Destra di Popolo.net

LA SPERANZA E’ FINITA: LA MINORANZA PD ARRIVA AL CAPOLINEA

Aprile 16th, 2015 Riccardo Fucile

LA SOLITA SCENEGGIATA: VOTA NO IN DIREZIONE PER POI ADEGUARSI IN PARLAMENTO… SE NON PENSASSERO ALLA POLTRONA, RENZI SAREBBE A CURARE IL GIARDINO DA MESI

“Basta toni da Armageddon. La vita del governo e la legge elettorale sono strettamente collegati”. Matteo Renzi va avanti come un treno. L’aveva detto e l’ha fatto.
E sulla sua strada, ieri sera travolge il capogruppo a Montecitorio, Roberto Speranza. “Non sono nelle condizioni di guidare questa barca. Rimetto all’assemblea il mio mandato”, dice lui, intervenendo subito dopo.
Scelto (anzi praticamente imposto) da Pier Luigi Bersani era stato confermato da Renzi. Ed era diventato l’ufficiale di collegamento tra lui e le minoranze.
L’uomo del compromesso, con il compito di portare al segretario-premier voti e deputati necessari.
Con le sue dimissioni, la minoranza si divide, anzi si frantuma sempre di più. Nessuna mediazione sull’Italicum, ancora una volta. Nessuna richiesta di modifica accettata.
Nè nei toni, nè nei contenuti. Ieri sera davanti al gruppo del Pd riunito a Montecitorio Renzi ha ribadito la sua posizione. Senza se e senza ma.
Solo una promessa al futuro: “Possibili modifiche in Senato sulla riforma costituzionale”.
A nulla sono servite le lettere, gli appelli. “Il governo precedente non è stato mandato a casa da un golpe: il Pd ha fatto una scelta in conseguenza del fatto che quel governo sulle riforme era bloccato”, ha ricordato il premier.
A nulla è servita neanche la telefonata con Speranza ieri pomeriggio. L’ormai ex capogruppo a Montecitorio, portando avanti le ragioni di Areariformista, aveva chiesto qualche apertura.
Altrimenti, andava dicendo da giorni, la minoranza bersaniana avrebbe votato no. In assemblea, però. Pronta a dire di sì in Aula, come lo stesso Speranza andava assicurando al segretario premier.
Ma la posizione non era compatta neanche tra i suoi. Ieri per tutto il giorno Speranza e Nico Stumpo hanno cercato di portare sul fronte del no i deputati della loro corrente: non ci sono riusciti. Ha vinto l’area del non voto.
E allora a Speranza non è rimasto altro che rimettere il mandato, diventato minoranza della minoranza. “Quando siamo partiti c’era tutta la maggioranza e Forza Italia, oggi siamo solo noi. Per questo Renzi avrebbe dovuto ascoltare di più il partito”.
Le dimissioni sono definitive? Si vedrà .
Intanto, ieri alla minoranza che chiedeva di interrompere la riunione per questo, Renzi ha chiesto di andare avanti. La posizione di Speranza sarà  valutata in un’altra assemblea. Gli oppositori hanno minacciato di lasciare la sala. Ma l’hanno fatto solo alcuni. Poi è intervenuto Bersani.
Sull’Italicum, adesso, la partita passa in Aula. Renzi ha minacciato il voto di fiducia. Scenario estremo, ma l’unico che potrebbe “costringere” la minoranza a dire di sì, ostentando cause di forza maggiore.
Ed evitare sorprese nel voto segreto, che porterebbe a modifiche insostenibili. In particolare, il premio di lista, sostituito dal premio di coalizione magari con
un’imboscata della minoranza Pd insieme a Forza Italia.
Oppure sulla questione degli apparentamenti tra forze politiche per il secondo turno. Questioni più delicate di quella dei capilista tanto sbandierata.
Per evitare il voto segreto, Renzi deve mettere non una, ma quattro fiducie, su tutti gli articoli, in modo da far decadere voti segreti ed emendamenti.
Dopo i voti di fiducia (da regolamento della Camera) ci sarebbe il voto sul provvedimento: che può essere segreto.
Ma a quel punto, nessuno scommette su troppi no.
Sullo sfondo, resta l’ombra delle elezioni. Perchè se Renzi dice e fa dire ai suoi che basta un solo incidente sull’Italicum perchè salti tutto, un “combattente” della minoranza ieri nel cortile di Montecitorio la metteva così: “Non è il caso nè per il Pd, nè per l’Italia di votare. Ma se proprio accadesse, con il Consultellum, Renzi fa tutte le liste? Vuoi che la mia direzione regionale non mi candidi?”. Una sfida.
Anche perchè che il segretario-premier non controlli il partito locale è storia quotidiana.
Non a caso ieri ha annunciato una direzione per il 27 aprile proprio su questo.

Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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SPERANZA SI DIMETTE, LA MINORANZA ABBANDONA L’ASSEMBLEA PD

Aprile 15th, 2015 Riccardo Fucile

RENZI TIRA DRITTO CON LA SOLITA ARROGANZA:”NESSUNA MODIFICA”… BERSANI: “NON DISPONIBILE AD ANDARE AVANTI COSI'”… UNA SETTANTINA I DISSIDENTI

