Febbraio 14th, 2013 Riccardo Fucile
“DOPO L’OMICIDIO LA BORSA DEL PREFETTO FU TRAFUGATA DA UN UFFICIALE DELL’ARMA”
Fino a qualche settimana fa, nessuno aveva mai sospettato che la borsa del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa fosse stata trafugata dopo il suo omicidio, a Palermo, il 3 settembre 1982.
Poi, all’improvviso, una lettera anonima ha messo in allerta i magistrati che indagano sulla trattativa mafia-Stato: “Un ufficiale dei carabinieri ha portato via quella borsa, che conteneva dei documenti”.
Questa la rivelazione, tutta da verificare.
Le indagani dei magistrati e della Dia di Palermo hanno avuto in questi giorni una svolta improvvisa, che Repubblica.it è in grado di documentare in anteprima: in un video della Rai, che riprende la scena del delitto, la sera del 3 settemntre 1982, è ritratto un ufficiale dell’Arma mentre tiene sottobraccio una borsa molto simile a quella del prefetto ucciso dalla mafia.
La settimana scorsa, il figlio di Dalla Chiesa, Nando, aveva rivelato: “Mio padre non si separava mai da una valigetta di pelle marrone, senza manico. Dopo la sua morte, non l’abbiamo più trovata. Pensavano che fosse andata persa nel trambusto di quei giorni. Evidentemente, non era così”.
I pm di Palermo hanno convocato oggi Nando Dalla Chiesa per essere ascoltato come testimone.
Dopo trent’anni, il mistero attorno alle carte scomparse del generale Dalla Chiesa è dunque ufficialmente riaperto.
Con un capitolo inedito rispetto alle indagini degli anni Ottanta: all’epoca, il pool di Falcone e Borsellino aveva appuntato l’attenzione solo sulla cassaforte dell’abitazione del prefetto, da cui sarebbero spariti altri documenti.
Salvo Palazzolo
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 12th, 2013 Riccardo Fucile
RIPARTE IL MERCATO DELLE PREFERENZE, ECCO COME SI CONTROLLA
Una parte consistente di Italia vota politici che poi disprezza.
Una fetta consistente di voti viene direttamente controllata con un meccanismo scientifico e illegale.
Il più importante e probabilmente il più difficile da analizzare, quello con cui i partiti evitano sistematicamente di fare i conti: il voto di scambio.
A noi sembra di vivere in attesa di un perenne punto di svolta e in questo clima di incertezza siamo portati a pensare che il disagio creato dalla crisi economica, dalla corruzione politica, dalla cattiva gestione delle istituzioni, da venti anni di presenza di Berlusconi non potrà continuare ancora a lungo.
Gli osservatori internazionali continuano ad augurarsi che gli italiani prenderanno finalmente coscienza di ciò che gli è accaduto, di tutto quello che hanno vissuto.
E prenderanno le dovute misure. Che ne trarranno le giuste conseguenze. Che non cadranno negli stessi errori, nelle stesse semplificazioni.
Ci si convince sempre di più di essere a un passo dal cambiamento perchè le persone ovunque – in privato e negli spazi pubblici: dai bus ai treni, dai tram ai bar, dai ristoranti a chi viene intervistato in strada – appaiono stanche, disgustate.
Vorrebbero fare piazza pulita, ma si trovano al cospetto di un sistema che ha tutti gli anticorpi per rimanere immutabile.
Per restare sempre uguale a se stesso. Per autoconservarsi.
Esistono due tipi di voto di scambio.
Un voto di scambio criminale ed un voto di scambio che definirei «acceleratore di diritti».
In un paese dai meccanismi istituzionali compromessi, la politica diventa una sorta di «acceleratore di diritti», un modo – a volte l’unico – per ottenere ciò che altrimenti sarebbe difficile, se non impossibile raggiungere.
Per intenderci: ci si rivolge alla politica per chiedere, talvolta elemosinare favori.
Per pietire ciò che bisognerebbe avere per diritto.
Mentre altrove nel mondo si vota un politico piuttosto che il suo avversario per una visione, un progetto, perchè si condividono i suoi orientamenti politici, perchè si crede al suo piano di innovazione o conservazione, qui da noi – e questo è evidente soprattutto sul piano locale – non è così. In un contesto come il nostro, programmi e dibattiti, spesso servono a molto poco servono alle elite, alle avanguardie, ai militanti.
A vincere, qui da noi, è piuttosto il voto utile a se stessi.
IL DISPREZZO PER LA POLITICA
In breve, una grossa fetta di Italia che nei sondaggi e nelle interviste si esprime contro vecchi e nuovi rappresentanti politici, spesso vota persone che disprezza, perchè unici demiurghi tra loro e il diritto, tra loro e un favore.
Li disprezza, ma alla fine li vota.
Questo meccanismo falsa completamente la consultazione elettorale. Perchè a causa della sfiducia nella politica, pur di ottenere almeno le briciole di un banchetto che si immagina lauto e al quale non si è invitati, si è pronti a dare il proprio voto a chi promette qualcosa o a chi ha già fatto a sè o alla propria famiglia un favore.
I vecchi potentati politici anche se screditati oggi possono contare su centinaia di assunzioni pubbliche o private fatte grazie alla loro mediazione e da questi lavoratori avranno sempre un flusso di voti di scambio garantito.
In questo senso è fondamentale votare politici di navigata presenza perchè sono garanzia che quel diritto o quel favore promesso verrà dato. In questa campagna elettorale, come nelle scorse, non si è parlato davvero di come «funziona» il voto di scambio, di come l’Italia ne sia completamente permeata.
La legge recentemente approvata in materia di contrasto alla corruzione, sul punto, è assolutamente insufficiente.
L’elettore, promettendo il proprio voto, ha la sensazione di ricavare almeno qualcosa: cinquanta euro, cento euro, un cellulare.
Poca roba, pochissima: in realtà perde tutto il resto. La politica dovrebbe garantire ben altro.
La capacità effettiva di ripensare un territorio, non certo l’apertura di un circolo per anziani o un posto auto. In cambio di una sola cosa, il politico che voti ti toglie ciò che sarebbe tuo diritto avere.
Ma è ormai difficile far passare questo messaggio, anche tra gli elettori più giovani.
Sembra tutto molto semplice, ma è difficile far comprendere a chi si sente depauperato e privato di ogni cosa che il modo migliore per recuperare brandelli di diritti non è svendere il proprio voto per un favore.
