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PD, L’INCUBO DEI FRANCHI TIRATORI: “CHI SALVA IL CAVALIERE UCCIDE IL PARTITO”

Agosto 21st, 2013 Riccardo Fucile

EPIFANI: “BARRA DRITTA SULLA DECADENZA”… PUPPATO: “TEMO GLI INCAPPUCCIATI”

La brezza del sospetto che soffia da Roma ha raggiunto Laura Puppato anche in vacanza.
«Se ci sono tra di noi traditori che, nel segreto dell’urna, possono salvare Silvio Berlusconi dalla decadenza?».
La senatrice del Pd sospira e poi lo dice: «Da quando è successa quella storia dei 101, in Aula io mi sento come circondata da incappucciati…».
E Pippo Civati, che pure precisa che «non voglio credere che accada una cosa di questo tipo», aggiunge: «Io non sono certo uno che alimenta la cultura del sospetto. Però, se accadesse una cosa del genere, se nel segreto dell’urna qualcuno dei nostri votasse per salvare Berlusconi, allora sarebbe peggio della semplice fine del Pd. Sarebbe la fine del mondo»
Ad accendere il primo cortocircuito interno ai Democratici sulla storia della decadenza di Silvio Berlusconi ci pensa un’intervista rilasciata ieri da Felice Casson al Fatto quotidiano .
Un’intervista in cui il senatore del Pd, pur precisando che «nessuno» dei suoi colleghi «ha mai manifestato un dubbio» e pur confidando «che non ci saranno scherzi», ha evocato il sospetto che le ultime chances del Cavaliere siano affidate «ai franchi traditori» del Senato.
Che, ha detto, «chiamerei così perchè sarebbero traditori della legge»
Per capire come l’abbia presa Guglielmo Epifani non serve citare le preoccupazioni espresse ieri dal segretario sull’ipotesi che dopo il passaggio in Senato arrivi la crisi di governo («Sono preoccupato, pagherebbero i cittadini»).
O raccontare il modo in cui il diretto interessato ha sorvolato sulla questione della decadenza di Berlusconi («Ci sarà  tempo e modo di parlarne»). No.
Basta farsi un giro tra la cerchia ristretta del segretario del Pd, che ha reagito alle parole di Casson con stizza.
Della serie, «ci si può accusare di tutto, persino di polemizzare troppo appresso al dibattito congressuale sul voto agli iscritti o agli aderenti. Ma di sospetti come quelli no, non ne parliamo nemmeno. Non perdiamo neanche tempo a leggerli»
Il Pd rivendica di aver mantenuto, sul caso Berlusconi, la barra dritta.
Sempre e senza divisioni. Dal primo intervento di Epifani, arrivato pochi minuti dopo il pronunciamento della sentenza di condanna da parte della Cassazione.
Alle reiterate prese di posizione dei capigruppo Roberto Speranza e Luigi Zanda. Eppure, con le parole di Casson, i sospetti cominciano a circolare.
«Stimo Casson e non voglio pensare nemmeno per un secondo che quei sospetti abbiano un seguito. Perchè sarebbe la fine per il partito», sottolinea Civati.
«Il Pdl minaccia le elezioni solo perchè vuole mettere paura ai parlamentari. Se qualcuno di noi ci cascasse, se qualcuno votasse contro la decadenza a voto segreto», è il ragionamento della Puppato, «sarebbe una cosa deflagrante».
Vorrebbe dire, aggiunge il prodiano Sandro Gozi, «che il partito arriverebbe al capolinea».
Sono prese di posizione che riaprono le vecchie ferite nel gruppo del Pd al Senato dopo che la mini-pattuglia guidata da Laura Puppato aveva votato in dissenso dal gruppo sulla mozione di sfiducia contro Alfano, presentata da Sel e Cinquestelle.
«Mi dispiace che questi sospetti li abbia ripresi Casson, che è una persona seria. Ma questo è puro cripto-grillismo. Questa è gente che sputa contro di noi», dice Stefano Esposito.
Un fiume in piena, il senatore torinese del Pd. «Io adesso torno a chiedere al capogruppo Zanda che venga tutelata da questi attacchi l’onorabilità  mia e dei miei colleghi. Perchè sono sicuro che neanche un voto del Pd finirà  nel segreto dell’urna per favorire Berlusconi. Mi ci gioco una mano. Anzi, se succede, mi gioco la mia, di decadenza da senatore».

Tommaso Labate
(da “il Corriere della Sera”)

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DAL PD NESSUNA CONCESSIONE A SILVIO: “NON SIAMO NOI A DOVERLO SALVARE”

