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COOP ROSSE E COMPAGNIA DELLE OPERE: UNITE NEGLI AFFARI

Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile

NEL 2003 BERSANI INDICO’ IN CL IL MODELLO SU CUI RIFONDARE LA SINISTRA… LA ALLEANZA TRA MONDI COOPERATIVI BIANCHI E ROSSI PER GESTIRE APPALTI NEL WELFARE E NELL’EDILIZIA

Chi ricorda più queste parole? “Se vuole rifondarsi, la sinistra deve partire dal retroterra di Cl. La vera sinistra non nasce dal bolscevismo, ma dalle cooperative bianche dell’800, il partito socialista arriva dopo, il partito comunista dopo ancora. E i movimenti del Sessantotto sono tutti morti, solo l’ideale lanciato da Cl negli anni Settanta è rimasto vivo, perchè è quello più vicino alla base popolare, è lo stesso ideale che è alla base delle cooperative, un dare per educare”.
A parlare così è Pierluigi Bersani.
E’ l’agosto del 2003, quando l’attuale segretario del Pd è responsabile economico dei Ds e viene accolto con scrosci d’applausi dal popolo di Cl al Meeting di Rimini.
L’alleanza tra il mondo ciellino e la sinistra italiana ha una storia ormai lunga.
È vero che Comunione e liberazione ha sempre sostenuto con determinazione il centrodestra di Silvio Berlusconi, perdonandogli tutto, dalle barzellette con bestemmia al bunga-bunga.
Ma è anche vero che si è sempre tenuta una mano libera, da allungare a sinistra.
Soprattutto quando ci sono affari da spartire insieme.
Ora, con Silvio in declino e il Pdl in crisi, quella mano diventa più forte e visibile.
La “trasversalità ” (guai a chiamarla inciucio) diventa esplicito progetto politico.
Bersani al Meeting di Rimini del 2006 aggiunge una clamorosa rivelazione: “Quando nel 1989 Achille Occhetto volle cambiare il nome del Partito comunista italiano, per un po’ pensò di chiamare il nuovo partito Comunità  e libertà . Perchè tra noi e voi le radici sono le stesse”. Ovazione.
Tre anni prima, nel 2003, era nato l’Intergruppo parlamentare sulla sussidiarietà , che ha tra i suoi più assidui ed entusiasti frequentatori da una parte Maurizio Lupi (ciellino di Forza Italia-Pdl), dall’altra Enrico Letta (Ds, poi Pd).
L’Intergruppo si propone come “tavolo di discussione bipartisan ideato per creare un dibattito trasversale sul tema della sussidiarietà ”, proclama Lupi.
“Il suo obiettivo principale è promuovere l’iniziativa privata dei cittadini in forme di autorganizzazione per sperimentare un rapporto più evoluto fra programmazione statale e soggetti privati. Le diverse nature politiche dei promotori dell’Intergruppo ne hanno fatto un caso singolare nel panorama italiano”.
Non così singolare, in verità , vista la propensione italiana all’inciucio.
In questo caso, più sociale che politico.
La parola d’ordine è “dal welfare state alla welfare society”, vale a dire: meno Stato sociale e meno intervento pubblico, per dare più spazio alle cooperative, sia cielline, sia rosse.
Se poi si vuol trovare l’atto fondativo di un patto tra mondo ciellino e sinistra, il primo passo di un lungo cammino insieme, si deve risalire ancora più indietro nel tempo: al luglio 1997, quando nasce Obiettivo Lavoro, agenzia per fornire lavoro temporaneo.
A fondarla sono, insieme, la Lega delle cooperative e la Compagnia delle opere, coop rosse e ciellini.
Ne diventa presidente Pino Cova, ex segretario della Cgil Lombardia e della Camera del lavoro di Milano, amministratore delegato è Marco Sogaro, della Cdo.
Ma sono gli affari a dare sostanza concreta ai progetti “alti”. Coop rosse e imprese della Cdo si spartiscono ormai tranquillamente molti appalti pubblici.
A Milano, il nuovo ospedale di Niguarda nascerà  con le strutture realizzate dalla coop Cmb di Carpi e i servizi gestiti da aziende della Compagnia delle opere.
I motori delle due centrali, quella bianca e quella rossa, si stanno già  scaldando anche per i lavori dell’Expo 2015: già  pronte le coop Cmb, Unieco e Ccc.
Anche il monumento al formigonismo, il nuovo grattacielo sede della giunta lombarda, è nato dalla stessa alleanza: Infrastrutture lombarde, la potentissima stazione appaltante controllata dalla Regione di Roberto Formigoni, per Palazzo Lombardia ha assegnato appalti anche a Cmb di Carpi e a Ccc di Bologna, oltre che all’Impregilo di Massimo Ponzellini, a Pessina, a Cile e a Montagna Costruzioni, azienda socia della Cdo e presente nel suo consiglio direttivo.
Le coop sono ben piazzate anche negli appalti del nuovo polo fieristico di Rho Pero (Cmb di Carpi) e del Portello (Cmc di Ravenna).
Ma il sistema è pervasivo e nazionale, se è vero che funziona, per esempio, anche a Vicenza: il nuovo ospedale di Santorso sarà  tirato su da Summano Sanità , società  formata insieme da coop (anche qui Cmb) e Cdo.
Gli amici di Cl sono tanti, nel Pd. Bersani e Letta, ma anche Matteo Renzi. Il più amico di tutti era Filippo Penati, accolto nel 2004 dall’allora presidente della Cdo milanese, l’ex Pci e imputato di Mani pulite Massimo Ferlini, con queste parole: “Lo abbiamo invitato nella sua veste di presidente della Provincia.
Ma lo conosciamo come un vero riformista dai tempi in cui era sindaco di Sesto San Giovanni”. Dna comune, evidentemente.

