Settembre 21st, 2013 Riccardo Fucile
NELLA TERRA DI BERSANI I TESSERATI NON ARRIVANO A 300, IN DUBBIO IL CONGRESSO… TENSIONI TRA RENZIANI ED EX BERSANIANI
E’ l’incubo di ogni partito: avere più dirigenti che iscritti. 
E nonostante sia vincente da oltre un decennio, — quindici contando che il sindaco Paolo Dosi ha appena festeggiato solo un anno e mezzo di mandato e in provincia può contare su una trentina di primi cittadini su 48 — al Partito Democratico di Piacenza, quando si contano le tessere nel cassetto, tremano i polsi.
Tanto che potrebbe essere a rischio il Congresso, che era previsto proprio in autunno.
E non manca chi, in vista dell’atteso appuntamento, ironizza: “Sono più i dirigenti e gli eletti che non gli iscritti”, battuta che circola tra i corridoi della sede di viale Martiri della Resistenza.
Così, se fino a qualche tempo fa era quasi impossibile venire a conoscenza del numero esatto di chi ha una tessera del partito, ora il vento è cambiato: sono 270, tra capoluogo e sedi provinciali.
Pochi, pochissimi, secondo la segreteria regionale, che da Bologna ha paventato persino il rischio commissariamento.
Il dibattito, per non parlare di numeri, per ora si basa sui candidati.
Il giovane sindaco di Vernasca, Gianluigi Molinari, o l’altrettanto fresca segretaria di Gossolengo, Betty Rapetti, tra i più accreditati.
Oppure l’attiva consigliera comunale Giulia Piroli, o lo sportivo ex Capogruppo in Consiglio, Cristian Fiazza. Quel che non si dice è che il prossimo segretario del Pd piacentino, se riuscirà ad essere eletto, si troverà di fronte ad una situazione disastrosa.
Lo sa bene l’attuale segretario Vittorio Silva, che già prima dell’estate aveva rimesso il mandato.
Un po’ perchè era stato convinto dalle sirene che gli arrivavano dalla Provincia, retta dal centrodestra — e sempre in bilico sulla possibile soppressione — ma dove può contare su un posto fisso prestigioso e remunerativo.
Aveva creduto che la segreteria potesse costituire il viatico per incarichi di maggior prestigio. I fatti non gli hanno dato ragione.
L’aver scommesso su Pier Luigi Bersani, come appariva naturale vista la sua “piacentinità ”, non gli ha portato fortuna. Anche per questa ragione Silva ha già deciso di tornare al ruolo di dirigente di via Garibaldi e solo la Direzione provinciale, lo scorso 9 luglio, è riuscita a “congelarlo” almeno fino al Congresso “perchè il partito avrebbe rischiato di scoppiare”, si era lasciato scappare l’assessore comunale Silvio Bisotti durante la riunione.
Ora però la questione non è più rinviabile. Per le spinte dei renziani, o dei nuovi gruppi che si sono formati e che basano molto della loro spinta sulla trasparenza (Open Pd, per esempio), ma soprattutto perchè la segreteria regionale, dopo aver visionato il numero degli iscritti al Pd di ogni provincia, ha rilevato come a Piacenza — città e provincia — faticano ad arrivare a quota 300.
Naturalmente non esiste una norma dello statuto che imponga un numero minimo per celebrare il congresso, anche se appare evidente lo scollamento con il territorio.
Come ricordato, il Pd locale è vincente, forse uno dei pochi in Italia con questa continuità negli ultimi anni (a sola guida Pd) e alle ultime elezioni ha sfiorato il 30%.
Può contare sul sindaco del capoluogo da tre mandati consecutivi e moltissimi amministratori sparsi su tutto il territorio. Eppure, tra i vertici, si rincorre la domanda: come mai così pochi iscritti?
Il timore, sia a livello locale che regionale, è quello di eleggere un segretario debole (al Congresso votano i tesserati), dopo che si è usciti da una stagione, quella di Silva, che ha portato la sua figura ad indebolirsi strada facendo, tra faide interne (in particolare con l’ex sindaco Roberto Reggi, in rotta dopo aver sostenuto Matteo Renzi alle primarie ma non essere stato inserito nel listino bloccato per il Parlamento) e la “non vittoria” di Bersani alle ultime elezioni nazionali.
L’indirizzo dalla segreteria regionale è stato chiaro: gli iscritti devono aumentare.
E potrebbe essere semplice per un partito che a Piacenza è così forte e radicato. E invece è tornato a dividersi persino sui banchetti, con i dirigenti storici che hanno accusato i renziani di scarso impegno sul territorio.
