Ottobre 25th, 2011 Riccardo Fucile
VETTURE DI LUSSO PORTANO IN GIRO I FUNZIONARI DI POLIZIA MENTRA UNA NORMA RISCHIA DI CANCELLARE L’IDEA DI FALCONE… AL POLO TUSCOLANO 70 VETTURE A DISPOSIZIONE DEI DIRIGENTI, QUANTO LE VOLANTI DELL’INTERA CITTA’
Bmw X3, Mercedes classe E, Audi A6. E poi Volvo, Citroen, altri modelli di Bmw, persino Mini Cooper.
I tempi sono sempre più magri, ma non per tutti.
Nonostante il decreto legge della Presidenza del Consiglio che imporrebbe auto blu di cilindrata massima 1600 cc, curiosando al “Polo Tuscolano” della Polizia si trova di tutto.
Una struttura tutta specchi inaugurata nel 2005 proprio di fronte agli studi di Cinecittà , a Roma, che ospita ben quattro direzioni centrali: l’anticrimine (al cui interno ci sono lo Sco, la scientifica e il controllo del territorio), la polizia di prevenzione (l’Ucigos), l’immigrazione e le specialità .
Quindi quattro direttori centrali, i soli che — secondo un regio decreto ancora in vigore (da allora sono state emanate solo circolari interne) — avrebbero diritto alla vettura anche per essere accompagnati a casa.
Tutti gli altri, alti dirigenti e funzionari compresi, potrebbero salire a bordo solo per lo svolgimento del proprio servizio sul territorio e per fini istituzionali.
Eppure ogni giorno dal Polo Tuscolano escono circa 35 vetture nuove e di grossa cilindrata e almeno altrettante sono quelle che rimangono parcheggiate “a disposizione della segreteria”.
Impossibile quantificare la spesa: non tutte sono di proprietà del Dipartimento della Pubblica sicurezza, cioè del Viminale.
Alcune vengono noleggiate perchè, secondo l’amministrazione, i contratti con le società di noleggio sono più convenienti.
Ci sarebbero persino auto di altre amministrazioni, per esempio l’ente Poste, messe a disposizione dei vertici.
Se si pensa che per ogni vettura ci sono almeno due autisti e che ogni dirigente ha a disposizione anche più di quattro ruote, si comprende bene lo spreco di denaro pubblico.
Forse, però, la cosa che fa arrabbiare di più — soprattutto i poliziotti — è che il numero delle auto presenti al Polo Tuscolano supera quello totale delle volanti (non certo nuove o di lusso) presenti sull’intero territorio della capitale.
Secondo i dati del Silp, ogni turno prevede l’uscita di 20 volanti dalla caserma di via Guido Reni e di altre 30 volanti dai commissariati.
“La classe politica non è all’altezza di controllare la classe amministrativa — commenta Gianni Ciotti, segretario provinciale Silp —. Nonostante varie censure della Corte dei Conti, si fa un uso abnorme delle auto blu. Il decreto emanato in agosto dalla Presidenza del Consiglio sta cercando di mettere ordine nella giungla normativa, ma noi ribadiamo che si tratta di una questione culturale”.
Se le volanti rimangono senza benzina, non si capisce perchè le auto blu debbano girare indisturbate.
C’è, però, un altro elemento che allarma le forze dell’ordine.
Nella legge di stabilità , a meno di stravolgimenti politici, è inserito un comma che, unito ai tagli al comparto, andrebbe ad uccidere la Direzione investigativa antimafia. Proprio quella voluta da Giovanni Falcone, quella che fa sbandierare al ministro Maroni i dati sui sequestri e sulle confische: 5,7 e 1,2 miliardi di euro tra il 2009 e il primo semestre 2011.
Il comma 21 dell’articolo 4 colpirebbe il “Tea”, trattamento economico aggiuntivo, riducendo del 20 per cento gli stipendi dei 1300 operatori. I sindacati di polizia hanno calcolato che, assieme ai tagli operati negli ultimi anni, alla Dia mancherebbero ben 13 milioni di euro.
Una riduzione che comporterebbe la morte dell’antimafia.
Con un comunicato congiunto, Silp Cgil, Anfp, Siulp, Sap, Siap Ciosp, Consap, Ugl e Uil hanno chiesto lumi al titolare del Viminale, denunciando un “senso di mancata considerazione per l’opera prestata con impegno costante e abnegazione, a volte mettendo a repentaglio la propria incolumità , nella consapevolezza e convinzione di rendere un servizio al Paese”.
A metterci il carico da 90 ci hanno pensato poi i rappresentanti dei carabinieri: un provvedimento “assolutamente incomprensibile — si legge in una nota del Cocer — che sarebbe apparso più logico ed accettabile se fosse stato promanato da quegli individui che gli uomini della Dia hanno assicurato alla giustizia”.
Il timore è che non si tratti soltanto di fare cassa, ma di voler deliberatamente uccidere un organismo fondamentale nelle inchieste che sfiorano anche apparati dello Stato.
Il mondo dell’antimafia è in rivolta, da Libera di don Ciotti alla Fondazione Caponetto a Rita Borsellino.
Finora, però, senza risultati.
Silvia D’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 21st, 2011 Riccardo Fucile
PER LA PROCURA DI PALERMO “ROMANO SI E’ MESSO A DISPOSIZIONE PER AIUTARE COSA NOSTRA INTASCANDO 500.000 EURO”
Bernardo Provenzano è uno che sulla politica ha sempre avuto la vista lunga, scegliendo i
giovani su cui puntare, quelli destinati ad andare lontano.
E la sua attenzione sarebbe stata catturata da un rampollo democristiano, un ragazzo sveglio che non disdegnava i contatti con gli amici degli amici.
E’ così che secondo i nuovi verbali raccolti dagli investigatori il padrino corleonese nel 2001 avrebbe investito sulla carriera di un parlamentare particolarmente promettente: Saverio Romano.
Una nuova accusa contro l’onorevole che nello scorso dicembre ha lasciato l’Udc garantendo la sopravvivenza del governo di Silvio Berlusconi e ottenendo poi la poltrona di ministro dell’Agricoltura.
Pochi giorni fa, le prime intercettazioni trasmesse dalla procura di Palermo alla Camera hanno spinto Gianfranco Fini a chiederne le dimissioni, innescando uno scontro con il segretario del Pdl Angelino Alfano.
Ma adesso “l’Espresso” è in grado di rivelare tutti gli elementi raccolti dagli investigatori nei confronti dell’esponente siciliano dei Responsabili.
