Aprile 10th, 2018 Riccardo Fucile
NON RINUNCIANO MAI A UNA POLTRONA, SOLITO INCIUCIO DELLA CASTA… PERFETTO ASSIST PER IL PD: “ACCORDO SPARTITORIO DA CUI NOI RESTIAMO FUORI”
Ennesimo accordo tra centrodestra e Movimento 5 stelle.
Giancarlo Giorgetti, capogruppo della Lega a Montecitorio, è destinato alla presidenza della commissione Speciale della Camera. Lo riporta l’agenzia di stampa Dire che cita fonti parlamentari del centrodestra
L’intesa, spiega un deputato, rientra nel discorso generale che si era fatto anche sulle presidenze delle camere e sul sostegno che Forza Italia, Lega e Fdi avevano garantito a Vito Crimi a Palazzo Madama, sempre per la commissione Speciale.
Al Pd, che reclamava la presidenza per Francesco Boccia, per consolidare una prassi delle ultime legislature in quanto numero uno uscente della commissione Bilancio, potrebbe andare una vice presidenza.
La commissione Speciale si riunirà alla camera giovedì alle 11, mentre quella al Senato è già operativa.
“Per la presidenza della Commissione speciale è chiaro che c’è un accordo spartitorio a cui noi non partecipiamo”. Protesta il capogruppo del Pd alla Camera, Graziano Delrio.
“Noi nel 2013 – ricorda – lasciammo all’opposizione la presidenza della Commissione, adesso questo criterio non viene rispettato. Siamo allo stesso metodo che ha contraddistinto l’elezione dell’Ufficio di presidenza”.
La commissione, ha annunciato Roberto Fico, è di “40 componenti. Al M5S spettano 15 membri, alla Lega 8, al Pd 7, a Forza Italia 7, a Fratelli d’Italia 2, al Misto 1, così come a LeU 1. Le designazioni dovranno pervenire entro le 16 di domani e la commissione è convocata per le ore 11 di giovedì”.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 5th, 2018 Riccardo Fucile
IL CENTRODESTRA PREVALE DALLA SANITA’ ALL’ EDITORIA … DOMINANO FORZA ITALIA, LEGA, FDI E M5S
Non c’è solo il caso del capogruppo del Pd al Senato Andrea Marcucci che, come raccontato dal Fatto, si divide tra lo scranno parlamentare e il cda del gruppo di famiglia (la multinazionale farmaceutica Kedrion, con 600 milioni di fatturato, partecipata dal 2012 dalla Cassa depositi e prestiti).
Se il disegno di legge “in materia di incompatibilità parlamentare”, presentato nel 2013 dai suoi stessi compagni di partito (primo firmatario Massimo Mucchetti), avesse visto la luce, oggi il renzianissimo presidente dei senatori democratici non avrebbe potuto sedere contemporaneamente a Palazzo Madama e nel consiglio d’amministrazione dell’azienda specializzata in emoderivati “in rapporti con amministrazioni pubbliche”.
Certo, un caso particolare rispetto al lungo e articolato elenco degli incarichi aziendali e delle partecipazioni societarie detenute dai neoeletti di Camera e Senato, passato in rassegna in uno degli ultimi dossier sfornati dall’associazione Openpolis.
Un elenco nel quale il centrodestra la fa da padrona.
Non a caso, il record di incarichi (ben 21) spetta al neodeputato di Forza Italia, Guido Della Frera. “Imprenditore del settore sanitario, turistico, alberghiero e ristorativo”, si legge nel report, “è anche socio di 8 diverse aziende”.
Ma non è tutto. “Sempre con Forza Italia in Toscana è stato eletto Maurizio Carrara, imprenditore nato a Firenze con ben 14 diversi incarichi aziendali”. A lui spetta il primato di partecipazioni aziendali, in qualità di socio di 11 imprese.
Non scherzano neppure Daniela Santanchè di Fratelli d’Italia, con 16 incarichi aziendali, e il berluscones Emilio Floris, socio di 10 diverse imprese.
“Il 35% degli incarichi aziendali e il 33,53% delle partecipazioni” societarie rappresentati nel nuovo Parlamento, scrive Openpolis, “sono riconducibili a parlamentari di Forza Italia”.
Alle cui file appartengono anche Giuseppe Massimo Ferro (14 incarichi e una partecipazione), Salvatore Sciascia (12 incarichi), e Cristina Rossello (10 incarichi).
Alle spalle del partito di Silvio Berlusconi, sul secondo gradino del podio, si piazza invece la Lega.
Tra i neo deputati e senatori del Carroccio spiccano i nomi dell’ex sindaco di Padova Massimo Bitonci, con 11 incarichi e 3 proprietà aziendali, e Giulio Centemero, anche lui con 11 incarichi aziendali, compreso quello di amministratore delegato di Radio Padania.