La resa dei conti è attesa per lunedì 23 settembre, quando vis à vis i segretari comunali si ritroveranno per discutere di questo e molto altro e cercare di scongiurare di essere rimasti gli unici con in tasca una tessera del Pd.
Gian Marco Aimi
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Settembre 21st, 2013 Riccardo Fucile
RENZI: “AL GOVERNO DA SOLI”, CUPERLO: “ANCHE IL MIGLIORE NON PUO’ VINCERE DA SOLO”… SCONTRO SULLA NORMA CHE DISTINGUE SEGRETARIO E PREMIER
È caos nella giornata conclusiva dell’Assemblea nazionale del Pd.
È arrivato l’accordo per la data e le regole del prossimo Congresso ma è saltata la modifica dello statuto.
Nella fattispecie non si è trovata l’intesa sulla modifica dell’articolo 3, che voleva eliminare l’automatismo di ruoli tra il segretario del Pd e il candidato premier (in Assemblea c’e’ stato a riguardo il forte dissenso di Rosy Bindi).
L’intesa raggiunta a fatica in interminabili riunioni della commissione sulle regole non ha retto del tutto alla prova del voto finale dell’Assemblea.
Riassumendo: congresso nazionale e primarie per l’elezione del segretario aperte a iscritti e non iscritti si terranno l’8 dicembre; saranno preceduti dai congressi di Circolo e provinciali; entro la fine di marzo si terranno i congressi regionali.
I candidati alla segreteria dovranno infine ufficializzare la propria discesa in campo entro l’11 ottobre.
C’è accordo pure sulla norma che prevede che a sostenere i singoli candidati siano solo liste riferite al loro programma, in questo modo si cerca di arginare l’ulteriore frazionamento in correnti e di evitare che si formino gruppi di pressione che poi confluiscono sulle candidature.
Il tutto dovrebbe essere approvato definitivamente dalla riunione della Direzione del Pd che si terrà il 27 settembre.
Il primo match tra candidati svoltosi nell’Assemblea ha esaltato le particolarità di ognuno.
Gianni Cuperlo ha svolto un discorso che è apparso alla platea dei delegati il più “costruito” con molteplici riferimenti culturali alla tradizione della sinistra e alla necessità di profondo rinnovamento di quest’ultima.
Ha parlato di “destra” e di “sinistra”, di necessità di pensare il futuro e di distinguersi sui valori e sulle scelte dai propri avversari pur nel difficile compito di governare assieme al Pdl.
Quanto al Pd, Cuperlo ha ribadito di privilegiare la separazione di ruoli tra segretario e premier: «Da solo il migliore di tutti noi non ce la fa».
A chiudere ha usato una dotta citazione di Norberto Bobbio: solo discutendo sulla natura di se stessi, si avrà chiaro il nostro destino.
Matteo Renzi, forse un po’ spiazzato dal discorso di Cuperlo, ha usato la sua abilità oratoria per ricordare al competitor: «La crisi non e’ crisi solo del modello della destra. La crisi della politica interpella tutti noi. In questi vent’anni abbiamo governato anche noi, ci siamo stati anche noi. Se non siamo in grado di interpretare il cambiamento, è un nostro problema. Proprio questo è ciò che non ha funzionato in anni recenti nella politica del Pd».
Renzi ha poi rinunciato a presentare una propria piattaforma politica con ambizione programmatica. Ha preferito distinguersi bacchettando il governo e ricordando a Enrico Letta: «Se si e’ sforato il tetto del 3,1% del debito pubblico, o si ha il coraggio di dire che quei parametri vanno rimessi in discussione o si ha il coraggio di dire che l’Imu lo rimetteremo a posto. Non e’ giusto dare la colpa all’instabilita’ politica, sostenendo l’idea che sia sempre colpa di qualcun altro».
Arriva in conclusione la promessa che il suo Pd sarà «completamento diverso da quello attuale». Alla fine dell’intervento di Renzi c’è stato l’abbraccio con il rivale Cuperlo, interpretato come dichiarazione di lealtà nella sfida appena avviata per la conquista del vertice del partito.
Gli altri due candidati, Pippo Civati e Gianni Pittella, sono apparsi schiacciati in un ruolo marginale dalla forza di consenso che possono suscitare Cuperlo e Renzi.
Civati ha confermato di essere il più a sinistra tra gli sfidanti: ha ricordato le battaglie sui diritti e il rapporto con Sel di Nichi Vendola, ha chiesto rinnovamento al partito sia nelle sue forme organizzate, sia nei suoi gruppi dirigenti.
Ora Civati dovra’ trovare ulteriori argomenti di differenziazione più da Cuperlo che da Renzi, se vuole rosicchiare consensi nell’area dalemiana e bersaniania.
