Ottobre 11th, 2014 Riccardo Fucile
COLLUSI DA 22 ANNI, ORA VOGLIONO L’EPURAZIONE DEL RAPPER FEDEZ
Negli ultimi 22 anni centrodestra e/o centrosinistra hanno, nell’ordine: stipulato un patto con Cosa Nostra per metterle in mano lo Stato in cambio della sospensione delle stragi e del sacrificio di Paolo Borsellino e di decine di altri innocenti sterminati o feriti a Palermo, Firenze, Milano e Roma, trafficando poi indefessamente ai massimi livelli istituzionali per coprire tutto e depistare le indagini; abolito la “legge Falcone” antimafia che prevedeva l’arresto obbligatorio in flagrante per i falsi testimoni; abrogato l’obbligo di custodia cautelare per gli indagati di mafia; accorciato la custodia cautelare per gli imputati di mafia, facendone scarcerare a centinaia per decorrenza dei termini; chiuso le supercarceri di Pianosa e Asinara, simboli del 41-bis; trasformato il 41-bis in una burletta; abolito l’ergastolo per due anni anche per le stragi di mafia; varato tre scudi fiscali (l’ultimo con la firma di Giorgio Napolitano) regalando ai mafiosi un canale di riciclaggio di Stato per ripulire i loro soldi sporchi a costi di saldo (un pizzo del 2,5% e poi del 5%) e in forma anonima; cancellato (su proposta di Napolitano) la legge Falcone sui pentiti, che infatti prima erano migliaia e dal 2000 si contano sulle dita della mano di un monco; screditato e attaccato i pentiti che facevano nomi eccellenti e i pm che indagavano sulla mafia e sui suoi complici; promosso capo del Ros e direttore del Sisde il generale Mori, protagonista della mancata perquisizione del covo di Riina e delle mancate catture di Bagarella e Provenzano, nonchè del Protocollo Farfalla per legittimare i traffici dei servizi nelle celle dei mafiosi; approvato una legge sul voto di scambio che riduce le pene della legge precedente e rende impunibili i politici che comprano voti dai mafiosi; riempito di buchi il nuovo reato di autoriciclaggio che consentirebbe finalmente di recuperare miliardi di soldi sporchi parcheggiati in Svizzera anche dai mafiosi; promosso alle massime cariche dello Stato i politici che hanno mentito o taciuto su quanto sapevano della trattativa, perseguitando invece quei pochi servitori dello Stato che quell’immondo negoziato svelavano, ostacolavano o investigavano; attaccato e poi abbandonato alla più totale solitudine magistrati come Di Matteo, condannato a morte da Riina, e Scarpinato, bersaglio quasi quotidiano di minacce e avvertimenti di stampo istituzionale; protetto con silenzi vili e addirittura esaltato con servi encomi i maneggi del Quirinale per far avocare le indagini della Procura di Palermo sulla trattativa su richiesta dell’attuale imputato Mancino; esercitato pressioni indicibili sulla Corte d’Assise di Palermo perchè negasse a Riina, Bagarella e Mancino il sacrosanto diritto di presenziare all’udienza del loro processo che si terrà al Quirinale il 28 ottobre per la testimonianza di Napolitano, diritto che verrebbe riconosciuto persino a Guantanamo financo ad Hannibal The Cannibal e la cui negazione mette il processo sulla trattativa a rischio di nullità assoluta in base alla Costituzione, al Codice di procedura, alla giurisprudenza della Cassazione e della Corte europea dei diritti dell’uomo; fatti inciuci e addirittura riforma costituzionali con Berlusconi, che affidò la propria sicurezza a un boss travestito da stalliere e per 20 anni finanziò Cosa Nostra, e con gli altri amici di Dell’Utri, per quasi 30 anni al servizio di Cosa Nostra, dunque condannato a 7 anni e ora detenuto nel carcere di Parma accanto a Riina.
E ora questi manigoldi, i loro discendenti che mai ne hanno preso le distanze e i loro pennivendoli vorrebbero far credere che gli amici della mafia sono Sabina Guzzanti, rea di aver immortalato i loro crimini politici in un bel film e in un tweet provocatorio sui diritti negati a Riina e Bagarella; e il rapper Fedez, che ha osato scrivere un brano per la festa dei 5Stelle in cui si permette di cantare “Caro Napolitano, te lo dico con il cuore: o vai a testimoniare oppure passi il testimone” ed è stato subito accusato da alcuni pidini di vilipendio del capo dello Stato, con inviti a Sky perchè venga epurato da X Factor.
Ma vergognatevi, se ancora sapete cos’è la vergogna: fate schifo.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
COLPA DELLA BUROCRAZIA E DELLE NORME DA RIVEDERE
Ce ne eravamo occupati due anni fa, Don Ciotti aveva lanciato l’allarme: “Così vincono loro”.
Ma niente da allora si è mosso, anzi, se possibile, le cose sono peggiorate.
Uno dei casi più recenti ha riguardato il gruppo 6Gdo di Castelvetrano, sequestrato nel 2007 a Giuseppe Grigoli (provvedimento confermato nel 2013), ritenuto il cassiere del capomafia Matteo Messina Denaro.
Dopo la confisca e ripetuti tentativi di rilancio, a fine maggio la società è stata dichiarata fallita dal Tribunale di Marsala.
Così, adesso, i 250 dipendenti del gruppo sono oggetto di licenziamento collettivo da parte della Anbsc, l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata.
E le cose vanno ancora peggio al personale dell’indotto, privo di qualsiasi tutela.
La legge 109 del 1996 per il riutilizzo dei beni sequestrati alla criminalità organizzata ha compiuto da poco 18 anni e il bilancio fa emergere diverse zone d’ombra.
La normativa ha consentito alla Stato di riprendersi migliaia di beni tra palazzi, appartamenti, terreni e aziende.
Ma su quest’ultimo punto i risultati sono stati al di sotto delle aspettative: quasi il 90% delle imprese confiscate ha chiuso i battenti.
Le vittime principali di questo sistema sono i lavoratori, costretti a fare i conti prima con il boicottaggio dei vecchi proprietari durante la fase del sequestro, poi con le lungaggini della giustizia e un rimpallo di competenze che durano anni e lasciano andare in malora le strutture e gli impianti.
Anche chi prova a costituire una cooperativa per rilevare l’attività d’impresa, spesso impegnando il proprio Tfr, si scontra con un muro di gomma e lo sbocco è quasi sempre la liquidazione della società .
Un meccanismo che genera sfiducia verso le istituzioni e porta molti a rimpiangere le vecchie gestioni, “che, quanto meno, lo stipendio a fine mese lo garantivano”.
Perchè nelle terre martoriate dalla criminalità organizzata, a maggior ragione in periodi di crisi come questo, è quasi impossibile trovare un’altra occupazione che possa garantire un’esistenza dignitosa.
Si salva solo il 15% delle aziende.
Transcrime, centro di ricerca che fa capo alla Cattolica di Milano e all’Università di Trento, ha analizzato la situazione delle aziende confiscate dal 1983 a oggi.
Lo studio ha guardato sia il periodo prima del sequestro, quando ancora le imprese erano gestite dalle mafie, sia lo stato attuale di queste aziende.
I ricercatori ne hanno ricavato stime (per la presenza di informazioni spesso frammentarie) impietose: il 65-70% delle imprese è in liquidazione, il 15-20% è fallita, mentre ne restano attive il 15-20%.
Dati che si rivelano sostanzialmente omogenei per settori economici e territori di attività .
Un patrimonio da 1,8 miliardi
Occorre, dunque, prendere atto del fallimento? Per Michele Riccardi, docente alla Cattolica e tra gli autori dello studio, le ragioni sono essenzialmente due: “In molti casi le aziende mafiose non sono intrinsecamente competitive e quindi, una volta riportate sul mercato legale, faticano a sopravvivere”.
Dallo studio emerge che spesso queste imprese non nascono con finalità imprenditoriali (massimizzare il profitto), ma per utilità criminali (riciclare denaro, controllare il territorio).
Se restano sul mercato è solo grazie a mezzi illegali, dalla corruzione alle frodi negli appalti e contabili, dalle intimidazioni ai danni della concorrenza all’impiego di lavoratori in nero e materiali di scarsa qualità .
