ignazio, è riuscito a trovare un appartamento anche al figlio) e Isabella Votino, portavoce del governatore lombardo Roberto Maroni.
Torniamo a via Menotti, e iniziamo il nostro viaggio nel condominio dei potenti. Partiamo dalla casa (sei stanze in totale) di Letizia Cioffi, che ha affittato dalla Fondiaria nel dicembre 2008.
La giovane, origini brindisine, era tra le papabili per una candidatura alle Europee 2009 nelle file del Pdl; la lettera di Veronica Lario contro le veline nelle liste elettorali («ciarpame senza pudore», tuonò l’ex signora Berlusconi) mandò a monte i piani dell’allora presidente del Consiglio e i sogni politici delle sue amiche.
Berlusconi, però, non ha mai dimenticato la bionda Letizia, e l’ha spesso invitata alle sue cene eleganti. I pm milanesi, dopo aver scoperto che la Cioffi era una delle girls più gettonate nelle serate “by night” di Arcore (sono 112 le telefonate intercettate con Nicole Minetti, l’organizzatrice ufficiale dei festini bunga-bunga) hanno anche avviato indagini patrimoniali per capire chi avesse comprato la sua macchina.
Non sappiamo con certezza se la Mini fosse un regalo dell’allora presidente del Consiglio, ma di sicuro per la sua casa la Cioffi spende pochissimo: nel 2009 ha firmato un contratto da 6000 euro l’anno, 500 euro al mese.
Nel contratto con Fondiaria si elencano anche i mobili di lusso e gli elettrodomestici di marca che Don Salvatore mette a disposizione dei suoi inquilini: frigo, forno, lavatrice e lavastoviglie Smeg, cappa a cilindro Elica, salotto completo Novamobili con libreria laccata e porta tv, tavolo “Bolero”, sei sedie di cuoio, due pouf e divano letto “Aladino”.
Le camere da letto vantano invece un «materasso in bultex», oltre a una «zona trucco con sedia e specchio».
Inizialmente la Cioffi viveva con un’altra ragazza, il cui nome finora non era mai apparso nelle cronache: Olena Kotsylo.
La modella ucraina, 32 anni, per una casa a un piano alto di sei stanze con terrazzino paga poco più di 500 euro al mese. Davvero fortunata.
Anche perchè il suo contratto scadrà a fine 2016, e fino ad allora Unipol non potrà rialzarlo.
Anche Olena è entrata nella casa di Ligresti nel dicembre del 2008, pochi giorni prima di partire insieme a una quarantina di ragazze per Villa Certosa: è lei una delle “babbo nataline” che ballavano davanti a Berlusconi durante il veglione di Capodanno del 2009, quello a cui partecipò anche la minorenne Noemi Letizia.
Il servizio fotografico fu pubblicato da “Chi” due anni fa.
Vicina di casa della Kotsylo è Rasa Kulyte, che abita in un appartamento contiguo.
Ex miss Lituania, Rasa (detta Giada) è famosa per aver ottenuto un contratto in Rai come velina del “Lotto alle Otto” con Tiberio Timperi.
Fu l’ex direttore generale Mauro Masi a volerla a tutti i costi nella trasmissione. Una curiosità : come la Kulyte, anche Masi ha firmato un contratto d’affitto con la Fondiaria.
Forse i due si sono conosciuti durante un’assemblea condominiale.
Scendendo due rampe di scale ci si imbatte nell’appartamento del figlio dell’ex ministro dell’Interno Beppe Pisanu. Non sappiamo se il suo secondogenito, Angelo, gode pure lui di un affitto agevolato.
Sappiamo però che la famiglia ha ottimi rapporti con i Ligresti. Beppe è stato spesso visto nel resort di lusso del costruttore siciliano (il Tanka Village di Villasimius), mentre il primogenito Luigi è stato amministratore di alcune società della Fondiaria, tra cui la Immobiliare Lombarda.
Guarda caso, si tratta della controllata che gestiva fino a pochi mesi fa il condominio di via Ciro Menotti in cui abita il più piccolo dei Pisanu.
Altra curiosità : nel giugno 2013 Angelo, mentre lavorava come direttore della fondazione di Gianfranco Fini e del padre (“Agenda”) è stato assunto dal ministro dell’Interno Angelino Alfano come «collaboratore della segreteria del ministro», con stipendio annuo lordo di 41.600 euro.
