Settembre 2nd, 2012 Riccardo Fucile
TRENT’ANNI FA LO STATO LO LASCIO’ SOLO… ERA IL 3 SETTEMBRE 1982 QUANDO IN VIA CANINI A PALERMO VENNERO UCCISI IL GENERALE E SUA MOGLIE
Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa venne assassinato in una calda serata sciroccosa. Erano passate da poco le 21 del 3 settembre 1982 e la A112 color crema, guidata dalla giovane moglie, Emanuela Setti Carraro, imboccava la via Isidoro Carini, lasciandosi alle spalle Villa Whitaker – sede della Prefettura – diretta verso il refrigerio di un ristorante all’aperto del golfo di Mondello.
Seguiva l’utilitaria l’agente Domenico Russo, alla guida dell’Alfa blu che il generale prefetto non utilizzava, convinto che l’anonimato di una «normale macchinetta» offrisse maggiori garanzie di sicurezza dell’auto blu, immediatamente identificabile.
Precauzione inutile, perchè la task-force messa in campo da Cosa nostra monitorava da diverse ore i movimenti del bersaglio e forse aveva potuto disporre anche della soffiata partita da Villa Whitaker, da qualcuno che controllava strettamente il generale.
Due macchine e due moto rasero al suolo la A112, senza risparmio di violenza e a nulla valse la protezione offerta ad Emanuela dall’abbraccio coraggioso del marito.
L’agente Russo fu finito dal killer più sanguinario di quel momento: Giuseppe Pino Greco, detto «Scarpuzzedda».
I palermitani stavano a cena, davanti ai televisori.
La notizia, tuttavia, non l’ebbero dai telegiornali perchè arrivò prima il passaparola.
Esplose così rapida da richiamare in pochi minuti una folla di gente in piedi, impietrita in un silenzio irreale, con gli occhi rossi di rabbia.
Quando, ormai a notte fatta, fu smontata la scena e i fari, i lampeggiatori delle volanti, si spensero, rimase solo la fragile disperazione di una città , sintetizzata in un cartello che sentenziava: «Qui muore la speranza dei palermitani onesti».
Così fu spenta una luce che si era accesa appena cento giorni prima, sull’onda dell’ennesimo eccidio mafioso che aveva colpito il segretario regionale del Pci, Pio La Torre, abbattuto dalla mafia insieme con l’amico, compagno e scorta volontaria, il militante Rosario Di Salvo.
La speranza, per la verità , non era nata sotto i migliori auspici.
Il generale era stato inviato a Palermo come un’arma spuntata: Roma non aveva voluto dargli gli stessi poteri che gli erano stati dati nella lotta al terrorismo.
Prefetto senza poteri speciali: un messaggio rassicurante per la palude palermitana, preoccupata per la presenza di un uomo deciso, carabiniere nel Dna, poco incline alle pantomime sicule dell’indignazione senza conseguenze.
E infatti la città gli dimostrò immediatamente tutta la propria avversione.
La città del potere, ovviamente.
Perchè i cittadini, invece, riponevano molte aspettative sulle capacità del prefetto.
Carlo Alberto dalla Chiesa arrivò a Palermo in incognito. Ignorò l’auto che l’aspettava in aeroporto, montò su un taxi ed arrivò in Prefettura «pieno» delle notizie e degli umori strappati al tassista loquace.
Non si fidava, il generale, e con quella «presentazione» intendeva mettere subito le cose in chiaro.
Fu criticato, ovviamente, per quella scelta.
Non gli furono risparmiate ironie e commenti, pesanti allusioni sulla differenza di età con la giovane seconda moglie: insomma tutto il repertorio della maldicenza e della mafiosità locale. Persino il sindaco, l’avvocato Nello Martellucci, uomo del gruppo di potere dominante (Lima, Ciancimino, Gioia), si rifiutò di portargli il saluto con la pretestuosa motivazione che doveva essere il generale a «presentarsi» al padrone di casa.
E come lo sbeffeggiavano quando andava nelle scuole a parlare di legalità coi ragazzi o quando faceva sequestrare agli angoli delle strade il pane prodotto e venduto abusivamente. Solo Leonardo Sciascia capì il valore di quel gesto e spiegò che non si poteva battere la mafia fino a quando i mercati di Palermo sarebbero rimasti repubbliche indipendenti.
Come a dire c’è Cosa nostra ma anche qualcosa di più subdolo, per esempio la mafiosità .
La solitudine del generale, in quei cento giorni palermitani, è stata ricordata più volte dal figlio, Nando, che non ha mai modificato il suo giudizio duro sulla politica che isolò il padre (giudizio riproposto oggi a Luciano Mirone, autore di «A Palermo per morire»).
E quando si parla dell’isolamento di Dalla Chiesa il discorso non può non cadere sul rapporto con Giulio Andreotti, a cui il generale, in partenza – «disarmato» per Palermo – anticipa che non avrà «nessun riguardo per la corrente Dc più inquinata» (quella di Salvo Lima, di Gioia, di Ciancimino e dei cugini Ignazio e Nino Salvo).
Li conosceva bene, il prefetto, quei personaggi.
Aveva redatto un rapporto destinato alla Commissione antimafia, quando era comandante della Legione a Palermo.
Ma quell’analisi – ricorda il figlio Nando – era arrivata in Parlamento molto manipolata, addirittura coi nomi «sbianchettati».
Qual era lo stato d’animo del generale e della giovane moglie, pochi giorni prima dell’eccidio? Bastano le parole dette al telefono alla madre da Emanuela: «Non posso venire a Milano, non voglio lasciare Carlo nemmeno per un momento, chi lo salverebbe? Siamo dimenticati, mamma, da chi ci dovrebbe tutelare».
Gli assassini del generale, della moglie e dell’agente sono stati condannati. Ma si tratta dei macellai.
Mancano le menti raffinatissime, per dirla con le parole di Giovanni Falcone.
Chi ha tradito Dalla Chiesa?
Quale conto hanno fatto pagare al generale sabaudo mandato nella terra degli infedeli? Persino la Chiesa siciliana, solitamente cauta, nel giorno dei funerali usò parole di fuoco e puntò il dito sul potere ignavo: «Mentre a Roma si discute sul da farsi, Sagunto viene espugnata», gridò il cardinal Pappalardo dal sagrato della basilica di San Domenico.
Fu solo mafia?
Oppure il «conto» inglobava anche i segreti del sequestro Moro e di quel grumo conseguente, conosciuto alle cronache come l’affaire del giornalista Mino Pecorelli?
Certo, dopo trent’anni è difficile andare a rovistare nei pozzi neri, forse andava fatto subito. Ma una coincidenza va sottolineata, al di là di ciò che hanno raccolto le indagini: Moro, Pecorelli e Dalla Chiesa sono vicende caratterizzate da una non frequente «sinergia» tra mafia e terrorismo.
La mafia siciliana ha ucciso (chissà perchè?) il giornalista molto intimo dei Servizi, è stata coinvolta nel tentativo di salvare Aldo Moro prigioniero delle Br e ha pianificato ed eseguito l’assassinio del generale.
Come una vera agenzia del crimine al servizio di altri.
