Giugno 6th, 2012 Riccardo Fucile
RAPPORTO CONFINDUSTRIA: SIAMO PASSATI DALL’OTTAVA ALLA QUINTA POSIZIONE… IN 20 ANNI L’EXPORT DEI PRODOTTI ITALIANI E’ CALATO DAL 21,5% AL 13,9%
L’Italia che arretra, che soffoca, che arranca. 
E in più la “botta micidiale” del terremoto in Emilia Romagna.
Il centro studi di Confindustria fotografa un Paese in difficoltà profonda. La recessione, un “feroce” credit crunch, la bassa redditività mettono in ginocchio il paese.
E la produzione manifatturiera scivola da quinta a ottava scavalcata da India, Brasile e Corea Sud.
In questo modo è rischio “la stessa sopravvivenza” di “parti importanti dell’industria”. Nel rapporto di giugno sugli scenari industriali si rileva come il sisma rende tutto più difficile in “un’area ad altissima vocazione manifatturiera e cruciale per lo sviluppo industriale del Paese”.
Ad aggravare tutto c’è “la violenta stretta al credito” che “è tra le principali cause del nuovo arretramento e fa mancare alle imprese l’ossigeno necessario a resistere, in presenza di una redditività media che ha raggiunto ulteriori minimi”.
Le imprese italiane denunciano un “alto grado di inerzia”: tra il 2000 ed il 2010 la quota di aziende che non ha accresciuto la propria dimensione è stato pari al 66% del complesso.
Soltanto il 16% infatti è riuscito ad ingrandirsi mentre la crisi ha costretto ad un ridimensionamento il 18%.
Gli economisti di Viale dell’Astronomia avvertono che “la ricaduta in recessione mette a repentaglio l’industria italiana” e che “per rafforzare il manifatturiero, motore della crescita attraverso l’innovazione, è tornata strategica la politica industriale”.
Che è un punto debole del nostro Paese, rileva il capo del centro studi di Confindustria, Luca Paolazzi, per i limiti legati alle “inefficienze della pubblica amministrazione” ed alla mancanza di “governi dalla visione di lungo periodo”.
Gli altri paesi invece vanno avanti, c’è una “scalata degli emergenti” e nella classifica per produzione manifatturiera il nostro paese con una quota che scende dal 4,5 al 3,3% dal 2007 al 2011, passa dalla quinta all’ottava posizione, superata appunto da India, Brasile e Corea del Sud”.
In testa è salda la Cina. Perdono quota di produzione gli Stati Uniti (-3,9 punti), Francia e Regno Unito (entrambi -0.9) Spagna (-0,7) e Canada (-0,4).
Crescono di più Cina (7,7 punti), India, Indonesia.
Nel complesso l’Ue cala dal 27,1% al 21%.
”La specializzazione merceologica del made in Italy cambia”. Quello che è sempre stato il simbolo del made in Italy, i “beni legati alla moda”, dal 1991 al 2011 perde quota dal 21,5% al 13,9% dell’export.
Mentre, per esempio, “i prodotti con maggiore intensità tecnologica ed economie di scala sono saliti dal 60,8 al 66,9%”, nonostante “una debacle per computer e elettrodomestici”.
L’appello di Fulvio Conti, nuovo vice presidente del Ccs, è di “far ripartire la nostra economia. E’ una sfida che richiede di tornare a pensare in maniera strategica, puntare sugli investimenti di lungo periodo, soprattutto in infrastrutture e innovazione, e di riequilibrare il carico fiscale per favorire investimenti e una ripresa dei consumi”.
Il nostro è un “Paese lento”, a “cui manca una visione di lungo periodo”, e “manca un progetto Paese che identifichi le priorità e le linee di sviluppo”.
Nel manufatturiero cuore pulsante dell’economia “servono massicci investimenti“. Serve una politica industriale moderna, dunque, come quella messa in campo ,dicono ancora gli economisti di Confindustria, dai paesi avanzati ma anche da quelli emergenti “dotati di una visione chiara e di un disegno coerente nel tempo”.
Una politica che “faccia ricorso soprattutto alle leve dal lato della domanda” ma che sopratutto faccia tesoro dei “difetti” di un interventismo ed evitino cioè “la dispersione e l’accavallamento delle iniziative; la moltiplicazione di enti erogatori, programmi, obiettivi e strumenti; scarsità delle analisi di impatto e di costi benefici prima, durante e dopo gli interventi; “cattura” delle autorità da parte delle lobby; utilizzo elettoralistico dei fondi”.
Difetti da cui, appunto, dice il Csc, sono rimasti immuni Germania, Usa, Giappone e le economie dell’est asiatico.
Ma non solo. L’ulteriore allungamento dei tempi di pagamento della pubblica amministrazione ha aggravato la situazione finanziaria delle imprese italiane.
Si è giunti, secondo il rapporto, a 180 giorni nel primo trimestre 2012, dai 128 giorni del 2009. “In altre economie è avvenuto il contrario: i tempi di pagamento della Pa sono stati accorciati in Francia a 65 giorni e in Germania a 36 giorni”.
Per il Csc, inoltre, “resta alto il rischio che il credit crunch prosegua nei prossimi anni”, nonostante “gli straordinari interventi attuati dalla Banca centrale europea“.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 4th, 2012 Riccardo Fucile
ANCHE LE LAVORATRICI COLTE E PREPARATE HANNO STIPENDI PIU’ BASSI DEGLI UOMINI, FINO AL 37% IN MENO
Qui non si tratta della casalinga di Voghera o della ragazza del Sud che la famiglia costringe a casa
dopo la licenza media.
