Gennaio 24th, 2015 Riccardo Fucile
INUTILE DELOCALIZZARE: “NELLE FILIERE ITALIANE POCHI SOLDI E TURNI ANCHE DI 12 ORE, SPESSO IN NERO”
L’itinerario nel settore della moda italiana inizia dalla Riviera del Brenta, in provincia di Venezia, famosa per il settore calzaturiero.
Ci sono più di 550 aziende, le grandi griffe hanno evitato che il distretto collassasse durante la crisi economica, ma hanno divorato le imprese artigianali.
I proprietari delle aziende locali sono stati assunti come operai specializzati.
Per sopravvivere si deve sottostare a ritmi massacranti: “Hanno installato la manovia elettrica per andare più veloci — raccontano — e poi hanno aumentato le ore perchè bisognava consegnare. Erano lì con il camion, pronti ad andare via. Non c’era più tranquillità . Ti dicevano: ‘Si devono fare 90 paia di scarpe per domani sera’. Si lavorava anche il sabato e fino a 12 ore al giorno nel momento del boom: le suole e i tacchi che non arrivano e devi fare tutto di fretta – prosegue – Invece di finire alle cinque e mezza finisci alle otto. E dovevi fare tutto molto bene perchè andavano in sfilata”.
In Riviera c’è poca rappresentatività sindacale e i rari iscritti sono stranieri che hanno bisogno di spiegazioni burocratiche.
“Tra le varie griffe – si legge nell’ultimo rapporto elaborato dalla campagna “Abiti Puliti” – sembra che Prada sia quella in cui i rapporti sindacali sono più complicati e le condizioni di lavoro più critiche. D’altra parte, Prada è l’unica delle grandi case del lusso che applica il contratto di lavoro del cuoio sebbene la produzione sia calzaturiera”. Questo tipo di contratto è più basso come livello economico rispetto a quello tessile o calzaturiero.
L’azienda, contattata dal Fatto, non ha fornito, per ora, alcuna risposta. Ma altri nomi si ripetono spesso nello studio: Louis Vuitton, che contattata ha risposto di non “commentare questo genere di dati”.
Dior, che dopo aver richiesto l’invio di una mail con specifiche domande, non ha fornito risposta. Armani, stessa situazione. Fendi, il cui telefono ha squillato a vuoto. Ferragamo: anche in questo caso richieste di mail e poi nulla.
Il loro ruolo nelle vicende non è diretto. Spesso, però, le imprese che applicano condizioni disumane appartengono alla filiera di subappalti che ha origine proprio dalle grandi griffe.
Gli asiatici in Toscana producono per i big della moda
In Toscana, nel distretto tessile di Prato, l’80% delle imprese è a conduzione cinese.
Una “filiera nella filiera”, portata alla luce dopo l’incendio del dicembre 2013, senza permessi di soggiorno, con rapporti di lavoro irregolari, pagamenti in nero, evasione fiscale, orari di lavoro prolungati, luoghi insalubri.
Ma il dato che stupisce è che l’allarme del mondo imprenditoriale è stato lanciato solo quando le ditte cinesi sono uscite dal loro tradizionale ruolo di terziste per assumere il controllo di tutte le fasi, dalla produzione alla distribuzione.
Già nel 2003, uno studio di Antonella Ceccagno sul distretto tessile multietnico toscano sottolineava come, tra gli imprenditori cinesi subfornitori di aziende italiane, i nomi più citati fossero quello di Armani, Ferrè, Valentino, Versace e Max Mara.
Giovanna, che invece è italiana, racconta nel rapporto: “Cucivo le tomaie da casa a mano, con ago e filo. Io e mio figlio facevamo 20-30 paia al giorno. Mi pagavano al paio. In nero. Ti svegliavi alle 6 del mattino e fino alla sera tiravi tutto il giorno il filo. Perchè devi fare questo movimento, così – racconta mimando il gesto – Per tutto il giorno, per prendere poi alla fine del mese 500, 600 euro”
Dalle finestre a livello strada delle cantine dei vicoli di Napoli si vedono spesso operai impegnati a cucire nei sottoscala.
Attraversando un ponte della zona industriale è facile notare laboratori con file di macchine per cucire attive a qualsiasi ora del giorno.
Sono imprese conto terzi che producono per le aziende locali e le grandi firme nazionali. Ambienti in cui prevale il ricorso al lavoro nero, che sfocia nel sommerso e nelle produzioni cosiddette “parallele” (a servizio anche delle distribuzioni legali).
A Napoli, il lavoro si tramanda, i laboratori sono casalinghi e familiari e si lavora anche in età scolare.
Marco, che è un tagliatore, addetto ai tessuti, racconta di aver iniziato a 14 anni.
“Ero impiegato nell’azienda di mio zio, una ventina di persone. Producevamo completi da donna per i grossisti. La maggior parte dei dipendenti era irregolare”.
Inutile andare all’estero, meglio importare lo sfruttamento del lavoro in Italia
Oggi, il problema è l’attribuzione di responsabilità .
È colpa dei grandi marchi a capo della filiera o di chi subappalta?
“Non esiste, a livello internazionale, una legge che obblighi le grandi case di moda ad avere il controllo su tutta la filiera di produzione. E così per quanto riguarda lo sfruttamento del lavoro in Italia le aziende possono alzare le spalle e dire ‘non ne sapevo nulla’” spiega al Fatto Francesco Gesualdi, che ha curato il rapporto “Abiti puliti”.
“Per salari più bassi e condizioni di lavoro infime, non c’è più bisogno di delocalizzare – continua – Si fa direttamente qui”.
Partendo dal paniere Istat, emerge che il salario degli operai dell’abbigliamento italiano è inferiore a quanto necessario per vivere dignitosamente.
“È assurdo se si considera quanto costa una borsa griffata o quanto spendono i grandi marchi solo in pubblicità . Si parla del 10% di tutti i ricavi”.
Così, cresce il fenomeno del backreshoring, ovvero del ritorno in patria delle aziende di moda che avevano inizialmente delocalizzato.
“Gli conviene – spiega Gesualdi – perchè importano lo stesso modello dell’Europa dell’Est, con la classe politica compiacente, col Jobs act che riduce le tutele. Le aziende hanno tutto dalla loro parte e il governo è compiacente. Che bisogno c’è di andare in Cina o Bangladesh se i lavoratori italiani sono trattati allo stesso modo? ”.
Intanto, Benetton rifiuta di risarcire le vittime del crollo di Rana Plaza, a Dacca in Bangladesh, che nel 2013 provocò 1.129 vittime e 2.515 feriti.
“Si ostina a respingere la sua responsabilità , nonostante tutte le prove della sua presenza in quella fabbrica — spiega Gesualdi —. Chiediamo che Benetton versi 5 milioni di dollari nel Fondo istituito, tramite l’Onu, dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Una cifra proporzionale all’entità dei profitti che il gruppo realizza e ha realizzato anche grazie al Rana Plaza”.