Agosto 21st, 2013 Riccardo Fucile

SINTONIA LETTA-EPIFANI… L’UNICA DISPONIBILITA’ E’ PIU’ TEMPO PER LA MEMORIA

«Se le richieste berlusconiane sono quelle di cui parlano, noi teniamo duro». Guglielmo Epifani usa queste parole, dopo il pranzo a palazzo Chigi con Enrico Letta. «La sintonia con il segretario è totale», confida il premier ai suoi.
La profezia di Ugo Sposetti, secondo cui il Pd si sarebbe spaccato sulla condanna di Berlusconi, al momento non si è avverata.
Il partito appare unito come mai era accaduto nel suo recente passato.
Nessuna concessione è tollerata: nè l’avallo al ricorso alla Consulta, nè un lasciapassare sulla decadenza da senatore.
Zero aperture sul voto al Senato, insomma.
La sentenza Mediaset per una volta ha messo d’accordo il complicato arcipelago delle correnti, appianando faide e veleni.
Per tutti valgono le parole di Paola De Micheli, la fedelissima di Letta: «Non possiamo risolvere noi i problemi del Cavaliere ».
Il sì nella giunta per le elezioni è quindi la linea Maginot.
L’unica disponibilità  che viene ventilata è quella di concedere un po’ di tempo in più per la presentazione della memoria difensiva, se mai i berlusconiani lo chiederanno. «Ma niente di più».
Non è escluso che il D-day possa slittare a fine settembre
E tuttavia l’offensiva di Silvio Berlusconi nelle ultime 48 ore si è fatta così serrata, che tra la dirigenza si fa largo l’idea che il Cavaliere faccia sul serio nei suoi propositi di far saltare le larghe intese.
«È come una mosca in un bicchiere, fa di tutto per uscire, ma la via d’uscita non c’è – spiega un ministro – e va a sbattere continuamente contro il vetro».
Bella istantanea. Non sembra più un bluff, come era apparso finora.
La strategia di un leader che punta ad alzare il prezzo.
«Una crisi ora – mette in chiaro Epifani – provocherebbe un danno serio al Paese e specialmente per le fasce sociali, che hanno pagato i prezzi più alti in questi anni». È il segno che il Pd deve scegliere se davanti a richieste irricevibili sia Letta a staccare la spina o se sia meglio «riversare su Berlusconi tutta la responsabilità  delle elezioni anticipate ».
Qualcuno fa maliziosamente notare che le parole pronunciate al Meeting di Rimini dal premier sembravano quelle di uno che si prepara a tornare alle urne
Il premier naturalmente spera ancora di poter convincere le colombe a far ragionare il Cavaliere sull’opportunità  di rovesciare il tavolo.
Si scruta tuttavia con preoccupazione i gabinetti di guerra che si susseguono in questi giorni ad Arcore.
«La situazione – spiega ai suoi prima di raggiungere Vienna – è ancora in evoluzione».
Tutto è precipitato nel giro di una settimana. Dopo la nota del Colle le elezioni sembravano rinviate al 2015. Ora, a fronte della disperazione che trapela dal bunker di Arcore, ci si prepara al peggio.
«Noi – dicono al Nazareno – non accetteremo soluzioni vergognose per la nostra storia e per il nostro popolo».
Un messaggio eloquente, a pochi giorni dall’avvio delle feste democratiche, dove i big si confronteranno con una base che ha sempre mal digerito l’alleanza con il Pdl.
Una posizione che la iper-governista De Micheli riassume così: «Noi non siamo moralisti, siamo semplicemente realisti». E aggiunge: «Nessuno scambio è possibile. Non si transige. Siamo tutti d’accordo»
Dice una vecchia volpe come Beppe Fioroni: «Davvero non capisco cosa ci guadagni Berlusconi a far cadere il governo. Ha tutto da perdere. La verità  è che nel centrodestra è in corso una seduta di psicoterapia di gruppo nella quale esorcizzano la paura del dopo-Silvio. Ma prima o poi bisogna tornare a fare i conti con la realtà ».
La dura realtà  che a volte può assumere forme imprevedibili.
L’altro giorno Felice Casson, membro della giunta al Senato, ha evocato lo spettro dei franchi tiratori: il Cavaliere salvato nel segreto dell’urna in aula, dove — a differenza della giunta — il voto sarà  segreto?
«Beh, se e per questo i franchi tiratori potrebbero spuntare da entrambi i lati», ragiona un dirigente democratico, dando corpo alle ipotesi di una fronda di berlusconiani ostili al voto
Ragiona il bersaniano Davide Zoggia: «Sapevamo quali erano i guai giudiziari del Cavaliere, quando nacque questo governo, ma non è mai stato in discussione che l’avremmo salvato noi. In uno Stato di diritto le sentenze si rispettano nella convinzione che la legge sia uguale per tutti».
E quindi prova a rassicurasi così: «Aveva promesso la fine dell’Imu, lo sblocco dei crediti alle imprese: se cade tutto questo naufragherà . Gli italiani non glielo perdonerebbero»
L’altro capitolo del pranzo tra il segretario e il premier ha riguardato la gestione della prossima fase congressuale.
La mozione anti-vecchi di Francesco Boccia ha avuto l’effetto di rimescolare le correnti, come dimostra il vespaio di polemiche innescato dal documento.
Epifani ha garantito che tenterà  di tenere separate la partita congressuale dalla vita del governo.
Letta ha assicurato la sua neutralità , per schermare la già  fragile esistenza dell’esecutivo dalle tensioni interne. Il Pd tiene duro.

