Dicembre 9th, 2015 Riccardo Fucile
LE INTERCETTAZIONI TRA ISABELLA VOTINO E IL CAVALIERE: “SALVINI E’ UBRIACO”
«Berlusconi minacciò Maroni». A riportarlo è il Fatto quotidiano, in un articolo di Marco Lillo nel quale si spiega come, dietro l’intesa tra Forza Italia e Carroccio delle elezioni 2013, ci sarebbe l’ “avvertimento” del Cav di scagliare i giornali di famiglia contro la Lega se questa non si fosse alleata con Fi.
Scrive il quotidiano diretto da Marco Travaglio:
«Se oggi abbiamo Renzi a Palazzo Chigi e Mattarella al Quirinale. Se è esistito un governo Letta ed esiste il Nuovo Centro Destra di Alfano, se insomma ci troviamo a questo punto, tutto dipende da quell’accordo politico tra Lega Nord di Maroni e Pdl di Berlusconi annunciato il 7 gennaio 2013. Senza l’accordo e i relativi premi di maggioranza regionali alla destra, Bersani avrebbe avuto la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento, con l’appoggio di Monti al Senato. Sarebbe stato lui il premier e Renzi sarebbe ancora il sindaco di Firenze. Maroni pensava inizialmente di andare da solo alla sfida per la Regione Lombardia e alle nazionali. Berlusconi sarebbe stato fatto fuori dai giochi. Niente Napolitano bis, niente patto del Nazareno, niente di niente. A gestire la partita decisiva troviamo Isabella Votino. Le intercettazioni dell’indagine “Breakfast” della Dia di Reggio Calabria svelano il suo ruolo. La persona giusta al posto giusto, visto che i due leader la apprezzano entrambi come professionista e come donna. Votino non era allora solo la storica portavoce di Roberto Maroni, ma era anche ben retribuita dal Milan di Berlusconi».
BERLUSCONI, LA LEGA E IL RUOLO DI ISABELLA VOTINO
Il Fatto riporta come il 30 ottobre 2012 Maroni riferì alla portavoce Votino l’idea di Berlusconi di volerla candidare in una lista di giovani per le elezioni del 2013.
Fu lei a richiamare il Cav, mostrando le sue perplessità :
«No, adesso io vorrei capire cosa succede qui in Regione Lombardia. Io ti dico la verità , vorrei che lui (Maroni, ndr) facesse il presidente della Regione. Quindi io spingerò in tal senso, secondo me lui deve osare e, dopodichè, fatto questo, fate l’accordo anche per le Politiche», si legge sul quotidiano diretto da Travaglio.
Poi le sue volontà diventeranno realtà .
Tutto mentre il Cav veniva “sommerso” dai problemi di natura giudiziaria (tra condanna sul caso Mediaset, caso Ruby e il processo sulla corruzione dei senatori, ndr). Maroni, in cambio dell’appoggio azzurro alle Regionali, promette una mano, secondo quanto riporta il Fatto: «Se si fa l’operazione in Lombardia noi gli diamo una mano anche sulle sue questioni personali… ci siamo intesi!».
BERLUSCONI E IL QUIRINALE: «SE VINCIAMO VADO AL COLLE TRE MESI». E LE ACCUSE A SALVINI
Nelle telefonate e nelle conversazioni riportate dal Fatto emerge anche un retroscena sul Qurinale con il Cav protagonista, oltre alle accuse dello stesso Berlusconi a Salvini, l’attuale leader leghista con il quale il presidente azzurro si è alleato.
«Andiamo malissimo, eh! Chiedere a me di non essere presidente del Consiglio… lo sanno bene che non lo sarò mai perchè, se perdiamo è inutile dirlo, il presidente del Consiglio sarà uno di sinistra. Se vinciamo, io ho sempre detto che non faccio il presidente del Consiglio ma non lo posso dire alla gente. E, se vinciamo, io pretendo che mi nominino a presidente della Repubblica. Dove non starò sette anni. Starò tre mesi, non ne ho nessuna voglia ma, almeno concludiamo una carriera per quel che mi riguarda”. Oggi sembra assurdo pensare Berlusconi sul Colle.
Eppure sarebbe bastato che un partitino come il Cd di Tabacci fosse passato nel 2013 con il suo 0,5 per cento da sinistra a destra per far vincere il premio di maggioranza alla Camera al centrodestra. In quel caso Berlusconi sarebbe stato eletto davvero presidente.
Nelle telefonate di tre anni fa Berlusconi insultava l’esuberante Matteo Salvini che oggi deve digerire come suo leader», si legge sul Fatto.
