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QUANTO CI COSTERA’ L’IMU: 200 EURO PER LA PRIMA ABITAZIONE

Maggio 4th, 2012 Riccardo Fucile

IL 30% DEI PROPRIETARI E’ ESENTE E CON DUE FIGLI A CARICO COSTERA’ MENO DELLA VECCHIA ICI…L’ITALIA E’ TRA I PAESI CON LA PIU’ BASSA TASSAZIONE IMMOBILIARE

Controffensiva del ministero del Tesoro sul caso Imu.
A poco più di un mese dal fatidico 18 giugno quando si pagherà  la prima rata e di fronte alla minaccia di “rivolta fiscale” della Lega “l’uomo del fisco” di Via Venti Settembre, il sottosegretario all’Economia Vieri Ceriani, replica con numeri e tabelle.
“Il 30 per cento dei proprietari di prime case sarà  esente dall’Imu mentre il restante 70 per cento pagherà  in media 200 euro”, ha dichiarato ieri in un breve incontro con la stampa.
Ma dalle tabelle diffuse in serata emerge anche un altro aspetto: nel confronto tra la vecchia Ici, eliminata da Berlusconi nel 2008, mossa definita un errore da Monti nei giorni scorsi, e la nuova Imu, le differenze sono impercettibili.
Se si confrontano le due tasse, con la stessa aliquota al 4 per mille, considerando la detrazione Ici più bassa (era di 103,29 euro) e quella dell’Imu più alta (200 euro) e tenendo conto anche della rivalutazione delle rendite catastali del 60 per cento, la partita della tassa più pesante è in molti casi vinta dalla vecchia Ici
Se si prende, ad esempio, una casa con una rendita di 400 euro, in pratica di 80 metri quadrati in un quartiere popolare, per un single si scopre – secondo le tabelle del ministero dell’Economia – che con l’Ici si pagavano per lo stesso appartamento 64,7 euro e con l’Imu solo 68,8 euro, in pratica 4,1 euro in più.
Per le famiglie con figli il vantaggio dell’Imu prima casa rispetto all’Ici prima casa è ancora più evidente, visto che c’è una detrazione aggiuntiva di 50 euro per ciascun figlio a carico.
Ad esempio per una famiglia con due figli (detrazione pari a 300 euro) che abita in un appartamento con una rendita catastale media di 500 euro, di solito una zona modesta, il risparmio con l’Imu, rispetto ad una ipotetica Ici del 2012, è di 70,7 euro.
Per case più modeste e con quattro figli, l’Imu arriva addirittura ad essere azzerata: è il caso delle abitazioni con rendite catastali da 100 a 500 euro per una famiglia di quattro figli che non pagheranno nulla.
Il Tesoro propone anche un raffronto tra una ipotetica aliquota Ici al 5 per mille e l’attuale aliquota dell’Imu al 4 per mille.
Questo caso, più aderente alla realtà  giacchè l’aliquota media dell’Ici in tutti i Comuni italiani prima dell’abolizione era del 4,8 per mille, mostra che i risparmi dell’Imu rispetto all’Ici sono ancora più marcati.
Il risultato del confronto si inverte per le abitazioni di maggior pregio. In questo caso, dicono i grafici del ministero dell’Economia, si pagherà  più oggi con l’Imu che ieri con l’Ici.
Con le due aliquote al 4 per mille, il costo dell’Imu comincia a battere considerevolmente l’Ici oltre agli 800 euro di rendita catastale.
Ad esempio per una appartamento con una rendita di 2.000 euro, situato in una zona residenziale e in categoria elevata, l’aggravio dell’Imu potrà  arrivare fino a 407 euro, anche in questo caso la presenza dei figli potrà , per effetto delle detrazioni, mitigare la “gabella” sulla casa.
A conti fatti, spiega la nota del Tesoro, ci saranno 4,6 milioni di immobili (il 23,9%) che grazie alle detrazioni non pagheranno nulla.
Per il restante 76,1% il peso medio della tassa per quest’anno per immobile sarà  di 235 euro. Mentre se si prendono i singoli proprietari, su 24,3 milioni di italiani che hanno una casa di proprietà  6,8 milioni saranno esenti, mentre 17,5 milioni, ovvero il 72%, pagheranno in media 194 euro.
La nota del Tesoro, che ricorda come l’Imu sulla prima casa è stata reintrodotta con “l’obiettivo del consolidamento dei conti pubblici”, non manca di sottolineare “l’anomalia italiana”, come l’ha definita Ceriani: nessuno dei principali paesi dell’Ocse esenta infatti la prima casa e in Italia il peso del prelievo sugli immobili è pari allo 0,6% del Pil, mentre in Francia è del 2,4 e in Gran Bretagna del 3,5.
Naturalmente il confronto Imu-Ici è fatto dal Tesoro con una aliquota Imu ferma al 4 per mille e una Ici alla media pre-abolizione.
Tuttavia i conti effettivi potranno farsi solo a fine anno: infatti già  13 comuni di città  capoluogo, come testimonia l’Osservatorio della Uil servizi territoriali, hanno deciso di portare l’Imu prima casa in alcuni casi oltre il 5 per mille e avranno tempo fino al 30 settembre.
Senza contare che anche l’aliquota di base potrà  variare con un decreto del governo se il gettito non produrrà  i 21,4 miliardi attesi.

Roberto Petrini
(da “la Repubblica“)

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CAPITALI SVIZZERI ORA MONTI DICE SÌ ALLA TASSA SUL DENARO NASCOSTO DAGLI EVASORI ITALIANI NEI FORZIERI ELVETICI

Maggio 1st, 2012 Riccardo Fucile

IL PREMIER: “PRONTI A DISCUTERE L’ACCORDO PER TASSARE GLI EVASORI COME GERMANIA E INGHILTERRA”

