Febbraio 5th, 2012 Riccardo Fucile
CHRISTIAN ABBONDANZA: “ALCUNE FAMIGLIE DELLA ‘NDRANGHETA CONDIZIONAVANO DA TEMPO LA POLITICA: APPALTI, PROCEDURE, SOCIETA’ RICONDUCIBILI ALLE COSCHE”… LA MAFIA CONTROLLA IL 10% DEL PIL LIGURE
«La criminalità organizzata nella nostra regione controlla il 10% del prodotto
interno lordo. Ovverosia, una cifra di circa 5 miliardi di euro».
Cifre pesanti quelle che Enrico Revello, segretario della Camera del Lavoro di Imperia, snocciola a Radio19, contenute nel primo “Rapporto sulla mafia in Liguria», a cura della Fondazione Caponnetto, che sarà presentato lunedì a Bordighera.
Solo un caso che la presentazione (fissata da tempo) cada a poche ore dalla decisione del Governo di sciogliere il Comune di Ventimiglia per infiltrazioni mafiose.
«Chi dice che non si era accorto di nulla, e parlo di amministratori e imprenditori, dice una bugia», accusa Revello, che lamenta come la pervasività del fenomeno criminale abbia portato ad un allargamento geometrico, di anno in anno, delle “zone grigie” (o nere) dell’economia locale, soprattutto nel ramo edile, da sempre “cavallo di Troia” di mafia e ‘ndrangheta.
«La presenza oppressiva di aziende di movimento terra “importate” in Liguria dalle mafie del Sud è il segno evidente di un tentativo di controllo totale dell’economia da parte delle associazioni criminali», aggiunge Christian Abbondanza, presidente della Casa della Legalità di Genova.
Abbondanza già nel 2010 aveva richiesto alla magistratura di avviare controlli sulle infiltrazioni mafiose nel ponente, ricevendo, per tutta risposta, una denuncia per diffamazione da parte di quella stessa giunta comunale ventimigliese che ora è stata sciolta d’imperio per mafia.
L’esposto del presidente Christian Abbondanza è stato determinante per le indagini e per arrivare allo scioglimento della giunta per condizionamenti della criminalità organizzata.
Abbondanza, non ha mai esitato a dire e scrivere che a Ventimiglia «alcune famiglie della ‘ndrangheta hanno la loro camera di controllo, oltre ad avere pesanti capacità di condizionamento anche nella politica».
La decisione di oggi del Consiglio dei Ministri le ha dato ragione, ve lo aspettavate?
Noi come Casa della Legalità ce lo aspettavamo da quel 13 agosto del 2010, data in cui facemmo l’esposto e chiedemmo di mandare la commissione di accesso e di procedere allo scioglimento e al commissariamento del Comune.
Com’è possibile questo “condizionamento”?
È possibile perchè a Ventimiglia uno dei funzionari dell’ufficio commercio e licenze, Giuseppe Barillaro è figlio di Fortunato Barillaro, già arrestato per mafia nell’ambito dell’operazione “Maglio”.
È possibile perchè questa amministrazione è stata eletta con i voti di Vincenzo Moio, vicesindaco di Ventimiglia con Scullino per due anni e che sarebbe stato accusato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Genova di essere affiliato alla ‘ndrangheta.
Senza contare poi una serie di procedure e pratiche che avrebbero agevolato gli interessi degli esponenti delle cosche. Ci riferiamo quindi agli appalti frazionati dalla municipalizzata Civitas ad alcune società che sarebbero riconducibili alle stesse cosche, oppure le pressioni di alcuni affiliati alla locale di Ventimiglia (cellula strutturata di ‘ndrangheta) per far sì che il comune approvasse il progetto del porto per poi assegnare i lavori di movimento terra, scavo e costruzione alle ditte indicate dagli stessi uomini della criminalità organizzata. Insomma, gli elementi per arrivare a questa conclusione c’erano tutti.
Il sindaco Scullino però si è sempre detto estraneo a queste dinamiche
Partiamo subito da un aspetto che credo sia fondamentale: se un amministratore non si accorge di quello che sta accadendo nel suo comune con le cosche sempre più presenti, già dovrebbe andare a casa perchè diventa un pericolo pubblico.
Se poi invece l’amministratore è compiacente spetterà ai giudici stabilirlo e perseguirlo.
Detto questo, Scullino tentò strenuamente di evitare l’arrivo della commissione di accesso, si dimise quando ne venne annunciato l’arrivo, così da tenere lontana quella stessa commissione, salvo poi ritirare le dimissioni dopo la scoperta che la normativa permetteva al ministro di ottenere gli atti già in possesso delle autorità che avevano confermato quello che noi avevamo denunciato nel 2010.
Lo stesso sindaco disse «noi siamo un libro aperto» per la commissione
Si, salvo poi precisare che durante la notte del giorno prima l’insediamento della commissione dei ladri erano entrati nell’archivio del comune e mancavano alcune pagine utili.
Poi la commissione ebbe ritardi, ma alla fine inoltrò la richiesta di scioglimento al prefetto che oggi il ministro Cancellieri ha confermato.
In meno di un anno sono stati sciolti due comuni in provincia di Imperia
E il problema non è solo Imperia ma tutta la Liguria. I comuni sciolti per mafia oggi sono Bordighera, Ventimiglia e Imperia, ma ci sono altre realtà rilevanti come Diano Marina, dove il sindaco leghista Chiappori ha nominato alla guida della municipalizzata Gm Domenico Surace, soggetto già “attenzionato”.
Se ci spostiamo nel Savonese ci sono anche altre situazioni da esaminare come Andora, Alassio, Loano, la stessa Savona dove l’ex capogruppo del Pd è stato arrestato per corruzione insieme a Pietro Fotia della cosca Morabito-Palamara-Bruzzaniti.
Poi a Genova abbiamo realtà come Arenzano, Cogoleto o mi viene in mente Lavagna. Insomma, un panorama abbastanza inquietante, di condizionamenti e infiltrazioni sia con il centrodestra, sia con il centrosinistra.
Si parla però ancora di “tentativi di infiltrazioni”
Purtroppo è vero. Io parlerei a questo punto però di colonizzazione avvenuta da parte delle mafie, in particolare della ‘ndrangheta.
Per trovare i primi rapporti tra mafia e politica in Liguria andiamo alla fine degli anni ’80, inizi ’90, mentre ancora prima vengono i rapporti mafia-impresa. La cosa veramente drammatica è che la politica continua a non rispondere, così come il mondo dell’impresa.
E se politica e impresa non chiudono le porte alle mafie queste non si fanno problemi a fare “il loro mestiere”.