E ancora: «Poi, Isabella, scusa eh! Ma noi abbiamo contro di noi le dichiarazioni di questo eee… ubriaco di Salvini. le dichiarazioni sgradevoli continuative di questo Tosi che tutta la sua città sa che (….). Questa è una cosa che dirò (…) un certo momento non è che possiamo sempre stare lì a prenderle, no? (…). Cioè, tieni presente che, se non si fa l’accordo lui (Maroni) è finito perchè è chiaro che noi scaricheremo, contro di lui e contro i due (Salvini e Tosi, Ndr) questo trio di sciagurati, tutta la nostra forza critica, con i nostri giornali».
(da “Giornalettismo”)
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Novembre 20th, 2015 Riccardo Fucile
A PROCESSO ANCHE L’EX BRACCIO DESTRO DEL GOVERNATORE CHE SARA’ GIUDICATO A DICEMBRE…RIGUARDA LE PRESSIONI DI MARONI PER FAR OTTENERE VANTAGGI A DUE FEDELISSIME
E’ arrivata la prima condanna legata all’inchiesta nella quale è indagato anche Roberto
Maroni per le presunte pressioni che avrebbe esercitato per far ottenere vantaggi a due fedelissime.
A Christian Malangone, dg di Expo 2015 Spa, sono stati inflitti 4 mesi nel processo abbreviato scaturito dal lavoro del pm di Milano Eugenio Fusco.
La decisione è del gup Chiara Valori che ha invece assolto la società Expo e ha mandato a processo altri tre imputati, tra cui l’ex segretario generale del Pirellone Andrea Gibelli, ex deputato del Carroccio.
Per Malangone, accusato di induzione indebita, il pm aveva chiesto sei mesi e il giudice lo ha condannato a 4. Per la società Expo, imputata in base alla legge sulla responsabilità amministrativa degli enti, la procura aveva chiesto una condanna ad una sanzione pecuniaria di 300 mila euro, ma il gup ha disposto l’assoluzione (le motivazioni della sentenza saranno rese note tra 30 giorni).
Il giudice ha rinviato a giudizio davanti alla decima sezione penale (prima udienza il 4 febbraio) oltre a Gibelli, attuale presidente di Ferrovie Nord Milano, anche il capo della segreteria di Maroni, Giacomo Ciriello, e Mara Carluccio, ex collaboratrice del governatore.
Maroni, invece, aveva già chiesto nei mesi scorsi di essere processato con rito immediato e la prima udienza è fissata per il 1 dicembre.
Secondo l’accusa, il governatore avrebbe voluto che Maria Grazia Paturzo, sua ex collaboratrice e con la quale, secondo il pm, aveva una relazione affettiva, fosse inserita nella delegazione della Regione per un viaggio a Tokyo nel 2014 nell’ambito del World Expo Tour e che fosse spesata da Expo 2015 Spa.
Da qui, secondo l’accusa, le presunte pressioni su Malangone, attraverso Ciriello, e l’accusa di induzione indebita contestata al dg e al governatore.
Nel secondo filone l’esponente del Carroccio, invece, è accusato di turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente perchè avrebbe favorito l’assegnazione di un contratto di collaborazione con l’ente Eupolis a Mara Carluccio.
In questa tranche l’ex dg di Eupolis Alberto Brugnoli ha già patteggiato.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 13th, 2015 Riccardo Fucile
LA SPONDA DI SALVINI POTREBBE VENIRE MENO A DICEMBRE IN CASO DI CONDANNA IN PRIMO GRADO DELL’UOMO DELLA RAMAZZA PER I FAVORI ALLA SUA COLLABORATRICE DEL “LEGAME AFFETTIVO”
“Si va avanti”. Nel giorno più nero per la giunta lombarda a guida Lega, Roberto Maroni e Matteo
Salvini si incontrano in mattinata a Palazzo Lombardia a Milano e cercano insieme la strada per uscire dall’angolo.
“Forza e coraggio”, è l’esordio del leader leghista. “Nessun passo indietro, non mi farò intimidire”, sussurra il governatore, che rinuncia al previsto viaggio a palazzo Chigi per discutere col governo e Pisapia del destino delle aree Expo e resta chiuso nel suo ufficio in cima al grattacielo.
La botta è fortissima, per una Lega impegnata a contendere i voti di protesta ai grillini, ma la exit strategy è individuata subito nello scaricare al suo destino Mario Mantovani, vicepresidente finito in carcere
La linea leghista prevede dunque la difesa a oltranza di Massimo Garavaglia, potente assessore all’Economia.
“Sono rimasto stupito dell’arresto di Mantovani e mi auguro che sarà in grado di dimostrare la sua correttezza. Da quanto si apprende, la gran parte delle contestazioni che gli vengono rivolte sono estranee al suo incarico in Regione”, scrive il governatore.
Una nota molto sintetica, dunque, che non pare proporzionata al terremoto che ha investito Palazzo Lombardia: con il vicepresidente in carcere, il governatore a giudizio il 1 dicembre per presunte pressioni in favore di due sue collaboratrici e l’assessore all’Economia indagato.