All’accusa, mossa a dicembre da “Abiti Puliti”, Benetton aveva risposto dicendo di star operando tramite un’organizzazione non governativa, con un sostegno finanziario e corsi di formazione per 280 vittime e le loro famiglie.
Un’iniziativa che, secondo “Abiti Puliti”, è “solo beneficenza”. E non ha nulla in comune con i diritti dei lavoratori.
Virginia Della Sala
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 23rd, 2015 Riccardo Fucile
SESTUPLICATE IN 5 ANNI LE RICHIESTE PER I DOCUMENTI
Mettono lo stetoscopio in valigia e se ne vanno.
Scappano da un Paese dove per loro non c’è lavoro, malgrado le carenze di personale negli ospedali facciano pensare il contrario.
Scappano dal precariato, da stipendi bassi e mai sicuri, da baroni che spadroneggiano in corsia e pazienti dalla causa facile.
E scappano in numero sempre maggiore.
In appena cinque anni i medici italiani che hanno chiesto al ministero della Salute i documenti necessari per ottenere un impiego all’estero sono sestuplicati. Erano 396 nel 2009, sono stati la bellezza di 2.363 nell’anno appena concluso, che ha segnato un vero boom di espatri.
Nel 2013 infatti avevano fatto la domanda in meno della metà : mille. E questi numeri tengono conto solo di chi si è trasferito nei Paesi, prevalentemente europei, che richiedono all’Italia un certificato che confermi laurea ed eventualmente specializzazione. Chi va a lavorare altrove, ad esempio in Sud America oppure in Africa, sfugge ai calcoli del ministero
C’è qualcosa che non torna nel sistema di formazione e di arruolamento dei medici nel nostro Paese.
A dirlo, prima ancora dell’esodo di giovani uomini e donne che hanno impiegato fino a 11 anni della loro vita per diventare bravi professionisti, è la matematica.
Ogni anno in Italia si laureano circa 10 mila camici bianchi, che subito dopo aver discusso la tesi si trovano davanti il primo imbuto.
I posti nelle scuole di specializzazione sono solo 5mila (dovrebbero essere un po’ di più l’anno prossimo), altri mille sono quelli per il tirocinio di vuole diventare medico di famiglia. In 4mila dunque restano fuori.
Così si mettono a fare le guardie aspettando di provarci l’anno successivo oppure vanno all’estero.
Ma anche chi è riuscito ad entrare in una scuola e a concludere il percorso formativo si trova davanti un grosso problema.
Nelle aziende sanitarie ed ospedaliere pubbliche da tempo un blocco del turn over che riduce le assunzioni al lumicino. E infatti nei reparti italiani i camici bianchi sono circa 5mila in meno rispetto al 2009.
Le carenze denunciate dai sindacati dei medici si comprendono bene in periodi come quello che stiamo attraversando, con l’influenza che batte e i pronto soccorso che scoppiano per il grande afflusso di pazienti.
«Vanno tutti via perchè il nostro sistema formativo non dà garanzie e oltretutto le opportunità lavorative e formative all’estero sono migliori». È laconico il commento di Federspecializzandi, l’associazione che raccoglie i giovani medici che stanno facendo la formazione post laurea.
«Negli altri Paesi si sono resi conto che da noi ci sono molti colleghi già formati che cercano lavoro – conferma Carlo Palermo, vice segretario di Anaao, il sindacato più importante dei medici ospedalieri – E infatti assistiamo alle pubblicità , veicolate attraverso riviste specializzate ma anche social network, di Francia, Germania e Inghilterra che invitano i nostri giovani ad entrare nei loro sistemi sanitari».
La tendenza nei prossimi anni aumenterà , anche perchè all’estero “comprano” volentieri professionisti formati in Italia.
«Bisogna intervenire in vari modi per invertire questa tendenza – dice sempre Palermo – Intanto vanno aumentate almeno fino a 8mila le borse di studio per le specializzazioni, poi va riaperto il turn over dentro gli ospedali. Dall’altro lato devono essere anche ridotti per alcuni anni gli accessi alla facoltà di Medicina, anche per riassorbire gli incrementi di iscrizioni legati alle sentenze dei Tar, che hanno riammesso molti dei candidati scartati facendo crescere il numero degli iscritti in certi anni anche fino a 12mila».
Sono tante le strade che si potrebbero prendere ma bisogna fare presto.
Sempre più medici osservano l’Italia che cerca di uscire dall’empasse da centinaia o addirittura migliaia chilometri di distanza.
Michele Bocci
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 18th, 2015 Riccardo Fucile
OTTO IMPRESE SU DIECI HANNO PROBLEMI DI CASSA… 1,7 MILIONI DI LORO DICE DI NON POTER ASSUMERE, 900.000 RISCHIANO DI DOVER LICENZIARE… FALLIMENTO VICINO PER 700.000 AZIENDE A CORTO DI CONTANTI
In Italia ben 3.400.000 imprese, pari al 76 per cento del totale nazionale, soffrono di problemi di
liquidità riconducibili al ritardo nei pagamenti.
A seguito dei mancati incassi, le perdite hanno toccato i 35 miliardi di euro: 1.700.000 imprese (il 39 per cento del totale) hanno segnalato che a causa di questa criticità non hanno potuto effettuare assunzioni, mentre 900.000 aziende (pari al 20 per cento) hanno valutato la possibilità di licenziare in ragione di problemi conseguenti al ritardo dei pagamenti.
Infine, 700.000 imprese (pari al 15 per cento del totale nazionale) si trovano sull’orlo del fallimento.
Questi risultati si riferiscono al sentiment degli imprenditori rilevato nel 2014 e sono il frutto di un’elaborazione realizzata dall’Ufficio studi della Cgia sulla periodica indagine conoscitiva condotta a livello europeo da Intrum Justitia.
“Le cause di queste criticità – segnala il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi – vanno ricercate nei tempi medi di pagamento effettivi presenti in Italia che intercorrono nelle transazioni commerciali sia tra imprese e Pubblica amministrazione (Pa), sia tra imprese private. Nel primo caso, i giorni medi necessari per il saldo fattura sono 165; nel secondo caso, invece, si arriva a 94 giorni. In entrambe le situazioni siamo maglia nera quando ci confrontiamo con i nostri principali partner dell’Ue”.
Sebbene il decreto legislativo n° 192/2012, che recepisce la Direttiva europea contro i ritardi nei pagamenti, sia entrato in vigore da due anni, la situazione non è cambiata molto.
Per legge il committente deve pagare il fornitore entro 30 giorni dal ricevimento della merce o dall’emissione della fattura.
Salvo accordi tra le parti, il pagamento può slittare sino a 60 giorni e, in casi eccezionali, superare anche quest’ultima soglia.