Inoltre si tratta di realtà spesso piccole (nel 50% dei casi hanno un capitale medio tra 10 e 20 mila euro, per lo più Società a responsabilità limitata, Srl), giovani (in media dieci anni tra la costituzione e la confisca di prima istanza, ancora meno prendendo il sequestro), attive in settori a forte concorrenza (costruzioni, commercio al dettaglio, ristoranti e bar rappresentano circa il 60% di tutte le aziende confiscate) e in territori a basso sviluppo.
Con l’arrivo dello Stato le banche chiudono i rubinetti.
Dall’analisi di Transcrime emerge, inoltre, che la competitività di queste aziende peggiora proprio negli anni precedenti il sequestro.
La sensazione è che l’imprenditore mafioso “annusi” l’imminente intervento dello Stato e cerchi di disinvestire il prima possibile: non è un caso che, in media, le imprese mafiose abbiano molto più circolante rispetto a quelle legali, non solo per il loro uso strumentale e non produttivo, ma anche per velocizzarne la liquidazione. Lo stesso fanno le banche, riducendo i prestiti già diverso tempo prima del sequestro, come emerge dal paper “Aziende sequestrate alla criminalità organizzata: le relazioni con il sistema bancario”, realizzato dalla Banca d’Italia.
Luigi Donato, Anna Saporito e Alessandro Scognamiglio, autori dello studio, fanno due ipotesi al riguardo: la prima è che gli istituti di credito, venuti a conoscenza dell’avvio di procedimenti penali o di prevenzione, procedano già prima del provvedimento giudiziario – e proprio in vista dello stesso – a ridurre cautelativamente le proprie esposizioni.
Infatti gli intermediari possono venire a conoscenza dell’esistenza di procedimenti giudiziari in quanto destinatari – nell’ambito della cosiddetta “collaborazione passiva” – di richieste di accertamento penale disposte dalla magistratura inquirente per ricostruire la posizione bancaria degli inquisiti. Oppure sulla base di informazioni diffuse dagli organi di stampa. Un’altra ipotesi verosimile, ma non verificabile, è che la proprietà criminale abbandoni o “svuoti le imprese oggetto di interesse da parte degli organi inquirenti”.
I costi della legalità .
Le vere difficoltà nascono dopo. “Al momento del sequestro l’azienda – sia pure con le storture operative derivanti dall’infiltrazione mafiosa – è spesso una realtà ancora vitale”, spiega lo studio della Banca d’Italia.
“In quel momento la rotta potrebbe forse ancora essere invertita, o perlomeno potrebbe essere assorbito il contraccolpo del provvedimento giudiziario”.
Ma dopo l’avvio dell’amministrazione giudiziaria, sottolinea Riccardi, “queste aziende si trovano a fare i conti con una serie di ostacoli (burocratici, legali, tecnici, economici, sociali) che complicano l’amministrazione ordinaria.
Spesso le imprese sottratte alle mafie devono confrontarsi con il boicottaggio da parte di clienti, fornitori e popolazione, nonchè con problemi di gestione e regolarizzazione del personale (spesso in sovrannumero e in nero)”.
Così, stare sul mercato in maniera competitiva diventa difficile, se non impossibile. Anche perchè di pari passo, secondo le rilevazioni del Cerved, si chiudono ulteriormente i rubinetti del credito: tra il 2009 e il 2012, i finanziamenti assegnati alle imprese in amministrazione giudiziaria sono diminuiti mediamente del 5,4% annuo, mentre quelli concessi all’insieme di imprese operanti negli stessi settori e nelle stesse aree geografiche sono cresciuti dell’1,6%.
Come cambiare rotta. “L’azienda mafiosa è florida e rimane sul mercato perchè è una diretta promanazione dell’organizzazione criminale, perchè ricicla danaro proveniente da traffici illeciti e non sconta i costi della legalità (fatturazione, regolarizzazione retributiva e contributiva dei dipendenti). In pratica, opera in un mercato drogato, non concorrenziale”, sottolinea Maria Luisa Campise, segretario della commissione del disciolto Consiglio nazionale dei commercialisti in materia di amministrazione giudiziaria e neo eletto consigliere nazionale del Cndcec.
“Dopo aver a lungo operato come monopolista, in seguito al sequestro si trova a fare i conti con un mercato concorrenziale, senza averne gli strumenti”.
Tutto ciò impedisce a queste aziende di rimanere competitive e proseguire l’attività . “Basti pensare che, relativamente alle aziende confiscate in via definitiva, su 1.707 realtà aziendali, soltanto 22 risultano attive con dipendenti e soltanto pochissime sono state riassegnate per usi sociali alle cooperative di dipendenti”.
Per invertire la tendenza, “innanzitutto i beni aziendali, così come quelli immobili, dovrebbero essere immediatamente assegnati, senza attendere la confisca definitiva”, sottolinea Campise.
“Sarebbe poi auspicabile l’istituzione di un fondo di rotazione, a disposizione delle autorità giudiziarie, per finanziare le aziende che presentano concrete possibilità di rimanere sul mercato. In terzo luogo, per scongiurare l’azzeramento degli ordini, sarebbe utile prevedere una sinergia tra le aziende sequestrate e confiscate per la rotazione delle commesse, assieme a una rete virtuosa che, coinvolgendo le associazioni rappresentative degli imprenditori, faccia rientrare l’azienda mafiosa in un circuito virtuoso”.
Campise auspica anche “una completa rivisitazione della natura e delle funzioni dell’Agenzia nazionale che, per come oggi è strutturata, non funziona e necessita di un rigoroso restyling sia relativamente alle risorse umane impiegate, sia in materia di competenze attribuite, che andrebbero limitate alla gestione dei beni confiscati in via definitiva, ferma restando la fondamentale funzione di ausilio alla magistratura durante la fase giudiziaria”.
Per Riccardi la prima cosa da fare, anche se dolorosa, è invece evitare di salvare tutte le aziende sequestrate. “Alcune non lo meritano; anzi, i concorrenti legali avrebbero solo vantaggi dalla loro scomparsa. Altre sono in condizioni di bilancio tali da non poter essere salvate: in questi casi vanno liquidate il prima possibile, in modo da minimizzare i costi (compresi quelli dell’amministrazione giudiziaria) e liberare risorse, da concentrare sulle aziende meritevoli”. Gli sforzi andrebbero, dunque, puntati solo su un numero ristretto di aziende.
Albo degli amministratori in standby
Va segnalato poi che non è ancora partito l’Albo degli amministratori giudiziari, anche se il termine inizialmente previsto era di 90 giorni dall’entrata in vigore del DLgs. 4 febbraio 2010 n. 14.
“L’attesa continua”, lamenta Domenico Posca, presidente dell’Istituto nazionale degli amministratori giudiziari, che ricorda i compiti spettanti a questa particolare figura professionale: “Non si tratta di un normale amministratore privatistico.
La sua funzione deriva direttamente dall’autorità giudiziaria, con la quale si interfaccia. Per questo motivo non è chiamato solo ad amministrare l’azienda, ma contestualmente svolge un ruolo volto a ripristinare la legalità , anche attraverso attività informative”.
Dunque un ruolo vicino più a quello di un manager, che al generico incarico giudiziario da condurre attraverso lo studio di una controversia o di una perizia.
“Il dato di fatto è che fin quando le aziende sono nella fase del sequestro penale preventivo o di prevenzione, riescono a restare sul mercato, malgrado le difficoltà finanziarie e organizzative. Ma spesso il passaggio di mano delle stesse aziende nella fase della confisca comporta una perdita di efficienza nella gestione, che inevitabilmente le porta alla scomparsa dal mercato con perdita di posti di lavoro e di asset importanti”.
L’anomalia
Posca sottolinea un’anomalia. “L’inventario dei beni confiscati da parte dell’Anbsc risale al gennaio 2013”. Del resto, la stessa Agenzia, più volte sollecitata in merito, non ha voluto contribuire a questa inchiesta giornalistica.
“Per affrontare i problemi, occorre quanto meno conoscerli, ma il direttore dell’Agenzia – in audizione al Parlamento – non ha saputo nemmeno dare una stima di massima del valore di quelle confiscate”.
