Giugno 4th, 2014 Riccardo Fucile
EMOLUMENTI DA FAVOLA PER I BUROCRATI REGIONALI NONOSTANTE I NUOVI TETTI DI RETRIBUZIONE
L’intesa formalmente non c’è ma il presidente dell’Ars Giovanni Ardizzone, nel corso di una conferenza stampa, imprime un’accelerazione probabilmente decisiva alla trattativa sindacale.
Annunciando i nuovi tetti di retribuzione per i burocrati dell’Assemblea regionale siciliana. Il limite, per i consiglieri parlamentari, sarà quello di 240 mila euro lordi annui. A seguire gli stenografi (200 mila), i segretari (145 mila), i coadiutori (110 mila) e gli assistenti (92 mila euro).
“Sia per Cuffaro che per altri undici ex deputati è scattata la sospensione del vitalizio. Tra l’altro, questi uffici hanno avviato l’iter per la verifica dei requisiti già a febbraio”, ha detto il presidente Ardizzone nel corso della conferenza stampa confermando quanto anticipato nei giorni scorsi da Repubblica.
Cuffaro, attualmente in carcere, e gli altri titolari dei vitalizi sono stati condannati per reati contro la pubblica amministrazione. Le verifiche sono in corso, ma intanto sono scattate le procedure di sospensione.
Quanto al tetto degli stipendi, l’unica eccezione dovrebbe essere fatta per il segretario generale, la figura di vertice dell’amministrazione, che percepirebbe un’indennità speciale pari al dieci per cento dello stipendio del “semplice” consigliere parlamentare. Quest’intesa, se confermata, comporterà una sensibile riduzione dei compensi dei dipendenti dell’Assemblea, oggi equiparati a quelli del Senato.
Basti pensare che oggi, nell’organigramma dell’Ars, almeno una dozzina di superburocrati – il segretario generale, i tre vice, il datore di lavoro (cioè il gestore dei servizi tecnici), i nove direttori di servizio – stanno al di sopra, ben al di sopra, in qualche caso, del tetto massimo che si va a introdurre.
E nelle qualifiche più basse, riferiscono fonti sindacali, i tagli arriverebbero anche al 50 per cento, in considerazione del fatto che attualmente sulle buste paga pesano molto anzianità di servizio e altre indennità . E che le mensilità sono 15.
Ma se da un lato il presidente dell’Ars fa calare la scure sugli stipendi dei dipendenti per il futuro, dall’altro salva i grand commis più anziani e benestanti.
La proposta che si va a concretizzare, infatti, contiene una clausola di fuoriuscita: chi lascia l’amministrazione entro un anno mantiene il superstipendio e il “maturato contributivo”.
Significa che conserva pure il diritto a una pensione d’oro. Pare sia la norma grazie alla quale Ardizzone ha trovato il lasciapassare dei pezzi da novanta dell’amministrazione.
Rimane aperta la questione della trasparenza.
Da tempo, da più parti politiche, vengono richiesti all’amministrazione i dati sullo stipendio dell’attuale segretario generale Sebastiano Di Bella (che si aggirerebbe sui 500 mila euro lordi) e sulla pensione del suo predecessore, Giovanni Tomasello, andato in quiescenza nello scorso ottobre a 57 anni.
Quei dati, però, rimangono top secret, per una questione di privacy che fa a pugni con la doverosa pubblicità dell’impiego di risorse pubbliche.
“Bisogna prima di tutto rendere pubblici i trattamenti economici dei dirigenti e poi procedere subito a normalizzarli riportandoli nella media di quelli nazionali”, dice Claudio Barone (Uil).
Ma tant’è: poco alla volta, l’Ars si mette in linea con il generale clima.
Emanuele Lauria
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Maggio 22nd, 2014 Riccardo Fucile
IL 18 APRILE RENZI ANNUNCIO’ IL “TUTTI A PIEDI”: AD OGGI I 44 SOTTOSEGRETARI MARCIANO ANCORA IN AUTO BLU
Vie d’uscita sbarrate. Fu un assalto, feroce, contro il potere periferico dove alloggiano i privilegi
non tanto periferici.