Mario Monti è pronto a trattare con la Svizzera per tassare i capitali nascosti dagli evasori italiani nei forzieri di Lugano e Ginevra:“Considereremo ex novo l’intera materia”, annuncia in conferenza stampa.
Come anticipato dal Fatto , il via libera della Commissione europea agli accordi bilaterali di Gran Bretagna, Germania e Austria con Berna, ha cambiato tutto.
Ora si può discuterne, anzi,si sta già  trattando, Monti fissala prima condizione: il rispetto dei trattati sulla tassazione dei lavoratori frontalieri che “il Canton Ticino ha sospeso unilateralmente”.
Il negoziato comincia.“Come Pd presenteremo chiederemo al governo una stima sull’ammontare e la composizione dei capitali italiani in Svizzera, poi servirà  con urgenza un accordo bilaterale e un vincolo chiaro per l’utilizzo del gettito ottenuto. Se arrivassero subito 3 miliardi, per esempio, si potrebbero destinare subito a credito di imposta per le imprese che assumono”, spiega Sandro Gozi, deputato del Pd che segue da tempo il dossier dell’accordo fiscale.
Nel 2008 la Commissione europea aveva iniziato a ragionare su un accordo comunitario con la Svizzera, per tassare in loco i capitali sottratti al fisco, “ma per cambiare le regole in materia fiscale ci vuole l’unanimità  e l’Italia si opponeva, formalmente Giulio Tremonti chiedeva un accordo più duro,ma in pratica ha bloccato i negoziati”, ricorda Gozi.
La Commissione aveva comunque fatto alcuni conti: la metà  dei capitali depositati in Svizzera,3.300 miliardi, sarebbe di origine straniera: 180 miliardi tedeschi, 120-150 italiani, 70 inglesi.
A metà  2011 Gran Bretagna e Germania, vista la paralisi della normativa comunitaria e la necessità  di fare cassa, stipulano un accordo bilaterale con la Svizzera.
La Commissione all’inizio è scettica poi, dopo alcune modifiche, concede formalmente il via libera a metà  aprile.
Nel frattempo all’elenco si è aggiunta anche l’Austria.
Gli effetti si sentiranno dal2013, quando entrano in vigore gli accordi. “Germania e Gran Bretagna hanno concordato che Berna paghi subito un acconto sulle somme che riscuoterà  dalle banche, per l’Italia potrebbe essere oltre un miliardo di euro”, stima Gozi.
Da quando è caduto il veto di Bruxelles, evasori, consulenti, avvocati e banchieri stanno studiando la documentazione ufficiale per capire cosa li aspetta.
Questi accordi si compongo nodi due parti: la prima è una sanatoria del passato, la seconda una tassa annuale sui redditi prodotti dalle attività  detenute in Svizzera.
Dal primo gennaio 2013, un tedesco o un inglese che hanno un conto a Lugano avranno tre scelte.
La prima:chiudere il conto e trasferire i capitali in un altro paradiso fiscale(le autorità  elvetiche faranno di tutto per scoraggiare questa opzione).
Seconda scelta: il correntista dichiara per iscritto alla banca di voler uscire allo scoperto, la banca poi informa il governo svizzero che informa il Paese di appartenenza che poi si rifarà  sul malcapitato correntista facendogli pagare sanzioni, penali e tasse non pagate per tutti gli anni passati (ovviamente questa ipotesi è concepita in modo così poco allettante da non spingere nessuno a sceglierla).
Terza opzione,quella che tutte le parti interessate caldeggiano: il pagamento anonimo della tassa.
La banca verifica la nazionalità  del beneficiario delle attività  che detiene (anche se si tratta di un trust o di altri tipi di schermi giuridici),poi preleva dal conto la penale prevista dalle formule contenute negli accordi bilaterali — tra il 21 e il 41 per cento peri tedeschi, tra il 19 e il 34 per gli inglesi, tra il 15 e il 38 per gli austriaci— e versa la somma al governo di Berna che, a sua volta, la passerà  allo Stato interessato.
In teoria tutto questo sarebbe già  previsto dalla direttiva 2003/48,in vigore dal 2005, ma non ha mai funzionato: la Svizzera si impegnava ad applicare una ritenuta del 35 per cento sui rendimenti maturati nei suoi confini da cittadini dell’Unione europea, poi versava il 75 per cento del gettito ai Paesi di competenza.
Le somme raccolte sono state ridicole,perchè era troppo facile aggirare i vincoli. Per questo sono arrivati gli accordi bilaterali.
Dopo la sanatoria sul passato, un condono fiscale molto costoso (l’aliquota chiesta da Tremonti agli evasori che usavano lo scudo fiscale per rimpatriare denaro era solo del 5 per cento, qui sui grossi capitali si arriva al 40)in teoria non dovrebbero più esserci situazioni ambigue: chi non è uscito allo scoperto o non ha chiuso il conto fuggendo a Saint Lucia o alle isole del Canale sarà  noto al governo e, di fatto, al Paese di provenienza che sa quale gettito aspettarsi.
Nella fase due, dopo la “regolarizzazione”, al dentista o al piccolo imprenditore italiano che ha il conto a Lugano resteranno due alternative:o emerge allo scoperto o, se vuole mantenere l’anonimato,paga un’aliquota sui rendimenti ottenuti dalle attività  che è abbastanza salata: 26,375 per i tedeschi,tra il 27 e il 48 per gli inglesi,25 per gli austriaci.
“Proteggere la privacy dei clienti delle banche è e rimarrà  uno dei pilastri del settore finanziario svizzero.
L’accordo rispetta questo impegno: solo i pagamenti delle tasse saranno trasmessi alle autorità  fiscali, non i nomi dei clienti”, rassicura la documentazione del governo di Berna.
Ma è chiaro che uno dei principali benefici della segretezza, cioè l’elusione fiscale, sarà  caduto.

Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IL GESTO CHE PUO’ SPIAZZARE: NESSUNO PUO’ SPENDERE SENZA RENDERNE CONTO

Aprile 26th, 2012 Riccardo Fucile

MONTI HA RIDOTTO LE SPESE DELLA PRESIDENZA, MA ORA DEVE RICONSEGNARE ALLA RAGIONERIA GENERALE IL DIRITTO DI CONTROLLARLE… PER ESSERE CREDIBILI OCCORRE DARE L’ESEMPIO

