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LIGURIA, ANTIMAFIA DENUNCIA: “OMBRE SU TRE CANDIDATI IN REGIONE”

Maggio 25th, 2015 Riccardo Fucile

E, CON GLI 11 INDAGATI RIPRESENTATI, SIAMO A 14 SU 30…. SE VENISSERO TUTTI ELETTI POTREBBERO QUASI FORMARE UNA NUOVA MAGGIORANZA

In Liguria gli impresentabili sono tre e si aggiungono ai sei della Puglia e ai quattro della Campania.
A una settimana esatta dal voto per le Regionali, queste sono le conclusioni della verifica a campione sulle candidature effettuata dalla commissione parlamentare antimafia.
Lo screening è stato incentrato sui reati da cui i partiti, nel codice di autoregolamentazione, si erano impegnati a tenersi ben distanti nella scelta dei candidati: tangenti e mazzette, connivenze con la criminalità  organizzata, estorsione e usura, droga e traffico di rifiuti.
I dati sono arrivati dai magistrati della direzione nazionale antimafia e dalle prefetture.
I nomi e l’intera relazione sono stati blindati dal presidente Rosy Bindi.
Solo martedì mattina, con una votazione, la commissione antimafia deciderà  se renderli pubblici.
Il caso è deflagrato quando il premier Renzi ha dichiarato che nemmeno lui avrebbe votato alcuni candidati delle liste di sostegno a Vincenzo De Luca, Pd, in Campania.
Ora sappiamo che oltre a 11 indagati per peculato nell’inchiesta sui rimborsi regionali e che ritroviamo in lista, vanno aggiunti altri tre con pesanti sospetti di vicinanza ala criminalità  organizzata.
Se fossero tutti eletti sarebbero 14 su 30 totali, un paio di nuovi acquisti e potrebbero formare una nuova maggioranza.

(da “il Secolo XIX”)

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AUTOGOL A CINQUESTELLE: “ANCHE PEPPINO IMPASTATO ERA FIGLIO DI UN MAFIOSO

Maggio 14th, 2015 Riccardo Fucile

IL DURO COMUNICATO DELLA CASA DELLA LEGALITA’ CONTRO LE DICHIARAZIONI DELLA CANDIDATA CINQUESTELLE A GOVERNATORE DELLA LIGURIA SULL’IMBARAZZANTE CASO IMPERIESE

La candidata del M5S alla Presidenza della Regione Liguria Alice Salvatore sulla questione Maffodda afferma che «Anche Peppino Impastato era figlio di un mafioso…».
Questa dichiarazione della Salvatore è un insulto intollerabile alla memoria di Peppino.
Peppino Impastato ha ripudiato il padre, non solo distaccandosi radicalmente da questi e dall’ambiente mafioso a cui il padre apparteneva, ma lo ha fatto pubblicamente, con assoluta nettezza e senza la minima ambiguità .
Peppino ha fatto della lotta alla mafia ed all’omertà  l’impegno della propria vita. Paragonare la figura di Peppino Impastato a Carmine Mafodda, esponente di una famiglia di ‘ndrangheta, figlio di un esponente di spicco della cosca è gravissimo oltre che assolutamente errato.
Un accostamento ed un paragone che come Casa della Legalità  riteniamo assolutamente intollerabile.
Mafodda mai si è distaccato da quella famiglia, mai ha ripudiato il padre e la famiglia, restandoci, invece, costantemente legato.
Prima di parlare sarebbe bene informarsi, capire, anche per rispetto alle scelte, all’impegno ed alla memoria di Peppino Impastato.

Casa della Legalità 

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“ALFANO PORTATO DA COSA NOSTRA, MA POI HA TRADITO”: PARLA IL PENTITO D’AMICO

Aprile 17th, 2015 Riccardo Fucile

“BERLUSCONI PEDINA DI DELL’UTRI”… “NANIA A CAPO DI UNA LOGGIA MASSONICA”…”DI MATTEO LO VOGLIONO MORTO ANCHE I SERVIZI SEGRETI”