Medaglia di bronzo per il Movimento 5 stelle con il 19,50% degli incarichi aziendali e il 20,23% delle partecipazioni rappresentati nel nuovo Parlamento: da “Michele Gubitosa, eletto ad Avellino e socio di 4 aziende e con 8 diversi incarichi” a “Mario Turco, senatore pugliese, con 8 incarichi aziendali”, fino a “Salvatore Caiata (eletto con i 5 Stelle ma iscritto al Gruppo Misto della Camera, ndr), presidente del Potenza calcio con 6 proprietà e 6 incarichi aziendali”.
E il Partito democratico? “Volendo stilare una classifica dei parlamentari con più interessi economici, sono pochi gli eletti del Pd che figurerebbero in cima — rileva Openpolis — tra i primi 15 con più partecipazioni, solamente Gianfranco Librandi, deputato lombardo al secondo mandato, socio di 4 aziende”.
Quanto agli incarichi aziendali, oltre a Marcucci, spiccano i nomi di Claudio Mancini e Andrea Colaninno, tutti a quota 7.
Ma c’è anche un’ultima curiosità . Tra i neoparlamentari ci sono anche tre consiglieri della Arnoldo Mondadori Editore Spa: Cristina Rossello, Alfredo Messina e Pasquale Pio Graziano Cannatelli.
“Quest’ultimo è anche vice presidente Fininvest, azienda che schiera in Parlamento anche il consigliere Salvatore Sciascia”, rileva il dossier.
Altra azienda ben rappresentata nel nuovo Parlamento è la Dedalo comunicazione Srl, che “è riuscita a far eleggere due dei suoi tre soci, tutti di Fratelli d’Italia”. Si tratta di “Augusta Montaruli e Giovanni Donzelli”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 2nd, 2018 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DI ANGELA RAFFA (M5S)… NON SI SCEGLIE MAI LA SOLUZIONE PIU’ ECONOMICA
Premette che “forse non tutti sanno che i parlamentari possono prendere biglietti aerei nazionali
gratuitamente, semplicemente mostrando il tesserino. Poi la biglietteria presenta il conto agli uffici parlamentari, cioè ai cittadini”.
Così la neo deputata M5S Angela Raffa racconta sulla sua pagina Facebook un episodio successo venerdì scorso, quando, a termine seduta, “vado alla agenzia di Montecitorio per ritornare a casa”: “Mi propongono un volo Alitalia in orario molto comodo. Chiedo quanto costa, un po’ sorpresi dalla domanda, mi dicono 680 euro. Chiedo se non c’è qualche altro volo più economico. Me ne trovano uno Alitalia alle 8 del mattino a 360 euro. Io comunque non avrei nè pagato, nè anticipato nulla. Chiedo se possono guardare anche i prezzi delle compagnie low cost. Ne trovano uno, un po’ scomodo perchè la mattina presto alle 7, costo 161 euro. In foto trovate la mia ovvia scelta”, spiega la deputata M5s postando l’immagine del biglietto di una low cost.
“Neanche finisco di prenotare, entra un collega deputato, chiede un biglietto aereo, il piu’ comodo e lo prende, costo quasi mille euro. La signorina dell’agenzia mi informa che la maggior parte dei deputati non chiede neanche quanto costa il biglietto, solo l’orario e lo ritira… mai saprà nemmeno quanto i cittadini pagheranno per quel suo volo aereo. Ecco — conclude — forse su questo si può lavorare, quantomeno sulla trasparenza”.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 27th, 2018 Riccardo Fucile
LA BOLDRINI SI ERA GIA’ TAGLIATA NON SOLO 3.800 EURO DI RIMBORSI SPESA E INDENNITA’ DI FUNZIONE, MA AVEVA RINUNCIATO ALL’APPARTAMENTO IN DOTAZIONE, AL RIMBORSO DELLE SPESE DI VIAGGIO E TELEFONICHE E AL RIMBORSO PER LE SPESE ESERCIZIO DEL MANDATO… FICO TAGLIA SOLO UNA VOCE PER 4.688 EURO E SI TIENE IL RESTO
Dopo aver combattuto per cinque anni la casta a colpi di scontrini Roberto Fico ha iniziato ad abbattere i privilegi del suo nuovo ruolo di terza carica dello Stato.
Lo ha fatto ieri, scegliendo di fare una cosa inconsueta per lui abituato al taxi, quando ha deciso di recarsi a Montecitorio in autobus come un normale cittadino.
Ieri sera al TG1 Fico ha fatto un altro annuncio: l’epoca dei privilegi è finita, è giunto il momento di ridurre i costi della politica.
Quando Pietro Grasso e Laura Boldrini si erano tagliati i privilegi
Il Presidente della Camera ha fatto sapere di avere l’intenzione di rinunciare all’indennità di funzione da presidente della Camera. Da alcuni pasdaran pentastellati la notizia è stata accolta come se Fico avesse annunciato di dimezzarsi lo stipendio: non è così.
