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GLI AUTISTI DEGLI AUTOBUS DI MADONNA DI CAMPIGLIO SONO STREMATI DAGLI SCIATORI MALEDUCATI CHE, DOPO UN LUNGO E ABBONDANTE APERITIVO, FANNO QUELLO CHE VOGLIONO A BORDO DEI BUS

Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile

C’E’ CHI VOMITA A CAUSA DEL TROPPO ALCOL, CHI FUMA E SPEGNE LE SIGARETTE SUI SEDILI E, ANCORA PEGGIO, CHI AGGREDISCE GLI AUTISTI CHE RIMPROVERANO I CAFONI UBRIACHI

A causa degli sciatori ubriachi sui mezzi pubblici dopo le serate dell’après-ski, la provincia di Trento corre ai ripari. Dopo settimane di segnalazioni e un grave episodio di violenza
avvenuto a dicembre, sono allo studio nuove misure per proteggere autisti e passeggeri sulle tratte serali da e per Madonna di Campiglio, come controlli rafforzati e servizi di trasporto dedicati. Il caso che ha fatto esplodere la questione risale a metà dicembre, quando alla fermata di Javrè un giovane ha aggredito due conducenti di «Trentino Trasporti» scesi dalla corriera proveniente da Campiglio.
Violenza che ha portato alla luce un problema ormai quotidiano. Sono tanti, infatti, i gruppi di ragazzi, spesso alterati dall’alcol, che trasformano i bus in un incubo per chi lavora e per chi viaggia. «Siamo costretti a convivere con ragazzi che salgono ubriachi e vomitano a bordo», aveva denunciato Antonio Stedile, autista e rappresentante Uiltrasporti, spiegando che molti colleghi evitano volontariamente quelle corse chiedendo ferie o malattia.
Alla richiesta di intervento avanzata dalla consigliera provinciale Lucia Coppola (Avs), ha risposto in queste ore l’assessore ai trasporti Mattia Gottardi, confermando le «situazioni problematiche» nelle ore serali alle fermate di Campiglio e annunciando un pacchetto di interventi allo studio insieme a prefettura, forze dell’ordine, Trentino Trasporti e amministrazioni locali. Il primo obiettivo è aumentare la sicurezza.
Si punta alla presenza fissa di carabinieri e polizia locale nelle stazioni di Campiglio e Tione, con un presidio visibile che possa fare da deterrente, soprattutto nei weekend. Più complesso invece impedire l’accesso ai bus in base allo stato di alterazione perché selezionare chi sale «sulla base della percezione visiva» è
di fatto impraticabile e giuridicamente rischioso.
Una soluzione intermedia, come ricorda il Corriere del Trentino, è già stata sperimentata durante le festività, ovvero due controllori a bordo dei mezzi, incaricati di gestire l’imbarco e chiamare le forze dell’ordine in caso di problemi. I primi risultati, dice l’assessore, sono «moderatamente confortanti», anche se resta il problema delle condizioni in cui spesso i bus arrivano a fine corsa.
Parallelamente si valuta un cambiamento più strutturale, creare corse dedicate agli avventori dell’après-ski, separandole dal servizio di linea utilizzato da lavoratori e residenti, spesso costretti a viaggiare in mezzo al caos o addirittura a restare a terra
(da Open)

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ALMENO “LA STAMPA” POTREBBE “RESTARE” IN ITALIA: IL “GRUPPO SAE”, CHE POSSIEDE, TRA GLI ALTRI, “IL TIRRENO” E “LA NUOVA SARDEGNA”, STA PER FARE UN’OFFERTA PER ACQUISTARE IL QUOTIDIANO TORINESE

Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile

A VOLER ACQUISTARE “LA STAMPA” SARÀ UNA CORDATA NELLA QUALE SONO PRESENTI FONDAZIONI BANCARIE: CI SAREBBERO CONTATTI SIA CON LA FONDAZIONE CRT DI TORINO CHE CON LA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI BIELLA E ANCHE CON LA FONDAZIONE BANCA POPOLARE DI NOVARA