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano? “Portato da Cosa nostra, ma poi gli ha voltato le spalle”. Forza Italia? “Nata per volere dei servizi segreti”. Silvio Berlusconi? “Una pedina nelle mani di Marcello Dell’Utri”. Il pm Nino Di Matteo? “Lo vogliono morto sia Cosa Nostra che i servizi segreti”.
Parola di Carmelo D’Amico, l’ex killer di Barcellona Pozzo di Gotto, oggi diventato l’ultimo super testimone dell’inchiesta sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra.
È un collaboratore importante D’Amico, un pentito che i pm del pool Stato — mafia considerano altamente credibile. Merito delle confidenze raccolte nei due anni trascorsi in carcere con Nino Rotolo, il boss di Pagliarelli fedelissimo di Bernardo Provenzano.
“Rotolo mi disse che Matteo Messina Denaro non è il capo di Cosa nostra, perchè è il capomandamento di Trapani: ma il capo di Cosa nostra non può essere un trapanese, deve essere palermitano”, è uno dei tanti passaggi della deposizione di D’Amico, ascoltato come testimone dalla corte d’Assise di Palermo che sta processando politici, boss mafiosi ed alti ufficiali dei carabinieri per il patto segreto tra pezzi delle istituzioni e Cosa Nostra.
Un racconto cominciato con un mea culpa: “Ho commesso almeno una trentina di omicidi, soprattutto per i catanesi dal 1992 in poi: a un ragazzo ho anche tagliato le mani”, ha confessato D’Amico, spiegando di aver deciso di collaborare con la magistratura “dopo la scomunica dei mafiosi di Papa Francesco, quelle parole mi hanno colpito moltissimo”.
L’anatema del pontefice contro i boss è del 21 giugno 2014: da quel momento D’Amico inizia ad aprire il suo personalissimo libro dei ricordi, prima davanti ai pm della dda di Messina, e poi con i magistrati del pool palermitano.
È davanti ai pm Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia, Vittorio Teresi e Francesco Del Bene che D’Amico mette a verbale tutto quello che ha appreso sui rapporti tra Cosa Nostra e le Istituzioni.
Un racconto pieno di rivelazioni inedite, replicato davanti alla corte d’assise, che coinvolge direttamente il ministro dell’Interno.
“Angelino Alfano — ha spiegato D’Amico collegato in videoconferenza con l’aula bunker del carcere Ucciardone— è stato portato da Cosa nostra che lo ha prima votato ad Agrigento, ma anche dopo. Poi Alfano ha voltato le spalle ai boss facendo leggi come il 41 bis e sulla confisca dei beni”.
Ma non solo. Perchè a godere dell’appoggio delle cosche sarebbe stato anche l’ex presidente del Senato Renato Schifani, già  indagato per concorso esterno alla mafia e poi archiviato.
“Cosa nostra ha votato anche Schifani, poi hanno voltato le spalle, e la mafia non ha votato più Forza Italia”.
Per il collaboratore, poi, il partito di Silvio Berlusconi sarebbe nato perchè sostenuto direttamente da Totò Riina e Bernardo Provenzano.
“I boss votavano tutti Forza Italia, perchè Berlusconi era una pedina di Dell’Utri, Riina, Provenzano e dei Servizi. Forza Italia è nata perchè l’hanno voluta loro”.
Poi però il patto tra politica e boss s’interrompe. “All’epoca i politici hanno fatto accordi con Cosa nostra, poi quando hanno visto che tutti i collaboratori di giustizia che sapevano non hanno parlato, si sono messi contro Cosa nostra, facendo leggi speciali, dicendo che volevano distruggere la mafia”.
D’Amico ha anche raccontato che a Barcellona Pozzo di Gotto era attiva una loggia massonica.
“Ne facevano parte uomini d’onore, avvocati e politici, e la comandava il senatore Domenico Nania (ex vice presidente del Senato col Pdl) : a questa apparteneva anche Dell’Utri”.
La fonte dell’ex killer di Barcellona Pozzo di Gotto è Rotolo, il boss palermitano con il quale condivide tra il 2012 e il 2014 l’ora di socialità .
Rotolo è un pezzo da novanta, ex fedelissimo di Totò Riina e poi di Bernardo Provenzano.
“Mi raccontò che i servizi avevano fatto sparire dal covo di Riina un codice di comunicazione per mettersi in contatto con politici e gli stessi agenti dei servizi”.
Ma il boss di Pagliarelli avrebbe fatto a D’Amico anche confidenze sulla latitanza di Provenzano.
“Mi disse anche che Provenzano era protetto dal Ros e dai Servizi e non si è mai spostato da Palermo, tranne quando andò ad operarsi di tumore alla prostata in Francia”.
Ed è sempre Rotolo che racconta a D’Amico il piano di morte per assassinare Di Matteo.
“Rotolo ne parlava con Vincenzo Galatolo: all’inizio non lo chiamavano per nome, ma lo definivano cane randagio, poi io chiesi di chi parlavano e mi risposero che si trattava di Di Matteo, e che aspettavano da un momento all’altro la notizia dell’attentato”.
Il racconto di D’Amico riscontra implicitamente le rivelazioni di Vito Galatolo, figlio di Vincenzo, il boss dell’Acquasanta, che per primo ha svelato come a partire dal dicembre del 2012, Cosa Nostra avesse studiato nei dettagli un piano per assassinare il pm della Trattativa.
“Era stabilito che il dottor Di Matteo doveva morire — ha aggiunto D’Amico — Rotolo mi ha raccontato che i servizi segreti volevano morto prima il dottor Antonio Ingroia, poi Di Matteo. E siccome Provenzano non voleva più le bombe, dovevamo morire con un agguato”.
Anche Vito Galatolo ha raccontato che in un primo momento l’attentato contro il pm palermitano doveva essere fatto con 200 chili di tritolo, già  acquistati dalla Calabria e arrivati a Palermo.
Poi però si passo ad un piano di riserva, che prevedeva l’eliminazione del magistrato in un agguato a colpi di kalashnikov.
Appena poche settimane fa l’allerta al palazzo di Giustizia è tornata ai massimi livelli, dato che uomini armati sarebbero stati localizzati nei pressi di un circolo tennistico sporadicamente frequentato dal pm.
E se Galatolo aveva indicato in Messina Denaro il mandante dell’omicidio (“Perchè Di Matteo si sta spingendo troppo oltre” aveva scritto il padrino di Castelvetrano ai boss di Palermo) per D’Amico l’ordine arrivava anche da altri ambienti.
“A volere la morte di Di Matteo erano sia Cosa Nostra che i Servizi perchè stava arrivando a svelare i rapporti dei Servizi come fece a suo tempo il dottor Giovanni Falcone”.
E quando ad un certo punto l’attentato sembra essere entrato in fase d’impasse, Rotolo e Vincenzo Galatolo provano ad inviare D’Amico a Palermo.
“Io — ha spiegato il pentito — dovevo uscire da lì a poco dal carcere e si parlava di delegare me per portare avanti questa cosa”.
Il vero chiodo fisso di D’Amico, però, sono i servizi. “Arrivano dappertutto ed è per questo che altri pentiti come Giovanni Brusca e Nino Giuffrè non raccontano tutto quello che sanno sui mandanti esterni delle stragi”.
Alla fine ecco anche una paradossale precisazione. “I servizi organizzano anche finti suicidi in carcere: per questo voglio chiarire che io godo di ottima salute e non ho nessuna intenzione di suicidarmi”.

Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano”)

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ARRESTATO GULLACE, BOSS DELLA ‘NDRANGHETA, INDAGATO IL RENZIANO FABRIZIO ACCAME PER CONCORSO IN ESTORSIONE

Marzo 6th, 2015 Riccardo Fucile

SEQUESTRATI AL BOSS BENI PER DUE MILIONI … PERQUISIZIONI IN CORSO

Esplode l’inchiesta che intreccia mafia, usura e politica nel Savonese.
Carmelo Gullace stamane è stato arrestato nella sua casa di Toirano: è considerato il boss della ‘ndrangheta a Savona ma con interessi in tutta la Liguria e anche in Piemonte e Lombardia.
Sequestrati beni per due milioni di euro intestati a lui e a presunti prestanome. Perquisizioni in corso.
A fare scattare le manette i carabinieri del Nucleo investigativo del comando provinciale di Savona e gli uomini della Dia, la Direzione investigativa antimafia di Genova: le accuse sono tentata estorsione, usura e intestazione fittizia di beni.
Le indagini coinvolgono anche la politica locale.
Tra gli indagati figura Fabrizio Accame, ex segretario della Margherita ad Albenga e fervido sostenitore dell’attuale sindaco di centrosinistra, sempre di Albenga, Giorgio Cangiano: alle amministrative dello scorso anno era infatti candidato nella lista civica “Voce alla gente”, in sostegno all’attuale primo cittadino, e si fece ritrarre durante la campagna elettorale in una serie di fotografie insieme allo stesso Cangiano e al ministro per le Riforme Maria Elena Boschi.
Il nome di Accame, di professione mediatore creditizio, era già  finito nelle intercettazioni delle inchieste per riciclaggio su Antonino Fameli – essendone stato collaboratore – ma non aveva ricevuto avvisi di garanzia.
Oggi le sue responsabilità  agli occhi degli inquirenti sono più gravi e per questo risponde, sebbene a piede libero, di concorso sia nell’usura che nell’estorsione praticate dal boss.
Gli inquirenti hanno inoltre “mappato” una serie di incontri con Gullace, oltre ad aver registrato numerose intercettazioni ritenute «decisive».
C’è quindi la mafia, a Savona e provincia. Le prove concrete, con nomi e cognomi, erano emerse nell’ambito di un’inchiesta i cui elementi essenziali il “Secolo XIX” aveva rivelato per la prima volta nello scorso mese di ottobre.
La mafia c’è, con capi e “soldati” che hanno qui la loro base, viva e nascosta.
Gli uomini d’onore sono radicati nel territorio stretti attorno a un boss. Da qui comandano anche i clan fuori Liguria.
Da qui danno disposizioni, mandano ordini. Sempre eseguiti. Perchè a Savona ci sarebbe il regista, che governa la ‘ndrangheta del Nord Ovest: il sessantenne Carmelo Gullace.
Questo il quadro emerso dalle indagini concluse circa un anno fa (ottobre 2013) e condotte inizialmente dalla Procura savonese, insieme agli investigatori della squadra mobile della Questura.
Successivamente, proprio per l’importanza del caso, sono subentrati gli specialisti dell’antimafia della Dia e dello Sco (polizia) di Genova. Ma non è finita.
I faldoni con le carte fatte di intercettazioni, appostamenti e pedinamenti su quel mondo che gli inquirenti non esitano a ritenere “mafia”, sono stati trasferiti a Reggio Calabria, per competenza.
La procura calabrese avrebbe raccolto un dossier contenente elenchi di nomi di affiliati, la loro organizzazione, struttura e gerarchia.
E i loro rapporti e affari con la politica e la pubblica amministrazione.
A partire dalle indicazioni di voto alle urne di cui si sarebbero avvantaggiati politici savonesi insospettabili. L’esame laborioso delle carte era stato iniziato dai pm Giuseppe Pignatone, ora procuratore capo a Roma, e Michele Prestipino, che poi sono stati destinati ad altri incarichi. Ma i due magistrati avevano già  messo la firma sulle autorizzazioni alle intercettazioni, scottanti per la provincia di Savona.
L’iter è così ripartito da zero con altri pm e davanti ad altri giudici. Le carte sono imperniate su un nome e tutta la sua corte.
Il boss Carmelo, detto “Nino”, “Ninetto” Gullace, di Toirano. Ufficialmente un operaio di cava. Il boss del nord ovest della ‘ndrangheta. Un nome chiacchierato da decenni, finito sulle cronache per accuse pesanti che lo hanno visto coinvolto in omicidi e sequestri (assolto poi in Cassazione) e al centro di sequestri patrimoniali e indagini dei Ros dei carabinieri.
Al suo presunto ruolo rilevante all’interno della ‘ndrangheta gli investigatori sarebbero arrivati durante le indagini che avevano portato in carcere quello che sarebbe poi risultato essere, sempre secondo gli investigatori, il suo braccio destro: Antonio Fameli, di Loano.
E proprio il loro legame, al centro dell’indagine inizialmente della polizia di Savona (coordinata dall’allora pm Danilo Ceccarelli) poi della Dia di Genova, adesso è al vaglio di pm e gip di Reggio Calabria.
Fameli era stato arrestato per una serie di reati finanziari e lavorando su di lui e sulle sue utenze e reti di prestanome, era emersa la fedeltà  al capo, a Gullace.
Da lì sono stati monitorati incontri, colloqui, anche in Calabria. E dopo un vertice tra magistrati e procure del Nord Italia, presieduto dal magistrato milanese Ilda Boccassini, sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta, anche l’ipotesi “Savona” è finito davanti all’antimafia della Dda calabrese.
Sono stati monitorati anche i continui viaggi di Gullace dalla villa di Toirano al suo paese d’origine, Cittanova.
Da dove avrebbe scalato il potere ‘ndranghetista- secondo i dossier di Sco e Dia- arrivando ad essere a capo della potente cosca dei Gullace-Raso-Albanese.