È tanto più difficile perchè spessissimo ciò che l’elettore si trova costretto a chiedere come fosse un favore, sarebbe invece un suo diritto, il cui adempimento non è impedito, ma è fortemente (e a volte artificiosamente) rallentato dal mal funzionamento delle Istituzioni.
Qui non si sta parlando di persone che truffano o di comportamenti sleali, ma di chi ha difficoltà a vedersi riconosciuta una pensione di invalidità necessaria a sopravvivere, o l’assegnazione di un alloggio popolare piuttosto che un posto in ospedale cui avrebbe diritto.
Il disincanto si impossessa delle vittime delle lentezze burocratiche, che presto comprendono che per velocizzare il riconoscimento di un diritto sacrosanto devono ricorrere al padrino politico, cui sottostare poi per un tempo lunghissimo, a volte per generazioni, come accadeva con i vecchi capi democristiani in Campania e nel Sud in generale.
Lo stesso accade talvolta per l’ottenimento di una licenza commerciale o per poter ottenere i premessi necessari alla apertura di un cantiere.
Diritti riconosciuti dalla legge il cui esercizio, da parte del cittadino, necessita di una previa mediazione politica. E la politica di questo si è nutrita. Di questo ricatto.
Ribadisco: non sto parlando di chi non merita, di chi non ha i requisiti, di chi sta forzando il meccanismo legale per ottenere un vantaggio, ma di chi avrebbe un diritto e non è messo in condizione di goderne.
Questo muro di gomma ostacola qualunque volontà di rinnovamento, poichè a giovarne nell’urna sarà sempre e soltanto il vecchio politico e la vecchia politica, non il nuovo. Il vecchio che ha rapporti.
Per comprendere i meccanismi di voto di scambio, la Campania è una regione fondamentale, insieme alla Sicilia e alla Calabria.
Da sempre, dai tempi delle leggendarie campagne elettorali di Achille Lauro, che dava la scarpa sinistra prima del voto e quella destra dopo.
Ma nel resto d’Italia non si può dire che le cose vadano diversamente. Insomma, il meccanismo è rodato, perfettamente rodato e si interrompe solo quando il proprio voto viene percepito come prezioso, come importante per il cambiamento, tanto che non te la senti di svenderlo anche per ottenere ciò che per diritto ti sarebbe dovuto.
E ancora una volta, questa campagna elettorale, in pochissimi ambiti si sta declinando sulle idee, quanto piuttosto su un generico rinnovamento a cui il Paese non crede.
Più spesso si risponde con rabbia: tutti a casa, siete tutti uguali. L’allarme consistente sul voto di scambio in queste ore è in Lombardia.
A SPESE DEGLI ELETTORI
Ma su chi accede alla politica distrattamente, fa leva il politico di vecchio corso, pronto a riceverti nella sua segreteria e a mantenere la promessa fatta a carica ottenuta.
Il politico che non dimentica perchè ha un apparato che vive a spese degli elettori, un apparato che è un orologio svizzero: unica cosa perfettamente funzionante in una democrazia claudicante. Ecco perchè è sbagliato sottovalutare la capacità berlusconiana non di convincere, ma di riattivare e di rendere nuovamente legittima questa capacità clientelare.
Berlusconi non va in tv convinto di poter di nuovo persuadere, ma ci va con la volontà di rinfrescare la memoria a quanti hanno dimenticato la sua capacità di ricatto.
Ci va per procacciarsi i numeri sufficienti a garantire, ancora una volta, la totale ingovernabilità del Paese.
Ci va perchè sa che ingovernabilità significa poter di nuovo contrattare.
Quindi ecco le solite promesse: elargirà pensioni, toglierà tasse e, se anche non ci riuscisse, chiuderà un occhio, strizzandolo, a chi non ne può più. Berlusconi va a ribadire che gli altri non promettono nulla di buono.
A lui non serve convincere di essere la persona giusta. A lui basta convincere i telespettatori che gli altri sono l’eterno vecchio e lui l’eterno nuovo.
Nel momento in cui, quindi, non esiste un’idea di voto che cambi il paese, riparte il meccanismo della clientela. Dall’altra parte, la sensazione è che si preferisca campare di rendita. I «buoni» votano a sinistra. E su questi buoni si sta facendo troppo affidamento.
Della pazienza di questi buoni si sta forse abusando.
Se, intercettando un diffuso malcontento, Berlusconi promette la restituzione dell’Imu e un condono tombale, dall’altra parte non si fanno i conti con una tassazione ai limiti della sopportazione.
Da un lato menzogne, dall’altro nessuna speranza, silenzio. E i sondaggi rispecchiano questa situazione. Rispecchiano quella quantità abnorme di delusi che solo all’ultimo momento deciderà per chi votare e deciderà l’esito.
E su molti delusi il voto di scambio inciderà negli ultimi giorni.
Ogni partito in queste elezioni, come nelle precedenti, ci ha tenuto a conservare i suoi rapporti clientelari. Ecco perchè gli amministratori locali sono così importanti: sono loro quelli che possono distribuire immediatamente lavoro.
È nel sottobosco che si decidono le partite vere, che si fanno largo i politici disinvolti, quelli che risolvono i problemi spinosi, permettendo a chi siede in Parlamento di evitare di sporcarsi. E qui si arriva al voto di scambio mafioso che segue però logiche diverse.
Le organizzazioni, nel corso degli anni, hanno cambiato profondamente il meccanismo dello scambio elettorale.
Il voto mafioso degli anni ’70 e ’80 era in chiave manifestamente anticomunista, tendeva a considerare il Pci come un rischio per l’attenzione che dava al contrasto alle mafie sul piano locale, ma soprattutto perchè toglieva voti al partito di riferimento, che è a lungo stato la Dc.
Lo scopo era cercare di convogliare la maggior parte dei voti sulla Democrazia cristiana, voti che il partito avrebbe ottenuto ugualmente – è importante sottolinearlo – ma il ruolo delle organizzazioni era fondamentale per il voto individuale.
Diventavano dei mediatori imprescindibili. Carmine Alfieri e Pasquale Galasso, boss della Nuova Famiglia, raccontano di come negli anni ’90 non c’era politico che non andasse da loro a chiedere sostegno perchè quel determinato candidato potesse ottenere una quantità enorme di voti.
La camorra anticipava i soldi della costosa campagna elettorale per manifesti, per acquistare elettori, soldi che il partito al candidato non dava. In cambio i clan sarebbero stato ripagati in appalti.