Gianni Barbacetto
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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“IL MINISTERO SAPEVA TUTTO DAL 2011”: DIOSSINA E OSSIDO DI FERRO DALL’ILVA

Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile

I MILITARI AVEVANO ASSISTITO AGLI SBUFFI DI FUMI ROSSI DELL’ACCIAIERIA E IL NOE INVIO’ UN RAPPORTO ALLA PRESTIGIACOMO: “EMISSIONI DIFFUSE”

L’esplosivo rapporto del Noe (Nucleo operativo ecologico) dei carabinieri di Lecce del maggiore Nicola Candido, che documentava il disastro ambientale di Taranto, con le fughe di emissioni «diffuse e fuggitive» dagli impianti di area a caldo dell’Ilva, arrivò a Roma, al ministero dell’Ambiente.
Eravamo alla vigilia dell’approvazione, dopo sette anni, dell’AIA, l’Autorizzazione integrata ambientale, e non successe nulla.
Nessun intervento, interrogativo, nessuna iniziativa fu presa.
Eppure, quel rapporto del Noe con la denuncia di centinaia di «eventi irregolari» è parte integrante delle accuse mosse dalla Procura di Taranto all’Ilva.
L’allora ministro per l’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, giura che non vi furono pressioni di sorta per l’AIA, che fu approvata il 4 agosto del 2011.
Anche se dalle intercettazioni telefoniche e ambientali risulta, invece, che i dirigenti dell’Ilva si mossero con funzionari della Regione Puglia e con la commissione ministeriale per addolcire l’AIA.
Ma rimane un mistero come della prova dell’inquinamento in corso a Taranto nessuno tenne conto.
Era l’aprile dell’anno scorso.
Circolavano in rete video o fotografie che riprendevano «strani» sbuffi dall’acciaieria dell’Ilva e più in generale dall’area a caldo dello stabilimento.
Con il via libera della procura, il Noe dei carabinieri di Lecce piazzò alcune telecamere esterne ai perimetri dell’Ilva.
Mise sotto intercettazione visiva e sonora per quaranta giorni quello che accadeva, 24 ore su 24, nella acciaieria più grande d’Europa.
E registrò il cosiddetto fenomeno di «slopping» in occasione delle colate d’acciaio, la fuoriuscita cioè di ossido di ferro, una nuvola rossastra che posandosi sporca di rosso gard rail e asfalto della provinciale, dall’acciaieria 1 e 2.
Dal primo aprile al 10 maggio del 2011 furono segnalati 121 fenomeni di «slopping» all’acciaieria 1 e 65 all’acciaieria 2.
Nel secondo caso, la metà  di quelle emissioni dell’acciaieria 1.
E per gli uomini del Noe che fecero domande e acquisirono documentazione, fu chiara la ragione della differenza: all’acciaieria 2 erano stati montati sistemi di captazione di fumi più moderni.
In ogni caso, la dimensione dei fenomeni era tale che non potevano essere giustificati per la eccessiva frequenza.
Naturalmente viene spontaneo chiedersi se rispetto a un anno fa la situazione è migliorata o meno.
E la risposta (molto informale) che arriva da chi monitora l’inquinamento è che gli «slopping sono ridimensionati ma non eliminati».
Ma perchè avvengono e cosa si può fare per eliminarli? Intanto è evidente che la differenza tra le due acciaierie indica una possibile soluzione, sull’efficacia dei sistemi di captazione, poi la causa potrebbe trarre origine da «rotture meccaniche», da «errori tecnici», dalle stesse «torce meccaniche».
L’attività  di monitoraggio del Noe dei carabinieri di Lecce, nella primavera dello scorso anno non si fermò soltanto alle acciaierie.
Dalla gestione dei rottami ferrosi, un’area all’aperto dove attraverso piccole colate di materiali incandescenti, ad alta temperatura, viene recuperato il ferro, si notavano, di notte, dei bagliori.
Erano emissioni in atmosfera di fumi non captati.
E poi le cosiddette torce, collegate all’acciaieria, dove vengono convogliati i gas della colata.
Sono dei sistemi d’emergenza che per gli 007 del Noe in realtà  servono a smaltire gas, ovvero rifiuti che dovrebbero essere recuperati diversamente.