Alberto Parodi e Matteo Indice
(da “il Secolo XIX“)

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VERONA, L’IMPRENDITORE LEGATO AI CLAN E L’ASSESSORE DI TOSI: “GLI HO TROVATO I VOTI”

Febbraio 19th, 2015 Riccardo Fucile

LE INTERCETTAZIONI TRA LA COSCA CROTONESE, GLI IMPRENDITORI E L’ASSESSORE DELLA GIUNTA LEGHISTA: “HO MESSO DI MEZZO IL SINDACO”

“Ho messo in mezzo anche il sindaco”. A parlare è Marco Arduini, il dentista che faceva da mediatore tra l’amministrazione comunale di Verona e gli imprenditori calabresi ritenuti dagli inquirenti legati alla ‘ndrangheta.
Il sindaco è il leghista Flavio Tosi il cui nome è finito nell’informativa del Nucleo investigativo dei carabinieri di Crotone che, nel gennaio 2012, decise di pedinare il segretario veneto del Carroccio in occasione di una sua trasferta in Calabria.
Ci sono decine di intercettazioni nell’informativa dei carabinieri sui rapporti tra il suo assessore comunale di Verona Marco Giorlo e gli imprenditori Giardino, da anni residenti in Veneto ma originari di Isola Capo Rizzuto dove sono considerati contigui alle cosche.
Una brutta storia di appalti pilotati, voti e, soprattutto, tanti soldi pubblici su cui la famiglia calabrese voleva mettere le mani.
Vicende su cui la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro vuole fare chiarezza.
Telefonate e incontri dai quali emerge l’appoggio elettorale dei calabresi all’assessore Giorlo, ma anche il fatto che Flavio Tosi sarebbe stato debitamente informato delle pretese dei Giardino che non puntavano solo alla gestione di un centro sportivo e alla “sostituzione di tutte le illuminazioni a Verona”.
Volevano diventare proprietari pure di un asilo comunale.
E per farlo si erano rivolti a Marco Arduini, il dentista che (dagli elementi in mano agli inquirenti) sembra avere avuto l’hobby del mediatore tra i politici che hanno bisogno di voti per essere eletti e gli imprenditori affamati di appalti.
“Se era possibile — dice Alfonso Giardino al ‘dentista’ amico dell’assessore Giorlo — sull’asilo avevo pensato una cosa… di investimento in pratica, se si poteva collaborare ma come proprietario però… perchè so che questi asili… Partecipare proprio come, comprarlo hai capito, cioè l’asilo”.
Un’idea che piace ad Arduini il quale non esita a rispondere positivamente ai desiderata dell’imprenditore calabrese: “Si, ma si può. Sono aperto a tutto io. Allora, io adesso ho messo in mezzo anche il sindaco, tramite… e poi a loro gli fa solo piacere… anche io gliel’ho detto ‘guarda che una parte siamo disposti ad assorbirlo”.
Giardino ha paura di non essere preso sul serio: “Ma sì, io non sto scherzando, ma guarda che è un affarone, un asilo è un affarone”.
“Eh be, — replica il ‘dentista’ — adesso, va bene ma domani ne parliamo con Marco (l’assessore Giorlo, ndr)”.
Poco prima era stato Franco Giardino a informare il cugino Alfonso che, per l”affarone’ dell’asilo, il loro amico al Comune aveva interessato il primo cittadino di Verona: “Lo stava acchiappando anche per il fatto dell’asilo… che si dovevano incontrare anche con Tosi”. L’uomo chiave dentro il Palazzo Comune è l’assessore allo Sport Marco Giorlo.
La trascrizione delle intercettazioni telefoniche e ambientali ancora ha molti “omissis” e questo lascia pensare che i carabinieri hanno in mano molto di più delle informative depositate dalla Dda di Catanzaro nel troncone calabrese dell’inchiesta “Aemilia”.
Tuttavia è già  emerso che gli imprenditori di Crotone hanno sostenuto l’assessore Giorlo nella campagna elettorale per le comunali con la promessa di accaparrarsi alcuni appalti di Verona. Ne parlano i due imprenditori il 4 luglio 2012 quando Alfonso Giardino dice al cugino Vincenzo: “Quello che mi ha salutato era lui, era l’assessore, hai capito? Il Signore mi è testimone è lui, ho mangiato con lui vedi. Se ne sta andando ora, hai capito che mi ha dato pure Enzì (Vincenzo, ndr), che mi ha dato pure un centro sportivo nelle mani Enzì, hai capito?… Sono andato e l’ho visto. Mi ha detto ‘se vuoi a fine mese chiudi il contratto ed è tuo’.
“Non ti sto parlando di banane Enzì, ti sto parlando di fatti, questo qua però noi lo abbiano aiutato Enzì che Fronzo (si tratta di Alfonso lui stesso, ndr) l’ha aiutato davvero a questo cristiano, l’ho aiutato davvero e te lo posso giurare dove, se si trova alla poltrona si trova per me questo che gli ho trovato non so quanti voti. Quanti gliene ho tirati fuori non hai nemmeno idea tu, mi sono massacrato giorni e giorni però ora vedi grazie a Dio è riconoscente, mi ha detto: ‘Io per i Giardino faccio tutto, per i Giardino perchè a me mi hanno aiutato’. Mi ha detto lui siccome è responsabile di tutti i centri sportivi di Verona, di tutti, sono i suoi, sotto le sue mani… È una persona seria”.
Le settimane passano e delle tante promesse, a fine luglio 2012 solo il centro sportivo sembra possa finire in mano agli imprenditori di Isola Capo Rizzuto, che iniziano ad avere qualche dubbio sull’assessore, per il quale tanto si sarebbero spesi durante la campagna elettorale per il Comune di Verona.
“Domani glielo dico — è la frase intercettata dai carabinieri sul telefono di Alfonso Giardino — Marco (Giorlo, ndr) per i fondelli noi non ci facciamo prendere da nessuno… Noi non siamo Marco il ‘dentista’. Perchè lui ha dato una parola e quella parola la deve portare a termine, non si deve tirare indietro. E che facciamo qua. È andato sopra il trono e si dimentica di quelli che lo hanno mandato sulla poltrona”.
E sempre nella stessa intercettazione, espressamente l’imprenditore fa capire che dietro di lui c’è la “famiglia” che aspetta risposte dal Comune di Tosi: “Siamo disperati, non sappiamo cosa dobbiamo combinare, e noi abbiamo tutti questi zii che quando li vedo mi devo nascondere. Ci deve tirare fuori il lavoro. Che vuoi fare: giardinaggio, pulizia… tira fuori il lavoro, hai capito? Centro sportivo e come si deve, che ci mettiamo tutti la dentro a lavorare, però noi abbiamo cristiani sulle spalle a cui abbiamo dato una parola ed io per te ho fatto la figura del pagliaccio, chiaro, chiaro…”.
Intanto Jacopo Berti, il candidato del Movimento 5 Stelle a governatore del Veneto, dopo la pubblicazione delle intercettazioni chiede al primo cittadino di fare un passo indietro: “Tosi si deve dimettere, buttiamo fuori la mafia dal Veneto e chi ce l’ha fatta entrare. Dalle carte dell’ichiesta ‘Aemilia’, sulla mafia al nord, emerge un quadro disgustoso del quale il segretario regionale della Lega Nord Tosi è il protagonista”.