Concetto Vecchio
(da “La Repubblica“)

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UN BERLUSCONI DEPRESSO E SMARRITO SPERA NELLA GRAZIA DEL PD

Agosto 18th, 2013 Riccardo Fucile

CHIUSO AD ARCORE, SILENZIOSO, INCERTO, IL CAVALIERE SI CONSUMA IN RABBIA IMPOTENTE… CICCHITTO: “PER SALVARE IL GOVERNO SERVE UNA MEDIAZIONE”

L’umore non cambia: rabbia, depressione, tentativo di rimuovere la realtà  e ancora rabbia impotente.
Lo stato d’animo di Silvio Berlusconi, nonostante alcuni tra i suoi proconsoli si affannino a smentirlo, è comprensibilmente pessimo.
D’altronde tutte le vie d’uscita che ha immaginato in queste settimane si stanno rivelando ad una ad una impraticabili: la grazia per dire — che comunque l’ex Cavaliere continua a non voler chiedere — non solo arriverà  difficilmente, ma non risolverà  nulla.
La nuova invincibile armata di Forza Italia ha debuttato con quella brutta idea degli aerei e rischia di diventare un esercito senza nemico visto che è stata pensata per vivere di campagna elettorale proprio mentre Giorgio Napolitano bloccava la via delle elezioni anticipate.
Anche il riscatto dell’onore per interposta persona, vale a dire attraverso la candidatura di Marina, non è praticabile: Berlusconi s’è convinto che se sua figlia entra nel gioco politico finirà  per perdere anche le aziende (che peraltro, almeno in Borsa, vanno a gonfie vele).
Rompere con tutti e buttarsi alla ventura resta uno scenario che confligge col desiderio di poltrona di un bel pezzo dei suoi stessi gruppi parlamentari.
Pure il seggio al Senato, l’ultimo salvagente che lo ripara dal mare agitato delle Procure di mezza Italia, è a un passo dall’essere un ricordo.
La sensazione d’essere stato fregato, nei neri pensieri che il nostro rovescia addosso agli interlocutori, si mischia con la tentazione del martirio (“andrò in carcere”), attitudine comunque estranea alle corde più intime del soggetto, seppure suonate in modo inconsueto dalla volontaria reclusione nel fortino di Arcore.
Nessuna soluzione pare a disposizione e allora l’incontenibile Silvio Berlusconi si rifugia in questo insolito silenzio smarrito, che finisce per irretire anche i suoi: zitto Verdini, zitto Ghedini, zitto Schifani per “rispetto istituzionale”, zitta persino Daniela Santanchè (che pure, oggi, potrebbe partecipare ad un incontro pubblico).
Il silenzio e l’assenza sono il fuoricampo paradossale in cui si gioca il destino di quest’uomo politico storicamente esuberante e come incapace di riservatezza.
La rabbia impotente che da quel buio emana permea la scena vuota.
Il comunicato del Colle e la formula scivolosa della “agibilità  politica” l’hanno chiuso in un angolo: “Leggo che finalmente se ne sono accorti tutti che la nota di Napolitano era ostile e insidiosa. Leggo anche che Berlusconi non si piegherà . Ecco, ripristinati i fondamentali della politica e della ragione, adesso dobbiamo dire chiaro che non faremo cadere il governo, ma che la nostra pazienza se la sono mangiata tutta Esposito e Napolitano. Toro infuriato, toro matato”, mette a verbale il sanguigno parlamentare ex An Maurizio Bianconi.
E allora? Allora nel corpaccione del partito berlusconiano si spera che dal bunker di Villa San Martino esca l’arma finale: la prossima settimana, forse quella dopo — si dice — Berlusconi tornerà  all’attacco.
C’è chi favoleggia di un discorso politico in Senato alla ripresa dei lavori: sul modello — mutatis mutandis — della chiamata in correità  che Bettino Craxi pronunciò alla Camera sul finanziamento pubblico.
Nell’attesa del numero di punta, però, lo spettacolo non è dei migliori e gli attori più impensabili conquistano il centro della scena: Gianfranco Rotondi, per dire, che lascia intendere via Twitter che l’ex Cavaliere abbia nominato il suo successore durante una cena ad Arcore, salvo poi rivelare che lui, ad Arcore, a cena non c’era e che è tutta colpa di quei rosiconi di Repubblica.
O Adriano Tilgher, già  in Avanguardia Nazionale con Stefano Delle Chiaie, oggi vicino a La Destra, che ha pensato bene di invitare gli ex missini del Pdl ad abbandonare un capo “arrivato al capolinea” e a unirsi al suo Fronte nazionale.
Una via d’uscita, insomma, non c’è.
A meno che il Pd faccia la grazia al capo confuso e depresso facendolo restare senatore e lo faccia prima che l’esecutivo di Enrico Letta diventi la prima vittima del suo prossimo giorno di ordinaria follia: “Per tenere in piedi un governo occorrono uno spirito costruttivo e volontà  di mediazione — spiega Fabrizio Cicchitto, colomba — Esattamente l’opposto di quello che viene manifestato dal capogruppo Pd in Senato Zanda o dall’onorevole Bindi. Ma non c’è dubbio che con le loro esternazioni possano riuscire con un solo proiettile a colpire due bersagli”. Cioè Berlusconi e l’esecutivo. Non è chiaro?
Ci pensa Maurizio Gasparri: “Qualcuno forse fa fatica ancora a capire che a colpi di Esposito non si va da nessuna parte. Occorre una soluzione che rispetti il ruolo di ‘incontrastato’ leader di milioni di italiani svolto da Berlusconi. È bene guardare la questione all’insegna del principio di realtà  che troppi ignorano”.
Tradotto: o il Pd s’inventa qualcosa o i giorni a palazzo Chigi di Letta saranno brevi. Non perchè Berlusconi veda una soluzione nella rottura, ma perchè — come dice la canzone — non è tipo da arrendersi senza sparare.