Per Posca non resta che selezionare, tra le aziende in amministrazione giudiziaria, “quelle attive e profittevoli sulle quali investire risorse e alle quali riservare trattamenti fiscali/previdenziali privilegiati da quelle per le quali non conviene che liquidare immediatamente con una procedura speciale”.
Reperire risorse in una fase di spending review non sarà tuttavia facile. “Ma questa strada è praticabile sotto il profilo fiscale se si considera che la durata del sequestro rappresenta un unico periodo d’imposta con la determinazione finale del dovuto, a seconda della confisca definitiva o della restituzione”, ribatte Posca.
“Tanto più se si pensa che al termine del procedimento dovrebbe intervenire la confisca, quindi per lo Stato non vi sarebbe nessuna perdita, anzi un saldo attivo se l’azienda sopravvive”. Interventi ai quali il presidente dell’Istituto chiede di abbinare una sanatoria delle sanzioni previdenziali ante-sequestro e il riconoscimento di sgravi contributivi per l’intera durata della procedura, oltre all’impegno del sistema bancario a mantenere inalterate le linee di credito.
Luigi dell’Oglio
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Settembre 16th, 2014 Riccardo Fucile
PER LA TORNATA DEL 28 SETTEMBRE IN CAMPO INDAGATI E AMICI DI BOSS
A Vibo Valentia lo hanno già chiamato “l’accurduni”. 
Alle elezioni provinciali del 28 settembre, infatti, Forza Italia ha presentato una lista unica assieme ai renziani, a Fratelli d’Italia e a pezzi di Ncd.
Il Pd è spaccato e il simbolo del partito di Renzi lo hanno utilizzato i cuperliani che, a Vibo, fanno riferimento al deputato Bruno Censore.
Proprio la corrente che fa capo al parlamentare calabrese è riuscita nell’impossibile: tra i candidati a consigliere provinciale c’è un incandidabile.
Si tratta di Salvatore Vallone, ex assessore del Comune di Mileto sciolto per infiltrazioni mafiose.
Ma se questo può essere considerato uno scivolone del partito di Renzi in Calabria, tra chiacchierati e soggetti finiti nel mirino dell’autorità giudiziaria, le tre liste presentate non si sono fatte mancare nulla.
Il rischio è che il prossimo Consiglio provinciale di Vibo Valentia possa trasferirsi al palazzo di giustizia.
Basta pensare che due candidati alla presidenza (Sergio Rizzo del Pd e Giuseppe Raffele dell’Udc-Ncd) e tre aspiranti consiglieri (Giovanni Macrì, Carmine Mangiardi e Pasquale Fera, tutti nella lista composta dai renziani e da Forza Italia) sono coinvolti nell’inchiesta sui presunti fondi illegittimi elargiti a tutti i gruppi politici dalla Provincia dal luglio 2010 al febbraio 2012.
Per loro l’ipotesi di reato è falso e peculato: avrebbero sottratto, secondo la Procura, circa 100 mila euro da altre poste del bilancio e spese anti-racket comprese.
Pasquale Fera è inoltre indagato insieme al candidato cuperliano Francesco Bartone nell’inchiesta sulla non potabilità dell’invaso dell’Alaco.
Secondo il pm Michele Sirgiovanni, in qualità di sindaci di San Nicola da Crissa e di Soriano, i due aspiranti consiglieri provinciali non avrebbero predisposto i controlli necessari per evitare l’avvelenamento delle acque.
Ma nel Pd c’è posto per tutti.
Ed ecco che, oltre all’incandidabile Vallone, i cuperliani hanno inserito in lista Leoluca Curello, negli anni 90 coinvolto in un’indagine per usura ed estorsione.
Un’inchiesta che, però, è naufragata tra assoluzioni e reati prescritti.
Curello peraltro è imparentato con la famiglia Barba di Vibo Valentia, travolta dall’inchiesta antimafia “Nuova Alba” e vicina alla cosca Mancuso di Limbadi.
A proposito dei Mancuso, nella lista Udc-Ndc, compare il candidato a consigliere Gianfranco Ranieli, il cui nome è inserito in un’informativa dell’inchiesta “Black money”, redatta dai carabinieri del Ros.
Ranieli, infatti, gestisce a Rombiolo un agriturismo assieme al fratello Michele che, però, è ritenuto in rapporti con Giuseppe Mancuso, figlio del boss Pantaleone detto “Vetrinetta”.
Nella stessa lista, in quota Ncd, c’è anche il consigliere comunale di Vibo Giancarlo Giannini finito in una nota dell’inchiesta “Libra” coordinata dal sostituto della Dda di Catanzaro Pierpaolo Bruni.
Secondo gli investigatori, Giannini (che non è indagato, ndr) è “in rapporti di cointeressenza con soggetti appartenenti al sodalizio Tripodi-Mantino”.
La Dda è arrivata a lui seguendo il filone dell’indagine sulla realizzazione dell’area polifunzionale della protezione civile.
Fratello di un pregiudicato per associazione mafiosa e armi, il candidato dell’Ncd è pure socio della “Azzurra srl”, impegnata nel turismo e nelle forniture balneari, assieme a Giovanni Colace, fratello di Nazareno Colace, storico elemento di spicco del clan Tripodi-Mantino.
I nomi dei candidati alle provinciali riempiono anche i verbali dei pentiti.
Come quello di Domenico Cricelli il quale ha riferito al pm Marisa Manzini che Giovanni Macrì, detto “Nino” era in rapporti con il boss Giuseppe Mancuso. Macrì è candidato assieme al vicesindaco di Sorianello Carmine Mangiardi indicato, dal collaboratore di giustizia Enzo Taverniti nell’inchiesta “Luce nei boschi”, come vicino al defunto boss Damiano Vallelunga.
“Insieme per la provincia di Vibo” è il nome della lista presentata dai renziani e da Forza Italia.
La guida Andrea Niglia, ex sindaco di Briatico imparentato con Pino Bonavita, vicino al boss Antonino Accorinti.
E il 28 settembre si vota.
Lucio Musolino
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 8th, 2014 Riccardo Fucile
IN ALCUNI CASI, DOPO LA CONFISCA, LE AZIENDE FALLISCONO E I BENI NON VENGONO GESTITI CON ATTENZIONE…UN TESORETTO TRA 10 E 34 MILIARDI
Un tesoro enorme sottratto ai clan. Un patrimonio che dovrebbe essere della collettività , ma che nella maggior
parte dei casi resta inutilizzato.
In totale il tesoretto vale tra 10 e i 34 miliardi di euro.
Soltanto la Direzione investigativa antimafia ha confiscato alle organizzazioni mafiose oltre 2 miliardi tra case, ville, palazzi e società di capitali. Tutto questo dal 1991 al 2011. Una cifra in costante aumento.
Nel report di Ferragosto sulla sicurezza del Paese, il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha presentato i successi dell’antimafia: negli ultimi quattro mesi sono stati sequestrati 2.500 beni e confiscati 414, per un valore complessivo che supera il miliardo. Cifre e volumi che farebbero pensare a una favola con il lieto fine.
Eppure il meccanismo è in sofferenza e la macchina delle misure di prevenzione patrimoniale non viaggia come dovrebbe.
Troppe le questioni irrisolte.
In primis l’Agenzia dei beni sequestrati e confiscati che si inceppa nell’ultimo passaggio della riassegnazione: immobili che restano vuoti o ancora occupati dai familiari dei boss in carcere, terreni abbandonati dove invece potrebbero nascere cooperative di giovani, aziende che con i quattrini dei mafiosi andavano a gonfie vele e che la gestione statale ha affossato spingendole verso il fallimento.
Così lo strumento principale di lotta alle cosche è diventato l’emblema dell’antimafia che non funziona. Tranne qualche rara eccezione.
Ci sono i giovani che lavorano le terra che furono di ‘ndrangheta, camorra, cosa nostra e sacra corona unita.
Ci sono le case dei padrini trasformate in centri per disabili. E qualche azienda che da Srl mafiosa si è trasformata in cooperativa di lavoratori onesti.
Esempi unici che vanno avanti tra mille difficoltà , sfidando le resistenze dei mafiosi che vorrebbero riconquistare il loro territorio e l’indifferenza di buona parte della politica che sul contrasto alle mafie tace, salvo poi presentarsi alle commemorazioni per le vittime illustri.