Era il 18 aprile, conferenza stampa in 140 caratteri in onore di Twitter: “Massimo cinque auto di servizio a ministero. Lo dico male: i sottosegretari vanno a piedi”, e lo disse, euforico, Matteo Renzi.
Oltre un mese e trascorso, ma i sottosegretari non vanno a piedi: “Non ci sono arrivate comunicazioni — spiega Ilaria Borletti Buitoni, Beni Culturali — e io viaggio sempre con il mio autista e sempre con una vecchia Alfa Romeo: ripeto, una vecchia Alfa Romeo. Questi sono benefici?”.
Quando l’ex sindaco di Firenze, fruitore di biciclette e intollerante al codazzo di scorta, pronunciò il tremendo anatema per i 44 viceministri e sottosegretari, il palazzo fu costretto a una svolta salutista.
Le reazioni non riuscivano a trattenere l’entusiasmo.
C’era Gioacchino Alfano (Difesa) che invocava un sentimento di sacrificio collettivo per affrontare con dignita l’allora passione pasquale.
C’era Roberto Reggi (Istruzione) che ragionava sui percorsi pedonali di Roma, che non sono comodi per le due ruote, ma per le due gambe si.
C’era Cosimo Ferri (Giustizia) che rammentava le sue traversate in treno verso la Calabria e lo stupore dei cittadini che l’accolsero in stazione.
Le repliche a Renzi furono splendide, e (forse) un po’ ipocrite.
Ma i 44 reduci, ancora combattenti, sono attori non protagonisti, e immobili.
Non sono responsabili (diretti). Perche il pasticcio e l’ennesima conseguenza di una burocrazia pesante e di una sindrome da annunci troppo leggera.
Per evitare noiose ricostruzioni filologiche, la faccenda va riassunta cosi: le regole per il taglio saranno contenute dal pacchetto di Carlo Cottarelli, il signor spending review; il testo spedito da palazzo Chigi e transitato al ministero per la Funzione Pubblica, in queste ore langue al Tesoro.
Il governo ha soltanto una speranza (esatto, una speranza), alimentata da una fiducia illimitata, per non perdere tempo: che i ministeri, dotati di buona volonta, anticipino le riduzioni previste.
Escluse le telefonate a Borletti e colleghi, chiunque puo notare l’andirivieni di auto blu agli ingressi dei dicasteri.
Eppure il proposito di Renzi, che lanciava una campagna elettorale ancora lontana, non era astruso, impossibile.
Perche in epoca di Renato Brunetta, si, esecutivo di Silvio Berlusconi, al ministero per la Funzione Pubblica c’erano sette berline, comprese l’ammiraglia per il ministro e la coppia per i sottosegretari.
E davvero un’opera titanica scendere da 7 a 5?
Quando fu interpellato, il viceministro Enrico Costa (Giustizia) pronostico un’agevole riabilitazione da auto blu: “Ho un mese all’attivo, non sara difficile disintossicarmi”. A palazzo Chigi sono comprensivi. Non c’e fretta.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 16th, 2014 Riccardo Fucile
MAI METTERE LIMITI ALLA PREVIDENZA
L’ingegnere Ivan Pescarin è il presidente dell’Aeg, la potente cooperativa dell’energia e del gas di Ivrea.
Giunto al dodicesimo anno di mandato e al settantanovesimo di età , si è chiesto se fosse il caso di cedere il passo alle nuove leve. E si è risposto di no. La forza fisica c’è, la voglia pure. Quanto all’esperienza, il suo punto debole, non può che crescere con il numero delle primavere. Perciò lo statuto in via di approvazione prevede che il presidente della società possa continuare a presiedere fino a novant’anni.
A quel punto si vedrà : perchè mettere limiti alla Provvidenza?
Accontentiamoci di averli messi alla Previdenza.
La novità è stata criticata da una parte minoritaria del consiglio di amministrazione. C’era da immaginarselo: i settantenni mordono il freno, avanzano pretese. Portate pazienza, ragazzi, arriverà anche il vostro turno.
L’importante è la salute: conservarla, intendo, in attesa del tempo delle responsabilità , che con il prolungamento dell’età media potrebbe slittare per voi al secondo secolo di vita.