MISTER 100 MILA VOTI
La storia di Alfredo Vito «Mister centomila voti», impiegato doroteo dell’Enel che prende negli anni ’90 più voti di ministri come Cirino Pomicino e Scotti, applica una teoria che fa scuola al suo successo.
«Do una mano a chi la chiede»: ecco la sintesi della logica che condiziona la campagna elettorale. I veri mattatori delle elezioni non erano – e non sono – quasi mai nomi conosciuti sul piano nazionale, ma leader indiscussi sul piano locale.
Questo dà esattamente la cifra di cosa poteva accadere, della capacità che le organizzazioni avevano di poter convogliare su un determinato candidato enormi quantità di voti.
E non è la legge elettorale in sè a poter ostacolare gli esiti nefasti del voto di scambio, che è frutto evidentemente di arretratezza economica e quindi culturale.
La dimostrazione di questa sostanziale ininfluenza è data dal fatto che, se da un lato la selezione operata dai partiti non consente al cittadino di poter scegliere i propri rappresentanti, favorendo viceversa il «riconoscimento di un premio» per chi si è sobbarcato il gioco sporco dello scambio elettorale a livello locale, dall’altro, la scelta diretta del candidato – in un sistema che rifugge la trasparenza quasi si trattasse di indiscrezione – trasforma la competizione elettorale in una mera questione di budget, nella quale la capacità di acquisto dei voti diviene determinante
Oggi, la maggior parte delle organizzazioni criminali sostengono anche candidati non utili ai loro affari, semplici candidati che hanno difficoltà a essere eletti.
Vendono un servizio.
Vai da loro, paghi e mettono a tua disposizioni un certo numero di voti (emblematico il caso di Domenico Zambetti, che avrebbe pagato 200 mila euro per ottenere 4 mila voti alle elezioni del 2010).
Questo significa che puoi anche non essere eletto le organizzazioni ti garantiscono solo un pacchetto di voti non tutto il loro impegno elettorale di cui sarebbero capaci.
In alcuni casi candidano direttamente dei loro uomini in questo caso in cambio avranno accesso alle informazioni sugli appalti, avranno capacità di condizionare piani regolatori, spostare finanziamenti in settori a loro sensibili, far aprire cantieri, entrare nel circuito dei rifuti dalla raccolta alle bonifiche delle terre contaminate (da loro).
Con un pacco da cento di smartphone si ottengono 200 voti in genere.
Quello della persona a cui va lo smartphone e quello di fidanzati o familiare.
Spese pagate ai supermercati per un due settimane/ un mese.
Sconti sulla benzina (fatti soprattutto dalle pompe di benzina bianche). Bollette luce, gas, telefono pagate. Ricariche telefonini.
Migliaia di voti saranno raccolti con uno scambio di questo tipo.
Difficilissimo da dimostrare siccome chi promette è raramente in contatto con il politico.
Quindi anche se il mediatore è scoperto questi dirà che era sua iniziativa personale per meglio comparire agli occhi del politico aiutato escludendolo quindi da ogni responsabilità nel voto di scambio.
Nel periodo delle elezioni regionali 2010, la Direzione distrettuale antimafia di Napoli ha aperto un’indagine sulla compravendita di voti.
In Campania i prezzi oscillerebbero da 20 a 50 euro, 25 subito e 25 al saldo, cioè dopo il voto. In alcuni casi i voti vengono venduti a pacchetti di mille.
Praticamente c’è una specie di organizzatore che promette al politico 1000 voti in cambio di 20.000 o 50.000 euro.
Questa persona poi ripartisce i soldi tra le persone che vanno a votare: pensionati, giovani disoccupati.
In Campania un seggio in Regione può arrivare a costare fino a 60.000 euro.
In Calabria te la cavi con 15.000.
Con 1000 euro in genere un capo-palazzo campano procura 50 voti.
Il capo-palazzo è un personaggio non criminale che riesce a convincere le persone che solitamente non vanno a votare a votare per un tal politico. E come prova del voto dato bisogna mostrare la foto della scheda fatta col telefonino.
In Puglia un voto può arrivare a valere 50 euro, lo stesso prezzo a cui può arrivare anche in Sicilia.
A Gela proposto pacchetti di 500 voti a 400 euro. 400 euro per 500 voti: 80 centesimi a voto!
IL MECCANISMO PRINCIPE
E poi c’è il il meccanismo principe con cui si controllano i voti e si paga ogni singolo voto lo si ottiene con il metodo della «scheda ballerina».
L’elettore che vuole vendere il proprio voto va dal personaggio che paga i voti riceve la scheda elettorale già compilata (regolare fatta uscire dal seggio) se la mette in tasca poi va al seggio, presenta il proprio documento di riconoscimento e riceve la scheda regolare.
In cabina sostituisce la scheda data già compilata con la scheda che ha ricevuto al seggio, che si mette in tasca.
Esce dalla cabina elettorale e vota al seggio la scheda precompilata. Poi va via.
Torna dà la scheda non votata e riceve i soldi. La scheda non votata e consegnata viene compilata, votata, e data all’elettore successivo, che la prende e torna con una pulita.
E avrà il suo obolo. 50 euro, 100 euro, 150 o un cellulare.
O una piccola assunzione se è fortunato. Così si controlla il voto.
Nessuno ha parlato di questo meccanismo, la scheda ballerina non ha interessato il dibattito elettorale. Eppure è più determinante di una tassa, più incisiva di una riforma promessa, più necessaria di una manovra economica.
In questa campagna elettorale, come in tutte le precedenti, non si è fatto alcun riferimento al voto di scambio sia come «acceleratore di diritti» sia quello criminale.
Avrebbero dovuto esserci spot continui, articoli diffusi, che sensibilizzassero gli elettori a non vendere il proprio voto, a non cedere alle promesse di scambio.
Si sarebbero dovuti sensibilizzare gli elettori a non decidere gli ultimi giorni di voto in cambio di qualche favore.
Ma se non lo si è fatto significa che in gioco ci sono interessi enormi che andrebbero analizzati caso per caso. Nel 2010 provocando da queste queste stesse pagine invocammo l’OSCE (l’organizzazione per la sicurezza in Europa, ndr) a controllo del voto regionale mostrando come il voto di scambio fosse tritolo sotto la democrazia.
L’OSCE non recepì l’appello come una provocazione ma come un serio allarme e rispose di essere disponibile ad intervenire e controllare il voto.
Ma doveva essere invitata a farlo dal governo.
Cosa che non fu fatta.