E a dirla tutta non è nemmeno una novità perchè già Laura Boldrini aveva dato una vigorosa sforbiciata ai costi della politica e al suo stipendio.
Nel marzo del 2013 la Boldrini aveva comunicato in una nota la sua intenzione a rinunciare «all’uso dell’alloggio di servizio e al rimborso delle spese accessorie di viaggio e telefoniche.
Inoltre chiedo che l’indennità di funzione connessa alla carica di Presidente della Camera dei Deputati e il mio rimborso delle spese per l’esercizio del mandato parlamentare siano ridotti della metà . Quanto specificamente a quest’ultima voce, preciso che rinunzio alla parte dovuta ai rimborsi forfettari».
Un articolo del Sole 24 del 21 marzo 2013 spiegava che lo staff della Camera aveva sottolineato che l’indennità e diaria della presidente della Camera non si possono intaccare.
Si tratta, rispettivamente, di 5mila e 3.500 euro circa al mese. La Presidente aveva invece deciso di dimezzare sia il rimborso spese per l’esercizio del mandato sia l’indennità di funzione passando nel primo caso da quasi 3.700 euro a oltre 1.800 euro e nel secondo da 3.800 a 1.900 euro.
Nel complesso il taglio operato da Laura Boldrini aveva comportato una riduzione del 30% dello “stipendio” (che come detto è comporto da più voci).
Il Presidente del Senato Pietro Grasso fece ancora di più annunciando il dimezzamento della scorta e la riduzione del cinquanta per cento della sua retribuzione netta mensile che passava così da 18.600 a 9.000 euro al mese.
Inoltre Grasso aveva stabilito di dimezzare anche il costo complessivo lordo del Gabinetto del Presidente e del fondo consulenza.
L’ultima dichiarazione dei redditi della Presidente della Camera uscente ammontava a 137.337 euro, poco meno di 40mila euro in più rispetto a quanto dichiarato dai francescani parlamentari del M5S che mediamente dichiarano 98mila euro.
Roberto Fico si dimezza lo stipendio? Non proprio
Il percorso virtuoso di riduzione dei costi della politica era già iniziato ben prima dell’avvento di quella che i pentastellati chiamano la Terza Repubblica.
Sia la Boldrini che Grasso avevano già rinunciato ad una fetta della loro retribuzione in nome di una progressiva razionalizzazione delle spese e taglio degli sprechi. Roberto Fico ha dichiarato di voler fare ancora di più e meglio di aver deciso “di rinunciare totalmente alla mia indennità di funzione da presidente della Camera”.
Questo però non significa che Fico si è “dimezzato lo stipendio” visto che a concorrere alla retribuzione mensile di un parlamentare non c’è solo l’indennità di carica (alla quale per altro i 5 Stelle hanno sempre rinunciato) ma anche le numerose voci elencate sul sito della Camera (e parallelamente su quello del Senato).
È da vedere se Fico rinuncerà , come ha fatto la sua predecessora, anche all’alloggio di servizio e al rimborso delle spese accessorie di viaggio e telefoniche e chiederà il dimezzamento del rimborso delle spese per l’esercizio del mandato.
Su quest’ultimo punto ad esempio i 5 Stelle hanno regolarmente usufruito dei rimborsi forfetari.
Ancora più complessa la questione della scorta. Molti supporter pentastellati danno ormai per certo che il Presidente della Camera della GGente abbia rinunciato ad auto blu e scorta.
In realtà la legge 133/2002 stabilisce che è il Ministero dell’Interno ad assegnare i servizi di scorta e che non è facoltà del Presidente potervici rinunciare. Insomma la scorta è un obbligo, ed è giusto e doveroso che la terza carica dello Stato non possa affidare la sua sicurezza unicamente nelle mani degli onesti cittadini che sognano la Terza Repubblica
La lettera con cui Roberto Fico chiede il taglio dell’indennità
In tarda mattinata il Presidente della Camera ha scritto sulla sua pagina Facebook che ha deciso “di rinunciare totalmente e con effetto immediato all’indennità di carica che mi spetterebbe come presidente della Camera dei deputati”.
Roberto Fico rinuncerà quindi allo stipendio aggiuntivo di 4.668,45 euro al mese a cui avrebbe avuto diritto in virtù del suo incarico. Ciò comporta, spiega il Presidente della Camera, “un risparmio di circa 280.000 euro di risorse pubbliche per l’intera legislatura”.
A dimostrazione del suo impegno Fico ha pubblicato la lettera con cui comunica agli uffici la sua intenzione a rinunciare all’indennità d’ufficio. A differenza della lettera inviata da Laura Boldrini non c’è alcun riferimento alla rinuncia all’uso dell’alloggio di servizio e al rimborso delle spese accessorie di viaggio e telefoniche nè al taglio del rimborso delle spese per l’esercizio del mandato parlamentare.