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LETTA IN CAMPO SE IL PDL STRAPPA

Agosto 17th, 2013 Riccardo Fucile

D’ALEMA RIAPRE LA PARTITA CON RENZI: “ERRORE SE SI CANDIDA”

Il tema è stato congelato dalla prima parte della nota di Giorgio Napolitano, quella in cui il capo dello Stato è tornato ad allontanare lo spettro delle elezioni anticipate.
E, per adesso, l’unica cosa certa in casa del Pd è che nessuno muoverà  una foglia prima che Silvio Berlusconi non decida se imboccare la strada della lealtà  all’esecutivo o quella della resa dei conti.
Ma qualche giorno dopo la sentenza della Cassazione, e in particolar modo nelle ore precedenti alla manifestazione a Palazzo Grazioli di quasi due settimane fa, un pezzo significativo del gruppo dirigente del Pd era pronto a chiedere a Enrico Letta di candidarsi alle primarie.
Primarie che, in quel momento, sembrava si dovessero trasformare dalla corsa per la segreteria del Pd alla contesa per la premiership di un Paese che pareva sul punto di tornare al voto
A quelle condizioni, nonostante oggi continui a rimanere alla larga dalle beghe di partito, Letta avrebbe fatto il «grande passo».
Ed è evidente che i tanti che ancora temono lo spettro delle elezioni anticipate – da Epifani a Franceschini, passando per Bersani – ancora considerino come «valida» l’opzione di vedere «Enrico» in corsa.
Altrimenti non si spiegherebbe la scelta di sprecare l’occasione delle Feste democratiche in giro per l’Italia senza aver ancora designato un candidato da opporre a Matteo Renzi, che invece quelle tribune le ha sfruttate
All’indomani della nota con cui il Quirinale ha blindato la legislatura, però, nelle telefonate interne alla tolda di comando del Pd è tornata ad affacciarsi la speranza che, alla fine, il sindaco di Firenze decida di non candidarsi al congresso e di aspettare il turno della premiership.
Fondata o meno che sia, l’opzione torna a farsi largo anche in cima ai desiderata di Massimo D’Alema
Il presidente di ItalianiEuropei , che nelle uscite precedenti alla sentenza della Cassazione aveva insistito sulla necessità  di celebrare il congresso nei tempi previsti, torna a battere la strada che porta al passo indietro di Renzi.
«Se si candidasse a fare il segretario, commetterebbe un grave errore», dice in un’intervista apparsa il giorno di Ferragosto sul Messaggero .
E non si tratta certo di moral suasion visto che lo stesso D’Alema adombra «un periodo molto complicato e difficile» per il partito nel caso in cui il sindaco di Firenze uscisse vincitore dalle primarie.
Non è un’avvisaglia rispetto al pericolo della scissione. Ma poco ci manca.
Risposte? Nessuna.
Renzi è in vacanza negli Stati Uniti e nella sua cerchia ristretta nessuno parla. «Mettiamo pure che noi accettiamo di saltare un giro», è la premessa del renziano Michele Anzaldi.
Che aggiunge: «Il tema è che se il governo non volta pagina e se non c’è nessuno a rispondere, come farebbe Renzi alla campagna elettorale che sta già  facendo Berlusconi, a quel punto la nostra gente ci inseguirebbe coi forconi».
L’ennesimo segno che la grande partita del Pd dipenderà  dalle contromosse del Cavaliere. Se staccasse la spina al governo, trasformerebbe le primarie nella contesa per la premiership.
Una contesa in cui, a quel punto, sarebbe davvero difficile non vedere Enrico Letta tra i partecipanti.

Tommaso Labate
(da “il Corriere della Sera“)

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E PER CHIUDERE LA FESTA IL PD SCEGLIE MORENO: L’IRONIA DEI MILITANTI

Agosto 14th, 2013 Riccardo Fucile

IL VINCITORE DI “AMICI” SARA’ L’ULTIMO ARTISTA A ESIBIRSI A GENOVA, LO STESSO GIORNO DI EPIFANI…. “POI UNO SI CHIEDE PERCHE’ IL PD PERDE”

