Novembre 10th, 2016 Riccardo Fucile
DIECIMILA EURO PER IL RESTAURO DEL TETTO DANNEGGIATO ERANO STATI OFFERTI DA DITTE SOSPETTATE DI RAPPORTI CON LA ‘NDRANGHETA
L’indicazione del vescovo di Locri Francesco Oliva è stata chiara: le offerte che puzzano di ‘ndrangheta non si accettano.
E così il parroco di Bovalino, paese della provincia di Reggio Calabria colpito dall’alluvione del 2015, è andato in banca e ha emesso due bonifici, indirizzati ad altrettante ditte che avevano inviato cinquemila euro ciascuna per contribuire a ricostruire il tetto della chiesa matrice sfondato dalla pioggia.
“Con il denaro sporco non si costruiscono chiese, a costo di rinunciare ai lavori”, dice il presule a Repubblica.
E i soldi rispediti al mittente in effetti avevano una provenienza quantomeno sospetta. Si tratta di fondi inviati da ditte collegate a Domenico Gallo, arrestato a fine ottobre nell’inchiesta condotta dalla procura di Roma sui grandi appalti, dalla Tav alla Salerno-Reggio Calabria.
Nell’ordinanza che ha portato in carcere l’imprenditore calabrese, il giudice ha messo in evidenza “i suoi contatti con soggetti legati alla criminalità organizzata”.
E davanti alle carte giudiziarie, il vescovo non ha esitato. “Per me è stata una scelta scontata, ordinaria”, dice. E infatti non sarebbe emersa se non fosse stata accennata durante un dibattito locale e rilanciata dal Quotidiano del Sud.
“Questa vicenda – spiega il presule – è una piccola cosa ma fa parte di uno stile che deve essere chiaro: non si può rischiare di essere conniventi con le mafie e se c’è il sospetto che le offerte siano frutto di affari mafiosi, bisogna rifiutarle in modo fermo”. Oliva lo aveva già affermato nel marzo scorso, quando un pentito aveva rivelato che una chiesa di Gioiosa Jonica era stata costruita con i soldi delle cosche: “Diciamo con chiarezza che non ne abbiamo bisogno”, aveva scritto ai fedeli e sacerdoti del paese.
Anche Giancarlo Bregantini, suo predecessore nella diocesi di Locri, aveva messo in guardia dal meccanismo perverso delle connivenze economiche tra cosche e comunità ecclesiali: “La mafia – diceva – tende insidie ai sacerdoti: se c’è un campanile da aggiustare, è facile che ti arrivi un generoso contributo. Ed è chiaro che ciò sarà ampiamente messo in risalto da chi lo ha dato, anche se non sarà annunciato dal pulpito: è per questo che la scelta di povertà del prete è una forza di opposizione e di resistenza incredibile”.
Ora monsignor Oliva ribadisce: “Non c’è nulla di bello che si possa costruire con i soldi macchiati dal sangue della gente”.
E cita due grandi figure della Chiesa che si chiamano Francesco, come lui.
Uno è il santo originario di Paola, patrono della Calabria: “Secondo la tradizione – racconta il presule – quando il re di Napoli gli offrì monete d’oro per costruire un convento lui le spezzò e ne uscì proprio del sangue: quello della gente vessata dal monarca”.
L’altro Francesco è il Papa, che il 21 giugno 2014 sempre in Calabria, a Sibari, pronunciò la scomunica per i mafiosi: la ‘ndrangheta, disse, è “un male” che “va combattuto, va allontanato”.
E aggiunse: “Quando all’adorazione del Signore si sostituisce l’adorazione del denaro, si apre la strada al peccato”.
Oliva quel giorno era sull’altare alla sinistra di Bergoglio, che lo aveva appena nominato vescovo e inviato a Locri: “Le parole del Papa non lasciano spazio all’ambiguità e devono dare coraggio alla Chiesa”, dice.