Pittella è quello che con più forza ha chiesto al Pd di collocarsi sul fronte dell’Internazionale socialista e del Partito del socialismo europeo, chiarendo cosi’ quali sono identita’ e collocazione internazionale del Pd.
Il vicepresidente del Parlamento europeo ha chiesto con forza di battersi senza indugi per allentare la pressione del Patto di stabilita’ a livello europeo che pesa come un macigno sugli atti del governo guidato da Letta.
Il Congresso del Pd ha quindi tagliato oggi il suo nastro d’avvio.
Da domani i quattro candidati se le daranno di santa ragione, pur confidando in regole condivise e di garanzia democratica per ognuno.
Renzi e’ il favorito, Cuperlo e’ l’outsider.
Il primo assicurerebbe al Pd l’approdo post-ideologico a una formazione inedita per base sociale e collocazione politica, il secondo manterrebbe il partito profondamente ancorato nella nuova sinistra che vuole contribuire a costruire.
(da “La Stampa”)
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Settembre 20th, 2013 Riccardo Fucile
“GOVERNIAMO CON UN DELINQUENTE? LO SAPEVAMO”, DICONO I DEMOCRAT, MA ALZANO IL TIRO SULL’ECONOMIA… DELRIO: “BASTA FARCI DETTARE L’AGENDA DAL PDL”
“Barbara Berlusconi si chiede come facciamo a governare con suo padre, se pensiamo che sia un delinquente? Il Pdl non è solo Berlusconi, ci sono una serie di provvedimenti che vanno votati e siamo in una situazione di emergenza nazionale”. Stefano Fassina, viceministro dell’Economia.
“Che era un delinquente, già lo sapevamo”, ripetono Democratici di vario ordine e grado, mentre Berlusconi inaugura la nuova sede di Forza Italia, dopo l’ennesimo video messaggio ad alto contenuto “eversivo” (definizione dello stesso segretario, Epifani).
La Bindi ha detto che dopo gli insulti è difficile rimanere al governo insieme.
I colleghi di partito non la seguono su questa strada, ma si attrezzano al logoramento dell’esecutivo da un’altra prospettiva.
I Democratici sono in piena campagna elettorale, che dall’altroieri sera si è spostata sui provvedimenti economici.
E poi al momento sono troppo impegnati in un conclave perenne per tirare fuori le regole di un congresso, che Renzi vuole immediatamente (per poi partire da una posizione di forza all’attacco del governo) e la vecchia guardia del partito vorrebbe non fare mai.
“Certo, se il governo cade subito si faranno le primarie per la premiership, non il congresso”, dice ancora Fassina.
Non c’ accordo e non c’è una data per il congresso nonostante l’Assemblea che dovrebbe approvarle sia fissata per oggi pomeriggio e domani.
Ieri mentre in Aula si votava l’omofobia il segretario era nella sua stanza a Montecitorio a limare la relazione per oggi. Le due questioni si incrociano e producono corti circuiti dagli esiti imprevedibili.
Al Nazareno sono in pochi a scommettere su una lunga durata del governo. L’orizzonte viene indicato dopo la legge di stabilità o poco più in là .
Ma soprattutto, il Pd di governo e non solo ha dato un avvertimento al premier: sui provvedimenti economici non c’è nessuna intenzione di cedere ai ricatti del Pdl.
A questo punto l’azione dell’esecutivo dev’essere improntata a principi più di sinistra. Per dirla con Graziano Delrio (ministro renziano): “Non esiste che loro ci dettano l’agenda e noi la prendiamo”.
Sulla necessità di non aumentare l’Iva è andato all’attacco Fassina, e ieri alcuni renziani (Luca Lotti in testa) si sono affrettati a diramare un comunicato per chiedere di scongiurarne il rincaro sulle prestazioni sociali.
Enrico Letta sta in mezzo. Tra un Pdl che da ora in poi alzerà sempre di più i toni e un Pd che ha tutte le intenzioni di rispondere colpo su colpo.
Nessuno si può permettere di farlo cadere, per ora, ma la campagna elettorale è entrata nel vivo.
E infatti ieri il premier ha voluto avvertire: “Il governo non è un punchball”. Messaggio destinato — ci tengono a precisare da Palazzo Chigi — non solo al Pdl, ma anche al Pd. Letta per ora non fa gesti di rottura, ma se il logoramento diventa ingestibile, ribadisce che la sua permanenza alla guida del governo non è obbligatoria.
Intanto , con una lettera aperta a Europa e Unità fa sapere che “per la prima volta da quando il nostro partito è nato” non partecipa all’Assemblea.