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ILVA: PER IL PERITO DEL GIP UN MORTO OGNI TRE MESI A CAUSA DEI VELENI

Agosto 21st, 2012 Riccardo Fucile

“E’ UN DISASTRO PER TUTTI, I BAMBINI LE PRIME VITTIME”

«In questi giorni in tanti parlano di Taranto. Vorrei sentir dire con la giusta chiarezza, però, che in questa parte d’Italia c’è un vero disastro. Per la salute della gente e per l’ambiente».
Il professor Annibale Biggeri, docente dell’università  di Firenze e direttore del centro per lo studio e la prevenzione oncologica, è uno dei tre saggi ai quali il gip Patrizia Todisco ha affidato il compito di radiografare il dramma di Taranto.
Quel pool ha firmato la perizia epidemiologica che è una pietra angolare nei provvedimenti di sequestro degli impianti dell’Ilva che inquinano la città  pugliese. Professore, nelle conclusioni siete perentori. Scrivete che le emissioni di Ilva provocano malattie e morti.
«Conoscevo già  la realtà  di Taranto. Ma del nostro lavoro che è andato avanti per un anno, mi ha colpito la chiarezza con la quale sono emersi gli effetti dannosi per la salute e la possibilità  di evidenziare i rioni in cui gli inquinanti incidono in maniera più drammatica».
La vostra ricerca su quali dati si è basata?
«Abbiamo analizzato la storia clinica degli abitanti di Taranto negli ultimi tredici anni. Si è evidenziato che all’incremento di pm10 industriale corrisponde un aumento della frequenza di ricoveri e di decessi. E abbiamo notato che il picco di ricoveri e l’eccesso di mortalità  per patologie riconducibili alle emissioni di polveri industriali si acuisce nel rione Tamburi e nel Borgo, ovviamente i più vicini agli impianti, con un morto ogni tre mesi. Stesso discorso al Paolo VI nel quale risiedono molti operai dello stabilimento siderurgico».
L’aspetto che colpisce di più è l’incidenza dei tumori sui bambini di Taranto.
«In età  pediatrica si è accertato un eccesso di tumori maligni del 25%. E questo è uno degli aspetti che consente di affermare che gli effetti sulla salute sono prodotti dall’inquinamento attuale e non solo da quanto avvenuto in passato».
Ma quali sono i killer silenziosi che arrivano dalla grande fabbrica?
«Parlerei di un cocktail di sostanze. Certamente il benzoapirene, ma dagli impianti industriali di Taranto fuoriescono anche tanti altri inquinanti come i metalli».
L’Ilva si difende sostenendo che oggi la fabbrica inquina meno rispetto al passato… «Le rilevazioni delle centraline di Taranto confermano ancora oggi, a sequestro notificato, che le emissioni sforano la soglia di legge. Basta consultare il sito dell’Arpa. Dal 2004 gli sforamenti sono stati sempre oltre i limiti di legge tranne che nel 2009 quando sono stati leggermente al di sotto. Ma in quell’anno c’è stato un calo della produzione per motivi di mercato».
Uno degli avvocati dell’Ilva ha argomentato che i livelli di pm10 di Taranto sono inferiori a quelli delle grandi città  del nord.
«Argomentazione che si sgonfia se si valutano le rilevazioni nel quartiere Tamburi. Ci si può girare intorno se si vuole, ma l’attuale situazione di quegli impianti non è compatibile con la salute della gente”.
Cosa farebbe se vivesse a Taranto?
«Pretenderei i rimedi, anche se sono complicati e costosi. I tarantini meritano un’opportunità  e non una condanna irreversibile ».

Mario Diliberto
(da “la Repubblica”)

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ILVA, IL RIESAME CONFERMA IL SEQUESTRO SENZA FACOLTA’ D’USO DELLE SEI AREE A CALDO

Agosto 20th, 2012 Riccardo Fucile

NEL DISPOSITIVO SI LEGGE CHE I CUSTODI DEVONO GARANTIRE “LA SICUREZZA” DEGLI IMPIANTI E DEVONO UTILIZZARLI “IN FUNZIONE DELLA REALIZZAZIONE DELLE MISURE TECNICHE NECESSARIE PER ELIMINARE LE SITUAZIONI DI PERICOLO”

Conferma su tutta la linea delle decisione del gip di Taranto Patrizia Todisco e, quindi, nessuna possibilità  di utilizzo degli impianti a cui sono stati posti i sigilli.
Il Tribunale del Riesame, infatti, ha depositato stamane le motivazioni in base alle quali il 7 agosto scorso ha confermato il sequestro degli impianti a caldo dell’Ilva.
Il provvedimento non è stato ancora notificato alle parti. Confermato, come si diceva, il sequestro degli impianti a caldo dell’Ilva senza concedere la facoltà  d’uso, che peraltro — viene sottolineato — non era stato richiesto neppure dai legali del Siderurgico.
Secondo fonti giudiziarie, inoltre, il Riesame ha disposto che non si continuino a perpetrare i reati contestati nel provvedimento cautelare.
Sul percorso da seguire per interrompere i reati, i giudici invece non si sbilanciano e affidano il compito ai custodi nominati dal gip e alla procura.
Il provvedimento — notificatoall’Ilva — è di circa 120 pagine.
Nel dispositivo della propria decisione (depositato il 7 agosto scorso), il tribunale del Riesame scriveva: “I custodi garantiscano la sicurezza degli impianti e li utilizzino in funzione della realizzazione di tutte le misure tecniche necessarie per eliminare le situazioni di pericolo e della attuazione di un sistema di monitoraggio in continuo delle emissioni inquinanti”.
Per rafforzare questa disposizione, il tribunale aveva nominato custode giudiziario proprio il massimo rappresentante Ilva, Bruno Ferrante, “nella sua qualità  — precisa il tribunale nel dispositivo — di presidente del Cda e di legale rappresentante di Ilva spa”.
La nomina di Ferrante quattro giorni dopo la decisione del Riesame è stata revocata dal gip Patrizia Todisco.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IL 53% DEI PENSIONATI SONO DONNE MA PERCEPISCONO SOLO IL 44% DEI 258 MILIARDI EROGATI