Un “triplete” al cui confronto gli scontrini che sono costati la poltrona di sindaco a Ignazio Marino appaiono davvero poca cosa.
E tuttavia, a differenza dei vertici Pd, Salvini ha deciso di avallare la scelta di Maroni di resistere.
E anche gli altri partner di maggioranza, Forza Italia e Ncd, paiono assolutamente intenzionati a respingere le mozioni di sfiducia alla giunta già annunciate da Pd e M5s.
“Una cosa è certa: il lavoro della Lombardia non deve essere interrotto, ma procedere all’insegna della trasparenza”, mette a verbale Mariastella Gelmini.
Così anche il coordinatore lombardo di Ncd Alessandro Colucci e il capogruppo al Pirellone Luca Del Gobbo: “Confermiamo pieno sostegno e fiducia a Maroni”.
L’idea, condivisa da tutto il centrodestra, è che non si possa ripetere un replay del 2012, quando fu la stessa maggioranza, a partire dalla Lega, a sfrattare Formigoni dopo lo tsunami giudiziario.
E poi le dimissioni di Maroni porterebbero dritte al voto a giugno per le regionali, in concomitanza con il Comune d Milano: e il rischio sarebbe quello di far fare l’en plein al Pd.
Per Maroni il momento però resta molto buio.
Per l’ex ministro dell’Interno, l’uomo che ha scalato la Lega di Bossi impugnando le ramazze contro il cerchio magico del Senatur e i diamanti dell’ex tesoriere Belsito, è certamente un grosso danno di immagine.
Un handicap anche per il suo ritrovato protagonismo sulla scena politica nazionale. Ma la convinzione di Maroni è che ci siano “tutte le condizioni” per andare avanti.
La fiducia in Garavaglia resta piena, e lo stesso assessore si è detto pronti a farsi “ascoltare subito” dai magistrati.
La linea dunque è quella di resistere. Giovedì ci sarà una riunione della maggioranza, in vista del voto della mozione di sfiducia congiunta Pd-M5s previsto in Aula per il 20 ottobre. Ma non sono previste crepe nella maggioranza.
Si aspetta l’esito del processo di primo grado a Maroni, fissato per il primo dicembre davanti alla quarta sezione penale del tribunale di Milano.
L’accusa è di turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente e induzione indebita per le presunte pressioni per favorire due sue collaboratrici: una con un impiego in una società della Regione (Eupolis) con un compenso da 29.500 euro l’anno, e l’altra per un viaggio a Tokyo dal costo di 6mila euro. Quella missione fu annullata all’ultimo dallo stesso Maroni, che mandò in Giappone proprio il vicepresidente Mantovani.
In caso di condanna in primo grado rischia di decadere per effetto della legge Severino.
E in quel caso la sponda di Salvini rischia seriamente di venire meno.
“Le situazioni si difendono fin dove è possibile, ma è chiaro che Matteo non si immolerà sull’altare della regione Lombardia”, è il ragionamento nella cerchia più stretta del leader della Lega.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
IN CASO DI CONDANNA PER IL GOVERNATORE SCATTEREBBE LA SOSPENSIONE PER LA LEGGE SEVERINO
Il pm di Milano Eugenio Fusco ha chiesto il rinvio a giudizio di Roberto Maroni. I guai per il governatore lombardo nascono con l’indagine dei contratti Expo e l’accusa di “turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente” e “induzione indebita” per presunte pressioni per far ottenere un lavoro e un viaggio a Tokyo a due sue ex collaboratrici.
Fissata l’udienza preliminare al 30 settembre, si potrebbe aprire un nuove scenario: nel caso di condanna (anche solo di primo grado) Maroni sarebbe costretto a lasciare la poltrona secondo la legge Severino che prevede la sospensione.
E di conseguenza abbandonare la guida della Regione Lombardia prima del 2018, fine ordinaria della legislatura federale.
L’ex segretario della Lega Nord è accusato di una presunta raccomandazione che avrebbe portato Maria Grazia Paturzo, che collaborava con Maroni quando era ministro dell’Interno, ad ottenere un contratto come “temporary manager” nella società che gestisce l’esposizione universale di Rho.
I due come scrive il pm nell’atto di chiusura indagini, sarebbero stati “legati da una relazione affettiva” e ciò emergerebbe da un verbale e da alcuni sms.
Una relazione nata ai tempi del Viminale e del governo Berlusconi e che ha portato alle due collaboratrici (l’altra è Mara Carluccio) una sfilza di incarichi, poltrone e consulenze come ricostruito da “l’Espresso”.
I guai nascono, secondo gli investigatori, perchè Maroni non avrebbe potuto inserire la professionista nel suo staff al Pirellone e, dunque, avrebbe concordato per lei con il capo di Expo Giuseppe Sala (solo teste nell’inchiesta) un contratto di sei mesi da 5mila euro e scaduto lo scorso ottobre.