Coraggio che non è mancato al vescovo, ma è stato condiviso anche dal consiglio affari economici della parrocchia di Bovalino, compatto nel sottoscrivere la decisione. E alla fine l’onestà è stata premiata perchè i soldi necessari per ricostruire il tetto sono arrivati lo stesso, grazie al contributo dell’otto per mille e alla generosità dei fedeli.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 3rd, 2016 Riccardo Fucile
AFFILIATI AL CLAN FERRENTINO-CHINDAMO E LAMARI… COMBINE SUI RISULTATI DI CALCIO DI PROMOZIONE
A Laureana di Borrello, piccolo Comune vicino al porto di Gioia Tauro, secondo le accuse gestivano
tutto loro: dalle partite di calcio agli appalti, dalle elezioni ai lavori. Per questo motivo, in 41 sono stati fermati questa mattina all’alba dagli uomini del comando provinciale dei Carabinieri di Reggio Calabria, guidati dal comandante Giancarlo Scafuri.
In manette sono finite 41 persone, sparpagliate fra la piana di Gioia Tauro, Roma, Milano, Vibo Valentia, Pavia, Varese, Como, Monza e Cagliari.
Sono tutti ritenuti vicini o affiliati ai clan Ferrentino-Chindamo e Lamari, e accusati a vario titolo di associazione mafiosa o concorso esterno, porto e detenzione di armi, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope, estorsione, danneggiamenti, lesioni personali gravi, frode sportiva, intestazione fittizia di beni e incendio, tutti reati aggravati dal metodo mafioso.
Fra i destinatari del fermo, anche l’assessore al Verde pubblico del Comune di Laureana di Borrello, Vincenzo Lainà , ritenuto il referente politico del clan Ferrentino-Chindamo e per questo indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Anche lui, per i magistrati di Reggio Calabria guidata da Federico Cafiero de Raho, faceva parte del capitale sociale del clan che, al pari della famiglia mafiosa dei Lamari, soffoca Laureana di Borrello.
Un paese – hanno svelato le indagini – messo in ginocchio da un vero e proprio regime in grado di piegare tutto ai voleri dei clan.
Se la politica serviva alle due famiglie per assicurarsi appalti e lavori, il campionato della locale squadra di calcio era una vetrina per i Lamari, che per questo si sono assicurato almeno due vittorie grazie ad astute combine.
Sullo sfondo, un’economia totalmente condizionata dal giogo mafioso. Chi non si piega, paga con minacce, danneggiamenti, pestaggi.
A Laureana di Borrello non si lavora senza l’assenso dei Chindamo-Ferrentino o dei Lamari, che controllavano attività commerciali, supermercati, imprese edili, aziende agricole e persino due società di import export al porto di Gioia Tauro. Business che i clan erano riusciti a impiantare anche in Lombardia, dove fra Voghera e Bregnano, i carabinieri hanno sequestrato diverse società .
(da agenzie)
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Ottobre 23rd, 2016 Riccardo Fucile
LA MOGLIE DEL COLLABORATORE DI GIUSTIZIA CIMAROSA ROMPE CON IL BOSS: “SONO I MAFIOSI CHE DEVONO ANDARSENE, IO NON MI NUOVO DA QUI”
Mesi fa, era solo una voce appena sussurrata che arrivava da una famiglia clan, da sempre unita,
impenetrabile, misteriosa.
Nel giro di pochi mesi, sta diventando una valanga. La scelta del cugino acquisito di Matteo Messina Denaro, Lorenzo Cimarosa, di collaborare con i magistrati di Palermo ha diviso la famiglia.
Chi l’avrebbe immaginato. Generalmente, scatta l’isolamento più totale attorno al pentito. Invece, questa volta, Cimarosa ha deciso di restare nella tana del lupo, Castelvetrano.
E sua moglie, la cugina del padrino, lo difende pubblicamente. Intanto, a casa loro, è andata a vivere anche la suocera di Cimarosa, la zia materna della primula rossa, che fra un figlio boss e il genero pentito, ha fatto la scelta più coraggiosa.
La famiglia Messina Denaro scoppia, sembra la saga dei Sopranos, la serie televisiva americana che ha come protagonista una famiglia mafiosa sull’orlo di una crisi di nervi. Ma questa non è fiction.
Stasera, su Speciale Tg1, la moglie del pentito Cimarosa lancia una sfida coraggiosa. Un altro colpo per i Messina Denaro.