Agosto 18th, 2012 Riccardo Fucile

L’IMPORTO MEDIO ANNUO DELLE PRESTAZIONI DI TITOLARITA’ MASCHILE AMMONTA A 14.001 EURO, IL 65,3% IN PIU’ DI QUELLA FEMMINILE, FERMA A 8.469 EURO

Nel 2010, dei 23.763.023 trattamenti pensionistici il 56,5% è stato erogato a donne e il 43,5% a uomini.
Le donne, pur rappresentando il 53% dei pensionati (8,8 milioni su 16,7 milioni) e più della meta’ delle pensioni, percepiscono solo il 44% degli oltre 258 miliardi di euro erogati, mentre il 56% è destinata agli uomini.
L’importo medio annuo delle prestazioni di titolarità  maschile ammonta a 14.001 euro, il 65,3% in più di quello delle pensioni di titolarità  femminile, che si attesta a 8.469 euro.
Lo rileva una indagine Istat-Inps.
La crescente prevalenza del genere femminile all’aumentare del numero di trattamenti percepiti fa sì che il divario tra uomini e donne si riduca al 43,6% se calcolato sul reddito pensionistico medio, pari a 18.435 euro per gli uomini e 12.840 per le donne. Tra il 2000 e il 2010, i differenziali degli importi medi delle pensioni e dei redditi pensionistici tra uomini e donne sono cresciuti, rispettivamente, di 5,4 e 2,3 punti percentuali.
Oltre la metà  (54,8%) delle donne percepisce meno di mille euro, contro un terzo (34,9%) degli uomini.
Il numero degli uomini (597 mila) che percepiscono un reddito pensionistico mensile pari o superiore ai 3000 euro è di oltre tre volte più elevato di quello delle donne (180 mila).
Le disuguaglianze più marcate — prosegue l’indagine Istat-Inps — si osservano tra le regioni del Nord, sia con riferimento agli importi medi delle singole prestazioni sia in relazione al reddito pensionistico dei beneficiari.
Il rapporto tra il numero di pensionati e quello della popolazione occupata — rapporto di dipendenza — è a svantaggio delle donne: 93,3 pensionate ogni 100 lavoratrici, a fronte di 55,9 pensionati ogni 100 lavoratori.
Nel 2010, le donne rappresentano il 53% dei titolari di pensioni (8.849.780) ma agli uomini spetta la quota maggioritaria della spesa complessiva (56%, pari a 144,8 miliardi di euro).
La differenza tra uomini e donne in termini di importo medio delle pensioni — 14.001 euro per gli uomini e 8.469 euro per le donne — si riflette anche nella distribuzione del reddito pensionistico medio, pari a 18.435 euro per gli uomini e a 12.840 euro per le donne.
La spesa per pensioni erogate a uomini è, nel 2010, pari al 9,33% del Pil ed è ovviamente maggiore di quella per i trattamenti erogati alle donne (7,32%).
Nel tempo, all’andamento crescente della spesa complessiva si è inoltre accompagnata una crescita del divario tra uomini e donne (con la sola eccezione dell’anno 2008): per gli uomini dall’8,08% del 2000 si e’, infatti, passati al 9,33% del 2010, per le donne dal 6,52% al 7,32%.
La distribuzione dei pensionati per numero di prestazioni evidenzia una prevalenza del genere femminile crescente all’aumentare del numero di trattamenti percepiti.
Tra i percettori di una sola pensione (che rappresentano il 67,3% del totale) la quota femminile è leggermente più bassa della maschile (48,3% sono donne e il 51,7% uomini); tra i titolari di due pensioni le donne sono il 59,8%, la quota sale al 70,9% tra i percettori di tre pensioni e arriva al 74,1% tra i titolari di quattro o più trattamenti. La maggior presenza femminile tra i percettori di due o più pensioni fa sì che, nell’analisi degli ammontare percepiti, la diseguaglianza tra uomini e donne sia minore se calcolata sui redditi pensionistici (quello percepito dagli uomini eccede del 43,6% quello percepito dalle donne) piuttosto che sugli importi medi delle pensioni (pari al 65,3%, sempre a favore degli uomini): in altre parole, il cumulo di trattamenti pensionistici sulla stessa persona, più frequente per le pensionate, compensa — seppur solo parzialmente — il piu’ basso importo medio dei singoli trattamenti.
Nel periodo 2000-2010 la forbice reddituale tra pensionati e pensionate, già  rilevante, si è ulteriormente allargata: il differenziale degli importi medi delle pensioni è cresciuto di 5,4 punti percentuali, mentre quello degli importi medi dei redditi pensionistici di 2,3 punti percentuali.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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SE TORNERANNO A PALAZZO CHIGI PD E PDL PRONTI A CAMBIARE LA RIFORMA DEL LAVORO… POSSIBILITA’ DI LASCIARE A 35 ANNI ACCETTANDO UN ASSEGNO MENSILE CALCOLATO COL SISTEMA CONTRIBUTIVO