C’è anche dell’altro.
Nel viaggio del 2 giugno 2014 verso l’estremo oriente per promuovere la kermesse di Milano, secondo la ricostruzione della magistratura, l’ex ministro avrebbe voluto che Paturzo fosse inserita nella delegazione della Regione ma che fosse spesata da Expo, perchè il Pirellone non poteva coprire i costi.
Da qui le sue presunte “pressioni” sul direttore di Expo Christian Malangone, attraverso il capo della sua segreteria Giacomo Ciriello.
Il direttore, dal canto suo, avrebbe promesso di “intervenire” sui vertici Expo per il pagamento di biglietti aerei business class e per il soggiorno di lusso in un albergo per un totale di oltre 6mila euro di spese.
Il 27 maggio 2014, in particolare, Ciriello e Malangone si sarebbero incontrati e quest’ultimo, stando agli atti, avrebbe spiegato di dover chiedere l’ok a Sala, che diede parere contrario.
Il 28 maggio, si legge nell’imputazione, Malangone ricevette un sms da Ciriello: «Christian il Pres ci tiene acchè la delegazione per Tokyo comprenda anche la società Expo (attraverso la dott.sa Paturzo)», ed è completato da una domanda che nell’imputazione risulta saltata: «Puoi parlarne con Sala o autorizzarne la missione?».
Malangone avrebbe attivato gli uffici di Expo per l’acquisto dei biglietti e la prenotazione dell’albergo.
Poi ancora un sms a Ciriello: «Di’ alla Paturzo di mandare mail ad Arditti», capo della comunicazione di Expo, per l’autorizzazione.
Cosa che puntualmente lei avrebbe fatto.
A questo punto tutto sarebbe andato in porto, perchè Malangone comunicò a Ciriello: «Ok, capo allineato».
Prima della partenza il colpo di scena: Ciriello avrebbe chiamato Malangone per chiedergli di “sospendere” i voli, anche se i biglietti erano già stati emessi.
Per gli inquirenti Paturzo non partì perchè Maroni decise così per mettere a tacere alcuni contrasti all’interno del suo team di collaboratori ed forse evitare un focolaio di polemiche.
Così la missione a Tokyo venne guidata dal vicepresidente Mario Mantovani.
L’inchiesta è virata sulle spese del viaggio nell’ambito del “World Expo Tour”, una serie di missioni internazionali per attirare folle di turisti pronti a visitare Milano e “accendere i territori” . Partito a gennaio 2014 ha fatto tappa a Barcellona, Bruxelles, Parigi, Berlino, Dublino, Berna, Tokyo, Roma, Londra, Washington, Montreal, Shanghai, Dubai, Vienna, Varsavia, Bucarest, Istanbul, Tel Aviv, New York.
Volo, soggiorno di poche ore in cui il governo “federale” incontra la comunità economica e le ambasciate, si stringono le mani e si riparte.
Tra i sei indagati, che hanno ricevuto il rinvio a giudizio firmato dal pm Eugenio Fusco, c’è anche Expo 2015 spa, coinvolta in base alle legge sulla responsabilità amministrativa degli enti, oltre al direttore generale della stessa società Christian Malangone, e Andrea Gibelli, segretario generale del Pirellone e da poco nominato presidente di Ferrovie Nord Milano.
LE ALTRE GRANE
C’è però un altro filone d’inchiesta per un’altra persona vicina al governatore. Si tratta di Mara Carluccio di Eupolis, l’ente di Regione Lombardia per la ricerca, la statistica e la formazione.
In questo caso l’accusa è aver turbato la gara per favorire l’assegnazione di un contratto da 29.500 cucito su misura per la ex collaboratrice ai tempi del Viminale.
Eupolis è una delle controllate dell’universo di Regione Lombardia create su misura dall’ex governatore Roberto Formigoni nei 18 anni del suo regno.
Cosa c’entra un istituto di ricerca, statistica e formazione a controllo regionale con un evento che ha come obiettivo attirare milioni di visitatori nel sito a due passi da Milano?
Apparentemente nulla ma l’ex presidente è stato un grande protagonista delle scelte in chiave Expo (il 20 per cento è proprio del Pirellone) e tutte le società regionali hanno avuto una parte di appalti.
Per la Carluccio un bando ad hoc, secondo l’accusa, anche grazie all’intervento di Gibelli e dell’allora direttore della controllata Alberto Brugnoli, che ha già patteggiato.
Ogni desiderio delle donne del cerchio magico maroniano era un ordine.
Questo è l’sms spedito da Carluccio a Brugnoli prima dell’assunzione: «Gentile dottor Brugnoli, ho parlato con il mio commercialista che, per evitare di pagare troppe tasse, mi ha consigliato di prevedere una retribuzione che non superi 29.500 euro».