A partire dalle dichiarazioni inedite di un collaboratore di giustizia considerato di primo piano dagli inquirenti: Giacomo Greco.
Non è un mafioso qualsiasi, perchè arriva da una famiglia che per decenni è stata al fianco di Provenzano.
E conosce Romano da sempre perchè sono cresciuti nello stesso paese, a Belmonte Mezzagno, piccolo centro a 24 chilometri da Palermo, con una forte presenza mafiosa. Nel 1997 i carabinieri li fermarono insieme durante un controllo di ruotine: con loro c’era un’altra persona, poi assassinata.
Ma soprattutto il pentito è il genero del boss Ciccio Pastoia che per decenni curò gli interessi economici e la latitanza del vecchio padrino di Corleone.
Nel 2004 Pastoia fu intercettato da una microspia mentre confidava i segreti del sistema di potere di Provenzano, svelando mandanti ed esecutori di diversi omicidi. Fu arrestato e in carcere si suicidò per avere disonorato la sua famiglia.
Ma i mafiosi non giudicarono la sua morte sufficiente a lavare l’onta: bruciarono il loculo con la sua bara
Oggi i verbali di Greco sull’appoggio di Provenzano per il futuro ministro sono importanti perchè confermano il contesto delle altre accuse, quelle per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione “aggravata dall’avere avvantaggiato” Cosa nostra.
Due procedimenti distinti, per i quali il parlamentare era già indagato prima della nomina a ministro. Le ipotesi di reato sono gravissime.
Il parlamentare avrebbe incassato tangenti per circa 500 mila euro per favorire una società in cui avevano interessi Vito Ciancimino e Bernardo Provenzano.
E per questo motivo gli inquirenti ritengono che Romano facesse parte di un “comitato d’affari” dove si “collegano le condotte di imprenditori spregiudicati, liberi professionisti a libro paga, amministratori corrotti, politici senza scrupoli votati ad una “raccolta del consenso” senza regole”.
Ma la storia, stando al racconto di Giacomo Greco ai pm di Palermo, comincia con le elezioni del 2001, quando la famiglia dei Mandalà di Villabate, che gestiva la latitanza di Provenzano, e quella di Ciccio Pastoia “si interessarono per far votare Saverio Romano”.
Il pentito spiega che all’epoca venne a conoscenza di queste direttive dei boss “perchè direttamente informato da Ciccio Pastoia e dai suoi figli”.
Mafia e politica si intrecciano ancora una volta: dieci anni fa, secondo Greco, c’era la “necessità ” di portare Saverio Romano in Parlamento. Per farlo eleggere tutto il clan si sarebbe mobilitato.
Evitando passi falsi: per non “bruciare” il candidato, Ciccio Pastoia evitò di farsi vedere in pubblico insieme a Romano, ma come rivela il pentito, i due si conoscevano bene e l’uomo di fiducia di Provenzano teneva i suoi rapporti con il futuro ministro attraverso Nicola Mandalà , il mafioso che per due volte accompagnò Provenzano in una clinica a Marsiglia.
“Sia Ciccio Pastoia che i suoi figli Giovanni e Pietro affermarono che su Romano c’era anche l’interesse dello “zio” e cioè di Bernardo Provenzano”, spiega il collaboratore di giustizia. Ma nel 2003 le cose cambiano.
I carabinieri del Ros cominciano a concentrarsi su Belmonte Mezzagno, piazzando microspie e telecamere nascoste: lo stesso Romano finisce sotto inchiesta assieme a Totò Cuffaro.
E i boss sostengono di venire delusi da lui, perchè non mantiene più le promesse.
“Nel 2004 Ciccio Pastoia mi incaricò di organizzare ed eseguire un attentato incendiario in danno dell’abitazione del padre dell’onorevole Romano.
Mi disse che Nicola Mandalà ce l’aveva con Romano perchè non aveva mantenuto gli impegni precedentemente assunti”.
L’intimidazione non venne portata a termine perchè il controspionaggio dei mafiosi, come spiega Greco, aveva individuato le indagini segrete del Ros: c’era il rischio di finire nel mirino delle telecamere piazzate nel paese.
Giacomo Greco è il quarto pentito a parlare del ministro, dopo Francesco Campanella, Angelo Siino e Stefano Lo Verso.
E anche le sue deposizioni hanno pesato nella decisione dei pm di Palermo di cambiare linea nei confronti di Romano.
Nei mesi scorsi la procura aveva chiesto per due volte l’archiviazione delle accuse di mafia, pur sostenendo la “contiguità ” del ministro con gli ambienti mafiosi. Il gip ha respinto e alla fine ha imposto l’imputazione.
E oggi i pubblici ministeri sono convinti che il parlamentare abbia “consapevolmente e fattivamente contribuito al sostegno e al rafforzamento di Cosa nostra, mettendo a disposizione il proprio ruolo così contribuendo alla realizzazione del programma criminoso dell’organizzazione, tendente all’acquisizione di poteri di influenza sull’operato di organismi politici e amministrativi”.
Quanto alla corruzione, secondo i pm le prove sono in 25 conversazioni registrate dai carabinieri di Monreale tra luglio 2003 e settembre 2004.
Al centro c’è il Gruppo Gas, una holding energetica “made in Corleone” controllata da Provenzano e Ciancimino.
Le intercettazioni sono state inoltrate dal gip Piergiorgio Morosini alla Camera con la richiesta di utilizzazione.
I consulenti della procura (Elio Collovà e Salvo Marino) hanno evidenziato in una relazione consegnata ai pm “l’importanza dell’appoggio offerto dai politici al Gruppo Gas nel “controllo occulto” delle procedure relative alla installazione degli impianti di metanizzazione in diversi comuni della Sicilia; procedure connotate da gravi irregolarità amministrativo-contabili funzionali all’aggiudicazione “preferenziale” dei lavori”.
Il collegamento fra Romano e la società di Ciancimino-Provenzano è rappresentato dal professore Gianni Lapis, indicato come l’uomo di fiducia di “don” Vito Ciancimino e la mente economico-politica del figlio Massimo Ciancimino.
Lapis è stato condannato in Cassazione per tentata estorsione mentre ha ottenuto la prescrizione per avere fatto da prestanome a Ciancimino.
Dalle conversazioni di Romano depositate alla Camera emerge il collegamento fra Lapis, il gruppo dell’Udc in Sicilia e le somme che avrebbe incassato.
Un pagamento che mette l’attuale ministro “a disposizione” del clan Ciancimino.
Ai politici Ciancimino versò in un solo anno un milione 330 mila euro.