È sempre più probabile che dal tavolo della trattativa fra John Elkann e il miliardario greco Theodore Kyriakou per la cessione del gruppo editoriale Gedi esca La Stampa di Torino. Secondo quanto risulta ad Open fra la fine dell’anno e questi primi giorni del 2026 c’è stata una importante accelerazione nella trattativa con il gruppo Sae (Sapere aude editori) presieduto da Alberto Leonardis, che sembra preferito in questo momento all’altro pretendente di cui si è a lungo parlato: la cordata veneta guidata dal banchiere (Banca Finint) Enrico Marchi.
Entrambi i gruppi hanno rilevato da Gedi negli anni passati alcune testate locali un tempo appartenute a Finegil, e quindi sono ben conosciuti dal management di Elkann. Entrambi hanno fino a questo momento presentato una manifestazione di interesse non formale, ma è con Sae che è stato fatto qualche passo in più.
Fra lunedì e martedì il gruppo guidato da Leonardis presenterà una proposta di acquisto formale anche se non vincolante a Gedi per l’acquisto de La Stampa. A quel punto gli offerenti potranno entrare formalmente in data room e avviare una due diligence sui conti del quotidiano torinese. Ma già nelle settimane scorse ci sono stati contatti fra i due gruppi e Gedi dopo avere ricevuto la manifestazione di interesse ha inviato a Sae un bilancio consolidato pro forma unico de La Stampa, che riunisce un perimetro oggi diviso in cinque diverse società (il quotidiano vero e proprio, la parte amministrativa dedicata, la parte produttiva con lo stabilimento, la parte digitale e la parte commerciale della A. Manzoni
Nei conti pro forma è indicata anche la consistenza del personale giornalistico, degli operai, degli impiegati e dei commerciali necessari alla vita di quella testata. La proposta di acquisto che verrà formalizzata nelle proprie ore tiene appunto conto di quei dati che però potranno essere verificati in un secondo tempo una volta ammessi in data room per la due diligence. Ma dai tecnici di Sae sono ritenuti già oggi abbastanza attendibili.
Come ha fatto Leonardis con le altre acquisizioni (dal Tirreno, alla Gazzetta di Reggio, alla Gazzetta di Modena, alla Nuova Ferrara, alla Nuova Sardegna fino alla più recente Provincia pavese) sarà una cordata con presenza di soggetti istituzionali come le fondazioni bancarie ad entrare in gioco nell’operazione. Da quel che risulta ad Open ci sono stati contatti in corso sia con la Fondazione Crt di Torino che con la Fondazione Cassa di risparmio di Biella e forse anche con la Fondazione Banca popolare di Novara.
Ai soggetti istituzionali Sae nei prossimi giorni illustrerà il piano industriale per La Stampa che è già stato scritto e presentato a Gedi dopo la manifestazione di interesse. L’intenzione di Sae se l’operazione andrà in porto è quella di rilevare il quotidiano torinese con una nuova società che quindi potrà partire da zero, senza tenere conto del pregresso.
Ad Open Leonardis conferma con una certa prudenza la trattativa con Gedi: «So che ci sono altre manifestazioni di interesse, ma non posso certo dire che siamo favoriti. Solo che fino a qualche tempo fa eravamo sicuramente fuori gioco, e invece oggi siamo in gioco. Quest’anno abbiamo fatto dei bei numeri, abbiamo chiuso con 175,5 milioni di euro di fatturato e con un ottimo Ebidta. È vero che noi abbiamo chiesto e ottenuto i documenti, ed è vero che abbiamo immaginato un piano industriale che potrebbe funzionare».
Leonardis sostiene di essere da sempre innamorato del quotidiano torinese: «Mi piace moltissimo, è il primo che leggo al mattino. E ha anche un marchio di grande prestigio». Sui dettagli però non si sbottona. Certo è anche difficile farlo senza due diligence, e da quel passaggio dipendono anche i tempi della trattativa. Perché quella con i greci entro fine febbraio si chiuderà una volta trovato l’accordo sulla cifra (non è confermata dalle parti quella di 140 milioni di euro fin qui circolata). Ed è possibile che la vendita di La Stampa possa richiedere un pizzico di tempo in più, e quindi essere poi conclusa con la nuova proprietà greca che fin dall’inizio sembrava poco interessata al quotidiano torinese.

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IN ITALIA LO STATALISMO È SENZA LIMITISMO: LE 58 GRANDI E MEDIE IMPRESE CONTROLLATE DAL TESORO O DA CDP (DI CUI IL TESORO HA L’82,77 PER CENTO), RAPPRESENTANO IL 15,4 PER CENTO DEL PRODOTTO INTERNO LORDO, IL DOPPIO RISPETTO AGLI ANNI ‘70

Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile

L’ESPANSIONE DELLO STATO PADRONE ENTRA NELLE BANCHE, HA UNA BASE LOCALE ENORME CON LE MUNICIPALIZZATE, E NON È PER FORZA UN BENE: LO STATALISMO ALLARGATO SOFFOCA E COMPRIME LA CRESCITA, RITARDA L’INNOVAZIONE E PIEGA IL LIBERO MERCATO ALLE ESIGENZE POLITICHE (VEDI RISIKO BANCARIO) … IL LIBRO DI STEFANO CINGOLANI, “MAL DI STATO”