Francesco La Licata
(da “La Stampa”)
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Settembre 2nd, 2012 Riccardo Fucile
LA PRIMA VOLTA DELLA FIGLIA DEL GENERALE ALLA CERIMONIA IN SICILIA
Quando vide la corona della Regione siciliana sulla bara del padre, la cacciò via. 
Non strinse la mano al presidente dell’epoca, uomo di Andreotti. A nessun politico.
Nemmeno a Pertini, come adesso un po’ si pente di aver fatto. «Solo per Pertini. Forse».
Conosciamo il sorriso ironico e rassicurante di Rita dalla Chiesa nel finto tribunale delle sue fortunate trasmissioni, capace di velare il tormento che si porta appresso da quel 3 settembre, quando, sola a casa, a Roma, apprese che la vita di suo padre Carlo Alberto e della giovane moglie Emanuela appena sposata era finita sotto i colpi di kalashnikov, feriti a morte come l’agente di scorta, Domenico Russo, spentosi dopo qualche giorno.
LA GUERRA
Palermo apparve perfida e ostile, nell’inferno di una guerra di mafia segnata dal grido del cardinale Pappalardo su «Sagunto espugnata» e da un anonimo cartello vergato a mano, lasciato sul luogo del massacro, in via Carini: «Qui è morta la speranza dei palermitani onesti».
E qui per le commemorazioni ufficiali Rita non ha mai voluto mettere piede.
Al contrario di quanto fa quest’anno, tornando domani nella caserma del padre, insieme con il ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri.
LE COMMEMORAZIONI
«Ci sono voluti trent’anni e mi sono decisa all’ultimo momento. Accompagnata da mia figlia Giulia che non aveva mai messo piede in questa città …», come spiega arrivando in treno, avviandosi in macchina lungo un percorso che coincide con quello bloccato dagli assassini di Cosa nostra.
Primo duro impatto per Giulia, gli occhi sgranati sulle strade dove rischiò di finire anche la sua vita.
«Aveva 11 anni ed è viva per miracolo», evoca per la prima volta Rita.
«Perchè mio padre voleva la nipotina in vacanza a Palermo: “Starà con Emanuela di giorno al mare, di pomeriggio in giro con la A112 (l’auto su cui viaggiava il generale il giorno dell’agguato, ndr ), la sera insieme…”».
TRAUMA
Il «miracolo» è un no secco lanciato a pochi giorni dalla strage, per telefono: «No, papà . A Palermo no. Risposi no, dalla pancia. Non sapevo, ora so perchè. Io credo all’istinto di una madre. Altrimenti quella sera ci sarebbe stata anche Giulia nella “A 112”.
Emanuela l’avrebbe portata con sè per prendere in prefettura il nonno, per la cena all’Hotel La Torre.
E sarebbero ripartiti in macchina, verso Mondello, come fecero loro due, seguiti da Russo su un’altra auto, ma ignari del commando alle spalle».
Un trauma per Giulia, mai prima a Palermo dove ha pure portato il suo bimbo di 5 anni, entusiasta, subito a caccia della maglia rosanero, lo stadio di Zamparini ammirato come un duomo.
PALERMO
«Poche ore e si stanno innamorando di questa meravigliosa città », commenta Rita, gli occhi sulle barche colorate dei pescatori di Mondello.
«Ma io torno qui ogni anno. Non il 3 settembre. Qui ritrovo mio padre, i sentimenti più forti. Torno per il Festino, la festa di Stata Rosalia, il 15 luglio, salgo a Montepellegrino dalla Santa per una preghierina. Mi fermo poco, ma la mia vista rimane sempre su Palermo, fra speranze e delusioni».
Un riferimento diretto a quanto scoperto proprio in via Carini, sotto la lapide del sacrificio: «Un cartello scritto a mano da un semplice cittadino per chiedere di “non gettare rifiuti sotto la lapide del generale”. Qualcuno continua a offendere quel luogo. Un oltraggio che stona con i palermitani onesti, con la speranza nata dal sacrificio di tanti che a volte dimentichiamo.
LA SCORTA
Come gli uomini di scorta. Non da lei: «Due estati fa, in una delle mie incursioni solitarie a Palermo, alle due del pomeriggio, sotto il sole di via Ruggero Settimo, venni fermata da un giovane.
“Lei è Rita dalla Chiesa?”. Interdetta. “Io sono il figlio di Domenico Russo”.
Aveva appena avuto un bambino, la moglie ancora in clinica, lì a due passi, alla Candela. L’ho abbracciato. Sono andata. Un pensierino al bimbo chiamato Domenico. Un segno del destino. E mi si chiede cos’è il mio legame con Palermo… Ma quando smetterò di lavorare, questo sarà il mio posto. Io ci voglio vivere a Palermo. Bella com’è. Dico a me stessa che la speranza dei palermitani onesti non è finita. E se ci credo io…».
(da “Il Corriere della Sera”)
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Agosto 30th, 2012 Riccardo Fucile
L’APPELLO DI PIERO GRASSO…E ORA ANCHE BERLINO TREMA
Le prime audizioni della nuova commissione antimafia europea confermano l’analisi di Roberto Saviano.
“Le mafie italiane si sono mosse con grande disinvoltura in questa fase di crisi economica”, spiega il presidente Sonia Alfano: “Di recente, la ‘ndrangheta ha riciclato 28 milioni di euro in poche ore, acquistando un intero quartiere in Belgio”.
I commissari di Strasburgo sono appena tornati dalla Serbia, adesso stanno programmando la loro prima visita in Italia, fissata per fine ottobre: andranno a Palermo, Roma e Milano, per ascoltare non solo magistrati e investigatori, ma anche rappresentanti del sistema bancario e del mondo imprenditoriale.
“Il parlamento europeo vuole conoscere il modello Italia di lotta alla mafia, che tanti risultati ha dato sul fronte del contrasto all’ala militare delle organizzazioni criminali”, spiega Sonia Alfano.
“Ma le audizioni sono mirate anche a capire perchè l’Italia sia in ritardo sulla legislazione riguardante il riciclaggio e la corruzione. Ad esempio, continua a non essere previsto il reato di autoriciclaggio”.
Di riforme parla anche il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso: “Ad ogni audizione a cui vengo invitato ricordo che in occasione del pacchetto sicurezza voluto dall’allora ministro Maroni tutte le forze politiche firmarono all’unanimità un ordine del giorno. Ci si impegnava a migliorare le normative su riciclaggio, voto di scambio, concorso esterno e collaboratori di giustizia. Nulla è stato fatto”.
Il procuratore nazionale invoca “nuovi strumenti” per la lotta al riciclaggio.
Non bastano più solo le segnalazioni delle operazioni sospette: ne arrivano 40.000 all’anno da parte del sistema bancario.
“Ma sono spesso irrilevanti”, spiega Grasso. “Sono invece pochissime le segnalazioni che arrivano dagli intermediari finanziari: evidentemente, società fiduciarie e commercialisti non vogliono perdere clienti”.
Il procuratore nazionale sostiene che la lotta al riciclaggio passa soprattutto dai sequestri ai boss: “Negli ultimi anni, sono stati messi i sigilli a beni per 40 miliardi di euro. Si può fare di più, con strumenti che rafforzino le indagini patrimoniali”.