Con queste premesse, chi può dire cosa accadrà tra qualche giorno? Il monitoraggio sarà come sempre blando, affidato a singole persone o a gruppi isolati che denunceranno irregolarità . Ma dove nessuno vorrà farsi garante di trasparenza, chi verrà a dirci come si saranno svolte le elezioni? E ad oggi nessuno schieramento ha affrontato il tema del voto di scambio. Terribile nemico o fenomenale alleato?
Roberto Saviano
(da “L’Espresso“)
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Febbraio 11th, 2013 Riccardo Fucile
AFFARI MILIONARI NELLE PROVINCE DI NAPOLI E CASERTA: UN CENTRO DI POTERE FAREBBE RIFERIMENTO ALL’EX PRESIDENTE DELLA PROVINCIA
C’è l’intercettazione choc, quella in cui il padrino Raffaele Cutolo definisce il candidato Pdl Luigi Cesaro, appena due anni fa, come “uno che mi deve tanto”.
E poi c’è l’inchiesta vera che potrebbe portare alla richiesta d’arresto della Procura all’Ufficio Gip di Napoli per il parlamentare Pdl.
Indagine che dura da un anno, giorno più, giorno meno, dagli inizi del 2012.
La circostanza temporale resta significativa perchè disarma, da sola, le illazioni su una presunta giustizia ad “orologeria”, accuse che si agitano sempre quando un politico finisce nelle maglie delle indagini a ridosso delle urne.
E ammesso anche che il giudice accolga la richiesta di arresto, occorrerebbe come sempre il voto della Camera per l’esecuzione del provvedimento.
L’istruttoria è centrata su presunte relazioni di Cesaro con i clan di Giugliano, di Aversa e Sant’Antimo, e su incontri che sarebbero avvenuti con camorristi oggi pentiti.
Ne parlano sia collaboratori di giustizia che imprenditori, almeno cinque.
Sullo sfondo, rispuntano gli affari milionari che attraversano le province di Napoli e Caserta. E un centro di potere che avrebbe il nome sia dell’ex presidente della Provincia Luigi Cesaro, sia di noti fratelli manager.
E’ questo, in sintesi, il quadro delle accuse che avrebbe spinto la Procura antimafia a chiedere la misura cautelare dell’arresto al vaglio del gip per il deputato Pdl.
Silenzio dal partito. “Minimizzare”, avverte Roma.
Lo stesso deputato fugge cronisti e comizi da 24 ore.
Però il Pdl attacca la trasmissione di Santoro: “Fanno campagna per Ruotolo e Ingroia”, dopo la messa in onda su Servizio Pubblico del dialogo registrato in carcere nel 2011: il padrino sanguinario Raffaele Cutolo riferisce ad una sua nipote di antichi rapporti – peraltro già noti e sviscerati dalla giustizia – con il deputato Pdl Luigi Cesaro: “Mi deve tanto, è stato il mio avvocato e anche il mio autista figurati, ora è uno molto importante”. Cesaro scrive una lunga nota in cui si dice ancora una volta “furibondo e disgustato dall’attacco mediatico”.
Cesaro: mai fatto l’autista a nessuno
Va ancora oltre, nella sua difesa, il senatore ed ex Guardasigilli Nitto Palma, coordinatore campano del Pdl: “Un’intercettazione uscita non si sa come, e riferita a fatti già esaminati dalla giustizia, viene lanciata contro Cesaro proprio da “Servizio Pubblico”, guarda caso perchè un noto giornalista della squadra di Santoro, Ruotolo, è candidato di punta nella lista di Ingroia. E loro fanno campagna per gli Arancioni”. Una difesa accorata ma piuttosto isolata.
Pesa, ad esempio, il significativo silenzio degli altri vertici campani, dalla capolista Mara Carfagna al governatore Stefano Caldoro, Pdl di nuovo spaccato.
E Cesaro dribbla i cronisti. “Sono sereno, disgustato da queste notizie”, fa sapere alla riunione del Pdl di ieri.
Intorno a lui volti tesi. Specie dopo la riunione dei consiglieri regionali Pdl, che hanno chiesto che Cesaro almeno lasci il ruolo di coordinatore provinciale.
Solo il coordinatore regionale Nitto Palma gli fa scudo: “La vicenda Cesaro è il manifesto del grado di inciviltà a cui siamo arrivati”.
Tuttavia, è fatale che si riaccendano i riflettori sull’inchiesta che dal 2009 coinvolge Cesaro.
E che sembra arrivata alla svolta, dopo l’attenta valutazione dei pm. È lo stesso pool, coordinato dal procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho, che ha sferrato numerosi ko al gotha dei Casalesi.
L’indagine è fondata essenzialmente su tre filoni: i giochi d’affari e denaro del Pip, Piano Investimenti Produttivi del comune di Lusciano, la riconversione industriale della Texas Instruments ad Aversa e un affare immobiliare per 50 milioni.
L’istruttoria è centrata su presunte relazioni di Cesaro con i clan di Giugliano, di Aversa e Sant’Antimo, e su incontri che sarebbero avvenuti con camorristi oggi pentiti.
Cesaro tirato in ballo da un’intercettazione
Proprio quest’inchiesta-madre, a cui risulterebbe allegata l’intercettazione choc di Cutolo, sarebbe giunta al primo vaglio.
Con l’invio di una richiesta di provvedimento cautelare ormai all’esame dell’Ufficio Gip di Napoli. Cesaro, dunque, con il moltiplicarsi di filoni e di elementi a suo carico, rischia l’arresto. Ma sulla circostanza, ovviamente, nessun commento. Cesaro ha sempre smentito perfino l’esistenza dell’inchiesta. “Io non ho mai ricevuto alcun avviso di garanzia”.
Eppure frammenti inquietanti sono emersi anche di recente.
Risaltano, ad esempio, le prime dichiarazioni del pentito Luigi Guida, killer originario del rione Sanità di Napoli poi diventato plenipotenziario del clan Bidognetti, e riferite dall’avvocato sotto inchiesta Michele Santonastaso: “Lui (Guida, ndr) aveva coinvolto Ferraro, Cesaro un altro politico, mi sembra un onorevole e l’amministrazione di Lusciano”.
Un anno dopo, ecco le dichiarazioni di imprenditori arrestati a Giugliano e legati al riciclaggio del clan Mallardo.
Mentre altri ambigui scenari a carico del deputato arrivano da Quarto, comune azzerato dall’inchiesta sulle connivenze che ha già portato all’arresto di un fedelissimo di Cesaro, Armando Chiaro, appena condannato in primo grado a 7 anni per associazione camorristica.