I rapporti mafia e impresa purtroppo sono sempre molto stretti in alcuni settori per la capacità dell’organizzazione criminale di fornire servizi a basso costo. In più penso un’altra cosa: che senza Cancellieri oggi non saremmo qui a parlare di questo scioglimento.
Pensa che un ministro ‘politico’ non avrebbe proceduto allo scioglimento?
Non credo. Credo che un ministro politico avrebbe atteso lo scioglimento naturale previsto per questa primavera, mantenendo i ritmi lenti con cui ha lavorato la commissione.
Questo da parte di Cancellieri è stato un segnale importante a cui la politica dovrebbe reagire, ma non credo lo farà e tutti andranno avanti a fare cene e campagne elettorali con uomini contigui alle cosche solo perchè portano voti e consenso.
Perchè per esempio Maroni, giusto per fare un nome di un ministro dell’Interno politico, non avrebbe dato il via allo scioglimento?
Si pensi solo ai casi del comune di Fondi o di Desio, dove i comuni non sono stati sciolti, ma sono arrivate prima le dimissioni delle giunte rispettive proprio per evitare lo scioglimento per mafia e potersi ripresentare alle successive elezioni.
Oppure mi viene in mente l’istituzione di una sede della DIA in quel di Bologna.
Ci è voluto un tecnico per capire che una sede operativa DIA a Bologna fosse indispensabile vista la penetrazione delle mafie in quel territorio?
Per fortuna Cancellieri non avendo condizionamenti politici o sponsor ha proceduto anche a questa apertura. Una iniezione di fiducia nelle istituzioni.
E adesso Lei cosa chiede al sindaco, ormai ex, Scullino?
Dico che intanto, a seguito dello scioglimento del comune, non può ricandidarsi.
( Parte tratta da “linkiesta.it”)
argomento: Costume, criminalità, denuncia, elezioni, Giustizia, governo, mafia | Commenta »
Febbraio 5th, 2012 Riccardo Fucile
DOPO BORDIGHERA, SALTA UN’ALTRA GIUNTA PER LE COLLUSIONI CON LA ‘NDRANGHETA… IL SINDACO E’ UN FEDELISSIMO DI CLAUDIO SCAJOLA
Tutti a casa. Il consiglio dei ministri ha sciolto l’amministrazione comunale di Ventimiglia (Imperia) per sospette infiltrazioni di tipo mafioso.
Un provvedimento che arriva 11 mesi esatti dopo lo scioglimento di Bordighera dove, lì come a Ventimiglia, «sono state riscontrare – sostiene il Consiglio dei Ministri – forme di condizionamento da parte della criminalità organizzata».
Ventimiglia, qualcosa in più di 26 mila abitanti, storicamente terra di conquista – dai Romani ai Longobardi, dagli Austriaci ai Francesi -, possiede l’ultima piazza italiana che coincide con il confine di Stato.
Da lì in poi, si parla in francese. Ventimiglia, secondo la leggenda, ha dato i natali anche al Corsaro Nero ed è la porta più occidentale d’Italia.
Il governo della città , per molti anni affidato alla Democrazia Cristiana, ebbe una pausa progressista che durò un quadriennio.
Dal 1998 la cittadina è guidata dal centrodestra.
E fino ad oggi, la giunta comunale di Ventimiglia era targata Pdl: con il sindaco Gaetano Scullino, imprenditore di 65 anni, ci sono quattro assessori del Pdl e uno della Lega Nord.
Il Consiglio comunale è composto da 21 consiglieri: 12 del Pdl, uno della Lega Nord, due dell’Udc, due del Pd, uno di Fli e tre appartenenti ad altrettante liste locali.
Tutti pronti a difendere la loro onorabilità e quella dell’amministrazione comunale, in testa il primo cittadino: «Ho speso cinque anni della mia vita, lavorando dieci ore al giorno, solo per fare gli interessi della città di Ventimiglia, e vengo ripagato con questa moneta. Un verdetto che ritengo ingiusto, maledettamente ingiusto», mentre i consiglieri, di maggioranza e opposizione, negano qualunque condizionamento.
Ventimiglia terra di confine, dove vige un solido accordo tra autorità italiane e francesi di pubblica sicurezza sia in materia di clandestini che di criminali di grande spessore, in genere latitanti, che hanno interessi nella zona.
Droga, armi e denaro sporco – secondo recenti indagini degli inquirenti – gli interessi che transitano dall’ultimo comune italiano e che riguarda oltre alla Costa Azzurra anche Marsiglia e la Corsica, che sono a un tiro di schioppo.
Nel tempo, non a caso da Ventimiglia e’ passata la crema della `ndrangheta calabrese: gli Albanese, gli Ursini, i Bellocco con i Pesce, i Bruzzaniti, i Condello, i Cordi’, i De Stefano ma anche i Gullace con i Santaiti, e gli Iamonte, i Piromalli.
I fatti che hanno portato allo scioglimento sono già stati raccontati nell’inchiesta Maglio del 2011 e nella relazione del Prefetto.
Tra i punti gli interessi per la costruzione del nuovo porto
Ponente ligure provincia di ‘ndrangheta. Tradotto: presenza criminale e infiltrazioni nelle attività politiche.
La decisione, arrivata nel primo pomeriggio, appare, però, più una conferma che una sorpresa.
Per capire, infatti, basta spulciare le carte dell’inchiesta Maglio che un anno fa ha raccontato la presenza delle cosche in tutta la Liguria.
Una presenza che ha eroso non solo il tessuto imprenditoriale, ma anche quello politico.
E così nella geografia mafiosa a Ventimiglia i padrini della Calabria affidano un ruolo decisivo, quello di camera di compensazione rispetto alle dinamiche regionali.
In città esiste un locale di ‘ndrangheta. Il gip lo certifica e fa i nomi: Giuseppe Marcianò, Michele Ciricosta, Benito Pepè, Forunato e Francesco Barillaro.
Tutti uniti a doppio con filo con il capo della Liguria Domenico Gangemi.
Annotano i magistrati: “L’esistenza nella zona di Ventimiglia di un gruppo malavitoso appartenente alla ‘ndrangheta si desume dai rapporti dallo stesso intrattenuti con il locale di Genova”.
Per questo “Gangemi manteneva contatti con il locale di Ventimiglia”
E che la presenza mafiosa sia in grado di impastare i propri interessi con quelli della pubblica amministrazione lo rileva già la relazione prefettizia del 2011 dove “si segnala il tentativo di condizionamento degli enti locali soprattutto nel settore degli appalti pubblici di lavori, forniture e servizi, nonchè nel settore commerciale ed urbanistico”.
E a dimostrazione di quanto sia forte il radicamento, la stessa relazione segnala come “i carabinieri hanno notato pregiudicati calabresi, intenti ad osservare il lavoro della Commissione d’Accesso di Ventimiglia, con atteggiamenti e finalità tipici degli ambienti malavitosi della regione di origine.”