Estratto da “Mal di Stato. Il ritorno della mano pubblica nell’economia italiana”, di Stefano Cingolani (ed. Rubbettino), pubblicato dal “Foglio”
Si leva in alto il pugno dello Stato padrone e la mano invisibile batte in ritirata. Non è più uno stato di eccezione, non si tratta più soltanto di salvare il salvabile, difendere posti di lavo
intervenire per rimediare ai “fallimenti del mercato”, c’è altro e mette in discussione i principi e le istituzioni fondamentali del sistema liberal-democratico.
Il nuovo Leviatano soffoca le forze di mercato, comprime la crescita, ritarda l’innovazione per piegarla alle sue priorità politiche, ridimensiona il primato della legge, riduce la trasparenza e la responsabilità dei governi, tende ad affermare l’idea che gli eletti dal popolo una volta portati al potere non debbano rispondere che a se stessi.
Il libro ricostruisce la nuova stagione statalista soprattutto in Italia raccontandone le tappe principali e analizzando gli strumenti utilizzati, lucidando vecchi arnesi e inventandone di nuovi. La tesi è che questa restaurazione non funziona ed è destinata al fallimento, ancor più nello specifico caso nazionale. Nel frattempo, però, avrà creato una montagna di guai
Da quando e perché quelli che sembravano pensieri inattuali sono tornati d’attualità? Tre date hanno fatto da spartiacque.
Le Tre date spartiacque: l’11 settembre 2001; il 15 settembre 2008, quando fallisce la Lehman Brothers; l’11 marzo 2020, l’inizio della pandemia prima è l’11 settembre 2001, il giorno in cui finisce l’invulnerabilità della culla della democrazia post-bellica, cioè gli Stati Uniti. A quel punto la sicurezza prende il sopravvento, in America e nel mondo intero, sia sulla libertà individuale sia sullo stesso benessere.
Lehman Brothers
La seconda è il 15 settembre 2008, quando fallisce la Lehman Brothers e alla velocità di un click sulla tastiera si diffonde in tutto il mondo la più grave crisi finanziaria mondiale dopo quella
del 1929. La sicurezza economica va al primo posto, ma a essa si unisce anche la sicurezza politica.
È allora che la Cina si presenta al mondo come il nuovo motore della crescita e il nuovo modello di un sistema alternativo a quello americano e occidentale, un modello in cui lo Stato ha nelle sue mani il destino del popolo (magari è dominato da un solo partito e dal solo comandante in capo) e in cui la politica prevale sulla legge.
La terza data è l’11 marzo 2020, quando l’Organizzazione mondiale della sanità dichiara lo stato di pandemia provocata dal virus Covid-19. A quel punto non sono più in gioco solo la politica, la religione, l’economia ma la vita stessa. La sicurezza diventa prioritaria al punto da ridurre, se non sospendere, la libertà di movimento e con essa altre libertà fondamentali. E lo stato d’eccezione diventa normalità.
Ma perché prendersela con questo nuovo Stato e giudicarlo invasivo? Non è forse vero che il ciclo neoliberista s’è infranto contro l’emergere di forze potenti e minacciose? E non è forse vero che la globalizzazione ha nutrito i suoi nemici? Il fondamentalismo islamico, la Cina come potenza mondiale e sfida al primato americano, il ritorno dell’imperialismo russo, Paesi emergenti che tendono a rifiutare i valori e le politiche dell’ordine occidentale. Tutto ciò richiede un necessario ripensamento. Fino a che punto?
L’Italia interpreta un ruolo importante in questo copione. Giovanni Gentile ha teorizzato lo Stato etico che parte da Hegel e arriva a Mussolini. La Repubblica del dopoguerra ha cancellato la base filosofico-politica, ma ha mantenuto molto di quel
passato.