“Si auspicava che, finalmente, si fosse stabilito un principio fondamentale: chi lavora deve essere pagato in tempi certi e ragionevoli. Purtroppo, nonostante una leggera riduzione dei tempi medi, rimaniamo i peggiori pagatori d’Europa sia nel pubblico sia nel privato”.
Tenendo conto della contrazione nell’erogazione del credito avvenuta in questi ultimi anni, del livello di tassazione che rimane ancora elevato e della dilatazione dei tempi con i quali le imprese (soprattutto quelle di piccola dimensione) vengono pagate dai propri committenti, non sorprende il fatto che molte attività si trovino in seria difficoltà . “Settecento mila imprese hanno denunciato che, a seguito dei mancati pagamenti, sono a rischio chiusura: pertanto – prosegue Bortolussi – è necessario rivedere la legge attualmente in vigore, rendendo più stringenti le sanzioni contro coloro che deliberatamente non rispettano i tempi di pagamento”.
“Fortunatamente – conclude Bortolussi – grazie all’introduzione dell’Iva per cassa, che dal mese di dicembre del 2012 consente alle aziende con un fatturato annuo inferiore ai 2 milioni di euro di versare l’Iva allo Stato solo dopo il pagamento avvenuto, le piccole imprese hanno uno strumento in più per difendersi in questa fase economica così difficile. Ovviamente, tutto ciò non basta”.
Infine, la Cgia ritorna sullo stato di attuazione del pagamento dei debiti della nostra Pa. Gli ultimi dati disponibili sul sito del Ministero dell’Economia e delle Finanze sono riferiti al 30 ottobre 2014 e ci segnalano che i debiti pagati dallo Stato e dalle Autonomie locali ammontano a 32,5 miliardi di euro.
Se consideriamo che nell’ultimo biennio sono stati messi a disposizione circa 56,3 miliardi di euro, l’incidenza dei pagamenti effettuati sul totale delle risorse stanziate è pari al 57,7 per cento.
Peccato che lo stato di aggiornamento del sito sia però in forte ritardo: era prevista una nuova diffusione di dati per lo scorso 30 novembre, ma a distanza di un mese e mezzo non è stata ancora effettuata.
Alla Cgia chiedono: “Per quale ragione?”.
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Gennaio 18th, 2015 Riccardo Fucile
E’ L’ISPIRATORE DELLA RIFORMA DEL LAVORO…ENTRERA’ IN VIGORE IN ESTATE E SUL TAGLIO DEI CONTRATTI PRECARI TUTTO TACE
Mat teo Renzi lo cita con ti nua mente come «riforma già fatta». Ma il Jobs act è tutt’altro che in
vigore. E non lo sarà ancora per mesi.
Tra sci nan dosi die tro tutta una serie di misteri, intrigi, inter ro ga tivi che lasciano in bilico milioni di per sone, primo fra i quali sicu ra mente quello su quando e come verranno ridotti i 46 con tratti pre cari ora esi stenti, domanda alla quale Renzi non ha mai rispo sto, pro met tendo solo «l’abolizione dei cococo (che nel set tore pri vato non esi stono più da anni, ndr) e dei cocopro».
Vero invece che alcuni suoi effetti – i più dele teri per i lavo ra tori – siano già realtà . Come dimo strano le sper ti cate lodi che Mar chionne e tanti altri grandi e pic coli impren di tori riser vano alla «rivo lu zione» renziana.
Muta zione a inden nizzo cre scente
Per capire lo stato dell’arte la cosa migliore è seguire il men tore della riforma.
Senza mai essere smen tito, Pie tro Ichino si è preso il merito di tutte le deci sioni chiave prese dalla idea zione della riforma fino alla ste sura dei testi dei primi due decreti legi sla tivi.
Diven tando quindi una sorta di mini stro del Lavoro ombra.
La più impor tante delle quali è cer ta mente quella riguar dante la tra sfor ma zione del «con tratto a tutele cre scenti».
Lo stru mento che nei piani ini ziali di Renzi doveva «supe rare l’apartheid nel mondo del lavoro tra garan titi e gio vani pre cari» – e che doveva essere inse rita per molti già nel decreto Poletti dello scorso mag gio – e che invece la per pe tua ulte rior mente togliendo l’articolo 18 solo per i neo assunti, e che dun que di «tutele cre scenti» non nè ha alcuna, facendo solo aumen tare di due mesi l’anno l’indennità che l’imprenditore dovrà pagare in caso di licen zia mento ille git timo.
Il sena tore di Scelta Civica infatti motiva la scelta – e dun que se ne prende il merito – di appli carlo solo ai neo assunti spie gando come se il nuovo con tratto fosse stato esteso a tutti ci sarebbe stato il «rischio di una pic cola esplo sione di licen zia menti nella fascia dei lavo ra tori meno pro dut tivi».
Una moti va zione che quindi sbu giarda il governo che con tutti i suoi rap pre sen tanti a qual siasi livello con ti nua a soste nere come «i licen zia menti non saranno più facili».
Imprese per il con tratto «unico»
Ma la con se guenza di que sta scelta è pre sto detta: pro prio per chè con il nuovo contratto i licen zia menti sono più sem plici, qual siasi impresa sarà ten tata di cam biare con tratto ai pro pri dipen denti, appli cando loro quello a tutele cre scenti – che
sosti tuisce il con tratto a tempo inde ter mi nato – poten doli dun que licen ziare quando più aggrada.
La dimo stra zione viene pro prio da Feder mec ca nica: giu sto venerdì il suo pre si dente – il mode rato Fabio Stor chi – ha pro po sto di «eli mi nare il dop pio regime tra i nuovi e i vec chi assunti» chie dendo «coe renza per chè tutti que sti prov ve di menti siano estesi a tutta la pla tea degli occu pati».
In una parola: libertà di licen zia mento. Cosa che subi ranno già tutti i lavo ra tori degli appalti: la prima volta che pas se ranno di “padrone” per de ranno per sem pre l’articolo 18, come denun ciato dalla Fil cams Cgil.
In più lo stesso Ichino sostiene che in caso di licen zia mento «il costo per l’impresa sarà la metà o poco più» di quello pre vi sto con due mesi di inden nità l’anno: que sto per chè ogni lavo ra tore licen ziato «opterà per la con ci lia zione stan dard, pari a una men si lità per anno di ser vi zio, con un mas simo di 18» in quanto «l’esito del giu di zio» a cui si dovrà sot to porre per otte nere l’indennizzo «non è scon tato» e per chè in caso di con ci lia zione il governo ha pre vi sto che que sta sia «esente da impo si zione fiscale». Un enne simo favore alle imprese.
Due decreti su cin que (o più)
Il con tratto a tutele cre scenti è solo il primo dei decreti pre vi sti.
Il 24 dicem bre il governo lo ha appro vato insieme al secondo sugli ammor tiz za tori, uscito da palazzo Chigi con la dizione «salvo intese».