Rimane intatto il dramma dell’adolescenza, la fase esistenziale più difficile, che ormai si estende dai sedici ai sessant’anni ed è contraddistinta da sbalzi d’umore, amori infelici, lavori precari. Sarà invece risolto a breve il problema del ricambio generazionale.
Nel giorno del suo centocinquantesimo compleanno, ritenendo esaurito il suo mandato, l’ingegnere Ivan Pescarin accetterà con un sospiro la presidenza onoraria.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)
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Maggio 15th, 2014 Riccardo Fucile
QUANDO IL CATTIVO ESEMPIO VIENE DALL’ALTO
Luisa Todini è stata da poco nominata presidente delle Poste, il 2 maggio scorso il cda ne ha ratificato la nomina a capo del gruppo italiano delle Poste.
Prima di ricevere dal governo Renzi il nuovo incarico la Todini aveva un altro incarico: membro del cda della Rai.
Un ruolo che la neo presidente di Poste non ha intenzione di lasciare: “Non c’è incompatibilità – dice a la Stampa – io sono e resto un consigliere della Rai”.
Una posizione ferma che ha trovato la contrarietà bipartisan: “Non c’è incompatibilità , c’è però una questione di opportunità ” dice sempre a la Stampa il senatore a cinque stelle Airola.
E seppur con modi – scrive Paolo Festuccia – e argomenti diversi la pensa così anche il parlamentare Pd Michele Anzaldi: “Anche io come lei credo che troppe cose bene insieme non si possono fare. Anche perchè la presidente delle poste è chiamata – continua il segretario della commissione di vigilanza Rai – a un impegno gravoso da qui ai prossimi mesi”.
Anche perchè di cose da fare, di aziende da controllare la Todini ne ha eccome: nel settore pubblico e in quello privato.
Oltre Rai e Poste c’è la galassia del gruppo che porta il suo nome, il cda di Salini, la presidenza del Comitato Leonardo e il Foro di dialogo Italia-Russia di cui è co presidente.
Mai come ora le sue parole suonano come un monito: “La mia esperienza – disse – mi ha insegnato che non si possono fare bene insieme troppe cose”.
Modestamente…
Ma se fossero incarichi a titolo gratuito la penserebbe allo stesso modo?
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Maggio 7th, 2014 Riccardo Fucile
CLAUDIA LOMBARDO E’ STATA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO REGIONALE PER 5 ANNI
Ha 41 anni, è stata presidente del consiglio regionale della Sardegna dal 2009 al 2014 e oggi percepisce 5.100 euro di vitalizio.
Claudia Lombardo, 41 anni compiuti il 1 dicembre 2013, è stata la prima donna a ricoprire quell’incarico.
Ex Forza Italia, eletta nel ’94 — “senza avere mai lavorato un giorno in vita sua” scrive oggi Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera — dalla fine della XIV legislatura, ovvero dal 20 marzo 2014, gode di una ‘pensione’ di 5.129 euro al mese.
Con lei un altro ex di Fi poi Udc, se non proprio baby, certo giovanissimo: Andrea Biancareddu, 47enne avvocato da Tempio Pausania.
Ancora: Giorgio La Spisa, ex Forza Italia, assessore Pdl al Bilancio con Cappellacci, poi candidato alla camera con Scelta civica, percepisce un assegno mensile di 3.068 euro netti al mese che cumula con lo stipendio da dirigente del servizio ‘Prerogative dei consiglieri’.
In sostanza è lui che si occupa, tra gli altri, del sue stesso status di ex consigliere regionale.
La ‘bomba’ scoppia un mese fa, appena si insedia la XV legislatura.
Alcuni giornalisti scoprono che il 19 marzo, ultimo giorni di mandato della XIV legislatura, il Collegio dei Questori compie un’intensa e insolita attività di delibera. Tra le tante questioni da affrontare c’è il Regolamento su “le pensioni dei consiglieri”, anzi la sua interpretazione, e da quella data parte la caccia al documento.