Di riforme nell’antimafia si parla ormai anche oltralpe.
Dice la Alfano: “Il mio obiettivo è la realizzazione di un codice unico antimafia europeo, che preveda il reato di associazione mafiosa, il 41 bis e le confische”.
Di recente, un’apertura è arrivata anche dalla Germania, da sempre dubbiosa sul reato di associazione mafiosa configurato in Italia.
“Il capo della polizia di Berlino – spiega il presidente Alfano – ci ha detto che la situazione di infiltrazione delle mafie nella loro economia non è più sostenibile”
Salvo Palazzolo
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Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile
RIDOTTE LE COMPETENZE E TAGLIATI I FONDI AD UN ORGANISMO CHE DAL 2009 AL 2011 HA SEQUESTRATO 5,7 MILIARDI DI EURO…”CI SIAMO OCCUPATI DELLA MAFIA AL NORD, DEI CASALESI E DELLA TRATTATIVA: SIAMO DIVENTATI SCOMODI”
Era il sogno di Giovanni Falcone, che aveva compreso la necessità di avere un’unica struttura di polizia per affiancare i magistrati impegnati nella lotta alla mafia.
“In realtà la legge istitutiva della Direzione investigativa antimafia non è mai stata applicata. Anzi, oggi qualcuno sta cercando di smantellarla del tutto”.
È amareggiato, uno dei poliziotti che hanno scelto di non tacere più, oltre che arrabbiato.
Sta assistendo, impotente, all’agonia di un organismo che — tanto per fare un esempio — tra il 2009 e il primo semestre del 2011 ha sequestrato beni per 5,7 miliardi di euro e ne ha confiscati altri per 1,2 miliardi di euro.
Cifre che rappresentano l’introito maggiore per il Fondo unico Giustizia.
«Se si sono finalmente aperti gli occhi sugli intrecci tra mafia e politica nel Nord Italia, lo si deve alla nostra attività — spiega un funzionario che per motivi di sicurezza deve restare anonimo —. L’operazione “Breakfast”, per esempio, che ha coinvolto alcuni elementi di spicco della Lega Nord. O la “Doma”, nella quale sono finiti colletti bianchi e politici nazionali, “vicini” al clan dei Casalesi. Qualche mese fa è partita una nuova richiesta d’arresto nei confronti dell’ex sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino. O le principali inchieste di Palermo, dove — guarda caso — i magistrati stanno indagando sulla trattativa Stato-mafia. Ma forse è proprio per questo che siamo diventati scomodi».
Lo smantellamento sembra procedere a piccoli passi, perchè nessuno si assumerebbe la responsabilità di distruggere in un colpo solo la creatura di Falcone.
Ma basta mettere insieme alcuni fatti degli ultimi 10 mesi per rendersi conto della situazione.
È stato inutile, per gli uomini della Dia, protestare sotto Montecitorio il 26 ottobre dello scorso anno.
Pochi giorni dopo, il 12 novembre, la legge di stabilità ha drasticamente tagliato il Trattamento economico aggiuntivo (Tea), quella che in gergo viene chiamata “indennità di cravatta”: una compensazione economica (circa 250 euro mensili per un ispettore con 30 anni di carriera sulle spalle) che riconosce la specificità del lavoro di poliziotti, carabinieri e finanzieri della Dia.
Nonostante proteste e numerose interrogazioni parlamentari, si è passati al 35 per cento di quella cifra.
Peccato, però, che proprio da novembre dello scorso anno il Tea non sia più stato corrisposto: nè nella sua interezza — per i mesi di novembre e dicembre — nè nella misura del 35 per cento.
Tanto che circa 500, tra sottufficiali e ufficiali, hanno presentato ricorso.
“Ora l’Avvocatura dello Stato ha scritto al Dipartimento chiedendo perchè non sono stati erogati quei fondi — prosegue il funzionario — e sottolineando come il personale sia l’ultima risorsa da toccare, anche in tempi di spending review”.
Non solo: c’è un’analoga lettera del ministero dell’Economia che, preoccupato, fa notare come adesso siano da pagare anche gli interessi di mora. Non si capisce dunque perchè la situazione non si sblocchi.
Il bilancio della struttura, in generale, è stato fortemente penalizzato: si è passati dai 28 milioni di euro del 2001 ai 9 di quest’anno.
Oltre tutto della Dia dovevano far parte, secondo la legge istitutiva del 1991, tra le tremila e le quattromila unità . Numeri mai raggiunti.
Oggi la Direzione è composta da circa 1.400 persone, 12 centri operativi e sette sezioni distaccate, “e ci sono centri che non hanno più personale della polizia di Stato, non mandano più nè funzionari nè ispettori”.
Però ad aprile è accaduta un’altra cosa: è stato firmato un protocollo d’intesa tra la Direzione nazionale antimafia e il Corpo forestale dello Stato, per cui quest’ultimo metterà a disposizione i propri nuclei specializzati e la propria competenza in materia di tutela del territorio.
“Nulla contro i colleghi della Forestale — spiega un agente —, ma il rischio è di perdere la nostra specificità , la nostra esperienza in materia di reati associativi. Se entra la Forestale dovrà entrare anche la Penitenziaria”.
Quello che spaventa di più gli uomini dell’Antimafia, però, sta avvenendo in realtà molto sotto traccia.
Si stanno creando gruppi interforze ad hoc per il controllo degli appalti: vedi la ricostruzione all’Aquila (Gicer), l’Expo Milano 2015 (Gicex) e ora il terremoto in Emilia.
“Ma la Dia ha già al suo interno un Osservatorio centrale sugli appalti” conclude il funzionario.
La sensazione, dunque, è che la si voglia svuotare di soldi e significato.
“C’è un atteggiamento vessatorio nei confronti del personale della Dia — fa notare Enzo Marco Letizia, segretario dell’Associazione nazionale funzionari di polizia — e la politica si mostra disattenta rispetto a tutto questo”.
“Non colgo un’azione volontaria per smantellarla — ci va più cauto il segretario del Silp Cgil, Claudio Giardullo —, ma un immobilismo incomprensibile che rende impossibile utilizzare una struttura di eccellenza”.
Silvia D’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 19th, 2012 Riccardo Fucile
I PM DELLA DDA HANNO CHIESTO DI BLOCCARE IL TRASFERIMENTO DEL CAPO DEL NUCLEO INVESTIGATIVO
Gli investigatori più esperti sulle indagini antimafia sostituiti tutti nello stesso
momento.
I principali ufficiali dell’Arma dei Carabinieri trasferiti lontano da Palermo e rimpiazzati di punto in bianco da colleghi con minore esperienza sul campo: se non è l’anno zero delle indagini su Cosa Nostra, poco ci manca.
Quel che è certo è che in autunno, a Palermo, andrà in scena un vero e proprio giro di vite sul fronte antimafia: sono ben cinque gli alti ufficiali dei Carabinieri che saranno destinati ad altri incarichi.
Nomi importanti che rappresentano la memoria storica dell’Arma nella lotta alla mafia.