Quindi Fico non rinuncia a quei privilegi.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 26th, 2018 Riccardo Fucile
I RENDICONTI DI FICO SBUGIARDANO LA MESSA IN SCENA USO GONZI… E HA LA SCORTA COME TUTTI I PRESIDENTI DELLA CAMERA, E’ OBBLIGATORIA
Il nuovo Presidente della Camera, Roberto Fico non perde “le buone abitudini”.
Come spiegava questa mattina l’Huffington Post oggi infatti Fico è arrivato a Montecitorio in autobus.
Il Presidente-cittadino (perchè gli altri non lo erano) «non sembra voler derogare al “low profile” che vuole imprimere al suo mandato». Direzione Camera dei Deputati ha scritto su Instagram il primo deputato del MoVimento 5 Stelle ad essere eletto Presidente della Camera. A corredo della didascalia una foto di un Fico sorridente che scende da un mezzo ATAC
Le buone abitudini di Fico? Prendere il taxi
Le cronache raccontano che oggi Fico è arrivato in treno da Napoli dove era sceso da Roma (classe Standard fanno sapere) per festeggiare con parenti e amici l’elezione Dalla stazione Termini ha poi preso l’autobus (l’85) e si è accomodato nella parte posteriore, come tutti i
cittadini.
Finalmente un Presidente cittadino tra i cittadini insomma. Uno di quelli che rinuncia all’auto blu e a tutti i privilegi della sua carica per vivere come tutti gli altri.
La svolta pauperista della terza carica dello Stato ovviamente piace.
Nessuno però ricorda di quando Fico ci spiegava di essersi dimezzato lo stipendio (falso) e voleva dimostrare che i 5 Stelle non si erano arricchiti con la politica (nel suo caso passando da 0 a 98mila euro all’anno).
Al Fatto Fico ha detto che tutto deve rimanere normale, semplice e umile: treno e tassì.
In realtà per il suo primo giorni di lavoro da Presidente della Camera Fico ha scelto l’autobus, ma la sua non è “una vecchia abitudine”.
Per scoprirlo basta dare un’occhiata ai rendiconti di Fico pubblicati sul sito Tirendiconto del M5S.
Da questi si evince che Fico molto raramente utilizza l’autobus o la metropolitana. Preferisce invece spostarsi in taxi avendo rendicontato zero euro per le spese dei biglietti dell’ATAC tra i 150 e i 205 euro al mese per le corse in taxi.
Fico poi spende poco meno di duemila euro al mese per l’affitto, il che ci fa pensare che sia solito prendere il taxi il lunedì quando rientra da Napoli, per andare a Montecitorio.
Probabilmente poi abita in una zona abbastanza centrale e non ha bisogno di utilizzare i mezzi pubblici durante la settimana.
Il fatto che però utilizzi spesso e volentieri il taxi ci fa pensare che la buona abitudine sia il taxi, non l’autobus.
Se guardiamo poi anche i rendiconti di altri deputati o senatori a 5 Stelle (ad esempio la romana Paola Taverna o Danilo Toninelli) scopriremo che in pochi sono soliti utilizzare l’autobus o la metropolitana
No, Roberto Fico non ha rinunciato alla scorta
E dagli importi rendicontati si evince che non ne facciano un uso regolare e abituale. Perfino un uomo della ggente come Alessandro Di Battista non rendiconta spesso le corse dell’ATAC.
E il motivo della disaffezione degli eletti a 5 Stelle per autobus e metropolitane (a parte qualche sporadica photo opportunity) lo si può trovare in questa interrogazione al Senato del 2016 dove tutto l’arco parlamentare si lamentava dello stato del trasporto pubblico locale a Roma.
Siamo quindi alle solite. Alla foto di Di Battista che addenta una focaccia sugli scalini del Palazzo e poi rendiconta 1.500 euro al mese di spese tra alimentari, pranzi, cene e colazioni al bar.
Il nuovo potere vuole sempre mostrarsi vicino ai cittadini, gente tra la gente. Era già successo a Renzi quando disse che la sua scorta “sarebbe stata la gente” e poi per tre anni abbiamo visto i pentastellati rinfacciare a Renzi il ricorso alla scorta.
Già oggi circolano foto di Fico tra la “folla” (per lo più giornalisti e addetti alla sicurezza in borghese) che vengono usate per dimostrare che il Presidente della Camera avrebbe rinunciato alla scorta.
Ovviamente non è così, perchè la legge 2/2002 stabilisce che è il Ministero dell’Interno ad assegnare i servizi di scorta e che non è facoltà del Presidente potervici rinunciare.
Insomma la scorta è un obbligo (e ci mancherebbe altro) e chiunque guardi i video di Fico sulla linea 85 si renderà conto che il Presidente è costantemente seguito nei suoi spostamenti dalla scorta.