Detto-fatto: in pochi giorni cifra stabilita e firma dell’incarico di consulenza alla signora.
Michele Sasso
(da “L’Espresso”)
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Giugno 18th, 2015 Riccardo Fucile
LA PATURZO ASSUNTA DALL’AGENZIA PER I BENI CONFISCATI ALLA MAFIA… LA CARLUCCIO, SENZA NEANCHE LA LAUREA, HA AVUTO DIECI CONSULENZE…IL PREFETTO CARUSO: “SECCANTE, SEGNALAZIONI ANCHE PER GLI INCARICHI DELL’EMERGENZA IMMIGRATI”… LE ANTICIPAZIONI DE “L’ESPRESSO”
Le due donne per le quali Roberto Maroni avrebbe chiesto, secondo la Procura di Milano, contratti di favore in Expo spa e in una partecipata di Regione Lombardia, hanno alle spalle una lunga carriera all’ombra del leader leghista, ricostruita da “l’Espresso” nel numero in edicola domani.
C’è Mariagrazia Paturzo, la giovane con cui Bobo avrebbe scambiato messaggini “a tutte le ore”, che nel 2010 viene assunta dall’Agenzia per i beni confiscati alla mafia, alla cui guida Maroni aveva appena nominato l’attuale capo dell’Immigrazione Mario Morcone.
Ma soprattutto c’è Mara Carluccio, salita nelle stanze del potere quando era ministro del Lavoro e che durante il suo mandato agli Interni, fra il 2008 e il 2011, colleziona ben dieci incarichi e poltrone, consulenze da 30mila euro l’anno e ruoli di prestigio, senza — stando al suo curriculum depositato agli atti — essere neppure laureata.
In quel periodo il ministro è ospite frequente a casa sua e del marito, Gioacchino Gabbuti, ex amministratore Atac che secondo la Procura di Roma proprio in quegli anni sottraeva fondi alla società capitolina per consulenze fittizie a San Marino.
Che Maroni a volte suggerisse segnalazioni preferenziali lo ricorda poi a “l’Espresso” il prefetto di Palermo Giuseppe Caruso, nel 2011 commissario straordinario per l’emergenza migranti: «Mi venne chiesto di arruolare due signore indicate dal ministro Maroni. Non ricordo come si chiamassero, ma quell’episodio mi diede un po’ fastidio: in quei giorni avevo un’emergenza da affrontare…»
Piero Messina e Francesca Sironi
(da “L’Espresso”)
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Giugno 16th, 2015 Riccardo Fucile
QUANDO ERA MINISTRO DEGLI INTERNI AVALLO’ TAGLI PER OLTRE 2 MILIARDI AL COMPARTO SICUREZZA E ORA HA ANCORA IL CORAGGIO DI PARLARE… ECCO I DOCUMENTI DI DENUNCIA DI ALLORA
Era il 10 dicmbre 2010. 
Sui bollettini dei vari sindacati di polizia si poteva leggere quanto segue.
“I Sindacati di Polizia hanno protestato ieri in tutta Italia (ed anche ad Arcore all’esterno della residenza del Premier) contro i tagli alla sicurezza.Nelle ultime finanziarie i tagli sono stati di oltre due miliardi di euro e siamo al collasso. Oltre alla mancanza di personale dobbiamo anche fare i conti con il blocco degli stipendi. Vuol dire che se sono necessari straordinari per far fronte alla mancanza di personale, questi non vengono pagati. Il parco veicolare da tempo non viene rinnovato, le macchine spesso non sono in condizione con il risultato che i pattugliamenti vengono svolti a piedi. Abbiamo serie problematiche legate al controllo del territorio. Solo in Lombardia, c’è un ammanco di 1.300 persone.”
Nel documento unitario si snocciolavano i dati:
“Nella polizia postale manca l’80% del personale, nella stradale il 45%, un altro 45% alla Polfer”.
Maroni oggi alza la voce chiedendo a polizia e militari di sorvegliare maggiormente le stazioni e perfino di sparare se necessario.
Ma quand’era ministro dell’Interno non mostrò lo stesso impeto per evitare ingenti tagli di risorse alle forze dell’ordine e in particolare alla polizia ferroviaria.
Oggi si parla di eliminare 15 treni perchè non si è in grado di garantirne la sicurezza.
Siamo l’unico Stato civile in cui invece di assicurare la presenza della polizia ferroviaria sui convogli a rischio preferiamo tagliare le corse, roba da farci ridere dietro da mezza Europa.
E il capocomico fa il presidente della regione Lombardia: lui è abituato a far assumere le segretarie, non gli agenti.