Il primo campanello di allarme si è attivato nelle scorse settimane con una lettera, firmata da trentacinque pm della Dda, e inviata al procuratore capo del capoluogo siciliano Francesco Messineo.
Oggetto della missiva, una richiesta senza precedenti: intercedere con i vertici dell’Ar — ma, per ritardare il trasferimento da Palermo del maggiore Antonio Coppola, almeno fino alla fine dell’anno.
Coppola è il comandante del nucleo investigativo dei carabinieri, autore delle principali indagini che hanno portato all’azzeramento dei vertici di Cosa Nostra: come l’operazione Araba Fenice, per esempio, in cui venne filmato il summit dei boss palermitani che avevano deciso di ricostituire la Cupola, prima di finire tutti in manette.
Coppola non è il solo che cederà il passo.
In autunno andrà via anche il colonnello Paolo Piccinelli, che alla guida del Reparto Operativo ha smantellato la rete di fiancheggiatori del boss Gianni Nicchi, il giovane padrino della mafia palermitana arrestato nel 2009.
Con la valigia in mano anche il generale Teo Luzi, coordinatore delle indagini sul misterioso omicidio dell’avvocato Enzo Fragalà , l’ex deputato di An assassinato a colpi di bastone due anni e mezzo fa da un uomo in motocicletta rimasto ancora oggi senza volto.
Lontani dalle indagini antimafia anche Giuseppe De Riggi, il comandante del gruppo palermitano dei militari, e il colonnello Pietro Salsano, che guida il reparto di Monreale.
Un massiccio cambio della guardia che impensierisce non poco i magistrati della procura palermitana.
“Non si possono azzerare i vertici degli organi investigativi dell’Arma tutti nello stesso momento: questa è un’iniziativa senza precedenti che credo non si sia mai verificata negli ultimi 30 anni” è il commento di Vittorio Teresi, procuratore aggiunto di Palermo.
“Il dato allarmante — continua Teresi — è che i vertici dell’Arma destineranno a quei delicati incarichi ufficiali con quasi nessuna esperienza in fatto di lotta alla mafia: non si può pensare che i nuovi investigatori facciano esperienza sulla pelle delle nostre indagini, sarà quindi naturale per noi magistrati coordinarci maggiormente con le altre forze di polizia giudiziaria che hanno già maturato ampie conoscenze su Cosa Nostra”.
Uu ampio turn over si verificherà anche negli uffici della procura di Palermo. “Ovvia — mente — rileva sempre Teresi — si tratta di due fattispecie diverse: i militari vengono trasferiti su ordine dei vertici, mentre in procura sono stati gli stessi colleghi a chiedere di essere trasferiti”.
Il Csm ha già bandito il concorso per due posti da procuratore aggiunto: sono quelli di Ignazio De Francisci, votato all’unanimità dal Csm come nuovo avvocato generale, e Antonio Ingroia, che volerà in Guatemala per prendere possesso del nuovo incarico all’Onu.
Un terza poltrona da aggiunto potrebbe essere lasciata libera da Nino Gatto. Nel frattempo è già iniziata la corsa per la procura generale, contesa da Roberto Scarpinato e dallo stesso Messineo.
L’attuale procuratore generale di Caltanissetta rischia però di essere stoppato dal procedimento disciplinare richiesto dal consigliere del Csm Nicolò Zanon, dopo il suo intervento in via d’Amelio il 19 luglio scorso.
Le ambizioni da procuratore generale rischiano di sfumare anche per Messineo, indicato a giugno dalla commissione incarichi direttivi.
Indiscrezioni lasciano intuire come l’attuale procuratore capo di Palermo possa pagare il ciclone istituzionale che ha investito il suo ufficio dopo che il Quirinale ha sollevato un conflitto d’attribuzione davanti la Consulta.
Giuseppe Pipitone
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 1st, 2012 Riccardo Fucile
UNA INDAGINE DELLA DDA DI REGGIO CALABRIA PORTA IN CARCERE L’EX CONSIGLIERE COMUNALE SURACI, UOMO DEL GOVERNATORE SCOPELLITI E LEGATO ALL’AVV. MAFRICI, COINVOLTO NELLO SCANDALO LEGA-BELSITO
L’amica del politico in odor di mafia: “I voti, i voti, i voti, dammi i voti. Lo capisci che questo è voto di scambio”.
Il magistrato: “La ‘ndrangheta è un pericolo per la democrazia”.
Reggio trema.
L’ex consigliere comunale Dominique Suraci era il referente politico della cosca De Stefano-Tegano di Archi.
Un altro fedelissimo del governatore della Calabria, Giuseppe Scopelliti, è finito in manette nell’ambito della inchieste “Sistema” e “Assenzio”, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia.
Concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione elettorale, associazione a delinquere, bancarotta fraudolenta e truffa allo scopo di ricevere erogazioni pubbliche.
C’è tutto nell’indagine condotta dalla Dia, dai carabinieri e dalla guardia di finanza.
Dominique Suraci era il dominus di un sistema criminale nel settore della grande distribuzione alimentare.
Un sistema che, l’ex consigliere di centrodestra ha sfruttato anche in chiave elettorale.
Alle elezioni del 2007, infatti, il politico imprenditore è stato eletto con 1205 voti che gli hanno consentito a Palazzo San Giorgio di ricoprire il ruolo di presidente della seconda Commissione consiliare “Programmazione e servizi generali”.
Voti rastrellati grazie all’ex direttore operativo della Multiservizi (la società mista sciolta per mafia), Pino Rechichi, e all’indagata Costanza Ada Riggio, titolare del centro studi “Corrado Alvaro”.
Il gip ha concesso gli arresti domiciliari a quest’ultima che, secondo gli inquirenti, ha convogliato su Suraci i “consensi” dei partecipanti ai corsi di formazione, attraverso la minaccia che «altrimenti sarebbero stati bocciati».
Lo scambio di voto è stato accertato attraverso le intercettazioni telefoniche e ambientali eseguite dalla Direzione investigativa antimafia.
Raccapriccianti, e allo stesso tempo significativa di come viene “pilotato” il consenso in riva allo Stretto, sono le conversazioni registrate dagli inquirenti. “Voti blindati”.
Così Costanza Ada Riggio ha definito il suo sostegno al consigliere Suraci, perfettamente consapevole che, per essere favoriti, i ragazzi dei corsi di formazione venivano sottoposti a un ricatto: “Perchè sanno che se io li verifico… a giugno a luglio loro devono fare esami, a giugno, quindi hai capito, l’elezioni vengono prima degli esami (…) io sai che gli dico: questo è un voto di scambio, agli alunni, questo è un voto di scambio, se mi escono i voti, poi usciranno i voti, così faccio che ti pare che gli dici: mi voti? (richiesta ndr). Mi devi votare (perentorio ndr), mi devi dare un voto, dammi la via, dammi il nome e la via, mi deve dare il voto (perentorio ndr.)… è finito il tempo ti do questo bigliettino”.
Tra i grandi elettori di Suraci, c’era l’ex direttore operativo della Multiservizi, Pino Rechichi, già condannato a 16 anni di carcere perchè considerato un uomo della cosca Tegano.