Come è giusto che sia e non c’è nulla di scandaloso in questo.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 16th, 2018 Riccardo Fucile
TRA I PAPERONI MONTI DICHIARA 420.000. TREMONTI OLTRE DUE MILIONI
Non è la classifica di Forbes, ma l’elenco dei redditi dei politici italiani susciita inevitabilmente curiosità e confronti.
I dati sulle dichiarazioni relative ai guadagni del 2017 sono consultabili nei siti di Camera e Senato e da lunedì prossimo lo saranno anche in forma cartacea.
Beppe Grillo guarda tutti dall’alto in basso, anche se nel suo caso si tratta del fondatore del movimento Cinquestelle e capo politico ma tecnicamente fuori da Camera e Senato.
Grillo ha presentato redditi sei volte superiori allanno precedente con oltre 400mila euro, quasi 350mila più del 2016.
Sempre in ambito M5s, per quanto riguarda Luigi Di Maio, il reddito resta identico per il terzo anno consecutivo: la cifra dichiarata nel 2017 da Di Maio è identica a quella dichiarata nel 2016 e nel 2015, pari a 98.471,04.
Sempre spulciando i redditi dei leader, Matteo Renzi, segretario dimissionario del Pd, dichiara nel 2017 un reddito imponibile di 107.100mila euro.
La leader di FdI, Giorgia Meloni, accresce leggermente il suo reddito rispetto all’anno precedente, dichiarando 98.421mila euro.
Il presidente del Senato e leader di LeU, Pietro Grasso ha avuto nel 2017 un reddito imponibile di 321.195 euro, in calo rispetto ai 340.563 euro del 2016.
Inferiore il reddito della presidente della Camera, Laura Boldrini, anch’essa esponente di Leu, che ha dichiarato 137.337 euro, anche lei in calo rispetto ai 144.883 euro dell’anno precedente.
In tema di ministri, la classifica viene vinta da Valeria Fedeli (Istruzione) che anche nel 2017 conferma il reddito imponibile più alto.
Fedeli è seguita a ruota da Carlo Calenda e Dario Franceschini. La ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, invece, conquista l’ultima posizione, risultando la più ‘povera’ dell’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni, soffiando il gradino più basso al collega Maurizio Martina.
E’ quanto risulta dalle dichiarazioni patrimoniali del 2017, visibili sui siti di Camera e Senato e consultabili in forma cartacea a partire da lunedì.
Nei primi tre gradini del podio dei più ricchi del governo, figurano quindi al primo posto la ministra Fedeli, che nel 2017 ha dichiarato un reddito imponibile di 182.016 (era di 180.921 nel 2016); al secondo posto il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, con un imponibile pari a 166.264 (anche il suo reddito è cresciuto, nel 2016 aveva dichiarato 102.058); al terzo posto Dario Franceschini, che però risulta un pò più povero rispetto all’anno precedente: nel 2017 aveva un reddito imponibile pari a 145.044 a fronte dei 148.692 del 2016.
Ai vertici della classifica dei più ‘ricchi’ del governo c’è poi la ministra Anna Finocchiaro, con 151.672 mila euro dichiarati nel 2017; il titolare dell’Economia Pier Carlo Padoan, con 122.457 che triplica il proprio reddito rispetto al 2016 quando aveva dichiarato 49.958; il premier Paolo Gentiloni con 107.401 di reddito imponibile; il ministro del Lavoro Giuliano Poletti con 104.435; il titolare delle Infrastrutture Graziano Delrio con 102.890; il ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti con 101.006. A seguire gli altri ministri, che non sforano il tetto dei 100 mila euro di reddito imponibile: Marco Minniti (92.260); Andrea Orlando (94.709); Roberta Pinotti (96.548); la Sottosegretaria Maria Elena Boschi (95.971); Claudio De Vincenti (97.607); Marianna Madia (99.519); Luca Lotti (98.471); Angelino Alfano (98.478); Enrico Costa, ministro fino al 20 luglio 2017 (99.583); Maurizio Martina (98.441).
Ultimo riferimento economico è relativo ai senatori a vita: Mario Monti ha dichiarato nel 2017 un reddito di 421.611 euro, dimezzato rispetto ai 862.333 euro dell’anno precedente. Il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano ha dichiarato invece un reddito di 121.372, rispetto ai 130.022 dell’anno precedente.
Chi infine non teme confronti è sicuramente Giulio Tremonti che si conferma tra i parlamentari con il più alto reddito: nel 2017 ha dichiarato 2.111.533 euro, in calo rispetto ai 2.540.288 euro del 2016. Ha perso poco meno di mezzo milione di euro. Tempi duri per l’ex ministro del Tesoro
(da agenzie)
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Marzo 16th, 2018 Riccardo Fucile
ATTIVITA’ LEGISLATIVA PARALIZZATA MENTRE MICCICHE’ HA ASSUNTO 17 COLLABORATORI … LAVORI IN AULA CHE DURANO 7 MINUTI
L’ultima seduta è durata meno di un caffè e di una sigaretta: sei minuti e 19 secondi. Non troppo lunghe erano state anche le 18 precedenti.