“Basta con la mafia – ha detto Rosa Filardo alla giornalista Maria Grazia Mazzola – la mafia non porta nè sviluppo, nè ricchezza. Con la mafia, la popolazione e i giovani non hanno futuro. Proteggiamoli i nostri giovani”.
Da ragazza, la chiamavano “fimmina di caserma”, perchè un giorno si era permessa di bussare a una stazione dei carabinieri per una denuncia.
“Fui rimproverata”, ricorda. Oggi fa l’infermiera. Nell’album del suo matrimonio, conserva ancora una foto con il cugino boss. Matteo è fra lei e il marito.
“Lorenzo avrebbe voluto fare il finanziere, gli dissero: “O la divisa o tua moglie”. E lui scelse me. Ma dopo tutto quello che è successo in questi anni, io e i miei due figli l’abbiamo messo alle strette. “Tu hai sbagliato e tu paghi””.
Lorenzo Cimarosa, imprenditore edile, era diventato il bancomat del latitante. Ora, fa i nomi di alcuni insospettabili, ha accusato alcuni familiari, ha offerto spunti per le ricerche del latitante.
Ma nessuno sa dov’è la primula rossa di Castelvetrano, nonostante le indagini della procura di Palermo. Ieri, da Trapani, anche il premier Renzi ha assicurato il massimo impegno:
“C’è un Matteo che mi toglie il sonno, e non è certamente Matteo Salvini – ha detto – Messina Denaro lo assicureremo alla giustizia”.
Intanto, però, continua a fare paura. “Ma chi ha paura cammina a testa alta”, dice Rosa Filardo.
“Quanta ipocrisia a Castelvetrano. Da una parte ti sussurrano che hai fatto la scelta migliore, poi ti isolano”. I Cimarosa avrebbero potuto scegliere di andare lontano dalla Sicilia, con il programma di protezione.
“Sono i mafiosi che devono andarsene”, ha detto il collaboratore al processo.
Il figlio Giuseppe gestisce un maneggio a Castelvetrano, è un artista di teatro equestre. Anche lui ha detto parole chiare, partecipando ad alcune trasmissioni televisive. “Matteo non lo vedo da trentacinque anni – dice ancora Rosa Filardo – è un fantasma che aleggia su Castelvetrano”.
Un fantasma che “vola”, diceva qualche mese fa la mamma della Filardo, Rosa Santangelo, intercettata mentre parlava con il fratello.
Il genero non si era ancora pentito, ma c’erano già contrasti in famiglia. “Che ti pare – diceva il fratello della donna – lui l’ha capito cosa sta succedendo nella sua famiglia”. Lui, Messina Denaro. “Quello da lontano vuole sistemare le cose, però capisce che non ci riesce, ognuno fa per conto suo”.
Parole importanti per provare a decifrare il mistero.
“Quando c’era suo padre teneva tutti a posto, se fosse qua rumpissi le gambe a tutti”. Sembrerebbe il segno che l’uomo delle stragi ha scelto di stare lontano dalla Sicilia. Di fare la parte del “morto”.
Chissà se è per davvero così.
Salvo Palazzolo
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 15th, 2016 Riccardo Fucile
IL SINDACO NON CEDE: “TOCCATI POTERI FORTI PER AVER RISTABILITO LEGALITA’ NELLA GESTIONE RIFIUTI, NON MI FERMATE”
Due colpi di fucile ad aria compressa esplosi contro una finestra del palazzo municipale, con due fori ben
visibili.
Se ne sono accorti alcuni consiglieri comunali, durante la seduta dell’assise di martedì scorso, quando il consiglio era riunito per discutere di Consuntivo.
È alta la tensione a Petrosino, piccolo comune del trapanese, dove il sindaco ha denunciato l’ennesimo atto intimidatorio subito.
È stato lo stesso sindaco Gaspare Giacalone, finito spesso al centro dell’attenzione mediatica per le sue scelte decise su alcune tematiche delicate e per aver ricevuto sovente minacce da parte della criminalità organizzata, a postare la foto della finestra danneggiata dai fori su Facebook ribadendo la sua intenzione di andare avanti.