Lucio Musolino
(da “il Fatto Quotidiano”)

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INDAGATO PER MAFIA IL DELEGATO CONFINDUSTRIA PER LA LEGALITA’

Febbraio 9th, 2015 Riccardo Fucile

ANTONELLO MONTANTE COINVOLTO IN UN’INCHIESTA DELLA PROCURA DI CALTANISSETTA

È il leader della riscossa degli imprenditori siciliani, della legalità  e dell’antimafia targata Confindustria.
Solo che adesso è coinvolto in un’inchiesta per fatti di mafia della procura di Caltanissetta.
Un’indagine top secret e delicatissima quella su Antonello Montante, cinquantaduenne presidente di Confindustria Sicilia, delegato nazionale per la legalità  di viale dell’Astronomia, appena designato dal governo nazionale come componente dell’Agenzia dei beni confiscati, che gestisce le proprietà  immobiliari confiscati ai boss di Cosa Nostra.
Secondo quanto rivela Repubblica, agli atti dei magistrati ci sono le dichiarazioni di tre collaboratori di giustizia.
Primo tra tutti il neo pentito Salvatore Dario Di Francesco, mafioso di Serradifalco, lo stessa città  d’origine di Montante, in provincia di Caltanissetta.
Di Francesco è un ex dipendente del consorzio Asi, l’area di sviluppo industriale, e per gli inquirenti è il “collante tra gli esponenti di Cosa Nostra e i colletti bianchi della provincia”: ai pm ha raccontato i retroscena degli appalti pilotati nella zona.
Di Francesco è compare di Vincenzo Arnone, boss di Serradifalco, figlio di Paolino Arnone, storico padrino, morto suicida nel carcere Malaspina di Caltanissetta nel 1992.
Vincenzo Arnone è a sua volte testimone di nozze di Montante: un legame diventato pubblico già  lo scorso anno, quando la rivista I Siciliani Giovani (diretta da Riccardo Orioles, ex “caruso” di Pippo Fava) pubblicò una foto che ritraeva Arnone con Montante, nella sede dell’Associazione Industriali di Caltanissetta, negli anni ottanta. Ma non solo: in quell’occasione la rivista pubblicò anche il certificato di matrimonio dell’allora giovanissimo imprenditore, che si sposò ad appena diciassette anni e tra i quattro testimoni di nozze scelse proprio Arnone.
Legami di paese, contatti lontani nel tempo, in una cittadina di appena seimila abitanti, dalla quale parte la scalata imprenditoriale dei Montante, attivi già  dagli anni venti con una fabbrica di biciclette.
Un marchio storico rilanciato da Antonello Montante, che è anche fondatore della Mediterr Shock Absorbers (Msa), un’azienda di ammortizzatori per veicoli industriali con sedi in tutto il mondo.
Poi l’imprenditore nisseno inizia ad impegnarsi anche in Confindustria: e nel 2008 è tra i leader degli industriali che lanciano la “rivoluzione antimafia” delle imprese siciliane.
Un nuovo corso, con Confindustria che si dota di un codice etico antimafia, che promuove le denunce contro il racket e emargina alcuni suoi ex componenti considerati vicini ai clan: primo tra tutti Pietro Di Vincenzo, oggi condannato in via definitiva a nove anni per estorsione.
La svolta antimafia di Confindustria non si ferma al codice etico o alle decine di denunce di “pizzo”: gli industriali s’impegnano direttamente politica, dove sono fondamentali per l’elezione di Rosario Crocetta a governatore della Regione Siciliana. Un passaggio che molti iniziano a definire come la “rivoluzione antimafia” di un’isola capace in poco tempo di vedere due ex governatori inquisiti con l’accusa infamante di aver favorito Cosa Nostra: Totò Cuffaro è detenuto dal 2011 dopo essere stato condannato in via definitiva a sette anni, mentre il suo successore Raffaele Lombardo ha rimediato una condanna in primo grado a sei anni e otto mesi per concorso esterno.
Dopo la rivoluzione di Confindustria, partita da Caltanissetta, e l’elezione di Crocetta a Palazzo d’Orleans, una sola è la parola che più di tutte viene pronunciata nei palazzi del potere siciliano: antimafia.
Una parola magica, capace di aprire porte, di segnare carriere, ma anche di stroncarle. L’inchiesta della procura di Caltanissetta è ancora in fase embrionale: se sia solo il tentativo di “mascariamento” di un pentito, o se agli atti dei pm ci sia qualcosa di più è ancora presto per dirlo.
Di certo al momento è delicato il ruolo di Montante: un paladino dell’antimafia, che vede il suo nome accostato ad un’indagine per mafia.
Soltanto l’ennesimo paradosso in una terra che ha una storia segnata dalle contraddizioni

Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano“)

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‘NDRANGHETA EMILIA, IL VERBALE DI DELRIO: “SI’, HO ACCOMPAGNATO I CUTRESI DAL PREFETTO”

Febbraio 5th, 2015 Riccardo Fucile

OTTOBRE 2012: L’ALLORA SINDACO DI REGGIO EMILIA VENNE SENTITO DALLA DDA DI BOLOGNA NELLA MAXI-INCHIESTA SULLE INFILTRAZIONI MAFIOSE

Il viaggio a Cutro nel 2009 nella cittadina del boss Nicolino Grande Aracri, e soprattutto l’incontro con il prefetto antimafia insieme ai rappresentanti della comunità  cutrese.
Era il 17 ottobre 2012 quando i pm della Dda di Bologna sentivano, come persona informata sui fatti, Graziano Delrio, allora sindaco di Reggio Emilia, nell’ambito della maxi-inchiesta della procura di Bologna sulla ‘ndrangheta che ha portato all’arresto di 117 persone a fine gennaio.
L’attuale sottosegretario alla presidenza del consiglio, braccio destro del presidente del Consiglio Matteo Renzi era stato convocato perchè chiarisse i suoi rapporti con la vasta comunità  calabrese trapiantata nel reggiano, originaria in prevalenza dal paese in provincia di Crotone, il ruolo dei cutresi nell’economia e nella politica cittadina e il loro atteggiamento rispetto alle pressioni della ‘ndrangheta sulle attività  economiche.
Delrio, va sottolineato, non è indagato nell’inchiesta Aemilia.
Dai verbali emerge però alcuni tentennamenti da parte dell’attuale sottosegretario nell’affrontare il tema e — stando a quanto dichiara — una conoscenza approssimativa del fenomeno che cozza un po’ con la sua fama di sindaco consapevole e attivo sul fronte dell’antimafia.
Era stata proprio la sua amministrazione a commissionare a Enzo Ciconte, uno dei massimi esperti di criminalità  organizzata, lo studio “Le dinamiche criminali a Reggio Emilia“, pubblicato nel 2008 e ancora oggi disponibile sul sito del Comune, dove lo studioso citava diversi elementi poi confermati dall’inchiesta Aemilia; l’ascesa criminale di Nicolino Grande Aracri e la penetrazione nell’economia e in particolare nell’edilizia: “Gli ‘ndranghetisti sono stati in grado di condizionare vita ed attività  economica di altri imprenditori e commercianti”, scriveva Ciconte sette anni fa, “di costituire società  edili in grado di raccogliere appalti da altri imprenditori e di mettere in piedi un sofisticato sistema di false fatturazioni”.
Durante l’audizione i pm vogliono sapere di più sull’incontro in Prefettura con esponenti della comunità  cutrese, avvenuto, probabilmente nel 2011.
Da alcuni mesi il prefetto Antonella De Miro aveva iniziato a colpire con provvedimenti interdittivi le imprese considerate infiltrate dalla ‘ndrangheta, che quindi perdevano commesse.
Delrio racconta di avere raccolto i timori di alcuni esponenti della comunità  cutrese su una criminalizzazione della loro gente.
“Li ho accompagnati perchè il prefetto potesse spiegare le ragioni…”, si legge nel verbale di quella audizione, “perchè avessero garanzie che in tutto questo non c’era una vena anti-meridionalista o discriminatoria nei confronti della comunità ”.
Poi aggiunge una curiosa precisazione sul fatto che tutto gli appariva “superfluo perchè il prefetto viene dalla Sicilia”.
Nell’inchiesta Aemilia, alcuni degli imprenditori calabresi arrestati sono stati accusati di aver organizzato una campagna di stampa contro lo spesso prefetto, basata proprio sulla presunta discriminazione dei calabresi, e per questo è finito in carcere un giornalista ritenuto compiacente, Marco Gibertini di Telereggio.
L’allora sindaco Pd di Reggio Emilia non ricorda con certezza chi erano gli esponenti della comunità  con lui in quell’occasione.
Sicuramente c’era l’allora consigliere Pd Salvatore Scarpino. Poi, ma senza certezza, Delrio fa il nome di Antonio Olivo, altro consigliere comunale del Pd.
E ancora cita, ma anche in questo caso senza sicurezza, Rocco Gualtieri, consigliere comunale del Pdl.
Gualtieri era tra i presenti all’ormai famosa cena organizzata dalla comunità  calabrese al ristorante “Antichi Sapori”, durante la quale i il capogruppo Pdl in Provincia Giuseppe Pagliani, poi arrestato nell’operazione Aemilia, incontrò personaggi indicati come capi della organizzazione mafiosa.
Altro argomento toccato dai magistrati, il viaggio di Delrio a Cutro, avvenuto poche settimane prima delle elezioni comunali 2009, quando il primo cittadino uscente si era ricandidato per un secondo mandato.
Già  ai tempi tra gli oppositori politici ci fu chi vide in quella trasferta in terra di ‘ndrangheta un viaggio per influenzare i voti delle migliaia di cutresi emigrati da decenni a Reggio.
Delrio però fin da allora aveva sempre parlato solo di un viaggio istituzionale.
Così fa anche coi pm: “Sono andato a Cutro nel 2009 in occasione della festa del Santo Crocefisso che è una festa religiosa molto importante a Cutro. Noi abbiamo un gemellaggio”.
Per Delrio niente di strano, tanto che spiega ai magistrati che probabilmente ci sarebbe tornato anche l’anno successivo.
A questo punto però i pm fanno notare all’attuale numero due di Palazzo Chigi che Cutro è la città  di Nicolino Grande Aracri.
“So che esiste Grande Aracri. Nicola non… non lo avevo realizzato”.
Poi Delrio prosegue: “Non sapevo che era originario di Cutro. Sapevo che era calabrese, ma non sapevo che fosse originario di Cutro. Perchè abita lì nel centro di Cutro? No, io non lo sapevo”.
Una più attenta lettura della relazione commissionata dal suo stesso Comune avrebbe colmato la lacuna su un personaggio considerato da anni incontrastato numero uno della ‘ndrangheta in Emilia.
Il sostituto procuratore della direzione nazionale antimafia Roberto Pennisi (che assieme, a procuratore di Bologna Roberto Alfonso e al sostituto Marco Mescolini, ha condotto le indagini) subito ribatte: “Che tutta diciamo così, la criminalità  organizzata proveniente da Cutro oggi si ispiri a Nicola Grande Aracri, penso che lo sappia anche lei se ha letto i giornali relativi agli interventi del prefetto”.
All’osservazione del pm Pennisi, Delrio sembra tentennare: “Sì, no, però io ho risposto alla sua domanda. Se lei mi chiede: ‘Sa che Francesco Grande Aracri è nativo di Cutro?’ La mia risposta è non lo so, non ne sono sicuro, cioè non lo ricordo francamente. So che è collegato alla ‘ndrangheta legata … diciamo… anche a Cutro”.
Quando i pm chiedono se parlasse mai con la comunità  cutrese del clima di omertà  che c’era sui temi della criminalità  organizzata, Graziano Delrio spiega di averlo detto ripetutamente e di avere spiegato ai cutresi che il rischio di non denunciare può portare a pericolose generalizzazioni.
Tuttavia, spiega Delrio, “c’è una specie di reticenza a denunciare e a esporsi, come le ho detto prima, io ne sono consapevole che c’è questa reticenza”.
I pm incalzano Delrio i diversi passaggi, ma agli atti gli riconoscono di avere reagito “in modo duro e molto chiaro” in occasione della pubblicazione di articoli che tendevano a sminuire il problema della ‘ndrangheta a Reggio.