Il vincitore di “Amici” sarà  l’ultimo artista a esibirsi a Genova, lo stesso giorno di Epifani.
«Finalmente un partito che dice la verità : prima parla Epifani, subito dopo chiude Moreno con il suo pezzo più conosciuto: “Che confusione”», twitta Alessio.
«Se uno del Pd va ad Amici non va bene. Ma se uno di Amici va alla festa Pd va benissimo », chiosa Rudy, ricordando le polemiche per la comparsata di Renzi, stile “Fonzie”, alla trasmissione della De Filippi.
La polemica è rovente e riguarda una coincidenza che, finora, in casa Pd nessuno aveva registrato: sabato 7 settembre, penultima giornata della Festa nazionale del Partito Democratico nell’area Expò di Genova, si esibiranno, nell’ordine, il segretario Guglielmo Epifani e Moreno Donadoni, in arte solo “Moreno”, giovane rapper – ha appena compiuto 24 anni – che ha sbaragliato l’edizione 2013 di Amici di Maria De Filippi.
A Epifani, ovviamente, la chiusura politica; a Moreno quella dei concerti (biglietto a prezzo politico, 17 euro), con l’aggiunta di una nota campanilistica: Moreno è genovese, fino a due anni fa faceva l’apprendista da una parrucchiera del centro, il suo seguito in città  è enorme (un mese fa, alla presentazione del primo disco da “Feltrinelli”, arrivò la polizia per contenere i ragazzi).
Ma quella coincidenza – Epifani prima, Moreno dopo – spacca, come di consueto, il popolo Pd.
Del resto proprio il gruppo dirigente del partito aveva escluso la chiusura del segretario nel giorno canonico, cioè la domenica: ma è l’otto settembre – data fatale – e almeno questo autogol è stato accuratamente evitato.
Su Twitter qualcuno la butta sull’ironia: «Il problema non è che Moreno va a chiudere la festa, il problema è che i suoi testi somigliano al programma di Renzi» e c’è un falso Cuperlo che aggiunge: «Se vinco io, faccio chiudere a Claudio Lolli».
È una mossa furba l’accoppiata tra il segretario e il rapper? «Finalmente il Pd ha capito che aria tira», twitta Alessia, ma Giuliano aggiunge: «Poi uno si chiede perchè il Pd perde».
Naturalmente, alla festa che comincia il 30 agosto, non ci saranno solo Epifani e Moreno.
Il segretario, anzi, parlerà  due volte, anche il giorno d’apertura, quando a Genova arriverà  il presidente del consiglio Letta (a tagliare il nastro, Cecile Kyenge).
Due giorni dopo toccherà  a Matteo Renzi e poi via via a tutti gli altri, da Bersani a Cuperlo, dalla Bindi a Civati compresi (almeno) due ministri Pdl, Lorenzin e Lupi. Sul fronte musicale Giuliano Palma & the Bluebeaters (lunedì 2), gli Stadio (il 3), Davide Van De Sfroos (il 4), Elio e le Storie tese, Goran Bregovic con la partecipazione de La notte della taranta (il 6) con chiusura, appunto, di Moreno.
Ma, ormai, sarà  notte: appunto, l’otto settembre.

Raffaele Niri
(da “La Repubblica”)

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MARCO TRAVAGLIO: LA NUOVA LEVA DEL PD

Agosto 10th, 2013 Riccardo Fucile

IL NUOVO RESPONSABILE GIUSTIZIA DEL PD: IDEE POCHE MA CONFUSE

Per diventare responsabile giustizia del Pd, i requisiti sono essenzialmente due: 1) non sapere nulla di giustizia; 2) esordire sul Foglio di Ferrara&B. per rassicurare il padrone d’Italia.
Una specie di prova d’amore.
Nel 2010 Andrea Orlando, appena nominato responsabile giustizia da Veltroni in virtù del diploma di maturità  scientifica che ne faceva un giureconsulto di chiara fama, debuttò con un paginone sul Foglio dal memorabile titolo: “Caro Cav, il Pd ti offre giustizia”.
Le proposte, anzi supposte, erano copiate pari pari dal programma Pdl: “Ridefinire l’obbligatorietà  dell’azione penale… individuando le priorità ” dei reati da perseguire o ignorare; “riforma del sistema elettorale del Csm che diluisca il peso delle correnti”, accompagnata da “una sezione disciplinare distinta” per fa giudicare i magistrati da un plotone d’esecuzione a maggioranza politica; “rafforzare la distinzione dei ruoli tra magistrati dell’accusa e giudici”; “limitare l’elettorato passivo dei magistrati, in particolare quelli che hanno svolto attività  requirenti” (cioè: rendere ineleggibili non i delinquenti, ma i pm).
Per fortuna le suddette boiate restarono nella testolina di Orlando, ora promosso ministro dell’Ambiente (sempre per via della maturità  scientifica).
Al suo posto è arrivato dal Molise l’avvocato e neodeputato Danilo Leva, di cui ieri abbiamo narrato le gesta di dalemiano ma anche bersaniano ma anche franceschiniano, nonchè di perditore di tutte le elezioni a cui abbia partecipato nella sua breve vita.
Uno dice: almeno è avvocato, qualcosa di giustizia capirà . È lecito dubitarne, a leggere la sua intervista d’esordio, ovviamente al Foglio.
L’attacco è incoraggiante: “Non ci faremo dettare l’agenda da qualcun altro”. Peccato che l’“agenda delle priorità ” sia un fritto misto riscaldato di supposte altrui. Nella migliore tradizione.
“Abolire l’ergastolo” è un’idea di Totò Riina, lanciata nel papello del ’92, quasi tutto realizzato da destra e sinistra, a parte appunto ergastolo e dissociazione dei boss. “Responsabilità  civile dei magistrati”, “rimodulare l’obbligatorietà  dell’azione penale individuando priorità ” e “riformare la custodia cautelare” invece sono tre cavalli di battaglia di B.
Bel modo per non farsi dettare l’agenda.
Ma le idee, oltrechè copiate, sono anche confuse. La responsabilità  civile delle toghe esiste già  per legge, con l’ovvio limite — previsto in tutte le democrazie — che gli errori giudiziari li risarcisce lo Stato e può rivalersi sul magistrato solo in caso di dolo o colpa grave.
L’azione penale obbligatoria è prevista dalla Costituzione ed esclude che qualcuno possa indicare quali reati perseguire e quali no.
Quanto alla custodia cautelare, “limitarne l’utilizzo improprio in assenza di sentenze passata in giudicato” è una corbelleria bella e buona: la custodia cautelare riguarda appunto il periodo precedente le condanne definitive, altrimenti è espiazione della pena.
Ma, incassato il viatico del Foglio, Leva rincara la dose sull’Unità  con altre perle di rara saggezza.
Vuole “eliminare la custodia cautelare obbligatoria per titolo di reato, eccetto ovviamente i reati più gravi, ad esempio mafia, terrorismo, violenza sessuale, stalking”: forse non sa che le manette preventive, dal ’95, non sono più obbligatorie nemmeno per mafia, e quando il Parlamento provò a reintrodurle per la mafia e lo stupro (ma non per l’omicidio!), fu sconfessato dalla Consulta.
Quindi ciò che Leva vuole levare è già  stato levato, e pure ciò che vuole lasciare. Siccome poi insiste sull’ergastolo, dovrebbe sapere che di fatto non esiste più, se non per i boss irriducibili (ergastolo “ostativo” ai benefici penitenziari: permessi, semilibertà , lavoro esterno): gli altri ergastolani escono dopo 25-30 anni.
Abolire l’ergastolo avrebbe dunque un solo effetto: l’uscita di centinaia di boss, compresi quelli delle stragi del 1992-’93, detenuti da quasi vent’anni.
Bel programma di giustizia progressista, non c’è che dire.
Senza contare il rischio che Riina reclami i diritti d’autore.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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PRIMARIE A NOVEMBRE, IL PD SALVA L’AUTUNNO DEL GOVERNO LETTA