Gli investigatori sottolineano che è “emblematico” quanto accadde il 3 divembre 2003 quando Lapis chiamò Romano che si trovava nell’aula del Parlamento per chiedergli due favori: inserire un emendamento nella legge finanziaria e ottenere un’udienza al ministero delle Attività produttive, “con l’intima consapevolezza che Romano non avrebbe potuto negarglieli, vista la somma di denaro che attendeva da Lapis”.
Per poter agevolmente acquistare metano dalla Russia e essere autorizzato a rivenderlo in Italia, Lapis aveva la necessità che fosse presentato un emendamento alla Finanziaria.
Le intercettazioni rivelano che il professore dopo aver assicurato Romano che il giorno dopo si sarebbero visti “per definire la transazione economica promessa”, gli chiede di intervenire in modo da far integrare l’emendamento a proprio vantaggio.
E Romano “si mise immediatamente a disposizione”, invitandolo a inviargli un fax con la stesura del testo da presentare.
Gli investigatori evidenziano che “due giorni dopo la vendita del gruppo Gas che permise al professore Lapis di avere una disponibilità economica di circa 20 milioni di euro, i politici dell’Udc (oltre a Romano, Salvatore Cuffaro e Salvatore Cintola) si sono prodigati per agevolare Lapis”.
Per questo motivo il giudice sostiene che Romano farebbe parte di un “comitato d’affari”:
“I politici gestiscono il flusso della spesa pubblica e le autorizzazioni amministrative; gli imprenditori si occupano della gestione dell’accesso al mercato; i mafiosi riciclano capitali, partecipano agli affari e mettono a disposizione la forza materiale per rimuovere gli ostacoli che non è possibile rimuovere con metodi legali”.
Al ministro viene contestato che “nello svolgimento delle sue funzioni pubbliche si sarebbe messo al servizio degli interessi” delle holding di Ciancimino-Provenzano.
Per i favori concessi Romano avrebbe ricevuto in tre tranche somme in contanti per circa 500 mila euro.
Le conversazioni telefoniche evidenziano un “rapporto di stabile disponibilità ” del ministro in favore della società energetica che stava a cuore a Provenzano.
Per l’uomo dell’Udc e oggi leader dei Responsabili, il professore Lapis era diventato una fonte di approvigionamento dal quale non avrebbe voluto più staccarsi.
Tanto che dopo il terzo versamento in contanti, Romano continua a chiamare Lapis, da come emerge dalle intercettazioni depositate alla Camera. Il 22 marzo 2004 il deputato telefona per la terza volta, nell’arco di poche ore. Lapis risponde un po’ infastidito e gli dice di non avere novità e che presto gli avrebbe fatto sapere.
“Non abbiamo novità per quelle cose… perchè io non ci sono stato e debbo provvedere ancora, va bene?”.
Romano risponde:”Mi fai sapere tu allora”.
Lapis chiude la telefonata, annuisce, ma non si ribella.
Perchè pagando Romano gli si erano aperte molte porte.
Lirio Abbate
(da “L’Espresso“)
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Ottobre 19th, 2011 Riccardo Fucile
I POLITICI TRATTARONO PER PAURA DI ESSERE UCCISI: NEL 1992 NEL MIRINO DEI BOSS C’ERA UN ELENCO DI MINISTRI… LA SVOLTA NELLE INDAGINI GRAZIE A NUOVI DOCUMENTI E ALLE RIVELAZIONI DEI PENTITI
Oggi sappiamo perchè, al tempo delle stragi, c’è stata una trattativa con la mafia. Sappiamo che non l’ha voluta Totò Riina, ma l’ha voluta lo Stato: per salvare la vita di alcuni uomini politici. Erano in una lista nera. Un elenco di ministri.
E fra loro c’era anche – come riportava una nota del Viminale alla fine dell’inverno 1992 – quello che veniva considerato «il futuro presidente della Repubblica», ossia Giulio Andreotti.
Dopo diciannove anni avvolti nell’omertà e nei depistaggi, su quel patto segreto i procuratori di Palermo stanno seguendo una pista che porta dritta a una conclusione: con l’uccisione dell’eurodeputato siciliano Salvo Lima e quella di Giovanni Falcone qualcuno era finito anche lui nel mirino dei Corleonesi e così ha ordinato – a uomini di fiducia dei reparti investigativi – di agganciare i boss per fermare i sicari e salvarsi la pelle.
Pezzi da novanta della politica che i mafiosi – a torto o a ragione – consideravano «traditori».
Amici o complici che non avevano rispettato accordi antichi, gente che in passato si era presa i voti di Cosa Nostra e poi aveva dimenticato tutto.
La lista nera che hanno ricostruito i magistrati è il risultato di una lunghissima attività istruttoria iniziata nella primavera del 2009 e che è stata completata con l’acquisizione, un mese e mezzo fa, di un documento del ministero dell’Interno su «strategie destabilizzanti» ed «eventi omicidiari» che nel 1992 avrebbero insanguinato il Paese.
Il documento – di cui leggerete alcuni stralci qualche riga più sotto – è diventato pubblico il 10 ottobre scorso, depositato dai pm al processo contro il generale Mario Mori accusato di avere favorito la latitanza di Bernardo Provenzano.
Un dibattimento che è diventato, di fatto, un «pezzo» della trattativa fra Stato e mafia.
Ma torniamo all’elenco dei bersagli della mafia scoperti dagli investigatori.
Si apre con quello che era allora il ministro per gli interventi straordinari per il Mezzogiorno Calogero Mannino, un ras in Sicilia.
E poi Carlo Vizzini, palermitano, ministro delle Poste e Telecomunicazioni.
Il ministro della Giustizia Claudio Martelli, che da poco più di un anno aveva chiamato accanto a sè Giovanni Falcone come direttore generale degli Affari penali al ministero di via Arenula.
E Salvo Andò, catanese, socialista, ministro della Difesa.
C’era anche Sebastiano Purpura, un politico siciliano che 19 anni fa era assessore regionale al Bilancio e soprattutto era un fedelissimo di Salvo Lima.
Sono loro i primi nomi che compaiono nell’indagine dei magistrati di Palermo.
Dalla montagna di carte – centinaia di interrogatori, confronti all’americana, deposizione di pentiti, sequestro di atti – sul negoziato cominciato subito dopo la strage Falcone e poco prima della strage Borsellino è affiorato il «movente», probabilmente è stata individuata la ragione che ha portato uomini degli apparati ad avvicinare personaggi come l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino e che ha convinto successivamente lo stesso Totò Riina a scrivere il «papello», quella piattaforma di rivendicazioni giudiziarie e carcerarie in favore di Cosa Nostra da sottoporre allo Stato.