Il quadro che emerge dall’inchiesta di Dataninja.it in collaborazione con i quotidiani locali del Gruppo Espresso è allarmante: abbiamo un tesoro e non sappiamo come utilizzarlo.
C’è bisogno di un intervento del governo, di un piano per recuperare al meglio i quattrini sottratti ai capi mafia.
Il rischio, altrimenti, è la resa di fronte al potere economico delle cosche. Che cantano vittoria ogni volta che fallisce un progetto di recupero di un bene immobile o aziendale.
Come nel caso di Palermo. Dove, nel silenzio generale, 120 lavoratori guidati dagli edili della Cgil stanno portando avanti una battaglia per salvaguardare il posto di lavoro.
Sono gli operai della Ati Group, che fa parte dell’ex gruppo Aiello (l’ingegnere condannato per mafia che poteva contare sull’appoggio dell’ex presidente della Regione Sicilia Totò Cuffaro) sequestrato a Cosa nostra undici anni fa e solo l’anno scorso arrivato a confisca definitiva.
È la più grande azienda edile sottratta dalle mani della criminalità organizzata.
E sostenerla dovrebbe essere una priorità per lo Stato. Ma quella che doveva essere una vittoria si è trasformata in una condanna al fallimento.
Da quando il provvedimento è diventato definitivo, infatti, l’azienda ha iniziato il suo declino economico.
Attualmente la stragrande maggioranza dei lavoratori è in cassa integrazione straordinaria senza salario.
E l’amministrazione non anticipa più come nel passato quote di stipendio. «Lavoratori e famiglie vivono una condizione di disagio a volte al limite dell’indigenza» denunciano i sindacalisti della Fillea Cgil. E purtroppo non è l’unico caso. Oltre il 70 per cento delle imprese perdono terreno quando il proprietario diventa lo Stato. Cioè sono destinate a chiudere.
Perciò capita spesso di trovarsi davanti a picchetti di lavoratori infuriati che davanti alle telecamere urlano che la mafia dà lavoro e le istituzioni della Repubblica lo tolgono.
Un amaro paradosso che dà la misura dell’interesse riposto dai governi, che si sono succeduti, nella lotta alla mafia in generale, e in particolare alla tutela del patrimonio confiscato.
Con buona pace di Pio La Torre, che inventò il reato di associazione mafiosa e il sequestro, e di tutti i magistrati uccisi che sull’idea del comunista ucciso da Cosa nostra hanno inflitto duri colpi ai clan.
Giovanni Tizian
(da “l’Espresso”)
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Settembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile
SOLIDARIETA’ DELLE MASSIME CARICHE DELLO STATO A DON CIOTTI, MA DI MATTEO ASPETTA ANCORA UNA TELEFONATA
Tecnicamente si chiama “eterogenesi dei fini”: quando un’azione produce l’effetto opposto a quello sperato dal
suo autore.
È quel che accade ai nostri politici che tentano di negare o sminuire la trattativa Stato-mafia, e più ci provano più ne confermano l’esistenza e l’importanza.
L’altro giorno sono state depositate e rese note alcune conversazioni fra Totò Riina e il suo compare di 41-bis, in cui il boss delle stragi augura la morte a don Luigi Ciotti. Il presidente Napolitano e il premier Renzi hanno subito telefonato al sacerdote per dargli la solidarietà delle istituzioni, com’è giusto, doveroso e normale che sia. Purtroppo non hanno fatto altrettanto nove mesi fa, quando furono divulgate le frasi di Riina che non si limitava a voler morto il pm Nino Di Matteo, ma aggiungeva ripetutamente, ossessivamente che va eliminato con una strage tipo Capaci e via D’Amelio, e che “dobbiamo farla subito”.
Da allora, era la fine del 2013, si attende che Napolitano e Renzi chiamino Di Matteo o almeno pronuncino il suo nome e cognome accanto alla parola solidarietà , ma in quasi 300 giorni non han trovato un minuto per farlo.
Perchè? Non è un’illazione dedurre dal loro silenzio che Di Matteo è un condannato a morte di serie B, anzi di serie C perchè ha il grave torto di indagare sulla trattativa, ha osato ascoltare Napolitano a colloquio con Mancino (nelle quattro bobine poi fatte distruggere nel giorno del suo reinsediamento al Colle), addirittura di convocarlo come testimone al processo in Corte d’Assise.
Chissà la soddisfazione di Riina nell’apprendere che il suo nemico pubblico numero uno è anche il nemico pubblico numero uno dei vertici dello Stato.
Per fortuna, là dove non arriva la politica, osa il cinema.
Al Festival di Venezia sono due i film che parlano di trattativa: due gioiellini firmati da Franco Maresco (Belluscone) e da Sabina Guzzanti (La trattativa).
Prima ancora che venissero proiettati, avevano già attirato un mare di critiche: non dal punto di vista artistico o storico (nessuno li aveva ancora visti), ma da quello politico. E qui l’aggettivo “politico” è sinonimo di “omertoso”: di mafia, peggio se associata allo Stato, è meglio non parlare.
È quel che sostiene anche il vero protagonista del film di Maresco, che non è Berlusconi (il titolo col cognome storpiato è pura satira), ma un palermitano piccolo piccolo: Ciccio Mira, impresario di cantanti neomelodici e di feste popolari nei quartieri più mafiosi di Palermo, come Brancaccio, feudo dei fratelli Graviano e base di partenza delle stragi di via D’Amelio nel ’92 e di Firenze, Milano e Roma nel ’93.
I palchi dei concerti sono posizionati dinanzi alle case dei boss, a mo’ di inchino. E al termine il cantante rivolge un commosso e deferente saluto “agli amici ospiti dello Stato”, i mafiosi detenuti al 41-bis, augurando loro “un presto (sic) ritorno a casa”.
La storia è quella del sottoproletariato palermitano, rigorosamente filomafioso e berlusconiano (ma chissà che non stia diventando renziano).
Peraltro speculare ai figli della buona borghesia che, intervistati in discoteca, parlano di mafia esattamente come i figli di Brancaccio: “Il 23 maggio? Un giorno come un altro”, “Il 19 luglio? Si sposò mia sorella”, “La trattativa Stato-mafia? Niente so, ma non penso ci sia stata”, e comunque “meglio la mafia che lo Stato, no?”.
Il film di Maresco non è un film su Brancaccio, e nemmeno su Palermo, e neppure sulla Sicilia: ma sull’Italia.
Al di là delle declamazioni retoriche, quelle risposte in discoteca corrispondono perfettamente al pensiero di gran parte della nostra classe politica, della Prima e della Seconda e della Terza Repubblica (si fa per dire, ovvio).
Infatti ieri, per non farci mancare nulla, il forzista Lucio Malan — valoroso esponente della maggioranza che sta riscrivendo, cioè devastando la Costituzione — ha chiesto il sequestro del film per l’“immagine negativa” che dà di Berlusconi (forse quando mostra la faccia di Dell’Utri, o la foto di Mangano, o la tomba di Bontate) e dell’Italia. Testuale: “Il cinema può essere un veicolo eccezionale di promozione non solo turistica, ma anche economica” e non dovrebbe “indulgere sulla mafia”.
Bravo Malan, e grazie.
Sei tutti loro.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 30th, 2014 Riccardo Fucile
E’ IL VALORE ANNUO DI TRANSAZIONI ILLECITE, TRAFFICO DI ARMI, RICICLAGGIO E CONTRABBANDO… BOOM DI SEGNALAZIONI ALLA BANCA D’ITALIA, IN TESTA LOMBARDIA E LAZIO
Operazioni finanziarie illecite, riciclaggio, traffico di armi, contrabbando, sfruttamento della
prostituzione: l’economia criminale è l’unica a non aver risentito della crisi.
Secondo una stima della Cgia, è un giro d’affari che in Italia vale 170 miliardi di euro l’anno e negli ultimi cinque anni è aumentato del 212%.
«La stima del valore economico prodotto dalle attività criminali – dichiara il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi – è il frutto di una nostra elaborazione realizzata su dati della Banca d’Italia. Va ricordato, in base alle definizioni stabilite dall’Ocse, che i dati prodotti dall’Istituto di via Nazionale non includono i reati violenti come furti, rapine, usura ed estorsioni».