A lui, Dominique Suraci avrebbe consegnato una serie di nominativi che dovevano rientrare tra le 131 assunzioni che la società mista ha effettuato pochi giorni prima delle elezioni comunali. I favori si ricevono, ma si fanno anche.
E se da una parte le cosche ti danno una mano, dall’altra fai di tutto per restituire la “cortesia”.
Voti, soldi, indebite percezioni di fondi pubblici, false fatture e crediti di imposta taroccati. Sullo sfondo la “Reggio bene”, habitat naturale della zona grigia asservita e allo stesso sfruttatrice di certi ambienti criminali.
La “Reggio bene” che ha entrature importanti anche a Milano.
Non è un caso, infatti, che l’ex consigliere arrestato era intimo amico del fantomatico avvocato Bruno Mafrici, indagato nell’inchiesta sui rapporti tra la ‘ndrangheta e la Lega Nord.
In quest’ottica Suraci è stato protagonista di un’azione volta a favorire gli interessi della ‘ndrangheta garantendo ad un ampio numero di operatori economici, legati alle cosche, la possibilità di partecipare alla fornitura dei supermercati a marchio Sma, di proprietà della Sgs Group, intestata alla compagna dell’ex consigliere comunale per quale sono stati disposti gli arresti domiciliari.
L’inchiesta della Dia, guidata dal colonnello Gianfranco Ardizzone, ha svelato i retroscena di una vicenda emblematica per comprendere l’universo Suraci: quella della Vally Calabria Srl, una società che ha gestito per qualche tempo numerosi supermercati fino alla bancarotta fraudolenta avvenuta un attimo dopo la cessione formale dell’azienda dai reali responsabili del fallimento alle “teste di legno”
«L’impresa di Suraci — ha sottolineato il procuratore Sferlazza — rappresenta l’espressione della ‘ndrangheta che è un pericolo per la democrazia». L’operazione, coordinata dal sostituto procuratore Stefano Musolino, ha portato al sequestro di beni per circa 130 milioni di euro.
Oltre che per le società coinvolte nelle indagini, sono stati applicati i sigilli a una grossa e lussuosa imbarcazione attraccata nel porto di Napoli.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 31st, 2012 Riccardo Fucile
TRA PIZZO AI CAMIONISTI E AFFARI CON I COLOSSI EUROPEI… COSI’ LE COSCHE CONTROLLANO I TIR E INCASSANO MILIONI
L’ultimo sequestro c’è stato la scorsa settimana: un’azienda con quaranta tir, che
secondo la procura di Napoli appartiene a ai casalesi.
Per gli investigatori non è una sorpresa: delle 312 imprese sottratte alla criminalità organizzata negli ultimi diciotto mesi, oltre la metà si occupano di autotrasporto, il nuovo business delle cosche.
«Le mafie si adattano alle tendenze del mercato, forti del know how di professionisti che suggeriscono i settori più redditizi», spiega Michele Prestipino, procuratore aggiunto alla Direzione antimafia di Reggio Calabria.
In Italia l’86 per cento delle merci viaggia su gomma: ogni giorno sterminate processioni di camion si mettono in marcia, spesso lungo l’A1 formano un’unica colonna ininterrotta da Napoli a Bologna.
Quelle carovane sono una sorgente di guadagni, quasi infinita: il giro d’affari complessivo del settore supera i 60 miliardi l’anno.
Una torta che interessa ben 97 mila società , di cui 65 mila però sono solo padroncini: la loro ditta è il mezzo che guidano.
Lo scenario perfetto per gli strateghi dei clan, che hanno capitali da investire e armi per imporre le loro regole.
Il mercato è talmente ghiotto che Cosa nostra, casalesi e ‘ndrangheta hanno creato un’intesa nazionale, per evitare di litigare nell’ingorgo dei loro tir: l’embrione di una potentissima “Anonima Trasporti”, in grado di piegare anche le multinazionali. Francesco Ventrici, uomo della cosca calabrese Mancuso, è stato intercettato mentre metteva in guardia i dirigenti della Lidl Italia, filiale della holding tedesca dei discount: «Voi volete la guerra, ma la guerra in Calabria non la vince nemmeno il Papa». Il messaggio era chiaro: dovevano continuare a usare i camion della famiglia, qualunque concorrente avrebbe fatto una brutta fine.
Ci vuole poco per fermare un mezzo, incendiarlo è facilissimo: solo tra marzo e aprile le fiamme ne hanno distrutti 48, soprattuto al Nord, spesso senza permettere di identificare la natura del rogo.
Ma il fumo dei sospetti arriva lontano.
In silenzio, i padrini da anni si sono inseriti nelle code dei bisonti della strada. Hanno creato società con dinamismo manageriale e capacità di mimetismo.
Come spiegava un boss calabrese attivo in Lombardia: «Se ti siedi con un professionista di Tnt, gli devi parlare da professionista; se ti siedi con uno shampista napoletano, gli devi parlare allo stesso modo».
Non è un esempio a caso.
I Flachi di Milano, che da venticinque anni dominano la scena criminale padana, avevano creato un consorzio che faceva da mediatore tra Tnt, il colosso olandese della logistica, e i padroncini.
Il clan si presentava con un’offerta competitiva, senza esplicitare minacce: «Siamo da dieci anni dentro. Il nostro interesse è che la Tnt inizi a fare un percorso nuovo e noi gli garantiamo immagine, efficienza di lavoro e tutto».
Il rapporto è andato avanti per anni, finchè la magistratura non ha certificato le relazioni pericolose e commissariato per sei mesi le sedi incriminate.
«Le imprese gestite dalla ‘ndrangheta sono di piccole e medie dimensioni, ma sul mercato occupano posizioni dominanti», chiarisce il procuratore Prestipino: «Sono proiezioni imprenditoriali dell’organizzazione che non hanno necessità di far valere la qualità del lavoro perchè operano in un mercato protetto».
Spesso si limitano a mediare tra i padroncini e chi ha bisogno di trasferire la merce, fabbriche o catene di supermarket.
La mediazione ha un costo: una provvigione tra il 10 e il 15 per cento, che diventa una sorta di pizzo legalizzato.
E finisce per colpire le già magre entrate dei piccoli proprietari. «Non possiamo stare a galla perchè la concorrenza mafiosa ci strozza: un viaggio di 1.500 chilometri a noi costa 3.500 euro mentre loro lo fanno per 800 euro», denuncia Filippo Casella, imprenditore catanese con 20 camion.
Nel 1998 si ribellò alle richieste dei boss e ha testimoniato contro il padrino Nitto Santapaola: gli chiedevano due milioni e mezzo di lire al mese, ma pretendevano anche l’assunzione di amici degli amici e l’assegnazione di subappalti per le loro ditte.
Una pratica diffusa messa a nudo da decine di operazioni che hanno svelato la presenza di broker mafiosi in tutta la Sicilia: a Gela, Catania, Palermo, e soprattutto Vittoria, cuore di un distretto che produce pomodori e primizie esportati ovunque. È nell’ortofrutta che l’Anonima Trasporti riesce ad avere il ruolo più importante, condizionando l’intera filiera.