Sconti di pena, revisione del maxi processo, abolizione del carcere duro in cambio del silenzio delle armi.
Il filo che seguono i pm siciliani – indagano Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Lia Sava e Paolo Guido – parte dagli omicidi Lima e Falcone. Lima, uomo vicino a Cosa Nostra e vicerè nell’isola di Giulio Andreotti, viene ucciso il 12 marzo 1992.
Fatto fuori dai Corleonesi perchè «non ha rispettato i patti».
L’omicidio Lima cambia per sempre la storia di Palermo e fa saltare tutti gli equilibri politici in Italia.
Il primo che paga un altro conto – che poi è sempre lo stesso – è Giulio Andreotti, presidente del Consiglio per la settima volta in quel 1992 e in pole position per l’elezione di fine primavera alla presidenza della Repubblica.
Ma il delitto Lima lo «brucia», gli sbarra per sempre la strada per il Quirinale dove il 24 maggio – dopo tante fumate nere e a ventiquattro ore dalla strage di Capaci – salirà Oscar Luigi Scalfaro.
È comunque già subito dopo il delitto Lima che il ministero dell’Interno, a firma del potentissimo capo della polizia Vincenzo Parisi, dirama un telegramma di due pagine indirizzato a tutti i prefetti e a tutti i questori, all’alto commissario per la lotta alla mafia, al direttore della Dia, ai capi del servizio segreto civile e a quello militare, ai carabinieri e alla finanza.
Porta la data del 16 marzo del 1992.
Il capo della polizia cita alcune fonti che annunciano «nel periodo marzo-luglio corrente anno, campagna terroristica con omicidi esponenti Dc, Psi et Pds, nonchè sequestro et omicidio futuro presidente della Repubblica. Quadro strategia comprendente anche episodi stragisti».
Più avanti il telegramma di Parisi invita «at più attenta vigilanza» per il ministro Calogero Mannino e per il ministro Carlo Vizzini.
Quello di Parisi non è un «avviso» di routine. Ed è subito evidente.
Passano quattro giorni e il ministro dell’Interno Vincenzo Scotti riferisce di «un piano destabilizzante» in un’audizione alla commissione Affari Costituzionali del Senato.
Ma tutti danno addosso a Scotti. Non gli credono.
C’è anche una misteriosa fuga di notizie sul telegramma di Parisi e salta fuori il nome di una delle «fonti confidenziali» che segnala gli attentati: è un detenuto, tale Elio Ciolini, con un passato di depistatore e calunniatore.
Probabilmente Parisi, oltre a Ciolini, ha altre «fonti». Ma il suo allarme cade incredibilmente nel vuoto.
Il presidente del Consiglio Andreotti si precipita a parlare «dello scherzo di un pataccaro», il presidente della Repubblica Cossiga ridimensiona il pericolo.
Come siano andate le cose poi, è noto.
Dopo Lima, il 23 maggio 1992 c’è la strage di Capaci.
Dopo Falcone, il 19 luglio 1992, c’è la strage di via Mariano D’Amelio.
È fra Capaci e via Mariano D’Amelio – ne sono convinti i procuratori di Palermo – che inizia la trattativa fra Stato e mafia. Paolo Borsellino ne viene a conoscenza, si mette di traverso e lo uccidono.
Nei giorni e nei mesi successivi accade molto altro, fra Roma e Palermo. Vincenzo Scotti, che l’8 giugno insieme al Guardasigilli Martelli firma un decreto (il 41 bis) per il carcere duro ai mafiosi, a inizio luglio è improvvisamente dirottato alla Farnesina e il suo posto all’Interno è preso da Nicola Mancino.
Neanche un anno dopo Giulio Andreotti finisce sotto processo per mafia e alla fine si salverà con una prescrizione.
Totò Riina viene venduto e catturato in circostanze misteriosissime nel gennaio 1993.
E così Cosa Nostra, senza più delitti eccellenti, assicura allo Stato italiano una lunga stagione di «pace».
Attilio Bolzoni e Francesco Viviano
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 16th, 2011 Riccardo Fucile
DURA LETTERA AL MINISTRO MARONI, COLUI CHE SI INTESTA POI I SUCCESSI DELLE OPERAZIONI ANTIMAFIA
Il governo Berlusconi taglia i fondi all’Antimafia.
Con una durissima lettera di protesta, indirizzata personalmente al ministro dell’Interno Roberto Maroni, tutti i sindacati delle forze di polizia denunciano pubblicamente che sono stati ridotti in blocco del 20 per cento perfino gli stipendi degli agenti della Direzione investigativa Antimafia, il corpo nazionale di investigatori specializzati che fu voluto da Giovanni Falcone e che in questi anni ha già subito pesantissimi tagli alle strutture e al personale.
La lettera, firmata da tutti gli organismi rappresentativi, dal Siulp al Silp fino al Sap e ai funzionari di polizia, chiede a Maroni di dissociarsi da una misura che metterebbe a serio rischio la lotta alla mafia, oppure di assumersi la responsabilità politica di sciogliere definitivamente la Dia per mancanza di fondi.
I rappresentanti delle forze di polizia ricordano inoltre che gli straordinari successi vantati dal governo nella lotta alla mafia sono in realtà dovuti in gran parte alle indagini giudiziarie della Dia, che si ripagano ampiamente i costi grazie a continui sequestri e confische miliardarie di patrimoni mafiosi
La lettera elenca anche un serie di sprechi su cui il governo stranamente non è mai intervenuto, come gli stipendi d’oro riservati ai servizi segreti o i canoni milionari per affittare comandi di polizia che invece potrebbero essere ospitati gratuitamente negli immobili sottratti ai clan.
In esclusiva per l’Espresso, ecco il testo integrale della lettera-choc dei superpoliziotti della Dia.
Onorevole Signor Ministro,
ci rivolgiamo a Lei con fiducia nella Sua veste di massima Autorità politica quale Ministro dell’Interno.
Non avremmo mai voluto scrivere questa lettera ma gli ultimi avvenimenti che si sono verificati presso la Direzione Investigativa Antimafia ci hanno spinto a farlo.
Dai primi giorni di luglio, come Lei sa, si è insediato il Direttore della D.I.A. “pro tempore”, di nuova nomina.