E ancora “le famiglie che fanno capo al “locale” di Ventimiglia mantengono un legame inscindibile con la potente cosca Piromalli dalla quale ricevono ordini e direttive”.
La relazione del Prefetto segnala infiltrazioni di uomini della ‘ndrangheta nella costruzione del nuovo porto.
“Fra le presenze attuali di famiglie calabresi di rilievo sotto il profilo criminale spicca la figura di Giuseppe Marcianò”.
Lo stesso che “con la società Marvon, intestata alla moglie Angela Elia, si è inserito nell’ambito dei lavori del costruendo porto di Ventimiglia”.
E tanto per spiegare quanto sia forte la presenza viene ricordato un episodio intimidatorio ai danni di un importante imprenditore della zona impegnato proprio nella costruzione della nuova marina. Il 23 novembre 2010, infatti, finiscono in carcere Ettore Castellana e Annunziato Roldi “per aver esploso colpi di fucile a scopo intimidatorio contro l’autovettura di Piergiorgio Parodi, facoltoso e noto imprenditore locale, perchè a loro avviso non aveva rispettato accordi precedentemente assunti. Il Roldi è persona vicina al noto Antonio Palamara”, uno dei primi personaggi legati alle cosche saliti in Liguria.
Impresa, dunque. Ma non solo.
Anche politica e voti, sostegni elettorali e raccomandazioni. Il tutto giocato all’ombra del cittadina al confine francese.
Lampante la vicenda del consigliere regionale Pdl Alessio Saso, eletto nel 2010, pescando preferenze nel ponente ligure.
Ed è proprio su questo punto che si concentra una parte dell’indagine Maglio del 2011.
Si legge: “In occasione delle elezioni amministrative liguri del marzo 2010, il Gangemi si impegnava a fornire il proprio appoggio ad Alessio Saso”.
E per farlo “provvedeva ad attivare il locale di Ventimiglia nelle persone di Michele Ciricosta e Giuseppe Marcianò”.
Non a caso il 3 febbraio 2010, e cioè a poche settimane dalla tornata elettorale, “il Gangemi riferiva a Saso di avere incontrato il Ciricosta e che questi gli aveva assicurato il proprio interessamento in considerazione del fatto che riteneva il Saso un bravo ragazzo”.
Non è finita, perchè la stessa inchiesta mette agli atti la vicenda dell’ex vice sindaco di Ventimiglia Vincenzo Moio che, annotano i Ros, chiedeva ai boss un aiuto per la candidatura della figlia Fortunata.
Per farlo mandava “un’ambasciata tramite Raffaele D’Agostino a Domenico Belcastro, organico al gruppo di Genova il quale mostrava interessamento alla richiesta”.
Insomma la decisione presa oggi dal ministro dell’Interno appare quasi scontata.
argomento: Comune, Giustizia, governo, mafia, Politica, radici e valori | Commenta »
Febbraio 3rd, 2012 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DI ROBERTO SAVIANO: SI E’ RIPRESO A SPARARE E I CLAN “CONSIGLIANO VIVAMENTE” DI STARE IN CASA LA SERA E DI NON USCIRE… NASCE UN MOVIMENTO DAL BASSO CHE VUOLE RIPRENDERSI LE PIAZZE
Accade che un ordine dato da un clan imponga il coprifuoco e che il resto del Paese quasi non se ne accorga.
Accade a Secondigliano, Scampia, Melito, Giugliano, in un territorio che raggiunge quasi 300 mila persone.
I clan danno l’ordine: entro le sette, sette e mezza di sera bisogna chiudere i negozi. Entro le otto tornare a casa. I bar al massimo entro le 22 devono avere le saracinesche chiuse.
Accade anche che si dica dopo poco che questo coprifuoco non esiste, che è un inutile allarmismo, un’invenzione.
Le associazioni si spaccano, i magistrati indagano, i messaggi di diverso segno iniziano a diffondersi.
È un coprifuoco anomalo. Lo consigliano piuttosto che imporlo. Lo consigliano caldamente.
E il calore dell’intimidazione prevede un’unica cosa: dichiarazione di guerra.
Le ragioni del coprifuoco sembrano infatti le ragioni tipiche di ogni conflitto, e siccome nel 2004 la faida che scoppiò interna al clan Di Lauro di Secondigliano generò molti morti innocenti, questa volta i clan chiedono a chi vive lì di non diventare un bersaglio sbagliato. O forse non lo chiedono affatto.
Accade che le persone si comportino così sentendo paura e basta.
Eppure quasi nessuno parla di quel che accade. Il destino della battaglia alle mafie è sempre identico. Diventano grimaldello utile quando le parti politiche si scontrano e quando invece l’attenzione si sposta su altro decadono dall’attenzione pubblica. Eppure il più grande tesoro da poter far tornare nelle risorse dello Stato è proprio quello delle mafie.
In questo caso Twitter sta dando il suo contributo.
Pina Picierno, deputata del Pd, ha dato avvio con un tweet a un movimento spontaneo che, sulle orme di OccupyWallStreet, invita a riprendere il controllo delle strade di Scampia, a sottrarle a chi sente di possederle e di poterne disporre liberamente.
Venerdì prossimo in piazza Giovanni Paolo II Scampia vorrebbe diventare un piccolo Zuccotti Park, e ci si riapproprierà del quartiere.
OccupyScampia avrà il merito di riportare attenzione su luoghi dove o ci si spara addosso o si muore o si scompare dalle carte geografiche.
Sperando di trovare unità tra le diverse associazioni antimafia attive sul territorio, che sono molte e spesso serie.
Il coprifuoco, ovviamente, non nasce dalla filantropia dei clan.
Morti – e soprattutto morti innocenti – significano attenzione; attenzione significa telecamere e forze dell’ordine e questo significa niente più affari nella più grande piazza di spaccio d’Europa. Gli Scissionisti usciti vincitori dalla faida si sono spaccati.
Il clan vincente governato dalle famiglie Amato e Pagano ha sempre più rapporti con la Catalogna e sempre meno con il territorio.
Il loro nome di Spagnoli era infatti determinato dal potere che avevano costruito a Barcellona. Gli Amato-Pagano avendo le spese più importanti in Spagna hanno smesso di tenere a stipendio le famiglie dei detenuti.
Errore grave che commettono sempre i clan in ascesa che perdono di vista il territorio considerandolo ormai a loro disposizione.
Tutte le mafie hanno regole disciplinate e infrangibili circa gli stipendi e gli indennizzi in caso di arresto.