Punto primo: l’esempio. Per essere credibile, un piano di tagli alla spesa pubblica non può che partire da qui.
Perciò, visto che dal Parlamento alle Regioni vivono tutti con fastidio ogni controllo dei conti («come osate?») Palazzo Chigi dovrebbe fare un passo dirompente: rinunciare all’autonomia assoluta per riportare il proprio bilancio sotto la verifica della Ragioneria.
Un messaggio formidabile: nessuno può spendere senza renderne conto.
In questi mesi, sarebbe ingeneroso non riconoscerlo, il governo di Mario Monti ha mostrato su questo punto un senso della misura da tempo smarrito.
Tanto da tirarsi addosso, sul tormentone della sobrietà , qualche ironia.
Ha sforbiciato i ministeri, ridotto le consulenze, tagliato del 92% i voli blu…
Su tutta un’altra serie di iniziative, invece, ha dovuto incassare dei «no» a ripetizione, riassumibili in romanesco così: «Nun je spetta».
Tagliare le Province? «Nun je spetta».
Allineare al livello europeo indennità  e stipendi del Parlamento in caso di fallimento (poi arrivato) della Commissione Giovannini? «Nun je spetta».
Costringere le regioni a ridurre certe spese? «Nun je spetta».
E tutto nel culto sacrale di una autonomia difesa con una gelosia così cocciuta e permalosa da far pensare spesso che mascherasse retropensieri inconfessabili.
Come se le difficoltà  delle pubbliche casse fossero un problema che riguarda fino a un certo punto chi ritiene di avere il diritto divino a non rendere conto delle proprie scelte.
Come se perfino il contenimento di alcuni privilegi diventati offensivi in questi anni di crisi fosse una gentile concessione fatta al governo e non un obbligo per tutti coloro che sono chiamati a far la propria parte.
È in questo contesto di resistenze esasperate e spesso irritanti che la Presidenza del Consiglio potrebbe mettere tutti con le spalle al muro dando quell’esempio clamoroso: la rinuncia all’autonomia totale dei propri bilanci.
E il riconoscimento alla Ragioneria Generale dello Stato e alla Corte dei Conti del diritto a controllare (e a contestare gli eventuali abusi, ovvio) perfino le spese di Palazzo Chigi.
Del resto così era una volta, fino a una dozzina di anni fa.
E non risulta che Alcide de Gasperi e Amintore Fanfani, Giulio Andreotti o Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi o Silvio Berlusconi fossero per questo minati nella loro pienezza di governo.
Nè che la stessa democrazia, per quei controlli sacrosanti, fosse in qualche modo compromessa.
I conti di Palazzo Chigi furono sottratti alle competenze del Tesoro con un decreto legislativo varato il 30 luglio 1999, quando il premier era Massimo D’Alema.
La motivazione? La rivendicazione della Presidenza del Consiglio dello status di totale autonomia finanziaria già  riconosciuto al Quirinale, al Senato, alla Camera: perchè loro sì e noi no?
Da allora a oggi, nessuno è più riuscito a fare marcia indietro.
Vogliamo dirla tutta? Nessuno ha più «voluto» fare marcia indietro.
Se mai ogni nuovo premier ha cercato di allargare ulteriormente i confini di questa sovranità  assoluta ad altri «staterelli» dei dintorni.
Come i ministeri senza portafoglio o la Protezione civile.
Non soltanto nel caso, si capisce, di interventi di gravissima emergenza, ma anche se si trattava di restaurare una statua o allestire le regate della Vuitton Cup.
Risultato: da 13 anni, come il viceministro dell’Economia Vittorio Grilli ha più volte sottolineato, alcuni miliardi di euro vagano senza controlli sostanziali nei bilanci statali.
Quasi che esistessero «zone franche» che non devono rispondere a nessuno.
E non è servita a molto neppure la sentenza della Corte Costituzionale che nel 2002 restituì alla Corte dei Conti la competenza sugli atti di Palazzo Chigi sottratta con quel decreto di tre anni prima.
Vittoria che di fatto, come la storia si sarebbe incaricata di dimostrare, fu solo di facciata.
Conosciamo l’obiezione: mettete forse in dubbio la serietà , la sobrietà , la ragionevolezza degli organi istituzionali ai quali venne riconosciuta quell’autonomia totale, dopo il Ventennio fascista, proprio perchè fossero sottratti ai ricatti e alle prepotenze muscolari del potere esecutivo? Niente affatto.
Ma il solo obbligo di rendere conto delle proprie spese, tuttavia, può aiutare chi amministra a essere più virtuoso.
E al contrario la sola autonomia illimitata, dicono i numeri, incoraggia a essere più spendaccioni.
Lo dimostrano proprio i numeri di Palazzo Chigi.
Dal 1999 al 2010 le spese del segretariato generale sono più che raddoppiate schizzando da 348 miliardi di lire a 488 milioni di euro.
Con un aumento in termini reali, calcolata l’inflazione, del 116%.
Nel solo 2000, primo anno di autonomia contabile, le spese registrarono un balzo del 28,7%. Con una impennata, per certe voci, da capogiro.
I soldi tirati fuori dalle casse presidenziali per pagare il personale «comandato» (cioè preso in prestito) da altre amministrazioni pubbliche aumentarono del 44,5%.
Quelli destinati alle trasferte del premier si quintuplicarono: da 903 milioni di lire a 5 miliardi e passa.
Dentro la «zona franca», in questi anni, è finito di tutto.
Tre milioni per il campionato mondiale di pallavolo del 2010.
Due per quello di ciclismo su pista del 2012.
E poi otto per le «politiche antidroga» e 81 per il Fondo per la gioventù e 44 per quello della montagna e 26 per «la valorizzazione e la promozione delle aree territoriali svantaggiate» confinanti con le Regioni a statuto speciale e insomma i soldi per contenere le pretese di tanti comuni di «emigrare» dal Veneto al Trentino Alto Adige…
Fino ai 374 milioni dei contributi per l’editoria. Per non dire delle spese faraoniche per i Grandi eventi della Protezione civile, da quelle del G8 della Maddalena a quelle per le opere dei 150 anni dell’Unità  d’Italia, finite nel gorgo giudiziario delle indagini sulla «Cricca».
Su tutto, spiccano però certe spese relativamente «minori» ma difficili da interpretare non solo per gli specialisti.
Che cosa erano esattamente le «attività  di supporto alla programmazione, valutazione e monitoraggio degli investimenti pubblici» costate 11,4 milioni?
E il «fondo eventi sportivi di rilevanza internazionale» finanziato con 10 milioni?
Perchè tanta genericità ? Dov’è la trasparenza?
Per non parlare dell’opacità  di un bilancio che dal 2000 (coincidenza?) è scomparso dal sito della presidenza del Consiglio ed è scaricabile soltanto con enormi difficoltà , per chi non paga l’abbonamento, da quello della Gazzetta ufficiale.
Un esempio? Nei rendiconti di tutte le aziende pubbliche o private del pianeta (tranne quelle che vogliono occultare qualcosa, ovvio) i costi dei dipendenti finiscono sotto due o tre voci. Sapete quante sono quelle di Palazzo Chigi? Ventidue.
Dagli «stipendi agli estranei addetti alle segreterie particolari del presidente…» fino all’«indennità  mensile al personale in servizio…», dal «fondo unico di presidenza» (la cui vaghezza pare fatta apposta per spingere i cittadini al sospetto) al «rimborso alle amministrazioni degli assegni corrisposti al personale in prestito…» eccetera eccetera. Ventidue voci.
Al punto che sapere quanto precisamente spendiamo per pagare la gente che lavora a Palazzo Chigi e nelle sue 19 dèpendance è una missione quasi impossibile.
Del resto, anche sapere quante persone sono davvero impiegate dalla Presidenza non è facile. Nemmeno, forse, per il presidente del Consiglio.
L’8 settembre 2001 il Cavaliere raccontò d’aver incontrato una Margaret Thatcher esterrefatta perchè Blair aveva portato da 70 a 200 i dipendenti di Downing Street.
«Sapete quante persone ho trovato io a Palazzo Chigi? Ne ho trovate 4.500. Penso che serva una rivoluzione pacifica per ammodernare lo Stato».
Bene: quando ha lasciato a Mario Monti la guida del governo, nei palazzi della Presidenza di persone ce n’erano almeno 4.600.
La conferma indiretta l’ha fornita Renato Brunetta quando, replicando a fine ottobre del 2011 al Corriere , ha spiegato che al netto di «circa 400 cessazioni dal servizio», nel 2013 i dipendenti di Palazzo Chigi sarebbero stati «al massimo 4.280».
Al massimo…
Torniamo al tema: mettiamo che la Presidenza del Consiglio decida di mettere i propri bilanci sotto il controllo della Ragioneria.
Cosa faranno tutti gli altri?
Continueranno a rivendicare il loro diritto a non rendere conto a nessuno?

Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)

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PRIMO PARTITO MONTI: UNA SUA LISTA PRENDEREBBE IL 30% DEI VOTI

Aprile 22nd, 2012 Riccardo Fucile

UNA RICERCA DELLA LUISS INDICA CHE MONTI TOGLIEREBBE IL 10% AL PD E IL 7% AL PDL, SUPERANDO ENTRAMBI IN CASO DI ELEZIONI….PESA L’INCOGNITA DEGLI ASTENUTI CHE POTREBBERO TOCCARE IL 40%     E DEGLI INDECISI, ATTUALMENTE AL 20%

Contenitori di nuova foggia, grandi alleanze, partiti della nazione, movimenti di popolo, antipolitica in cerca di una via democratica di consenso.
Nelle ultime settimane si moltiplicano annunci e riunioni per scomporre, ricomporre e rifondare vecchi e nuovi scatoloni, in vista di elezioni politiche neanche fissate.
Il punto, ci informa un sondaggio della Cise Luiss del professor Roberto D’Alimonte (riportato ieri dal Sole 24 Ore), è che nella transizione tra la fine del governo Berlusconi e la messa in opera dei tecnici, sono finiti a spasso la bellezza di 16 milioni di voti.
Sedici milioni di elettori sono “in cerca di partito”.
E non è che proprio lo stiano cercando: aspettano che l’offerta politica si adegui al passaggio brusco d’orizzonte che si è verificato con la crisi di governo e quella economica che l’ha accompagnata.
Cifre come queste non si vedevano dalla fine della Prima Repubblica, dal dopo Tangentopoli, da quando quei voti in uscita dai grandi serbatoi dei partiti di governo (fondamentalmente Dc e Psi), finirono per premiare l’offerta nuova di Lega Nord e Forza Italia, a scapito di chi restò in piedi (il Pds).
Se si votasse oggi, afferma il sondaggio, il 35% degli elettori non andrebbe proprio alle urne, e un altro 7,1% sarebbe indeciso se farlo o meno.
Quelli che già  sanno chi votare sono appena il 38,1% (erano il 58,3% appena un anno fa), contro un 19,8 % di “indecisi” — ma solo sul partito sul quale barrare la preferenza.
In sostanza il 60% degli aventi diritto, vale a dire sei elettori su dieci, non sa chi votare. L’emorragia di consensi riguarda principalmente i partiti del centrodestra.
Nelle intenzioni di voto il Pdl ha preso lo scivolo: 29,7% nell’aprile 2011, 23,3% a novembre, 22,5% oggi.
Anche la Lega, che mettendosi all’opposizione del governo Monti era passata dal 9,8% di aprile 2011 al 12,2% di novembre, è precipitata con gli eventi giudiziari degli ultimi giorni al 7,4%.
Sono questi i voti che maggiormente viaggiano verso il bacino dell’astensionismo.
Di contro, con un Pd stabile al 30,2%, crescono l’Idv (al 9,5% contro il 7,1% di novembre 2011 e il 6,9% dell’aprile precedente), l’Udc (8,5%), Sel (7,8%) e il Movimento Cinque Stelle, che dall’ 1,3% di aprile 2011 era passato a novembre al 4,6% e ora viaggia sul 5,5%.
Stiamo però parlando sempre dei dati espressi in quel 38,1% che ha detto di aver scelto cosa votare.
Dietro di loro si muove una maggioranza confusa e consistente, il vero bottino di future campagne elettorali.
Certo non aiuta la lontananza dalle urne (si voterà  a ottobre o nel 2013, e con quale sistema elettorale?) e il momento di crisi dei vecchi simboli della rappresentanza politica.
La confusione è talmente alta sotto al cielo che seppure Mario Monti goda a oggi di un consenso non propriamente elevato (solo il 43,79% mantiene sul premier un giudizio positivo), un’ipotetica “Lista Monti” senza una collocazione politica definita, sarebbe il primo partito e leverebbe consenso principalmente alle due aggregazioni maggiori.
Una lista guidata da Monti, arriverebbe al 29,6%, lasciando al Pd il 19,6% e al Pdl il 15,2 %. D’altronde, però, il 56,46% degli intervistati non vedrebbe di buon occhio la sua discesa in campo.
Sul segno politico da attribuire all’esecutivo dei tecnici, del resto, gli elettori mostrano pochi dubbi: è un governo di centro per il 28,93 % degli intervistati.
È un governo di centro-destra per il 27, 82%.
È un governo di destra per il 20,83 %.
Solo l’8,38% ritiene che i tecnici siano di sinistra.
Il 14,05 % che sia di centro-sinistra.
Ai partiti oggi rappresentati in parlamento, per non scomparire davanti a un’offerta politica che l’elettorato può giudicare “nuova”, non resta che attrezzarsi per portare al voto almeno i propri delusi e indecisi (in questo senso oggi è in controtendenza il Pd che pesca voti tra i delusi che non andarono a votarlo nel 2008).