L’epoca del mercato, delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni è durata poco più di un decennio; si dice che sia stata una catena di errori, ma non è vero, è stata una ventata di modernizzazione nelle strutture economiche, nelle regole e nella legislazione. Il suo tramonto è cominciato quando gli equilibri in alcuni settori fondamentali dell’economia e della società sono stati decisi con logiche prevalentemente politiche: le fusioni bancarie del 2006-2007, il duopolio televisivo e la divisione della torta pubblicitaria, le alterne vicende di Telecom che ha cambiato proprietà a ogni cambio di governo, lo stop alla liberalizzazione del mercato del lavoro, le nomine ai vertici delle imprese rimaste nelle mani dello Stato e le loro stesse strategie (per esempio nell’energia con la scelta di privilegiare il gas russo), solo per citare alcuni esempi.
Tuttavia la vera svolta neo-statalista data dalla crisi del debito sovrano nel 2010-2012, quando lo Stato italiano ha rischiato il crac mettendo in pericolo anche l’esistenza dell’euro.
Oggi in Italia le 58 grandi e medie imprese controllate dal Tesoro o dalla Cassa depositi e prestiti, della quale il Tesoro possiede l’82,77 per cento, rappresentano il 15,4 per cento del prodotto interno lordo, il doppio rispetto agli anni ‘70 del secolo scorso, con una capitalizzazione pari a quasi il 28 per cento di quella complessiva della Borsa di Milano.
Impiegano 483 mila addetti, il fatturato per dipendente è stato di 680 mila euro. Ma l’espansione dello Stato padrone va ben oltre, entra nelle banche, ha una vastissima base locale con le cosiddette società municipalizzate, gestisce naturalmente la
distribuzione degli aiuti e dei sostegni pubblici attraverso la spesa pubblica, in particolare quella grande fetta oscura che sono i trasferimenti monetari.
Quali sono le nuove scelte e quali i tentacoli del Leviatano tricolore?
1. Vengono rinnovati strumenti tradizionali, come le aziende a partecipazione statale, le quali hanno un nucleo duro direttamente o indirettamente in mano al governo.
Le istituzioni di mercato come i fondi di investimento, pur possedendo la maggioranza del capitale, diventano sempre meno rilevanti nelle scelte dei vertici e nelle strategie.
2. Assume un ruolo maggiore la Cassa depositi e prestiti, la quale così com’è non può diventare per sua natura una nuova Iri, ma certo ha esteso a macchia d’olio le proprie partecipazioni, assumendosi sempre più il ruolo di agente dell’interesse economico nazionale.
3. È stato introdotto il golden power, uno strumento micidiale utilizzato in modo eccessivo e spesso arbitrario. Nato per difendere imprese strategiche in senso militare o industriale da attacchi “nemici”, esterni all’Ue e legati a governi considerati un pericolo per la sicurezza nazionale, è diventato la leva per imporre a banche e imprese scelte governative maturate secondo logiche politiche.
4. Sono state rinazionalizzate imprese
5. L’intervento del governo nelle logiche di mercato si è tradotto anche in leggi e in prassi che determinano le strategie industriali, la governance interna, la scelta dei manager che dovrebbe spettare ai consigli di amministrazione in ogni azienda privata.
6. È la rivincita del crony capitalism, il capitalismo clientelare, attraverso la scelta di uomini d’affari e soggetti economici “amici”, ai quali affidare patate troppo bollenti sia per il governo, la cui capacità di manovra è comunque limitata (se non altro dai vincoli di bilancio), sia per i clientes che dovrebbero assumersi troppi rischi e impiegare capitale che spesso non posseggono o non vogliono usare.
7. Lo Stato finanziario-industriale entra in contraddizione con la nuova economia italiana che si è creata soprattutto nell’ultimo decennio, quel quinto capitalismo che ha bisogno di uno Stato che ne favorisca le condizioni dello sviluppo, ma non si sostituisca alle imprese violando o determinando le loro scelte. È una delle ragioni che spingono a dire che la restaurazione non funzionerà.
“Bentornato Stato, ma”. Così Giuliano Amato titola provocatoriamente il suo saggio pubblicato nel 2022, edito da il Mulino.