“Non parteggerò per nessuno dei candidati in campo e m’impegno sin d’ora a relazionarmi col segretario eletto, chiunque sia, con rispetto e unità d’intenti. Mi auguro che la nettezza di questa scelta metta fine a gossip e a retroscena più o meno maliziosi”.
La partecipazione gli era stata richiesta, lui non ci sta a farsi tirare iun mezzo.
Eppure voci insistenti parlavano di un possibile terzo uomo che i lettiani, su indicazione del premier, avrebbero proposto per tentare di fermare la marcia di Matteo Renzi.
Lo stesso Renzi che D’Alema sosteneva sarebbe stato il suo candidato naturale perchè il capo del Governo non potrebbe permettersi di stare con il perdente.
Ma è certo che i rapporti tra i due ora sono pessimi. E mentre la commissione è riunita in notturna arriva una grana inaspettata: un documento di Civati, Barca, Puppato, Bettini e Casson nel quale si rimprovera alla segreteria uno scarso impegno sul tesseramento.
Wanda Marra
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Settembre 18th, 2013 Riccardo Fucile
MA TORNA L’IPOTESI SCISSIONE… I TENTATIVI PER CONVINCERE EPIFANI A SFIDARE RENZI
La verità l’ha detta Massimo D’Alema due settimane fa: «Enrico Letta starà con Renzi, perchè il sindaco vince».
Lui, l’ex premier, nonchè ex ministro degli Esteri, sta bene dove sta, invece: a capo di una minoranza del 30 per cento, con Cuperlo candidato segretario.
Cioè alla guida di una fetta di Pd che potrebbe andare via, o restare. Il termine scissione d’Alema non lo pronuncia. I suoi sì.
Però se l’ex premier punta davvero a presiedere il Parlamento europeo la scissione diventa un problema
Già , un problema a cui gli stessi renziani pensano: pure loro non escludono che, per dirla brutalmente con uno dei grandi sostenitori del sindaco di Firenze, «i comunisti stiano fuori».
Anche se, a dire il vero, la disfida interna al Pd è un po’ più complicata del match Dc-Pci, se non altro perchè uno dei contendenti, ossia Renzi, con la Democrazia cristiana non ha mai avuto a che fare, a meno che non si voglia far ricadere le “colpe” dei padri sui figli
In mezzo, nella disfida tra la ditta di D’Alema e Bersani e gli ulivisti di Renzi, c’è Enrico Letta. Anche se Dario Nardella, ex vicesindaco di Firenze, rifiuta le letture semplicistiche: «È infondato e superficiale vedere il tutto come uno scontro tra i due. Il tema politico vero è: quali sono i pro e i contro di un Pd senza guida, congelato e debole?»
Racconta però il tam tam degli amici del premier che ancora ieri, nell’incontro con Epifani a palazzo Chigi, il presidente del Consiglio abbia chiesto al segretario di scendere in campo per il bene del partito e del governo, e, soprattutto, per stoppare Renzi.
Vero? Falso? Possibile che un politico di lungo corso come D’Alema abbia sbagliato la previsione e che Letta si acconci a stare con il Pd perdente?
Il premier non risponde e ribadisce che non vuole entrare nella dinamica congressuale. Il segretario tace.
Alle 19 e 52 gli arriva un sms di questo tenore: «Sei in lizza? Se non rispondi bisogna prenderlo come un sì?». Il messaggio resta senza risposta e la circostanza aggiunge ambiguità ad ambiguit�
Intanto si continua a litigare sulle regole.
Anche se il compromesso è vicino: i segretari regionali non verranno eletti prima del leader nazionale, proprio come voleva Renzi.
A meno che – è il suggerimento di Franceschini – non si trovi un accordo tra le correnti: in questo caso si possono anche fare prima. Insomma, se Renzi vuole una stampella importante nel Pd deve fare delle concessioni.
Ma il sindaco non ha granchè voglia di farle. Si rigira tra le mani il timing delle pratiche congressuali: il 10 novembre la convenzione nazionale, il 24 dello stesso mese il voto delle primarie, il primo dicembre l’acclamazione in Assemblea.
È un iter realistico a cui anche i renziani potrebbero dire di sì, con tutto che si sfora di quasi un mese la data del 7 novembre prevista dallo statuto
Ma altre concessioni non possono farle.
Anche perchè il Pd è stufo, come dimostra il fatto che in tantissimi appoggiano il documento di Goffredo Bettini che immagina un nuovo centrosinistra e non si schiera nell’attuale contesa.
«Noi siamo la corrente dei disgustati», spiega, scherzando ma mica tanto, il sottosegretario Vincenzo De Luca.
Dovrà essere Epifani, ovviamente, il garante di questa mediazione, ma se il segretario diventa parte in causa, allora i termini della questione cambiano.