In que sto però – a parte le coper ture per la scia rada di nuovi ammor tiz za tori a par tire dal Naspi e al netto della balla sui 24 mesi di coper tura: par tirà da mag gio, sarà di due anni solo se un pre ca rio ha lavo rato con se cu ti va mente negli ultimi quat tro anni e dal 2017 il mas simo di coper tura calerà a 18 mesi – manca tutta la parte sulla riforma delle varie forme di cassa inte gra zione, che neces si te ranno di un nuovo decreto, e che comun que ridur ranno ulte rior mente – la cig in deroga è già stata dimez zata, i contratti di soli da rietà non sono stati rifi nan ziati e l’indennità è stata ridotta del 10 per cento – la durata degli ammor tiz za tori sociali per i milioni che il lavoro lo hanno già perso.
Man cano dun que la mag gior parte dei decreti – tre o quat tro almeno – come da delega: riforma dei ser vizi per il lavoro con la crea zione dell’«Agenzia nazio nale per l’occupazione», «dispo si zioni di sem pli fi ca zioni e razio na liz za zioni delle pro ce dure a carico di cit ta dini e imprese», «un testo orga nico sem pli fi cato delle tipo lo gie con trat tuali e dei rap porti di lavoro», «soste gno alla mater nità e pater nità ».
Per tutti que sti decreti i tempi pre vi sti sono di mesi – il mini stro Poletti parla di quat tro – men tre il limite della delega è di «sei». E cioè di giu gno.
Con almeno un altro mese in più da con teg giare per la pub bli ca zione in Gaz zetta ufficiale. Insomma, la riforma non sarà in vigore prima dell’estate.
Cer tezza ricorsi, rischio Corte
Il grande punto inter ro ga tivo futuro sul Jobs act riquarda poi il rischio di
inco sti tu ziona lità del con tratto a tutele cre scenti.
Per molti giu ri sti vio le rebbe l’articolo 3 delle costi tu zione – il prin ci pio di uguaglianza per l’apartheid pro dotta – e l’articolo 2106 del Codice civile che prescrive come le san zioni in fatto di lavoro deb bano essere pro por zio nate «all’infrazione».
La Cgil poi è pronta – come già fatto per il decreto Poletti sul tempo deter mi nato – a ricorre alla Corte di giu sti zia Euro pea in nome della «Tutela in caso di
licen ziamento ingiu sti fi cato» – l’articolo 30 della Carta dei diritti fon da men tali dell’Unione europea.
La «fretta» e il Par la mento
La bat ta glia riprende mar tedì. E Pie tro Ichino è già lan cia in resta.
Un altro dei suoi cavalli di bat ta glia – il con tratto di ricol lo ca zione che con sente alle agen zie inte ri nali di incas sare i vou cher se rie scono a tro vare un lavoro a chi è stato licen ziato – nel testo con se gnato al par la mento mer co ledì ha subito due modi fi che.
È stato spo stato dal primo al secondo decreto per chè «neces sita di un parere della
con fe renza Stato-Regioni» ed è stato «mani po lato» da «qual che diri gente mini ste riale» che ne vuole limi tare l’uso solo a chi «abbia subito un licen zia mento per motivo ogget tivo cer ti fi cato da un giu dice»: una «pla tea ristret tis sima» rispetto alla miriade di licen ziati che ci sarà .
Oltre a que sto ripri stino del testo ori gi nale, la parola d’ordine di Ichino –
spal leg giato da Mau ri zio Sac coni che pre siede la com mis sione lavoro al Senato – è una sola: fretta.
Per loro le com mis sioni devono espri mere il parere «con sul tivo» – non vin co lante – entro «la set ti mana».
La fretta è dovuta alla richie sta di Con fin du stria: le imprese atten dono l’entrata in vigore del con tratto a tutele cre scenti per poter assu mere sfrut tando gli sgravi fiscali – 100% di decon tri bu zione Inps per 3 anni, esclu sione dalla base impo ni bile Irap rife rita al costo del lavoro.
Dopo un anno – e fino a tre – se licen zie ranno le stesse per sone assunte, ci avranno comun que guadagnato.
Media zione in per dita
Di parere oppo sto è Cesare Damiano, che guida la com mis sione della Camera.
Come pre si dente ha accet tato subito di fare audi zioni delle parti sociali – allun gando i tempi— e chiede modi fi che su almeno tre punti – «eli mi na zione dell’estensione delle norme ai con tratti col let tivi (vero colpo di mano nei decreti, ndr), ripri stino del rife ri mento alle tipiz za zioni dei con tratti col let tivi per le san zioni con ser va tive in caso di licen zia mento disci pli nare e innal za mento da 4 a 6 mesi dell’indennità minima in sosti tu zione della rein te gra».
Tutti punti che avvi ci ne reb bero il testo alla media zione uscita dalla dire zione Pd del 29 set tem bre scorso.
Pec cato che da quel giorno le cose sono peg gio rate – per i lavo ra tori.
Ed è quasi certo che Renzi e il con si glio dei mini stri a metà feb braio igno re ranno bel la mente qual siasi parere par la men tare.
Come ormai da con so li data prassi governativa.
Massimo Franchi
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Gennaio 15th, 2015 Riccardo Fucile
IN GERMANIA GLI OCCUPATI SONO AUMENTATI NELLO STESSO PERIODO DI 1,8 MILIONI… ALLARME GIOVANI CHE NON STUDIANO NE’ LAVORANO E PERSONE A RISCHIO ESCLUSIONE SOCIALE
Tra il 2008 e metà 2014, in Italia sono stati persi 1,2 milioni di posti di lavoro: si tratta del secondo paese della Unione europea nel quale sono stati persi più posti di lavoro.
E’ quanto emerge dal rapporto sull’occupazione e sviluppo della società redatto dalla Commissione Ue.
Solo la Spagna ha fatto peggio, bruciando 3,4 milioni di posti di lavoro.
Dopo l’Italia, la commissione cita la Grecia che ha perso un milione di posti di lavoro su una popolazione complessiva, però, molto più piccola.
In Germania i posti di lavoro sono aumentati di 1,8 milioni, nel Regno Unito di novecentomila.
La Commissione nota che “i paesi che offrono posti di lavoro di elevata qualità e un’efficace protezione sociale, oltre ad investire nel capitale umano, si sono dimostrati quelli maggiormente capaci di reagire alla crisi economica”.
Il rapporto presentato oggi a Bruxelles sottolinea che l’impatto negativo della recessione sull’occupazione e sui redditi “è stato più contenuto nei paesi con mercati del lavoro più aperti e meno segmentati, e dove erano maggiori gli investimenti nella formazione permanente”, si legge nel comunicato stampa che accompagna il rapporto. Il documento indica come esempi positivi in particolare i paesi dove “le prestazioni di disoccupazione tendono a coprire un gran numero di disoccupati, sono correlate all’attivazione e reattive al ciclo economico”.