Marceddu e Portanova
(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA LEGGENDA DEI BENI SEQUESTRATI ALLA MAFIA

Gennaio 30th, 2015 Riccardo Fucile

POCO PERSONALE, NESSUN REGISTRO, ABBANDONO E CONFUSIONE… VIAGGIO NELLO SFASCIO DELL’AGENZIA CALABRESE CHE DOVREBBE GESTIRLI

Ci si potrebbe fermare qui, un passo oltre la porta della Agenzia nazionale per i beni confiscati alle mafie.
Al cospetto delle parole del direttore amministrativo Massimo Nicolò (165 mila euro di compenso annuo, di cui 14 mila di premio di risultato).
«Siamo in pochi», dice. «Vede dottore, tutti sparano a zero contro di noi. E ci sono problemi quotidiani, non si può negarlo. Ma in quanti siamo oggi al lavoro?».
Sono in 37, a fronte di 55 mila beni confiscati in Italia.
«Non ce la facciamo – dice – non possiamo farcela. Siamo dentro un gigantesco imbuto burocratico. In teoria, la legge ci darebbe la possibilità  di assumere 100 persone, ma sono costi a carico delle amministrazioni di provenienza. Si rifiutano di darci il personale. Oppure lo richiamano indietro, quando lo abbiamo appena formato. Non siamo neppure riusciti a chiedere il bilancio consuntivo del 2013. Siamo pochi e tutti ci additano. Ma non ci danno i mezzi per lottare. Una scatola vuota? Diciamo che siamo una scatola da riempire»
Le sorprese
Ci si potrebbe fermare qui. Dentro questa palazzina gialla sgraziata, con le bandiere arrotolate, i corridoi vuoti, un silenzio spettrale. Ma sarebbe un errore.
Ci perderemmo diverse sorprese. Quelle che un sostituto procuratore di Catanzaro, Vincenzo Luberto, definisce provvedimenti manifesto.
«Sono leggi inventate con l’unico scopo di mettere in scena delle belle intenzioni, mentre nel concreto si fa esattamente l’opposto».
Luberto sostiene che le cose in Calabria, tutte quelle che riguardano la lotta alla ‘ndrangheta, si ispirino a questa principio: «Fare finta di…».
«Voi giornalisti – dice Luberto – guardate sempre il dito e vi perdete la luna».
E quale sarebbe, la luna? «Prendiamo il caso del processo al clan Muto di Cetraro, il re del pesce: 22 condanne definitive. Grandi titoli sulla costituzione di parte civile della presidenza del Consiglio. Era la prima volta che succedeva in Italia. Un segnale forte. Era il 2006».
E poi? «Sono passati otto anni. Nessuno è andato davanti al giudice civile a chiedere l’effettiva quantificazione del risarcimento. Lo Stato italiano poteva recuperare soldi dalla famiglia in questione, ma non lo ha fatto».
La Calabria è un pozzo di notizie.
Ed è vero quello che ha dichiarato il procuratore generale di Torino Marcello Maddalena, durante l’apertura dell’anno giudiziario: «L’impressione è quella di un sistema allo sbando. Riuscire a ripristinare la legalità  nei confronti delle grosse organizzazioni mafiose è impresa quasi impossibile».
Su 59 beni sequestrati a Torino, 58 sono ancora nelle mani degli illegittimi proprietari. Beni che l’Agenzia con sede a Reggio Calabria nemmeno conosce.
Mancano i collegamenti. Il sito Internet non è aggiornato.
Spesso il telefono squilla a vuoto. Il direttore amministrativo Nicolò è l’unico ad aver accettato di rispondere alle nostre domande: «Al telefono, almeno nella sede principale di Reggio, io rispondo sempre e fino a tarda sera. Lavoro dodici ore al giorno. Ma è più che probabile che nelle succursali, i pochissimi impiegati lascino alcuni orari scoperti. Quanto a sapere, effettivamente, quali siano i beni confiscati, allora… Noi ci rifacciamo ad una vecchia banca dati del demanio che, senza voler parlare male di nessuno, beh…».
Nessuno sa. Nessuno ha la mappa.
I tempi burocratici italiani applicati alla materia dei beni sequestrati giocano a grande vantaggio dei mafiosi
Piccole storie calabresi significative.
Dopo anni di battaglie giudiziarie, il Comune di Lamezia Terme era riuscito a farsi assegnare un alloggio sequestrato alla famiglia Benincasa, nel quartiere ad alta densità  ‘ndranghetista di Capizzaglie.
Lo ha ristrutturato e dato in gestione alla cooperativa Progetto Sud per ospitare dei rifugiati politici. Ma la corte d’Appello ha restituito il bene alla famiglia, che ora ci abita con impianti nuovi e infissi ammodernati con soldi pubblici
Gli investimenti
A due passi dal Castello Aragonese di Reggio Calabria, quasi di fronte al Tribunale, c’è un palazzone lasciato a metà .
È lì da cinque anni, come una specie di monumento. Era stato sequestrato a Gioacchino Campolo, detto il re dei video-poker.
Mezzo centro storico era suo. Il villino che ospitava in affitto la sede di Forza Italia. Il palazzo prestigioso in via Malacrinò, dove c’era la sede del Tribunale di Sorveglianza. Così come il «Super Cinema» sul lungomare, ormai chiuso da più di dieci anni e mai riconvertito.
Non è facile trovare imprenditori che vogliano investire soldi su beni dal futuro tanto incerto
Anche il procuratore capo di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho, usa parole definitive: «La gestione non funziona. Manca la cognizione di quali siano i beni sequestrati, dove si trovino e la destinazione. È una ricchezza che lo Stato lascia nelle mani dei mafiosi».
Ci sono tre proposte di legge per modificare l’Agenzia. Si discute se portare la sede a Roma o lasciarla a Reggio Calabria. «Il problema è politico» dice un impiegato a fine turno, con aria abbacchiata.
Ecco, ancora la luna. La politica.