Questi, come primo atto, senza concertazione alcuna, ha messo a disposizione del Dipartimento della P.S. l’indennità aggiuntiva che i dipendenti D.I.A. percepiscono dal 1992, come previsto dalla legge istitutiva: un taglio di circa 7 milioni di euro, che comporterà una decurtazione dello stipendio al personale pari al 20%; una “punizione” nei confronti di chi, fino ad oggi, ha costantemente raggiunto brillanti risultati di servizio.
L’indennità “incriminata”, peraltro, è notevolmente inferiore a quella percepita dai dipendenti delle Agenzie di informazione DIS, AISI e AISE e, nonostante sia a questa legata, non è mai stata adeguata a livello ISTAT.
I circa 1300 operatori D.I.A., grazie alla loro professionalità , hanno conseguito risultati eccellenti nell’azione di contrasto.
A titolo esemplificativo, in tema di aggressione ai patrimoni mafiosi, nel periodo 2009 — 2011 (primo semestre) sono stati sequestrati e confiscati beni stimati, rispettivamente, per un valore di 5,7 miliardi di euro e di 1,2, miliardi di euro.
Tutto ciò rende la D.I.A., in termini aziendalistici, “un’impresa in attivo” che contribuisce in maniera significativa ad implementare le risorse del Ministero dell’Interno e della Giustizia attraverso il FUG.
Il vertice della struttura, prima di intraprendere azioni estemporanee, avrebbe potuto proporre risparmi di spesa conseguenti ad una gestione più oculata delle risorse: anzichè mettere le mani nelle tasche dei dipendenti, avrebbe potuto operare sui costi di locazione delle sedi occupate dai Centri Operativi trasferendole in immobili demaniali oppure confiscati alla criminalità organizzata.
A questo proposito citiamo l’esempio del Centro Operativo di Palermo che in questi giorni si trasferirà presso una villa confiscata alla mafia.
Altra nota dolente è il costo dell’immobile che ospita a Roma, in zona Anagnina, gli uffici centrali della Direzione Investigativa Antimafia, della Direzione Centrale Servizi Antidroga e della Direzione Centrale Polizia Criminale, il cui canone di locazione, esorbitante, ammonta a circa 17 milioni di euro annui.
Con il suo “atto d’imperio” il Direttore della D.I.A. sembra volersi sostituire a Lei ed al Legislatore, quindi all’intero Parlamento.
Come Lei può immaginare, l’iniziativa ha creato malumore e mortificazione in tutto il personale D.I.A., di ogni ordine, qualifica, grado e provenienza (Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza, Amministrazione Civile dell’Interno), generando in esso un senso di mancata considerazione per l’opera prestata con impegno costante ed abnegazione, a volte mettendo a repentaglio la propria incolumità , nella consapevolezza e convinzione di rendere un servizio al Paese.
Sicuramente l’azione della D.I.A. ha dato prestigio allo Stato in campo nazionale ed internazionale ed ha riscosso il massimo consenso anche nell’opinione pubblica.
I risultati ottenuti sono tangibili: è sufficiente consultare le relazioni semestrali periodicamente inviate al Parlamento.
Tutto ciò con le difficoltà che Lei può immaginare, dovute a risorse economiche destinate alla D.I.A., sempre minori nel corso degli anni: dai 28 milioni di euro stanziati per la D.I.A. nel 2001 si è passati ai 15 milioni di euro attuali; a personale sotto organico, poco più di 1300 unità contro le 1500 previste; a continue emorragie di personale D.I.A. impiegato in “uffici doppione” presso la D.C.P.C. (i gruppi di lavoro sulle “Grandi Opere”, G.I.C.E.R., G.I.C.E.X., G.I.T.A.V.); alla disparità di trattamento nella progressione in carriera riservato al personale D.I.A. nelle rispettive amministrazioni di appartenenza non essendo mai stato istituito il previsto “ruolo speciale”.
Ci creda, Signor Ministro, tutto questo appare avvilente ed inaccettabile.
Abbiamo il dovere morale di denunciare questo ennesimo tentativo di depauperamento della D.I.A., così fortemente voluta da Giovanni Falcone, attentando così anche alle sue idee.
Le nostre parole non sono una difesa corporativista della Struttura ove siamo onorati di prestare servizio ed a cui abbiamo dedicato con orgoglio gran parte del nostro percorso professionale: sono invece espressione del senso di sentita appartenenza allo Stato per il quale magistrati, uomini e donne delle Forze di Polizia e cittadini hanno dato la propria vita.
Signor Ministro, ci dia una risposta: è stato questo soltanto il frutto di un’iniziativa scomposta da parte di un alto burocrate del Dipartimento o è l’espressione di una precisa volontà politica?
In quest’ultimo caso, La invitiamo ad assumersi, innanzi al Paese, la responsabilità , chiara e trasparente, di “cancellare” l’Istituzione che rappresenta l’organismo antimafia per eccellenza.
Se, invece, tutto ciò è avvenuto a sua insaputa, come noi crediamo, ci attendiamo un suo immediato, diretto e risolutivo intervento, capace di restituire a tutto il personale della D.I.A. la serenità necessaria ad operare in un settore così delicato della sicurezza.
(da “L’Espresso“)
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Ottobre 5th, 2011 Riccardo Fucile
IL PM DEL POOL ANTICAMORRA DI NAPOLI: “SOLO METTENDO SOTTO CONTROLLO I TELEFONI ABBIAMO PRESO LATITANTI E KILLER”…”FAR CONOSCERE ATTRAVERSO I MEDIA LA CRUDELTA’ DEI LORO CRIMINI, FA MATURARE LA COSCIENZA CIVILE”
Casal di Principe, 17 novembre 2010. 
Nel cuore di Gomorra, in una villetta appena ristrutturata, c’è una famiglia che aspetta visite.
L’ospite che sta per arrivare si chiama Antonio Iovine, è soprannominato il “Ninno” e le forze dell’ordine gli danno la caccia invano da quattordici anni.
All’interno di quella abitazione Iovine si sente al sicuro. Quella sera però le cose vanno diversamente.
Mentre su Casal di Principe piove a dirotto, la casa viene circondata dalla polizia che aveva sotto controllo i telefoni del cerchio più ristretto di fiancheggiatori del “Ninno”.
E la fuga del padrino, quattordici anni dopo, finisce lì.
“La cattura di un latitante è sempre fondata prevalentemente sulle intercettazioni ambientali e telefoniche – spiega Antonello Ardituro, pm del pool anticamorra a Napoli e vice presidente nazionale dell’Anm che coordinò personalmente quell’operazione – ma forse la cattura di Antonio Iovine rappresenta l’episodio più emblematico”.