Qui si tratta di “upper class”, di gioventù ricca e colta, di ragazzi e di ragazze che possono scegliere cosa studiare e dove studiare, che provengono da famiglie ad alto reddito e che sono figli della classe “professionale, dirigente, innovativa” di una città come Milano.
La punta avanzata dell’evoluzione sociale, dunque. Eppure anche lì, anche in quel contesto che dovrebbe essere immune dalle disparità di sesso, le donne guadagnano meno degli uomini. Lavorano, non stanno a casa, sono autonome nella vita come nel reddito, ma la loro busta paga è inevitabilmente più leggera di quella del partner, dell’amico o del fratello.
Mediamente più leggera del 37 per cento.
Anche se a scuola hanno sempre ottenuto i voti migliori, anche se si sono laureate in tempi più stretti, anche se al liceo sono risultate delle autentiche schegge in matematica e fisica.
Perchè non è vero che le ragazze brillano solo nelle materie letterarie: surclassano i compagni anche in quelle tecniche.
Eppure niente ferma la disparità salariale fra maschi e femmine: non c’è reddito, provenienza sociale o territoriale che tenga.
Il fatto nuovo è che spesso – dietro ai risultati ottenuti in questi contesti privilegiati – ci sono scelte effettuate dalle donne stesse.
E’ quanto indica lo studio “Il gap salariale nella transizione tra scuola e lavoro” pubblicato dalla Fondazione Rodolfo Debenedetti.
Una lettura che parte da un presupposto finora poco considerato: le donne guadagnano di meno perchè al momento della scelta della facoltà , si orientano verso studi umanistico-letterari destinati a condurle verso professioni scarsamente retribuite.
E lo fanno di testa loro, nonostante i brillanti risultati scolastici permetterebbero alle ragazze di “volare” anche in indirizzi considerati tipicamente maschili (e legati a professioni più redditizie) come ingegneria, economia o matematica.
Una decisione non da poco, visto che l’analisi della Fondazione Debenedetti dimostra che la scelta del percorso universitario spiega per un terzo la differenza di reddito fra uomini e donne.
Lo studio – che sarà presentato nella Conferenza europea “Le diverse dimensioni della discriminazione” in calendario a Trani per il 9 giugno (chi volesse iscriversi può farlo all’indirizzo mail info@frdb.org) – considera volutamente un campione di laureati molto ben caratterizzato. Sono stati presi in considerazione i ragazzi diplomati in 13 licei classici e scientifici di Milano tra il 1985 e il 2005 che hanno poi proseguito gli studi nelle 5 Università cittadine.
Trentamila brillanti giovani provenienti da brillanti famiglie, oggi già inseriti nel mercato del lavoro e immuni dai freni che stanno agendo sull'”ascensore sociale” italiano (quello che fino a poco tempo fa permetteva ai figli di raggiungere condizioni di vita, studio, reddito e lavoro migliori rispetto a quelle dei genitori). Loro sul tetto ci sono già .
Le conclusioni positive dell’indagine, va detto, sono almeno due: il sesso non pesa in termini di occupazione perchè la differenza fra maschi occupati e donne occupate non va oltre il 7 per cento.
Nè le donne decidono come proseguire gli studi in base alle prospettive di un futuro matrimonio “ricco”.
Si potrebbe presumere – considera il rapporto – che gli uomini più spinti alla carriera e all’inseguimento di un alto reddito, pensino sia meglio sposare una donna che, avendo scelto studi umanistici, sia più propensa a professioni meno competitive e meno pagate e più interessata alla gestione della famiglia.
Ma, almeno fra i ragazzi e le ragazze della Milano “bene”, guardando ai numeri, ciò non sembra avvenire.
Ciò che avviene, invece, è che con costanza sorprendente le donne rifuggono dalle facoltà legate a lavori a più alto reddito. Lo studio le indica con chiarezza: medicina, ingegneria, economia, matematica.
Medicina a parte (dove le quote femminili e maschili si eguagliano) le facoltà più “redditizie” sono state scelte dal 65 per cento dei ragazzi del campione e da solo il 20 per cento delle ragazze.
Gli indirizzi legati alle professioni peggio remunerate (Scienze dell’educazione, Scienze umanistiche, Architettura e design) sono stati invece scelti dal 35 per cento delle femmine e dal 10 per cento dei maschi.
Cosa c’è dietro queste decisioni?
Lo studio individua due possibili motivazioni, anche se difficilmente misurabili perchè legate a caratteristiche individuali.
Le donne sono meno competitive dei maschi (il livello di competitività è stimato tenendo conto della propensione ad esercitare attività sportive), sono – in genere – più attente al prossimo (attitudine rilevata in base alla partecipazione ad attività di volontariato) e comunque scarsamente votate alla ricerca di un lavoro a tutti i costi ben pagato.
Pesa il ruolo che si sentono in dovere di coprire nella famiglia e quindi – ancora una volta – pesa la mancanza di infrastrutture e welfare che permettano alle donne di dedicarsi al lavoro senza preoccuparsi dei bambini e degli anziani. Pesa, probabilmente, anche un gap di autostima.
Comunque sia – precisano gli autori del rapporto – colpisce come il “gap salariale fra uomini e donne persista persino in un gruppo socio-economico relativamente benestante e istruito come quello dei licei milanesi”.
Se è così in quell’ambiente protetto, figuriamoci nel resto del Paese.