Niccolò Zancan
(da “La Stampa”)

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‘NDRANGHETA REGGIO EMILIA: CONSIGLIERE DI FORZA ITALIA E LA CENA CON GLI IMPRENDITORI CALABRESI

Gennaio 28th, 2015 Riccardo Fucile

GIUSEPPE PAGLIANI E’ TRA I 117 ARRESTATI…NEL 2012 L’INCONTRO CON PERSONAGGI DEL CLAN GRANDE ARACRI

C’è anche un consigliere comunale e provinciale di Reggio Emilia, Giuseppe Pagliani, eletto tra le file di Forza Italia, tra i 117 arrestati nella maxi operazione “Aemilia” contro la ‘ndrangheta in Emilia, coordinata dalla Dda di Bologna.
Per lui l’accusa è di concorso esterno in associazione mafiosa.
I carabinieri lo hanno prelevato all’alba, dalla sua abitazione di Arceto di Scandiano. Oltre a essere un esponente di punta del centrodestra locale, nella primavera del 2012 il suo nome era finito nella bufera, per una cena con imprenditori edili e dei trasporti di origine calabrese e uomini sospettati di vicinanza alla malavita.
Classe 1973, Pagliani è originario di Reggio Emilia dove ha sempre vissuto, studiato e lavorato.
Avvocato, con un passato nel settore delle ceramiche e delle “carni bovine”, si dice specializzato in “diritto societario, finanziario e penale”.
Sul suo sito si definisce anche “appassionato di politica da sempre” e “animatore da anni del centrodestra reggiano”.
E infatti la sua prima corsa alle amministrative con la bandiera azzurra risale a molti anni fa, al 1999: alle comunali di Scandiano, comune in provincia di Reggio Emilia, raccoglie 300 preferenze. Un record.
La sua carriera politica va avanti sempre nel solco del partito di Silvio Berlusconi, che non tradisce mai.
Nel 2012, quando è consigliere provinciale e comunale, finisce al centro delle cronache per essersi seduto al tavolo insieme a politici del Pdl, professionisti e a un gruppo di imprenditori considerato vicino al clan dei Grande Aracri, tra cui alcuni personaggi coinvolti in indagini antimafia.
Il ristorante teatro della cena è nella periferia di Reggio Emilia, si chiama “Antichi Sapori” ed è di proprietà  di un crotonese, il 45enne, Pasquale Brescia.
Incontro che finirà  sotto la lente della magistratura e della prefettura. E per il quale vengono ascoltate come persone informate sui fatti l’allora ex sindaco di Reggio Emilia e attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, il presidente della Provincia Sonia Masini e il consigliere regionale del Pdl Fabio Filippi.
Nell’autunno scorso Pagliani viene riconfermato consigliere provinciale e capogruppo in Comune a Reggio Emilia.
Non solo: a novembre viene messo in lista anche per le regionali dell’Emilia Romagna, senza però riuscire a essere eletto.
Il suo nome viene inserito all’ultimo, e va a sostituire quello di Vivaldo Ghizzoni, altro esponente di centrodestra.
Pagliani viene “imposto da Roma e Bologna”, è scritto in una nota di Forza Italia, dal momento che, “il capogruppo in consiglio comunale è espressione forte del partito a Reggio Emilia e non può non far parte di questa compagine dei candidati azzurri”.

Giulia Zaccariello
(da “il Fatto Quotidiano“)

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