L ‘inchiesta “Sud Pontino” ha svelato il cartello delle famiglie siciliane, campane e calabresi per dominare la distribuzione agricola su larga scala: una rete che dai campi del Sud arrivava fino al grande ortomercato di Fondi, che rifornisce la capitale, e ancora più su a Latina, Bologna, Milano.
Acquistano, trasportano, rivendono.
In questo modo, i clan federati hanno la certezza di mettersi in tasca il 40 per cento del prezzo finale della merce: è come se per ogni chilo di fragole o di melanzane, quattro etti fossero cosa loro.
«A Rosarno la distribuzione alimentare medio-grande è controllata dalla cosca Pesce attraverso proprie aziende o ditte che hanno accettato il compromesso», commenta Prestipino, citando la località dove lo sfruttamento della manodopera nei campi ha provocato la più grande rivolta di immigrati mai avvenuta in Europa.
Anche i corleonesi cominciarono con i camion. Li comprarono nel dopoguerra per portare il bestiame, loro o rubato, nei macelli di Palermo. Poi li usarono per trasferire terra e materiali dai cantieri delle prime opere pubbliche.
Un ciclo che adesso si ripete spesso. «L ‘infiltrazione avviene attraverso la catena dei subappalti e per contiguità con i settori dell’edilizia e del commercio che sono tradizionalmente i più controllati dalla criminalità organizzata», analizza Rita Palidda, docente all’università di Catania ed esperta del rapporto tra mafia ed economia nell’isola.
Dai suoi studi emerge il ritratto di un predominio ormai consolidato nelle regioni meridionali: «È un paradosso la violenza negli autotrasporti: più esteso e duraturo è il controllo e meno si ricorre ad azioni violente perchè l’infiltrazione è ormai consolidata e le imprese e gli amministratori si adeguano».
La Sicilia è la prima patria di questo business: delle 59 ditte di trasporti confiscate in via definitiva, 32 hanno sede lì.
Nelle mappe delle forze dell’ordine Catania appare come una capitale della logistica di Cosa nostra.
L ‘ultima operazione è scattata a marzo, con il blocco di beni per 20 milioni di danni di Giovanni Puma, accusato di essere uomo del clan Madonia.
Fino al blitz, le sue imprese hanno lavorato per conto di Eurodifarm, la società lombarda controllata da Dhl, uno dei leader mondiali delle consegne, rimasta all’improvviso senza mezzi con cui distribuire i medicinali in Sicilia.
E anche i “supplenti” avrebbero dovuto chiedere il permesso al signor Puma.
Il provvedimento di sequestro è stato poi revocato dai giudici del riesame ma le indagini proseguono.
Il caso forse più clamoroso è quello della Riela, confiscata nel 1999 a una famiglia alleata di Santapaola: da allora i dipendenti hanno lavorato duro per farla sopravvivere nella legalità e far fruttare i duecento tir, e sono diventati un esempio.
Pericolosissimo per i boss, che non sono rimasti a guardare. Hanno aspettato il momento giusto e l’hanno tagliata fuori dai contratti.
Di fronte alla voragine nei fatturati, a gennaio l’Agenzia nazionale che gestisce i beni sequestrati si è arresa e ha messo l’azienda in liquidazione.
Ma le istruttorie hanno svelato chi c’era dietro la crisi: l’antico padrone Filippo Riela, che è stato arrestato per concorso esterno in mafia. Riela avrebbe stabilito un patto per rilevare i mezzi e girarli a una società fidata, nel tentativo di sottrarli agli inquirenti. Secondo le indagini, la rete dei Riela è composta da tante ditte “amiche” nella Sicilia orientale: impresari ragusani considerati a lui vicini hanno l’appalto per la quasi totalità dei viaggi tra Nord e Sud dei supermercati Auchan e del salumificio Rovagnati. Ora per i padrini dei tir si prospetta un altro affare: quello dei contributi pubblici destinati all’autotrasporto.
La rivolta dei Forconi che ha paralizzato collegamenti e forniture in tutta Italia è nata in Sicilia.
Ha causato danni per duecento milioni di euro al giorno. E si è chiusa con la loro vittoria: il governo Monti ha promesso incentivi per lenire gli effetti dell’aumento di carburante e agevolazioni per la costruzione di nuove infrastrutture.
Oggi ogni anno lo Stato spende 454 milioni di euro per sostenere i tir italiani. A sbarrare le strade sono stati i camionisti isolani, riuniti nel movimento Forza d’Urto, a cui poi si sono aggregati pescatori e agricoltori, altre vittime del caro gasolio. Nel giro di qualche giorno la protesta è divampata in tutta Italia, dando volto al potere della categoria.
Anche se le forze dell’ordine hanno numerosi sospetti sugli animatori dei presidi, soprattutto nelle regioni meridionali.
L’impresario che ha guidato gli sbarramenti nel trapanese è poi finito in manette: i pm di Napoli lo accusano di avere messo i suoi camion al servizio delle cosche.
Ci sono state altre denunce, respinte dal leader di Forza d’Urto, il catanese Richichi, come insinuazioni per affossare «il grande movimento popolare».
Al fianco di Richichi nelle barricate dei Forconi c’era Enzo Ercolano, figlio dello storico capomafia di Catania Pippo, fratello di Aldo, condannato per l’omicidio del giornalista Giuseppe Fava. Enzo si occupa di trasporti: insieme al padre è stato indagato e poi prosciolto nella maxi inchiesta “Sud Pontino”.
Ma non è l’unico della dinastia Ercolano, famiglia imparentata con i Santapaola, ad avere investito nei tir.
I cugini, Angelo, Maria e Aldo Ercolano, hanno fatto molta più strada: la loro Sud Trasporti si è insediata nel polmone economico del Paese, creando la base principale nell’interporto piemontese di Rivalta.
Angelo Ercolano è un imprenditore apprezzato, che non è mai stato coinvolto in indagini penali.
Gli investigatori si sono occupati di lui in una sola circostanza, prima del 2005, a causa dei suoi incontri con Giovanni Pastoia.
È il figlio di Ciccio Pastoia, boss di Belmonte Mezzagno e braccio destro di Bernardo Provenzano morto suicida in cella. Anche lui si occupa di trasporti, con filiali a Catania.
Ma questa frequentazione non ha mai dato luogo a contestazioni penali: erano solo affari. Invece gli altri fratelli-soci della Sud Trasporti, Aldo e Maria, finirono sotto accusa nel 1995 in un’inchiesta sui boss della logistica in cui spuntavano anche i nomi del padre Angelo Ercolano e di Nitto Santapaola.
Ma tutto è stato archiviato, senza ostacolare la crescita del loro gruppo. Adesso operano in tutta Europa con una branca polacca e da pochi mesi hanno aperto una nuova società : smaltimento e trasporto di rifiuti, pericolosi e non. Hanno anche un nuovo logo: “My Way. La strada del successo”.