Anche Alfano, forse, ha incontrato Angelo (che ha chiuso anzitempo la collaborazione) ad una riunione degli inquilini di Ligresti: il leader del Ncd è infatti in affitto nella magione di via delle Tre Madonne.
Sopra l’appartamento di Angelo, vive in sette stanze un altro giovane di buona famiglia, Stefano Tabacci, figlio del deputato del Centro democratico, che spesso ospita anche papà Bruno.
Lo schema dinastico sembra identico a quello della famiglia Pisanu, e ricorda gerarchie medioevali: se i figli più piccoli spuntano tra gli inquilini del pregiudicato Don Salvatore, i più grandi (in questo caso Simone, ex membro del cda della Milano assicurazioni) compaiono come amministratori di qualche società della galassia Ligresti.
Che stavolta fa en plein, avendo trovato per il capostipite Bruno una bella casa nella Torre Velasca a Milano.
Continuiamo la visita guidata. Si vociferava da tempo che nel condominio vivesse Ignazio La Russa, tanto che un uomo molto simile all’ex ministro della Difesa circondato da una nutrita scorta era stato già individuato da un blogger su Google street view proprio in via Ciro Menotti.
Ora sappiamo con certezza che il leader di Fratelli d’Italia (i cui figli Geronimo e Vincenzo, immancabilmente, hanno lavorato con Ligresti) abita qui, in una casa di sette stanze più terrazzo.
«Pare che paghi un’inezia», dice l’inquilino “normale”. Unipol si trincera dietro un no comment. «Non parliamo dei nostri locatari», spiegano.
Da Bologna, però, non potranno smentire che tre piani sopra la casa in via Menotti di La Russa abiti anche una cara amica di Ignazio, Anna Selene Della Notte.
Una ragazza barese che nel 2009 fu assunta (contrattino da 16 mila euro) al ministero della Difesa come «addetta alla segreteria del ministro».
L’ex ministro, forse, aveva bisogno della consulenza di Della Notte anche quando tornava a casa.
Anna Selene sembra comunque grata all’amico: spulciando alcuni resoconti parlamentari, si scopre che a marzo 2013 la ragazza leccese ha fatto ricorso contro la proclamazione a senatore di un esponente del Pdl, «affinchè sia proclamato il candidato numero 1 della lista “Fratelli d’Italia”».
Cioè Guido Crosetto, leader del partito insieme a Ignazio e Giorgia Meloni. Il ricorso della «signora Della Notte», per la cronaca, è stato respinto.
Se qualche vip che paga un affitto a prezzi di mercato esiste di sicuro (l’ex sottosegretario Simonetta Giordani precisa che il suo canone arriva oggi a 1700 euro «per poco più di 100 metri quadri: il contratto d’affitto l’ho stipulato nel 1998 quando la casa era di proprietà delle assicurazioni Generali»), scorrendo i nomi di un’assemblea di condominio del 2011 si nota che tra La Russa e Anna Selene ha trovato un appartamento (sette stanze più terrazzo) anche Fabiana Santini, ex segretaria di Claudio Scajola diventata nel 2010 assessore regionale alla Cultura nella giunta di Renata Polverini.
Leggendo un rapporto dei carabinieri del Ros che hanno indagato sulla casa di Scajola con vista Colosseo (quella comprata a sua insaputa), si scopre pure che la casa della Santini era nella lista dell’imprenditore Diego Anemone, a cui fu sequestrato un file con 400 nomi di potenti e relativi indirizzi di abitazioni da ristrutturare.
La Santini, infine, divide il pianerottolo con la figlia di un altro ex onorevole, il prefetto Achille Serra, che ha militato prima in Forza Italia, poi nel Pd e infine nell’Udc.
Per i prefetti Don Salvatore sembra abbia una vera passione: grande amico dell’ex Guardasigilli Anna Maria Cancellieri – indagata per alcune telefonate con Antonino Ligresti in merito agli arresti della nipote Giulia – ha ospitato al “Tanka Village” anche il prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi, mentre il suo predecessore, Bruno Ferrante, per anni ha vissuto in una casa della Fondiaria nella Torre Velasca.
«La saga del palazzo meriterebbe di essere raccontata in un libro, questo condominio è lo specchio dell’Italia di oggi», sbraita un inquilino “normale”.
«Sa chi lo scriverebbe benissimo? Uno dei pochi che a via Ciro Menotti è proprietario del suo appartamento, il professore Giovanni Sabbatucci, un grande storico del fascismo e del potere».
Emiliano Fittipaldi
(da “L’Espresso”)
argomento: la casta | Commenta »