Il risultato è che all’Assemblea regionale siciliana l’attività legislativa è praticamente paralizzata. Il tempo per nominare i nuovi consulenti, invece, si trova sempre.
E infatti sono 34 quelli scelti dall’ufficio di presidenza nei giorni scorsi. Costeranno in totale quasi un milione l’anno.
Molto meno tempo, invece, è quello che hanno a disposizione nel parlamentino regionale per scrivere nuove leggi: peccato che incidentalmente sia l’unico compito assegnato ai settanta consiglieri — pardon, deputati — siciliani.
Eppure è così che vanno le cose sull’isola. Oggi come sempre, verrebbe da dire. Basta dare uno sguardo ai numeri per rendersene conto.
Una legge al mese
A quattro mesi dall’elezione del governatore Nello Musumeci e a tre dell’insediamento nuova maggioranza di centrodestra sono appena tre le norme fondamentali approvate da palazzo dei Normanni. Tre in tre mesi. Cioè una ogni trenta giorni.
Uno pensa: come minimo saranno riforme epocali per provare a rilanciare la drammatica situazione economica e sociale in cui versa da tempo la Sicilia. E invece nossignore.
Perchè, come racconta puntualmente livesicilia.it, le leggi costate tanta fatica ai deputati non sono certo fondamentalI: tutt’altro. Provare per credere.
Una, per esempio, serve ad aggiornare la commissione Antimafia. Un’altra, invece, aggiunge la parola “terme” ad alcune città dell’isola (per dire: Montevago ora si chiama Montevago Terme). La terza è storica: modifica i confini tra i comuni di Grammichele e Mineo, in provincia di Catania. Stop.
Nel frattempo sta per scadere l’esercizio provvisorio approvato a fine anno e valido fino al 31 marzo: senza dubbio sarà necessario prorogarlo di almeno un altro mese visto che mercoledì — durante la seduta da sei minuti e spicci — non è stato possibile fare altro se non incardinare il cosiddetto ddl stralcio. Poi tutto rinviato alla settimana prossima.
Sicilia immobile. Alla seconda guerra mondiale
Colpa delle elezioni politiche, dicono da Palazzo d’Orleans, sede del governatore Musumeci, che ha “rispettosamente” rallentato l’attività legislativa nelle ultime settimane.
All’Ars, invece, si è ben pensato di approvare la procedura d’urgenza — cioè tempi dimezzati per l’approvazione di una legge — per quella che è stata ribattezza — non senza ironia — operazione Husky: cioè recuperare il patrimonio storico presente sull’isola della seconda Guerra Mondiale.
Niente da fare, invece, per un’altra proposta fondamentale: dare un terzo mandato ai sindaci dei piccoli comuni. L’idea del giovane Luigi Genovese — il figlio di Francantonio che tanto ha già fatto parlare di sè — è stata però bocciata dai colleghi deputati.
Per Miccichè 17 collaboratori
Intanto, però, l’ufficio di presidenza guidato da Gianfranco Miccichè ha trovato il modo per impiegare il tanto tempo libero: nominare nuovi collaboratori. Solo l’esponente di Forza Italia ne ha assunti 17.
Tra questi spicca Ugo Zagarella, candidato non eletto alla Camera e titolare dal 22 dicembre di uno stipendio lordo da 4.804 euro al mese, e Salvatore Lentini, ex deputato regionale di Forza Italia chiamato all’Ars come “comandato” (è un dipendente regionale) con stipendio da 3.273.
E poi Lillo Miceli, ex caporedattore del quotidiano La Sicilia, ora alla guida dell’ufficio stampa del presidente dell’Ars (composto anche da altri due portavoce) in cambio di 3.347 euro al mese.
Il deputato questore Giorgio Assenza (di Diventerà Bellissima, la lista di Musumeci) chiama con lui cinque collaboratori in cambio di seimila euro, mentre l’Udc Giovanni Bulla nomina tre persone pagate quasi settemila euro al mese.
Un milione di consulenti
Una sola nomina da parte del vicepresidente Mpa Roberto Di Mauro, mentre anche gli esponenti del Movimento 5 stelle — che alle ultime elezioni regionali è stato il primo partito dell’isola — non disdegnano i consulenti.
Tre i collaboratori chiamati dal vicepresidente dell’Ars, Giancarlo Cancelleri: costano 6.555 euro al mese e tra queste spunta la commercialista Maria Alessandra Costantino, già designata assessore da Ugo Forello, candidato sindaco dei pentastellati a Palermo.
Quattro consulenti — per 6.590 euro al mese — per il deputato questore Salvatore Siragusa, uno solo — in cambio di 1.900 euro — quello scelto dal segretario Stefano Zito. Il totale fa 75.985 ogni trenta giorni, cioè 911.820 per dodici mesi. Nello stesso periodo, se dovesse mantenere la media attuale, l’Ars potrebbe addirittura approvare ben 12 nuove leggi. Resterà da capire quanto utili alla collettività .