Agosto 9th, 2013 Riccardo Fucile

LA DIREZIONE ANNUNCIA LE TAPPE PER IL CONGRESSO, MA SOLO A VOCE… NEL COMUNICATO LA DATA NON C’È E POI: SI ELEGGE IL SEGRETARIO O L’ASPIRANTE PREMIER?

La paura fa 24 (novembre): giorno di primarie, giorno di Matteo Renzi.
E le facce un po’ in tensione e un po’ in apprensione di Enrico Letta e Guglielmo Epifani non fanno intuire chi sia più spaventato: il presidente del Consiglio, immobile e braccato dal Quirinale o il segretario traghettatore, inquieto per il partito che prende la strada di Firenze.
Ora che c’è una scadenza (teorica, nulla di ufficiale), e la direzione nazionale l’ha partorita con fatica e celerità , ci sarà  soltanto una domanda con un immenso interrogativo: il governo, che non vuole tirare a campare, sopravviverà ?
I renziani non esultano perchè i cunicoli burocratici sono infiniti e sarà  l’assemblea, fissata per il 21 settembre (san Matteo), a deliberare regole aperte o socchiuse, procedure inclusive o esclusive.
La fiducia non abita fra i democratici: ci si guarda con sospetto e l’agguato non è soltanto una tecnica per impallinare Romano Prodi.
Quando Renzi s’è fermato a discutere con Epifani aveva un viso tirato, nervoso e molto, davvero molto, diffidente.
Perchè i reduci Ds non vogliono consegnare il Pd a un ex popolare e sono pronti, in un gioco di masochismo collettivo, a decapitare l’esecutivo di Letta pur di salvare la struttura.
Sarà  pure sconfitto e un po’ titubante, ma Pierluigi Bersani non farà  mai un favore a Matteo.
Il rivale che, appena può, lo sfotte con il giaguaro ancora da smacchiare.
I democratici, miracolo, non hanno pronunciato mai la parola Berlusconi. No, non prendono le distanze: la vicinanza è asfissiante e chi siede a palazzo Chigi non vuole irritare l’alleato.
Enrico Letta ha sorvolato le questioni interne, e non per vanità  o cabale, ma perchè voleva ricordare con quel tipico monito, tipico per il Quirinale, che il voto va spinto più in là : “Occorre stabilità  o non saremo credibili e il debito finirà  per strozzare l’Italia. Il semestre europeo è un appuntamento fondamentale”.
Ecco, il benedetto semestre europeo che angoscia Giorgio Napolitano e frena la corsa di Renzi.
L’ex (?) amico Enrico — la stretta di mano con Matteo è stata rapida e gelida — ha tirato su la testa.
Messaggio: io non mi faccio schiacciare. Il sindaco conosce il campo e conosce un avversario fra Firenze e palazzo Chigi, il Colle: deve avere pazienza, almeno per una decina di mesi.
Però, non rimarrà  in silenzio: domenica giunta in Comune, dieci giorni di vacanza, e poi riprenderà  il giro fra le feste democratiche, le apparizioni televisione, le interviste ai quotidiani.
Epifani ha anticipato l’intervento di Letta, ma — per osmosi, forse — ha copiato il tono, quasi drammatico, e la cautela, quasi artificiale: “Dobbiamo dare un segnale di maggiore unità . Questo è un governo di servizio, non di pacificazione. Evitiamo fibrillazioni”.
Un infortunio verbale, però, all’esperto Epifani è scappato: non di pacificazione.
Vuol dire niente sconti a Berlusconi e senza sconti a Berlusconi — questo è il dilemma-cantilena nel Pd — per Letta comincia un lancinante stillicidio verso la fine. Forse Epifani ha provato quel sentimento che Anna Finocchiario ha espulso con fastidio: “Renzi non sarebbe un buon segretario per il mio partito”.
Cioè il partito di Bersani, ex democratici di sinistra, ex comunisti un pochino nostalgici, messi in riga da un democristiano moderno.
Ora che c’è quel 24 novembre — senza sottovalutare l’assemblea del 21 settembre — Letta dovrà  incollare il governo e il partito col rischio di rimanere attaccato a se stesso mentre Renzi può battere un po’ di qua e un po’ di là : “Dobbiamo sfruttare la finestra di ottobre per riformare la legge elettorale”, ha sospirato il premier.
La logica di rinviare per stancare è ormai la bussola di Letta.
Il Pd va in ferie con una promessa: il 21 di settembre ratificheremo le primarie per il 24 di novembre (compreso il corredo di cavilli che spargeranno fuoco).
Chissà  se il governo di larghe intese avrà  la ventura o la sventura di assistere all’evento oppure sarà  vacanza, allora sì, forzata.
Ma la confusione e l’approssimazione di proprietà  democratica: a ogni mossa, ci si chiede quale sia il trucco; a ogni accelerata, ci si chiede quale sia il percorso.
E se ci fosse un’immagine da tenere in archivio con fierezza sarebbe quella di Franco Marini, un uomo che ha sfiorato il Quirinale, che sgattaiola dietro le spalle di Anna Finocchiaro.
Oppure, se le immagini fossero due, Renzi che entra da destra mentre i giornalisti aspettano a sinistra.
A destra, l’ingresso o l’uscita è proprio lì.

Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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ASSE EPIFANI-LETTA PER DISINNESCARE MATTEO RENZI E SALVARE IL GOVERNO DAI FALCHI PDL

Agosto 7th, 2013 Riccardo Fucile

LE GRANDI MANOVRE NEL PD

Adesso non si scherza più.
Dopo la condanna di Silvio Berlusconi per frode fiscale, il gioco si fa duro per tutti, a maggior ragione per Enrico Letta e Guglielmo Epifani, il primo a capo del governo, il secondo guida del Pd.
I due agiscono ormai come un solo uomo per disinnescare tutte le mine sul campo e vaganti.
A cominciare da Matteo Renzi che fino a ieri godeva di una certa libertà  di azione nelle critiche al governo, dovuta in gran parte alla scelta (obbligata e mal digerita) della dirigenza Pd di non alzare il tiro con l’alleato Pdl.
Ora che Berlusconi è pregiudicato, ora che al Nazareno hanno capito che il Cavaliere può tirare la corda fino a un certo punto perchè non può permettersi di staccare la spina all’esecutivo, Epifani fa la voce grossa e Letta farà  lo stesso alla direzione del Pd.
E se proprio non va, sarà  il premier a staccare la spina, il rischio elezioni in autunno non è escluso, anche a costo di approvare una legge elettorale con i 5 stelle, come minaccia il segretario Dem facendo arrabbiare i berlusconiani.
Salterebbe il congresso? Su questo punto i renziani sono sempre più in agitazione.
Stasera Renzi parlerà  in due feste del Pd in Emilia Romagna.
E punterà  a chiedere che il congresso non slitti per nessuna ragione al mondo.
Lo fanno già  i suoi sulle agenzie di stampa, dopo aver letto l’intervista di Epifani al Corriere della Sera e aver appreso che il Pd non farà  “sconti” a Berlusconi sulla giustizia, che “la legalità  viene prima” e che la linea decisa al Nazareno è: il Cavaliere farebbe bene a dimettersi, il Pdl farebbe bene a sedersi al tavolo per una nuova legge elettorale e se non lo fa i Dem potrebbero sedersi con 5 stelle.
Insomma, i margini si fanno più stretti per il sindaco di Firenze.
Costretto alla linea: ‘accelerare ma non troppo’. Perchè un ritorno precipitoso al voto potrebbe offrire agli avversari mille spunti per saltare congresso e primarie, ricandidare Letta (ammesso che lui sia disponibile ma i lettiani non lo escludono), confermare Epifani alla guida del Pd.
E’ lo scenario che i renziani temono di più.
Quello che chiuderebbe tutte le porte che finora il sindaco è riuscito a tenersi aperte pur restando in silenzio stampa per tre settimane.
E’ lo scenario in cui Epifani e Letta giocano il tutto per tutto per tenere il governo al riparo dagli scossoni o comunque uscirne nel miglior modo possibile, se il castello dovesse crollare.
Senza considerare che magari con i 5 stelle l’unico accordo di legge elettorale possibile — almeno da quello che si intravede al momento — è su una qualche idea di proporzionale, che consenta ai grillini di rimanere all’opposizione a vita e alle larghe intese — epurate da falchi e ‘criticoni’ — di continuare a governare.
Il deputato Dem Beppe Fioroni, ex Popolare, lo dice da un pezzo che, dopo la sentenza Mediaset, “niente sarà  più uguale” e “ci sarà  con il tempo una ridefinizione dei soggetti politici in corso perchè quel vuoto che si genera e che sarà  ogni giorno più grave nel centrodestra avrà  necessità  di una riorganizzazione e di una rinascita, proprio come nel centrosinistra non tutti si riconosceranno nello contro Letta-Renzi”. Ma c’è di più.
Lo scrive Pippo Civati sul suo blog: “Se nel Pdl dovesse passare la linea dei falchi e iniziasse a Ferragosto la campagna elettorale di Silvio e Marina, tutti la seguiremmo? E per tutti dico tutti: Pd e M5s, Sel e Sc.
Davvero non ci sarebbe un moto d’orgoglio per sistemare almeno la legge elettorale e interrompere la campagna per l’amnistia ad personam?”.
Una riflessione che segnala l’agitazione di chi ci tiene al congresso, come momento di chiarezza nel partito, anche a costo di rimandare un’eventuale prova elettorale.
Su questo schema ci sono anche i dalemiani.
Lo ha fatto capire Massimo D’Alema in una complicata intervista all’Unità , basata su tre cardini: verifica di governo, entrare nel vivo delle riforme ma anche della legge elettorale, e soprattutto tener fede al patto con lo statuto Pd.
Ovvero celebrare il congresso.
E’ questo il braccio di ferro che sta disegnando l’autunno Democratico.