Come andarono le cose quel giorno?
“Insieme alla polizia giudiziaria stavano lavorando da tempo, e con grandi sacrifici, alle ricerche di un esponente apicale del clan camorristico dei Casalesi come Antonio Iovine. Avevano utilizzato tutti gli strumenti, comprese una serie di intercettazioni. Come spesso accade, le conversazioni apparivano in molti casi insignificanti. Si parlava di episodi di vita comune che sembrano inutili per le nostre indagini. Invece, nelle ore precedenti la cattura, qualcosa cominciò a muoversi”.
Perchè?
“Si discuteva di una cena da preparare, di un panettone da acquistare. Di una stanza da letto che doveva essere sistemata. Quello spunto si rivelò determinante per collegare gli altri elementi che avevamo acquisito dalle investigazioni condotte sul territorio con i metodi più tradizionali. Ci rendemmo conto che in quella casa si doveva ospitare una persona estranea al nucleo familiare. Una persona importante che non si poteva nominare. Capimmo di non avere più tempo da perdere. Ed entrammo in azione”.
Senza le intercettazioni come sarebbe andata?
“Forse avremmo individuato ugualmente quell’abitazione. Ma di sicuro saremmo arrivati tardi e Iovine sarebbe scappato ancora una volta”.
Le vengono in mente altri episodi dai quali si può desumere l’importanza delle intercettazioni nella lotta alla criminalità organizzata?
“Stiamo parlando dello strumento investigativo più importante di cui dispone il pubblico ministero insieme alle dichiarazioni del collaboratori di giustizia. Tutte le indagini di maggior rilievo, non solo quelle di mafia o camorra, si muovono in un contesto omertoso dove è difficile acquisire elementi di prova. Penso alla corruzione, agli omicidi, le violenze sessuali e a tutti gli altri reati di allarme sociale, omicidi compresi. Si potrebbero citare tanti episodi, dunque. Anche nelle indagini sul clan dei Casalesi”.
Ad esempio?
“Senza le intercettazioni non saremmo riusciti a porre fine tempestivamente alla stagione di omicidi scatenata nel 2008 dal gruppo del clan guidato da Giuseppe Setola che si macchiò, fra gli altri episodi, anche della strage di Castel Volturno costata la vita a sei inermi immigrati ghanesi. E anche la cattura di Setola sarebbe stata impossibile senza le intercettazioni”.
La riforma potrebbe colpire non solo lo strumento investigativo ma anche la pubblicazione delle intercettazioni da parte dei mezzi di comunicazione.
“La nostra posizione su questo punto è chiara: ci deve essere un’udienza di filtro che consenta di verificare quali intercettazioni siano rilevanti e quali debbano invece essere distrutte. Ma ciò che poi rimane nel processo può e deve essere pubblicato. Venire a conoscenza di quanto accade, ad esempio della crudeltà con la quale vengono commessi alcuni reati, contribuisce a far maturare la coscienza sociale e civica dell’opinione pubblica”.
Dario del Porto
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Settembre 29th, 2011 Riccardo Fucile
LA LEGA GRAZIA IL MINISTRO VENDENDO I PROPRI VOTI PER SALVARE I TRUFFATORI DELLE QUOTE LATTE…IL PREMIER, AMICO DI MANGANO E DELL’ULTRI, NON POTEVA ABBANDONARE SAVERIO ROMANO
Appena esce dall’aula gli passano al telefono “Don Pietro”. 
Per il ministro che tra meno di un mese potrebbe essere rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa, pronunciare quel “don” non è proprio rassicurante.
Ma non si parla di padrini stavolta, dall’altro lato della cornetta c’è il parroco di Summonte, provincia di Avellino.
Benedice il ministro graziato, che ora può tornare a occuparsi delle Politiche agricole con il sostegno di “tutta la coalizione”: 315 voti contro 294, “non ho visto defaillance”.
Saverio Romano li ha osservati uno per uno, i 609 deputati chiamati uno alla volta a votargli la fiducia con scrutinio palese.
Tolti i 21 assenti (7 Pd, 6 Pdl, 2 Mpa, un Udc e due del Misto) solo Francesco Nucara lo ha tradito, e solo dopo essersi assicurato che non sarebbe “stato determinante”.
Gli altri, tutti con lui, compresa la Lega.
Compreso il ministro dell’Interno, Roberto Maroni.
Si è fatto vedere a Montecitorio solo alle sette di sera, e ha disertato le tre ore di dibattito in cui più di qualcuno lo ha accusato di svendere la lotta alla mafia per la sopravvivenza del governo.
Lui si è turato il naso, Radio Padania si è tappata le orecchie: agli ascoltatori inviperiti ha risposto parlando dei certificati antimafia che il ministro Brunetta vorrebbe abolire e che invece Maroni difende. Almeno quelli.
Il ministro dell’Interno “fugge, neanche si presenta”, grida Antonio Di Pietro in Aula mentre invita Romano a dimettersi, come fece lui nel’96, “dodici minuti dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia”.
Maroni non c’è nemmeno quando il finiano Fabio Granata gli ricorda che Romano “è uno dei pochi parlamentari ad aver votato contro il 41bis”.
E il titolare del Viminale non vede nemmeno il ministro sotto accusa alzarsi nervosissimo dal suo banco per aggredire il Pdl Manlio Contento, che sta limando gli ultimi dettagli dell’intervento in sua difesa.
In aula (anche se poi confesserà di essere stato in dubbio fino all’ultimo) Romano si è seduto ai banchi del governo.
I colleghi dell’esecutivo arrivano alla spicciolata (Berlusconi addirittura per ultimo) e si guardano bene dall’accomodarsi al suo fianco.
Non ci sono nemmeno durante il suo intervento, mentre spiega che lui e i suoi familiari sono “incensurati fino alla settima generazione”.
Romano resta solo fino a fine giornata. Il primo ad occupare la sedia accanto, per assurdo, sarà proprio Umberto Bossi.
Calderoli gli fa cenno con la mano che forse non è il caso, gli chiede di slittare di un posto, ma ormai è troppo tardi.
Che non fosse il Carroccio il problema di Romano si era capito da giorni.
E a conferma del feeling con “il ministro in quote latte” – copyright dell’Udc Ferdinando Adornato — è il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli ad accoglierlo in Transatlantico.
Stretta di mano e via, insieme ad affrontare la battaglia.
Una giornata dall’esito scontato ma comunque tesa, nervosa, irascibile.