Con pene inferiori ai dieci anni l’affiliato riceve una parte dei soldi in carcere per sopravvivere meglio in prigione, una fetta va alla sua famiglia e un’altra al suo avvocato (a meno che non sia l’avvocato di uno studio già a disposizione degli affiliati).
Con una pena superiore ai dieci anni l’indennizzo alla famiglia aumenta.
Questa volta dinanzi ai ritardi nei pagamenti e alle distrazioni il clan Scissionista si è spaccato. E hanno iniziato a sparare.
Le altre famiglie hanno smesso di lavorare per loro e gli hanno imposto di non oltrepassare il ponte di Melito. Se lo fanno sono morti.
Gli Amato-Pagano con le piazze di spaccio ferme e con questi divieti si sono armati e sono pronti alla risposta.
I morti già ci sono stati ma anche questi sono stati relegati alla cronaca nera locale. Il primo morto è stato Rosario Tripicchio, 31 anni, poi Raffaele Stanchi, 39, poi Patrizio Serrao, 52 anni, poi Fortunato Scognamiglio, 28 anni.
Tutto questo nel solo mese di gennaio.
Eppure è calato il silenzio. “Fa più notizia se il panettiere ti fa lo scontrino che fiumi di danaro della cocaina qui a Melito” scrive un ragazzo commentando la notizia su Facebook.
Quello che mette paura ai cittadini di questo territorio è che gli Amato sono quasi tutti in galera e quindi hanno delegato la guerra ai ragazzini.
La promessa è: se riuscite a riprendervi i territori sarete i nuovi reggenti. Spesso non pagare le mesate in carcere serve proprio a mettere le giovani generazioni di camorristi contro le vecchie.
I ragazzini sono comandati da Mariano Riccio che ha sposato la figlia del capo scissionista Cesare Pagano e vuole rinnovare il clan, scegliendo lui chi pagare e chi no affiliando persone nuove, facendo pace con vecchi nemici responsabili spesso di aver ucciso familiari degli alleati del suo clan.
Le altre famiglie, da Abbinante a Petriccione, dai Marino ai Pariante, si sono messe contro.
Ma la figura centrale è Arcangelo Abate, nuovo capo dell’asse Scissionista: senza la sua autorizzazione Riccio non potrebbe agire, senza la sua autorizzazione la guerra non potrebbe partire.
Abate è stato nei mesi scorsi scarcerato ed è oggi il nuovo re dei narcos.
E ora il territorio, già vittima in passato delle più cruente faide mai viste in Italia (decine di morti, uso di esplosivi, interi stabilimenti bruciati con persone dentro, esecuzioni di persone scelte a caso), diventa l’ambito in cui fronteggiarsi.
E allora le ragazze smettono di uscire in tacchi e indossano scarpe da ginnastica con cui è più facile scappare, non si va in macchina in due, ma solo uno per auto, perchè potresti essere scambiato per una paranza (gruppo di fuoco).
Si guida possibilmente tenendo le due mani sullo sterzo. Non si indossa casco, si evitano luoghi pubblici. Persino i negozi di pesce abituati a vendere di più la domenica ordinano meno pesce perchè si vende sempre meno.
Dettagli di un territorio in guerra. Negarlo sarebbe omertà .
Perchè la disattenzione di questi giorni sta portando i gruppi a poter decidere un coprifuoco. E i clan si nutrono di buio, di ordinarietà , di abitudine.
Tutto normale. Tutto solito.
L’attenzione costante si oppone a questo. Il contrasto alla crisi economica si fa anche fermando l’economia criminale e il furto di territorio che le mafie compiono.
A Scampia lo sanno: ogni anno a carnevale c’è un appuntamento per riprendersi (simbolicamente, e non solo) il territorio.
Anche quest’anno il 19 febbraio ci sarà la festa di carnevale, una delle poche in questi territori che non si ferma dinanzi alle case dei boss, che non mostra nessun rispetto per i poteri criminali ma che ricorda il diritto fondamentale alla felicità .
Sarebbe bello se questo governo trovasse il modo di esserci, se le luci non si spegnessero per riaccendersi solo quando è troppo tardi. Solo quando si spara e si uccide molto.
Solo quando torna la guerra, la solita guerra a sud.
Roberto Saviano
(da “La Repubblica“)
argomento: Costume, criminalità, Giustizia, mafia, Napoli, radici e valori | Commenta »
Gennaio 20th, 2012 Riccardo Fucile
MA LA LOTTA ALLA DISPERSIONE SCOLASTICA PUO’ ESSERE AFFIDATA SOLO ALLA BUONA VOLONTA’ DELLE PERSONE?
Bisogna eliminare il legame tra povertà e dispersione scolastica, creando un progetto ad hoc per la città e la Regione”; così Profumo un mese fa, a Napoli.
Napoli-dispersione: binomio quasi automatico.
Scampia — come Zen a Palermo — luogo “rinomato” solo per questa triste propensione. Qualche tempo fa un mio caro amico napoletano mi segnalava un articolo dell’Espresso sulla Festa dei Gigli, al quartiere Barra.
Alla presenza della cittadinanza locale — bambini inclusi —, colonna sonora quella del Padrino di Coppola, in una festosa atmosfera da saga paesana, pericolosi boss della camorra suggellavano — stretta di mano e bacio sulle labbra — il proprio arrivo alla festa, organizzata da uomini dello stesso clan.
E, nel corso della celebrazione collettiva, si ratificava il patto di sangue tra Angelo Cuccaro e Andrea Andolfi, pericolosi boss della zona.
Canzoni napoletane e festa pubblica della camorra, con tanto di benedizione di devoti acclamanti e macabra liturgia da parte del parroco colluso di turno.
Non è la rappresentazione kitsch della ‘ndrangheta semiseria di Cetto Laqualunque, sebbene ostentazione di ricchezze e volgarità siano le stesse. Non fa ridere.
Ma non è un film dell’orrore, non è finzione, immaginazione, parossismo.
È la rappresentazione dell’orrore, una delle tante cui sono esposti bambini e ragazzi di una zona di uno dei Paesi più ricchi del mondo, con il patrimonio artistico e culturale maggiore di tutto il pianeta.
Nell’indifferenza generalizzata, considerato che la testata è ritornata ben due volte sull’increscioso argomento.
Ma tutto tace. Insensibilità o rimozione, accettiamo che cittadini in formazione del nostro Paese socializzino l’opzione camorristica. Senza tutele, senza attenzione.
Nella logica da catarsi collettiva che consente, impietosendosi per un giorno e dimenticando il problema per i successivi 364, di tacitare coscienze e sentirsi un po’ migliori, ha suscitato scalpore a tempo determinato (ce ne siamo già tutti scordati) la vicenda di Eugenia Carfora, dirigente della scuola media Viviani di Caivano, Napoli, che — in una solitaria opera di eroico volontariato (gli eroi di oggi sono sempre isolati volontari) — fa quasi ogni giorno un giro porta a porta per condurre in classe i figli recalcitranti di una delle zone più disperate — e più disperse — d’Italia.