Si parla di «transazioni illecite concordate tra il venditore e l’acquirente»: contrabbando, traffico di armi, smaltimento illegale di rifiuti, gioco d’azzardo, ricettazione, prostituzione e traffico di stupefacenti.
Attività criminali che fruttano 170 miliardi di euro l’anno, «l’equivalente del Pil di una regione come il Lazio» precisa Bortolussi.
La conferma dell’escalation del giro d’affari in capo alle organizzazioni criminali emerge anche dal numero di segnalazioni pervenute in questi ultimi anni all’Unità di informazione finanziaria (Uif) della Banca d’Italia: si tratta delle operazioni giudicate sospette e segnalate alla Uif, da parte di intermediari finanziari, nella maggior parte dei casi banche (80%), ma anche uffici postali, assicurazioni, società finanziarie.
Tra il 2009 ed il 2013 queste segnalazioni sono aumentate di quasi il 212 per cento: se nel 2009 erano 20.660, nel 2013 hanno raggiunto quota 64.415, anche se va detto che il livello record è stato toccato nel 2012, con 66.855 segnalazioni.
Ricevute le segnalazioni, la Uif avvia approfondimenti sulle operazioni sospette e le trasmette, arricchite dell’analisi finanziaria, al Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza (Nspv) e alla Direzione investigativa antimafia (Dia).
Solo nel caso le segnalazioni siano ritenute infondate, la Uif le archivia.
«Ovviamente – prosegue Bortolussi – le organizzazioni criminali hanno la necessità di reinvestire i proventi delle loro attività illecite nell’economia legale. E il boom di denunce avvenute tra il 2009 e il 2013 è un segnale molto preoccupante. Pur non conoscendo il numero delle segnalazioni archiviate dalla Uif e nemmeno la dimensione economica di quelle che sono state successivamente prese in esame dalla DIA e dalla Polizia Valutaria, abbiamo il forte sospetto che l’aumento delle segnalazioni registrato in questi ultimi anni ci dimostri che questa parte dell’economia nazionale è l’unica che non ha risentito della crisi».
L’analisi condotta dall’ufficio studi della Cgia è riuscita a «mappare» il numero delle segnalazioni di riciclaggio avvenute nel 2013 anche a livello regionale.
Le Regioni più colpite sono state la Lombardia (11.575), il Lazio (9.188), la Campania (7.174), il Veneto (4.959) e l’Emilia Romagna (4.947).
Quasi il 60 per cento delle segnalazioni registrate a livello nazionale è concentrato in queste cinque Regioni. In riferimento ai dati regionali, fa sapere l’Ufficio studi della Cgia, oltre alle segnalazioni di riciclaggio sono incluse anche quelle relative al finanziamento del terrorismo e dei programmi di proliferazione di armi di distruzione di massa.
Tuttavia, il numero riferito a queste ultime due aree è statisticamente molto contenuto: nel 2013 è stato pari a 186.
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Agosto 28th, 2014 Riccardo Fucile
IL BACIO E’ UN APOSTROFO ROSA TRA LE PAROLE “STATO” E “MAFIA”
Ventun anni dopo le prime rivelazioni del suo ex autista pentito Balduccio Di Maggio ai pm di Palermo,
Salvatore Riina conferma — intercettato mentre si confida con il suo compagno di ora d’aria — ciò che chiunque conosce le carte del processo ha sempre saputo: e cioè che nel 1987 il capo di Cosa Nostra incontrò per davvero il sette volte capo del governo Giulio Andreotti, allora ministro degli Esteri, in casa di Ignazio Salvo a Palermo.
Lo incontrò, ma non lo baciò. Quante ironie, aggressioni e lapidazioni hanno subìto i pm Caselli, Lo Forte, Natoli e Scarpinato che ebbero l’ardire di istruire il processo al politico più potente della Prima Repubblica, indagando su quel summit e portandone le prove. Ironie che partivano da un dettaglio trascurabile, il bacio, anzichè dalla sostanza: il colloquio col boss.
Ora a quelle prove si aggiunge l’ammissione di Totò ‘u curtu, ma c’è da giurare che anche questa cadrà nel dimenticatoio: Andreotti è morto da padre della patria, omaggiato dal presidente della Repubblica Napolitano, del Consiglio Letta e del Senato Grasso (già capo della Procura di Palermo e poi di quella Nazionale Antimafia).
Tutti sanno benissimo che fu per decenni un complice della mafia, ma questa verità non si poteva dire prima della confessione di Riina, e non si può dirla nemmeno ora. Sarebbe la miglior conferma del patto occulto fra Stato e mafia che aveva retto fino a metà degli anni 80 e che, dopo una breve crisi, fu rinnovato nel 1992-’93 con la trattativa aperta dai politici della Prima Repubblica tramite il Ros e chiusa dagli alfieri della Seconda tramite Dell’Utri (non a caso condannato per mafia e ora recluso a Parma a poche celle di distanza da Riina).
Del resto, non c’era bisogno delle parole di Riina per provare la mafiosità di Andreotti: bastava la sentenza definitiva della Cassazione, che dava per assodati i suoi incontri con i boss Frank “Tre Dita” Coppola, Tano Badalamenti, Stefano Bontate (due volte, per discutere del delitto Mattarella, prima e dopo che venisse perpetrato), Nino e Ignazio Salvo e Andrea Maciaracina (fedelissimo di Riina).
Il tutto fino alla primavera del 1980. Ora sappiamo, dalla viva voce dell’unico superstite insieme a Di Maggio, che ci fu pure il summit con Riina nell’87.
Che avrebbe comportato per il Divo Giulio non la prescrizione, ma la condanna per mafia, se i giudici non l’avessero considerato insufficientemente provato.
E dire che, anche senza la parola di Riina, il processo già pullulava di prove.
Cosa raccontò Di Maggio il 16 aprile 1993 ai pm Giuseppe Pignatone e Franco Lo Voi? Di aver accompagnato Riina in casa Salvo all’incontro con Andreotti, iniziato con il bacio rituale del boss al ministro.
Ciccio Ingrassia, grande attore siciliano, commentò: “Non so se i due si siano incontrati. Ma, se si sono incontrati, sicuramente il bacio c’è stato”.
Dopo Di Maggio, di quell’incontro parlano altri 7 collaboratori di giustizia, tutti considerati attendibili: Enzo ed Emanuele Brusca, Calvaruso, Cannella, Cancemi, La Barbera e Camarda. Ma per il Tribunale diventano di colpo inattendibili. Tutti.
Di Enzo Brusca i giudici scrivono che “la sua collaborazione è stata preceduta da reticenze, menzogne e persino progetti, concordati col fratello Giovanni, di inquinamento di processi e falsi pentimenti”.
Quali? Il Tribunale non lo dice. Per la semplice ragione che ha sbagliato persona: quelle condotte disdicevoli le ha commesse il fratello Giovanni. Non Enzo, che anzi aiutò gli inquirenti a smascherarle.
Al processo succede di tutto. I pm dimostrano che il 20 settembre 1987, giorno dell’incontro con Riina, Andreotti è a Palermo per la Festa dell’Amicizia Dc. E
, secondo unanimi testimonianze, scompare dall’hotel Villa Igiea dall’ora di pranzo fino quasi alle 18, quando parla alla Festa. Dunque ha tutto il tempo di raggiungere casa Salvo, parlare con Riina e tornare in albergo. Brutto affare, per il senatore. Gli serve un alibi.
Così manda avanti ben tre testimoni a giurare di averlo visto ben prima delle 18, per riempire l’imbarazzante buco di 5-6 ore.
A deporre in suo favore si presentano un regista Rai, il segretario di un ex deputato Dc e l’amico giornalista Alberto Sensini (che risultava nelle liste della P2).
Peccato che i tre si rivelino tutti farlocchi, o almeno “smemorati”. Il caso di Sensini è avvincente: l’allora inviato del Corriere della Sera giura di aver intervistato Andreotti quel pomeriggio poco prima del suo comizio alla Festa dell’Amicizia, che secondo la cronaca del “Popolo” si svolse alle 16. Dunque l’intervista fu intorno alle 15.