Il responsabile Massimo Calearo, poco prima che inizi la discussione si fa autografare da Romano il libro La mafia addosso, scritto dallo stesso ministro, quasi avesse paura di non vederlo più.
Anche la Lega è preoccupata: per evitare di incartarsi sulle questioni di principio, in aula sceglie di “parlare di agricoltura”: la camicia verde Sebastiano Fogliato discerne di gestione dei terreni , di superfici agricole, di colture abbandonate.
Fa talmente ridere che il presidente della Camera Gianfranco Fini è costretto a dire ai deputati dell’opposizione: “Vi prego di trattenere il vostro entusiasmo”.
Si ride meno invece quando i parlamentari di Fli espongono i cartelli “Alla faccia della LEGAlità ”.
Si sfiora la zuffa, come accadrà anche più tardi quando i Radicali, tra gli improperi del Pd che ora minaccia l’espulsione, annunciano che non parteciperanno al voto.
Ma più che delle risse, quella di ieri è stata la giornata dei messaggi in codice. Domenico Scilipoti interviene per dire che lui il 14 dicembre ha fatto la scelta che ha fatto perchè “qualcuno non ha rispettato i patti”.
Amedeo Laboccetta ricorda a Di Pietro che prima di accusare Romano dovrebbe “guardare in qualche Comune della provincia di Napoli”.
E Leoluca Orlando tiene a precisare che l’Italia dei Valori è “l’unico partito che non sostiene nè Romano nè Raffaele Lombardo” .
Perfino la Lega ci prova: Luca Paolini chiede ai “sepolcri imbiancati” dell’Udc “chi ha portato Romano in Parlamento”.
La risposta è chiara: il partito di Casini.
Peccato che i seguaci di Bossi, queste domande, non le possano fare più.
Paola Zanca
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 28th, 2011 Riccardo Fucile
LA CONFESSIONE DEL TRIBUTARISTA GIANNI LAPIS AI MAGISTRATI DI PALERMO, SOLDI ANCHE A CUFFARO…LA PROCURA HA CHIESTO DI POTER UTILIZZARE LE INTERCETTAZIONI CHE RIGUARDANO IL MINISTRO DELL’AGRICOLTURA E CHE RISALGONO AL 2004
Ha parlato per difendersi: “Io non davo mazzette, finanziavo tanti gruppi politici. Quando reputavo una persona corretta gli sono stato sempre vicino, non mi costava nulla”.
Ma ha finito per accusare: “Nel 2004, ho consegnato 50 mila euro in contanti a Totò Cuffaro e 50.000 a Saverio Romano”.
Questo ha confessato il prestanome dei Ciancimino, il tributarista Gianni Lapis, ai magistrati della Procura di Palermo.
E così anche il verbale delle sue dichiarazioni è stato inviato al gip Piergiorgio Morosini, chiamato a decidere sulla sorte della seconda inchiesta che vede indagato il ministro dell’Agricoltura: non c’è infatti solo l’indagine per mafia a impegnare i legali di Romano, ma anche un’inchiesta per corruzione, assieme a Lapis, Cuffaro, Ciancimino e al senatore Carlo Vizzini.
La Procura ha chiesto di poter utilizzare le intercettazioni in cui Lapis parla con Romano e Vizzini, che risalgono al 2003-2004: il 3 ottobre, il gip dovrà valutare se inviarle alla Camera e al Senato, per il via libera finale.
Fino a qualche mese fa, c’erano solo le parole di Massimo Ciancimino a sostegno delle accuse di corruzione nei confronti dei politici: “Nel 2004 – ha raccontato il figlio dell’ex sindaco – portai a Lapis 500.000 euro in contanti, all’hotel Borgognoni, a Roma. Mi disse che la somma doveva essere destinata ad alcuni politici locali”.
Ma gli indagati hanno smentito categoricamente.
Il ministro Romano ha aggiunto: “Mai preso neanche un caffè con Ciancimino. E Lapis era solo uno stimato docente universitario, consulente dell’Ircac, di cui diventai poi presidente. Mi avrà cercato una sola volta, per parlare di riforma fiscale”.
Ma, adesso, è Lapis che parla dei “finanziamenti” ai politici.
E diventa lui il grande accusatore, anche se non ha mai avuto simpatia per i pm di Palermo, che già nel 2007 l’hanno fatto condannare con l’accusa di essere il principale prestanome del tesoro dei Ciancimino.
In realtà , davanti ai sostituti Nino Di Matteo, Sergio Demontis, Paolo Guido e al procuratore aggiunto Antonio Ingroia, Lapis puntava solo a scrollarsi di dosso l’accusa lanciatagli da Ciancimino junior, di essere stato il grande corruttore della politica siciliana.
Quando i pm gli hanno chiesto di fare i nomi dei suoi “beneficiati” ha detto: “L’ho fatto con tanti altri gruppi politici, non solo con l’Udc.
Inutile che vi faccia i nomi, sono persone corrette”.
I pm hanno insistito: “Allora perchè parla degli esponenti Udc? Non li ritiene corretti?”.
La risposta è stata sibillina: “Ma questi finanziamenti voi me li contestate, ho l’obbligo di dirvi che non c’è nulla di male”.
I pm ritengono invece che quei soldi fossero mazzette legate agli appalti della società Gas, il gioiello di famiglia dei Ciancimino venduto fra il 2003 e il 2004 agli spagnoli della Gas natural.
Lapis continua a parlare di “finanziamenti”, ma conferma che i soldi arrivavano dal maxi affare.
“Avevo fatto delle promesse nel 2001”, dice ai pm: “Nel 2004, Salvatore Cintola (deputato Udc – ndr) mi disse: “Sei pronto a pagare?”.
Lapis parla di una missione serale nella casa palermitana di Cuffaro. “Credo di esserci andato con Romano, ma non vorrei dire una fesseria, non me lo ricordo”, precisa.
“Ero sicuramente con un’altra persona, non so se era Romano o Cintola, uno dei due era sicuramente”.
I magistrati hanno chiesto a Lapis più chiarezza su Romano.
Lui ha continuato a essere vago: sostiene di non ricordare se il “finanziamento” all’attuale ministro avvenne “la stessa sera di Cuffaro”.
Poi, dice: “Comunque, un giorno prima, un giorno dopo”.
Sulla somma, invece, Lapis non alcun dubbio: “50.000 a Cuffaro e 50.000 a Romano”.
Salvo Palazzolo
(da “La Repubblica”)
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Settembre 28th, 2011 Riccardo Fucile
A NAPOLI I CLAN IN PIAZZA: “ONORIAMO I NOSTRI MORTI”
Il “Padrino” arriva a bordo di una Rolls Royce bianca per dare il via ufficiale ai
festeggiamenti.