Nel frattempo, comunque, il sindaco di Firenze si muove come uno che non teme il terzo incomodo tra lui e Cuperlo.
Lo stesso fa il suo avversario, che ha già affittato una sede per il comitato elettorale a pochi metri da Montecitorio.
Solo che mentre il carro di Cuperlo è ancora semivuoto, quello di Renzi appare fin troppo affollato. «Io non imbarco il vecchio: questi li scarico tutti», si sfoga il sindaco di Firenze con gli amici. In pubblico però non arriva a tanto, anche se fa capire che non è disposto ad andare avanti di compromesso in compromesso.
Nemmeno sull’esecutivo Letta: «Noi – spiega il sindaco ai suoi – sosteniamo questo governo perchè deve fare due tre cose importanti, e per questo lo appoggeremo fino in fondo, ma una volta che le ha fatte, o che è palese che non riesce a farle, la parola deve tornare alla politica…».
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 17th, 2013 Riccardo Fucile
QUALCUNO HA PROPOSTO DI USARE UNA PALLINA DA INSERIRE PER BLOCCARE I SI’
Per il Pd è ormai un incubo. È il voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi. Incontrollabile. Adatto alle incursioni dei franchi tiratori.
Potenzialmente devastante.
Eppure, una semplice pallina di carta potrebbe inceppare il meccanismo, incrinare la segretezza e decidere la conta più significativa della Seconda Repubblica.
Condannando il Cavaliere all’esclusione.
Tutto ruota attorno a un piccolo, semplice foglio accartocciato. Inserito nell’urna, è capace di bloccare il pulsante sul “sì” alla decadenza e sconfiggere i franchi tiratori. Perchè un dito può cambiare direzione all’ultimo momento, mentre la pallina resta immobile sulla decisione.
«In linea teorica — ammette sconsolato Lucio Malan — è possibile usare la pallina o qualsiasi diavoleria di piccole dimensioni, facendo poi finta di votare».
Sono ore di studio, nel quartier generale democratico. E il terrore corre lungo un rettangolo di dieci centimetri per tre.
Lì, in quell’urna elettronica, il parlamentare poserà la mano dopo aver abilitato il voto con la scheda.
Ed è sempre lì, da sinistra a destra, che sono incastrati i tre pulsanti con la sequenza ‘A.Si.No.’ (astenuto, favorevole, contrario).
Per allontanare definitivamente il Cavaliere da Palazzo Madama, la maggioranza assoluta dei senatori deve esprimersi per il sì.
Per salvarlo, invece, in 43 devono disobbedire al gruppo.
Inimmaginabile controllare il voto, sostengono molti senatori.
«Totalmente impossibile — sostiene il dem Stefano Ceccanti perchè quando si mette la mano non si riesce a capire nulla».
E in effetti il dato di partenza, verificato, è che è impossibile controllare la scelta di un senatore che vota con tre dita.
La ‘buca’ elettronica è profonda e i movimenti così impercettibili da impedire al compagno di banco la verifica di un voto espresso.
Per stanare quindi i franchi tiratori ed evitare una catastrofica resa dei conti con la base, a largo del Nazareno le stanno studiando proprio tutte. Anche la pallina di carta.
Sempre dal vicino di scranno, comunque, bisogna partire.
Solo chi siede accanto può ‘controllare’ che la linea indicata dal gruppo venga rispettata. E attingendo a una prassi parlamentare parecchio elastica, la pallina si presta perfettamente allo scopo.
Si inserisce sotto gli occhi del vicino e si blocca il pulsante fino a votazione conclusa.
In passato, raccontano, c’è chi ha provato anche a utilizzare strumenti alternativi: una moneta da due euro o un legnetto di piccole dimensioni.
Una tecnica rodata nel tempo, sussurrano in Senato, utile ai parlamentari che in votazioni multiple scelgono di pigiare sempre lo stesso pulsante.
Un’altra misura alternativa per aggirare il segreto tombale passa dal voto con un solo dito. Va posizionato vistosamente sul pulsante centrale, poi si spinge sotto gli occhi del vicino di scranno.
Si vota con l’indice (meno lungo del dito medio), rendendo più faticosa — e soprattutto più visibile — un’eventuale incursione su bottoni diversi.
Resta però sempre un margine a disposizione dei franchi tiratori.
I parlamentari intenzionati a mantenere il riserbo possono sempre sfruttare alcune “falle” del sistema elettronico. Quando si pigia il pulsante, il voto è inserito e la mano può essere ritirata.
Se si preme però un altro tasto, il voto cambia.