Conchita Sannino
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 4th, 2013 Riccardo Fucile
“HANNO A CAPO PERSINO SOGGETTI INDICATI DALLA MAGISTRATURA COME ANELLI DI CONGIUNZIONE TRA POLITICA E CRIMINALITA’ ORGANIZZATA”…E DENUNCIA L’ASSE SCOPELLITI-BOCCHINO
Onorevole Napoli, dopo cinque legislature lei non viene ricandidata in Parlamento. C’è un problema in Calabria se un simbolo dell’antimafia come lei non viene inserito in lista da nessuna parte?
«Sì, io più che porre un problema di ricandidatura, insisterei molto sulla valutazione che viene fatta dai partiti politici rispetto alle scelte di coloro che andranno ad occupare il Parlamento italiano. Si è tanto parlato di rottamazione, io sono stata sempre del parere che la politica avesse assolutamente necessità di rinnovamento ma non di rottamazione e comunque di valutazione attenta delle scelte. Non è un problema legato al numero di legislature nè, per quanto mi riguarda, un problema legato direttamente alla mia ricandidatura, quanto all’attenzione che i partiti politici e, in particolare, il mio ex partito di appartenenza, Futuro e Libertà , rivolgono sia alla situazione con la quale sono state affrontate determinate battaglie in favore della legalità e contro il crimine organizzato, sia all’attività parlamentare che i singoli deputati e senatori hanno portato avanti durante il percorso della legislatura».
Onorevole Napoli, cos’è successo nel rapporto con Fini?
Più che nel rapporto con Fini, c’è stata la rottura assoluta del rapporto con il vicepresidente del partito, uomo al quale il presidente Fini ha delegato la gestione di Futuro e libertà portandolo dall’8% allo 0,9%».
In Calabria sono note le sue battaglie ed è noto, soprattutto, lo scontro con il governatore Scopelliti. In questo, il supporto di Fini c’è stato o la sua mancata candidatura deve essere letta anche in questa chiave?
«La lettura che do è chiara. Il governatore Scopelliti ha stabilito un patto con il vicepresidente del partito Futuro e libertà , Italo Bocchino. Anche perchè la loro fraterna amicizia non è stata mai sottaciuta, anzi più volte stata evidenziata. Il vicepresidente Bocchino non ha fatto altro che dare esecuzione alle volontà e al desiderio del governatore Scopelliti il quale ha detto più volte, e pubblicamente, che io sarei dovuta scomparire dalla scena politica. Il torto principale che sicuramente mi viene attribuito è proprio quello di avere denunziato particolari rapporti tra il crimine organizzato e il mondo politico e forse di avere iniziato a fare queste denunce guardando all’interno del mio mondo politico. D’altra parte io sono convinta che per poter fare battaglie che richiedono pulizia, questa debba partire dal proprio interno. Sono sicura che ho pagato e sto pagando per questo. Ma vorrei anche evidenziare che la mia lamentela non è legata al numero di legislature, che peraltro ieri ho appreso che il presidente Fini nemmeno conosce se sono cinque o sei. Glielo dico: sono cinque. La mia lamentela è legata alla dimostrazione palese di come questo mio ruolo e queste mie battaglie siano state un condizionamento e un’aggravante per il partito rispetto alla valutazione del lavoro che ho portato avanti».
Lei ha visto le liste in Calabria. Non mi riferisco solo a quella di Fli ma a tutte. Cosa ne pensa?
«Stendiamo un velo pietoso. Stendiamo un velo pietoso perchè sono liste che hanno a capo persino rappresentanti che sono stati indicati dalla magistratura quali anelli di congiunzione tra il mondo politico e la criminalità organizzata. Ma sono liste che pretenderebbero di evidenziare, da una parte e dall’altra magari inserendo determinate figure, che c’è l’intendimento dei partiti politici di combattere effettivamente la criminalità organizzata. Tutto falso, perchè chi veramente lotta e paga sulla propria pelle invece non è presente».
Se avesse davanti Fini, cosa gli direbbe?
«Gli direi “grazie” per l’attenzione che mi ha dato fino all’inizio della legislatura che adesso volge al termine. Gli direi invece “peccato” che non abbia saputo circondarsi o affidare gli incarichi del partito a persone che hanno veramente dimostrato di condividere quel manifesto di valori e hanno dimostrato anche di volergli bene e riporre fiducia in lui».
Ritornando ai temi locali, dalla relazione di accesso al Comune di Reggio sono emersi rapporti palesi tra certa politica e la ‘ndrangheta. Con lo scioglimento per mafia dell’amministrazione di palazzo San Giorgio, evidentemente il ministero dell’Interno è arrivato prima della magistratura a colpire la politica. Perchè?
«Perchè la politica è fortemente collusa con la ‘ndrangheta e mantiene la sua forza in questo. Ho l’impressione che parte della magistratura non intenda proprio andare fino in fondo nel toccare la politica. Io ho un’esperienza diretta: due anni fa ho ricevuto due lettere da parte di un collaboratore di giustizia ritenuto attendibile (perchè occorre anche fare questa premessa), nelle quali mi si diceva che per disposizioni di un uomo politico della mia stessa coalizione politica era stato dato mandato alle cosche della ‘ndrangheta di Rosarno di farmi fuori. Si dà il caso che in quello stesso periodo sia stata individuata una macchina “obiettivo” sotto la mia residenza di Roma. Però tutto è stato messo a tacere. L’unica cosa che nella lettera non veniva indicato era proprio il nome del politico. Ecco io avrei sperato che la magistratura e le forze inquirenti individuassero questo politico».
Invece cosa è successo?
«E invece è stato chiuso il tutto dicendo che non era stata individuata questa grande personalità e quindi il caso si chiudeva e rientrava nelle comuni minacce alle quali viene sottoposto (e quindi dovrebbero essere accettate) chi fa battaglie come le mie».
Come continuerà la sua attività politica d’ora in poi?
«Magari essendo ancora più presente sul territorio. Continuerà tranquillamente. Forse l’unica cosa che non potrò fare saranno le interrogazioni parlamentari, quelle che, secondo i boss, le cui dichiarazioni sono state intercettate, li hanno mandati in galera. Non importa, continuerò con le mie denunce che sono state sempre fatte con nomi e cognomi. Forse potrò essere anche più vicina ai problemi dei tanti cittadini calabresi che sovrastano quotidianamente le loro giornate».