Questo presidio di civiltà — la scuola — è stato saccheggiato a più riprese, anche nei suoi arredi minimi, banchi e sedie; disertato a colpi di certificati medici da parte dei docenti, che in un luogo così problematico non vogliono stare, rischia di chiudere, per il numero limitato di alunni.
Per il momento non riceve risposta la richiesta della dirigente di accorpamento con un alberghiero e un laboratorio di mestieri, per creare un percorso di continuità per gli alunni: l’idea che la scuola, almeno, si prende cura del loro povero futuro.
Profumo ha convocato a Roma Eugenia Carfora il 30 novembre, per ascoltarla. “Vedremo insieme come risolvere questo problema. Lei non è sola”.
Aspettiamo.
L’Italia è una, ma le sue realtà sono molte.
Se la scuola è e deve rappresentare un modello di società , l’emergenza sociale di molte zone del Meridione non può non riflettersi su di essa, sul suo personale, su consapevolezza del mandato costituzionale, motivazione, disponibilità , coinvolgimento.
E non può non riflettersi sugli studenti che, con gli stessi occhi con cui vanno a scuola, hanno visto lo spettacolo del tributo all’illegalità , alternativa tangibile e vincente a tutto ciò che lì dentro magari qualcuno ha ancora voglia di provare a insegnare loro.
Quale forza d’impatto può avere la scuola — anche la migliore alla visione del mondo di bambini che, sin dalla più tenera età , partecipano alla luce del sole a cerimonie di investitura dei protagonisti della criminalità organizzata e dell’anti-Stato?
Quanto varia da Cuneo ad Agrigento l’orizzonte di attesa di un cittadino rispetto all’amministrazione?
Varia con il mutare del panorama urbano, quello che determina il modo di percepire la realtà , la dignità della cittadinanza, il sentirsi o meno membro di una comunità che tutela e che va tutelata.
Molti bambini di Napoli — come in altre parti di Italia — hanno visto e guardato, vedono e guardano, l’immondizia, concreta o simbolica non importa. I loro occhi sono contaminati, come la loro possibilità di credere nella legalità .
Infine, fino a quando lo Stato intende ignorare gli enormi problemi che investono soprattutto le grandi città del Sud e continuare a confidare sulle forze di pionieri, missionari, donne e uomini di buona volontà ?
Fino a quando si perpetrerà lo scandalo nazionale di una catena di colpevoli e di negligenze, connivenze e rimozioni decennali?
Marina Boscaino
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Costume, denuncia, Giustizia, mafia, radici e valori, scuola | Commenta »
Gennaio 18th, 2012 Riccardo Fucile
MOLTE DELLE ABITAZIONI CONFISCATE RESTANO ABBANDONATE: NEL 30% DEI CASI LA BUROCRAZIA BLOCCA O ALLUNGA A DISMISURA I TEMPI
Le ville dei boss le riconosci subito. Sono concepite e costruite nel segno dell’ostentazione.
Abbondano tutte di colonnati, marmi, capitelli, archi. Alcune sembrano rivisitazioni trash del Partenone.
All’interno non manca quasi mai la vasca idromassaggio, il camino, scalinate ricoperte di marmo pregiato e ogni tipo di fregio.
Poi c’è il bunker nascosto da qualche parte. Si entra da una botola e si va sotto terra.
uella di Francesco Schiavone detto “Cicciariello”, cugino e omonimo del più famoso Sandokan, capo dei casalesi, non si discosta troppo.
Ma in via Bologna ce ne sono una dietro l’altra. Alcuni la chiamano “la via degli Schiavone”. Praticamente c’è tutta la famiglia. O meglio, c’era.
Molte di queste abitazioni lo Stato le ha confiscate o lo sta per fare.
Ma poi restano abbandonate. Ed è peggio che se ci abitasse ancora il boss.
La villa di Cicciariello doveva diventare un asilo nido. La regione Campania aveva concesso anche il finanziamento. Da sei mesi è tutto fermo.
La società Agrorinasce che si occupa del recupero del beni sottratti alla camorra è in attesa di un certificato: una perizia sismica.
Da sei mesi l’ufficio del Genio civile – che dipende sempre dalla Regione Campania – non ha istruito nemmeno la pratica.
Intanto gli affiliati al clan hanno vandalizzato tutto. Distrutto il mobilio, sventrato porte e finestre, incendiato la cucina, sradicato le piante nel giardino.
Così, non solo lo rendono inutilizzabile, ma moltiplicano i costi per lo Stato che deve recuperarlo.
Secondo l’Agenzia nazionale dei beni confiscati nel 30 % dei casi la burocrazia blocca o allunga a dismisura i tempi di consegna degli immobili confiscati (a causa di ipoteche sul bene, comproprietà di quote, azioni giudiziarie, etc).
Un caso emblematico è quello della “masseria degli Schiavone” a Santa Maria la Fossa.
E’ un’area di 220 ettari, appartenuta alla Cirio.
Prima della confisca ci lavoravano 800 persone ma oggi è un paesaggio spettrale.
Gli eredi del boss hanno messo in campo i migliori avvocati per tentare la revoca della confisca.
In pratica accusano lo Stato di procedere senza averne titolo.
«Il paradosso è che dopo circa un anno di attesa, un giudice è cambiato e ora bisogna rifare tutto daccapo» dice sconsolato Giovanni Allucci, amministratore delegato di Agrorinasce.
In altri casi, per ritardare l’assegnazione, è bastato che alcuni tecnici comunali facessero una errata o imprecisa individuazione del bene da confiscare.
Ma non sempre è merito degli avvocati del clan. Molto spesso è lo Stato a complicarsi la vita. Con situazioni che rasentano il ridicolo.
A Casapesenna c’è una bellissima villa a tre piani.
Apparteneva a Vincenzo Zagaria, altro camorrista in galera.
Da 20 anni è abbandonata perchè – sembra incredibile – i magistrati inserirono nel dispositivo di confisca solo il fabbricato e non il giardino circostante.
Per il Tribunale, infatti, il fabbricato risulta essere il frutto di attività illecita ma non il terreno su cui nasce, intestato ai genitori.
Oggi per accedere alla casa occorre chiedere il permesso ai familiari del boss. Che naturalmente lo negano.
La percentuale dei beni abbandonati sale se si aggiungono quelli consegnati ma che lo Stato non riesce a utilizzare per mancanza di soldi.
Poco distante da quella di Sandokan, c’è la villa di Luigi Venosa, altro boss condannato all’ergastolo. La confisca risale a circa 12 anni fa.