Ma poi i pm scoprono che all’ultimo momento il comizio venne spostato, per il caldo, alle 18. E che Andreotti giunse stranamente in ritardo: dopo le 18,30. Dunque, stando al ricordo di Sensini, l’intervista era iniziata verso le 17,30. E prima, dalle 14 alle 17,30, Andreotti ebbe tutto il tempo per incontrare segretamente chi gli pareva.
Fa fede la chiusura dell’intervista di Sensini, uscita l’indomani sul Corriere: “Così Andreotti Belzebù si congeda e va a parlare sotto i terribili tendoni del festival…”.
Il buco temporale che Sensini doveva riempire si riapre.
Come la risolvono, a questo punto, i giudici del Tribunale? Semplice: “Il Sensini ha espressamente affermato che si trattò di un ‘artificio letterario’”.
Peccato che Sensini abbia dichiarato al processo che Andreotti, subito dopo l’intervista, si congedò da lui: l’artificio letterario non era la frase “Andreotti si congeda”, semmai la definizione di “Andreotti Belzebù”.
In appello i giudici, che pure ebbero il coraggio di affermare la mafiosità del senatore a vita fino al 1980 ribaltando il verdetto di primo grado, preferirono sorvolare su queste anomalie a proposito del vertice con Riina, confermando per quell’episodio l’insufficienza di prove.
Ora vedremo come la metteranno quanti sostengono che la storia non si fa nelle aule di tribunale. Giusta teoria, se avessero la decenza di aggiungervi un “soltanto”: la storia si fa anche nell’ora d’aria.
Soprattutto se a parlare è il boss che incontrò Andreotti.
Il bacio è un apostrofo rosa fra le parole “Stato” e “mafia”.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 23rd, 2014 Riccardo Fucile
LA CENTRALE DELLA CONTRAFFAZIONE E’ TRA QUATTRO COMUNI NAPOLETANI… DOVE SI PRODUCONO COPIE DI OGNI MARCHIO, SOTTO IL CONTROLLO DELLA CAMORRA
Una volta dentro la pancia del magazzino, l’impressione è di trovarsi in un laboratorio di alta pelletteria. Una succursale di Fendi e Gucci.
Peccato che tutto ciò che produce è falso. A terra c’è ancora qualche avanzo di cuoio marrone con il logo Louis Vuitton. In fondo, incolonnati, ci sono i fusti rossi del colore utilizzato nella lavorazione.
La fabbrica in cui è entrato “l’Espresso” è spaziosa e ha larghe finestre dalle quali filtra abbondante luce.
Per raggiungerla bisogna lasciarsi alle spalle il golfo di Napoli e avvicinarsi al profilo del Vesuvio.
Arrivati a Somma, e risalito un groviglio di vie alle pendici del vulcano, si entra nel polmone della maison della contraffazione, dove le differenze tra autentico e imitazione sono minime, se non nulle.
La sorgente delle borse che gli immigrati offrono sulle spiagge, provocando l’indignazione ferragostana del ministro Angelino Alfano, è in questo fazzoletto di territorio attraversato da un fiume di denaro nero.
Per la camorra è il “quadrilatero d’oro”, e qui sorveglia ogni passaggio dell’affare.
Per indicare questo El Dorado, gli investigatori della Finanza, tracciano sulla cartina quattro linee che uniscono i comuni di San Sebastiano, Terzigno, San Giuseppe e Somma Vesuviana.
Tra vitigni e alberi di mele annurche è cresciuto un Far West di piccole e medie aziende invisibili al fisco. Allestite in garage costruiti nei cortili di grandi case private abitate da coppie di anziani.
Che li affittano agli imprenditori per pochi spiccioli ricavando un gruzzoletto da un immobile che altrimenti rimarrebbe vuoto.
Il clan detta legge e decide il prezzo insieme agli stilisti improvvisati.
In media cinquecento euro per 800 metri quadrati, ma se ne trovano anche per molto meno. Un business che in Italia è stato stimato dal ministero dello Sviluppo economico tra i tre e i sette miliardi di euro, secondo solo al traffico di droga.
E di cui i “vu cumprà ” — come li ha definiti Alfano — raccolgono solo le briciole.
«Le nostre indagini hanno mostrato che il ritorno economico per un’organizzazione può arrivare fino al 400-500 per cento dell’investimento iniziale», spiega il colonnello Nicola Altiero che per tre anni ha guidato il Nucleo di polizia tributaria di Napoli.
Il network è fatto di imprese che seminano quattrini per triplicare i profitti: per la filiale abusiva di Fendi e Gucci il titolare ha investito un milione di euro solo in macchinari.
Li ha ripagati in soli 120 giorni, guadagnando 240 mila euro al mese.
Dall’importazione al commercio, passando dalla produzione allo smaltimento dei rifiuti, non esistono fatture o scontrini. La filiera è controllata da cartelli criminali a partecipazione mista. Ognuno con un ruolo ben definito.
ACCORDI GLOBALI
Wang Guan Bin. Nome in codice Marco. È un punto di riferimento per i padrini che si arricchiscono con la moda.
L’ingrosso di abiti made in Cina che gestisce a Casagiove, nel casertano, è solo una copertura. Di mestiere fa il broker, esperto di merce taroccata, per i camorristi.
Con una telefonata è in grado di muovere migliaia di simil Hogan, Nike, Adidas, e piumini Moncler in lungo e in largo per il mondo. È la pedina che serve alle cosche. Queste gli chiedono i modelli, lui ordina ai produttori cinesi e smista i nuovi arrivi.
Gli accordi prevedono una spedizione a settimana.
C’è una telefonata intercettata nell’indagine “Via della seta” condotta dalle Fiamme Gialle, che descrive la dimensione globale del fenomeno: un procacciatore d’affari cinese, Chen, propone a Marco Guan, rappresentante, secondo gli investigatori, del gruppo camorrista Mazzarella, l’invio settimanale di migliaia di scarpe.
Costo 200 mila euro.
Dietro l’operazione intercontinentale c’è la mano dei fratelli Mario e Roberto Murolo: «Imprenditori alle dirette dipendenze del boss Luciano Mazzarella». I due maneggiano una montagna di denaro che reinvestono nel settore. Al resto ci pensa Marco: l’intermediario che suggerisce ai referenti cinesi cosa produrre in base alle mode del momento.
I mercanti delle organizzazioni investono anche in Turchia, da dove arrivano i jeans (Roy Rogers e Jeckerson) e capi d’abbigliamento estivi, e in Bangladesh, specializzati in t-shirt.
Qui molte multinazionali delocalizzano per tagliare i costi. Per questo il sospetto degli inquirenti è che parte del sovrappiù originale possa essere spacciato nei circuiti paralleli: sono falsi sfornati negli stessi stabilimenti che confezionano i marchi autentici.
LE ROTTE
In Cina c’è parte della produzione, lì si stabiliscono le rotte delle navi cargo che dovranno raggiungere i porti italiani ed europei.
Seguono due direzioni: dal Sudamerica fino in Spagna o Olanda; oppure dalla porta turca verso Grecia, Polonia e Bulgaria.
Destinazione finale è l’Italia.
Fino all’anno scorso i carichi arrivavano negli scali di Napoli, Genova e Gioia Tauro. Ma gli eccessivi controlli li hanno dirottati verso Rotterdam, il Pireo e gli hub spagnoli. Dove la vigilanza è minore.
Superati i confini italiani, la mercanzia viene messa in ordine sugli scaffali di grandi depositi. In Campania, ma non solo.
Molti dei tir che partono da Rotterdam scaricano in Lombardia. Altri nel Lazio: Roma è diventata un crocevia del sistema. Un anno fa, nella periferia della capitale, al di là del raccordo anulare, è stato sequestrato un intero stabile: due commercianti cinesi avevano stoccato 10 mila paia di simil Adidas, Nike e Hogan.
Il via vai di camion e furgoni non aveva insospettito i proprietari delle ville accanto. I grossisti sono finiti nell’inchiesta Alì Babà della procura antimafia di Napoli.