Lucio Musolino
(da “il Corriere della Calabria“)
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Febbraio 1st, 2013 Riccardo Fucile
LIMA SAREBBE STATO UCCISO PER COLPIRE ANDREOTTI… RIINA GLI AVREBBE COMMISSIONATO L’OMICIDIO DI MANNINO, INCARICO POI REVOCATO
Giovanni Brusca in aula accusa l’ex ministro Nicola Mancino e afferma che Salvo Lima sarebbe stato ucciso per colpire Giulio Andreotti.
“Mancino era il destinatario finale del ‘papello'”, il documento con le richieste di Cosa Nostra allo Stato per fermare le stragi.
Lo ha detto l’ex pentito davanti al Gup di Palermo Piergiorgio Morosini nell’udienza preliminare per la trattativa Stato-mafia, in cui è tra gli imputati.
Il ‘papello’, che conteneva le condizioni del boss corleonese Totò Riina, sarebbe stato affidato all’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino all’epoca in cui Mancino era ministro dell’Interno.
Nel procedimento, Mancino è imputato solo di falsa testimonianza, e ha sempre negato di aver mai saputo nulla della trattativa.
Brusca, che ha accettato di essere interrogato dal Gup benchè in quanto imputato avrebbe potuto avvalersi della facoltà di non rispondere, ha sostenuto anche che per fare pressioni sulla politica gli era stato affidato l’incarico di assassinare l’ex ministro Dc del Mezzogiorno, Calogero Mannino.
Poi i capimafia gli avrebbero chiesto di sospendere il piano per l’omicidio.
La tesi della Procura è che Mannino abbia assunto un ruolo nella trattativa proprio nel timore di essere ucciso.
L’ex ministro ha chiesto e ottenuto di essere processato col rito abbreviato e la sua posizione è stata perciò stralciata.
“Nel 1992 Totò Riina, tramite Salvatore Biondino, mi diede l’incarico di uccidere Calogero Mannino ma poi l’incarico mi venne revocato” ha anche detto Brusca durante la deposizione.
Secondo i magistrati l’incarico venne revocato perchè Mannino sarebbe stato tra i protagonisti della trattativa tra Stato e mafia per fare cessare la strategia stragista di Cosa nostra.
Secondo Brusca l’eurodeputato della Dc Salvo Lima fu ucciso dalla mafia per colpire indirettamente il capo della sua corrente, Giulio Andreotti. “Con l’omicidio Lima si voleva colpire politicamente Andreotti”, ha affermato Brusca, sentito a Roma nell’aula di Rebibbia.
Salvo Lima, leader degli andreottiani in Sicilia occidentale, fu assassinato a Palermo il 12 marzo del 1992, e secondo le tesi della Procura venne eliminato per non aver garantito a Cosa nostra un esito positivo del primo maxiprocesso.
L’agguato si consumò a poche settimane dalle elezioni politiche del 5 aprile del 1992. E con riferimento a quel voto, Brusca ha aggiunto: “Nell’aprile del ’92 non avevamo preferenze politiche e neppure indicazioni. Volevamo solo distruggere la corrente andreottiana”.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 20th, 2013 Riccardo Fucile
LA LETTERA CHE L’ASSOCIAZIONE HA INVIATO ALLA PARLAMENTARE ANTIMAFIA CHE HA LASCIATO FUTURO E LIBERTA’
Egr. On.le Angela Napoli,
come Lei sa, il Coordinamento Provinciale dell’Associazione LIBERA — Associazioni , nomi e numeri contro le mafie- è un’Associazione apartitica, aconfessionale e senza scopo di lucro che persegue finalità di valorizzazione delle associazioni , enti e altri soggetti collettivi che quotidianamente si impegnano in attività di lotta ai fenomeni mafiosi e ai poteri occulti nonchè di educazione alla legalità , di promozione della cultura della legalità , della solidarietà e dell’ambiente basata sui principi della costituzione.
Il coordinamento provinciale Libera Vibo Valentia riconosce il valore politico ed umano della Sua attività e perciò sente di esprimerle vicinanza e solidarietà ringraziandola per quanto ha sempre fatto sul tema della lotta alla criminalità organizzata locale e alla corruzione: temi molto cari sia a Don Luigi Ciotti che a tutti gli aderenti a questo coordinamento
Lotta da Lei condotta senza confini e senza quartieri, in modo assolutamente trasversale, con interventi che hanno avuto l’unico scopo di sensibilizzare, correggere e richiedere interventi delle istituzioni statali che spesso e volentieri, se non erano colluse, erano semplicemente assopite.
Abbiamo sempre apprezzato e continueremo a farlo la sua lotta condotta con chiunque avesse voluto condividere i medesimi scopi , anche se di colore diverso ma a cui di volta in volta veniva richiesto solo ed esclusivamente un requisito: l’onesta’.
Con sincera stima e riconoscenza,
Il Coordinamento LIBERA VIBO VALENTIA
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Gennaio 18th, 2013 Riccardo Fucile
IL SIMBOLO DELL’ANTIMAFIA IN CALABRIA ACCUSA: “IN FLI SONO STATI TRADITI I PRINCIPI FONDATORI E SONO SCESI A PATTI CON GENTE DISCUTIBILE”
Ieri ha ufficializzato il suo addio definitivo a Futuro e Libertà . 
Angela Napoli, deputata calabrese e membro della Commissione parlamentare Antimafia nonchè della commissione Giustizia, è ora nel gruppo Misto della Camera.
Un addio non senza polemiche, visto che la signora, da sempre in An, aveva deciso di seguire Gianfranco Fini anche nel momento difficile dello strappo con il Pdl.
«Sono sempre stata leale con il presidente Fini, ma ultimamente troppe cose mi hanno lasciato senza parole. Per questo due mesi fa ho comunicato che restavo, ma da indipendente. Però poi, all’idea di sedermi ancora tra quei banchi alla Camera, ho detto no. Meglio aderire subito al Misto.
Fli non la ricandida. Per questo se n’è andata?
«No. Non è problema di ricandidatura, io posso anche fare altro ho la mia fondazione “Risveglio Ideale”, ma è una questione di dignità personale e di riconoscimento del mio lavoro. Mi aspettavo più riconoscenza e invece…».
Cosa è successo? Si è parlato di contrasti con il vicepresidente Italo Bocchino. Ci spieghi.