Che viene chiesto in via informale, poi in via ufficiale, e arriva infine ‘brevi manu’: l’importo esatto della Lombardo e del suo collega con meno di 50 anni, con alle spalle 4 legislature, è di 5.129 euro al mese (7,225 lordi), oltre alla indennità di ‘reinserimento’ (la liquidazione, per dirla come direbbe un lavoratore), per ora ancora sconosciuta.
L’attuale presidente del Consiglio regionale, Gianfranco Ganau (Pd), a richiesta degli atti, nega i documenti, invocando la privacy e viene immediatamente smentito dal Garante, Antonello Soro, anche lui ex consigliere regionale della Sardegna: quegli atti sono pubblici.
Ma in attesa del parere ufficiale i piano alti del ‘palazzo’ si chiudono a riccio — secondo Ganau, questo non può che avvenire nel pieno rispetto delle leggi e senza violare i diritti delle persone — mentre diversi consiglieri, di maggioranza e opposizione, chiedono trasparenza.
Il quotidiano L’Unione Sarda raccoglie l’indignazione e lancia l’hashtag #dateciinomi.
Tutto sta nel verificare l’interpretazione che viene data ad un Regolamento interno gelosamente custodito in un cassetto del sesto piano del palazzo di via Roma, che consente ai consiglieri ‘cessati’ dal mandato di prendere da subito il ‘vitalizio’, la pensione, senza aspettare i 50anni.
Tanto che la prima rata, quella di marzo, la Lombardo e Biancareddu l’hanno percepita per soli 11 giorni.
La seconda, intera, è stata ‘lavorato’ dagli uffici il 14 aprile 2014 ed è andata in pagamento a fine mese, pochi giorni prima di quelli dei dipendenti del Consiglio.
Il Regolamento interno del Consiglio è stato approvato nel 1988 e modificato più volte e prevedeva che i consiglieri ‘cessati’ dal mandato elettivo potessero percepire il vitalizio al compimento del 50 anni di età , fino a quella del 17 novembre 2011, quando a partire “dalla prossima legislatura (l’attuale) e fatti salvi i diritti acquisiti”, l’Ufficio di presidenza (presidente la Lombardo) delibera la cancellazione dei vitalizi. Ovvero chi ha maturato i diritti avrà tutto il dovuto, mentre per i prossimi consiglieri regionali non ci sarà nulla.
Intervistata da Sardiniapost, Lombardo rivendica di avere tagliato più che poteva le spese (“Il costo del Consiglio è passato da 85 a 58,5 milioni di euro”, spiega), ma capisce che quella somma di 5mila euro “possa generare indignazione nell’opinione pubblica”.
Al giornalista che solleva l’obiezione del vitalizio fissato a 66 anni dal governo Monti lei replica: “Sì, ma dicevano anche che da questa prescrizione erano esentate le regioni che avevano già legiferato”.
Quindi rivendica quanto in materia i consiglieri della regione Sardegna fossero stati dei “precursori”.
“Avevamo già messo tutto nero su bianco un anno prima, nel novembre 2011, quando appunto abolimmo il vitalizio“.
Peccato che la misura non riguardasse il presente.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 30th, 2014 Riccardo Fucile
RENZI AVEVA ANNUNCIATO LA CANCELLAZIONE DELLE TARIFFE AGEVOLATE PER I POLITICI…. MA NEL DECRETO ECCO LA SORPRESA: IL TAGLIO ARRIVA DOPO LE EUROPEE
“Aboliamo le tariffe postali agevolate per i candidati. Lo facciamo per loro. Amici candidati non vi
conviene: andate a intasare le cassette della posta dei cittadini che si arrabbiano e non vi votano”. Così Matteo Renzi nella conferenza stampa del 18 aprile. Quella — per intendersi — del Cdm dedicato a dare i famosi 80 euro in più al mese agli italiani.
Un appello accorato, persuasivo: “Trovate altri modi per comunicare, andate tra la gente”, diceva un Renzi ispiratissimo.
D’altra parte per lui, social network, bagni di folla e tv sono all’ordine del giorno da tempi ormai immemorabili.
E insomma, “Chi ve lo fa fare di buttare i soldi? Non è più come prima, aprire la cassetta postale” e trovare i volantini elettorali “è controproducente”.