Agosto 10th, 2012 Riccardo Fucile

SE TORNERANNO A PALAZZO CHIGI PD E PDL PRONTI A CAMBIARE LA RIFORMA DEL LAVORO… POSSIBILITA’ DI LASCIARE A 35 ANNI ACCETTANDO UN ASSEGNO MENSILE CALCOLATO COL SISTEMA CONTRIBUTIVO

Fatte le riforme già  si pensa alle controriforme?
Ovviamente per Pd e Pdl non si tratta di questo, ma di correggere gli «errori» della riforma delle pensioni e di quella del mercato del lavoro, entrambe firmate dal ministro del Welfare, Elsa Fornero.
Ed entrambe che già  si annunciano argomento della campagna elettorale per le elezioni politiche del 2013.
Per cambiare la riforma della previdenza, nel mirino sia del Pd sia del Pdl (per non parlare delle opposizioni), alla Camera qualche giorno fa è già  stato compiuto un primo atto.
È passato un ordine del giorno, proposto dall’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano (Pd), che impegna il governo a favorire l’iter parlamentare del testo di riforma della riforma già  varato dalla commissione Lavoro.
Si tratta di 5 articoli che unificano le proposte di legge Damiano, Dozzo (Lega) e Paladini (Idv) e che hanno ricevuto anche il voto di Pdl (tranne Giuliano Cazzola), Udc, Fli, Pt (Popolo e territorio).
Nel testo, consegnato ora al parere delle altre commissioni, non solo si propone un ulteriore ampliamento della platea degli «esodati» da salvaguardare, ma si introduce un nuovo canale di pensionamento che riporta in vita la possibilità  di lasciare il lavoro a 58 anni.
È vero che si tratta di un canale aggiuntivo e non sostitutivo delle regole previste dalla riforma Fornero, ma di fatto la ammorbidirebbe di molto.
La proposta di legge, passata col voto bipartisan in commissione Lavoro, introduce infatti la sperimentazione fino al 2017 della possibilità  di andare in pensione per uomini e donne in una età  vantaggiosa: per i lavoratori dipendenti 58 anni (57 le donne) fino a tutto il 2015 e poi 59 (58 le donne) fino alla fine del 2017, purchè si abbiano 35 anni di contributi e ricevendo però un assegno più leggero perchè calcolato tutto col sistema contributivo.
Oggi, dopo la riforma Fornero, per andare in pensione anticipata ci vogliono almeno 42 anni e un mese di contributi (41 e un mese per le donne) e 62 anni di età  (sotto scattano le penalizzazioni).
Il testo bipartisan prevede inoltre due allargamenti della platea degli esodati.
Potrebbero andare in pensione con le vecchie regole: 1) i lavoratori coinvolti in accordi di mobilità  stipulati entro il 31 dicembre 2012 anche in sede non governativa; 2) le persone autorizzate alla contribuzione volontaria, eliminando i vincoli attuali (aver versato almeno un contributo prima del 4 dicembre 2011 e non aver lavorato dopo l’autorizzazione).
Inoltre, la maturazione del diritto alla pensione entro 24 mesi dalla fine della mobilità  avverrebbe senza tener conto dell’adeguamento alla speranza di vita, spiega Damiano.
L’ultimo articolo prevede la spesa per finanziare queste novità  e le relative coperture. Servirebbero 5 miliardi di euro fino al 2019 (che si sommerebbero ai 14 miliardi già  stanziati dal governo per salvaguardare 120 mila esodati).
Il testo propone di reperirli aumentando il prelievo fiscale su giochi pubblici online e lotterie istantanee, ferma restando la clausola di salvaguardia già  prevista dalla legge, che potrebbe far aumentare i contributi sulle imprese.
Che la riforma delle pensioni vada «aggiustata, innanzitutto per risolvere il problema degli esodati e per introdurre degli spazi di flessibilità  sul pensionamento», lo ha ribadito ieri in una conversazione con il quotidiano Il Foglio anche Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro del Pd.
Ma già  due mesi fa dal Pdl era arrivato un messaggio ancora più duro. Era stato l’ex ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, a dire che la riforma Fornero, a causa del «repentino passaggio alle nuove regole senza scale o scaloni», aveva reso il sistema previdenziale italiano «insostenibile sul piano sociale».
È necessario, concludeva Sacconi, reintrodurre una «transizione che gradualmente conduca alle età  più elevate in termini di maggiore flessibilità ».
E lo stesso Cazzola, esperto di pensioni del Pdl, spiega che non ha appoggiato il testo di legge bipartisan della Camera perchè «non è il caso di riaprire la questione degli esodati», ma che condivide l’idea di un canale di pensionamento anticipato, sia pure penalizzato dal calcolo contributivo.
Anzi rivendica: «Quella proposta l’avevo presentata io».
Sull’altra grande riforma Fornero, quella del mercato del lavoro, sia il Pd sia il Pdl sono pronti, se torneranno al governo, a rimetterci le mani.
Ma, a differenza che sulle pensioni, con intenti opposti.
Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, ha confermato ieri in un’intervista al Sole 24 Ore l’intenzione di intervenire.
È chiaro poi che un governo che dovesse avere anche il sostegno di Sel (Nichi Vendola) probabilmente subirebbe la pressione per ripristinare l’articolo 18 (tutela dai licenziamenti) e comunque per restringere l’area dei contratti precari. A
l contrario, un governo di centrodestra potrebbe tornare sulla riforma del mercato del lavoro per aumentare la flessibilità .