Lavoravano su commissione di gruppi italiani e avevano contatti diretti con i rappresentanti delle fabbriche orientali. I detective hanno inoltre scoperto che spesso gli affiliati campani inviano propri emissari tra Shanghai e Pechino per il controllo qualità . Il viaggio di un container, per aggirare i controlli, non è mai diretto.
Il meccanismo è spiegato da due personaggi, coinvolti nell’operazione “Compagnia delle Indie”, che aspettano ansiosi 6 mila scarpe: spedite dalla Cina in Brasile, poi da lì inviate nel porto franco di Ceuta, in Marocco, dove grazie all’appoggio di un agente delle Dogane, sono state trasferite in Spagna, ad Algeciras.
Da qui, dopo essere state sdoganate, sono partite, passando da Barcellona, alla volta di Genova. Una volta entrate in Italia finivano in capannoni anonimi della Lombardia. Anche il pellame, le tomaie, le suole, i tessuti, seguono gli stessi tragitti. Spesso sono modelli identici a quelli delle grandi maison, ma senza etichetta. In questi casi, gli operai dei laboratori clandestini, disseminati nelle province di Napoli e Caserta, si limitano a cucire le targhette.
PRODUZIONE
L’esperienza dei mastri pellettieri campani è diventata il valore aggiunto della camorra: prima hanno affiancato il falso alle loro creazioni, e dopo qualche tempo hanno scelto di dedicarsi solo al mercato nero.
La crisi e la concorrenza spietata li ha fatti finire sul lastrico. In loro soccorso è andato il clan, che si è messo a disposizione offrendogli la possibilità di entrare nel giro. «È in un simile contesto che matura l’ingresso di piccole imprese artigianali nella filiera del falso», spiega il colonnello Altiero, «una dinamica favorita anche dalla stretta creditizia che queste hanno subito negli ultimi anni, in un territorio in cui i clan hanno invece forti disponibilità finanziarie».
Nel quartiere di Secondigliano “l’Espresso” è entrato in un laboratorio a gestione familiare.
Qui da quindici anni quattro maestri creano splendide borse in pelle. Dietro la porta in ferro battuto le regole si interpretano, si muovono sul filo della legge. «Realizziamo modelli che possono sembrare Chanel o Hermès, ma come può vedere sono senza targhette», spiega uno di loro, che ammette: «Se i nostri committenti, una volta fuori di qui, cuciono etichette di alta moda non è nostra responsabilità , ma loro».
Vendono senza marca e rischiano zero.
A differenza di quanto avveniva a Casoria, zona nord di Napoli, dove in una cantina lugubre, sudicia, con i vetri delle finestre oscurati, lavoravano una decina di persone, tutte italiane.
I rotoli di pelle, ammassati nei cartoni, e le stampe Louis Vuitton sui tavoli lasciano poco spazio alle interpretazioni: è il paradiso del fake.
Migliaia di famiglie vivono grazie all’industria della contraffazione, che fa da welfare per imprese in crisi e disoccupati. Lo stipendio medio si aggira tra i 600 e i 700 euro, ovviamente senza contratto.
«A fronte di una disoccupazione che in via teorica risulta essere elevatissima, nelle aree interessate da questi fenomeni, l’occupazione è fiorente così come il giro d’affari dell’economia sommersa. Pagamento in contanti, low profile e falsa identità , sono le parole d’ordine di chi opera in questo campo», osserva Altiero.
I contanti non mancavano al proprietario dello stabilimento sequestrato a Somma Vesuviana: i cloni perfetti gli facevano incassare 60 mila euro a settimana.
Li otteneva grazie a rulli che riproducevano sul tessuto i disegni di Gucci e Fendi. Marchingegni costruiti da specialisti del settore. Dare un nome a questi insospettabili fornitori è in cima alle priorità di chi indaga. Ma, vista l’assenza di contratti e fatture, è molto difficile risalire la catena fino a loro.
SOLO PER INTENDITORI
A Londra, ai confini della City, su un viale che taglia in due l’Est End, tra musei e teatri liberty, è aperto dal 2006 uno showroom della camorra.
Scarpe e borse italiane a prezzi d’occasione. Nel negozio arrivava parte dei falsi, venduti però come originali.
Stesso trucco utilizzato da negozianti italiani che vendono “roba mista” a Napoli e nel basso Lazio, in Lombardia e in Piemonte, in Liguria, in Calabria e in Toscana.
Sono prestanome dei camorristi o commercianti che arrotondano spacciando per vere Hogan e Nike fasulle.
Su di loro le indagini proseguono. Anche se non sarà semplice individuarli viste le ottime imitazioni che mettono in vetrina.
Intanto i controlli hanno dato i primi frutti: lo scorso novembre la finanza ha sequestrato 16 mila pezzi in un outlet della provincia di Caserta. Calzature, maglie e giubbotti di altissima qualità , con doppie cuciture e tessuti costosi, destinati a una clientela selezionata.
E i blitz si sono ripetuti anche pochi giorni fa, perchè in agosto si preparano le collezioni invernali, copiando quelle disegnate dagli atelier più fashion.
A un target elevato punta anche un altro clan napoletano, quello dei Contini. Noto alle cronache per la recente inchiesta sul riciclaggio nella catena di ristoranti “Pizza Ciro”, frequentati da vip e politici.
Meno noti gli interessi nello spaccio di false Hogan assieme a un imprenditore affiliato ai Mazzarella.
Un aspetto ancora inedito trascritto nei faldoni sulle pizzerie romane che svela una joint venture fatta di negozi compiacenti e incassi giornalieri fino a 3 mila euro.
A Napoli il mercato della Maddalena, in piazza Mancini, è zona franca. Qui le regole le stabiliscono il clan Mazzarella e gli alleati Caldarelli. Il fortino è delimitato da bancarelle che espongono Moncler, Hogan, Nike, Polo, Burberry, K-Way, Ray Ban.
Gli ambulanti sono napoletani e stranieri. Blitz e verbali sono all’ordine del giorno. Eppure la scena si ripete ogni mattina: sistemano il banco e si preparano ad accogliere il fiume di clienti. La settimana si conclude con il versamento della tassa alle cosche.
Ogni postazione paga 150 euro al capo Luciano Mazzarella che, secondo alcuni pentiti, incassa e divide con i Caldarelli dai 7 ai 10 mila euro ogni settimana. Il ricavo per la gestione della piazza è di quasi due milioni di euro l’anno.
TERRA DEI FUOCHI
Gli scarti del “Quadrilatero d’oro” finiscono spesso bruciati nei roghi che hanno avvelenato la Campania.
Il disastro ambientale parte proprio dalla produzione in nero nei settori più diversi. «Lo smaltimento tramite incenerimento è la fase terminale di una catena produttiva di una miriade di aziende del napoletano che, producendo in nero, hanno la necessità di smaltire attraverso un circuito illegale», si legge nell’ultima relazione della commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti. Ipotesi condivisa da chi indaga sul Far West del “Quadrilatero d’oro”: «Conferire i rifiuti, soprattutto quelli speciali, nelle discariche ufficiali equivarrebbe per tali organizzazioni a una vera e propria “auto-denuncia”: meglio sversare in modo occulto o appiccare dei roghi», conclude Altiero.
La scena si ripete alla fine di ogni giornata di lavoro: al tramonto partono le spedizioni di furgoni e camion che abbandonano il mucchio in zone isolate del distretto vesuviano oppure nella zona del casertano.
Il profitto dei clan ha un prezzo: ambiente avvelenato e tumori. Effetti collaterali di un business che attira milioni di clienti nei suk della camorra.
Giovanni Tizian
(da “L’Espresso”)
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Agosto 18th, 2014 Riccardo Fucile
IL NUOVO BUSINESS DELLA SACRA CORONA UNITA: GESTIONE DEI PARCHEGGI, SERVIZI DI GUARDIANAGGIO E SECURITY PER LIDI E DISCOTECHE
Quando cammina tra gli ombrelloni, sotto il sole cocente, ha passo sicuro e ripete quel che deve dire:
“Cocco fresco, cocco bello!”.
Ha un chiarissimo accento campano e quando gli chiedi che ci fa su quest’altra sponda, lui, il venditore ambulante, risponde con nonchalance: “Questa zona è nostra, l’abbiamo presa noi”. Melendugno, Lecce. Agosto 2014.