Tutto chiaro . Ma c’è un però.
Basta andare in un qualsiasi comitato elettorale per le prossime europee, per trovare candidati e volontari intenti a chiudere buste e incollare francobolli.
Ma come, le agevolazioni postali non erano sparite, cancellate con un colpo di spugna dal governo?
Nel decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 24 aprile, “Misure urgenti per la competitività e la giustizia sociale (Per un’Italia coraggiosa e semplice)” all’articolo 18 si scopre l’arcano.
Sotto la voce “abolizione di agevolazioni postali” si legge: “A decorrere dal 1° giugno 2014, le tariffe postali agevolate (…) sono soppresse”.
Occhio alla data: il primo giugno, ovvero una settimana dopo le europee.
Per questa campagna elettorale, insomma, non se ne fa niente. Con un sospiro di sollievo da parte dei partiti, che possono continuare a godere di qualche beneficio economico.
E si vedono rimandata la misura anti — casta tanto sbandierata, quanto poco gradita.
Che c’erano state molte resistenze lo aveva fatto capire lo stesso premier in conferenza stampa: “Non tutti erano d’accordo. Si sono fidati di me e Padoan”.
E in effetti, durante il Cdm molti ministri avevano preso la parola per contrastare questa misura, in nome delle loro formazioni di provenienza. Sembrava non dovessero spuntarla.
Nella bozza del decreto a Cdm ancora in corso la formulazione era diversa: “A decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto, le tariffe postali agevolate (…) sono soppresse”. Insomma, uno stop immediato.
Ma evidentemente nella fase di scrittura finale del testo, qualcosa è cambiato.
Il premier, evidentemente , è stato costretto a cedere alle pressioni dei partiti.
Che sia stato un cambio dell’ultimo secondo utile lo dice anche il fatto che a Palazzo Chigi ieri in molti non si erano neanche accorti del fatto che la data era stata posticipata. P
oi da fonti ufficiali arriva la spiegazione: “Ci siamo resi conto che non era possibile far entrare la norma in vigore subito. È una questione di par condicio, rispetto ai candidati: alcuni hanno già speso, altri non l’hanno ancora fatto. Non potevamo cambiare le regole in gioco a metà della campagna elettorale”.
Tesi assai originale.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 11th, 2014 Riccardo Fucile
SONO QUATTROCENTO, TRA POLIZIOTTI E CARABINIERI, LE FORZE DELL’ORDINE IN SERVIZIO A MONTECITORIO PER “PROTEGGERE” LA CAMERA… E I DEPUTATI PRENDONO “L’INDENNITà€ DI PALAZZO”
Chissà se un numero così elevato si giustifica con la paura di una rivolta popolare. 400 a 630, un rapporto di uno a più di uno e mezzo.
Dopo la Presidenza della Repubblica, la Camera dei deputati sembra un fortino di guerra.
Protetto, anzi blindato da un piccolo esercito. I poliziotti in servizio presso l’Ispettorato interno a Montecitorio sono 198; almeno altrettanti i carabinieri dell’omologo Comando.
Circa 400 uomini e donne in divisa a tutela di 630 onorevoli deputati.
Per comprendere meglio questo dato, bisogna equipararlo a quello di una periferia romana, dove troviamo — in media — un poliziotto ogni 2.100 abitanti.
Ai dipendenti del Viminale è affidata la sicurezza interna a Montecitorio e a tutti gli altri palazzi della Camera, oltre alla scorta al presidente e ai suoi predecessori.
Tanto per fare un esempio, come ha tenuto a sottolineare la stessa Boldrini, è stato proprio il dirigente dell’Ispettorato a decidere, “sulla base di proprie autonome valutazioni, fondate sui fatti accaduti a Montecitorio e sulle tensioni che ne sono derivate”, di concedere la scorta a Stefano Dambruoso, il questore di Montecitorio che a gennaio, durante una protesta del Movimento 5 Stelle, ha rifilato una manata in faccia alla collega grillina Loredana Lupo.
Ecco, da quel giorno sono i poliziotti interni ad assicurare a lui, non a lei, l’incolumità fisica.