Stavolta, però, nel piccolo comune di meno di 10mila abitanti tra Marsala e Mazara del Vallo, gli umori sono diversi rispetto al passato; non si tratta più delle solite lettere anonime arrivate a decine o della provocazione tradotta nel furto della fascia tricolore, ma di qualcosa di ancora più grave: qualcuno è andato sotto il comune ed ha esploso due colpi di fucile.
“Siamo impegnati su diversi fronti —spiega il sindaco a ilfattoquotidiano.it — l’atto subito è sicuramente un messaggio purtroppo non facilmente riconducibile ad un episodio specifico. Abbiamo assunto un impegno forte, ad esempio, sulla gestione dei rifiuti, ma ci siamo occupati anche, e con decisione, di eolico; siamo stati il primo comune in Sicilia ad adottare un regolamento sulla materia ed è chiaro che abbiamo sicuramente toccato poteri forti. Il giorno stesso della mia elezione —continua il sindaco di Petrosino— mi sono trovato ad affrontare una bella patata bollente, prima che mi insediassi: avevano autorizzato la costruzione di uno stabilimento balneare in una zona a protezione speciale. Poi, dopo il mio intervento, è stato tutto sequestrato, è stato colpito un gruppo imprenditoriale di grande rilievo che opera in zona e che è finito sotto il mirino della magistratura”
Le battaglie di cui parla il sindaco di Petrosino hanno portato fra l’altro a indagini giudiziarie e a processi ancora in corso.
“Per quanto mi riguarda —dice il primo cittadino— io andrò avanti per la mia strada e nei giorni scorsi ho partecipato a diversi eventi pubblici proprio per dare un segnale anche ai miei concittadini, perchè comprendano l’importanza di reagire”.
“Sinceramente —conclude Gaspare Giacalone—, ero molto combattuto sull’opportunità o meno di rendere pubblica questa notizia, ma poi ho pensato che non rispondere, paradossalmente, potrebbe essere stato interpretato come un segnale di tentennamento e di paura”.
Carmelo Riccotti La Rocca
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 27th, 2016 Riccardo Fucile
IN CARCERE 12 BOSS. DUE PROPRIETARI TERRIERI E DUE OPERAI FORESTALI
Cade un’altra roccaforte dell’omertà mafiosa. 
A Corleone, paese simbolo di una lunga stagione di sangue e complicità , otto imprenditori ammettono di aver pagato il pizzo.
Una scelta senza precedenti nella terra in cui hanno continuato a comandare gli eredi di Totò Riina e Bernardo Provenzano, il primo è al carcere duro dal 1993, l’altro è morto in cella il 13 luglio scorso.
Le parole di chi non vuole più sottostare alla legge del racket hanno fatto scattare un blitz: all’alba, i carabinieri del comando provinciale di Palermo hanno arrestato 12 persone, sono i nuovi boss di Corleone, questo dicono le indagini dei sostituti procuratori Sergio Demontis, Caterina Malagoli, Gaspare Spedale e dell’aggiunto Leo Agueci.
Il nome più autorevole fra gli arrestati è quello di Carmelo Gariffo, il nipote prediletto di Provenzano. Al funerale dello zio capomafia, era in prima fila davanti all’urna con le ceneri del vecchio padrino. Un’immagine simbolo.
Gariffo conosce i segreti della vecchia mafia corleonese. Perchè è stato più di un nipote prediletto, è stato a lungo il segretario di Bernardo Provenzano, è stato l’ultimo amministratore della rete dei pizzini distesa in lungo e in largo per la Sicilia. Lui era il codice “123”, Matteo Messina Denaro, ancora oggi latitante, era “Alessio”.
LE INTERCETTAZION
Gariffo era tornato in libertà da tre anni, i carabinieri del Gruppo di Monreale e della Compagnia di Corleone lo hanno intercettato mentre parlava di appalti ed estorsioni con il nuovo reggente del clan, Antonino Di Marco, un insospettabile dipendente comunale che organizzava i summit nel suo ufficio allo stadio di Corleone.