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LETTERA DI MONTI AL “CORRIERE DELLA SERA”: I DUBBI E LE RISERVE ALL’ESTERO SUL FUTURO DEL NOSTRO PAESE

Marzo 30th, 2012 Riccardo Fucile

“I PARTITI DIMOSTRANO SENSO DI RESPONSABILITA, GLI ITALIANI SONO MATURI”

Caro Direttore,vedo solo ora che alcune considerazioni da me fatte in una conferenza tenuta l’altro ieri a Tokyo presso il giornale Nikkei hanno suscitato vive reazioni in Italia.
Ne sono molto rammaricato, tanto più che quelle considerazioni, espresse nel corso di un lungo intervento in inglese, avevano l’obiettivo opposto a quello che, fuori dal contesto, è stato loro attribuito.
Volevano infatti sottolineare che, pur in una fase difficile, le forze politiche italiane si dimostrano vitali e capaci di guardare all’interesse del Paese.
La mia visita in Corea, Giappone e Cina ha lo scopo di spiegare ai governi e agli investitori asiatici ciò che l’Italia sta facendo per diventare più competitiva, anche nell’attrarre investimenti esteri.
Comincia a diffondersi l’apprezzamento per ciò che il nostro Paese ha saputo fare in pochi mesi in termini di riduzione del disavanzo, riforma delle pensioni, liberalizzazioni.
Ma restano una riserva, una percezione errata, un forte dubbio.
La riserva, comprensibile, riguarda il mercato del lavoro.
Con quali tempi il Parlamento approverà  la riforma proposta dal governo?
La sua portata riformatrice verrà  mantenuta sostanzialmente integra o verrà  diluita?
La percezione errata è quella che porta ad attribuire essenzialmente al governo («tecnico») il merito dei rapidi cambiamenti in corso.
Il forte dubbio discende da quella percezione: è il dubbio che il nuovo corso possa essere abbandonato quando, dopo le elezioni parlamentari, torneranno governi «politici».
Finchè la percezione errata e il dubbio non saranno dissipati, la fase attuale verrà  considerata come una interessante «parentesi», degna forse di qualche investimento finanziario a breve termine.
Ma le imprese straniere, come del resto quelle italiane, saranno riluttanti a considerare l’Italia un luogo conveniente nel quale investire e creare occupazione.
Non è facile modificare le opinioni su questi due punti.
Ma credo sia dovere del presidente del Consiglio cercare di farlo con ogni interlocutore.
Gli argomenti che ho utilizzato a Tokyo, riportati correttamente dai corrispondenti italiani presenti, ma «letti» in Italia fuori contesto, sono stati i seguenti.
Se da qualche mese l’Italia ha imboccato risolutamente la via delle riforme, lo si deve in parte al governo, ma in larga parte al senso di responsabilità  delle forze politiche che, pure caratterizzate da forti divergenze programmatiche, hanno saputo dare priorità , in una fase di emergenza, all’interesse generale del Paese.
E lo si deve anche alla grande maturità  degli italiani, che hanno mostrato di comprendere che vale la pena di sopportare sacrifici rilevanti, purchè distribuiti con equità , per evitare il declino dell’Italia o, peggio, una sorte simile a quella della Grecia.
E dopo le elezioni?
Certo, torneranno governi «politici», come è naturale (perfino in Giappone, ho dichiarato che il sottoscritto sparirà  e che il «montismo» non esiste!).
Ma ritengo che ciò non debba essere visto come un rischio.
Le forze politiche sono impegnate in una profonda riflessione al loro interno e, in dialogo tra loro, lavorano a importanti riforme per rendere il sistema politico e istituzionale meno pesante e più funzionale.
Ho anche espresso la convinzione che il comportamento delle forze politiche dopo questo periodo, del quale le maggiori di esse sono comunque protagoniste decisive nel sostenere il governo e nell’orientarne le scelte, non sarà  quello di prima.
Infatti, stiamo constatando – anche i partiti – che gli italiani sono più consapevoli di quanto si ritenesse, sono pronti a esprimere consenso a chi si sforzi di spiegare la reale situazione del Paese e chieda loro di contribuire a migliorarla.
«La mia fiduciosa speranza – ho detto a Tokyo – è che questo sia un anno di trasformazione per il Paese, non solo sul fronte del consolidamento di bilancio, per la crescita e per l’occupazione, ma anche perchè i partiti politici stanno vedendo che gli italiani sono molto più maturi di quello che pensavamo: la gente sembra apprezzare un modo moderato e non gridato di affrontare i problemi».
A sostegno di questa tesi, fiduciosa nella politica e indispensabile per dare fiducia nell’Italia a chi deve aiutarci con gli investimenti, a offrire lavoro ai nostri giovani, ho ricordato che, per quel che valgono, i sondaggi sembrano finora rivelare un buon consenso al governo, che pure è costretto a scelte finora considerate impopolari.
In questo modo mi sto impegnando per presentare, a una parte sempre più decisiva dell’economia globale, un’Italia che si sta trasformando, grazie all’impegno di politici, «tecnici» e, soprattutto, cittadini.
Trasformazione che proseguirà  anche dopo il ritorno a un assetto più normale della vita politica.

Mario Monti
(da “Il Corriere della Sera“)

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ORA MONTI PENSA ALLA FIDUCIA: TENSIONE TRA IL PROFESSORE E I PARTITI