«Chi mi conosce sa come sono e quale è la mia storia. Io vivo da anni sotto scorta. La mia famiglia ed io siamo braccati dalla criminalità organizzata e questo perchè la mia battaglia in Parlamento e fuori a favore della legalità e della lotta a tutte le mafie mi ha creato dei nemici con cui non si scherza».
Si riferisce all’esistenza di un piano della ‘ndrangheta calabrese per assassinarla?
«C’è un piano che risale al marzo 2010. Ma è della settimana scorsa una nuova minaccia di uccidermi che mi rende particolarmente preoccupata».
L’inchiesta Purgatorio sul clan Mancuso? C’è un’intercettazione poco piacevole che la riguarda.
«Appunto. Il boss che parla con un suo sodale e dice: “Stiamo lavorando per togliere di mezzo la Napoli”. Nel senso di farmi fuori, ovviamente. E tutto per una mia interrogazione parlamentare presentata sul provvedimento del Tribunale di Vibo Valentia che dispose il trasferimento in ospedale del boss Pantaleone Mancuso detenuto all’epoca nel carcere di Tolmezzo. E sulle conseguenze di quella interrogazione. A Mancuso non è andata giù. Brigano per farmela pagare».
Questo però non c’entra con il suo addio a Fli.
«Però dà l’idea di quanto sia difficile portare avanti un progetto, come ho sempre fatto io con onestà , in un territorio, come quello calabrese, che non perdona».
Sperava che il suo partito ne tenesse conto di più?
«Al di là del merito, ho cominciato a soffrire quando mi sono vista scendere in Calabria Bocchino, con un atteggiamento lesivo della mia dignità e di quella di numerosi iscritti e militanti calabresi».
Che cosa ha fatto Bocchino?
«È sceso ad avallare l’ingresso di Fli nell’amministrazione provinciale di Crotone contro il mio consenso e contro quello della maggioranza del coordinamento regionale del partito.
Nello stesso giorno, inoltre, è andato a Reggio a fare una conferenza stampa insieme al presidente della Regione, Scopelliti, quando era stata già insediata la Commissione d’accesso nel Comune che ne avrebbe poi decretato lo scioglimento per contiguità mafiosa».
La sua opinione è: mentre io chiudevo ai collusi, altri invece li accoglievano?
«Sicuramente non ne hanno preso le distanze come ho sempre fatto io. E questo mi ha amareggiato. Perchè ho visto sbriciolarsi tutti i principi su cui si è fondata la nascita di Fli. E soprattutto ho visto la mancata ottemperanza da parte di alcuni esponenti ai contenuti del “Manifesto dei valori” che è servito come fondamenta per la nascita del partito».
Qualcuno nel partito, invece, le rimprovera il fatto che da coordinatrice regionale della Calabria non avete incrementato molto le percentuali di Fli…
«Non è vero. Penso di avere fatto un lavoro enorme in una regione molto dura, dove già eravamo schiacciati dagli altri partiti. E sono sempre stata presente alla Camera, come una delle parlamentari più operose».
Vigilerà sulle liste pulite?
«Su questo non c’è dubbio. Guarderò i candidati e darò il mio voto solo a quei partiti che garantiscono il rispetto della legge».
Ha parlato con Fini?
«Fini mi ha mandato un biglietto, ma neanche una telefonata. In più ha voluto darmi un ulteriore schiaffo candidando Bocchino capolista in Calabria dopo di lui».
Brunella Bolloli
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Gennaio 4th, 2013 Riccardo Fucile
LA PROCURA CHIEDE I NOMI DI CHI PARTECIPO’ ALLA CATTURA DEL BOSS
Da alcune settimane, i magistrati che indagano sulla trattativa fra mafia e Stato hanno riaperto in gran segreto uno dei capitoli più travagliati dell’antimafia, la cattura del capo dei capi Totò Riina. Vent’anni dopo, si fa avanti tutta un’altra storia rispetto alla versione ufficiale sempre ribadita dai vertici del Ros: «Il covo del latitante fu subito perquisito e l’archivio del capomafia venne inizialmente nascosto in una caserma dei carabinieri», questo scrive l’anonimo ben informato che a fine settembre ha messo in allerta il sostituto procuratore Nino Di Matteo e i suoi colleghi del pool.
In dodici pagine c’è una verità che presto potrebbe riscrivere la storia della trattativa fra le stragi del ’92-’93: poche ore dopo l’arresto di Riina, scattato in una delle piazze più note di Palermo, i carabinieri del Ros avrebbero perquisito la villa covo del boss senza avvertire i magistrati, portando via le carte del capo di Cosa nostra.
«Si tratta di carte scabrose», spiega adesso l’anonimo autore, che dice di essere stato testimone diretto di quei giorni del gennaio ’93: indica una caserma del centro dove sarebbe stato nascosto l’archivio di Riina.
E poi traccia addirittura il percorso preciso per arrivare a una stanza in particolare. «Ma lì le carte sono rimaste poco, poi sono state portate via», aggiunge.
Dove, è un mistero.
Una cosa, però, è certa: scorrendo quelle 12 pagine – suddivise in 24 punti – sembra emergere che il misterioso autore dell’anonimo è stato lui stesso un carabiniere, probabilmente un sottufficiale dei reparti territoriali o del Ros, perchè indica con precisione nomi, cognomi e addirittura soprannomi dei militari e degli ufficiali che avrebbero partecipato a vario titolo alle indagini per l’arresto di Totò Riina.
E adesso i magistrati di Palermo hanno chiesto ai funzionari della Dia di identificare tutti i carabinieri citati. Sono una trentina.
Presto, potrebbero essere ascoltati uno dopo l’altro dai magistrati.
Al momento, le 12 pagine sono conservate nel cosiddetto “registro 46” della procura di Palermo, quello che custodisce gli anonimi. Il procuratore aggiunto Vittorio Teresi, che coordina l’inchiesta sulla trattativa, si limita a dire: «Abbiamo delegato accertamenti alla polizia giudiziaria».
Il procuratore Francesco Messineo aggiunge: «Su alcuni fatti, l’anonimo fornisce dettagli inediti. Stiamo cercando i riscontri».
I magistrati non escludono neanche l’ipotesi che dietro l’anonimo ci possano essere più persone, magari ex appartenenti a uno stesso reparto.
Dell’anonimo si occupano pure i magistrati della procura di Caltanissetta, che hanno aperto ufficialmente un’inchiesta dopo avere ricevuto una «comunicazione » dai colleghi palermitani.