Lì il problema sta a monte: le donne che lavorano sono ancora troppo poche e gli ultimi dati sulla disoccupazione femminile rilevati dall’Istat fanno capire che le nuove generazioni sono più penalizzate delle vecchie (al Sud è disoccupato quasi il 52 per cento delle ragazze fra i 15 e i 24 anni).
Quando poi lavorano le donne italiane, a parità di ruolo e di orario guadagnano mediamente il 16,4 per cento in meno rispetto ai colleghi maschi.
Ora gli allarmi s’inseguono e s’inseguono anche le promesse: nell’ultima relazione annuale la Banca d’Italia ha ribadito che la ripresa del Paese deve necessariamente passare attraverso la soluzione della questione femminile.
E il governo Monti, pochi giorni fa, si è impegnato a far sì che entro il 2016 non esista più, a parità di ruolo, alcuna disparità di stipendio.
Luisa Grion
(da “La Repubblica“)
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Giugno 2nd, 2012 Riccardo Fucile
IL TASSO AD APRILE VOLA AI LIVELLI DEL 2004…SU BASE TRIMESTRALE ADDIRITTURA AL DATO DEL 1999….IN UN MESE I DISOCCUPATI SONO CRESCIUTI DI 38.000 UNITA’
Vola la disoccupazione in Italia. 
Ad aprile i senza lavoro sono il 10,2% in rialzo di 0,1 punti percentuali su marzo e di 2,2 punti su base annua.
Tradotto: in un mese, tra marzo e aprile, hanno perso l’impiego 38mila persone.
E così quello annunciato oggi dall’Istat è il tasso più alto da gennaio 2004, quando l’Istituto di statistica iniziò la rilevazione delle serie storiche mensile.
Quando alle rilevazione trimestrali il dato è il più altro dall’inizio del 2000.
Ancora più dura la sentenza su base trimestrale.
I senza lavoro nei primi tre mesi dell’anno sono saliti al 10,9%: con una crescita di 2,3 punti percentuali su base annua. E registrando il tasso più altro dal primo trimestre del 1999.
Ancora una volta, però, il conto più alto è quello pagato dai giovani tra i 15 e i 24 anni: ad aprile i senza lavoro sono il 35,2%, in diminuzione di 0,8 punti percentuali su marzo, ma un aumento di 7,9 punti su base annua.
In particolare, secondo i dati dell’Istat, è disoccupato più di un giovane su tre di coloro che partecipano attivamente al mercato del lavoro.
Complessivamente il numero dei disoccupati ad aprile è salito a 2 milioni 615mila, il livello più alto dall’inizio delle serie storiche mensili (gennaio 2004) e, guardando al trimestrale, dal secondo trimestre del 1999.
Il rialzo è dell’1,5% su marzo (+38mila unità ), ma su base annua l’aumento è del 31,1%: 621mila unità .
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Maggio 30th, 2012 Riccardo Fucile
DODICI FERMI NEI CONFRONTI DI ESPONENTI DEL CLAN NASONE…. GLI IMPRENDITORI CHE NON PAGAVANO AVEVANO I MEZZI DANNEGGIATI O SUBIVANO PESANTI INTIMIDAZIONI
I carabinieri li hanno sentiti pianificare le incursioni notturne, organizzare i danneggiamenti. Stabilire quali mezzi
dovevano saltare in aria e quali essere devastati a mazzate.
Per lavorare sui cantieri della Salerno-Reggio Calabria, dovevano pagare tutti.
E nella zona di Scilla-Villa San Giovanni, i soldi toccavano a loro. Il 3% dell’importo dell’appalto, e “non meno”, doveva andare ai “Nasone-Gaietti”.
Ora una decina di componenti della cosca sono finiti in manette su richiesta della Dda di Reggio Calabria, che ha deciso di affondare il colpo mentre la cosca era ancora pienamente operativa.
I carabinieri del Comando provinciale hanno notificato dodici “fermi” nei confronti di altrettante persone ritenute legate al clan degli scillesi.
Il procuratore aggiunto Michele Prestipino e i pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, hanno firmato i provvedimenti nel tentativo di bloccare lo stillicidio di intimidazioni che negli ultimi mesi ha riguardato una serie di aziende impegnate nella fornitura di servizi e materiali o subappaltatori dell’A3 e non solo.
In questo senso, il boss Giuseppe Virgilio Nasone, e i suoi uomini erano determinati. Nonostante l’arresto di un picciotto della “famiglia” catturato nei mesi scorsi – quando si era presentato ad un imprenditore per chiedere una mazzetta da sei mila euro – il gruppo non aveva nessuna intenzione di fermarsi. Anzi.
Le microspie dell’Arma li avevano sentiti ragionare: “Non è che le cose non si possono fare, basta stare attenti”.
Le cose da fare erano gli attentati. E di soldi ne arrivavano tanti dalle ditte intimorite.
Alcuni imprenditori pagavano per evitare che le attrezzature, in molti casi particolarmente costose, fossero danneggiate.
Altri per paura o per evitare che gli operai subissero ritorsioni anche violente.
“Dobbiamo fare come quelli di Gioia Tauro — dicevano — quelli che pagano sono apposto. Agli altri gli facciamo saltare i palazzi”.
L’inchiesta della Procura di Reggio Calabria ha preso il via dalla denuncia di un imprenditore che non si è voluto piegare.
Così, a marzo del 2011 è finito in carcere Giuseppe Fulco, cugino dei Nasone.
Gli inquirenti, incassato il risultato, tuttavia, non hanno mollato la presa ed hanno continuato ad ascoltare i suoi commenti in carcere.