Teniamo conto dell’avversativo che tempera l’affermazione iniziale, ma non possiamo dare il bentornato a uno Stato che interpreta più parti in commedia, è arbitro e giocatore, fa le regole e le usa a suo piacimento, tende a costruire sistemi economico-politici che favoriscono vere e proprie oligarchie il cui compito è fare da sostegno ai governi. Il “complesso militar-industriale” denunciato dal presidente Eisenhower nel suo discorso d’addio alla Casa Bianca è rifiorito in forme nuove, ma in fondo non troppo diverse nella sostanza.
Scrive Amato: “Qual è il punto di approdo, che poi, a sua volta, è un nuovo punto di partenza? È che constatare i fallimenti del
mercato non significa desumere che, quindi, sul mercato non si può più contare. Allo Gli italiani avrebbero bisogno di uno stato meno invasivo, più piccolo ed efficace. Ribaltando D’Azeglio: gli italiani ci sono, bisogna fare l’Italia stesso modo, constatare i fallimenti o, se si vuole, le pecche e le inefficienze dello Stato non significa desumere che dello Stato è bene fare a meno. Realismo vuole che si sia consapevoli dei limiti e dei difetti dell’uno e dell’altro e che si cerchi di porvi rimedio o, meglio, di prevenirne l’emersione, per potersi avvalere, come può capitare, di entrambi senza pagarne i danni”.
È il pensiero di un riformismo moderato messo in un angolo da quella “sconfitta dei mercatisti” la quale ha aperto la strada non a “un’interazione virtuosa tra Stato e mercato”, bensì a uno squilibrio che rappresenta la nuova malattia dei nostri giorni. No, lo Stato non è il benvenuto. Nemmeno con tutti i caveat del Dottor Sottile.
Il libro è diviso in tre parti. Nella prima si torna qualche passo indietro per ricostruire il legame tra politica e affari, tra Stato e mercato, che in Italia parte da lontano. Tre sono le vicende più rilevanti che gettano le loro ombre sul presente: quella che dalla nazionalizzazione dell’energia elettrica arriva alla tragedia Enimont; la seconda riguarda il controllo della Mediobanca e delle Assicurazioni Generali; l’ultima le concessioni pubbliche (dalle autostrade alle telecomunicazioni) e i capitalisti che diventano rentier.
C’è stato un grande tentativo di passare da uno Stato padrone a uno Stato controllore, è durato un decennio ed è finito troppo presto. La seconda parte del libro racconta la restaurazione del
capitalismo di Stato e gli strumenti che utilizza, dalla spesa pubblica alla Cassa depositi e prestiti, dalle aziende controllate fino a nuovi strumenti come il golden power.
A essi va aggiunto il ruolo attivo del governo nel disegnare la nuova mappa del potere bancario e finanziario. La terza parte si chiede se davvero un più ampio intervento dei governi, della politica, dello Stato serve all’economia (e alla società italiana). La risposta è negativa e viene spiegato perché nel caso italiano: dal quinto capitalismo che è uscito dai distretti alla moda o alla nuova rivoluzione finanziaria, ci sarebbe bisogno non solo di meno Stato, ma di un altro Stato.
La conclusione è dolce-amara: gli italiani in questo primo quarto di secolo si sono rimboccati le maniche e hanno fatto davvero molto dando fiato al loro spontaneismo. In fondo, con tutto quel che è successo, con l’emergere di nuove potenze come la Cina, con l’ultima rivoluzione tecnologica, il Belpaese resta tra i primi dieci al mondo con il maggior prodotto nazionale lordo.
Non era davvero scontato. Ma gli italiani avrebbero bisogno di un insieme di istituzioni e di politiche che favoriscano la trasformazione avviata, e di questo insieme fa parte uno Stato meno invasivo, meno burocratico, più piccolo e più efficace. Bisognerebbe ribaltare il detto attribuito a Massimo d’Azeglio, perché gli italiani ci sono, è l’Italia che bisogna fare.
(da repubblica.it )