Enrico Marro
(da “Il Corriere della Sera”)

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DIRITTI DELLE DONNE: “NELL’AMBITO DEL G8 L’ITALIA E’ ULTIMA PER PARI OPPORTUNITA'”

Agosto 10th, 2012 Riccardo Fucile

L’INDIA E’ IN ASSOLUTO IL PAESE PEGGIORE… AI PRIMI POSTI CANADA, GERMANIA, GRAN BRETAGNA… L’ITALIA E’ IN OTTAVA POSIZIONE

Oppressione e sfruttamento da una parte. Partecipazione ed emancipazione dall’altra. Sono le opposte condizioni in cui vivono le donne dei 19 Paesi più industrializzati del pianeta.
A denunciare l’incredibile asimmetria è un sondaggio d’opinione globale eseguito dall’americana Trust Law: se al genere femminile di Canada, Germania o Gran Bretagna non mancano opportunità , sicurezza e salute, lo stesso non si può dire per nazioni come Indonesia, Arabia Saudita e soprattutto India.
Dove infanticidio, matrimoni in tenera età  e schiavitù mantengono in una “era oscura” la maggior parte delle donne.
L’ultimo eclatante episodio di misoginia indiana? Per ben 40 minuti 12 uomini hanno picchiato, spogliato e seviziato per strada una ragazza adolescente.
Ma il video dell’accaduto, diffuso in Rete, ha creato ondate di sdegno anche in quella che, pur amando definirsi “la più grande democrazia del mondo”, spesso chiude gli occhi davanti a questo tipo di episodi.
Sei una donna che vive in un Paese del G20?
Meglio per te se ti trovi in Canada. È proprio lì, infatti, che secondo i 370 esperti di differenze di genere interpellati in tutto il mondo le donne possono vivere nelle migliori condizioni.
Seguono Germania, Gran Bretagna, Australia e Francia: nazioni in cui, rivela Trust Law, sicurezza dalle violenze, pari opportunità , partecipazione alla vita politica e libero accesso ai servizi sanitari contribuiscono a rendere più dignitosa la vita per le persone di sesso femminile.
Un problema, quello dei servizi sanitari e sociali di base, che insieme ai diritti sulla procreazione relega i civili Usa al sesto posto.
E l’Italia? Preceduta dal Giappone e seguita dall’Argentina, si piazza solamente in ottava posizione: ultimo Paese del G8 per le pari opportunità .
Ma c’è chi sta molto peggio delle italiane: sono le donne di Messico, Sud Africa, Indonesia e soprattutto Arabia Saudita, dove il suffragio universale è giunto solamente un anno fa.
E dove alle donne, anche con un elevato livello di istruzione, è ancora proibito guidare un’auto.
Il peggior Paese del G20 per il gentil sesso è però l’India: “Donne e ragazze continuano a essere vendute come fossero beni mobili, fatte sposare a 10 anni o bruciate vive in seguito a controversie sulle doti, mentre molte bambine vengono sfruttate come schiave domestiche”, ricorda l’intervistato Gulshun Rehman, consulente di Save the Children UK.
“E questo nonostante una legge del 2005 vieti tutte le forme di violenza contro le donne”.
Per le donne indiane la vita non è affatto facile, a meno che non godano di particolari e rari privilegi.
Gli stupri e i sequestri sono migliaia ogni anno, e le leggi servono a ben poco, se come successo lo scorso mese a Guwahati, nel nord-est del Paese, in una strada trafficata nessuno ha mosso un dito, alle 21:30, quando ben 12 uomini hanno picchiato, spogliato e spento sigarette sul corpo di una ragazza sedicenne, rea di avere partecipato a una festa in discoteca ed avere addirittura bevuto un drink.
Un episodio troppo increscioso per la stessa opinione pubblica indiana, che però non è passato sotto silenzio solo per la diffusione di un video caricato su Youtube.
Ora sono sotto accusa non solo la polizia, intervenuta dopo più di mezz’ora (nonostante la stazione fosse a 2 km dall’accaduto) arrestando solo tre degli aggressori, ma l’intera “società  maschilista” indiana.
“Tutti questi molestatori dovrebbero essere castrati in pubblico e impiccati pubblicamente senza vestiti”, hanno affermato alla stampa indiana alcuni spettatori della versione integrale del video.
Ma più che in punizioni esemplari, per gli analisti la soluzione del problema sta nella percezione del nuovo ruolo delle donne in società  che, ormai industrializzate, stanno cambiando molto rapidamente.
In tutto il mondo, infatti, la responsabilità  della completa emancipazione femminile è anche degli uomini, e nella loro capacità  di cambiare vedute ed abitudini.
“Le donne sono diventate più simili agli uomini”, scrive il giornalista Fred Pearce nel libro “Il pianeta del futuro”: “Ora tocca agli uomini diventare più simili alle donne”.