Tornando ai numeri, il rapporto ricorda che dal 2008 – sebbene la disoccupazione sia sotto i picchi della crisi – ci sono ancora 9 milioni di persone fuori dall’occupazione. L’Italia è di nuovo citata quando si tratta di parlare di povertà ed esclusione sociale: insieme a Grecia, Irlanda e Spagna il Belpaese è indicato come esempio di grande crescita delle persone in difficoltà da livelli già ragguardevoli.
Un problema peculiare che divide l’Europa in Nord e Sud è quello dei Neet, cioè dei giovani che non studiano nè lavorano.
Il rapporto spiega che sono meno del 10% in Lussemburgo, Olanda, Danimarca, Austria e Germania, mentre superano il 25% in Italia, questa volta con Croazia, Bulgaria, Spagna, Cipro e Grecia.
La Commissione ha messo in anche dal rischio di riduzione del numero di laureati, e dal possibile calo del Pil, derivante da politiche di sussidi per l’occupazione giovanile.
Nel capitolo dedicato all’Italia, il rapporto ribadisce le raccomandazioni fatte nel 2014 dalla Commissione, in cui si esortava Roma a prendere misure per aumentare l’occupazione giovanile.
Simulando in Italia uno schema di sussidi ai giovani (in età tra i 15 e i 24 anni) sotto forma di riduzioni dei contributi, finanziato da un aumento dell’Iva, la Commissione prevede un effetto positivo sull’occupazione giovanile, ma non manca di sottolineare che tali misure ridurrebbero il numero di laureati e avrebbero un effetto negativo sulla crescita economica.
“Le paghe più elevate renderebbero l’impiego per i giovani più attraente rispetto a un investimento nell’istruzione terziaria,” si legge nel rapporto.
Questo determinerebbe un aumento dei lavoratori meno istruiti, “con una conseguente riduzione degli investimenti, e quindi del Pil,” si legge nel rapporto, basato su una simulazione.
Tali effetti negativi potrebbero essere ridotti da un investimento congiunto dell’Italia nei sussidi di disoccupazione per i giovai e nell’istruzione terziaria, conclude la Commissione.
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Gennaio 14th, 2015 Riccardo Fucile
IL JOBS ACT NON CREERA’ ALCUN NUOVO POSTO DI LAVORO, E’ SOLO UN’OPERAZIONE A SOMMA ZERO
Il primo decreto attuativo della legge delega sul Lavoro viene definito «a tutele crescenti» dallo stesso governo, ma di tutele crescenti in verità non c’è traccia. L’aumentare dell’indennità risarcitoria con il crescere dell’anzianità aziendale non può essere considerato una crescita di tutele, ma solo un aumento proporzionale dell’indennità .
Con questo decreto il sistema previsto dall’art.18 dello Statuto dei lavoratori viene rottamato e ne viene introdotto uno nuovo basato sul pagamento di un’indennità risarcitoria
La reintegrazione resta solo per i licenziamenti discriminatori (inesistenti nella realtà processuale), per quelli orali e per quelli disciplinari basati su un fatto materiale che venga dimostrato come non accaduto o non determinatosi.
Attenzione, però: si esclude che il giudice possa valutare la proporzionalità del fatto disciplinare addebitato.
Ciò significa che l’addebito di un fatto vero, ma disciplinarmente irrilevante (portarsi a casa una matita, fare una telefonata personale con l’apparecchio aziendale, utilizzare per 5 minuti il pc aziendale per uso personale, prolungare di poco la pausa pranzo, etc.) se dimostrato vero come fatto storico materiale, impedisce al giudice di valutare la congruità della sanzione rispetto alla mancanza addebitata.
In altre parole, il giudice non può dire che non si può licenziare un dipendente solo perchè ha fatto una telefonata o ha tardato 5 minuti al rientro dal pranzo.
Il giudice, se il fatto risulta vero, deve dichiarare risolto il rapporto di lavoro.
Nel caso di licenziamenti per giustificato motivo oggettivo e soggettivo e per giusta causa, se il giudice ritiene che il licenziamento sia illegittimo deve condannare al pagamento di un’indennità pari a due mesi per ogni anno di servizio (con un minimo di 4 e un massimo di 24)
Se il licenziamento è illegittimo per vizi formali (mancanza di motivazione, di contestazione del fatto disciplinare, etc.) il giudice deve condannare a un’indennità tra 2 e 12 mensilità , sempre partendo dalla base di un mese per ogni anno di servizio.
Per i licenziamenti collettivi è stato previsto lo stesso regime di quelli per giustificato motivo e per giusta causa.
Anche se super illegittimi non danno luogo a reintegrazione ma solo a una indennità , secondo l’anzianità aziendale, tra 4 e 24 mensilità .
Una novità assoluta è poi l’offerta di conciliazione da parte del datore di lavoro.
Dopo aver licenziato un dipendente può fargli un’offerta di un’indennità di un mese per ogni anno di anzianità (con un minimo di 2 e un massimo di 18); se il lavoratore accetta e rinunzia ad impugnare il licenziamento, questa indennità è totalmente esente da imposte e da contributi.
Il che sembra dare un vantaggio ingiustificato, in danno di coloro che ritengono di voler comunque impugnare il licenziamento, in caso di conclamata illegittimità .
Come detto all’inizio, di tutele crescenti non c’è traccia.
Si parlava invece di tutele crescenti per il contratto a tempo indeterminato che per i primi 3 anni prevedeva una indennità in caso di licenziamento illegittimo e a partire dal terzo anno invece doveva prevedere la reintegrazione con l’applicazione integrale dell’art. 18.
Questo tipo di tutele crescenti è completamente scomparso.
Per concludere credo si possa dire che questo nuovo sistema non può produrre nuova occupazione.
Nuova occupazione potrebbe derivare dall’altra norma della legge di Stabilità 2015 che rende conveniente assumere con contratto a tempo indeterminato a causa dello sgravio contributivo nei primi tre anni.
Ma allora era sufficiente introdurre questo sgravio, lasciando l’art.18 al suo posto.
Se poi i nuovi contratti a tempo indeterminato saranno, come è probabile, in numero uguale ai contratti a termine che non verranno rinnovati o costituiti, per la maggior convenienza economica del primo tipo, il sistema si consoliderà a somma zero; e nessuna nuova occupazione risulterà nemmeno da questa operazione.
Mario Fezzi
Avvocato giuslavorista
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 7th, 2015 Riccardo Fucile
TRA I GIOVANI A NOVEMBRE E’ ARRIVATA AL 43,9%, SALENDO DI 0,6 PUNTI… IN CERCA DI LAVORO 730.000 UNDER 25
Sale ancora il tasso di disoccupazione in Italia: nel Belpaese il tasso di senza lavoro, a novembre, ha raggiunto quota 13,4%, in aumento di 0,2 punti percentuali rispetto ad ottobre. Lo ha comunicato l’Istat nelle stime, mentre l’omologo tedesco Destatis ha annunciato un tasso del 6,5% a dicembre.