Ed è durante i colloqui con la madre e la sorella che sono venuti fuori una serie di elementi che hanno consentito di ricostruire la rete di rapporti interni alla cosca.
Il clan infatti continuava a versargli “la mesata” ed a spartire con lui gli utili di altre estorsioni. Altre microspie e una serie di pedinamenti hanno fatto il resto, riuscendo a dare un volto ed un nome ad ogni componente del clan e a ricostruire i singoli episodi.
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Maggio 30th, 2012 Riccardo Fucile
SECONDO LA RICERCA, GERMANIA, GRAN BRETAGNA E SVIZZERA SONO LE METE SCELTE DAI GIOVANI ITALIANI… IL NOSTRO PAESE E’ INVECE POLO ATTRATTIVO PER LAVORATORI STRANIERI CON UNA FORMAZIONE MEDIO BASSA
Medici, avvocati e architetti in fuga all’estero per trovare lavoro.
Sono oltre 10 mila i professionisti che tra il 1997 e il 2010 si sono trasferiti stabilmente in altri paesi europei.
Circa 4mila persone vivono in Gran Bretagna, 1500 scelgono la Svizzera e poco più di 1000 persone optano per la Germania.
Lo conferma l’indagine del centro studi del Forum nazionale dei Giovani in collaborazione con il Cnel.
I lavoratori altamente qualificati che lasciano l’Italia sono medici (2640), insegnanti delle scuole superiori (1327), avvocati (596) e architetti (214).
Tuttavia il Belpaese è un polo di attrazione per chi arriva dall’estero.
Il saldo tra gli arrivi e le partenze è positivo per circa mille unità .
Tra il 2007 al 2010 sono arrivati in Italia professionisti rumeni (5125), spagnoli (1306) e tedeschi (1030).
In genere, la loro qualifica è medio-bassa: la maggior parte sono infermieri (6531).
Le difficoltà .
Per i lavoratori altamente qualificati lasciare il proprio paese non è una passeggiata. Secondo il Cnel, i principali ostacoli sono la libera circolazione in Europa, il riconoscimento dei titoli, l’omogeneità dei percorsi formativi.
I professionisti più agevolati nella mobilità Ue sono i medici e gli architetti.
Le maggiori difficoltà le incontrano psicologi e giornalisti; seguono notai, commercialisti, consulenti del lavoro e avvocati.
Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) l’Italia risulta avere una regolamentazione tra le più complicate in Europa.
Peggio solo la Slovenia, la Turchia e il Lussemburgo.
Professionisti over 50.
Tra gli oltre 2 milioni di iscritti agli ordini professionali, appena il 9,4% ha meno di 30 anni.
Nell’indagine, un notaio su due ha più di 50 anni e quasi tre medici su quattro sono over 45.
Ci sono più giovani nella categoria dei giornalisti e degli avvocati: oltre il 60% ha meno di 45 anni.
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Maggio 29th, 2012 Riccardo Fucile
RAPPORTO DELLA FONDAZIONE RODOLFO DE BENEDETTI: CENTINAIA DI CURRICULA FITTIZI A CENTINAIA DI AZIENDE PER PROVARE LA DISCRIMINAZIONE
«Come un negro in una società razzista». Così si sentiva, tanti anni fa, Pier Paolo Pasolini.
E così devono sentirsi, al di là delle ipocrisie politicamente corrette, i gay italiani oggi. Lo dice una ricerca sul campo: trovar lavoro di questi tempi è dura per tutti, ma per un giovane omosessuale la difficoltà aumenta del 30%.
I risultati del rapporto della Fondazione Rodolfo De Benedetti, diretta da Tito Boeri, non svelano una realtà sorprendente.
Un dossier dell’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali del 2009 diceva che il Paese più omofobo d’Europa era la Lituania, dove il Parlamento si è avventurato a votare una legge che vieta programmi tivù, libri, giornali, pubblicità , film e ogni cosa che «possa dare una rappresentazione di tipo positivo dell’omosessualità e della bisessualità ».
Ma al secondo posto c’era l’Italia.
E una decina di giorni fa, in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia, un rapporto dell’Ilga (International Lesbian and Gay Association) su 49 Paesi europei ha confermato che, tolti i Paesi dell’Est europeo come Moldavia e Russia, Azerbaijan e Ucraina e certi Paesi molto conservatori (come il Liechtenstein, il principato di Monaco e San Marino) o di cultura islamica tipo la Turchia, siamo sempre, per rispetto dei diritti omosessuali, in coda.
Si dirà : colpa delle tradizioni culturali. No.
Anche la Gran Bretagna era un Paese omofobico.
Basti ricordare che sono stati necessari 55 anni perchè Gordon Brown chiedesse scusa alla memoria di Alan Turing, il matematico che, come ricorda Piergiorgio Odifreddi, era così strambo da legare con la catena al termosifone la sua tazza del tè ma fu determinante nella guerra a Hitler grazie alla sua capacità di scoprire il «codice enigma» nazista, cosa che non lo salvò dalle vessazioni omofobiche che l’avrebbero spinto a uccidersi: «A nome del governo britannico e di quanti vivono liberamente grazie al lavoro di Alan, sono fiero di dire: perdonaci».
Per non dire del secolo trascorso prima che a Westminster fosse collocata una targa a Oscar Wilde, condannato al carcere per atti osceni e sodomia.
Era spietato con gli omosessuali, il Regno Unito.