E’ una frase che potrebbe raccontare molto di quanto accade sulle spiagge italiane più ambite degli ultimi anni, quelle del Salento.
Dalle spie di appetiti camorristici, tutti ancora da esplorare, ai tentacoli della mala locale, già accertati e in parte spezzati: dei soldi i clan seguono l’odore, che in estate, da ormai un po’ di tempo, conduce dritti nel Tacco d’Italia.
Lo conferma il tris di operazioni che dall’inizio dell’anno la Procura di Lecce ha portato a maturazione.
Lo ribadiscono le intimidazioni ai danni di gestori di lidi e locali da ballo lungo la costa: proiettili in busta e roghi nella notte. L’allerta ha calamitato nel Salento, lo scorso febbraio, il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti e ha indotto la Prefettura a stilare appositi protocolli.
La lotta è su più fronti: oltre alla strada giudiziaria, si cercano sponde tra gli amministratori e imprenditori. Non sempre si trovano.
Anzi, l’atto d’accusa lanciato a più riprese da Cataldo Motta, timoniere della Dda leccese, è un macigno: “Ci sono vittime che anzichè denunciare chiedono addirittura protezione alla criminalità . E’ la cultura dell’omertà ”.
Uno schiaffo per la terra che, tranne in alcuni casi, ha saputo isolare da subito le devianze, non concedendo alla mafia il terreno del consenso sociale.
Da una Sacra Corona Unita tutta bombe e pistolettate alla ‘Scu spa’ il passo è stato breve. Conserva i traffici di droga, certo; ricicla denaro sporco, ovvio; ma ha fiutato l’affare del presente e del futuro della Puglia meridionale: il turismo.
Almeno nell’ultimo triennio, ha provato a spremerlo ‘offrendo’ suoi servizi attraverso società dal volto in apparenza pulito.
E’ così che ha conquistato il quasi monopolio della gestione dei parcheggi privati in località rivierasche gettonate e, soprattutto, si è accaparrata i lauti guadagni della security di stabilimenti, discoteche, bar.
A Gallipoli, ha obbligato un’agenzia di guardiania a farsi da parte e l’ha sostituita con le proprie. Nessuno degli imprenditori ha detto no; tutti si sono adeguati in maniera tranquilla e indolore alle indicazioni provenienti dal clan Padovano.
Nel Capo di Leuca, ha taglieggiato gli operatori balneari. E questi, paradossalmente, hanno in parte risposto pagando il pizzo preventivamente, perchè “da stasera possiamo stare tranquilli”, come confida uno di loro ad un amico.
E’ il particolare più difficile da digerire quello che emerge dal verbale delle intercettazioni di “Tam Tam”, la prima controffensiva in questo settore, quella che il 18 febbraio ha portato dietro le sbarre quindici uomini.
Non c’è stato un esposto a dare impulso alle inchieste della Procura. Sono tutte e solo figlie di indagini di mafia già in piedi e capaci di captare il nuovo corso, assolutamente inedito, della Scu. L’unico a decidere di denunciare è stato Gianluca De Giorgi, collaboratore locale della Az Securteam di Napoli, colui che operava in maniera quasi totalitaria nel settore della sicurezza dei locali di intrattenimento a Gallipoli, costretto poi a fare un passo indietro dopo una rapina ad una discoteca da lui vigilata, i colpi di fucile contro l’abitazione della madre, i furti in casa e l’incendio del suo box auto.
Per il resto, ha regnato il silenzio.
Ed è questo uno dei due pilastri che ha consentito alla quarta mafia di fare il salto di qualità . Emerge senza equivoci anche dall’ordinanza con cui lo scorso 17 luglio il gip Giovanni Gallo, su richiesta del pm Antonio De Donno, ha disposto l’arresto di altre quindici persone, nell’ambito dell’operazione del Ros denominata “Baia Verde”.
Scrive il magistrato: “Proprio il ‘silenzioso e meccanico’ adeguamento degli imprenditori balneari alla (neanche tanto implicita) indicazione proveniente dai capi del clan Padovano costituisce l’elemento più preoccupante, in quanto chiarisce che, come accade nelle vicende tipicamente mafiose, l’intimidazione si estrinseca in un sentimento diffuso e avvertibile nella popolazione che, consapevole delle violenze o minacce perpetrate nel passato, vive in uno stato di assoggettamento che rende inutili gli atti di violenza. […] Si tratta di un modo di operare che conferma un mutamento delle modalità operative della criminalità salentina, la quale non risulta essere più dedita solo al traffico di sostanze stupefacenti e alle estorsioni, ma è capace di inserirsi nell’attività imprenditoriale e spazzare via la concorrenza, non disdegnando, per raggiungere i propri obiettivi, di fare pressioni sulle amministrazioni pubbliche, come dimostrano in maniera eclatante le intimidazioni subite dal sindaco di Gallipoli”.
E’ questo novello core business, la capacità della Scu di mimetizzarsi nel mondo economico e di trarne linfa senza incontrare ostacoli ciò che più incupisce gli inquirenti.
La loro lente ha scrutato anche dell’altro: la pax mafiosa aiuta gli affari dei clan, che hanno smesso di farsi la guerra che bagnò di sangue gli anni Novanta per intrecciare una forte collaborazione.
E’ la seconda colonna portante alla base della holding criminale. I grani del rosario, il simbolo della Sacra Corona Unita, si stringono a corte.
Non è un semplice evitare di pestarsi i piedi a vicenda. E’, anzi, il mutuo soccorso nel rincorrere insieme il flusso di soldi che genera l’industria turistica, che per quest’anno premia di nuovo la Puglia come regina delle vacanze italiane.
“Tam Tam”, che ha svelato il sistema estorsivo imposto ai titolari di stabilimenti nel basso Ionio, ha confermato l’esistenza di un patto di ferro tra i Montedoro, operanti nel Sud Salento, e il clan Vernel, i cui presunti referenti sono i fratelli Antonio, Andrea e Gregorio Leo, attivi sul versante adriatico, tra Calimera, Vernole e Melendugno.
Anche in quest’altra zona, i proprietari dei lidi erano costretti a versare il 25 per cento dei ricavi alla mala e concederle in esclusiva la gestione dei parcheggi nelle zone limitrofe, i servizi di vigilanza e di guardiania.
E’ ciò che hanno appurato le indagini dirette dal pm Guglielmo Cataldi nell’ambito dell’operazione “Network”: il 26 febbraio scorso, nei guai sono finite 43 persone.
Sono stati tre collaboratori di giustizia, tra cui Alessandro Verardi, esponente di vertice dei Vernel, a rivelare l’architettura di ulteriori rapporti: con Salvatore Rizzo, capo storico della Scu, per i traffici di droga da e per la Spagna; con i gruppi di Roberto Nisi e Pasquale Briganti nel capoluogo e con quello di Bruno De Matteis a Merine. “Baia Verde”, invece, ha ribadito la sussistenza dell’asse storicamente forte tra il sodalizio gallipolino e i Tornese di Monteroni. Dopo l’omicidio di suo padre Salvatore su ordine del fratello Pompeo Rosario, il 25enne Angelo Padovano ha preso in mano le redini degli affari grigi nella “città bella”.
E’ l’accusa per cui è stato arrestato a luglio assieme a Roberto Parlangeli, compagno della sorella e legato, appunto, ai Tornese.
E’ questo il contesto in cui probabilmente vanno calate anche recenti intimidazioni eccellenti: la busta con tre proiettili ritrovata davanti al lido del presidente della Camera di Commercio di Lecce, Alfredo Prete, e le pallottole recapitate al responsabile del Sindacato italiano locali da ballo, Maurizio Pasca, che ha puntato il dito contro “i ritrovi non autorizzati, eventi molto appetibili per la criminalità ”.
Di certo c’è che ha avuto finora una spiccata impronta autarchica questo business, orchestrato dalla Scu e a danno dei salentini.
Non si esclude che possa far gola anche ad altri. Il riserbo è totale.
Ma qualche “cocco bello” sospettato di essere la punta di un nuovo iceberg inizia ad essere notato, come accadde già nel 2010 sulla riviera romagnola e poi su quella veneta.
Tiziana Colluto
(da “il Fatto Quotidiano“)
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