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 9th, 2018 Riccardo Fucile
GIACCA E CRAVATTA E TAILLEURS D’ORDINANZA: “E’ TEMPO DI GOVERNARE”… NEOELETTI DEL SUD SPAESATI, CELLULARI VIETATI: “ABBIAMO GLI OCCHI PUNTATI ADDOSSO”
Uomini in giacca e cravatta e signore in tailleur perchè il tempo della felpa è chiaramente finito: basta barricate, è tempo di governare.
A Milano, a due passi dal cenacolo vinciano dove Salvini, che festeggia il suo compleanno, ha radunato la truppa dei suoi 183 parlamentari, c’è aria di festa, sì, ma si respira la serietà di una nuova investitura: via gli slogan e un mantra da recitare, quello della “responsabilità “.
Arrivano alla spicciolata, trafelati, qualcuno è parecchio in ritardo. C’è chi ha la valigia, chi ha fatto il viaggio insieme ai colleghi della stessa regione.
Sono tanti e sorridenti come non se ne erano mai visti, arrivati a Milano da tutta Italia per farsi dettare la linea da Salvini.
Ci sono i riconfermati, le new entry spaesate che a qualsiasi domanda dei giornalisti rispondono “decide Salvini”, i riciclati di altri partiti, dagli ex An agli ex Pdl, che hanno appena traslocato sotto il tetto di Alberto da Giussano, ormai sdoganato anche nel Sud più profondo.
Ed è da qui, dalla Puglia, dalla Campania, dalla Basilicata, dalla Calabria, dalla Sicilia, che arrivano una ventina di parlamentari del nuovo Carroccio.
Pina Castiello, chioma bionda che risalta sul completo nero, eletta col proporzionale ad Aversa, è stata riconfermata alla Camera. Ex An, poi Pdl, poi Forza Italia, è con la Lega da maggio del 2016 e ora difende l’avamposto salviniano in Campania.
Perchè, scandisce, “la nostra regione ha bisogno di più sicurezza e attenzione al territorio, a partire dalla Terra dei Fuochi”.
E, almeno da oggi in poi, per farlo serve Salvini. Perchè alla domanda “Berlusconi è tramontato come leader?” scappa ridendo: “Devo prendere un aereo”, taglia corto.
Roberto Marti, ex berlusconiano salentino appena eletto senatore, è riuscito nell’impresa di portare il Carroccio in Puglia sopra il 6 per cento, uno dei numeri più alti al Sud: “In alcune zone e comuni siamo arrivati all’otto percento”. Un successo che, a detta sua, gli permette di dire: “Nel Mezzogiorno meglio noi dei grillini perchè in questi anni hanno fatto i fantasmi nelle istituzioni locali”.
Di ex che hanno fatto il colpaccio, insomma, ce ne sono molti. Qualcuno scherza: “Se uno non ha proprio vent’anni è per forza ex di qualcosa…”.
Meno disinvolti dei colleghi di lungo corso sono invece i neoeletti.
Gianluca Cantalamessa arriva, abbronzatissimo, di corsa. Da Coordinatore di Noi con Salvini a Napoli a Montecitorio. Cosa si aspetta da un eventuale governo Salvini? “Tante belle cose”, liquida chi prova a fargli una domanda.
Alberto Stefani, 25 anni, giovanissimo neoeletto nella provincia di Vicenza, ripete un “deciderà Salvini” ad ogni piè sospinto.
Una squadra di nuovi deputati toscani arriva in taxi, con l’eloquente espressione di chi ha espungnato la regione rossa.
Salvini carica i suoi nel corso dell’incontro con i neo parlamentari, durato tre ore. Nel corso dell’incontro a porte chiuse – viene riferito – il segretario della Lega avrebbe più volte esortato i neo eletti a restare se stessi e a non farsi “ammaliare dalle sirene” romane. “Abbiamo gli occhi puntato addosso”, avrebbe detto.
Bossi che sottolinea “il mio cuore batte ancora per la libertà del Nord”, è l’unica voce fuori dal coro di questa Lega nazionale, mentre Giulia Bongiorno, la neo leghista più discussa di questa tornata elettorale, cerca di sfuggire invano alle telecamere.
Assalita da decine di giornalisti entra ad una riunione, quella con il nuovo leader del centrodestra, completamente blindata. “Non possiamo portare nemmeno un parente”, sorride un neoeletto.
E nemmeno il cellulare: va lasciato all’ingresso. Due ore di riunione dalla quale trapela poco, perchè “bocche cucite” è l’indicazione.