Andrea Bertaglio

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CHI HA CAMBIATO PELLE RIESCE A BATTERE I CINESI

Agosto 9th, 2012 Riccardo Fucile

AD ARZIGNANO, NEL VICENTINO, CI SI SPECIALIZZA IN LAVORAZIONE DEI PELLAMI… IL DISTRETTO DELLA CONCIA DI ARZIGNANO VALE UN TERZO DELLA PRODUZIONE EUROPEA

«Chiampo Valley», dove prima c’era il classico distretto.
Ricerca applicata per dare continuità  all’intuizione dell’imprenditore, filiera «green» dietro alla battistrada Fiamm che ha sviluppato le innovative batterie al sale, un progetto di banda ultralarga per tutta la vallata, piani di finanziamento d’impresa con fondi di private equity e riqualificazione geo-ambientale.
Nell’estate calda dello spread e del profondo rosso industriale, bisogna attaccarsi ai segnali deboli per vedere un po’ di luce in fondo al tunnel.
Arzignano da quarant’anni è il polo mondiale della concia per calzature e arredamento.
Un territorio stretto nei 20 chilometri che separano Montebello da Chiampo punteggiato di concerie grandi e piccole, botteghe artigiane e indotto diffuso, che vale ancora il 35% della produzione europea di pellame ma che il crollo della domanda di arredamento imbottito di fascia media sta costringendo a reinventarsi.
«Per decenni — spiegano dalla Cgil locale – questa è stata una specie di valle dell’oro: stipendi generosi per tutti e profitti per gli imprenditori. La ricchezza era palpabile. La potevi vedere nelle case, nelle ville, nel territorio».
Un eldorado piegato dalla concorrenza asiatica, dalla crisi mondiale e da frodi fiscali e scandali scoperchiati negli ultimi anni.
Un «vizietto» incubato fin dagli anni Sessanta, quando Arzignano era ancora zona depressa: prima dell’esplosione di concerie (primi anni Ottanta) e della corsa degli operai ad uscire dalle aziende più grandi per farsi a loro volta padroncini, con lo zelo tipico della cultura contadina.
Sabati e domeniche in fabbrica: niente turni, esistono solo straordinari.
Il «nero» nasce così, dal fuori busta che diventa la «droga» per stare dietro alla produzione.
Il Bengodi continua fino all’introduzione dell’euro.
Senza più svalutazioni competitive, le aziende sono costrette ad abbassare i costi: alcune usano il trucco di «inventarsi» risorse, fino alla deriva ultima delle «cartiere», costruite da professionisti delle false fatturazioni. Un danno d’immagine tremendo.
Per tutti i primi anni duemila, la produzione ad Arzignano continua a crescere insieme ai fatturati.
Quel che cala sono gli utili.
«Il 2003-2004 è stato l’anno di maggior produzione — ammette un grosso industriale della zona – ma dal punto di vista dei risultati è stato uno dei peggiori. Sottopelle le aziende continuavano ad indebitarsi per gli effetti di una scarsa capitalizzazione». Il tallone d’Achille del nostro capitalismo.
La crisi insomma è già  incorporata in un distretto che vive una concorrenza interna fortissima sul prezzo.
Si cerca di offrire la merce ad un centesimo menodel tuo vicino, scatenando cannibalismi.
A quel punto arriva la recessione mondiale: crollano fatturati (-35%), chiudono imprese (-200), duemila appartamenti vengono messi in vendita o passano a banche e finanziarie per mutui protestati e molti immigrati (il 20% della popolazione di Arzignano è extracomunitaria) sono costretti a rimandare a casa le proprie famiglie e tornare a vivere sotto uno stesso tetto in 4-5, come all’inizio.
Eppure dietro allo sboom e agli scandali il distretto piano piano si diversifica: la chimica e la metalmeccanica si affiancano alla concia, preponderante ma oggi “solo” il 35% del comparto Arzignano-Montecchio; la platea industriale dimagrisce ma si densifica attorno ai grandi gruppi del territorio; Dani, Rino Mastrotto Group e Conceria Montebello avviano le certificazioni ambientali Epd per la produzione di pelle «green»; e si investe in tecnologia, depurazione delle acque e degli scarichi aeriformi, formazione tecnico-professionale e nuovi mercati come quello indiano. In questo modo Arzignano riesce a tenere le stesse quote di mercato del 2005 nonostante 3.500 addetti e 200 imprese in meno, segno che è in corso una razionalizzazione virtuosa. Nel 2011 torna a soffiare anche l’export (1,7 miliardi di euro, +14,4% rispetto al 2010).
Nel primo trimestre 2012 la crescita rallenta, causa frenata della domanda di beni intermedi nei paesi Brics, ma il riposizionamento sta gradualmente avvenendo. Arzignano indica così la rotta per la nostra manifattura al tempo dello spread, se si vuol competere sui mercati globali. E, soprattutto, tornare a crescere.