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“IL DECRETO SICUREZZA VA APPROVATO ALLA SVELTA” : LA LEGA VA ALLO SCONTRO CON FRATELLI D’ITALIA CHE STA PROVANDO A INTESTARSI LA CROCIATA SECURITARIA CARA A MATTEO SALVINI, CHE HA SEMPRE IL PALLINO DEL VIMINALE: “SONO PROPOSTE NOSTRE”

Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile

IN BALLO NON SOLO LE MISURE ANTI-MARANZA E LA STRETTA SUI COLTELLI PER I MINORENNI, MA ANCHE L’IDEA DEL CARROCCIO DI AFFIDARE GLI SFRATTI ALLE GUARDIE GIURATE… DA FDI CADONO DAL PERO: “NON NE SAPEVAMO NULLA, LA PROPOSTA NON È CONDIVISA” E ANCHE SUI SOLDATI DI “STRADE SICURE” NON C’E’ ACCORDO TRA CARROCCIO E FDI

Anno nuovo, vecchi slogan. Ma stavolta la Lega fa sul serio: il decreto sicurezza «va approvato alla svelta». Con una punta di rivalsa verso FdI, che nella lettura di via Bellerio sta provando a intestarsi la crociata securitaria cara a Matteo Salvini, dal Carroccio hanno iniziato il 2026 alzando la posta.
E rivendicando: «Sono proposte nostre». Con questo canovaccio si andrà avanti per tutto l’anno, cruciale in vista delle Politiche. Il vicepremier lumbard del resto ha sempre il pallino del Viminale, anche se il progetto del grande ritorno viene ormai proiettato sulla prossima legislatura.
Intanto la Lega fissa paletti, aumenta le richieste. Preme su Palazzo Chigi. Non serve solo una stretta sui coltelli per i minorenni, di cui ha parlato Giorgia Meloni ieri l’altro.
Mercoledì alla Camera è fissato un vertice dei dipartimenti del Carroccio, guidati da Armando Siri. Atteso pure Salvini. In cima alla lista dei punti da trattare, c’è proprio questo: la nuova stretta securitaria. Al ministero dell’Interno, il dossier è nelle mani del sottosegretario Nicola Molteni. Che contattato conferma: «Questo governo ha fatto tanto, i reati calano, ma si avverte l’esigenza di alzare il livello. Per noi il decreto o ddl Sicurezza va fatto il prima possibile. Per la Lega nel 2026 è la priorità».
La famosa quadra in maggioranza però va ancora trovata. La Lega ieri, con una pdl firmata dal capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari, ha chiesto di affidare alle guardie giurate l’esecuzione degli sfratti. Da FdI cadono dal pero: non ne sapevamo nulla, la proposta non è condivisa, anzi. Come dire: nel decreto non ci sarà. Altro tema, altro contrasto: i soldati di “Strade sicure”. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, vuole gradualmente ridurli, sostituendoli con carabinieri o poliziotti. La Lega chiede l’opposto: «Li aumenteremo». Il progetto è già stato abbozzato: portare gli attuali 6.800 militari che presidiano città e stazioni a quota 10mila. Cioè 3mila in più.
Sui coltelli sembra esserci intesa. Il decreto dovrebbe prevedere che il «divieto di porto di strumenti atti a offendere» per i minorenni diventi reato penale, anziché una contravvenzione. Vietata la vendita nei negozi, con sanzioni per i commercianti e anche per i genitori che non vigilano. La Lega vorrebbe anche una misura accessoria, anti-maranza: revoca o sospensione della patente per i minorenni che delinquono.
Ma appunto il partito di Salvini non vuole un decreto formato “mini”. Sollecita una stretta a tutto campo. Non solo il famoso scudo penale per gli agenti. Vorrebbe allentare le maglie per la legittima difesa in generale, per i privati cittadini, togliendo l’automatismo dell’iscrizione nel registro degli indagati
(da La Repubblica)

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“NEL CARCERE DI CARACAS IL BAGNO È UN BUCO PER TERRA, SPORCO DI FECI E INFESTATO DI SCARAFAGGI”: IVÁN COLMENARES GARCÍA, CHE E’ STATO IN PRIGIONE CON ALBERTO TRENTINI, RACCONTA LE CONDIZIONI PIETOSE IN CUI VENGONO LASCIATI I DETENUTI

Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile

“LE CELLE SONO BUIE, DI SOTTOMISSIONE. IN CIASCUNA METTONO DUE PERSONE. D’INVERNO SONO UN FREEZER, D’ESTATE SONO UN FORNO. VIENI DIVORATO DALLE ZANZARE” … “ALBERTO SA DI ESSERE UN PRIGIONIERO POLITICO, UNA PEDINA DI SCAMBIO. SIA IO CHE LUI AVEVAMO ATTACCHI D’ANSIA, CI DAVANO DEGLI ANTIDEPRESSIVI PER RIMANERE CALMI” – LE VIOLENZE DEI SECONDINI CONTRO I DETENUTI DURANTE GLI SPOSTAMENTI DI CELLA IN CELLA