Così come “ricordatevi di mettere la cravatta in Senato” viene puntualizzato ai novellini. Benvenuti nella nuova Lega.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 9th, 2018 Riccardo Fucile
ALMENO QUATTRO GLI ESPONENTI CHE SI AVVIANO A TENERE LA DOPPIA POLTRONA, C”E’ ANCHE MICHELA DI BIASE
Mandato part-time in vista per almeno quattro consiglieri capitolini neo-eletti in Parlamento e alla Regione Lazio. Il doppio incarico piace a destra e a sinistra, le relative poltrone anche.
Ad iniziare da Roberto Giachetti, Giorgia Meloni e Stefano Fassina — rispettivamente neo-deputati rieletti di Pd, Fratelli d’Italia e Leu.
Lo farà anche Michela Di Biase, approdata in Consiglio regionale grazie alle sue quasi 12.000 preferenze, la quale ha annunciato le sue dimissioni solo da capogruppo, ma non da membro dell’Assemblea.
L’unico dei neo eletti pronto a fare una scelta a breve è Fabrizio Ghera, leader del gruppo di Fdi in Campidoglio ed eletto alla Pisana: lui non ha ancora sciolto la riserva, ma dal partito si apprende che “entro l’estate” il consigliere meloniano lascerà l’Aula Giulio Cesare in favore della collega di partito Lavinia Mennuni con cui ha condiviso la campagna elettorale.
Insomma, un’uscita “indolore”, che però ha bisogno del “tempo di portare a termine alcune battaglie già iniziate”. Stiamo a vedere.
Nel Partito Democratico la questione si era posta già a gennaio, in sede di definizione delle candidature.
Già da luglio 2016, infatti, Giachetti ha coniugato il suo lavoro di vicepresidente della Camera con quello di consigliere comunali, in barba allo statuto Dem che, ad esempio, nel 2013 costrinse Ignazio Marino e Marta Leonori a rinunciare rispettivamente agli scranni di Palazzo Madama e Montecitorio.
Ad oggi Giachetti sembra avere tutta l’intenzione di continuare.
L’esempio verrà seguito anche da Di Biase, moglie del ministro Dario Franceschini, la quale — come confermato in un’intervista al Corriere della Sera — imiterà l’andirivieni fra Campidoglio e Pisana di Francesco Storace nel triennio 2010-2013.
“Cercasi consiglieri comunali part-time per opposizione a tempo pieno”, scrive ironicamente Giammarco Palmieri, ex minisindaco del Municipio V, mentre il suo ex collega al Municipio IV, Emiliano Sciascia, rincara affermando che “quando si milita in un partito se ne rispettano le regole e gli statuti”.
Anche Marco Simoni, consigliere economico del premier uscente Paolo Gentiloni, attacca dicendo che “il lavoro per assicurarsi che la bella vittoria di Zingaretti sia proprio l’ultima-ultima è ben cominciato”.
La direzione del Pd Roma, ancora in fase di analisi dopo la batosta nazionale, affronterà probabilmente l’argomento la prossima settimana — serve il nome del nuovo capogruppo, in pole Antongiulio Pelonzi — anche sono in tanti a pensare che debba essere lasciato spazio ai giovani Giovanni Zannola e Erica Battaglia.
Non la pensa così Luciano Nobili, neo-deputato “turborenziano”, che su Facebook, rivolgendosi a Simoni, scrive: “Pensi davvero che faremo un’opposizione più incisiva senza il candidato sindaco e senza la più votata dai romani in consiglio comunale? Io no. E soprattutto, di fronte ad una crisi così profonda della nostra comunità politica, ti sembra questo il problema da porre?”.
Quadro totalmente diverso — per quanto il risultato sia simile — in Fratelli d’Italia. Sebbene Giorgia Meloni aspiri anche a un ruolo da ministro o comunque da protagonista in un ipotetico governo di centrodestra, la presidente di Fdi ci tiene a mantenere il suo ruolo in Assemblea Capitolina.
Come mai? Il primo dei non eletti nella coalizione che la sosteneva nel 2016 risulta essere Antonio D’Apolito, candidato in Noi Con Salvini ma da qualche mese passato a Forza Italia. Della serie: non si molla niente.
E, probabilmente, è anche lo stesso sentimento che spinge Stefano Fassina, ex viceministro all’Economia nel governo Letta, molto più deciso a fondare il gruppo di Liberi e Uguali in Campidoglio che a far entrare al suo posto Sandro Medici, fra i principali leader della sinistra radicale a Roma nonchè ispiratore di Potere al Popolo.
Il problema è che il “doppio lavoro” spesso non porta parità di rendimento. Almeno in termini di presenza e “presidio”.
Numeri alla mano, nel secondo semestre del 2017 Meloni ha fatto registrare 5 presenze in Assemblea Capitolina e 5 in Commissione, mentre Giachetti e Fassina si sono impegnati un po’ di più arrivando rispettivamente a quota 28 e 32 consigli comunali e 40 e 44 commissioni.
“Ma spesso si tratta di presenze di pochi minuti a fronte di sedute che durano ore”, dice il capogruppo M5S, Paolo Ferrara.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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