Ci sono voluti 5 anni solo per trovare un finanziamento (in questo caso è intervenuto il ministero dell’Interno).
Nel frattempo hanno portato via i pavimenti, le finestre, le ringhiere e persino le piastrelle della cucina.
Tutta la trafila che va dal sequesto all’assegnazione da parte dei comuni può durare dai 10 ai 15 anni.
Dopodichè arrivano alle cooperative specializzate nella riconversione dei beni mafiosi.
Che riescono a compiere veri e propri miracoli. Proprio accanto a un terreno confiscato e abbandonato, un gruppo di ragazzi ha fatto nascere le terre di don Peppe Diana. Tutto è coltivato e produttivo.
Un’insegna colorata dice che lì la burocrazia e la camorra hanno perso.
Antonio Crispino
(da “Il Corriere della Sera”)
argomento: criminalità, denuncia, economia, Giustizia, mafia | Commenta »
Gennaio 13th, 2012 Riccardo Fucile
L’ATTO DI ACCUSA DI ROBERTO SAVIANO A NICOLA COSENTINO
Non tiri un sospiro di sollievo, Onorevole Cosentino, trattenga ancora il fiato.
Non creda che questa congiura dell’omertà che si è frapposta tra lei e le richieste della magistratura, possa sottrarla dal dovere di rispondere di anni di potere politico esercitato in uno dei territori più corrotti del mondo occidentale.
Non tiri un sospiro di sollievo, Onorevole Cosentino, perchè quel fiato non dovrà usarlo solo per rispondere ai giudici.
Il fiato che risparmierà lo deve usare per rispondere a chi ha visto come lei ha amministrato – e lo ha fatto nel peggiore dei modi possibile – la provincia di Caserta, plasmando una forma di contiguità , i tribunali diranno se giudiziaria ma sicuramente culturale, con la camorra.
Onorevole Cosentino, per quanto ancora con sicumera risponderà che le accuse contro di lei sono vacue accuse di collaboratori di giustizia tossicodipendenti.
I pentiti non accusano nessuno, dovrebbe saperlo. I pentiti fanno dichiarazioni e confessioni; i pm ne riscontrano l’attendibilità ed è l’Antimafia a formulare l’accusa, non certo criminali o assassini.
Lei, ribadisco, non è accusato da pentiti, lei è accusato dall’Antimafia di Napoli.
Ma anche qualora i tribunali dovessero assolverla, lei per me non sarebbe innocente.
E la sua colpevolezza ha poco a che fare con la fedina penale. La sua colpa è quella di avere, per anni, partecipato alla costruzione di un potere che si è alimentato di voti di scambio, della selezione dei politici e degli imprenditori peggiori, il cui unico talento era l’attitudine al servilismo, all’obbedienza, alla fame di ricchezza facile.
Alla distruzione del territorio. La ritengo personalmente responsabile di aver preso decisioni che hanno devastato risorse pubbliche, impedito che nelle nostre terre la questione rifiuti fosse gestita in maniera adeguata.
Io so chi è lei: ho visto il sistema che lei ha contribuito a produrre e a consolidare che consente lavoro solo agli amici e alle sue condizioni.
Ho visto come pretendevate voti da chi non aveva altro da barattare che una “x” sulla scheda elettorale.
Sono nato e cresciuto nelle sue terre, Onorevole Cosentino, e so come si vincono le elezioni.
So dei suoi interessi e con questo termine non intendo direttamente interessi economici, ma anche politici, quegli interessi che sono più remunerativi del danaro perchè portano consenso e obbedienza.
Interessi nella centrale di Sparanise, interessi nei centri commerciali, nell’edilizia, nei trasporti di carburante, so dei suoi interessi nel centro commerciale che si doveva edificare nell’Agro aversano e per cui lei, da quanto emerge dalle indagini, ha fatto da garante presso Unicredit per un imprenditore legato ad ambienti criminali.
Onorevole Cosentino, per anni ha taciuto sul clan dei casalesi e qualche comparsata ai convegni anticamorra o qualche fondo stanziato per impegni antimafia non possono giustificare le sue dichiarazioni su un presunto impegno antimafia nato quando le luci nazionali e internazionali erano accese sul suo territorio.
Racconta che don Peppe Diana sia suo parente e continua a dire essere stato suo sostenitore politico.
La prego di fermarsi e di non pronunciare più quel nome con tanta disinvoltura.
È un uomo già infangato per anni, i cui assassini sono stati difesi dal suo collega di partito Gaetano Pecorella, peraltro presidente della commissione bicamerale sulle ecomafie e membro della Commissione Giustizia.
Perchè non è intervenuto a difendere la sua memoria quando l’Onorevole Pecorella dichiarava che il movente dell’omicidio di Don Diana “non era chiaro” gettando, a distanza di anni, ancora ombre su quella terribile morte?
Come mai questo suo lungo silenzio, Onorevole Cosentino?
Sono persuaso che lei sappia benissimo quanto conti questo silenzio.
È il valore che ha trattato in queste ultime ore con i suoi alleati politici.
È questo suo talento per il silenzio a proteggerla ora. E’ scandaloso che in Parlamento si sia riformata una maggioranza che l’ha sottratta ai pubblici ministeri. Ma in questo caso nessuno, nemmeno Bossi – anche al prezzo di spaccare la Lega- poteva disubbidire agli ordini di un affannato Berlusconi.
Perchè lei, Onorevole Cosentino, rappresenta la storia di Forza Italia in Campania e la storia del Pdl.
E lei può raccontare, qualora si sentisse tradito dai suoi sodali, molto sulla gestione dei rifiuti, e sulle assegnazioni degli appalti in Campania.
Può raccontare di come il centro sinistra con Bassolino, abbia vinto le elezioni con i voti di Caserta e come magicamente proprio a Caserta il governo di centro sinistra sia caduto due anni dopo.
Lei sa tutto, Onorevole Cosentino, e proprio ciò che lei sa ha fatto tremare colleghi parlamentari non solo della sua parte politica.
Sì perchè lei in Campania è stato un uomo di “dialogo”.
Col centro sinistra ha spartito cariche e voti. Onorevole Cosentino, so che il fiato che la invito a risparmiare in questo momento lo vorrebbe usare come fece con Stefano Caldoro, suo rivale interno alla presidenza della Regione.
Ha cercato di far pubblicare dati sulla sua vita privata.
Ha cercato di trovare vecchi pentiti che potessero accusarlo di avere rapporti con le organizzazioni criminali.
Pubblicamente lo abbracciava, e poi lanciava batterie di cronisti nel tentativo di produrre fango.