Un cambio rapido potrebbe insomma ingannare il vicino di banco
La battaglia parlamentare si deciderà in pochi attimi. E un segretario d’Aula del Pdl come Lucio Barani è pronto a combattere: «Verificheremo la regolarità del voto. Passerò tra i banchi. La pallina? Non è regolare».
In linea teorica, spiega però Malan, si può utilizzare.
Ma il punto è la volontà del senatore: «Deve poter esprimere la propria idea. Se è il capogruppo a chiedere di filmare il voto o mettere la pallina… beh, il principio non è garantito».
Chi può infine rendere ancora più complicato il compito del Pd è il M5S.
Su Facebook Luigi Di Maio ha proposto ai grillini di abbandonare l’Aula al momento del voto, lasciando «Pd e Pdl soli a scannarsi».
Assottigliando, però, il margine dei fautori della decadenza. Di Maio ha successivamente rettificato «era solo un personale auspicio» — ma l’incognita agita i sonni dei democratici.
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)
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Settembre 17th, 2013 Riccardo Fucile
TUTTI I PROCLAMI CHE NEGLI ANNI NON HANNO PORTATO BENE ALLA SINISTRA
“La fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede bene”. Vecchia massima del sommo poeta (Roberto Freak
Antoni) di cui tutti dovrebbero far tesoro e, in primis militanti, elettori e dirigenti del Pd.
Sì, perchè “tirarsela” ha più di un significato.
Da un lato vuol dire vantarsi (tranquilli che vinciamo), e dall’altro invece “tirarsela addosso”. La sfiga, appunto.
Ecco: è incredibile come da anni queste due accezioni sappiano perfettamente convivere, combinarsi, miscelarsi come micidiali polveri piriche ed esplodere al momento giusto, che di solito arriva quando si contano i voti alle elezioni.
Lo sanno anche i bambini che prima della partita non si dice “vinciamo”, e lo sapeva il grande Nereo Rocco che a quelle certezze granitiche e alla perniciosa overdose di autostima diede una mirabolante risposta: “Vinca il migliore? Speremo de no!”.
Del resto, il “Vincere, e vinceremo” di sfiga ne ha portata tanta, e la storia è lì che ce lo insegna.
Ma sia: se peccare è umano, perseverare è democratico.
Tutti ricordano la “Gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto: bastò inventare quello slogan e presentarsi in tivù vestito come un funzionario dell’Aeroflot degli anni Settanta per veder sorgere il sole berlusconiano e pagarla per i decenni a seguire.
Era una frase a effetto, d’accordo
Tre anni dopo (correva il 1997) fu Gianni Cuperlo, intellettuale e colto, a segnare il congresso del Pds con un bellissimo aforisma di Rilke: “Il futuro entra in noi prima che accada”.
A dirla tutta, il futuro (Silvio) era giù entrato alla grande. Ma quel congresso rifletteva anche molto sul welfare e su come difenderlo, e com’è finita lo sappiamo tutti: un altro tsunami di sfiga.
Poi venne Walterone nostro, quello della vocazione maggioritaria e del no copyright, che rubava a Obama il suo “Yes, we can”, tradotto in un “Se po’ fa” all’amatriciana.
Era fantasia, certo. E infatti la realtà la superò alla grande.
“Smacchiare il giaguaro” perfezionò quella tecnica antica, nota a sinistra, che si può chiamare “la zappa sui piedi”.
La battuta, tra l’altro, era di Maurizio Crozza.
Bersani la prese e la trasformò in slogan, ci fecero le magliette e la canzoncina, la urlarono ai comizi, la dissero in tivù.
Trasformarono insomma la battuta di un comico molto serio in una frase seria di un leader molto comico, rimanendo alla fine sotto le macerie.
L’uomo impara dall’esperienza. L’uomo sì, forse, ma Renzi no.
Quel “li asfaltiamo” detto l’altro giorno ha sicuramente messo un brivido nella schiena di tutti i democratici, aspiranti tali, simpatizzanti, tifosi, possibili elettori e italiani circonvicini.
Frase detta in tutta onestà , persino sincera, persino convinta. Che potremmo sentire ripetere infinite volte da qui all’asfaltatura, a patto che nella gadgettistica Pd comincino a comparire cornetti rossi e collane d’aglio, amuleti, ferri da toccare al momento giusto, dita incrociate e mani dove non si può dire: la prudenza non è mai troppa.
Alessandro Robecchi
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Settembre 17th, 2013 Riccardo Fucile
CONVOCATA PER VENERDàŒ, NESSUN ACCORDO SULLE REGOLE… I LETTIANI SEMPRE PIÙ NERI COL ROTTAMATORE
“Adesso!”: il congresso, Matteo Renzi lo vuole fare subito. 