La folla aspetta, gradisce, applaude.
Lui scende dall’auto, sotto una pioggia di coriandoli colorati stringe mani e bacia sulla bocca i suoi uomini: un gesto altamente simbolico, che sta a indicare un legame indissolubile con la Famiglia.
Perchè quella è una festa di camorra.
È iniziata cosi, domenica, la “Ballata dei Gigli” di Barra, che si celebra da oltre un secolo nel quartiere alla periferia orientale di Napoli.
Ma che è sempre più monopolizzata dalla criminalità organizzata che, salvo poche eccezioni, gestisce per intero la Festa.
Indisturbati, i clan utilizzano quel momento per suggellare patti e mandare messaggi di sfida ai rivali.
Alla luce del giorno.
A Barra, il clan egemone è quello dei Cuccaro-Andolfi: un anno fa, la piazza salutò il ritorno in libertà del capo, Angelo Cuccaro, con una canzone dal titolo e dal testo inequivocabili, «’O Re».
Quel giorno, l’omaggio a un altro boss, Arcangelo Abete, leader del gruppo di fuoco dei cosiddetti “Scissionisti” di Secondigliano, altra zona incandescente della città , svelò a tutti l’accordo tra i due potenti clan: una morsa criminale che stringe la città di Napoli da Nord a Est.
Un legame ancora più inquietante se si pensa che, proprio mentre domenica il clan inaugurava la festa a Barra, dall’altro lato della città la camorra riprendeva a sparare: è la spia di una nuova sanguinaria faida in atto nei quartieri di Napoli.
Dopo quel patto suggellato un anno fa, la Procura di Napoli avviò pure un’indagine sulla Festa di Barra, senza tuttavia esiti significativi.
Così, domenica il clan ha mostrato i muscoli. Stavolta, il boss era lì in persona, in piazza, davanti al “giglio dell’Insuperabile”.
Camicia blu, cappellino da baseball bianco sul capo, è stato proprio Angelo Cuccaro a dettare i tempi della festa, a chiedere anche “un minuto di silenzio per i nostri morti”, mentre la fanfara dedicava a lui e al suo alleato di zona, Andrea Andolfi, la canzone «Sei grande».
Di lì a poco arriverà anche l’omaggio degli organizzatori di un altro “giglio”: «Noi vi amiamo» urla Lello ‘O Cavallaro, al secolo Raffaele Maddaluno (suo fratello Ciro è il suocero del boss, ndr).
È il momento in cui un corteo di donne e uomini si reca in processione a salutare il boss.
Nei giorni precedenti, non si era sottratto al rito nemmeno uno dei parroci della zona, che ha benedetto quell’obelisco in legno alla pari delle altre “macchine di festa”. Senza apparenti esitazioni.
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Settembre 27th, 2011 Riccardo Fucile
“BASTA CHIEDERE AI CITTADINI CERTIFICATI PER PARTECIPARE AI CONCORSI, BASTA CON IL DURC E QUELLO ANTIMAFIA: SEMPLIFICARE PER CRESCERE”
Il ministro della Pubblica amministrazione elenca le sue “vitamine” per la crescita economica.
Via anche il Durc, che attesta il regolare versamento dei contributi ai lavoratori. Difesa incondizionata, invece, del suo collega di governo sul quale pende una richiesta di rinvio a giudizio coatto per concorso esterno a Cosa nostra.
Sì al ministro Saverio Romano, accusato di mafia, no al certificato antimafia.
E’ il pensiero di Renato Brunetta, ministro della Pubblica amministrazione, distillato durante la presentazione del nuovo logo del dicastero.
“Basta chiedere a imprese e cittadini documentazione per informazioni che la Pubblica amministrazione già possiede”, afferma il ministro.
“Basta certificato antimafia, basta pacchi di certificati per partecipare ai concorsi, basta con il Durc (il certificato unico di regolarità contributiva per le imprese, ndr)”. La semplificazione, aggiunge, è “una delle vitamine per la crescita”.
Deve restare, invece, il ministro Saverio Romano, sul quale pende una richiesta di rinvio a giudizio coatto per concorso esterno in associazione mafiosa, oggetto di una mozione di sfiducia che sarà discussa dopodomani: “Le dimissioni del ministro Romano non sono all’ordine del giorno”, assicura Brunetta.
L’occasione di queste esternazioni è la presentazione del nuovo logo della Pubblica amministrazione, alla fine del quale Brunetta si è lasciato andare con i giornalisti.
Ma l’accenno al certificato antimafia provoca qualche imbarazzo persino tra i membri del suo staff, che già fiutano le polemiche.
Che infatti arrivano subito, per primo dal Partito democratico. “Brunetta, rischia così di indebolire i presidi antimafia di cui ci siamo dotati in questi anni (qui la procedura richiesta per ottenere il certificato antimafia, ndr). La penetrazione delle mafie in ogni tipo di gara o di appalto per opere pubbliche è un dato crescente ed è noto a tutti. Di certo — continua la nota — non potrà essere accettata una misura che rende più fragile il sistema di controllo dello Stato”.
Rapidissima e tranciante la reazione del Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso: “Il ministro Brunetta è sempre molto originale. Stop ai certificati antimafia? Faccia una proposta di legge, la valuteremo… E’ stato da poco approvato il Codice antimafia”, continua il Procuratore, “che tra l’altro disciplina in modo molto rigoroso tutta la certificazione antimafia. Se il ministro aveva qualche osservazione da fare poteva farla in sede di Consiglio dei ministri”.
Comunque, conclude Grasso, “non è mia abitudine prendere posizione su cose campate in aria”.
Grasso fa riferimento al Testo unico antimafia predisposto dal governo e approvato dal parlamento meno di due mesi fa, che all’articolo 99 conferma la necessità del certificato antimafia per gli imprenditori che vogliono lavorare per la pubblica amministrazione o esercitare determinate attività private sottoposte ad autorizzazione.
Ce n’è abbastanza per la precisazione di rito, che arriva per bocca del portavoce del ministro (ma in perfetto Brunetta style): “I conservatori della sinistra non riescono a capire che accadrà esattamente il contrario, in quanto la certezza dei dati non diminuirà ma verrà semmai rafforzata: invece di chiedere al singolo imprenditore di fare il fattorino tra le amministrazioni, saranno infatti queste ultime a procurarsi direttamente presso gli uffici competenti la documentazione richiesta”.
Come no, immaginiamo come se li procurerà …
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