Ai militari dell’Arma spetta invece la vigilanza all’esterno.
Da non confondere, attenzione, con le divise che vediamo garantire l’ordine pubblico in occasione delle manifestazioni: quelli sono altri carabinieri o altri poliziotti, tutti dei reparti mobili.
Stipendio base 1.300 euro per prendersi insulti e pure qualche sputo.
Ieri il Fatto Quotidiano ha raccontato come il Quirinale sia un posto di lavoro molto ambito anche dal punto di vistaeconomico.
In misura leggermente minore, questo vale anche per la Camera.
Secondo i dati raccolti dal sindacato di polizia Sed, a fare la differenza, ancora una volta, sono le indennità (chiamate proprio “indennità di palazzo”) che — come nel caso del Colle — vengono erogate direttamente dall’istituzione.
Si va dai 200 euro mensili per gli agenti (rispetto ai 400 della Presidenza della Repubblica) ai 1.300 di un dirigente generale .
C’è poi una voce in più sulla busta paga: una sorta di indennità notturna, pari a circa 5 euro l’ora.
Una cifra che, se di per sè non dice niente, va confrontata con i pochi centesimi di euro che guadagnano in più sullo stipendio i poliziotti delle Volanti.
La differenza è che mentre i primi si trovano a dover badare alla sicurezza (interna) di un palazzo che per definizione ormai viene associato alla Casta, i secondi devono fronteggiare microcriminalità e degrado, rischiando la pelle nelle nostre periferie.
È più che comprensibile, dunque, che siano in molti a voler essere impiegati all’Ispettorato.
Naturalmente la domanda passa dal Dipartimento di pubblica sicurezza o dal Comando generale dell’Arma e non è certo automatico che venga accettata.
Non vengono richiesti requisiti particolari e dopo cinque anni — vale per i militari — si è sottoposti a un nuovo trasferimento.
Quanto costa agli italiani la sicurezza di Montecitorio?
Non raggiungiamo l’esorbitante cifra di 40 milioni di euro come per il Quirinale, ma le divise pesano sui bilanci dello Stato per almeno 15 milioni di euro l’anno.
Ancora una volta: se il governo ha deciso di tagliare gli sprechi, forse più che partire dalla Polizia stradale potrebbe partire dai palazzi del potere.
Silvia D’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 31st, 2014 Riccardo Fucile
IN CIBO DUE TERZI DEI SOLDI SUI QUALI INDAGA LA PROCURA: “SPESE ANOMALE, ECCESSIVE E INOPPORTUNE”
In tre anni si sono mangiati qualcosa come 2 milioni e 140 mila euro. Nel vero senso della
parola.
Dei quasi tre milioni ottenuti come rimborsi tra il 2008 e il 2011, i 64 consiglieri regionali della Lombardia ne hanno speso il 70 per cento con pochi intimi in ristoranti stellati, annaffiando i pasti con ottimi vini, in banchetti con centinaia di persone, in fugaci puntate solitarie al bar, ma anche tra gli scaffali del supermercato.
Per il folto gruppo di consiglieri delle due legislature precedenti a quella attuale, all’inizio di marzo i pm della procura di Milano Alfredo Robledo, Paolo Filippini e Antonio D’Alessio hanno chiuso le indagini, accusandoli di peculato.
Rischiano il rinvio a giudizio 31 consiglieri del Pdl, 23 della Lega, 5 del Pd, due dell’Udc e uno ciascuno di Sel, Idv e Partito dei pensionati.
L’elenco dei rimborsi fatti passare come legati al mandato politico è sterminato, ma andando a spulciare tra le voci non mancano le curiosità , alcune ormai diventate un must.
C’è chi, come Guido Galperti (Pd) ha messo l’aspirina da 12,10 euro oppure chi ha speso 35 euro nell’ «Angolo della serratura», come Alessandro Marelli (Lega).
Parecchi, ha accertato la Guardia di Finanza di Milano, hanno ritenuto fosse corretto addebitare alla Regione, quindi a chi paga le tasse, costosi iPad, iPhone, televisori a cristalli liquidi e stampanti.