Marzo 29th, 2012 Riccardo Fucile

IL PREMIER NON INTENDE FARE PASSI INDIETRO SULLA RIFORMA DEL LAVORO…E NEI PARTITI INIZIANO LE PRESE DI DISTANZA

Il primo gancio l’avevano assorbito, anche se dopo la citazione andreottiana i leader della «strana maggioranza» si erano interrogati sulle reali intenzioni di Monti.
E durante il vertice per le riforme, l’altro ieri, erano nate due scuole di pensiero.
C’era chi sosteneva che il premier avesse voluto mandare un avvertimento ai partiti, che avesse voluto cioè solo spronarli per farli riallineare alla linea del governo.
E c’era invece chi riteneva che il Professore – con l’approssimarsi della fase economica più difficile per gli italiani – avesse iniziato a scaricare le tensioni sulle forze politiche. Tutti comunque immaginavano che Monti non sarebbe andato oltre, nessuno pensava all’uno-due.
Perciò l’uppercut di ieri li ha colti di sorpresa.
Ma c’è un motivo se l’Abc della politica ha reagito in modo diverso all’affondo del premier contro i partiti, se l’ex ministro Brunetta – incontrando Alfano – l’ha consigliato a tenere il Pdl fuori dal ring della polemica: «Tanto Monti non ce l’ha con noi ma con il Pd».
È il provvedimento sul mercato del lavoro al centro dello scontro, e il Professore – che si è sentito politicamente e istituzionalmente «abbandonato» – non intende cedere nè fare passi indietro rispetto all’impianto della riforma.
E poco importa se le tensioni provocate hanno incrinato anche i rapporti con il Colle. Il premier ne fa una questione di principio e una di merito.
Intanto non accetta di esser stato chiamato a far «l’aggiustatore» per poi essere scaricato alla bisogna.
L’idea poi di venir additato come una sorta di dittatore al soldo dei mercati e di mancare di rispetto alle prerogative del Parlamento, lo rende meno sobrio anche nel linguaggio.
È pronto infatti alla mediazione sull’articolo 18, nel senso che è pronto a discutere una diversa formulazione della norma, ed è disposto – come è successo già  per altri provvedimenti – ad accettare una «soluzione alternativa che sia confacente».
Se così non fosse, però, presenterebbe il testo redatto dal governo, lo sigillerebbe con il voto di fiducia, e a quel punto «ognuno ne trarrebbe le conseguenze».
Il progetto è chiaro, e per Monti anche obbligato.
Il fatto è che il suo percorso entra in rotta di collisione con il Pd, dove il profilo del Professore inizia ad assomigliare a quello del Cavaliere, e non perchè il premier cita i sondaggi per tenersi a debita distanza dal giudizio che i cittadini hanno nei riguardi dei partiti.
Bersani non intende cedere perchè altrimenti vedrebbe minacciati gli «interessi della ditta».
Ed è in quel nome che non desiste, anzi rilancia: nelle parole del presidente del Consiglio scorge una «minaccia», «così si aprono dei varchi pericolosi all’anti-politica».
Di pensierini andreottiani ne fanno anche al quartier generale dei Democrat, dove c’è chi immagina addirittura una manovra internazionale tesa a impedire che il Pd possa andare a palazzo Chigi.
Non è dato sapere se il segretario condivida questa analisi, è certo che Bersani non accetta di fare il cireneo e di venire anche flagellato: «Ci è stato detto che l’emergenza economica imponeva di non disturbare più di tanto il manovratore. Ma poi la gente ferma me per strada…».
Ed è questo il punto.
Dopo quattro mesi di governo, i provvedimenti lacrime e sangue varati da Monti iniziano ad impattare sul Paese: in questi giorni l’addizionale regionale Irpef sta alleggerendo le buste paga dei lavoratori; prima dell’estate l’Imu appesantirà  le dichiarazioni dei redditi dei possessori di case; in autunno il secondo aumento dell’Iva farà  galoppare ancor di più i prezzi…
Il rischio per i partiti è che si realizzi la profezia di Bossi, quel «finchè la gente non s’incazza» che è vissuto come un incubo da chi oggi sostiene l’esecutivo tecnico.
Il rischio aggiuntivo per Bersani è che «l’opinione pubblica possa iniziare a pensare come si stava bene prima», cioè con Berlusconi…
Così nella «strana maggioranza» è iniziata una manovra degna di un equilibrista: stare con il Professore e tenersene però a distanza, appoggiare il governo senza tuttavia assecondarlo.
Il gioco si è disvelato al crocevia della riforma sul mercato del lavoro ed è così che gli equilibri sono saltati.
Persino Casini – che si era sempre schierato dalla parte del premier «senza se e senza ma» – nei giorni dello scontro tra palazzo Chigi e i sindacati si è defilato, prima dicendo che «ad una nuova legge noi preferiamo un buon accordo», poi avvisando che «il Parlamento non sarà  un passacarte».
E ieri, dopo le parole pronunciate da Monti in Estremo Oriente, ha criticato il linguaggio del Professore, definendolo un «errore di comunicazione».
Non si era mai visto in effetti un capo di governo che attacca così la propria maggioranza, per quanto «strana».
Il fallo di reazione è stato commesso da chi si è reso conto di non avere più nemmeno la totale copertura del Colle.
Il problema è che anche Napolitano ora ha pochi margini di manovra, dato che il Quirinale si è trasformato a sua volta in un parafulmini.
Nel braccio di ferro tra il premier e il Pd, viene lambita infatti anche la figura del capo dello Stato, che ieri aveva invitato a rinviare il giudizio sulla riforma del mercato del lavoro «quando sarà  presentato il testo».
Bersani invece il giudizio l’ha dato, eccome, ravvisando «elementi di incostituzionalità » nel provvedimento.
Il leader democratico ha ripreso la tesi sostenuta in Consiglio dei ministri dal titolare della Salute, Balduzzi, e definita dal Pdl «un’interpretazione sovietica del diritto».
Si attende il rientro di Monti per cercare un compromesso tra le ragioni dei tecnici e quelle dei politici.
Nel frattempo ieri lo spread è risalito a quota 327.

Francesco Verderami
(da “Il Corriere della Sera“)

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IL WALL STREET JOURNAL ELOGIA MONTI: “IL SUO MANDATO PUO’ DIVENTARE GRANDIOSO”

Marzo 27th, 2012 Riccardo Fucile

IL PARAGONE CON LA THATCHER: “LE LEGGI ITALIANE SUL LAVORO SONO FRA LE PIU’ RESTRITTIVE DEL MONDO OCCIDENTALE”