“Il governo è legato a questa legge elettorale, nel bene e nel male: si è fatto promotore di un documento firmato dalla maggioranza convinta. In quel documento c’era lo scambio tra l’abbassamento delle soglie e il premio alla lista, anzichè alla coalizione”. Parla così Matteo Renzi dinanzi all’assemblea dei deputati Pd.
Un avviso alla minoranza dem che insiste nel chiedere meno capilista nominati al fine di trovare un’intesa da portare nell’aula di Montecitorio il 27 aprile.
Ma il premier non molla. La resa dei conti è iniziata, il redde rationem all’interno del Partito democratico si gioca sull’Italicum.
E’ un braccio di ferro carico di tensione.
Il capogruppo dem Roberto Speranza arriva a rimettere il proprio mandato: ‘Area riformista’, corrente dell’opposizione interna di cui lui è a capo, non intende cedere e annuncia di non voler votare – al termine dell’incontro – una legge elettorale ‘blindata’. Ma il premier-segretario dem non intende più perdere tempo: a suo parere sono già  state fatte molte modifiche e ora è il momento di andare avanti con le riforme costituzionali. “Questo non è il Monopoli”, aveva già  ammonito ieri.
“La legge elettorale perfetta non esiste da nessuna parte – ha rincarato la dose stasera-. Chi voterà  la proposta della segreteria parte dalla consapevolezza che non esiste la legge perfetta. Chi deciderà  di votare contro dovrebbe comunque riconoscere un lavoro di mediazione e di cambiamento lungo 14 mesi”.
Lo ‘strappo’ del capogruppo
Per tutta risposta, la minoranza del Pd stasera non partecipa al voto del gruppo: si tratterebbe di una settantina di deputati su un totale di 310 parlamentari eletti alla Camera. Speranza, tuttavia, non rinuncia a prendere la parola dopo l’intervento iniziale di Renzi.
E dice: “Sull’Italicum esprimo profondo dissenso”.
Poi annuncia il proprio passo indietro rispetto all’incarico di capogruppo:   “Non sono nelle condizioni di guidare questa barca perciò con serenità  rimetto il mio mandato di presidente del gruppo e non smetto di sperare che questo errore che stiamo commettendo venga risolto. Credo nel governo, credo nel Pd e nel gruppo – ha aggiunto – ma in questo momento è troppo ampia la differenza tra le scelte prese e quello che penso”.
“Sarò leale al mio gruppo e al mio partito – prosegue Speranza – ma voglio essere altrettanto leale alle mie convinzioni profonde. Non cambiare la legge elettorale è un errore molto grave che renderà  molto più debole la sfida riformista che il Pd ha lanciato al Paese. C’è una contraddizione evidente tra le mie idee e la funzione che svolgo e che sarei chiamato a svolgere nelle prossime ore. Per queste ragioni rimetto il mio mandato di presidente del gruppo a questa assemblea che mi ha eletto due anni fa”.
Parte della minoranza lascia assemblea.
Alla fine, l’assemblea del gruppo Pd continua nonostante l’annuncio dato da Speranza. La maggioranza vota contro la sospensione invocata dalla minoranza.
Renzi, infatti, aveva chiesto un voto sulla legge elettorale, ma parte della minoranza ha deciso comunque di lasciare la riunione del gruppo.
Gianni Cuperlo aveva rivolto un appello a Renzi a sospendere la riunione. Avrebbero lasciato l’assemblea, tra gli altri, Bindi, Miotto, Fassina, Civati, Meloni, Lattuca. Hanno votato contro la prosecuzione dell’assemblea circa 20 deputati.
Tuttavia, non tutti i dissidenti hanno abbandonato l’aula: mentre parla Dario Franceschini, sono seduti in assemblea Bersani, Stumpo e D’Attorre.
Ma a ruota anche D’Attorre abbandona la riunione e dice: “Che non si sia deciso di fermarsi e discutere delle dimissioni del capogruppo, andando avanti come se nulla fosse, è una scelta sconcertante che lacera ancora di più il senso di comunità  nel Pd”.
Il dissenso dell’ex segretario
“Se volete andare avanti così, sappiate che io non ci sto. Qui non si parla di legge elettorale bensì di un sistema democratico”, dice Pier Luigi Bersani prendendo la parola.
L’ex segretario ha quindi invitato Renzi a riaprire i termini per la modifica dell’Italicum. “Se volete andare avanti – ha ribadito – sappiate che io non sono convinto”.
Per Bersani non è solo in gioco la legge elettorale ma nel combinato disposto con il ddl costituzionale “c’è in ballo il futuro dei nostri figli. La legge – ha detto riferendosi all’Italicum – va fatta mandando il film avanti di qualche anno, senza pensare a cosa succede domani. Non sono cose da ridere”.
E ancora: “Non è questione di coscienza nè di disciplina ma di responsabilità  di ogni singolo parlamentare. Non mi dite che non si trova la maggioranza al Senato: se si vuol fare, si può fare”. Poi, come chiosa: “Un partito che davanti alle dimissioni del capogruppo va avanti come se niente fosse ha un problema”.

(da “La Repubblica”)

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A ERCOLANO IL PD SI SCAVA LA FOSSA: OCCUPATA LA SEDE DEL PARTITO

Aprile 11th, 2015 Riccardo Fucile

“IL CANDIDATO SINDACO SCELTO DA RENZI SENZA PRIMARIE”

Un’altra rogna legata alle primarie Pd. E sempre in Campania.
L’eurodeputata campana Pina Picierno aveva da poco twittato: “Con Ciro Buonajuto, con la gente perbene di Ercolano. Con chi ha voglia di voltare pagina, con umiltà  e con coraggio”, quando militanti del Pd hanno occupato la sede del partito.
Un gruppo di iscritti e di eletti del Pd di Ercolano ha occupato la sede del partito, in Largo Giardini.
L’occupazione è stata decisa come reazione alla decisione della segretaria nazionale, che ha designato come candidato a sindaco, senza l’ effettuazione delle primarie, il consigliere comunale Ciro Buonaiuto, dirigente nazionale del Pd.
L’ 87% degli iscritti al Circolo Pd di Ercolano aveva individuato nelle scorse ore una soluzione unitaria nella figura del segretario cittadino Antonio Liberti, sul quale convergevano il sindaco uscente Vincenzo Strazzullo ed altri componenti della giunta, oltre agli eurodeputati Andrea Cozzolino e Massimo Paolucci, e ad alcuni deputati. “Mentre il segretario locale qui diventa una figura unitaria, in cui si racchiude l’ 87% del partito – afferma il segretario del Pd di Ercolano, Antonio Liberti – il segretario Renzi diventa un elemento divisivo. Il Circolo Pd di Ercolano, come prevede lo statuto ha raccolto le adesioni e le ha consegnate alla Federazione di Napoli. Noi siamo nel rispetto delle regole”.
Se le primarie non vanno fatte, il nome viene calato dall’alto e non dal territorio, sembra il messaggio lanciato dai vertici Pd.
“Non vedrei nulla di male se a Ercolano si chiedesse a qualcuno di candidarsi senza primarie”, aveva detto ieri il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti, a margine di un incontro elettorale ad Avellino, che ha definito il caso Ercolano, dove due candidati alle primarie sono indagati , “un problema evidente” ma il superamento, in alcune circostanze, delle primarie “non è un caso campano.
In tutta Italia il Pd – spiega – deve avere il coraggio di cambiare, anche laddove determinate realtà  sembrino inossidabili”.
L’occupazione del Pd di Ercolano (Napoli) proseguirà  fino a lunedì quando è in programma una assemblea degli iscritti.
Lo ha detto il segretario cittadino Antonio Liberti nel corso di una conferenza stampa che ha visto anche la presenza del sindaco in carica, Vincenzo Strazzullo e incentrata sulla scelta del candidato a primo cittadino di Ciro Buonaiuto senza l’effettuazione delle primarie.
Liberti ha rivolto un invito al premier e segretario nazionale Renzi a “venire qui a vedere quale errore si sta commettendo”.
In un passaggio dell’intervento ha detto: “Non ero di questa partita. Ho l’obbligo, nei confronti di coloro che hanno sottoscritto una candidatura unitaria, di proseguire sapendo che andremo di fronte ad uno scontro durissimo. Lavoreremo da qui a lunedì per uno sforzo unitario. Credo ci siano state belle pagine di politica anche grazie a Buonaiuto ma dobbiamo dare un segnale di unità “.
Della vicenda politica di Ercolano, secondo quanto riferito da Liberti, sono informati diversi esponenti di vertice del partito.
L’inchiesta.
Il sindaco di Ercolano e altre sette persone tra amministratori, imprenditori e un dipendente comunale risultano indagati nell’ambito di un’inchiesta su alcuni appalti per opere pubbliche.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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BIGLIETTI EXPO CON TESSERA, INTERVISTA AL SEGRETARIO BUSSOLATI: “NON C’E’ LUCRO, SPERIAMO DI CHIUDERE IN PAREGGIO”