E anche lì si regolarono per secoli come in Italia, dove certi statuti comunali come quello di Treviso stabilivano pene feroci per i «sodomiti»: «Il maschio privo di ogni vestito, in piazza, impalato e con il membro infilzato, rimanga lì tutto il giorno e tutta la notte. Venga arso vivo il giorno seguente fuori dalle mura…»
Lì, però, le cose sono cambiate.
E il dossier Ilga riconosce all’Inghilterra (21 punti) di essere il Paese meno razzista nei confronti dei gay davanti a Germania e Spagna (20 ciascuno), Svezia (18), Belgio (17).
Noi, staccatissimi, siamo a 2,5: «Sotto Andorra e Lituania e appena al di sopra di Estonia, Grecia, Kossovo e Polonia».
«Nel tuo lavoro attuale, è mai successo che una persona con cui lavori (capi, colleghi, sottoposti, clienti / utenti / committenti) sia stata discriminata e/o trattata ingiustamente perchè è LGBT oppure sembra LGBT», cioè gay, lesbica o transessuale?
Alla domanda del sociologo Raffaele Lelleri, per l’inchiesta presentata in questi giorni «Lavoro e minoranze sessuali in Italia: il punto di vista della popolazione generale», l’enorme maggioranza (l’83%) degli eterosessuali risponde di no: mai sentito.
Eppure pochi giorni fa l’Istat spiegava che «omosessuali e bisessuali dichiarano di aver subito discriminazioni a scuola e all’università , così come al lavoro, più degli eterosessuali: il 40,3% dichiara di essere stato discriminato contro il 27,9% degli eterosessuali.
Si arriva al 53,7% aggiungendo le discriminazioni subite nella ricerca di una casa, nei rapporti con i vicini, nell’accesso a servizi sanitari oppure in locali, uffici pubblici o mezzi di trasporto».
Il rapporto della Fondazione Rodolfo De Benedetti taglia la testa al toro: la discriminazione c’è. Pesante.
Eleonora Patacchini, Giuseppe Ragusa e Yves Zenou, autori de «Dimensioni inesplorate della discriminazione in Europa: religione, omosessualità e aspetto fisico», studio che sarà presentato il 9 giugno prossimo a Trani, hanno inviato nel periodo gennaio-febbraio 2012 a centinaia di aziende che offrivano lavoro a Milano e a Roma attraverso i siti web Monster e Job Rapido, 2.320 curricula fittizi.
Sette profili professionali: impiegato amministrativo, impiegato contabile, operatore di call center, receptionist, addetto alle vendite, segretario e commesso.
«A differenza del sesso di una persona – spiegano gli autori dell’indagine – le preferenze sessuali non sono una caratteristica di facile e diretta osservazione.
Così, per distinguere i candidati con una presunta “identità omosessuale”, ad alcuni dei curricula è stato inserito uno stage lavorativo presso note associazioni di difesa e patrocinio dei diritti delle persone omosessuali (quali, ad esempio, ArciGay, ArciLesbica, etc.).
Al resto dei candidati è stato invece associato uno stage presso un’associazione culturale generica o in azienda».
Di più: «Per valutare l’impatto dell’aspetto fisico, a ogni curriculum è stata associata la fotografia di un ipotetico candidato (di età appropriata rispetto alla durata dell’esperienza lavorativa e degli studi dichiarati), che era stata preventivamente valutata in termini di “bellezza”».
Risultato? Per quanto riguarda la bellezza, nelle assunzioni delle donne pesa.
Molto più che per gli uomini.
Ma i numeri più interessanti sono sulle preferenze affettive. «Se confrontati con i maschi eterosessuali, gli uomini omosessuali hanno il 30% in meno di probabilità di essere richiamati per un colloquio. Le donne eterosessuali e omosessuali, invece, non mostrano significative differenze nei tassi di richiamata.
L’effetto penalizzante individuato per gli uomini è mitigato dal fatto di avere curricula “migliori” (più qualificati)? Niente affatto.
È anzi vero il contrario: l’effetto negativo di un’identità omosessuale è addirittura più forte nel caso di persone con profili professionali più qualificati».
E torniamo a quanto diceva Pasolini nel suo paragone fra omosessuali e neri: passi per assumere un «negro» per i lavori bassi.
Ma assumerne uno così in gamba da avere sogni e ambizioni…
Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera“)
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Maggio 28th, 2012 Riccardo Fucile
LAVORI IN CORSO, IL GOVERNO PREPARA UN PIANO PER RIQUALIFICARE LE AREE URBANE… PRIMI INTERVENTI A ROMA, FIRENZE, VERONA E BARI
Il “piano città ”, a cui il ministero delle Infrastrutture e trasporti sta lavorando, entra nella fase delle proposte concrete.
Finora non molto si sapeva di un progetto più facile a dirsi, che a farsi.
Non solo per l’obiettivo ambizioso di riqualificare aree urbane degradate, ma anche per il numero di soggetti chiamati a dire la loro.
Secondo il ministero è questo invece il punto di forza, perchè coinvolgere tutti gli interessati garantisce interventi realmente necessari e permette di individuare le soluzioni più adatte.
L’idea nasce da uno studio dell’Ance (l’Associazione nazionale costruttori edili) e prende forma il 4 maggio, quando sono iniziate le riunioni al ministero.
Ma cosa prevede in concreto il “piano città ”?
La rigenerazione di aree urbane degradate, la valorizzazione di aree demaniali dismesse, la creazione di alloggi sociali, la ristrutturazione delle scuole per migliorare l’efficienza energetica, l’ottimizzazione del trasporto pubblico locale.