Mentre cioè in Germania – nell’ultimo mese del 2014 – i disoccupati scendevano di 27mila persone (contro previsioni per -7mila), in Italia nel mese precedente il numero di senza lavoro toccava quota 3 milioni 457 mila, con un aumento dell’1,2% rispetto ad ottobre (+40 mila) e dell’8,3% su base annua (+264 mila).
Per il tasso di disoccupazione tricolore si tratta del massimo storico, il valore più alto sia dall’inizio delle serie mensili, gennaio 2004, sia delle trimestrali, ovvero dal 1977 (37 anni fa). Anche tra i giovani, tra 15 e 24 anni, il tasso di disoccupazione a novembre balza al 43,9%, in rialzo di 0,6 punti percentuali su ottobre.
E anche in questo caso è il valore più alto mai registrato sia dall’inizio delle serie mensili, gennaio 2004, sia di quelle trimestrali, ovvero dal 1977.
Risultano in cerca di un lavoro ben 729mila under25, che rappresentano il 12,2% del totale della popolazione in quella fascia d’età .
Guardando ai dati sugli occupati, e tornando cioè alle note buie, a novembre scendono dello 0,2% rispetto a ottobre.
Si contano così 48 mila occupati in meno in un solo mese, con il secondo ribasso consecutivo.
Il loro numero cala anche su base annua, sempre dello 0,2% (-42mila).
Il tasso di occupazione, pari al 55,5%, diminuisce di 0,1 punti percentuali in termini congiunturali e rimane invariato rispetto a dodici mesi prima.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 5th, 2015 Riccardo Fucile
L’EX SINDACO PIU’ ASSENTEISTA D’ITALIA (82% NEL 2012, 59% NEL 2013) CHE PER EQUIPARARE IN BASSO VUOLE TOGLIERE DIRITTI A TUTTI
Matteo Renzi è stato per due anni consecutivi il sindaco più assenteista d’Italia (con il 59% di
assenze in consiglio comunale nel 2013 e addirittura l’82% nel 2012), ma adesso che è diventato premier ritiene giusto che in futuro paghi col licenziamento “un impiegato pubblico che sbaglia, partendo dai furti e arrivando all’assenteismo a volte vergognoso“, e su questo principio si dichiara “pronto al confronto in parlamento“.
Ma c’è ben poco da confrontarsi: forse Renzi ignora che la legge italiana ha già introdotto da diversi anni la possibilità di licenziamento a seguito di un procedimento disciplinare per i dipendenti pubblici ladri o nullafacenti, che falsificano documenti, dichiarano il falso, riportano condanne penali definitive o hanno una insufficiente valutazione del rendimento nell’arco di un biennio.
Il licenziamento non è ancora previsto, invece, per le cariche elettive ricoperte in seno alle istituzioni pubbliche, che consentono ancora di assentarsi a piacimento dal luogo di lavoro, come ha potuto fare il “sindaco d’Italia” quando era ancora sindaco di Firenze.
L’ipotesi alternativa all’ignoranza del premier sulla normativa in vigore è che queste dichiarazioni siano funzionali alla preparazione del terreno per una inconfessabile agenda politica: rendere licenziabili anche senza una giusta causa tutti i dipendenti pubblici a prescindere, in modo da poterli trasformare in esuberi a convenienza, per semplici ragioni di efficienza economica e indipendentemente dalla loro onestà e dal loro rendimento.
Del resto, i licenziamenti senza giusta causa sono appena stati legalizzati nel settore privato con il crudele sillogismo alla base del “Jobs Act”: Voglio diritti uguali per tutti.
C’è qualcuno senza diritti. Allora togliamoli a tutti per affermare nobili principi di uguaglianza.
In questo modo la disparità di trattamento tra precari e contrattualizzati è stata eliminata alla radice: adesso sono tutti licenziabili a piacimento, fannulloni e stakanovisti.
E’ il libero mercato, bellezza, dove i problemi si possono scaricare dai piani alti fino ai livelli più bassi della piramide sociale.
Il passo successivo sarà quello di far notare che adesso i dipendenti pubblici hanno più diritti di quelli del settore privato, e in nome dell’uguaglianza bisognerà negare questi diritti con un nuovo livellamento verso il basso, che renderà tutti i lavoratori ricattabili perchè nessuno sarà più tutelato da licenziamenti arbitrari, nemmeno chi lavora sodo e si trascina in ufficio anche con la febbre.
Una ipotesi che il giuslavorista Ichino aveva frettolosamente descritto come realtà già in vigore per effetto del “Jobs Act”, costringendo Renzi a smentirlo: “il Jobs act e il disegno di legge Madia sono due cose diverse – ha dichiarato il premier – per questo ho chiesto di togliere il riferimento al pubblico impiego dal Jobs act“.
Nella nuova sinistra, infatti, non bisogna essere impazienti come Ichino: i diritti vanno tolti poco per volta, una legge dopo l’altra, senza strappi bruschi e convincendo il popolo che è l’unica strada possibile verso l’”uguaglianza reale”, cominciando dai precari per poi risalire ai contrattualizzati del settore privato e culminare con la rimozione delle tutele di quelli che nel nostro immaginario collettivo sono i tutelati per antonomasia.
E dopo il regalo di Natale del Jobs Act, si intravede già che cosa ci porterà la primavera grazie al botticelliano ministro Madia e alla sua annunciata riforma del pubblico impiego: raccogliere a sinistra quello che aveva seminato Brunetta da destra, aggiungendo alla possibilità di licenziamento senza giusta causa per i dipendenti pubblici altre forme mascherate di licenziamento, come il demansionamento che altri chiamerebbero mobbing o il trasferimento forzato in un raggio di cinquanta chilometri da casa, pagando il rifiuto con la perdita del posto.
La “perla” di Renzi sui ladri e i fannulloni, dipinti come inamovibili anche se è già possibile licenziarli, non è una gemma isolata, ma va incastonata in quel teatrino della politica dove i “rottamatori dei diritti” hanno costruito sapientemente nel corso degli anni un ricco cast di personaggi: i “lavoratori flessibili” di Maroni, da flettere fino allo schiavismo, i “dipendenti pubblici fannulloni” di Brunetta su cui far convergere l’odio dei meno abbienti, gli “annoiati dal posto fisso” di Monti che rifiutano le sfide della modernità , i “disoccupati schizzinosi” della Fornero che non lavorano per colpa loro, e dulcis in fundo i “contrattualizzati privilegiati” di Renzi, spogliati delle loro misere tutele per renderli nudi tanto quanto i precari davanti ai loro datori di lavoro.
A questo si aggiunge l’artificio retorico dei futuri contratti a “tutele parziali” che vengono spacciate per “tutele crescenti”: a parità di condizione sociale dovremo decidere se le tutele che un tempo coprivano tutti vanno fatte crescere nei contratti destinati al giovane o all’anziano, al neoassunto o allo specializzato, allo sposato con prole o al divorziato, al disabile o alla vedova.