(da “Huffington Post
“)

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RENZI INVITA ALLA CALMA: “NON SIAMO INCENDIARI”, MA CRESCE IL MALUMORE NEL PARTITO

Agosto 2nd, 2013 Riccardo Fucile

PER MOLTI E’ IMPOSSIBILE “ANDARE IN GIRO ALLE FESTE DEL PD A DIFENDERE L’INDIFENDIBILE”

È una scena surreale: deputati lettiani della prima e seconda ora, come Mosca, Vaccaro e Ginefra, e parlamentari a bassa (o alta) intensità  bersaniana, come Nico Stumpo ed Enza Bruno Bossio, che pendono dalle labbra del collega Umberto Del Basso de Caro, ex socialista e, soprattutto, ex difensore di Craxi nella Giunta per le autorizzazioni a procedere.
Tutti lì a sperare che la condanna non sia troppo definitiva, che lasci qualche spiraglio aperto… Le spiegazioni dell’ex Psi ora deputato del Pd sono farina del suo sacco di avvocato, illustrate in punta di diritto.
Perciò non tutti capiscono e in molti tirano un sospiro di sollievo.
Solo i lettiani di rito ortodosso Mosca e Vaccaro afferrano al volo la situazione e dicono: «È una condanna, e anche pesante».
Già , talmente pesante che i senatori del Partito democratico, nonostante l’interdizione sia in forse, potrebbero essere chiamati ugualmente a votare per la decadenza dallo scranno di Palazzo Madama di Silvio Berlusconi. Insieme ai grillini e a Sel. Ragion per cui Gennaro Migliore, da sempre fautore di un’intesa tra Vendola e il Pd, ora dice: «Il governo è già  finito, anche se c’è chi non se n’è accorto».
Dunque, ormai non è più questione di renziani e non renziani.
Il malessere è di tutto il partito.
Il sindaco di Firenze invita i suoi alla calma: non prestiamo il fianco alle provocazioni. Tradotto: non facciamo noi la parte degli incendiari, quando è tutto il Pd che rischia di andare a fuoco per il contraccolpo rispetto a questa sentenza.
Ai fedelissimi il sindaco di Firenze ripete il suo mantra: «Abbiamo sempre detto che il Cavaliere si sconfigge con la politica e non attraverso i giudici. E non abbiamo motivo per cambiare idea adesso. Ora tocca al governo dimostrare di essere capace di andare avanti lo stesso, ma non tanto per vivacchiare: perchè ha delle cose da fare, se ci riesce. Non ci sono più alibi, o, meglio, noi non faremo più da alibi alle manchevolezze altrui. Certo, sarà  difficile andare avanti in Parlamento, dal momento che non abbiamo più nè il nostro maggiore alleato, cioè Berlusconi, nè una maggioranza in grado di approvare provvedimenti».
Parla così Matteo Renzi, ma a largo del Nazareno i toni non sono più teneri. Anzi.
Guglielmo Epifani è in stato d’allarme, come rivelano le parole che affida ai collaboratori: «Che cosa facciamo ora? Certo non possiamo andare in giro per le tante feste democratiche previste in tutta Italia questo agosto a difendere l’indifendibile».
E ancora, sempre il segretario, che a questo punto non sembra escludere più nessuna deriva: «Non stiamo a cincischiare: Berlusconi è stato condannato e noi dobbiamo essere pronti a tutto»
Una frase, questa, che lascia aperta ogni prospettiva. Persino quella di accettare la fine di questo governo presieduto da un autorevole esponente del Partito democratico e insediato da Giorgio Napolitano.
Già , come reagisce il premier e come risponde il suo braccio destro, Dario Franceschini, di fronte all’accavallarsi tumultuoso degli eventi?
Non è più possibile fare finta di niente e dire, come diceva ieri il super lettiano Francesco Boccia, presidente della Commissione Bilancio: «Non succede nulla».
Ma l’accelerazione impressa dai maggiorenti del Pd non trova d’accordo i big governativi. Epifani, che in queste ore scambia sms anche con Renzi, per monitorare la situazione e tentare di tenere tutto sotto controllo, spiega sia a Letta che a Franceschini che il Pd non è in grado di «fare di tutto per tenere questo governo in piedi, perchè se il Pdl esagera è difficile reggere a quell’ondata d’urto».
Dello stesso avviso Gentiloni: «In un altro Paese sarebbe stata premura del diretto interessato quella di fare un passo indietro. Berlusconi potrebbe essere affidato ai servizi sociali, ma se si defila dalla politica si può andare avanti. La verità  è che a questo punto dipende tutto da quelli del Pdl se loro iniziano a fare i numeri, a occupare le stazioni, come vanno dicendo in giro, a fare di Berlusconi un martire, allora sarà  difficile reggere…».
E per una volta tanto un renziano e un bersaniano pensano allo stesso modo.
Dice infatti Alfredo D’Attorre: «Se da parte del Pdl prevale la linea della rottura non possiamo reggere e lo stesso Letta ne è ben conscio».

Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera“)

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