Michele Sasso e Giovanni Tizian
(da “L’Espresso“)
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Luglio 29th, 2012 Riccardo Fucile
E’ STATO L’AUTISTA DI RIINA: “DOPO L’ARRESTO SONO ANDATI A CASA SUA, C’ERANO COSE CHE INGUAIAVANO I POLITICI, HANNO FATTO FINTA DI NULLA”… “INGROIA LO MANDANO IN GUATEMALA, LUI SA CHE E’ MEGLIO COSI'”
Il nome di un morto e la sua strada, “tutt’assieme” come direbbe lui.
Gaspare Mutolo, pentito di mafia, ha una personale mappa di Palermo: è un cimitero senza pace.
Oggi la città dell’odio la dipinge ad olio, ed è soprattutto mare.
In mezzo vent’anni di collaborazione con le istituzioni: il salto nel vuoto, dall’altra di una barricata con pochissimi eroi e troppi farabutti (tanti travestiti da uomini dello Stato), l’ha fatta con e per Giovanni Falcone.
È lui il pentito che Borsellino stava interrogando nei dintorni di Roma, quando ricevette la famosa convocazione dal ministro.
Mutolo, come succede che un mafioso si pente?
Perchè vengono traditi i sentimenti e non si ha più paura.
A Buscetta gli avevano ucciso due figli, il genero, il cognato. A Mannoia il fratello: se uno è rispettato, non gli toccano nessuno. Appena Mannoia si vede toccato il fratello, parla con Falcone.
Ma nemmeno terminò che noi mafiosi sapevamo che stava collaborando: avevamo le nostre fonti. Ma è successo qualcosa, è la prima volta in assoluto che la mafia uccide tre donne: sorella, madre e zia. Avevamo avuto anche qualche lamentela perchè era con Giovanni Bontade, il fratello di Stefano, era stata uccisa anche la moglie.
Fa una differenza?
Sì: il palermitano ha una venerazione per la donna, è diverso dal catanese o dal trapanese: noi palermitani per la donna abbiamo un sentimento diverso proprio.
Quando è stato deciso l’omicidio Falcone?
Falcone lo seguivamo da vicino, era temuto e ammirato dai mafiosi. Aveva il coraggio dell’intelligenza.
Diverso da tutti.
Dell’omicidio di Falcone noi ne parliamo già durante il maxiprocesso: avevano scoperto il suo villino vicino a Valdese, c’era uno che aveva una pizzeria che ci raccontava gli spostamenti.
Volevamo ucciderlo in una strada sterrata e boscosa.
Santa Paola aveva mandato addirittura un lanciamilissi, la katiuscha: era “il regalo per il giudice Falcone”. Ma era molto scortato, non se ne fece nulla.
Lei lo sapeva che Falcone sarebbe stato ucciso?
Logico. Dopo che fu confermata la sentenza del maxi processo — io ero in carcere — i mafiosi cominciano a dire: ora ci dobbiamo rompere le corna a tutti, ai politici e ai magistrati. Non avevano mantenuto le promesse. Infatti muore Lima, infatti muore Falcone.
E lei perchè si pentì?
Per delusione che avevo con Riina decido di parlare con Falcone: nel dicembre del ’91 gli mandai un messaggio attraverso un avvocato: “dicci a Falcone che Mutolo gli vuole parlare”. Lo ammiravo e lo volevo aiutare. Venne il 15, gli dissi: “Voglio collaborare. E comincerò a parlare dal suo ufficio e dalla Cassazione, fino in Parlamento.
Lo avvisò del pericolo?
Gli dissi che i mafiosi erano preoccupati perchè non c’era più Carnevale. Carnevale era la nostra roccaforte in Cassazione (il giudice Carnevale fu assolto dalle accuse in Cassazione, dove, dopo una sospensione, ancora esercita le funzioni, ndr). È incredibile che faccia ancora il giudice”.
E Borsellino?
Venne il 1 luglio del ’92 la prima volta, insieme al giudice Aliquò. L’incontro doveva essere segreto: a Mannoia, mentre collaborava gli hanno ammazzato tutta la famiglia. Poi arrivò la telefonata. Mi disse: “vado dal ministro”. Finalmente, poco tempo fa, Mancino l’ha ammesso: lo poteva fare vent’anni fa che non c’erano tutte queste chiacchiere, di aver stretto la mano a Borsellino. Comunque poi Borsellino torna da me. Ed era preoccupato che già sapevano del nostro incontro, era una cosa segretissima. Per lui era stato uno choc.
Lei non aveva paura di Riina?
Se avevo paura m’impiccavo da solo. Borsellino diceva: chi ha paura muore tutti i giorni.
Che rapporti aveva con Riina, prima?
C’imparai la dama. Ce lo voglio dire perchè così anche lui si può ricordare dei momenti belli. Riina mi ha dato tanto e mi ha voluto bene tanto. Mi ha fatto regalare 50mila lire a testa da tutti i mafiosi per il mio matrimonio: ho fatto a mezzo con il compare d’anello. Lo fece sia per farmi avere soldi che per informare che lui ci teneva a me. In carcere una volta lo aiutai, che a lui ci era venuta la diarrea. Tutta la notte l’ho vegliato.
La trattativa è vera?
C’è, è stato rinviato Totò. E io non me la bevo che non sono andati a casa di Riina dopo che l’hanno preso. Se mi dicono: o tu cambi opinione o ti mandiamo alla fucilazione, io vado alla fucilazione. Perchè è impossibile che non abbiano perquisito. Sono andati in casa di Riina, hanno trovato cose che inguaivano i politici e hanno fatto finta di nulla.
C’erano rapporti tra la mafia e le istituzioni?
Nel ’71 il capomafia di Bagheria, Antonino Mineo, gli disse a Franco Restivo, ministro dell’Interno: dicci al tuo compare che se vuole mandare al confino noi palermitani, il primo che ci deve andare sei tu. Se no facciamo la pelle a te e a lui. Questi erano i rapporti: convivenza e connivenza, i contatti tra mafia e forze dell’ordine, mafia e politica ci sono sempre stati. Ci sono stati personaggi cui hanno pulito i cartellini penali per fargli fare i sindaci. La Sicilia è una fonte di guadagno e di voti, senza non ci sarebbe stata la dicci, Andreotti e nemmeno Berlusconi, che tramite Dell’Utri era legato a molti mafiosi. Io a Berlusconi lo ammiro, ci sa fare. Non m’interessa del bunga bunga, perchè c’era già a Palermo molti anni prima.
Cioè?
A questi uomini politici ci piace la bella vita. Nel ’74 mi trovai in casa dell’onorevole Matta, della diccì: aveva una villa a Partanna Mondello, la mia zona. Sotto c’era un night club, con le luci, un giradischi, una distilleria di liquori con centinaia di bottiglie. E una parete intera di vestiti di lamè e di scarpe: servivano per le “signore ”. Torniamo a oggi: lei ha detto “ci vorrebbero cinque Ciancimino per ripulire Palermo”.
Massimo Ciancimino dice cose importanti.
È assurdo che si sia bruciato con il pizzino che nomina Gianni de Gennaro. Quella porcata l’ha combinata o gliela hanno fatta combinare?
Mentre Ciancimino si trovava a Bologna, lo so da persona fidata, hanno fermato due persone che si aggiravano attorno alla sua casa: erano due dei servizi segreti. Io credo che volevano fermarlo. Come a Ingroia.