Aprile 8th, 2015 Riccardo Fucile

“ABBIAMO PRESO 200 BIGLIETTI, TUTTO PERFETTAMENTE LEGALE”

“Mi creda, non è poi un’offerta così speciale, se va bene andiamo in pareggio”. Federico Bussolati, segretario metropolitano del Pd di Milano, lo sapeva che quel volantino con scritto “Hai meno di 30 anni? Iscriviti al Pd di Milano e acquista il biglietto Expo a 25 euro” avrebbe suscitato polemiche.
“Può sembrare provocatorio, ma siamo giovani e il nostro obiettivo era ed è duplice: portare ragazzi all’Expo, un progetto in cui chiediamo, e avvicinarli anche al nostro partito”.
Dai social al blog di Grillo fioccano le prime accuse. Come se il Pd avvesse venduto l’anima a fini commerciali.
“Non è così. L’idea è chiara: vogliamo contribuire ad Expo, in cui crediamo veramente, e al tempo stesso avvicinare i giovani a noi. E’ un’offerta rivolta a chi crede nei valori del Partito Democratico. Se un giovane universitario volesse risparmiare sul biglietto, non gli converebbe con noi: le università  li fanno a prezzi più bassi, 10-15 euro”.
Appunto, parliamo dei numeri e dei costi.
“Siamo una associazione e come associazione abbiamo il diritto di comprare e rivendere i biglietti agli associati. A condizioni pari di Cgil o altri. Non vedo perchè tanto clamore. Noi acquistiamo i biglietti a 20 euro e a tutti i nostri iscritti li rivendiamo a 22. Con i due euro di differenza abbiamo creato questa iniziativa: abbiamo comprato 200 biglietti da destinare ai giovani futuri aderenti del partito”.
Però sul volantino fate un’offerta di tessera+biglietto a 25 euro, anzichè “50 euro di biglietto”. Ma il costo di un ticket Expo si aggira intorno ai 32 euro...
“La tessera da noi costa 15 euro. Se uno comprasse un biglietto a 32 + la tessera pagherebbe intorno ai 50. Invece così, con 25 euro, per gli under 30 ci sarebbero entrambi ad un prezzo ragionevole. Ripeto, non ci guadagniamo da questa operazione. Da due anni non riceviamo più finanziamenti ma non è certo questo un modo per fare cassa: al massimo chiuderemo in pareggio”.
Sul sito Expo non siete indicati come rivenditori autorizzati
“Perchè siamo sub seller. Come molte altri associazioni. E non c’è fine di lucro. Ripeto ancora: se un giovane milanese universitario volesse comprare un biglietto Expo lo troverebbe a 15 euro. Se viene da noi è anche perchè è interessato alla tessera del partito”.
E gli organi nazionali del partito hanno spalleggiato l’iniziativa?
“Ci siamo mossi a livello provinciale e regionale. Per ora non mi sembra ci siano critiche: anzi, l’idea sta funzionando e abbiamo già  ricevuto diverse mail di persone interessate o che ci chiedono i dettagli dell’offerta”.

(da “Huffingtonpost”)

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BOLOGNA, GLI ISCRITTI PD CALANO ANCORA

Aprile 4th, 2015 Riccardo Fucile

SONO CIRCA 15.000, CON UN CALO DI 4.500 RISPETTO AL 2013

Gli iscritti al Pd, nel bolognese, calano come mai prima.
Questa settimana si chiude il tesseramento con il bilancio di poco più di 15mila iscritti: 4.500 in meno rispetto al 2013 (circa un quarto dei tesserati).
“Negli ultimi anni il calo è stato costante — spiega Alberto Aitini neoresponsabile dell’Organizzazione del Pd bolognese —   ma quest’anno è andata peggio. La flessione ha avuto un incremento del 20%. In parte   il calo degli iscritti è un dato fisiologico ma bisogna riconoscere che il tesseramento, tra primarie, elezioni Europee, amministrative e Regionali, è stato trascurato”.
Una parte degli ex-iscritti, poi, “non vede politiche di governo in linea con le loro aspettative”.
Il mese scorso il Pd bolognese ha espresso una nuova segreteria guidata dall’ex capogruppo in Comune, il cuperliano Francesco Critelli.
I componenti hanno un età  media di 35 anni e vorrebbero dare uno scossone al Pd, dopo i dati deludenti di affluenza a primarie ed elezioni regionali.
“Non possiamo scendere sotto i 15.000 iscritti” avverte Aitini.
“Il bilancio del tesseramento — mette in chiaro — dipende anche da come viene fatto. E’ anacronistico aspettare che le persone vadano ai circoli per iscriversi. Dobbiamo andare noi a casa loro, anche di chi non ha rinnovato la tessera, per parlare delle riforme del governo che non capiscono o non condividono. Bisogna recuperare il rapporto con gli iscritti e coinvolgerli maggiormente, non solo in vista delle consultazioni”.
Così, il responsabile dell’Organizzazione, per correre ai ripari, ha messo in piedi una task force di un centinaio di volontari.
Una parte importante arriva dal serbatoio del Giovani Democratici di cui Aitini è stato l’ultimo segretario.
Il loro compito è quello di contattare gli iscritti e incentivare il tesseramento 2015. Una ricetta per avvicinare anche i ragazzi al Pd, visto che la fascia di età  media dei tesserati parte dai 48 anni in su.
E per svecchiare il partito e facilitare il tesseramento, hanno tentato anche la strada del rinnovo on-line della tessera sul sito del Pd.
“I primi risultati del nostro lavoro si vedono già  — afferma Aitini — . Il tesseramento 2015 sta andando meglio di quello dell’anno scorso”.
Un trend positivo confermato dai circoli bolognesi dai quali, però, arrivano critiche verso la gestione della precedente segreteria, guidata dall’attuale assessore regionale ai Trasporti, Raffaele Donini.
“I tesserati — dice chiaro e tondo Alessandro Cerra, segretario del circolo Renzo Imbeni, uno dei più popolosi — non possono essere interpellati solo alle elezioni. Il percorso per coinvolgere gli iscritti, avvallato negli ultimi anni dai dirigenti Pd, prevedeva una strana forma di democrazia partecipata: da via Rivani (sede della federazione bolognese del Pd, ndr) arrivavano ai circoli indicazioni e decisioni che dovevamo poi comunicare alla base. Critelli ha promesso che con lui avverrà  esattamente il contrario. Saranno gli iscritti a dare indicazioni alla federazione”. “Sono sicuro — commenta Paolo Cavalieri, segretario dell’Unione del Pd di Santo Stefano — che la nuova segreteria inaugurerà  un cambiamento di passo rispetto a quella precedente. Si dovrà  delineare una distinzione tra elettori e iscritti, questi ultimi vanno coinvolti di più”.
E nei piani di rinnovamento della segreteria — anche se l’ultima parola spetterà  alle federazioni locali — c’è anche la razionalizzazione dei circoli, con l’unificazione, in provincia, di quelli più piccoli o che non hanno una sede.
E’ quello che è avvenuto a Sasso Marconi dove tre circoli si sono fusi in uno. Per Bologna, invece — spiega Aitini — è in programma “una revisione” delle sedi che ospitano i circoli “che devono essere più funzionali e meno costose”.
Il tema del tesseramento verrà  affrontato dal Pd a Casalecchio, il 12 aprile, insieme al vicesegretario nazionale Lorenzo Guerini, nel corso di un’iniziativa di autofinanziamento.
Il calo delle iscrizioni, difatti, non interessa solo l’Emilia-Romagna ma tutte le regioni. Lo stesso presidente del Consiglio Matteo Renzi rivuole con forza un Pd basato sul tesseramento, con buona pace delle sue battaglie passate per l’avvento del “partito liquido”.
Per questo motivo ha istituito una commissione che dovrà  rivedere le modalità  organizzative del partito, guidata dal presidente del Pd Matteo Orfini. In commissione sono già  stati ascoltati tutti gli ex-segretari Pd.
Tra le novità  previste — che dovrebbero essere varate all’assemblea nazionale di giugno -, l’elezione dei segretari regionali da parte dei soli iscritti e non della platea delle primarie.
“Attraverso questa commissione — spiega la parlamentare modenese Giuditta Pini — si cercherà  di modificare lo statuto del Pd per ridisegnare anche il ruolo degli iscritti, che devono contare di più. Speriamo serva a incrementare il tesseramento e a coinvolgere di più le giovani generazioni”.
Tra i componenti, anche la vicepresidente del Pd, la bolognese Sandra Zampa.
La deputata civatiana   lamenta però che “i lavori della commissione si sono fermati e non ci si riunisce da molto tempo”. “Invece — mette in chiaro — è necessario interrogarsi con rigore e onestà  sul calo del tesseramento. E’ evidente che dietro c’è un segnale di protesta da parte degli iscritti a cui avevamo promesso di poter partecipare alle politiche del partito in modo più efficace. Un impegno che non è stato rispettato”.
“C’è poi una contestazione alla trasformazione del partito. E ne va tenuto conto” scandisce riferendosi alle politiche di Renzi e alla virata al centro del Pd.
“L’elettorato ci sta mandando un messaggio e dobbiamo ascoltarlo — avverte —, sul partito è caduto il discredito anche a causa dei molti scandali e ad essere colpita, purtroppo, è stata anche l’Emilia-Romagna, da sempre esempio di virtuosità  della politica”.