Il vocabolo chiave delle scorse primarie si potrebbe applicare all’ultima battaglia ingaggiata dal sindaco di Firenze.
E “adesso”, l’accordo non c’è, la trattativa è ancora in alto mare e all’assemblea di venerdì e sabato si rischia di arrivare al buio totale.
Intanto, Letta e i suoi sono sempre più irritati col sindaco di Firenze e il Pd epifanian-bersaniano lo accusa più o meno di tutti i mali politici del momento.
Primo tra tutti, voler accelerare sul congresso per far cadere il governo da segretario. Sono mesi che i Democratici discutono delle regole e della data del congresso e a tre giorni da un incontro già rinviato più volte, si brancola nel buio.
L’ultimo oggetto del contendere sono i congressi locali: “Si era arrivati a un punto d’accordo. Fare quelli provinciali prima dei congressi nazionali”, spiega Nico Stumpo, bersaniano.
E quelli regionali? “Noi vogliamo tenerli slegati da quelli nazionali”. Quindi, al limite anche dopo. Ora Renzi però chiede che i congressi regionali siano fatti insieme alle primarie per la segreteria.
Una scleta che lo avvantaggerebbe: la sua figura farebbe da traino per i “suoi” candidati alle segreterie della regione.
“Ma possiamo mediare sulla mediazione?”, si chiede ancora Stumpo.
E allora, ecco l’incubo della conta. Magari persino su un ordine del giorno imprevisto, per esempio sulle larghe intese.
O anche l’incubo del nulla di fatto. “Loro i congressi locali vogliono farli prima di quello nazionale per far slittare l’elezione del segretario”, attacca Lorenzo Guerini, renziano . Nel frattempo, Renzi, è partito all’attacco sugli iscritti. “Sostiene che dopo le primarie per il segretario farà il tesseramento? Strumentale”, dicono i bersaniani. Perchè in realtà vorrebbe solo affrettare i tempi, per far cadere il governo.
“Bersani è riuscito quasi a dimezzare gli iscritti, si sono persi 3,5 milioni di voti”, ha detto Renzi a Porta a Porta.
Nel 2009, quando Bersani diventò segretario gli iscritti erano 900mila, nel 2012 500mila, quest’anno siamo a 270mila.
Spiega Stumpo: “Tra le primarie, le elezioni e le feste democratiche siamo stati occupati a fare altro. Ma abbiamo ancora qualche mese davanti”.
Evidentemente, il Pd è stato talmente travolto dagli eventi che le tessere sono andate a picco. Tema politico, più che organizzativo. Epifani dovrebbe convocare la commissione sulle regole pre-Assemblea. Non l’ha ancora fatto.
Chi sta nel bunker del Nazareno ragiona più o meno così: “Ma mettiamo conto che c’è la crisi di governo: come si fa a fare un congresso in quelle condizioni? E poi, che congresso viene fuori?”.
Di certo, nessuno ha deciso ufficialmente che cosa accadrebbe se si andasse a elezioni.
E l’ex Rottamatore è sempre più nel mirino di Letta: non passa giorno che non ci sia un altolà , una reprimenda, raccontano gli uomini di Matteo.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 16th, 2013 Riccardo Fucile
BERSANIANI E DALEMIANI TENTATI DAL BLITZ PER TENERSI IL PARTITO
«Chiamala se vuoi, tentazione…»: così la definisce per ora uno dei giovani leoni della brigata
anti-Renzi messa in piedi per ingaggiare la resistenza contro il rottamatore: e la «tentazione», che in questi giorni stanno accarezzando bersaniani e dalemiani ha già un nome e cognome: «clausola di salvaguardia».
Da far votare in assemblea se si riuscisse a raggranellare una vasta maggioranza di «maldipancisti vari», franceschiniani, lettiani, bindiani, fioroniani e così via.
L’obiettivo è chiaro, evitare che in caso di elezioni Renzi possa prendersi in due colpi ravvicinati partito e governo.
Ad illustrarne la ratio senza peli sulla lingua è Alfredo D’Attorre, autore del documento congressuale di Bersani, «Fare il Pd» e membro della segreteria di Epifani: «Se la crisi non deflagra prima, venerdì l’assemblea è chiamata a convocare il congresso ragionando come se legislatura andasse avanti. Ma si potrebbe proporre una clausola per stabilire che se si aprisse un percorso che portasse ad elezioni anticipate, si sospendano le primarie per il segretario e si facciano quelle per la premiership. Ma senza alcuna intenzione di usare l’incertezza politica come alibi per non fare il congresso, si badi bene».