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Giugno 12th, 2015 Riccardo Fucile
MARONI, DA ASPIRANTE STATISTA A ESTREMISTA? PER RESPINGERE LE ACCUSE PIU’ CHE I PROFUGHI
Di Roberto Maroni, almeno nella Lega, ce ne è sempre stato uno. Equilibrato, rassicurante, al
limite grigio ma non esente da guizzi, sposato con una compagna classe, tre figli, sempre uguale a se stesso.
Di recente, pare invece che da uno si sia fatto bino: e il bello è che nessuno dei due Maroni di oggi sembra somigliante al Maroni di ieri.
Ce ne è uno, per dire, grafomane: due lettere ai prefetti lombardi in quattro giorni, roba che nemmeno Angelino Alfano.
Grafomane e appassionato alla causa no-immigrati persino più di Matteo Salvini e Beppe Grillo messi assieme: diffida i comuni lombardi ad accoglierli, dice che il governo ha una gestione “inadempiente” e “improvvisata” nella distribuzione dei migranti alle regioni, spiega che bisogna “sospendere Schengen”, “impedire le partenze con il blocco navale”, “fare campi profughi in Libia”.
L’altro Maroni, quello che spunta dalle carte dell’inchiesta milanese condotta dal pm Eugenio Fusco, è altrettanto inedito: uno che scrive “ciao splendore” alla sua ex collaboratrice Maria Grazia Paturzo, secondo i magistrati legata a lui da una “relazione sentimentale”, la invita in camera al berinini bristol “sono alla 506”, si impegna per un (poi mancato) viaggio a Tokio, e soprattutto per far ottenere a lei e un’altra amica un paio di contratti di lavoro, in Expo e in Eupolis.
Ancora non è ufficialmente stabilito se si tratti di comportamenti penalmente rilevanti: ad ogni buon conto, nell’avviso di conclusione indagini, il pm ipotizza induzione indebita e turbata libertà nella scelta del contraente.
Insomma, sul Maroni supposto gaudente pende ora la tegola giudiziaria, potenzialmente in grado di abbattersi anche sotto forma di legge Severino, ossia di sospensione dalla guida della Regione. Si vedrà .
Ma intanto, che imbarazzo, che disagio, che disdetta.
Proprio adesso che il governatore della Lombardia per dirla col Foglio era “uscito dal coma”, rilanciando la Lega verso Forza Italia, lanciando Salvini verso le primarie.
Proprio adesso che dopo anni da pacato amministratore, pareva pronto a lanciarsi di nuovo nell’agone della politica sanguinolenta.
E va bene che, dopo i Belsito e Trota e i diamanti, la Lega di un tempo non c’è più da un pezzo, e va bene che non ci sono più le mezze stagioni, però che l’ultima primavera portasse via anche l’immagine che Maroni si è costruito in oltre un ventennio di politica leghista toglie anche l’impressione che qualcosa il tempo lo salvi.
Immalinconisce, oltretutto.
Nella Lega bossiana di lotta e di governo, Bobo era quello di governo. Ragionevole, sorridente, accomodante, al limite di sinistra (e non solo per il passato remoto, da ragazzo, nel gruppo marxista-leninista o in Democrazia proletaria), appassionato di musica e addirittura suonante l’Hammond o il sax nel suo gruppo, il Distretto 51.
Mai un pettegolezzo, mai un capello fuori posto, figurarsi inchieste.
Poi, dopo tante stagioni da autorevole secondo, il grande passo: sfilare al bossismo decadente il Carroccio, farselo intestare, diventare lui il capo.
Ricostruire un minimo sindacale di credibilità , a colpi di ramazza. E, dopo diciotto mesi di transizione difficilissima, il capolavoro politico, l’accordo di spartizione che (salvo il caso Tosi) ha funzionato magnificamente: chiudersi in regione, passando lo scettro — la scopa magicamente tramutatasi in felpa — a Matteo Salvini, l’artefice del risorgimento leghista, dell’inimmaginabile riscossa.
Ma, al di là della verità processuale ancora tutta da stabilire, c’è intanto questo pastrocchio di immagine, nel quale l’unità almeno pubblica del personaggio pare essersi andata a farsi benedire.
E un giorno Maroni tuona contro gli immigrati, un altro litiga con Renzi e con Alfano e smentisce gli accordi che lui stesso aveva siglato da ministro, un altro finisce in prima pagina per gli sms imbarazzanti, i curruculum tutti da inventare (“ma che ci devo scrivere? Io non ho fatto un cavolo”, dice Paturzo ad una amica), le raccomandazioni che la madre della sua ex collaboratrice fa alla figlia: “A Tokio vai a fare la regina”.
E più escono notizie giudiziarie, più il governatore lombardo picchia duro sui migranti, e scrive, e avverte, e minaccia: quasi che respinger loro sia respingere il resto.
O serva, per lo meno, a non pensarci.