Onorevole Cosentino, so che in queste ore sta pensando a quanti affari potrebbe perdere, all’affare che più degli altri in questo momento le sta a cuore. Più del centro commerciale mai costruito, più dei rifiuti, più del potere che ha avuto sul governo Berlusconi.
Mi riferisco alla riconversione dell’ex aeroporto militare di Grazzanise in aeroporto civile. Si ricorda la morte tragica di Michele Orsi, ammazzato in pieno centro a Casal di Principe? Si ricorda la moglie di Orsi cosa disse?
Disse che lei e Nicola Ferraro eravate interessati alla morte di suo marito. Anche in quel caso ci fu silenzio. Michele Orsi aveva deciso di collaborare con i magistrati e stava raccontando di come i rifiuti diventano soldi e poi voti e poi aziende e poi finanziamenti e poi potere.
Lei si è fatto forte per anni di un potere basato sull’intimidazione politica e mi riferisco al sistema delle discariche del Casertano che a un solo suo cenno avrebbero potuto essere chiuse perchè la maggior parte dei sindaci di quel territorio erano stati eletti grazie al suo potere: il destino della monnezza a Napoli – cui tanto si era legato Berlusconi – era nelle sue mani.
Onorevole Cosentino, non tiri un sospiro di sollievo, conservi il fiato perchè le assicuro che c’è un’Italia che non dimenticherà ciò che ha fatto e che potrebbe fare.
Non si senta privilegiato, non la sto accusando di essere il male assoluto, è solo uno dei tanti, ahimè l’ennesimo.
Lei per me non è innocente e non lo sarà mai perchè la camorra che domina con potere monopolistico ha trovato in lei un interlocutore.
Non aver mai portato avanti vere politiche di contrasto, vero sviluppo economico in condizioni di leale concorrenza e aver difeso la peggiore imprenditoria locale, è questo a non renderle l’innocenza che la Camera dei Deputati oggi le ha tributato con voto non palese.
Onorevole Cosentino prenderà questo atto d’accusa come lo sfogo di una persona che la disprezza, può darsi sia così, ma veniamo dalla stessa terra, siamo cresciuti nello stesso territorio, abbiamo visto lo stesso sangue e abbiamo visto comandare le stesse persone, ma mai, come dice lei, siamo stati dalla stessa parte.
Roberto Saviano
(da “La Repubblica”)
argomento: Costume, criminalità, denuncia, mafia, Napoli, Politica | Commenta »
Gennaio 12th, 2012 Riccardo Fucile
LA LEGA SI SPACCA: MARONI PER IL SI’ ALL’ARRESTO VIENE SMENTITO DAL BAGNINO DELLA PANZANIA CHE INDIRIZZA VERSO IL NO… IL DESTINO DI COSENTINO APPESO A UN FILO: FRANCHI SALVATORI DIETRO IL VOTO SEGRETO
Il leader della Lega Nord Umberto Bossi ha deciso di lasciare mano libera ai suoi sul voto sull’arresto del deputato e coordinatore del Pdl campano Nicola Cosentino.
“Lascio libertà di coscienza, nelle carte non c’è nulla. Bisogna stare tranquilli quando si parla di arresti”, ha detto Bossi ai microfoni di Repubblica Tv.
Una correzione di rotta rispetto alla linea adottata dalla segreteria della Lega, dove era passata la linea maroniana orientata al sì all’arresto dell’ex sottosegretario all’Economia.
Linea poi adottata dai rappresentanti leghisti nella Giunta per le autorizzazioni della Camera, che ieri ha dato il primo via libera all’arresto del parlamentare del Pdl. Oggi toccherà all’aula di Montecitorio pronunciarsi.
E un deputato del Popolo della libertà assicura che il suo partito è pronto a un vero e proprio “mezzogiorno di fuoco”.
Il Cavaliere per tutto il giorno ha pressato la Lega affinchè cambiasse idea. L’ex premier ha trascorso tutto il giorno a palazzo Grazioli, perennemente al telefono con i suoi fedelissimi che lo aggiornavano sulle trattative in corso per evitare che l’aula confermasse quanto deciso dalla Giunta per le Autorizzazioni.
Un pressing costante, accompagnato da tutto lo stato maggiore del partito. Berlusconi nel corso della giornata ha sentito più volte lo stesso Cosentino, che in serata l’ha raggiunto a palazzo Grazioli.
Ma nel mirino del Cavaliere c’era soprattutto Bossi: l’ex capo del governo l’avrebbe cercato più volte e, secondo qualcuno, tra i due ci sarebbe stato anche un incontro, il secondo dopo quello di lunedì a Milano.
“Ora – avrebbe detto Berlusconi – spero che tutti votino secondo coscienza e non per mero calcolo elettorale”.
Le parole di Bossi rendono il sì all’arresto di Cosentino molto meno scontato di quanto sembrasse dopo l’esito in Giunta.
Potrebbe risultare decisiva la procedura.
Se verrà chiesto il voto segreto, assicurano nel Pdl, potrebbero scattare “varie dinamiche” soprattutto tra i parlamentari campani anche di altre forze politiche: è vero che alcuni berlusconiani potrebbero dire sì all’arresto (“magari per ragioni personali”), ma altri (anche in Udc o Pd) potrebbero decidere di “graziare” l’ex sottosegretario.
L’esito della votazione è a questo punto molto incerto.
Di sicuro c’è soltanto la spaccatura sempre più evidente della Lega.
argomento: Bossi, Costume, denuncia, la casta, LegaNord, mafia, Parlamento, Politica, radici e valori | Commenta »
Dicembre 11th, 2011 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA DI NAPOLI, TARGATO PDL, INDAGATO DAI PM DELLA DDA COME INDAGATO PER CONCORSO IN FRODE BANCARIA AL FINE DI FAVORIRE LA CAMORRA, SCARICA SU COSENTINO: “IO L’HO SOLO ACCOMPAGNATO”
Lui parla di “clamoroso equivoco” e si dice “sereno” e “convinto di aver chiarito tutto”. 
Attraverso una linea difensiva che conferma il suo istinto gregario nei confronti di Nicola Cosentino. “Chiedete a Nicola di quel prestito, io l’ho soltanto accompagnato in banca e manco sapevo dove stavo andando…”. Parola di Luigi Cesaro, deputato Pdl e presidente della Provincia di Napoli. Cesaro è stato interrogato dai pm della Dda di Napoli Francesco Curcio e Antonello Ardituro in qualità di indagato per concorso in frode bancaria con l’aggravante di aver favorito la camorra, nell’ambito dell’inchiesta “Il principe e la ‘scheda’ ballerina”, che ha vivisezionato i rapporti tra i clan dei Casalesi e la politica locale.