“Basta uno, non c’è bisogno di cento”, diceva Gariffo, parlando della riorganizzazione della cosca. E ancora: “Uno perchè non mi posso muovere, due perchè prima devo trovare una persona adatta eventualmente a comandare… però ciò non vuol dire che noialtri le cose non le dobbiamo fare e dobbiamo cercare di vedere come risolvere la situazione. Non facciamo cose affrettate”.
I carabinieri hanno intercettato tutti i dialoghi, poi hanno convocato gli imprenditori ricattati, che hanno ammesso di aver pagato.
LO SCIOGLIMENTO PER MAFI
Gariffo pretendeva un posto in un cantiere comunale, il sindaco Lea Savona si era rivolta ai carabinieri.
Ma non è bastato per evitare lo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose, a metà agosto.
Secondo il consiglio dei ministri i nuovi boss del paese controllavano già senza problemi alcuni gangli vitali della vita amministrativa cittadina. Dalla gestione dei rifiuti alla mensa scolastica, ai tributi soprattutto: la nuova società incaricata (neanche a dirlo, controllata dal parente di un boss) aveva fatto scendere la riscossione di oltre quaranta punti percentuali, dal 73 al 25 per cento.
I boss e i loro familiari, ma anche alcuni politici locali, non pagavano tasse. Corleone zona franca.
Dice il colonnello Giuseppe De Riggi, il comandante provinciale dei carabinieri di Palermo: “L’organizzazione mafiosa aveva alzato barriere che sembravano impenetrabili, puntava a controllare un intero territorio in modo esclusivo. Ma le indagini e le risposte positive arrivate dagli imprenditori hanno superato tutte le barriere, anche grazie ai giovani di Addiopizzo, che ci hanno accompagnato in questo percorso in provincia”.
GLI ARRESTAT
Gariffo poteva contare su un gruppo di fedelissimi: l’allevatore Bernardo Saporito gli faceva da autista; l’operaio forestale stagionale Vincenzo Coscino, da gregario.
Il giudice delle indagini preliminari Fabrizio Anfuso ha firmato un’ordinanza di custodia cautelare anche per un altro forestale a contratto, Vito Biagio Filippello. Fra gli arrestati, il capo cantoniere Francesco Scianni, il figlio del capomafia Rosario Lo Bue, Leoluca, e Pietro Vaccaro, gli ultimi due sono allevatori; in cella pure gli omonimi Francesco Geraci, nipote e figlio di un capomafia deceduto, sono imprenditori agricoli.
Hanno ricevuto un’ordinanza in carcere per le estorsioni Antonino Di Marco, Vincenzo Pellitteri e Pietro Masaracchia, boss già arrestati qualche mese fa; Masaracchia era stato intercettato mentre parlava di un progetto di attentato contro il ministro dell’Interno Angelino Alfano.
Libertà vigilata, invece, per due proprietari terrieri: Gaspare e Pietro Gebbia, padre e figlio, si erano rivolti al clan per uccidere un parente, che ritenevano di troppo nella divisione di un’eredità .
(da “La Repubblica”)
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Settembre 21st, 2016 Riccardo Fucile
LA PREFETTURA DI VIBO VALENTIA: INFILTRAZIONI MAFIOSE A NICOTERA
Scioglimento per infiltrazioni mafiose del comune di Nicotera, in provincia di Vibo Valentia. 
È questa la richiesta che la Prefettura del capoluogo vibonese ha inviato al ministero dell’Interno.
Secondo quanto riporta l’Agi, la Commissione di accesso agli atti avrebbe riscontrato condizionamenti della ‘ndrangheta nell’attività politica degli amministratori.
Nei giorni scorsi, Nicotera era finita al centro dell’attenzione per l’atterraggio in piazza, senza autorizzazioni, di un elicottero con a bordo una coppia di sposi.
Per l’episodio la procura di Vibo ha aperto un’inchiesta, al fine di chiarire la posizione dello sposo, affidato in prova ai servizi sociali dopo che nel 2011 i carabinieri l’avevano sorpreso a coltivare 600 piante di marjuana.
La richiesta di scioglimento del comune non è collegata in nessun modo all’inchiesta.