Paola Benedetta Manca
(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL PD DIMENTICA LO SCANDALO ESCORT-COCAINA E SOSTIENE COSIMO MELE NELLA CORSA A SINDACO

Aprile 4th, 2015 Riccardo Fucile

L’EX DEPUTATO UDC TRAVOLTO DALLO SCANDALO A LUCI ROSSE OTTO ANNI FA ORA E’ DIVENTATO RENZIANO E SI CANDIDA A SINDACO DI CAROVIGNO

Quasi controvoglia, Cosimo Mele è tornato. Proprio lui, l’ex deputato Udc travolto otto anni fa da uno scandalo a luci rosse per un festino in un hotel romano pare a base di sesso&cocaina.
Era scomparso dai radar della politica nazionale nel 2007, rinnegato da tutti.
“Io non avevo neanche tanta voglia di ricandidarmi. Poi visto quello che è successo con il Nuovo Centrodestra, abbiamo deciso di provare a vincere insieme”.
Insieme al Pd, intende. Ora infatti è il Partito Democratico a offrirgli la ribalta candidandolo a sindaco di Carovigno, suo paese natale in provincia di Brindisi.
Uno sbocco naturale, l’incoronazione ricevuta dal centrosinistra. Perchè nell’ultimo anno e mezzo Mele ha amministrato il comune alle porte del Salento anche con l’appoggio post-elettorale del centrosinistra.
Il Pd non pestò i piedi al ballottaggio del maggio 2013 lasciando ai propri elettori la libertà  di decidere se votarlo o meno, poi nove mesi dopo è entrato in giunta con l’attuale segretario cittadino, Marzia Bagnulo, che ha guidato l’assessorato al turismo.
Nel frattempo Mele ha spinto i Dem, infruttuosamente, alle comunali nella vicina Ostuni e aveva ‘invitato’ a sostenere Matteo Renzi nella sua scalata ai vertici del partito.
Insomma, le farfalle nello stomaco si sentivano già  da molto tempo.
L’amore è sbocciato in primavera, benedetto da una vecchia conoscenza dell’ex deputato, il consigliere regionale Giovanni Epifani, e dal Pd di Carovigno: “Il direttivo cittadino ha votato all’unanimità  — spiega Mele a ilfattoquotidiano.it — Ed è noto che Epifani è stato tra i pochi a dare risposte a Carovigno nella scorsa legislatura”.
Strette di mano e via, verso il secondo trionfo in due anni, per ribadire che il sindaco uscente — si è dimesso il 2 febbraio — è ancora più forte del Pdl battuto nel 2013 e di quel Nuovo Centrodestra che negli scorsi mesi ha sfilato consiglieri e assessori alle sette liste civiche che lo avevano sostenuto.
E da quelle riparte ancora, l’ex onorevole dell’Udc che nel 2007 fu travolto dallo scandalo a luci rosse consumatosi in un albergo della capitale.
Nella notte tra il 27 e il 28 luglio si trovava in una suite dell’hotel Flora in via Veneto, a Roma. Con lui c’erano due escort, una delle quali, Francesca Zenobi, accusò un malore e disse di aver assunto cocaina che, a suo dire, gli era stata data proprio da Mele.
Accuse che lui ha sempre respinto e per le quali sta ancora affrontando un processo per cessione di stupefacenti. La Zenobi è poi finita a sua volta in aula perchè, secondo le accuse, chiese soldi al politico — che si è costituito parte civile — per ritrattare la sua versione.
Nel frattempo Mele era stato costretto a dimettersi dall’Udc e non venne ricandidato alle politiche del 2008. Ma dopo due anni riapparve sulla scena politica, sfiorando subito il colpaccio.
Un posto in lista gli venne garantito dall’Alleanza di Centro durante le elezioni provinciali nel 2009: raccolse 1290 preferenze. Tante, ma non sufficienti per l’elezione.
Quel pacchetto di voti ingolosì Io Sud di Adriana Poli Bortone che l’anno dopo lo candidò alle regionali, provocando l’irritazione dell’Udc, all’epoca alleata nella corsa per battere Vendola: “Contro Mele non abbiamo nulla di personale — spiegò il coordinatore regionale Angelo Sanza — Ma ci sono i fatti a testimoniare la storia delle persone”.
Poi è arrivato il tempo di prendersi Carovigno, la sua roccaforte di voti.
“La riconoscenza, in politica, è solo un sentimento del momento, lo sa? Mi hanno gettato nelle fiamme, mi hanno fatto bruciare. Ma ora sono qui. Me lo ha chiesto la mia città , perchè ha bisogno di me. E io sono pronto”, disse prima del ballottaggio a ilfattoquotidiano.it.
Durante il suo primo mandato ha puntato forte sul turismo, revocato la delega alla Cultura all’assessore che aveva invitato la pornostar Ilona ‘Cicciolina’ Staller come testimonial di un evento e chiesto con una circolare di esplicitare il titolo di ‘onorevole’ sui documenti che portano la sua firma.
Ora dopo tanto centro, una puntatina destrorsa con la Poli Bortone e un viaggio in solitario, abbraccia il centrosinistra.
Si sussurra che sia pronta anche una tessera del Pd con il suo nome. “Non mi interessa”, taglia corto lui prendendo sotto braccio i democratici che lo accompagneranno verso lo scranno più alto di Palazzo di città .