Susanna Turco
(da “l’Espresso”)
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Giugno 8th, 2015 Riccardo Fucile
“PREFETTI IN CAMPO CONTRO LE REGIONI RIBELLI”
“Se Maroni proverà davvero a bloccare i migranti la reazione del governo sarà durissima “.
Tra Palazzo Chigi e il Viminale i giudizi che si sprecano sul presidente lombardo sono tutt’altro che benevoli.
Il sospetto di Matteo Renzi, ieri impegnato nel G7 in Baviera, e di Angelino Alfano è che l’offensiva sui rifugiati dell’ex numero uno della Lega miri a “reagire” allo scandalo giudiziario, legato ai viaggi e ai contratti di lavoro ottenuti dalle amiche dei governatore, che negli ultimi giorni ha rumorosamente invaso il circuito mediatico italiano.
Eppure l’esecutivo prende sul serio la minaccia di Maroni, dettata o meno da ragioni di immagine, di tagliare i fondi ai sindaci che accoglieranno i migranti.
Al punto che più di un ministro nei contatti telefonici domenicali garantiva che di fronte ad una “ritorsione istituzionale” dei governatori del Nord “si aprirebbe un contenzioso istituzionale di massima gravità al quale reagiremmo con misure straordinarie “.
Praticamente forzando le regioni ribelli – oltre a Maroni sul piede di guerra ci sono anche il veneto Zaia e il ligure Toti – a farsi carico degli stranieri in arrivo dalle coste del Mezzogiorno.
D’altra parte al ministero degli Interni si ricorda che la direttiva che impone la spartizione dei migranti risale al 2011 e fu firmata proprio da Roberto Maroni, ai tempi ministro dell’Interno di Berlusconi.
“E come allora, nemmeno oggi possiamo lasciare da soli i sindaci solidali, per nessuna ragione al mondo”, era il ritornello che ieri Alfano andava ripetendo ai collaboratori sbalordito per la sortita del suo predecessore al Viminale.
Proprio oggi il ministro parlerà con i presidenti dell’Anci e della Conferenza delle regioni, Fassino e Chiamparino, per fare il punto della situazione, convinto che i governatori ribelli non abbiano i poteri per bloccare l’accoglienza dei migranti.
La minaccia oltretutto – almeno questa è la convinzione del governo – danneggia l’immagine dell’Italia proprio mentre Renzi è impegnato nella battaglia europea per distribuire tra tutti i partner dell’Unione i migranti che sbarcano in Italia e in Grecia. Oggi Alfano riceverà a Roma il commissario europeo all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos, la cui visita era già fissata da giorni.
Ma il ministro ne approfitterà per rassicurarlo sulla capacità italiana di gestire la situazione per poi rilanciare sul piano approvato da Bruxelles proprio su spinta del responsabile greco e ora al vaglio dei governi.
Alberto D’Argenio e Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica”)
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Giugno 3rd, 2015 Riccardo Fucile
IN CASO DI CONDANNA IN PRIMO GRADO ANCHE PER LUI LA LEGGE SEVERINO PREVEDE LA SOSPENSIONE DALLA CARICA
Poco meno di un anno fa l’inchiesta: “Pressioni del governatore della Lombardia per far
ottenere contratti a due fedelissime”.
A 11 mesi dall’avviso di garanzia il pm di Milano Eugenio Fusco ha chiuso le indagini nei confronti di Roberto Maroni.
Al leghista, che siede sulla poltrona di presidente della Giunta della Lombardia, viene contestato il reato di turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente e induzione indebita per presunte spinte per far ottenere un lavoro e un viaggio a Tokyo a due sue ex collaboratrici al Viminale.
Nel settembre del 2014 l’inchiesta si allargò anche ad Andrea Gibelli, già segretario generale della Regione Lombardiai.
Tra gli indagati c’è Expo, in base alla legge 231 per la responsabilità amministrativa delle società , e il suo direttore generale Christian Malangone.
Le due ex fedelissime dell’allora ministro
A far finire nei guai l’ex segretario del Carroccio sono state Mara Carluccio e Maria Grazia Paturzo, che non erano state inserite nello staff del presidente per timore che la Corte dei conti potesse fare dei controlli e contestare le assunzioni.
A compensazione, però, le due signore avevano ottenuto due contratti, uno da Eupolis e l’altro da Expo 2015.
La Carluccio era stata già in passato collaboratrice del leghista quando era ministro dell’Interno e in passato aveva ottenuto incarichi di consulenza.
A lei era finito, secondo quando si leggeva nel capo di imputazione, un contratto di Eupolis Lombardia l’Istituto superiore per la ricerca, la statistica e la formazione del Pirellone.
Un contratto da 29.500 euro annui, somma “fissata” dalla stessa “per proprie esigenze fiscali”. Più importante il secondo contratto: alla Paturzo, già collaboratrice di Isabella Votino portavoce di Maroni, dovevano arrivare 5417 euro mensili per due anni. In questo caso, era stato ipotizzato all’inizio dell’inchiesta, a essere concussi sarebbero stati esponenti di Expo 2015 e esponenti di “Obiettivo lavoro temporary manager”.