Un blitz che risulterebbe indigesto al sindaco di Firenze, al punto che basta prospettare una simile ipotesi a due suoi parlamentari per sentir esplodere due sonore risate, condite dalla controaccusa «sarebbero irresponsabili».
Ancora non c’è uno straccio di accordo con Renzi su come si svolgerà il congresso, per evitare di arrivare in Assemblea «al buio» mercoledì dovrebbe riunirsi la Commissione ad hoc, ma Epifani ancora non l’ha convocata.
I due nodi sul tappeto sono la partita dei segretari regionali, se cioè farli eleggere prima, dopo o in contemporanea al leader; e quella per la «separazione delle carriere» tra segretario e candidato premier.
Quest’ultima è collegata appunto alla «tentazione» che i giovani leoni delle correnti che sostengono Cuperlo stanno maturando: perchè certificando che in caso di voto anticipato si facciano solo le primarie per la premiership, di fatto si congelerebbe la figura del segretario.
E difficilmente, una volta giocata la partita per Palazzo Chigi, Renzi potrebbe spendersi pure per la campagna congressuale, che verrebbe rinviata a dopo le elezioni.
«Comunque sia, se vi fosse una clausola del genere non sarebbe male, ma anche se non vi fosse sarebbe ragionevole tenere in conto un’eventuale sospensione e una modifica del percorso congressuale», fa notare il portavoce di Bersani, Stefano Di Traglia
Insomma, la questione ancora viene derubricata come un’ipotesi di «buon senso», figlia della distinzione dei ruoli tra segretario e premier, ma non è stata formalizzata in attesa dello scontro finale
«Fermo restando che il congresso va chiuso entro l’anno chiarisce D’Attorre – noi teniamo il punto che si debba partire dal basso, facendo votare i circoli e le federazioni liberamente, senza ingabbiarli in schemi correntizi. In Lombardia, una parte dei nostri voterà un renziano, in Calabria avverrà il contrario: meglio se non siamo noi da Roma a dirgli cosa fare. E non è per mantenere l’apparato esistente, anzi»
E mentre i resistenti stanno preparando una manifestazione per la prossima settimana a Roma con Cuperlo Bersani, Marini ed altri ex Dc, i renziani già salgono sulle barricate contro la tentazione del blitz.
«Una cosa così sembrerebbe di fatto un macigno per indebolire Letta e se l’assemblea nazionale votasse una roba simile si capirebbe chiaramente chi pensa davvero alla crisi di governo», dice Paolo Gentiloni. E chi per Renzi tratta le regole in commissione congresso, cioè Lorenzo Guerini, è ancora più duro. «Votare una clausola del genere? Se fossi Letta li manderei a quel paese…»
Carlo Bertini
(da “la Stampa“)
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Settembre 16th, 2013 Riccardo Fucile
RAGGIUNTA DA UN AVVISO DI GARANZIA COME PRESIDENTE DELLA ITALFER: AI DOMICILIARI CON L’ACCUSA DI CORRUZIONE, ASSOCIAZIONE A DELINQUERE E ABUSO D’UFFICIO…SAREBBERO STATI UTLIZZATI MATERIALI SCADENTI, L’OMBRA DELLA CAMORRA E DELLE COOP ROSSE
Un’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari è stata notificata all’ex governatrice della Regione
Umbria Maria Rita Lorenzetti nell’ambito dell’inchiesta sul nodo fiorentino dell’alta velocità .
Il suo legale Luciano Ghirga, nel confermare la notizia precisa che commenterà solo dopo aver letto la corposa ordinanza di circa 400 pagine notificata stamani alla Lorenzetti, nella sua casa di Foligno.
Provvedimenti cautelari sono stati recapitati ad altre sei persone.
L’ex governatrice aveva già ricevuto un avviso di garanzia, nella sua veste di presidente dell’Italferr, con le ipotesi di corruzione, associazione a delinquere e abuso d’ufficio.
L’inchiesta è coordinata dal procuratore capo di Firenze, Giuseppe Quattrocchi e dai pm Giulio Monferini e Gianni Tei.
Nell’ordinanza viene ipotizzato il rischio di reiterazione del reato. Lorenzetti, Pd, che ha sempre sostenuto la correttezza del proprio operato, ha guidato la Regione Umbria per due mandati, fino alla scorsa legislatura.
Secondo i magistrati fiorentini, nella tratta toscana della Tav sarebbero stati utilizzati materiali scadenti per la costruzione della galleria e ci sarebbe l’ombra della camorra sullo smaltimento dei rifiuti di cantiere, oltre al sospetto di favori negli appalti alle Coop rosse.
La Procura ha inscritto nel registro degli indagati 36 persone, tra cui dirigenti del ministero delle Infrastrutture e delle Ferrovie.
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