Andrea Tundo
(da “il Fatto Quotidiano”)

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LEVATEGLI IL VINO

Aprile 3rd, 2015 Riccardo Fucile

D’ALEMA, L’UOMO CHE HA COLLEZIONATO PIU’ FIASCHI DI UNA CANTINA SOCIALE

Siccome le critiche vanno fatte ai vivi, è imbarazzante occuparsi di Massimo D’Alema alla memoria.
Ma il video che immortala il suo ultimo battibecco con un cronista è un imperdibile reperto d’epoca.
Il Conte Max è nell’aula magna dell’Università  di Bari, dove ha presentato un libro con l’ambasciatore russo, e accetta magnanimo di incontrare i giornalisti.
Pensa, evidentemente, che siano ansiosi di conoscere il suo pensiero sul best-seller in questione, magari sulle relazioni Italia-Russia o su un altro argomento a piacere dello scibile umano.
Da quando è stato rottamato da Renzi, apostrofa chiunque incontri con parole così: “Io non mi occupo delle miserie della politica italiana, sono un alto esponente del Partito socialista europeo e tengo conferenze in tutto il mondo, e mi pagano anche bene, diciamo”.
Purtroppo due giorni fa i cronisti volevano sapere solo dei suoi libri e dei suoi vini acquistati dalla coop Cpl Concordia (un nome, una garanzia di disastro).
Il primo a porgli una domanda è il civilissimo inviato di Virus, Filippo Barone: “Lei ha detto che il suo vino va a ruba. Ci sono molte coop tra i suoi clienti?”.
D’Alema fa la faccetta da D’Alema: “Ci sono molti cittadini che lo comprano, moltissimi”. Sottinteso: diciamo.
Barone insiste, sempre con molta urbanità : “Qualcuno ha ritenuto inopportuno unire l’immagine di una convention del Pd con una vendita di vini…”.
Con l’aria di Giobbe armato di santa pazienza e costretto ad abbassarsi a livelli così infimi, la Volpe del Tavoliere concede un’altra risposta: “Quegli acquisti sono avvenuti nel corso di due anni, non in una convention del Pd, come risulta dalle fatture. Lei dice cose sciocche perchè quegli acquisti sono stati regolarmente fatturati, avvenuti in prossimità  delle festività , evidentemente per fare regali come fanno molte imprese, e sono stati fatturati a un contrattamento di favore, diciamo, con fatture a quattro mesi… Siccome sto denunciando diversi giornali, denuncio anche lei, con l’occasione”. Diciamo. Alla terza domanda sull’attinenza della sua fondazione Italianieuropei con il suo vino, non risponde. “Allora? Veniamo a noi”, dice agli altri giornalisti, convinto di poter finalmente spaziare nelle praterie della geopolitica.
Purtroppo nessuno è interessato all’articolo.
Lui, deluso, saluta sarcastico (“perfetto!”) e si allontana.
Ma poi ci ripensa e torna da Barone: “Lei ha detto che ho venduto il vino durante una convention del Pd, eh? Come si chiama lei? Devo trasmettere al mio avvocato queste informazioni, la prego di mandare questa registrazione: lei avrà  una denuncia”. Diciamo.
La scena ricorda quella di B. nel corridoio del Tribunale di Milano per uno dei suoi numerosi processi, quando Piero Ricca gli gridò “Buffone, fatti processare!” e lui si voltò di scatto tutto paonazzo, intimando ai carabinieri lì presenti: “Identificatelo!”.
La differenza è che Ricca non era un giornalista accreditato, ma un cittadino incazzato che inveiva contro di lui, mentre Barone è un cronista che faceva il suo mestiere di porre domande, e che il Caimano era lì in veste di imputato, mentre D’Alema non è indagato. Ma la deriva è la stessa: quella del “non sa chi sono io”, del “non finisce qui”, del “conosco gente molto in alto”.
Purtroppo per Silvio & Max, è il momento di rassegnarsi al “lei non sa chi ero io”, al “finisce qui”, al “conoscevo gente molto in alto”, anzi “una volta stavo molto in alto e ora non più, infatti sono ridotto a minacciare la gente che passa per strada, come uno stalker o una gattara qualsiasi”.
Perchè poi Max se la prenda tanto per la storia delle 2 mila bottiglie e dei 500 libri acquistati dalla coop resta un mistero: fosse un politico che ha fatto dell’illibatezza la sua ragione di vita, si capirebbe.
Ma avendo sempre posato da cittadino al di sotto di ogni sospetto, è curioso.
Chi accettò un finanziamento in nero di 20 milioni di lire a metà  anni 80 dal re delle cliniche baresi Francesco Cavallari, legato alla sacra Corona unita? Lui.
Chi si recò in pellegrinaggio a Mediaset per definirla “una grande risorsa per il Paese”, rassicurando B., Confalonieri e il Gabibbo? Lui.
Chi si inventò la Bicamerale resuscitando il Caimano appena spianato da Prodi? Lui.
Chi prese il posto di Prodi senza passare per le urne dopo aver giurato che mai sarebbe andato a Palazzo Chigi senza passare per le urne? Lui.
Chi portò l’Italia in guerra per la prima volta dal 1945 bombardando l’ex Jugoslavia? Lui. Chi consegnò la Telecom a un’orda di avventurieri nobilitati come “capitani coraggiosi”? Lui.
Chi fece dire a Guido Rossi, ai tempi del suo governo, “Palazzo Chigi è una merchant bank dove non si parla inglese”? Lui.
Chi nominò il trust di cervelli che nel 2000 fece colare a picco l’Unità  dopo 70 anni di onorato servizio? Lui.
Chi tifò per la scalata illegale di Unipol a Bnl con l’ausilio degli ottimi Ricucci, Fiorani e Coppola, incitando l’amico Consorte col celebre “Evvai Gianni! Facci sognare!”, per poi ottenere dal Parlamento europeo il diniego alla richiesta dei giudici milanesi di usare le intercettazioni? Sempre lui.
Chi spedì gli sherpa Fassino e Latorre a chiedere i voti di Forza Italia per farsi eleggere presidente della Repubblica nel 2005, ottenendo i prestigiosi consensi di Dell’Utri, Confalonieri, Ferrara, Cossiga, Pomicino e Farina, ma naturalmente non quelli del Parlamento? Lui.
Chi si è circondato di strani personaggi che continuamente emergono dagli scandali, tipo De Santis, De Bustis e Bargone? Lui.
E, ora che il suo astro si spegne, nemmeno si accorge della sua mutazione antropologica mentre partecipa alle fiere vinicole e discetta di “contrattamenti” e fatturazioni a quattro mesi come un qualunque uomo d’affari.
Però si scandalizza dello scandalo per i vini.
Lui che ha collezionato più fiaschi di una cantina sociale.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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PD, INDAGINI SU UN PARTITO AL DI SOTTO DI OGNI SOSPETTO