Insomma, tutto quel che contribuisce a migliorare la vivibilità delle città con in più l’importante risvolto di rimettere in moto l’economia grazie all’impulso garantito al comparto dell’edilizia.
Si sa già che tra le città destinatarie di interventi ci sono Roma (in particolare il quartiere di Pietralata), Verona, Firenze, Bari.
Il sindaco di Piacenza, nella veste di rappresentante dell’Anci (l’associazione dei comuni italiani) ha individuato diverse aree al Nord, Centro e Sud Italia.
Al tavolo siedono anche Federcostruttori, Confedilizia, Cassa depositi e prestiti, regioni, comuni e vari ministeri (Istruzione, Economia, Sviluppo economico). L’intenzione del ministero è di procedere in maniera molto spedita.
Il consiglio dei ministri dovrebbe approvare già in settimana il provvedimento, mentre a giugno dovrebbero partire i primi cantieri.
Le azioni da intraprendere investono settori diversi (dalla gestione dei rifiuti alle case popolari), ma tutti di rilievo per i cittadini e con in comune l’ambito delle costruzioni. Perchè è un settore portante che può dare spinta all’occupazione: il comparto dell’edilizia oltre ad essere un volano può generare crescita.
Secondo l’Ance per un miliardo investito ne vengono generati altri tre e con ricadute positive sull’occupazione.
Nel piano città molta attenzione è riservata alle scuole: su 45 mila ispezioni in 3596 scuole di tutta Italia, si prevede di spendere 943 milioni per mettere in sicurezza quelle più fatiscenti.
Più della metà sono risorse già stanziate dal Cipe e 161 milioni di euro sono già stati erogati per i cantieri in corso (altri 20 milioni arriveranno entro luglio).
Spostandosi sul fronte finanziario dei conti, viene da chiedersi da dove arrivino le risorse per un progetto utile quanto ambizioso.
Il totale delle risorse a disposizione sarebbe di 2 miliardi, reperiti qua e là tra le pieghe dei bilanci e programmi già finanziati ma non più attivi.
La parte del leone la fa Cassa depositi e prestiti che, attraverso il Fondo investimenti per l’abitare, mette a disposizione 1,6 miliardi.
Ci sono poi il ministero delle Infrastrutture che garantisce 233 milioni (da spostare con un’apposita norma da altri programmi cui erano destinati); il ministero dell’Istruzione che porta in dote 100 milioni per le scuole ad alta efficienza energetica, lo Sviluppo economico che garantisce una quota degli incentivi all’energia.
Solo considerando l’housing sociale, 833 milioni di euro investiti generano 72 mila alloggi a canone sociale e 141 mila occupati.
Il punto è mettere in comunicazione provvedimenti diversi che finora viaggiavano in ordine sparso.
In settimana il Consiglio dei ministri dovrebbe varare una norma che formalizzi un piano operativo per realizzare in modo coordinato e sistemico l’efficientamento energetico e la riqualificazione e il recupero della bellezza delle nostra città .
Rosaria Talarico
(da “La Stampa“)
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Maggio 21st, 2012 Riccardo Fucile
L’ITALIA NON DIMENTICHI I SUOI FIGLI MORTI SUL LAVORO, ESEMPIO DI SACRIFICIO E ONESTA’ IN UNA SOCIETA’ CON SEMPRE MENO VALORI DI RIFERIMENTO
Poteva essere una strage di fedeli se la terra avesse tremato così solo qualche ora dopo.
Ricca di chiese e di campanili in parte crollati, questa landa padana di confine fra Emilia, Lombardia e Veneto, così piatta da non scorgere all’orizzonte neppure una collina, ha scritto invece la pagina più nera degli operai della notte.
Ben prima che sorgesse il sole Nicola Cavicchi, Leonardo Ansaloni, Gerardo Cesaro e Naouch Tarik erano tutti al lavoro, chi a scaricare lastre di alluminio, chi alle prese con i forni delle ceramiche, chi a controllare il polistirolo.
Tutti turnisti dalle 20 alle 6 del mattino, sotto i rispettivi capannoni, così movimentati e assordanti da non accorgersi della prima scossa, quella dell’una di notte.
«Non l’abbiamo sentita, c’era il rumore delle presse», ha detto Ghulam Murtaza, il miracolato della Tecopress.
Tutti assunti, regolari, Ansaloni e Casaro con moglie e figli da mantenere, i più giovani Cavicchi e Tarik con il sogno della famiglia.
«Nicola si era fatto un mutuo e una casa e voleva sposarsi, pensava a questo» ha detto suo fratello Cristiano.
«Naouch stava aspettando il ricongiungimento con sua moglie Widad, risparmiava per questo», sospirava il papà del giovane marocchino.
Per questo lavoravano anche di notte, anche il sabato notte.
Eppure la domanda che molti si facevano domenica mattina davanti alle macerie era quella sospetta: come mai sotto i capannoni alle quattro del mattino?
NAOUK
Si chiamava Naouch Tarik, aveva 29 anni ed era arrivato nel 1994 in Italia da Beni Mellal, Marocco, con papà Mustafà e mamma Fatiha.
Operaio da sei anni della Ursa di Bondeno, una fabbrica di polistirolo, sabato notte non ce l’ha fatta a sfuggire al crollo.
Dopo essere uscito perchè tremava tutto, dice un suo collega, Naouch è tornato nel capannone a riprendere qualcosa o forse a chiudere il gas.