Inchiesta dove è indagato anche Nick ‘o Americano, per il quale martedì scorso il Gip Egle Pilla ha inoltrato alla Camera dei Deputati la richiesta di autorizzazione a procedere all’arresto, con l’accusa di aver esercitato indebite pressioni presso una filiale romana dell’Unicredit per sbloccare una linea di credito di 5 milioni e mezzo di euro alla Vian srl di Nicola Di Caterino, cognato del sindaco di Casal di Principe Cipriano Cristiano, che intendeva realizzare il centro commerciale “Il Principe”.
Società vicina alle cosche, secondo la Procura, attraverso cui riciclare i proventi dei clan Schiavone e Bidognetti, distribuire posti di lavoro, rafforzare clientele elettorali.
A quell’incontro a Roma, presso la filiale Unicredit di via Po, con Cosentino c’era anche Cesaro.
Il presidente della Provincia di fronte ai pm ha minimizzato il significato della sua presenza al fianco del discusso parlamentare di Casal di Principe, sodale di mille battaglie per la conquista del Pdl napoletano e campano (Cosentino è, tuttora, coordinatore regionale, Cesaro è il coordinatore provinciale). Definendola casuale.
Secondo la ricostruzione di Cesaro, Cosentino gli avrebbe chiesto di essere accompagnato da Mario Santocchio, referente del Pdl di Scafati, presidente della società provinciale dei trasporti di Salerno, che all’epoca scalpitava per conquistare candidature e spazio nel partito: era lui l’organizzatore degli appuntamenti coi vertici Unicredit.
Santocchio infatti è il cognato di Cristofaro Zara, il funzionario dell’Unicredit dal quale dipendeva lo sblocco della pratica finanziaria.
L’inchiesta rivelerà che la linea di credito è stata aperta nonostante l’inadeguatezza delle garanzie economiche e la falsità della fidejussione presentata.
“Della questione finanziaria non so nulla — ha tagliato corto Cesaro davanti ai magistrati — dovete farvela illustrare da Nicola”.
Non è un bel momento per Cesaro.
La manovra di Mario Monti rischia di svuotare le province e di privarlo della giunta.
Una recente sentenza della Consulta ha stabilito la totale incompatibilità tra i ruoli di parlamentare e sindaco: la sua applicazione potrebbe essere estesa anche ai presidenti di Provincia, costringendolo a optare tra uno dei due incarichi.
Infine l’ufficializzazione di un’inchiesta per vicende di camorra, che arriva dopo mesi di boatos.
Vicende che un effetto, squisitamente politico, probabilmente l’hanno avuto: proprio ieri Cesaro ha annunciato la rinuncia a ricandidarsi alla guida del coordinamento provinciale del Pdl: “Ora è il momento di rinnovarsi, abbiamo molti giovani validi”.
Vincenzo Iurillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Costume, denuncia, Giustizia, governo, mafia, PdL | Commenta »
Dicembre 9th, 2011 Riccardo Fucile
A MILANO IL PDL IN TRINCEA CONTRO L’IPOTESI CHE SIA NOMINATO PRESIDENTE DI UNA COMMISSIONE CONTRO LE INFILTRAZIONI MAFIOSE UN CONSIGLIERE CHE HA DENUNCIATO I RAPPORTI DI UN ESPONENTE PDL CON L’ARRESTATO GIULIO LAMPADA E IL CLAN VALLE
A Milano l’antimafia ha un grosso problema: David Gentili. 
È il consigliere comunale del Pd che più si è dato da fare, già sotto il sindaco Letizia Moratti, affinchè fosse varata una commissione consiliare sulle infiltrazioni mafiose in città .
Ora che il vento è cambiato e che il sindaco Giuliano Pisapia ha dato il via libera all’iniziativa, è il candidato naturale a presiederla.
Ha però ricevuto lo stop dell’opposizione Pdl, che ha bloccato tutto.
La maggioranza di centrosinistra vorrebbe fare la commissione coinvolgendo anche l’opposizione, ma il Pdl dice no: con Gentili non si può.
I più duri in proposito sono stati i consiglieri Giulio Gallera e Carlo Masseroli, seppur in buona e affollata compagnia.
Gentili è “poco equilibrato”. È “giustizialista”. E trasformerebbe la commissione Antimafia in un “tribunale del popolo”.
Ma che cosa ha mai combinato David Gentili per diventare l’ostacolo insormontabile al varo dell’organismo anti-cosche a Milano?
È risultato in contatto con qualche mafioso? Ha partecipato a cene con i boss? Ha fatto affari con gli uomini della ‘ndrangheta? No.
Ha fatto in Consiglio comunale un nome che non doveva fare: quello di Armando Vagliati, che siede con lui in Consiglio, nei banchi del Pdl, ed è più volte citato nelle inchieste antimafia per i suoi rapporti con Giulio Lampada, arrestato il 29 novembre con l’accusa di essere il “braccio politico” del clan Valle della ‘ndrangheta (per chi voglia saperne di più, rimando al libro di Chiarelettere “Le mani sulla città ”). Di Vagliati, Lampada (intercettato) parlava così: “Siamo accreditati, c’è la fiducia, capisci cosa voglio dire. Perchè lui sa che sputazza non ne ho fatto mai e si butta a capofitto. Dice: vuoi questo, facciamo quello che cazzo ti interessa”.
Chiaro? Vagliati conosce bene i Lampada, sa che “sputazza” non ne fanno.
Lui “si butta a capofitto”.
E, secondo gli investigatori, “era pienamente a conoscenza della loro appartenenza al gruppo criminale”.
È anche il firmatario di uno strano emendamento al Pgt di Milano, il Piano di governo del territorio, che ha proposto di rendere edificabile un’area in zona Ripamonti a cui era interessato proprio Giulio Lampada.
Scrivono i carabinieri: “L’attività investigativa permetteva di accertare che Armando Vagliati costituiva l’elemento di riferimento dei Lampada con il Comune di Milano, per la risoluzione delle diverse problematiche di ordine amministrativo che potevano interessare questi ultimi”.
A confermarlo è lo stesso Lampada: “Mi ha fatto capire Armando al telefono che il problema si può risolvere con quelli del Comune. Vedi, non me lo ha detto chiaro, mi ha detto poi ci vediamo, più tardi ne parliamo”.
E gli investigatori annotano: “È importante sottolineare come Vagliati abbia preferito non parlare al telefono, attestando, in tal modo, l’illiceità dell’operazione”. Attenzione: saranno i processi a scrivere le parole definitive su questa vicenda.
Allo stato attuale, a Vagliati non è addebitato alcun fatto di rilevanza penale. Non risulta neppure indagato. Ma lui, per errore o distrazione, era in contatto con Lampada. Eppure il problema dell’Antimafia, a Milano, si chiama David Gentili.
Gianni Barbacetto
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Giustizia, mafia, Milano | Commenta »