Aprile 1st, 2015 Riccardo Fucile

ALTRO CHE QUESTIONE MORALE: DA NORD A SUD È RECORD DI INQUISITI… MAFIA CAPITALE, CORRUZIONE, DISASTRI AMBIENTALI E SPESE PAZZE

Il Partito democratico di epoca renziana è come non mai al centro di vicende giudiziarie da nord a sud, isole minori comprese (dopo il caso Ischia).
Lo scandalo più grosso è sicuramente quello di Mafia Capitale, per cui in Campidoglio risultano indagati nell’inchiesta “Mondo di mezzo” Mirko Coratti e Daniele Ozzimo (il primo dimessosi da presidente dell’Assemblea capitolina a inizio dicembre, entrambi autosospesi dal partito).
Il vicesegretario nazionale, Lorenzo Guerini, pochi giorni prima della retata del 2 dicembre, cercò di convincere, senza riuscirci, Ignazio Marino a nominare proprio Coratti vicesindaco.
Si è autosospeso anche il consigliere regionale Eugenio Patanè. In Regione Maurizio Venafro, coinvolto nell’inchiesta, ha lasciato l’incarico di capo di gabinetto del governatore Nicola Zingaretti.
Vicecapo di gabinetto della giunta Veltroni, in seguito capo della polizia provinciale, era Luca Odevaine, agli arresti, accusato di corruzione, sempre nell’inchiesta “Mondo di mezzo”.
Liguria. La centrale a carbone di Vado, Burlando e gli scontrini salati
Le spese pazze e il disastro ambientale della centrale a carbone di Vado. Sono le due prime preoccupazioni del Pd ligure, in una regione che ultimamente è stata flagellata dagli scandali. L’indagato più noto è senz’altro il governatore Claudio Burlando, finito nel registro della Procura di Savona con l’accusa di concorso in disastro ambientale doloso.
Sono indagati anche gli assessori alla Sanità  Claudio Montaldo, alle Attività  produttive Renzo Guccinelli e Renata Briano (ex assessore all’Ambiente, oggi eurodeputata).
Al centro dell’inchiesta l’inquinamento provocato dalla centrale Tirreno Power che secondo i periti dell’accusa con i suoi fumi avrebbe causato almeno 400 morti.
E sono indagati anche i sindaci di Vado, Attilio Caviglia e Monica Giuliano, e di Quiliano, Alberto Ferrando.
C’è poi l’inchiesta sulle spese pazze, che in Liguria ha toccato quasi metà  del Consiglio regionale: in carcere due vicepresidenti della giunta di centrosinistra. Tra gli indagati del Pd risultano il capogruppo in Regione, Nino Miceli e il tesoriere del gruppo Mario Amelotti.
Ma la lista si allarga, se si considerano anche i partiti che fanno parte della coalizione trasversale che ha governato la Regione negli ultimi anni. Non fa “tecnicamente” parte del centrosinistra, ma Alessio Saso è un sostenitore dichiarato di Raffaella Paita (candidata Pd a governatore). Saso è indagato per voto di scambio in un’inchiesta sulla criminalità  organizzata nel Ponente Ligure.
Campania. Il re di Salerno De Luca e il caso di Orta d’Atella
L’inchiesta che forse meglio di ogni altra in Campania avvolge gli interessi della politica e dell’imprenditoria “rossa” in un giro di (presunte) tangenti è la vicenda Sea Park: tra gli imputati per associazione a delinquere finalizzata a reati contro la Pubblica amministrazione c’è anche l’ex sindaco e candidato Pd a governatore della Campania, legge Severino permettendo, Vincenzo De Luca.
È la fallita riconversione dell’Ideal Standard in parco acquatico con l’apporto dei capitali di un consorzio di imprese emiliane, la Cecam.
All’indirizzo Cecam c’era solo una cassetta postale e il suo rappresentante si presentava alle riunioni con le scarpe risuolate. Eppure erano i tramiti di un giro di miliardi delle vecchie lire per far svendere i suoli dell’Ideal Standard agli emiliani e far realizzare il Sea Park in un terreno di proprietà  dell’imprenditore Vincenzo Maria Greco.
C’erano le intercettazioni, furono distrutte perchè De Luca godeva delle guarentigie parlamentari. I reati ormai sono prescritti, ma De Luca ha rinunciato alla prescrizione e il 14 aprile farà  dichiarazioni spontanee.
Fresca fresca invece è l’accusa di corruzione aggravata dal metodo camorristico con cui è finito in carcere il sindaco sospeso di Orta d’Atella (Caserta) ed ex consigliere regionale Ds Angelo Brancaccio.
La Dda di Napoli e la polizia hanno trovato le tracce di 330 mila euro versati su un conto svizzero di Brancaccio da Sergio Orsi, imprenditore dei rifiuti e riferimento del clan dei Casalesi (il fratello Michele fu ucciso nel 2006 su ordine di Giuseppe Setola).
Secondo la Dda, quei soldi sono il corrispettivo dell’ingresso dell’azienda degli Orsi in un consorzio pubblico-privato coi Comuni di Orta d’Atella e Gricignano D’Aversa, col quale accaparrarsi una serie di appalti. I bonifici avvengono nel 2006: Brancaccio è consigliere regionale, sostiene Antonio Bassolino, incontra il politico dei Ds simbolo della lotta anticamorra Lorenzo Diana.
Anni in cui gli Orsi, ritenuti vicini a Forza Italia, si iscrivono alla Quercia. Non a Casal di Principe, dove abitano. Ma alla sezione di Orta d’Atella. La Dda ha inoltre aperto un fascicolo sulla metanizzazione dei Comuni dell’agro-aversano. È indagato per concorso esterno in associazione camorristica Roberto Casari, per quasi 40 anni presidente della Gpl-Concordia, colosso delle cooperative rosse di Modena.
Piemonte. Gettonopoli e le eterne firme false
Che coppia. Lui, ex consigliere regionale, a processo per peculato e finanziamento illecito ai partiti, lei indagata per concorso in truffa aggravata. Sono Andrea Stara del Pd, già  eletto con la lista “Insieme per Bresso”, e la deputata Paola Bragantini, ex presidente della Circoscrizione 5 del Comune di Torino ed ex segretaria provinciale del partito.
Sono due dei democratici illustri del Piemonte incappati nelle maglie della giustizia. Lui avrebbe ottenuto rimborsi non dovuti, tra cui quello per un tosaerba. Non è tutto: venerdì scorso, durante il processo, la contabile del gruppo ha detto ai giudici che Stara ha chiesto anche di rimborsare una multa della sua compagna.
Lei, invece, è finita in mezzo a un altro scandalo di rimborsi, quello delle mini-giunte fantasma: riunioni fatte solo sulla carta per ottenere i gettoni di presenza. Insieme a lei ci sono altri nove indagati per truffa aggravata, tra cui l’attuale presidente della Circoscrizione Paolo Florio, il suo vice Giuseppe Agostino e altri tre componenti della mini-giunta. Florio e Agostino inoltre sono indagati per le firme false delle liste a sostegno di Sergio Chiamparino per le ultime Regionali: in questo caso che sta scuotendo il Pd torinese lui non è il solo indagato, ci sono il consigliere regionale Nadia Conticelli, tre ex consiglieri provinciali (Umberto Perna, Pasquale Valente e Davide Fazzone), più quattro componenti della segreteria provinciale (Gianni Ardissone, Carola Casagrande, Mara Milanesio e Cristina Rolando).
Le elezioni hanno provocato molti problemi pure a Vercelli: per le Provinciali del 2009 saranno processati molti politici locali accusati di falso ideologico in atto pubblico, tra cui i democratici Maura Forte, sindaco di Vercelli, e il consigliere regionale Giovanni Corganti.