(da agenzie)
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Settembre 11th, 2016 Riccardo Fucile
A MELITO PORTO SALVO POCHE PERSONE ALLA FIACCOLATA DI SOLIDARIETA’… IL BRANCO ERA DI NOVE UOMINI TRA CUI IL FIGLIO DEL BOSS DELLA ‘NDRANGHETA
“Se l’è cercata”. “Una che non sa stare al posto suo”. Voci e umori raccolti da La Stampa a Melito Porto Salvo, piccolo paese in provincia di Reggio Calabria, e che si riferiscono a una ragazza di 16 anni che per tre anni ha subito abusi e violenze da parte del branco: nove uomini, tra cui Giovanni Iamonte, figlio del boss della ‘ndrangheta Remigio Iamonte.
Un incubo che è finito con l’arresto dei responsabili, ma che ora deve fare i conti con il giudizio della comunità locale.
Alla fiaccolata organizzata davanti alla stazione c’erano soltanto 400 persone su circa 14mila residenti e molti sono arrivati da altri paesi.
Quando questa tragedia italiana è incominciata, la bambina aveva 13 anni. Ora ne ha compiuti sedici.
Una settimana fa, annunciando l’arresto degli stupratori, il procuratore capo di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho, ha detto: «Questo territorio sconta un ritardo costante. C’è una mancanza di sensibilità . Anche i genitori sono stati omertosi. Tutti sapevano».
Un dramma che sembrava senza via d’uscita
«Hanno violentato la bambina per tre anni di seguito. La prostituzione non c’entra niente. L’hanno violentata in nove, a turno e insieme. Tenendola ferma per i polsi, e poi obbligandola a rifare il letto.«C’era la coperta rosa», ha ricordato la bambina nelle audizioni con la psicologa. «E non avevo più stima in me stessa. Certe volte li lasciavo fare. Se mi opponevo, dicevano che non ero capace. Mi veniva da piangere. Mi sentivo una merda». Andavano a prenderla all’uscita della scuola media Corrado Alvaro, con la lettera V dell’insegna crollata. È sulla via principale, proprio di fronte alla caserma dei carabinieri. Caricavano la bambina in auto e andavano al cimitero vecchio, oppure al belvedere o sotto il ponte della fiumara. Più spesso in una casa sulla montagna a Pentidattilo, dove c’era il letto.
L’incubo è finito, ma la ferita è ancora aperta. Alla fiaccolata c’era anche il padre della ragazza, che ha espresso parole di amarezza
«Purtroppo mi aspettavo questo tipo di partecipazione», dice camminando con un piccolo lumino in mano.
«Tante volte avrei voluto andarmene da questa situazione. Non mi piace usare la parola schifo, perchè a Melito ci sono cresciuto. Ma se potessi, certo, se non avessi il lavoro, prenderei mia figlia e la porterei lontana. Abbiamo cercato solo di difenderci».
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 12th, 2016 Riccardo Fucile
DOPO L’ARRESTO, ALBERTO SARRA HA INIZIATO A SVELARE AGLI INQUIRENTI IL SISTEMA DI POTERE DELLA ‘NDRANGHETA DI REGGIO CALABRIA
Il sistema ‘ndranghetistico e massonico che ha gestito le istituzioni locali e i politici di Reggio
Calabria eletti in Parlamento potrebbe essere messo a nudo .
C’è un uomo che ha iniziato a spiegare ai magistrati come funzionano i meccanismi di quella macchina, collaudata ormai da 20 anni.
Dopo l’arresto nell’inchiesta “Mamma Santissima” (leggi), l’ex sottosegretario regionale Alberto Sarra ha iniziato a collaborare con il sostituto procuratore Giuseppe Lombardo e con i carabinieri del Ros.
Il 15 luglio scorso Sarra è finito in carcere con l’accusa di essere uno dei componenti “invisibili” della cupola della ‘ndrangheta assieme agli avvocati Paolo Romeo, Giorgio De Stefano e al senatore di Gal Antonio Caridi .
La notizia della volontà di collaborare di Sarra è stata pubblicata stamattina dalla Gazzetta del Sud.