Entusiasmo del Wall Street Journal per Mario Monti che, come recita il titolo di un editoriale, «fa la Thatcher» di fronte alla riforma del lavoro: «Il premier italiano ha una rara opportunità  di educare gli italiani sulle riforme economiche».
Monti, esordisce l’articolo, «se ne è andato dai negoziati con i sindacati e ha annunciato che procederà  alla riforma delle famigerate leggi sul lavoro, con o senza il consenso delle organizzazioni sindacali. Se a Roma sarà  risparmiato il destino recentemente toccato ad Atene, segnatevi questa settimana come il momento della svolta».
Le leggi italiane sul lavoro «sono fra le più restrittive del mondo occidentale».
Il totem dell’articolo 18 praticamente vieta alle imprese con più di 15 dipendenti di licenziare i lavoratori, indipendentemente dagli indennizzi offerti. Monti ha proposto di sostituire questo schema del «posto fisso a vita «con un generoso sistema di indennizzi garantiti quando i lavoratori sono licenziati per motivi economici».
«In gran parte del mondo libero questa sarebbe considerata una riforma utile ancorchè moderata» assicura il WSJ, secondo cui «fra altri punti deboli, la nuova legge non scalfisce il diritto del lavoratore di contestare in tribunale il licenziamento per motivi disciplinari: un regalo non ricambiato fatto ai sindacati».
Ma, ammonisce il quotidiano economico conservatore, «affrontare i sindacati italiani richiede coraggio, e non solo di natura politica. Dieci anni fa in questo mese l’economista Marco Biagi fu abbattuto da terroristi di sinistra per i suoi sforzi di progettare un’altra riforma del lavoro. La mossa di Monti ha provocato la chiamata a uno sciopero generale da parte della Cgil, il più grande sindacato italiano».
Secondo il WSJ, è coraggioso anche decidere di presentare il disegno di legge in parlamento invece di farne un decreto, dato che la riforma è stata dichiarata «inaccettabile» dal Partito Democratico.
D’altronde «una riforma di successo e duratura non può essere effettuata per decreto, bensì dimostrando che questi cambiamenti godono di un mandato popolare».
Monti, conclude il WSJ, ha tre vantaggi rispetto ai predecessori: «rimane popolare in Italia. Dice che non vuole candidarsi alle elezioni».
E per «educare gli italiani» sui rischi di opporsi alle riforme ha un’opportunità  «rara»: «può semplicemente chiedere di guardare oltre il Mar Ionio. Se questo non li spaventa, nulla potrà  farlo».
E se la politica italiana ha «distrutto più di un riformatore», la differenza è che Monti non ha accettato il posto per fare il supplente.
«Se intende fare di questa riforma il primo e non l’ultimo passo di un’agenda più ambiziosa per rilanciare la crescita italiana, questo suo unico mandato potrebbe diventare grandioso».

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IL TOUR DI MONTI IN ASIA

Marzo 26th, 2012 Riccardo Fucile

DALLA COREA DEL SUD AL KAZAKISTAN PER FAVORIRE GLI SCAMBI COMMERCIALI CON L’ITALIA E RIDARE CREDIBILITA’ AL NOSTRO PAESE

Un «roadshow» – lo ha definito lui stesso così – per promuovere l’immagine dell’Italia in Oriente.
Otto giorni per illustrare ai principali partner commerciali e finanziari asiatici lo stato di avanzamento della nuova Italia, quella guidata dai tecnici ai quali è stato affidato il risanamento del Paese.
«Occorre continuità  tra operazioni di ammodernamento dell’economia e presentazione al resto del mondo ai fini di investimento finanziario e industriale, oltre che di accresciuto prestigio dell’Italia», ha spiegato Mario Monti. Detto fatto.
Il premier parte con la riforma del lavoro sospesa in Parlamento – e non avrebbe voluto andasse così – ma comunque con una carta in più: l’arrivo di Vincenzo La Via alla direzione del Tesoro, fino a ieri direttore finanziario della Banca mondiale, membro del Financial Stability Board e noto negli ambienti che contano della finanza globalizzata.
Il Presidente del Consiglio ha optato per una permanenza lunga, otto giorni e cinque tappe tra Corea del Sud, Giappone, Cina e Kazakistan per completare il giro di contatti ad alto livello iniziato in Europa e proseguito negli Stati Uniti.
E’ l’ultimo tassello del mosaico politico-economico con il quale – dice Palazzo Chigi – «il governo risponde alla domanda di Italia che proviene da tutto il mondo».
Un facile slogan per spiegare la curiosità  degli stranieri per il «nuovo corso» dell’Italia di Monti.
La prima tappa in Corea del Sud per la seduta inaugurale della Conferenza sulla sicurezza nucleare di Seul.
Ci saranno tutti: da Obama a Sarkozy a Hu Jintao.
Un’assise di importanza pari all’Assemblea generale Onu, durante la quale si affronta il tema della proliferazione nucleare e i dossier iraniano e nordcoreano.
Ma anche un’occasione per allacciare o rafforzare rapporti bilaterali strategici come quello col primo ministro indiano, Manmohan Singh, con cui Monti affronterà  la vicenda giudiziaria dei due Marò e della petroliera Enrica Lexie.
Il giorno successivo, prima del suo intervento al summit (sarà  il quarto a parlare) Monti incontrerà  il presidente coreano Lee Myung-bak per individuare iniziative utili a rafforzare i rapporti già  rodati tra i due Paesi – come dimostrano gli 8,47 miliardi di dollari di interscambio – ma anche a stimolare gli investimenti in Italia divenuti fiacchi dopo la caduta delle Tigri asiatiche.
Seconda tappa a Tokyo, dove il premier tenterà  di sbloccare l’impasse commerciale col Giappone il cui interscambio risulta sottotono rispetto alle potenzialità , specie alla luce del fallimento del «free trade agreement» tra Ue e il Paese nipponico.
Il primo appuntamento è con il ministro delle Finanze Jun Azumi, poi ci sarà  il premier Noda, una colazione col board di Keidanren (la Confindustria giapponese) e incontri con banche e istituzioni finanziarie nazionali.
Da segnalare l’intervento presso il quotidiano economico Nikkei Shimbun, con cui Monti rinnova un appuntamento già  visto a Londra al Financial Times e a New York, con NY Times e Bloomberg.
Il 30 marzo è quindi previsto lo sbarco in Cina, la locomotiva economica d’Oriente la cui velocità  di crescita ha registrato sintomi di rallentamento negli ultimi tempi.
Ma pur sempre un partner strategico dell’Italia, sia per i forti investimenti nel nostro debito (la Cina detiene almeno il 10% dei titoli), sia per il fatto di essere il mercato privilegiato di oltre 1500 imprese nostrane.
Ed è proprio con la comunità  italiana il primo appuntamento mentre il giorno successivo il premier incontrerà  il primo ministro Wen Jiabao al palazzo dell’Assemblea Nazionale del Popolo.
L’agenda dei due giorni prevede contatti con gli ambienti finanziari cinesi e i vertici della scuola del Partito Comunista mentre non è ancora confermato il meeting col governatore della Banca Centrale.
In un’ottica di lungo periodo, tuttavia, l’appuntamento più interessante è il 1 aprile a Boao nell’isola di Hainan (la Davos d’oriente) con il vicepremier cinese Li Keqiang, destinato a breve a succedere allo stesso Wen.
Dopo l’intervento al «Boao Forum for Asia» Monti ripartirà  alla volta dell’Italia facendo prima tappa ad Astana, in Kazakistan, per uno scalo tecnico e una stretta di mano col presidente Nursultan Nazarbayev.
Un incontro lampo ma di rilevanza strategica visti i rapporti geo-energetici che legano i due Paesi e ultima tappa del «Roadshow» d’Oriente.