«Sostituiva il capoturno, si sarà sentito responsabile. Mi hanno detto che gli è caduto addosso qualcosa », sussurra il padre con gli occhi lucidi, mentre poco più in là la madre urla di dolore e il fratello Hassan scuote la testa.
E mentre lo dice la terra sussulta forte un’altra volta, alle 15 e 18, anche se lui non ci fa più molto caso: «Naouch era importante per me», ripete.
Vivono in una grande casa immersa nelle campagne modenesi di Bevilacqua. Ci sono anche le due sorelle, un cognato e un’altra ventina di persone fra cui il console del Marocco a Bologna, Driss Rochdi.
Il cognato alza un po’ i toni: «Voglio capire perchè la struttura non ha retto». Il console usa la diplomazia: «Un grande dispiacere, confido nelle autorità italiane». Naouch, dicono tutti, era persona allegra e sportiva. Aveva chiesto da poco la cittadinanza italiana perchè voleva portare a Bevilacqua Widad, la sua giovane moglie marocchina. Rimasta vedova a 18 anni.
GERARDO
Era l’uomo del muletto, l’operaio più esperto, 55 anni, una vita nella Tecopress di Dosso, fabbrica a ciclo continuo di lamierati per macchine.
E lui, alle quattro del mattino si trovava al centro del capannone con il suo mezzo a caricare lastre di alluminio.
L’ultima, drammatica corsa di Gerardo Cesaro di Molinella, sposato con due figli, la racconta l’operatore pachistano delle presse, Ghulam Murtaza: «A un tratto si è mosso tutto, una cosa forte, molto forte, mi sono detto è finita e siamo scappati fuori. Gerardo era sul muletto, l’ha fermato e anche lui ha iniziato a correre. Ma era indietro. Appena siamo passati dalla porta è venuto giù tutto. Lui era vicino all’uscita ma non è riuscito a evitare le lamiere che hanno distrutto tutto, anche la mia macchina parcheggiata fuori».
Murtaza ha 40 anni, una moglie, quattro figli e 1.400 euro al mese di stipendio. «Gerardo era un uomo molto bravo e molto gentile».
Per la notte, che sarebbe finita alle sei, lavoravano in dieci.
Fra questi anche il nigeriano Casmir Mbanoske, che il titolare dell’azienda, Sergio Dondi, ha accompagnato a casa ieri insieme con Murtaza, rimasti appiedati. Siccome nessuno dei suoi connazionali l’ha più rivisto, una decina di amici di Casmir hanno protestato fuori e dentro i cancelli della Tecopress.
«Stiano tranquilli, il loro amico prima o poi si farà rivedere », hanno tentato di tranquillizzarli i carabinieri.
NICOLA
Era stata una sua piccola conquista quella del turno di giorno alla «Ceramica Sant’Agostino». Ma venerdì e sabato a Nicola Cavicchi è toccata la notte.
Un piacere al collega che non poteva andare al lavoro, una fatale sostituzione. L’hanno trovato sotto una trave del reparto altoforni, crollato con la scossa delle 4 del mattino. Senza vita.
«Nicola è morto sul colpo – non ha dubbi suo fratello Cristiano –. Bastava qualche metro più in là e forse si sarebbe salvato».
Perito elettrotecnico, 35 anni, ferrarese di San Martino, Nicola era stato assunto come manutentore. «Aveva provato per un po’ a fare l’elettricista in proprio, ma alla fine i conti non tornavano».
Il suo pallino era il calcio. Accanito tifoso del Milan, ha giocato fino allo scorso anno come difensore di fascia del San Carlo, una squadra dilettantistica locale.
Altra passione, il mare. «Andava ai Lidi Ferraresi il fine settimana. Ricordo che venerdì scorso, dopo aver accettato la sostituzione, ha guardato le previsioni, ha visto due gocce sull’Adriatico e ha detto “ma sì, non mi perdo un granchè”».
Sognava una famiglia. «Si era fatto anche la casa, sotto la mia, pensando di sposarsi con la fidanzata ma poi gli è andata male e si sono lasciati».
Domenica notte alle 4.15 Cristiano ha iniziato a chiamarlo: «Ma lui niente, niente, niente…».
LEONARDO
Era la prima notte in fabbrica dell’operaio Leonardo Ansaloni, addetto agli altoforni. È stato sorpreso dal crollo del tetto mentre tentava la fuga con il collega Nicola Cavicchi.
Entrambi dipendenti della Ceramica Sant’Agostino che con i suoi 380 addetti rappresenta il colosso industriale di questo piccolo centro nato fra i campi di grano del Ferrarese.
Cinquantuno anni, originario di Bondeno, viveva a Sant’Agostino con la moglie Gloria e i loro due figli di 8 e 18 anni.
Lavoro pesante il suo, conduttore dei forni ceramici, cioè cuoco delle lastre da pavimento e rivestimento che l’azienda produce e distribuisce in mezzo mondo.
A differenza di Cavicchi, per il quale i primi soccorritori hanno capito subito che non c’erano margini di salvezza, Ansaloni è rimasto aggrappato alla vita per un po’.
Poi, in mattinata, il cedimento.
Il responsabile di stabilimento non si dà pace: «Giovanni è corso a chiamarmi dicendomi che erano rimasti sotto, ma io non riuscivo ad aiutarli». Giovanni è Giovanni Grossi che si trovava con loro nell’ala vecchia dello stabilimento ed è il miracolato della notte. Davanti agli occhi dei dirigenti rimane un immenso groviglio di legno, ferro e ceramica. C’è chi piange, chi si dispera, chi tace. «È una lama nel cuore di Sant’Agostino».