Cioè?
Adesso a Ingroia lo mandano in Guatemala: lui dice che ha accettato e ci vuole andare.
Ma secondo me lui sa che è meglio così, perchè ormai è un grande conoscitore della mafia: che deve fare deve diventare un altro Borsellino o un altro Falcone?
Speriamo che le cose cambino, anche se finchè ci sono uomini come Dell’Utri e Mannino (assolto per concorso esterno, di nuovo indagato per trattativa) a decidere le cose politiche, non ci sono speranze . La Sicilia è bella, io sono sicuro che mi farò uccidere là , ci voglio tornare.
Quante persone ha ucciso?
Tante. Ma c’era sempre una giustificazione.
Non è pentito?
Forse nemmeno era giusto uccidere queste persone, è una cosa che capisco ora. Ma sempre c’era una giustificazione. Non è cosa di cui avevo colpa. Una volta ho ucciso un tale, Imperiale, a pugnalate (che è diverso da uccidere con la pistola.) Quando mi sono guardato allo specchio ero una maschera di sangue. Non lo dimenticherò mai.
Lei ora è un pittore, e una volta ha detto: “quando dipingo mi dimentico chi sono”. È difficile avere il suo passato?
Io ho rifiutato il mio passato: per dimenticarlo che debbo fare, mi devo suicidare? Ho fatto quello che pensavo giusto. Oggi accendo la musica, dipingo il mare. A volte mi commuovo perchè so che sto dipingendo Mondello. Mi sento un altro e vorrei essere quello, ma non posso cambiare il passato. Finchè sarò in vita sarò sempre l’assassino che ha fatto quello che ha fatto.
Si ricorda lo sguardo di qualcuno degli uomini che ha ucciso?
Gaspare Mutolo, che ha parlato per tre ore senza fermarsi, sorride amaramente per un tempo lungo. E poi dice: “lo sguardo di chi muore sempre quello è. Pensi: è arrivato il mio momento. Quello sguardo l’ho avuto tante volte anch’io anch’io.
Silvia Truzzi
(da Il Fatto Quotidiano )
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Luglio 27th, 2012 Riccardo Fucile
LE INTERDITTIVE EMESSE DALLE PREFETTURE SONO BASATE SUL LAVORO DELLA DIA DI MILANO… SPESSO E’ DIFFICILE INDIVIDUARE I COLLEGAMENTI CON LE COSCHE PER L’UTILIZZO DI PRESTANOME
Nel grande cantiere pubblico, il boss calabrese risulta con un impiego da operaio
semplice, eppure dalla mattina alla sera decide tutto e per tutti: a partire dalle aziende che possono lavorare.
Capita in Lombardia, la regione d’elezione della ‘ndrangheta che punta a infiltrarsi nelle grandi opere.
Il particolare emerge dall’attività degli investigatori della Dia di Milano: gente tosta e preparata che agli ordini del colonnello Alfonso Di Vito, in poco più di due anni di controlli nei cantieri lombardi, ha macinato una montagna di atti.
Risultato: le prefetture hanno emesso 148 interdittive antimafia.
Tradotto: 148 imprese sono state escluse dalle grandi opere pubbliche lombarde per motivi legati alla criminalità organizzata.
Il dato, in testa alla classifica nazionale, da un lato testimonia il grande lavoro degli investigatori, ma dall’altro fotografa un fenomeno allarmante e che i magistrati, ormai da tempo, definiscono una vera colonizzazione della Lombardia da parte delle cosche calabresi.
Colonizzazione tutt’ora in corsa con buona pace dei maxiblitz del 2010.
Numeri e controlli dunque.
Un lavoro titanico solo a mettere in fila le cifre: su un totale nazionale di 123 grandi opere, in Lombardia se ne contano ben 35, esattamente il 30%.
Di più: tra il 2008 e il 2011 gli appalti pubblici hanno toccato il tetto di 16 miliardi di euro.
Senza contare la torta Expo 2015 che mette sul tavolo un budget di 1,4 miliardi e un previsione di investimenti di 2,5 miliardi.
Negli ultimi tre anni, poi, l’antimafia lombarda ha monitorato 4.500 imprese e ben 20mila persone.
Ogni mese circa la Dia opera almeno due controlli distribuiti nelle undici province.
E per ogni accesso gli investigatori devono controllare dalle 300 alle 600 imprese. Queste le cifre che ruotano attorno a una grande opera.
Tra le varie in corso ci sono i cantieri della Tav nella zona di Trevigliato in provincia di Brescia.
Obiettivo del blitz odierno: “Verificare le norme e gli accordi finalizzati a scongiurare possibili infiltrazioni mafiose”. Semplice controllo, viene definito nel comunicato stampa, che ha, però, portato alla raccolta di molti documenti definiti interessanti.
Tante carte e moltissime visure camerali per cercare legami e collegamenti con i clan. Da qui si parte per ricostruire la storia di un’impresa.
E se il titolare o il socio, nel passato, è incappato anche solo in un’ordinanza per 416 bis, tanto basta per stilare quella che viene definita una interdittiva tipica. Il documento vale un’espulsione diretta.
Diverso il caso in cui il titolare della impresa risulta contiguo alla criminalità organizzata o comunque avvicinabile.
L’interdittiva, emessa dal prefetto, viene chiamata atipica e conta come un’ammonizione che, quasi sempre, vale comunque la cacciata da parte dei titolari dell’appalto.
In tutto questo di semplice c’è ben poco.
E la crisi economica increspa ulteriormente le acque, facilitando l’infiltrazione delle imprese mafiose nel tessuto legale.
I padrini in doppio petto dalla loro hanno, infatti, la possibilità di utilizzare lavoratori in nero e di disporre di canali alternativi per racimolare capitali.
Ma sono veramente tantissimi i canali per superare i controlli. La revisione dei camion della terra è uno di questi.
La via preferenziale la si trova in Calabria. Dopodichè il mezzo torna a solcare le strade lombarde a tal punto logorato che un autista di Sondrio, mesi fa, è stato fermato dalla polizia stradale perchè guidava indossando una maschera antigas.
Storie, dunque.
Tra le varie le tante imprese di movimento terra che dopo essere state pizzicate a intrattenere rapporti più o meno diretti con la ‘ndrangheta, sono risultate tutte intestate a donne.
O anche meglio: in molti casi i titolari sono giovanissimi. Figli o nipoti messi lì a far da schermo.
Tutto vale per confondere e sviare. Anche simulare divorzi per affidare l’impresa alla moglie.
Insomma se la mafia attacca, lo Stato, almeno in Lombardia, risponde.
Un lavoro decisivo che serve a scongiurare l’infiltrazione, ma non solo.
Alla base di questi controlli c’è l’obiettivo di monitorare che le grandi opere pubbliche vengano costruite in maniera adeguata e soprattutto con materiali non scadenti.
Come stava avvenendo per il raddoppio della linea ferroviara Milano-Mortara.
In quel caso le cosche di Platì volevano fare i riempimenti accanto alle rotaie con i mattoni traforati.
Fortunatamente un’intercettazione svelò il piano della ‘ndrangheta.
Davide Milosa
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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