Francesco Semprini

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MONTI ATTACCA DA SEOUL: “NON MI INTERESSA DURARE, MA LAVORARE BENE”

Marzo 26th, 2012 Riccardo Fucile

POI CITA LA FAMOSA FRASE DI ANDREOTTI: “MEGLIO TIRARE A CAMPARE CHE TIRARE LE CUOIA” PER CONFERMARE CHE IL SUO SCOPO NON E’ QUANTO STARE IN SELLA, MA QUELLO DI GOVERNARE AL MEGLIO

“Non punto alla durata, ma a fare un buon lavoro”: Mario Monti cita la celebre frase di Giulio Andreotti   – “meglio tirare a campare che tirare le cuoia” — al summit sulla sicurezza nucleare in corso a Seul per chiarire a tutti che non ha intenzione di seguire nè l’una nè l’altra strada indicata nel motto del sette volte presidente del Consiglio.
Come a dire a chi è rimasto in Italia, e in special modo al Partito democratico: se la riforma del lavoro non va bene così, allora non è di me che avete bisogno.
Monti non sembra preoccupato dall’altro fondamentale aforisma attribuito ad Andreotti: “Il potere logora chi non ce l’ha”.
Anche perchè il presidente del Consiglio sa che il suo potere, in questo momento, è quello di lasciare i partiti al giudizio delle urne.
Con quel che ne consegue.
Per mostrare ulteriormente la sua diversità , aggiunge che non serve agitare lo spettro di una crisi sulla riforma del mercato del lavoro, perchè “rifiuterei il concetto stesso di crisi” e perchè c’è un altro elemento che il professore mette sotto agli occhi della politica: ”Se il Paese, attraverso le sue forze sociali e politiche, non si sente pronto a quello che secondo noi è un buon lavoro, non chiederemo certo di continuare per arrivare a una certa data”.
Un messaggio chiaro e forte quello di Monti: i Paesi sede di fondi sovrani e istituzioni private che investono anche nel nostro Paese hanno “il palpabile desiderio di capire se, come e quanto intensificare i loro investimenti in Italia”, timorosi del ritorno di “vecchi vizi”, come l’invadenza della politica nell’economia.
E’ vero che “alla fine di questo test, quando la politica tradizionale tornerà  non sarà  quella tradizionale” ma, se non bastasse, Monti avverte che ”finora il Paese si è mostrato più pronto di quello che immaginassi e se qualche segno di scarso gradimento c’è stato è andato verso altri protagonisti del percorso politico. Ma non verso il governo”.
I partiti sono il problema, dunque.
E i partiti rispondono prontamente alla chiamata.
Per primo Angelino Alfano, complici le voci di sondaggi poco lusinghieri per il Pdl e l’opportunità  di rispedire la palla nel campo del Pd e dei sindacati, si affretta a dare ragione al presidente del Consiglio: ”Monti ha detto che per lui è importante fare un buon lavoro e non tirare a campare. Siamo d’accordo: o si fa una buona riforma o nessuna riforma”.
E sulla stessa linea si colloca Pierferdinando Casini. I
l leader dell’Udc si dice certo che ”quello di Monti è l’ultimo governo di questa legislatura”. Mentre Gianfranco Fini da Londra aggiunge: “Il tema della mobilità  in uscita va affrontato anche nel settore statale”.
Nel gioco del cerino l’ultimo della fila rimane il Pd di Pierluigi Bersani.
Il segretario, pur reduce dalla sostanziale unanimità  consegnata alla sua relazione davanti alla direzione nazionale, è di fronte a un bivio.
Da un lato la necessità  di contenere lo scontento dell’elettorato che non gli perdonerebbe l’avallo della riforma dell’articolo 18 così come è uscita dal confronto con le parti sociali. Dall’altro la necessità  di tener fede a quel “senso di responsabilità ” verso il Paese che lo stesso Bersani ha ribadito ancora oggi davanti ai big del suo partito.
C’è poi il terzo fronte tutto interno.
Che lo vede perennemente nel guado tra l’anima democristiana del Pd, pienamente soddisfatta dal governo dei tecnici, e l’anima socialista che guarda fuori e strizza l’occhio a Vendola e alla Cgil.
E così Bersani cerca la sintesi, riportando in Parlamento il lavoro di modifica al testo della riforma del lavoro.
”Il Paese è prontissimo ad affrontare una situazione d’emergenza — dice il segretario dei democratici — ma per aiutarlo bisogna che ci sia un buon dialogo tra governo, Parlamento e forze politiche per non creare un distacco tra Paese e forze del governo”.
Poi Bersani cerca di gettare acqua sul fuoco: “Non sopravvaluto le parole dette oggi da Monti, gliel’ho sentito dire una ventina di volte, fa parte del ragionamento di una persona chiamata a risolvere dei problemi senza essersi candidata, lui pone il tema di capire se ci sono le condizioni. Io gli rispondo: ci sono le condizioni”.
E se i partiti litigano a distanza, Monti incassa elogi dall’altra parte del pianeta.
Dopo i bilaterali con i primi ministri di Singapore e Canada, Monti spiega di essersi “reso conto di quanto seguano da vicino gli sviluppi della situazione italiana e di quanto la vedano da vicino”.
Poi anche il professore cita un termine schizzato in testa al vocabolario della politica in questi giorni: quello del quid, anche se in accezione diversa da quella usata da Berlusconi con Alfano.
Sì, perchè Monti osserva che “poi viene sempre la domanda sul ‘quid’ dopo il 2013. Io dico sempre che sono convinto, come molti, che la fase particolare che sta vivendo la politica in Italia si sta rivelando una cartina di tornasole che mostra ai partiti stessi una crescente maturità  dell’opinione pubblica e una disponibilità  da parte dei cittadini a sopportare senza eccessive reazioni sacrifici anche pesanti perchè ne hanno compreso più che in passato la necessità ”.
Un patrimonio da difendere perchè ”sono convinto che quando tornerà  la politica tradizionale non sarà  più quella tradizionale perchè avrà  fatto tesoro di quanto questo test sta rivelando sulle percezioni e gli stati d’animo degli italiani, diventati più esigenti verso chi governa e responsabilmente comprensivi di non dover essere solo destinatari di promesse generiche sul futuro ma anche di sacrifici se nel loro stesso interesse a lungo termine”.
A buon intenditor.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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