Il pm della Dda e il maggiore Leandro Piccoli lo hanno già interrogato due volte: il 22 luglio e il 2 agosto nella sala colloqui del carcere di Arghillà . Assistito dagli avvocati Alessandro Sammarco e Danilo Sarra (suo fratello), l’ex sottosegretario regionale ha iniziato a fare i primi nomi tirando in ballo il gruppo di politici guidato dall’ex governatore Giuseppe Scopelliti, già condannato a 6 anni di carcere in primo grado nel processo sul “Caso Fallara” (leggi).
Ma non solo. Nei due verbali riassuntivi redatti dalla Procura ci sono i nomi dell’ex sottosegretario di Stato Giuseppe Valentino, dell’ex parlamentare europeo Umberto Pirilli, dell’ex senatore Pietro Fuda (oggi sindaco di Siderno) e del senatore Totò Caridi da pochi giorni in carcere dopo il via libera del Senato all’autorizzazione all’arresto avanzata dal pm Lombardo (leggi).
Era dai tempi dell’ex sindaco Titti Licandro e della tangentopoli reggina che un politico calabrese non collaborava con i magistrati e questo rischia di provocare un terremoto giudiziario e di falciare un’intera generazione di esponenti delle istituzioni che hanno governato ininterrottamente Reggio e la Calabria dal 2002 al 2014.
Sarra — è scritto nel verbale — “si sofferma a lungo sul progetto politico ruotante attorno a Giuseppe Scopelliti che, per ragioni varie in numerosi passaggi, lo ha visto protagonista: precisa a questo punto il ruolo di Paolo Romeo e di Giuseppe Valentino i quali risultano legati da rapporti molto stretti e risalenti nel tempo”.
Il neo collaboratore, per anni considerato l’avversario di Scopelliti interno al suo partito e poi suo alter ego, fa riferimento inoltre a un incontro avvenuto a Roma verso la fine del 2006.
Un incontro, “con Gianfranco Fini e Giuseppe Valentino”, al termine del quale — dice Sarra il 22 luglio — “ho capito che ero stato inserito in una strategia più ampia che tendeva a trasformarmi in un soggetto da utilizzare anche per gestire la candidatura di Giuseppe Scopelliti in vista delle elezioni comunali del 2007”.
Ma è nell’interrogatorio del 2 agosto che l’ex sottosegretario arrestato nell’inchiesta “Mamma Santissima” inizia a fare il nome del senatore Antonio Caridi e a spiegare il suo ruolo in relazione a Fincalabra, la società in house della Regione che “si occupa di finanziare singoli imprenditori, piccole e medie imprese”.
“A mio parere — dice — non è stato casuale che il Caridi sia stato individuato quale assessore alle Attività produttive”.
E rivolgendosi al pm Lombardo: “La invito ad analizzare i progetti legati alla gestione dei fondi comunitari per capire chi è stato avvantaggiato dal Caridi e dalla Fincalabra. È sintomatico anche che una delle sedi di Fincalabra sia stata ubicata nell’immobile di un cugino di Caridi, nei pressi di Piazza Carmine. Il Caridi è entrato a far parte del gruppo di soggetti di massima fiducia dello Scopelliti, unitamente allo Zoccali (il capo di gabinetto dell’ex governatore, ndr) ed alla Fallara (la dirigente comunale che si è suicidata nel 2010). Siamo nel periodo della prima consiliatura Scopelliti, quella del 2002-2007, ovvero la fase in cui le società miste vengono messe al centro dell’agenda politica”.
Secondo Sarra, il dominus è sempre l’avvocato Paolo Romeo, ex parlamentare del Psdi già condannato definitivamente per concorso esterno con la ‘ndrangheta.
Chi non rientrava nei suoi piani veniva messo da parte da Scopelliti e da Caridi.
Come Franco Germanò (ex assessore comunale) che, secondo Sarra, “viene estromesso da ruoli di governo locale, in quanto non funzionale al progetto del Romeo, dello Scopelliti e del Caridi in relazione alle società miste ed alle ditte da invitare in sede di bando di gara. Il ruolo di Romeo nell’ambito del sistema criminale allargato di cui fa parte è di rilievo elevatissimo: unitamente a lui di quel contesto fanno parte Giuseppe Valentino, Giuseppe Scopelliti, Antonio Caridi, Umberto Pirilli e Pietro Fuda. Senza Paolo Romeo tutte queste figure politiche non sarebbero mai esistite. Il sistema esiste in quanto è lui che crea le condizioni indispensabili alla sua operatività ”.