Il risultato di questa compartimentazione dei diritti è la perdita di ogni umana solidarietà tra lavoratori, dove i nemici sono sempre altri lavoratori: gli autonomi evasori se sei tassato alla fonte, gli statali fannulloni se sei libero professionista, le caste delle libere professioni se sei un dipendente pubblico, i giovani rampanti se sei anziano, gli anziani baroni se sei giovane, i precari malpagati che svalutano la tua professione se sei assunto, gli assunti privilegiati se sei precario.
Il meccanismo culturale che porta le classi meno abbienti a sbranarsi politicamente e culturalmente a vicenda, sgretolando ogni brandello residuo di solidarietà tra onesti lavoratori, è stato illustrato in modo magistrale già da tempo da Alessandro Robecchi, che fa i conti con un imprescindibile “dato ideologico” (grassetti miei):
“la vera vittoria del renzismo – scrive Robecchi – [è] aver trasferito l’invidia sociale ai piani bassi della società . Quella che una volta si chiamava lotta di classe (l’operaio con la Panda contro il padrone con la Ferrari) e che la destra si affannava a chiamare “invidia sociale“, ora si è trasferita alle classi più basse (il precario con la bici contro l’avido e privilegiato statale con la Panda). Insomma, mentre le posizioni apicali non le tocca nessuno (nè per gli ottanta euro, nè per altre riforme economiche è stato preso qualcosa ai più ricchi), si è alimentata una feroce guerra tra poveri. Una costante corsa al ribasso che avrà effetti devastanti. Perchè se oggi un precario può dire al dipendente pubblico che è privilegiato, domani uno che muore di fame potrà indicare un precario come “fortunato”, e via così, sempre scavando in fondo al barile. Si tratta esattamente, perfettamente, di un’ideologia”.
Sul palco di questo teatrino ideologico dove i pupi sono spinti a darsi randellate a vicenda, gli unici che non sono esposti ai fischi e al lancio di pomodori sono i burattinai che restano dietro le quinte a custodire l’ideologia: i finanzieri con la residenza fiscale all’estero che pontificano alla Leopolda contro il diritto di sciopero, i banchieri che tappano i loro buchi privati di bilancio grazie ai miliardi erogati con decretazione d’urgenza, le multinazionali che fanno profitti in Italia ma li fanno tassare in altri paesi grazie a quel legalissimo e convenientissimo gioco delle tre carte chiamato elusione fiscale, i vip alla Ezio Greggio che portano in dote a Montecarlo i profitti maturati nella televisione italiana, i faccendieri alla Briatore che si spacciano per grandi capitani d’industria con “sogni” e visioni innovative mentre sono semplicemente degli ex latitanti con conoscenze altolocate
Il dibattito sul diritto di licenziare i dipendenti pubblici come ultima frontiera verso l’uguaglianza dei diritti (negandoli a tutti in egual misura) si preannuncia come intenso e appassionante.
Ma prima di affrontarlo, fermiamoci un attimo a riflettere su altri dibattiti già persi in passato.
Com’è finito il dibattito sul precariato? Con Maroni che approva la legge sedicente “Biagi”.
Com’è finito il dibattito sulle pensioni? Con la Fornero che alza l’età pensionabile. Com’è finito il dibattito sulla macelleria sociale? Con l’aumento di Monti dell’Iva e delle accise per non toccare profitti finanziari, patrimoni e redditi milionari.
Com’è finito il dibattito sull’articolo diciotto? Con Renzi che lo rottama dipingendo una tutela come privilegio.
A questo punto non ci vuole un indovino per capire come andrà a finire il dibattito sui dipendenti pubblici da licenziare a convenienza e assumere a progetto con contratti stagionali, come già avviene del resto per gli insegnanti.
Da qui il dubbio: anzichè accanirci sui dibattiti, non sarebbe meglio mettersi a studiare perchè finiscono sempre nel modo peggiore per chi lavora, che casualmente coincide con quello auspicato da chi comanda?
Del resto, vista la scelta tra Gesù e Barabba, cosa possiamo aspettarci da un popolo imbevuto dall’ideologia del teatrino quando viene chiamato a scegliere tra il dipendente pubblico (archetipo del parassita) e l’intraprendente finanziere con residenza fiscale all’estero, archetipo del determinato e salvifico uomo di successo che porterà in italia gli investitori, ma solo a condizione che si smetta di scioperare nel settore dei trasporti?
Alla dozzina di discepoli del keynesismo, ostili al potere politico dei macellai sociali e al potere religioso del culto neoliberista, non resta che restare nelle catacombe del mondo intellettuale dove saranno pereguitati come “professoroni”, mentre cercano di predicare la buona novella del ‘900, quella a cui avevano creduto in molti: un mondo che verrà , dove la spesa pubblica è orientata al lavoro socialmente utile come “moltiplicatore keynesiano dell’economia”, e non a Ilva, Banche, Confindustria, Mercanti d’armi, mafie private camuffate da servizi pubblici, grandi opere inutili, e tutto per poi piangere miseria ogni luglio, licenziando anche gli insegnanti che si riassumeranno con certezza il settembre successivo.
Se il rischioso percorso della licenziabilità è la strada che ha deciso di intraprendere la maggioranza politica del paese, non possiamo che inchinarci alle regole del gioco democratico. Ma in ogni caso io introdurrei per gli sperimentatori di queste ricette economiche un principio di “accountability”, obbligandoli a rispondere delle loro decisioni.
I detrattori del pubblico impiego che applaudono con la bava alla bocca le ipotesi di licenziabilità senza giusta causa dei dipendenti statali dovrebbero mettere per iscritto la loro presa di posizione, per renderne conto politicamente (o almeno moralmente) nel caso in cui questa ennesima sforbiciata alla rete di tutela del lavoro dovesse innescare in Italia la spirale che dalla crisi porta verso la profonda e conclamata depressione economica, terreno fertile per la trasformazione del conflitto sociale in guerra civile.
Per quanto mi riguarda, è palese che lo Stato col pubblico impiego fa girare l’economia italiana più di quanto non faccia la grande industria, e che piegare anche il settore pubblico alla logica del profitto (per alcuni fortunati che resteranno nella macchina statale a prescindere dal loro rendimento) significa condannare il paese alla miseria (per tutti quelli che non avranno santi in paradiso e si vedranno licenziati anche lavorando sodo, perchè i bilanci si faranno quadrare coi licenziamenti e i tagli orizzontali).
A conferma del ruolo centrale del pubblico impiego come motore dell’economia, ci sono i dati di realtà raccolti in una ricerca pubblicata dal Forum PA, da cui risulta che i dipendenti pubblici in Italia sono il 14,8% rispetto al totale degli occupati, e di conseguenza rappresentano una fetta consistente della popolazione lavoratrice, che con il suo reddito e le sue spese aiuta a tenere in piedi l’economia del paese, e in molti casi ne compensa anche le diseconomie, come avviene nelle famiglie in cui il reddito di un dipendente pubblico compensa l’intermittenza di reddito di un familiare precario.