La “relazione affettiva” e l’sms che inguaia Maroni
Secondo la procura di Milano potrebbe essere stato un legame più che professionale, “una relazione affettiva” — come si legge nel capo di imputazione e come riporta il Corriere della Sera — a indurre Maroni a fare pressioni affinchè Expo pagasse la missione a Tokyo della signora Paturzo.
È stato un sms del capo della segreteria del presidente, Giacomo Ciriello, che ha di fatto inguaiato Maroni.
Il messaggino inviato a Malangone il 27 maggio dell’anno scorso che recitava: “Christian, il Pres. ci tiene acchè la delegazione per Tokyo comprenda anche la società Expo attraverso la dottoressa Paturzo e voleva” che anche lei “viaggiasse” in business class e alloggiasse in albergo di lusso.
Nel registro degli indagati sono infatti finiti i protagonisti del messaggino: Maroni che chiedeva, e Ciriello, che, secondo la tesi della Procura, avrebbe indotto Malangone a garantire l’esborso di 6mila euro per le spese del volo e dell’alloggio della Paturzo in Giappone come invocato dal governatore lombardo.
Il viaggio però fu cancellato e i biglietti vennero utilizzati da un’altra delegazione: il danno finale fu molto minore, ma questo cambia poco per il codice penale perchè la fattispecie del 319 quater punisce già la “promessa indebita di utilità “.
Le pressioni per il viaggio a Tokyo e il no di Sala
Malangone, secondo l’ipotesi del pm, avrebbe agito salvaguardare la posizione dell’ad Giuseppe Sala, estraneo all’inchiesta, e rafforzare la sua rispetto ai vertici dell Pirellone. In questa ottica, dopo l’sms, il dg incontra Ciriello spiegandogli che per la missione Tokyo deve chiedere a Sala ricordando che in passato alla Paturzo era stata negata una trasferta a Barcellona.
E Sala poi aveva risposto no. Successivamente il via libera sembra arrivare perchè Ciriello scrive a Malangone e quest’ultimo attiva la pratica, volo e albergo.
A un certo punto Malangone scrive al capo di comunicazione Expo: “Ok, capo allineato” volendo forse intendere che Sala ne era stato informato. Il tour nel Paese del Sol Levante salta, una nuova squadra viene allestita per Tokyo dove andrà Mantovani.
Il contratto per Mara Carluccio e il ruolo di Gibelli
Maroni condivide l’altra contestazione, in concorso sempre con Ciriello, con Gibelli.
In questo caso le pressioni portarono ad assegnare a un’altra ex fedelissima dei tempi del Viminale l’incarico in Eupolis. Tranche d’inchiesta per cui l’allora direttore generale di Eupolis, Alberto Brugnoli ha già patteggiato 8 mesi. I fatti risalgono a fine 2013, come la Paturzo anche la Carluccio non può essere inserita nello staff di Maroni. Gibelli, secondo la ricostruzione della Procura, su indicazione di Maroni, contatta Brugnoli, all’epoca dei fatti direttore generale di Eupolis, e gli consegna il curriculum vitae di Mara Carluccio e gli preannuncia che sarà contattato da Ciriello.
Cosa che avviene e il capo segreteria di Maroni chiede a Brugnoli di essere aggiornato sull’iter dell’assunzione. A inizio novembre 2013, Brugnoli contatta a sua volta Mara Carluccio (che era stata già allertata da Ciriello su questa eventualità ) e i due concordato un incontro per il 13 nella sede di Eupolis.
Il bando ad hoc e la consulenza conferita
Qualche giorno dopo, Mara Carluccio invia un sms a Brugnoli: “Gentile dottor Brugnoli, ho parlato con il mio commercialista che, per evitare di pagare troppe tasse, mi ha consigliato di prevedere una retribuzione che non superi 29.500 euro“.
E proprio questa somma sarà quella inserita nel bando di gara di Eupolis, poi assegnato a Mara Carluccio.
Ma prima di arrivare alla gara, il 25 novembre Brugnoli inserisce il nome della Carluccio nella lista dei consulenti accreditati presso la società e il 3 dicembre i due si incontrano di nuovo per concordare l’oggetto della consulenza che può offrire alla Eupolis.
Il 13 dicembre viene attivata la procedura comparativa, il 17 dicembre emanato il bando e individuata la commissione, il 18 dicembre viene messo l’avviso della procedura sul sito di Eupolis e lo stesso giorno la commissione esamina i curricula dei candidati, così si arriva al 19 dicembre, quando viene conferito l’incarico di consulenza alla signora a decorrere dal 2 gennaio 2014.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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