Sarra conosce tante cose, accusa i suoi “ex amici” e cerca di ridimensionare le accuse che la Dda muove nei suoi confronti: “Escludo di avere un ruolo all’interno di tale contesto operativo”.
Per Sarra dietro l’ascesa di Scopelliti c’è la cosca De Stefano. Una convinzione che l’ex sottosegretario arrestato ha maturato in uno degli incontri nello studio di Paolo Romeo dove “Antonio Franco (ex candidato a sindaco del centrodestra sconfitto da Italo Falcomatà ) disse che Nino Fiume (il pentito e un tempo killer dei De Stefano) stava spostando i voti a favore di Scopelliti: è quella la fase in cui, a mio modo di vedere, si decise di rafforzare l’investimento politico sulla figura dello stesso Scopelliti. Mi sembra evidente che il Fiume agiva non per iniziativa propria ma previa autorizzazione di Giuseppe De Stefano e dell’avvocato Giorgio De Stefano”.
Lucio Musolino
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 12th, 2016 Riccardo Fucile
UNA SOLA DOMANDA, QUELLA DELLA FIGLIA DEL CAPOMAFIA, PER UN BANDO MAI RESO PUBBLICO… INFILTRAZIONI MAFIOSE ANCHE NELLA RACCOLTA RIFIUTI, NELLA RISCOSSIONE DEI TRIBUTI E NEL SERVIZIO MENSA
Una sola domanda arrivò al Comune di Corleone per il posto di assistente igienico sanitario della scuola “Giuseppe Vasi”.
E la candidata, la figlia del capomafia Rosario Lo Bue, fu assunta senza alcun problema, nella primavera dell’anno scorso.
Peccato che il bando non era stato mai pubblicato sul sito Internet del Comune.
“Una mera svista”, si è giustificato il funzionario responsabile del settore, Fabio Termine. E, adesso, c’è anche un’inchiesta della procura di Termini su uno dei capitoli più delicati dell’atto d’accusa del Viminale che mercoledì ha portato allo scioglimento del Comune di Corleone per infiltrazioni mafiose.
Se quell’avviso di assunzione non era stato mai pubblicato, come faceva Enza Lo Bue a sapere delle selezioni?
È un Comune amministrato da persone un po’ sbadate quello descritto nelle duecento pagine firmate dai tre ispettori inviati a gennaio a Corleone dal prefetto di Palermo Antonella De Miro.
Il rapporto finale è stato accolto in pieno prima dal ministero dell’Interno e poi dal Consiglio dei ministri.
Nel Comune retto dalla sindaca Lea Savona, nessuno si è mai accorto che la società incaricata del servizio di accertamento e riscossione dei tributi, la “Consortile Esperia” di Catania, ha come referente un imprenditore che è il cognato del capomafia di Belmonte, Antonino Spera, attualmente in carcere.
E secondo il Viminale, ci sono abbastanza indizi per dire che anche il servizio di riscossione dei tributi sarebbe stato “infiltrato”.
Per una distrazione generale (nella migliore delle ipotesi), del sindaco, della giunta e di alcuni funzionari. La stessa distrazione che non ha fatto scattare la costituzione di parte civile dell’amministrazione comunale nei confronti di Antonino Di Marco, il dipendente che aveva trasformato il suo ufficio allo stadio nel covo perfetto per alcuni summit (tutti intercettati dai carabinieri della Compagnia di Corleone e del Gruppo Monreale).
Ora, il Viminale mette sotto accusa anche l’appalto per la mensa scolastica della materna, affidato con un ribasso ritenuto sospetto.
Nel dossier del ministero dell’Interno sono confluiti anche gli accertamenti della Digos di Palermo.
Ma la sindaca Savona continua a sostenere che “lo scioglimento per mafia è un atto politico che ha determinato l’isolamento di Corleone e dei suoi cittadini onesti”.
(da “La Repubblica”)
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