Ma si sbaglia chi pensa che i dipendenti pubblici “sono troppi e vanno sforbiciati in qualche modo”, come suggerirebbe l’ideologia renziana: in Francia i dipendenti pubblici sono il 20% degli occupati, in Inghilterra il 19,2%, e sono molti meno anche in termini assoluti e in rapporto alla popolazione complessiva.
In Italia abbiamo 3,4 milioni di dipendenti pubblici pari al 5,6% della popolazione, contro 5,5 milioni in Francia (dove rappresentano l’8,3% della popolazione) e 5,7 milioni in Inghilterra, che corrispondono al 10,9% della popolazione britannica.
E dopo aver scoperto che ci sono paesi dove il settore pubblico viene sostenuto senza timore, invece di essere minacciato con ipotesi di licenziamenti giustificati solo dalle esigenze della macelleria sociale, possiamo chiederci quali possono essere i rischi potenziali legati ad un crollo del pubblico impiego.
Se il settore pubblico diventa “licenziabile a prescindere” anche se non ci sono motivi di licenziamento, la conseguenza è che i dipendenti pubblici diventeranno ricattabiili e corruttibili, perdendo ogni potere di contrattazione e ogni rivendicazione di diritti di fronte alla minaccia di licenziamento.
Visto che non sono dipendente della pubblica amministrazione italiana potrei anche fregarmene se la scure dei macellai cadrà su altri, ma azzerando le tutele del pubblico impiego crollerà inevitabilmente anche il reddito, con l’applicazione della collaudata formula “se non ti sta bene così ti licenzio, ti demansiono finchè non ti stufi o ti trasferisco anche se hai figli a carico, tanto ne trovo a migliaia disposti a fare la fila per condizioni peggiori delle tue“.
E se crolla il reddito in un settore che genera il 14,8% del lavoro in Italia c’è il rischio concreto che crolli l’intera economia del paese e che la crisi acuta si trasformi in una depressione economica esplosiva, che a quel punto colpirà tutti, dipendenti pubblici e non.
E da qui le domande cruciali di fronte al vento di tempesta che sta soffiando sul pubblico impiego: cari innovatori, rottamatori, cambiatori di verso, costruttori di futuro, twittatori, coraggiosi visionari di governo e profeti dell’ideologia renziana: vale davvero la pena di rischiare la depressione economica per battere cassa in modo miope con tagli che generano risparmi sul breve periodo ma negano lo sviluppo economico sul lungo termine?
Vale davvero la pena di colpire un settore strategico del nostro sistema economico e lavorativo, legittimando questo azzardo con il risentimento atavico indirizzato verso il settore pubblico?
Vale la pena di cavalcare questo risentimento per l’ennesimo attacco ai lavoratori tra i più deboli e ai redditi tra i più bassi?
Ha senso negare che questo risentimento nasce anche da una classe politica che oggi pretende di colpire l’assenteismo altrui con il licenziamento, ma ieri non è stata in grado di arginare il proprio assenteismo nemmeno con delle semplici sanzioni morali, che avrebbero evitato di affidare il governo del Paese al sindaco più assenteista d’Italia?
A tutte queste domande solo il tempo potrà dare risposta.
Nel frattempo si apra pure il dibattito sulle sorti del pubblico impiego, anche se postumo e con decisioni già prese altrove.
Carlo Gubitosa
(da “L’Espresso”)
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Gennaio 4th, 2015 Riccardo Fucile
UN VIGILE URBANO RACCONTA LA VERITA’ SULLA NOTTE DI CAPODANNO: “NON E’ QUELLA CHE VI RACCONTANO”
Non vi raccontano che i vigili sono in agitazione, insieme agli altri comunali, da un mese. Non vi raccontano che Marino, mostrando insofferenza e un po’ di schifo verso la categoria, non si è mai presentato agli incontri con i sindacati
Non vi raccontano che dal primo gennaio è entrato in vigore un nuovo contratto, imposto unilateralmente che prevede riduzioni di stipendio per tutti, su un contratto fermo già da 8 anni.
Non vi raccontano che il vicesindaco Nieri, eletto con Sel, ha da subito manifestato una sorta di fastidio epidermico nell’incontrare i rappresentanti dei vigili. E che, all richiesta di un agente circa il perchè di tanto accanimento, lui rispondeva su Facebook: “dovete imparare a nuotare in mezzo bicchiere d’acqua”.
E non vi raccontano che i vigili sono in agitazione perchè il provvedimento anticorruzione voluto da Brunetta è stato recepito dall’amministrazione nel modo più estensivo e punitivo possibile. Non per i corrotti o i ladri, ma per tutti.
E finora ha portato al trasferimento in altre sedi di persone integerrime, senza macchia alcuna, a pochi mesi dalla pensione. Con una cattiveria ed un cinismo unici.
Non vi raccontano, soprattutto, che i vigili hanno dichiarato che, come forma di protesta avrebbero disertato la prestazione straordinaria volontaria di capodanno, anche perchè sciopero ed assemblea non sono stati autorizzati.
Non vi raccontano che “siccome i vigili si comprano con un caffè” , nessuno al comando ha preparato il servizio ordinario per il 31, nessuno ha sospeso richieste e riposi come prassi. Perchè tanto i vigili verranno a frotte volontari, visto che la notte del 31 è ben pagata. Alla faccia dei sindacati.
Ed invece, per la prima volta, i vigili hanno tenuto il punto, e le adesioni volontarie sono state 0 (leggi zero)
Così Campidoglio e comando si sono trovati, a poche ore dal capodanno, nel panico più totale, per colpa della loro schifosa arroganza.
E per metterci una toppa hanno commesso ogni genere di sopruso, modificando arbitrariamente turni di lavoro, cercando di richiamare abusivamente in servizio gente in ferie o a riposo.
Ed utilizzando la reperibilità , strumento utilizzabile solo per catastrofi. Per gestire un concerto.
Dall’altra parte, ovviamente, ogni genere di resistenza, lecita e meno lecita, con ogni mezzo per difendersi da una serie di porcate mai viste.
E per giustificare questa disorganizzazione figlia della presunzione e dell’arroganza, per giustificare l’aver tenuto le persone in servizio appiedato 19 ore, non si è trovato di meglio che sparare cifre a capocchia sui malati. 835, come ripreso anche dal premier.
Solo che in quel numero c’erano anche ferie, riposi, maternità , donazioni.
Oggi si parla di 44 casi sospetti, non 835. Ma per estendere il Jobs act ai pubblici dipendenti 835 suona meglio.
Anche evitare di parlare della protesta è meglio.
Perchè twittare dalla pista di Courmayeur è scomodo, bisogna essere sintetici.
David
(da “Fanpage”)
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