Ma tutti, nessuno escluso, hanno concordato nel chiedere il rimborso di ciò che hanno mangiato, da soli o in compagnia.
L’elenco delle ricevute fiscali è sterminato.
Lo scontrino dell’acquisto a 2 euro e 70 di un vasetto di Nutella ad agosto 2011 è finito nella nota spesa di Carlo Spreafico (Pd), così come la ricevuta di pagamento di 2.190,29 euro che il 19 dicembre 2008 in pieno clima natalizio ha saldato Gianmarco Quadrini, capogruppo dell’Udc, per «caviale e pesce vario» comprato alla «Agroittica».
Giuseppe Angelo Giammario (Pdl) si è fatto rimborsare 120 bottiglie di vino «Refosco» da 1.094 euro mentre il collega di partito Gianluca Rinaldin ha speso 265,5 euro per pasteggiare con due commensali sorseggiando Brunello di Montalcino.
Ci sono poi la misera «coppetta piccola» da 2 e 50 che a metà novembre 2010 Giangiacomo Longoni (Lega) ha messo in lista e i due banchetti per circa 250 persone pagati 5.000 euro in totale dal Pd il 18 e 19 settembre 2008 di cui è chiamato a giustificare l’allora capogruppo Carlo Porcari.
Ciò di cui rispondono i consiglieri regionali non vale, però, per la Giunta perchè i due organismi obbediscono a norme diverse, più elastiche per i secondi che possono chiedere il rimborso di pranzi e cene di rappresentanza.
Spese corrette «dal punto di vista formale», scrivono i pm chiedendo l’archiviazione per 20 assessori, senza, però, mancare di sottolineare come alcune sono «connotate da circostanze singolari, anomale o inopportune», come quelle fatte fuori dalla Lombardia
Per esempio, talvolta le ricevute dei ristoranti riportano sospette correzioni «a penna» sul numero delle persone che hanno mangiato, «alcune spese presentano costi eccessivi o sproporzionati», come quelle per i doni fatti in occasione delle festività natalizie.
Nonostante non possano essere considerate reato, alcune di queste uscite «anomale» (oltre 64 mila euro) compaiono lo stesso nella richiesta di archiviazione.
L’assessore alla sanità Luciano Bresciani, ad esempio, ha messo tre ricevute dello stesso ristorante «Grand Resort Bad Ragaz», che da una consultazione su Internet risulta in Svizzera.
Nel giugno 2012, ha pagato 275,84 e 91,89 euro per una cena con «due rappresentanti istituzionali» del Tirolo e Sud Tirolo e della provincia di Bolzano a margine della conferenza «Arge alp» e poi altri 179,75 per un aperitivo con 14 «rappresentanti istituzionali» in cui si è discusso di «macroarea europea».
Nessun reato neanche per l’ex assessore ai servizi Massimo Buscemi (indagato però come consigliere) in relazione a 18 menù fissi costati 1.080 euro offerti ai sindaci lombardi ad aprile 2009.
Prima, il 5 settembre 2008 l’allora assessore alla protezione civile Stefano Maullu non si è risparmiato: pranzo con due ospiti istituzionali a 114 euro e cena da 136 euro con altri due nel medesimo ristorante di pesce «a’Riccione».
Un lungo elenco di pasti (quasi 17mila euro) riguarda l’ufficio di presidenza allora guidato da Roberto Formigoni, ad esempio per 22 pranzi o cene nell’ hotel a 5 stelle «Le Meridien Gallia» a due passi dal Pirellone.
Ma anche in ristoranti famosi, come quello dell’11 marzo 2009 allo stellato Cracco in occasione di un incontro tra il Presidente e la «Consulta architetti del Bie». Accompagnato da «degustazione di vini», è costato all’erario 2.520 euro .
Giuseppe Guastella
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 28th, 2014 Riccardo Fucile
GRANDE SUCCESSO NELLA VENDITA ALL’ASTA DELLE PRIME AUTO BLU DA PARTE DEL GOVERNO
Grande successo per l’iniziativa del governo Renzi di mettere all’incanto su eBay un primo stock di 151 auto blu.