E non solo per il riferimento all’agenda rossa del giudice Borsellino («È stata portata via da un carabiniere »), ma anche per le parole inquietanti sui magistrati di Palermo («Siete spiati da qualcuno che canalizza verso Roma le informazioni che carpiscono sul vostro conto»).
Dal Guatemala, l’ex procuratore Antonio Ingroia fa sapere: «In effetti, negli ultimi tempi ho avuto la sensazione netta di essere controllato, proprio per le mie indagini».
Nella lettera non si parla solo di magistrati spiati, ma anche di «un magistrato della procura» di cui i pm della trattativa «non dovrebbero fidarsi».
È un altro mistero intorno a questa lettera senza firma.
L’anonimo autore poi lancia la sua ultima certezza: «La trattativa con la mafia c’è stata ed è tuttora in corso».
Ecco perchè tanta attenzione sui magistrati.
Lui, l’uomo del mistero, suggerisce che nel torbido dialogo fra Stato e mafia potrebbero essere coinvolti anche altri politici della prima repubblica, oltre Mancino, Dell’Utri e Mannino.
Sono otto i nomi adesso al vaglio della procura.
Salvo Palazzolo
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 4th, 2013 Riccardo Fucile
DA LI’ PARTI’ L’INDAGINE SULLA TRATTATIVA CON LA MAFIA…MAI UFFICIALMENTE PERQUISITO E SORVEGLIATO, IN REALTA’ RIPULITO E SVUOTATO DI TUTTO
L’indagine sulla trattativa era partita da lì e dopo vent’anni torna sempre lì: al covo
di Totò Riina. È il grande mistero palermitano.
Mai ufficialmente perquisito e mai ufficialmente sorvegliato. In apparenza abbandonato, in realtà ripulito e svuotato per cancellare il passato di un boss.
È quel covo che segna il confine fra un prima e un dopo in tutte le inchieste poliziesche dell’antimafia in Sicilia.
Oggi, dopo tanto tempo, si riparla della villa nel quartiere dell’Uditore di Palermo con un anonimo che racconta retroscena su ciò che accadde in una fredda mattina dell’inverno del 1993.
Scrive dell’archivio del capo dei capi trafugato, nascosto con il suo carico di «carte scabrose» in una caserma prima di farlo sparire per sempre.
L’autore della lettera fornisce su se stesso particolari estremamente precisi per accreditarsi come attendibile, ricorda gli avvenimenti come un protagonista che li ha vissuti, riferisce su precise azioni di reparti investigativi speciali e territoriali, insomma fa capire di essere un testimone oculare.
Come per l’arresto di Totò Riina.
Quella che ai giorni nostri viene definita l’inchiesta sulla trattativa fra Stato e mafia ha la sua origine proprio nella cattura del boss di Corleone dopo 24 anni e 6 mesi di latitanza, dalla mancata irruzione nella casa dove si nascondeva, dalle contradditorie e ambigue dichiarazioni dei carabinieri del Raggruppamento operativo speciale che presero Riina il 15 gennaio 1993.
È allora che cominciano ad allungarsi le ombre su quella che fu presentata come una «spettacolare operazione» di polizia giudiziaria ma che manifestava visibilmente – da subito – alcune «anomalie». I carabinieri – allora il Ros era comandato dal generale Antonino Subranni e il suo vice era il colonnello Mario Mori, tutti e due nel 2012 indagati «per attentato a un corpo politico» nell’inchiesta sulla trattativa – arrestarono Riina e per 19 lunghissimi giorni nessuno al di fuori di loro seppe più nulla di quello che stava succedendo dentro quel covo.
Formalmente dovevano tenere sotto controllo la villa, nei fatti poche ore dopo l’arresto sospesero clamorosamente ogni sorveglianza.
La cronaca di quei giorni è riassunta in quattro date.
15 gennaio 1993, il Ros convinse il procuratore capo Gian Carlo Caselli (il magistrato si era insediato a Palermo alle 10 di quel mattino) a non perquisire il covo per tenerlo d’occhio, ma nello stesso pomeriggio abbandonò la sorveglianza «senza preavvertire alcuno ».
27 gennaio 1993, il vicecomandante del Ros Mario Mori comunicò al procuratore aggiunto Vittorio Aliquò che «l’osservazione del covo di via Bernini stava creando tensione e stress al personale operante».
30 gennaio 1993, il procuratore capo Caselli scoprì che «le attività di osservazione del complesso di via Bernini erano state invece dismesse poche ore dopo l’arresto del latitante Riina Salvatore».
2 febbraio 1993, i magistrati e i carabinieri dell’Arma territoriale entrarono in una villa «dove lo stato dei luoghi, pareti, mobili, rivestimenti, era ormai radicalmente diverso da quello proprio dei luoghi abitati».
Perchè il Ros aveva lasciato il campo? Perchè non aveva avvertito i procuratori?
«Un disguido», si sono sempre difesi.
Una manovra diversiva per permettere un blitz clandestino dentro il covo di Totò Riina, è sempre stato il sospetto dei magistrati.
N’è nata un’inchiesta dove la procura ha evidenziato tutti i «buchi neri» nella versione del Ros, poi il processo è finito con un’assoluzione per tutti. Ma subito dopo n’è cominciato un altro.
Da una mancata perquisizione a una mancata cattura.
Dal covo di Totò Riina ai 43 anni di latitanza dell’altro Corleonese, Bernardo Provenzano. Secondo le tesi dei pm siciliani, Riina fu venduto e in cambio sarebbe stata garantita la libertà al ricercato numero uno d’Italia.
Un altro sospetto che si è trasformato in un secondo processo, con imputati per favoreggiamento a Cosa Nostra sempre il colonnello Mario Mori e il suo vice Mauro Obinu. Pezzi di trattativa.
Cosa torna e cosa non torna in questa ricostruzione?
Qualsiasi mossa abbiano fatto quelli del Ros intorno al covo, l’hanno fatta perchè comandati. Non hanno deciso in autonomia in via Bernini e non hanno favorito per loro scelta – se mai verrà provato – la fuga di Provenzano.
Hanno ricevuto ordini. Dall’alto.
Fino a quando non si scoprirà chi ha dato quegli ordini, l’inchiesta sulla trattativa resterà incompiuta.
Cosa c’è di veramente inedito nell’ultimo anonimo?
L’indicazione su chi avrebbe sottratto l’archivio di Riina.
Fino a ieri sapevamo che erano stati alcuni mafiosi.
Adesso qualcuno ci informa che quel tesoro è finito in una caserma.
Attilio Bolzoni
(da “La Repubblica“)
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