Chi in questi mesi sta affrontando un processo, infine, è Alessandro Altamura, ex assessore al commercio ed ex segretario provinciale del Pd, accusato di abuso d’ufficio nello scandalo “Murazzi”.
Emilia Romagna. La monorotaia e i sex toys
A Bologna il 9 aprile si aprirà  il dibattimento sull’appalto del People mover, la monorotaia che dovrebbe unire stazione e aeroporto. I lavori non sono ancora iniziati, ma fra poche settimane davanti al giudice andranno anche l’ex sindaco Pd Flavio Delbono e il suo assessore Villiam Rossi, accusati di abuso d’ufficio.
Poi ci sono le “spese pazze” dei consiglieri regionali . Diciotto sono del Pd. Per molti potrebbe arrivare presto la richiesta di rinvio a giudizio: oltre a cene da centinaia di euro, anche scontrini per wc pubblici e persino per un sex toy.
E intanto Carlo Lusenti, assessore regionale alla sanità  con Vasco Errani, è imputato per falso in una vicenda legata ai fondi regionali destinati alle cliniche private.
E non c’è solo Bologna.   A Ravenna incombe il processo per truffa per la senatrice Josefa Idem. La vicenda è quella dei contributi Inps pagati dal Comune, che due anni fa la portò alle dimissioni da ministro.
Sempre in Romagna, a Rimini, il sindaco Andrea Gnassi è indagato per il fallimento della società  dell’aeroporto Fellini. Assieme a lui altri otto sono sotto inchiesta per il reato di associazione a delinquere. Infine l’inchiesta di Firenze che ha visto protagonista Ercole Incalza, vede tra gli indagati anche l’ex assessore regionale alle Infrastrutture Alfredo Peri e l’ex consigliere Miro Fiammenghi. L’accusa è tentata induzione a dare o a promettere indebitamente denaro o altra utilità  nell’ambito della costruzione dell’Autostrada Cispadana.
Bolzano. Il sindaco tira dritto L’abuso d’ufficio non basta
All’orizzonte il probabile rinvio a giudizio con l’accusa non da poco di abuso d’ufficio. E nonostante questo a Bolzano il sindaco Luigi Spagnolli tira dritto e punta alla ricandidatura.
Alle urne si va il 10 maggio. Mentre i suoi legali hanno chiesto al tribunale una proroga di due mesi e mezzo per leggere le carte dell’inchiesta. Il tempo, dunque, non manca anche per superare un eventuale ballottaggio. Spagnolli tira dritto con il via libera della segreteria regionale e di quella nazionale.
Sul tavolo della procura l’affare del raddoppio del centro commerciale Twenty. Sotto accusa, oltre a Spagnolli, anche un noto imprenditore trentino. Per lui il reato è quello di abuso edilizio.
Secondo quanto ricostruito dai pubblici ministeri il sindaco Spagnolli si è attivato per il via libera al raddoppio del centro commerciale dopo l’ok già  dato dalla Provincia. Di più: il gruppo dell’imprenditore Giovanni Podini (indagato) s’interfaccia direttamente con il sindaco senza seguire l’iter tradizionale dell’ufficio tecnico.
Non solo. Secondo la ricostruzione dell’accusa, sottopone a Spagnolli il parere legale di un docente universitario. L’impresa, poi, inizierà  i lavori ancora prima del via libera. E lo farà  realizzando i piloni portanti del centro commerciale in maniera differente dalla concessione, poichè già  rinforzati abusivamente per l’aumento di cubatura prima del rilascio della concessione inerente al raddoppio.
Fin dall’inizio dell’inchiesta Spagnolli si è sempre difeso. “Sono state dette una serie di cose non vere da parte di tante persone. Sono state fatte affermazioni pesanti. Non c’è alcun tipo di volontà  di favorire chicchessia”. La procura ha chiesto il rinvio a giudizio.
Lombardia. Il “Sistema Sesto” non finisce mai
Giovanissimo vestì la casacca di assessore di Rozzano, hinterland a sud di Milano.
Da quel momento in poi la carriera politica di Massimo D’Avolio tracimò in successi continui.
Alle spalle la tutela potente di Filippo Penati che da lì a poco, è il 2004, incassa la poltrona di presidente della Provincia.
Nello stesso anno D’Avolio diventa sindaco di Rozzano, mandato rinnovato fino al 2013. Dai Ds al Pd. In quell’anno , D’Avolio, perso per strada il suo nume a causa di inchiesta giudiziaria (vedi il cosiddetto Sistema Sesto), fa il grande salto ed entra in Regione. Consigliere del Pd eletto con oltre 7 mila preferenze.
Poco meno di due anni con un incarico nella commissione regionale antimafia, e anche l’ex sindaco inciampa in qualche guaio.
Attualmente, infatti, risulta indagato dalla Procura di Milano per abuso d’ufficio. I fatti, contestati risalgono al periodo in cui D’Avolio era sindaco di Rozzano. Secondo l’accusa, coordinata dal dipartimento del procuratore aggiunto Alfredo Robledo, D’Avolio attraverso alcune delibere, avrebbe autorizzato il pagamento della partecipata Ama ad alcune società  della moglie.
Con l’ex primo cittadino è indagato anche l’attuale capogruppo Pd nel Consiglio comunale di Segrate, l’ingegnere Vito Ancora.
Anche per lui l’accusa è abuso d’ufficio. Infine, risulta coinvolto un dirigente dell’ufficio tecnico del Comune di Rozzano per un presunto danno erariale legato alla compravendita di un’area industriale. L’inchiesta, ancora in fase embrionale, ha già  gettato nel panico buona parte del Pd milanese che intravede il rischio di un nuovo sistema Sesto.
Sicilia. Il sottosegretario Faraone deve giustificare 3.300 euro
C’è il sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone a guidare la pattuglia di deputati regionali in Sicilia indagati per le spese pazze dell’Assemblea regionale.
Gli viene contestata la cifra di 3300 euro e con lui hanno ricevuto un avviso di garanzia per peculato dalla Guardia di finanza altri 18 deputati regionali del Pd: Giovanni Barbagallo (11.569,44 euro), Mario Bonomo (4.918 euro), Roberto De Benedictis (per 4.653 euro), Giacomo Di Benedetto (per 27.425 euro), Giuseppe Digiacomo (per 6.727 euro), Michele Donato Donegani (10mila euro), Michele Galvagno (5.681 euro di cui 1.248), Baldassare Guacciardi (1.365 euro), Giuseppe Laccoto (3.492 euro), Giuseppe Lupo (39.337 euro), Vincenzo Marinello (3.900 euro), Bruno Marziano (12.813 euro), Bernardo Mattarella (6.224 euro), Camillo Oddo (2.500 euro), Filippo Panarello (16.026 euro), Giovanni Panepinto (2.600 euro), Antonello Cracolici e Francesco Rinaldi (45.300 euro).
Quest’ultimo è stato rinviato a giudizio quattro mesi fa insieme al cognato Fracantonio Genovese (deputato Pd arrestato dopo l’autorizzazione della Camera) per lo scandalo messinese della formazione professionale ed entrambi devono rispondere di associazione per delinquere finalizzata al peculato: sono accusati di avere costituito una rete di gestione familiare della Formazione, trasformandola in un lucroso business.
Infine ad Alcamo il deputato nazionale Nino Papania è accusato di avere imposto assunzioni alla società  di smaltimento rifiuti Aimeri procurandole “il benestare degli organi di governo ambientale sugli appalti e sull’irregolare svolgimento del servizio”. Contro Papania, accusato in un’altra inchiesta di voto di scambio, si sono costituiti parte civile un centinaio di cittadini di Alcamo.