I fortunati vincitori dell’asta già sfrecciano al volante delle loro fiammanti ammiraglie e si dicono soddisfatti per l’acquisto appena fatto.
I prezzi modici (base d’asta 5 mila euro) compensano ampiamente alcuni piccoli inconvenienti: le auto pesano pressappoco quanto un carrarmato Lince, bevono più carburante di un Concorde, attirano l’attenzione dei passanti che, credendole ancora popolate di politici, lanciano ortaggi e sputano a vista. Ma non solo.
La Bmw 525 appartenuta prima a Cesare Previti e poi a Lorenzo Cesa presentava una fastidiosa gobba sul sedile di guida.
Da un controllo effettuato in carrozzeria, si è poi appurato trattarsi di una mazzetta nascosta sotto il rivestimento in similpelle e ivi dimenticata da almeno 15 anni (le 700 banconote erano in lire).
L’Alfa 166 in dotazione per alcune settimane all’ex sottosegretario Gianfranco Miccichè aveva i portacenere pieni di polvere. L’ingenuo acquirente, credendola cenere di sigaretta, l’ha fatta ripulire all’autolavaggio. Solo diverse ore dopo, quando i due cani lupo che l’accompagnavano nel bagagliaio sono stati ricoverati per overdose, ha scoperto con rammarico l’occasione perduta.
La Lancia Thesis che fu di Vittorio Sgarbi presenta un disguido all’impianto stereo: sintonizzandosi su un canale di musica da camera, la nuova proprietaria e la figlioletta reduce dall’asilo sono state investite da un concerto polifonico di “vaffanculo, testa di cazzo, faccia di merda, troia, rottinculo, capra”.
Stesso problema all’autoradio per la LanciaThema di Napolitano: il neoproprietario, un noto playboy, tenta di metter su un po’ di discomusic da acchiappo, ma è regolarmente sommerso da moniti sull’Unità d’Italia e le riforme istituzionali che addormentano le sue prede o le mettono in fuga.
La Maserati V8 usata da Bruno Vespa ha richiesto la sostituzione dell’acqua del tergicristalli: azionando lo spruzzo sul parabrezza impolverato, ne usciva un liquido viscido, tipo bava di lumaca.
La Lancia K della neosottosegretaria Francesca Barracciu è in perfetto stato di conservazione, salvo un guasto al conta-chilometri che aggiunge sempre due zeri in fondo alla cifra reale.
L’Audi 8 di Berlusconi, superaccessoriata con tutti i comfort, presenta però due bizzarrie: i sedili posteriori e anteriore destro sono fissi in posizione reclinata e non c’è verso di raddrizzarli, e il cambio presenta una strana conformazione fallica. Il cardinale che se l’è aggiudicata ha deciso però di lasciare tutto com’era.
La Jaguar Luxury già in uso a Cosimo Mele era fra le più richieste: se l’è accaparrata un monastero di clausura. Imbarazzo fra le monache quando, rimuovendo i tappetini per lavarli e stenderli in giardino, sono affiorati alcuni preservativi usati.
La Volvo S80 di Marcello Dell’Utri presentava gravi disfunzioni ai pedali di frizione, freno e acceleratore. Si è poi scoperto che erano bloccati dalla presenza di una lupara incastrata lì sotto.
La Fiat Croma di Nichi Vendola ha richiesto robusti interventi al tubo di scappamento: ne uscivano fumi pestilenziali riscontrati soltanto nel circondario dell’Ilva di Taranto.
La Volkswagen Phaeton di Roberto Formigoni, a parte i rivestimenti interni leopardati su sfondo bicolore celeste e fucsia, ha suscitato vivaci dibattiti anche per la cromatura della carrozzeria: è l’unica auto blu inspiegabilmente di color marrone.
Nessun acquirente, al momento, per le vetture di papa Francesco (una Ford Focus del 1998, disertata anche dai ladri d’auto), di Claudio Scajola (una Subaru Colosseum che si mette in moto e parte da sola, all’insaputa del proprietario), di Massimo D’Alema e Matteo Renzi (il pilota automatico è programmato su tre sole destinazioni obbligate: Palazzo Grazioli, Villa Certosa e Arcore).
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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