Andrea Pasqualetto
(da “Il Corriere della Sera“)
argomento: Lavoro, radici e valori, terremoto | Commenta »
Maggio 19th, 2012 Riccardo Fucile
NON ERA MAI SUCCESSO PRIMA CHE IL LINGOTTO METTESSE IN CIG I COLLETTI BIANCHI DELLO STABILIMENTO… FORTI TENSIONI ANCHE NELL’EX STABILIMENTO DI TERMINI IMERESE E A CASSINO
Non era mai successo prima nella lunga storia del Lingotto di Torino: tutti i 5.400 dipendenti degli Enti Centrali di Mirafiori, la maggior parte impiegati, andranno per la prima volta in cassa integrazione ordinaria per sei giorni.
“E’ una pessima notizia: vuol dire che anche a livello della testa di Fiat ci sono forti problemi” ha commentato Edi Lazzi, responsabile V lega Fiom. I giorni di cassa integrazione saranno sei: il 14, 15 e 21 giugno, il 12, 13 e 19 luglio.
Queste date vanno ad aggiungersi a quelli già programmati per il 22 giugno e per il 20 luglio, in cui ci sarà la chiusura dello stabilimento utilizzando i permessi personali dei lavoratori.
“I timori riguardo all’indebolimento dell’azienda e al suo disimpegno dal nostro Paese, dopo questa decisione — ha aggiunto Edi Lazzi — incominciano drammaticamente ad assumere una forma concreta. Ci auguriamo che, a fronte di questo ulteriore pesantissimo segnale, la città , le istituzioni e le forze sociali non voltino ancora una volta lo sguardo da altre parti minimizzando ciò che sta accadendo”.
La decisione del Lingotto ha provocato subito reazioni politiche.
E se a Mirafiori non ridono, simile la situazione di Termini Imerese e Cassino.
In Sicilia, altissima tensione a Termini Imerese, dove circa 300 operai della ex fabbrica del Lingotto hanno bloccato l’autostrada Palermo-Catania.
Preoccupati anche i lavoratori dello stabilimento di Cassino, che sollecitano nuovi modelli.
I sindacati chiedono la conferma degli investimenti e annunciano un incontro con i vertici Fiat a giugno.
A Termini Imerese la situazione è sempre più difficile.
Un nuovo tavolo è convocato al ministero dello Sviluppo economico per lunedì 4 giugno con Fiat, Dr Motor, sindacati, Regione Sicilia e ministero del Lavoro.
“Dopo ben 19 giorni di lotta — ha detto il sindaco Salvatore Burrafato — la mobilitazione dei lavoratori della Fiat e dell’indotto ha portato finalmente il ministro Passera ad occuparsi direttamente di Termini Imerese. Sono molto preoccupato, è una città che rischia di esplodere”.
Il ministro Corrado Passera, dal canto suo, ha rassicurato tutti: “Dobbiamo trovare una soluzione solida in cui i soldi pubblici vengano impiegati al meglio. Se il piano di Dr Motors può essere realizzato daremo il massimo appoggio. Abbiamo dato 15 giorni a Dr per confermare o meno la loro capacità e disponibilità ad attuare l’impegno preso. Il giorno dopo è stato convocato il tavolo. Se la risposta arriverà prima anticiperemo l’incontro”.
Per il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, “una soluzione al problema dello stabilimento siciliano deve venire dal governo e da Fiat. Il sindacato non accetterà mai che Fiat possa semplicemente chiudere e licenziare”.
Forti timori anche a Cassino, da dove escono circa 220 mila auto all’anno a fronte delle 400mila previste.
“Abbiamo firmato a dicembre un contratto aziendale — ha detto il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti — e l’ad di Fiat Sergio Marchionne ora deve mantenere la promessa comunicando gli investimenti che si vogliono fare per le diverse fabbriche italiane e, in particolare, per quella di Piedimonte San Germano, dicendo quale nuova vettura si vuole produrre per invertire la tendenza, che adesso è piuttosto critica, allo scopo di mettere fine così alla lunga scia di cassa integrazione”.
Sulla situazione a Mirafiori è intervenuto anche il segretario nazionale della Fiom Giorgio Airaudo, secondo cui “la cassa integrazione per gli impiegati delle strutture centrali è la conseguenza dell’assenza di chiarezza rispetto al futuro degli enti centrali stessi, che assume più importanza di dove sarà la sede legale di Fiat Chrysler anche perchè gli enti centrali sono il luogo del know how della Fiat e a questi sono legate aziende dell’indotto, su cui il provvedimento non potrà che ribaltarsi”.
Airaudo, inoltre, ha sottolineato che i sindacati non sanno “nulla di quali auto verranno progettate a Torino.
Alle Carrozzerie sappiamo che c’è un investimento che viene continuamente rinviato e dilatato ma il futuro degli enti centrali è un buco nero e di questo — è la conclusione del segretario Fiom — c’è una grande responsabilità del governo e una sottovalutazione degli enti locali rispetto all’importanza strategica del settore. Non servono incontri riservati e di cortesia sabauda servono impegni pubblici davanti all’opinione pubblica”.
A Piazza Affari, invece, ultima giornata per la negoziazione delle azioni privilegiate e di risparmio che da lunedì saranno tutte convertite in ordinarie.
Fiat guadagna lo 0,72 per cento e Fiat Industrial lascia il 2,89 per cento.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: economia, Lavoro | Commenta »