Giampiero Calapà , Andrea Giambartolomei, Vincenzo Iurillo, Giuseppe Lo Bianco, Davide Milosa e Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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L’INCHIESTA DI ISCHIA IMBARAZZA IL PD: “SIAMO PREDA DELLE LOBBY”

Marzo 31st, 2015 Riccardo Fucile

“QUANDO HAI TROPPO POTERE CHI VUOLE FARE AFFARI SI RIVOLGE A TE”

Sul palco si discetta di Italicum. «Ma in sala e nei corridoi – ammette Gennaro Migliore – si parlava di Ischia. Io mi sento cuocere, questa roba mi brucia dentro».
Lunedì pomeriggio, a via Sant’Andrea delle Fratte si allontanano alla spicciolata i membri della direzione Pd, confusi tra i turisti.
La mazzata è pesante, l’arresto del sindaco Giosi Ferrandino, presidente dell’Anci Campania e supervotato alle europee (oltre 80 mila preferenze), il coinvolgimento di una delle più importanti coop rosse emiliane, le telefonate su D’Alema.
Ce n’è abbastanza per deprimere e terrorizzare un partito alle prese con una difficile campagna elettorale.
Antonio Misiani, tesoriere del partito nell’era Bersani, trangugia un caffè nero e sospira: «Una brutta faccenda, non c’è che dire. Ecco cosa succede quando si abolisce il finanziamento pubblico, i partiti finiscono preda degli appetiti delle lobby».
Ma il problema, ormai, sembra aver raggiunto un livello endemico per il Pd.
Che, a torto, riteneva se stesso immune da questi scandali.
«Errore, perchè quando hai troppo potere, quando vieni percepito come l’unico partito spendibile per il governo, quando da nessuna parte si vede un’alternativa credibile, è chiaro che chi vuole fare affari si rivolge a te. Una brutta faccenda, ripeto: dovremo d’ora in poi tenere non due ma quattro occhi aperti ». Una vigilanza che evidentemente è mancata. E se anche Renzi ritiene in privato che si tratti di una vicenda circoscritta e che valga comunque la presunzione d’innocenza, pure dal palco riconosce il problema.
Anzi, annuncia che si farà  una direzione ad hoc «per un momento di riflessione comune su come ci stiamo muovendo sui territori. Con le luci e le ombre che ci sono». Ombre soprattutto.
Fosse solo Ischia.
Un mese fa è stato arrestato l’ex sindaco di Casavatore, Salvatore Sannino, del Pd.
Ex sindaco solo perchè, con lungimirante accortezza, pochi giorni prima dell’arresto la giunta del comune confinante con Casoria era stata sciolta.
E sempre per restare in zona, una settimana fa l’Antimafia ha arrestato a Eboli due esponenti del Pd perchè, in cambio di certificati di residenza falsi per far lavorare le donne rumene nei campi, chiedevano voti alle primarie Pd regionali e nazionali.
È intervenuta pure l’Interpol. Poi ci sarebbe la questione di Vincenzo De Luca, con il suo strascico di inchie- ste e la condanna.
Ma lo stesso Migliore, che pure contro De Luca era pronto a candidarsi alle primarie, invita a «non fare di tutta l’erba un fascio, perchè nel suo caso si tratta di una questione amministrativa».
Ma comunque, e per l’ennesima volta, è inevitabile farsi la domanda: esiste una questione morale nel Pd?
Se lo chiedono in molti. «Io faccio politica alla “spera-in-dio” – sussurra Pippo Civati affrettando il passo lontano dal Nazareno – e spesso vado in rosso sul conto corrente, faccio una vita normale, prendo il treno e gli autobus. Ma qui dentro c’è gente che vive in certe case… che gira con certe macchine… ma come fanno? certi stili di vita mi fanno pensare».
E poi, secondo Civati, c’è il grande tema delle fondazioni politiche legate ai singoli capicorrente. «È inutile che facciamo il discorso sulla trasparenza dei bilanci dei partiti e poi ognuno si fa la sua fondazione per fare come gli pare».
Com’era forse inevitabile, dato lo scontro mortale in corso tra minoranza e maggioranza, nel Pd il caso Ischia per alcuni diventa il caso Renzi.
E per altri invece è il caso della vecchia “Ditta”, troppo contigua al sistema coop rosse-appalti. «D’Alema — confida un renziano — si è difeso con le stesse argomentazioni di Lupi, se la prende con le intercettazioni. Questa schifezza oggi ci casca addosso a noi perchè al Nazareno c’è Renzi, ma è tutta roba loro».
Basta spostarsi di qualche metro e Alfredo D’Attorre, dopo l’assalto di telecamere e taccuini, si abbandona a una considerazione opposta: «Questa di Ischia è una vicenda inquietante. Ferrandino era il sindaco di un comune importante, è stato candidato alle europee fortemente sostenuto dalla segreteria nazionale, tanto che ha preso decine di migliaia di preferenze ».
E chi vuole capire capisca.
Sulla direzione del Pd scende la sera, dopo il voto all’unanimità  sulla relazione del segretario, sindaci, assessori e parlamentari sciamano nei ristoranti della zona.
Mercedes e Audi con l’autista intasano piazza San Silvestro.
Decisamente troppe.

Francesco Bei
(da “La Repubblica”)

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