Marco Alfieri

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DALLA BASSA PADOVANA AL POLESINE: VIAGGIO TRA I CAMPI SENZA RACCOLTO

Agosto 8th, 2012 Riccardo Fucile

LA SICCITA’ PROVOCA IN ITALIA DANNI PER MEZZO MILIARDO DI EURO… RICHIESTO LO STATO DI CALAMITA’ NATURALE

Fa quasi paura, il campo di granoturco.
Dovrebbe essere ancora fresco e verde, con le piante alte più di due metri. E invece è giallo e ocra e soprattutto secco.
Tocchi una pianta e scende la polvere.
Le pannocchie dovrebbero essere lunghe almeno una spanna e ancora con i grani teneri.
Ma al loro posto ci sono “cartocci” vuoti o con aborti di pannocchie, quando va bene 30 grani invece di 700-800.
«In questo campo – racconta Paolo Minella, perito agrario e responsabile Ambiente della Coldiretti di Padova – il danno è del 100%. Invece della mietitrebbia qui entrerà  il “trincia stocchi”, una macchina che frantuma le piante. Poi l’aratro seppellirà  il tutto. Il “raccolto” di quest’anno servirà  soltanto a concimare il terreno».
“Siccità ” non è certo una parola nuova, nelle campagne italiane.
«Abbiamo avuto la grande secca nel 2003 – dice Paolo Minella – ma quest’anno purtroppo sta andando peggio. Come Coldiretti, proprio per studiare questo fenomeno, abbiamo installato i nostri pluviometri. Ebbene, nella bassa padovana in tutto il 2003 erano caduti 448 millimetri di pioggia, ma a fine luglio i millimetri erano 218. Quest’anno, alla fine dello stesso mese, i millimetri erano 179».
I dati dell’Arpav (Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto) confermano: su queste campagne a giugno sono arrivati 10,2 millimetri di pioggia, a luglio appena 2 millimetri.
«I danni sono già  pesantissimi. Il mais perde fra il 30 e il 100%, la soia e le barbabietole il 40%. Solo per la bassa padovana prevediamo un danno di 100-120 milioni di euro. Dove ancora il mais non è completamente perduto, si va nei campi a trinciare tutto. Piante e pannocchie servono poi a preparare l’“insilato” per l’alimentazione delle vacche. Ma se le pannocchie sono troppo scarse, il trinciato non va bene per il bestiame e nemmeno per gli impianti di biogas. Dentro ci sono solo fibre, e non le proteine dei grani di mais».
Sembrano bollettini di guerra, i comunicati delle associazioni degli agricoltori. Secondo la Coldiretti nazionale, i danni sono quantificabili già  in mezzo miliardo di euro, ma purtroppo siamo solo all’inizio e basta mettere in fila i deficit previsti nelle diverse zone per ipotizzare bilanci ancor più pesanti.
La bassa padovana è solo una delle “secche”che a macchia di leopardo stanno coprendo pianure, colline e montagne.
«Nella zona sud del Veneto – dice Tiziano Girotto, direttore di Condifesa (Consorzio di difesa dalle avversità  atmosferiche) di Padova – ci sono danni pesanti anche nel veronese, nel veneziano e in tutto il Polesine. Per cercare di salvare il salvabile, si anticipa ogni raccolto. Oltre al mais è già  iniziata la raccolta delle barbabietole, che di solito si avvia ai primi di settembre. Anche con l’uva ci sarà  un mese di anticipo. I colpi di calore hanno già  danneggiato i grappoli, disidratandoli nella delicata fase della maturazione».
Sali sui colli Euganei e anche qui il color seppia ha invaso prati e boschi.
Sotto il grande fiume Po – dal ponte si vedono più distese di sabbia che acqua – si chiede la dichiarazione dello stato di calamità  naturale.
«La siccità  – ha dichiarato Stefano Calderoni, assessore alla Provincia di Ferrara – si somma agli sbalzi termici di fine aprile, quando le temperature si abbassarono: già  allora furono colpite le colture della mela, della pera e del kiwi e oggi le perdite sfiorano l’80%. Con il grano abbiamo perso il 20-30% ma anche da noi è drammatica la situazione del mais, con raccolti ridotti del 70%. Calcoliamo che i danni da siccità  arriveranno nella nostra provincia a 200 milioni, da sommare ai 150 milioni tolti all’agricoltura dal terremoto di maggio. Il prodotto lordo vendibile della nostra provincia è solitamente di 700 milioni: questo significa che nei campi avremo un reddito complessivo dimezzato».
Il caldo non fa bene nemmeno agli animali.
I maiali mangiano il 30% in meno di mangime, le vacche producono il 20% in meno di latte.
Ma la siccità  non è problema solo per i contadini.
I prezzi stanno aumentando in modo pericoloso.
Nelle ultime sei settimane alla Chicago Board of Trade, causa siccità  negli Usa e in Russia e alluvioni in Ucraina, il grano è aumentato del 50%, la soia del 26%, il mais del 55%.
I contadini italiani riceveranno prezzi più alti ma per quantità  estremamente ridotte.
A pagare il conto del caldo saranno dunque anche i consumatori, già  nel prossimo autunno.
«Con il nostro Condifesa, che è stato organizzato da noi contadini – dice Tiziano Girotto – assicuriamo le imprese contro grandine, siccità , gelo, alluvioni… Ma se per la grandine il rimborso è del 100%, per il mais si arriva soltanto al 50%. Soldi che sono comunque preziosi (l’assicurazione è pagata al 40% dai coltivatori e al 60% dalla Comunità  europea) per evitare il fallimento delle aziende».
Hanno un peso diverso, le previsioni del tempo, in città  o nelle campagne.
Il cittadino vuol sapere se può andare al mare o a prendere una boccata d’aria in collina.
In campagna si vuole sapere se, quando si chiuderanno i conti a ottobre, ci saranno i soldi per mantenere le famiglie fino ai prossimi raccolti.

Jenner Meletti
(da “La Repubblica“)

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