«Alberto e io avevamo costruito gli scacchi usando dei pezzi di sapone e la carta igienica. Giocavamo attraverso le feritoie delle celle, la mia era davanti alla sua, a pochi metri. Avevamo fatto le torri, i pedoni, gli alfieri…Alfa 3, Charlie 5, comunicavamo così le mosse. Alberto ha imparato in carcere a giocare. Ma le guardie si innervosivano e ci portavano via anche gli scacchi, lasciandoci senza niente da fare, senza dignità».
Seduto nel giardino della sua casa di Villa del Rosario, a ridosso della frontiera col Venezuela, l’avvocato colombiano Iván Colmenares García, 35 anni, racconta di come anche lui è finito al Rodeo, penitenziario di Guatire a trenta chilometri da Caracas: il pozzo che lo ha inghiottito dal primo novembre del 2024 e fino allo scorso 24 ottobre. E dove ha avuto, per compagni di detenzione, il cooperante veneziano Alberto Trentini e l’imprenditore torinese Mario Burlò.
Com’è vivere dentro al Rodeo?
«Si sta sempre nella cella, tranne un’ora al giorno per andare al corridoio esterno dove si vede il cielo. Per portarti lì le guardie ti ammanettano e ti mettono un cappuccio sulla testa. Quando è arrivato, Alberto era sconvolto. Io e lui avevamo attacchi di ansia, per cui il servizio infermeria ci dava delle pillole di Sertralina (un antidepressivo, ndr). Mario è più bilanciato, riusciva a rimanere calmo».
Eravate costretti a prenderle?
«Le chiedevamo noi».
Di cosa parlava con Trentini?
«Mi raccontava di Venezia, delle bellezze della sua città, dell’architettura. Era preoccupato per la famiglia in Italia, per sua madre Armanda che è anziana. È un pensiero che tormenta, sapere che i tuoi cari non sanno se sei vivo o morto. Dopo sette mesi ti concedono una chiamata. Mario ha aspettato dieci mesi perché la prima volta non si ricordava i numeri di telefono. Alberto sa di essere un prigioniero politico, una pedina di scambio».
Come sono le celle?
«D’inverno un freezer, d’estate un forno. Vieni divorato dalle zanzare, di solito compaiono alle 18 e se ne vanno alle 2 di notte. Dormivo con le braccia infilate nella maglietta, e con i boxer sui piedi e sulla testa, per coprire il più possibile la pelle. Non so come ho fatto a non prendere la malaria».
Che vi davano da mangiare?
«Mangi arepa (focaccia di mais, ndr) a colazione, a pranzo e a cena. La mattina danno anche il caffé».
Quanto sono grandi le stanze?
«Ogni cella misura quattro metri per due, che diventano uno perché su un lato c’è la branda a castello. Tra la porta e il fondo ci sono sei passi, è tutto lo spazio che hai. Il bagno è un buco per terra, sporco di feci e infestato di scarafaggi. Sono celle buie, di sottomissione. In ciascuna mettono due persone».
Come stavano Trentini e Burlò l’ultima volta che li ha visti?
«Mario è dimagrito 30 chili. Anche Alberto è dimagrito, cammina su e giù lungo quei sei passi accanto al letto. Sono entrambi molto provati».
Vi hanno maltrattato?
«Le guardie spostano di continuo i detenuti da una cella all’altra, lo fanno apposta. Durante i trasferimenti diventano violente, buttano a terra o contro i muri, colpiscono col calcio del fucile. Ma la tortura bianca, che non lascia lividi, è anche peggio».
Cos’è?
«Trasmettono la propaganda chavista. Il martedì il programma di Maduro, il giovedì “El mazo dando”, la trasmissione del ministro Diosdado Cabello, quattro ore di sofferenza a sentir ridere Cabello, il venerdì ci facevano ascoltare “El turco alimaña” sabato ci finivano con “Aló Presidente” di Hugo Chavez».
Come sono le giornate?
«Vivi un giorno solo moltiplicato per i mesi di prigionia. Alle 5 l’appello, devi dire alle guardie come ti chiami e da dove vieni. Sempre così, ogni mattina. Poi delle braccia ti passano la colazione attraverso la feritoia, stessa modalità per il pranzo e la cena. L’unica possibilità di uscire e durante l’ora d’aria o quando vai in infermeria».
Il servizio medico funziona?
«Ti serve un miracolo di Dio per accedervi, devi stare proprio male. Mario soffre di diabete e pressione alta, prende un sacco di pastiglie che all’inizio non gli hanno dato, poi si sono accorti che rischiava di morire e allora le ha avute. Siamo merce di scambio, gli serviamo vivi».
Ha visto morire qualcuno?
«No. Però tre yemeniti hanno provato a impiccarsi con le lenzuola».
Lei come è stato arrestato?
«Ero alla frontiera di Arauca, già in territorio venezuelano, per un progetto umanitario con la mia ong. Mi hanno preso quelli del Dgcim, l’intelligence militare. Stavo per avere il timbro sul passaporto quando il funzionario mi ha detto di aspettare perché mi avrebbero dovuto fare delle domande. Così mi hanno catturato. In manette e con un cappuccio in testa, sono finito a Caracas nella pecera. Sa cos’è?».
No.
«L’acquario, lo chiamano così.E’ una piccola stanza dove le pareti sono vetri opachi. Dall’esterno invece ti vedono. Mi hanno tenuto lì 20 giorni di fila, seduto dalle 5 della mattina alle nove della sera, da solo. Non potevo parlare o muovermi, neppure girare la testa. Anche Alberto e Mario ci sono passati, credo».
(da Repubblica)

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“ALBERTO TRENTINI È NELLA LISTA DEI PRIGIONIERI CHE IL GOVERNO VENEZUELANO È PRONTO SCARCERARE”. IL NOME DEL COOPERANTE ITALIANO, DA 13 MESI NELLE PRIGIONI VENEZUELANE, COMPARE IN UN SECONDO ELENCO DI DETENUTI DA SCARCERARE SUL QUALE SI STANNO CONCENTRANDO LE TRATTATIVE DIPLOMATICHE

Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile

LE MOSSE DELLA MELONI AVREBBERO RITARDATO LA LIBERAZIONE DI TRENTINI

Alberto Trentini è nella lista dei prigionieri che il governo venezuelano è pronto scarcerare. Dunque, c’è da tenere le dita incrociate. E sperare che Caracas non cambi idea. In Italia stanno preparando tutto per poterlo andare a prendere appena arriverà il segnale: potrebbe essere questione di ore o di giorni ma, per la prima volta in questi 13 mesi, non c’è soltanto speranza. Ma un concreto ottimismo.
Al di là delle dichiarazioni di intenti, ieri è accaduta una cosa molto importante: sono stati scarcerati i primi prigionieri dal carcere di El Rodeo I, quello dove da oltre quattrocento giorni è rinchiuso il cooperante italiano. Nella prima tranche di liberazioni il suo nome non figurava. Trentini compare però in un secondo elenco, sul quale si stanno concentrando ora le trattative diplomatiche, in un quadro ancora fragile e soggetto a continui aggiustamenti.
La decisione di procedere alle scarcerazioni è stata annunciata giovedì dal presidente dell’Assemblea nazionale Jorge Rodríguez, con l’obiettivo dichiarato di aprire «una nuova stagione politica» e favorire la pacificazione del Paese. Caracas ha rivendicato il carattere «unilaterale» dell’iniziativa, ma il contesto internazionale pesa. In particolare gli Stati Uniti, che stanno svolgendo un ruolo chiave in questa fase, anche come garanti del processo.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha consegnato al segretario di Stato Marco Rubio l’elenco dei detenuti italiani ancora in carcere, tra cui Trentini, chiedendo un impegno diretto per arrivare a una soluzione. Washington avrebbe inoltre inviato una propria delegazione per monitorare l’esito delle liberazioni, un passaggio che ha generato frizioni interne al governo venezuelano.
In particolare il ministro dell’Interno Diosdado Cabello, insieme al controspionaggio militare e ai servizi di intelligence, avrebbe tentato di rallentare il meccanismo. A questo si sommano problemi tecnico-burocratici non secondari: molti detenuti, Trentini compreso, si trovano in cella senza una condanna e senza accuse formalizzate. Da qui l’ipotesi, ancora sul tavolo, di un’amnistia generale come «schermo» giuridico per le liberazioni.
Sul versante italiano, la linea seguita in queste ore è quella della massima cautela. Dopo mesi difficili, Roma sta cercando di mantenere un atteggiamento coerente e stabile nei confronti di Caracas, anche per rimediare agli inciampi accumulati dall’inizio della vicenda. Durante la fase finale del governo Maduro, il dossier Trentini è passato di mano troppe volte, cambiando
interlocutori e livelli di responsabilità.
Prima il sottosegretario Edmondo Cirielli, poi Giorgio Silli: un avvicendamento che, secondo più fonti, non ha aiutato a costruire un canale continuo e riconoscibile. A complicare ulteriormente il quadro c’è stata anche la scelta politica della presidente del Consiglio Giorgia Meloni di telefonare a María Corina Machado. Tutto sarebbe però rientrato con i messaggi inviati ieri a Rodríguez, prima dalla stessa Meloni e poi da Tajani: quel «riconoscimento ufficiale» che, fin dalle ore successive al sequestro-arresto di Trentini, il Venezuela aveva chiesto.
(da agenzie)

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IL PIANO DEL GOVERNO: VINCERE LA BATTAGLIA DEL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA E ANDARE AL VOTO ANTICIPATO. SOPRATTUTTO SE NEL FRATTEMPO E’ STATA CAMBIATA LA LEGGE ELETTORALE

Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile

PER QUESTO LA MELONI HA DETTO CHE FORZERÀ L’APPROVAZIONE DELLA RIFORMA, ANCHE A MAGGIORANZA… SI LAVORA SU UN SISTEMA PROPORZIONALE CON PREMIO DI MAGGIORANZA: AVRÀ IL 55% DEI SEGGI CHI OTTIENE ALMENO IL 40% DEI CONSENSI: IL TESTO ENTRO FEBBRAIO

Durante la conferenza stampa di inizio anno, tutti — a destra come a sinistra — hanno tratto la stessa impressione. Il cambio della legge elettorale è imminente, Giorgia Meloni ha dato il via libera ufficiale alla trattativa con le opposizioni, corredata da un’avvertenza che restituisce il senso dell’urgenza: «Se c’è chiusura, deciderà il Parlamento a maggioranza».
Chiaro il messaggio: nessuna tattica dilatoria verrà tollerata, le prossime politiche si giocheranno con regole nuove e nessuno si sogni di protestare. Anche perché «esiste un precedente e l’hanno creato loro», fa notare un alto esponente di FdI: «Nel 2015 Renzi fece approvare l’Italicum coi soli voti del centrosinistra».
Dunque si va dritti. Senza cercare lo scontro, ma neppure consentire lungaggini sull’introduzione di un sistema proporzionale con premio di maggioranza: avrà il 55% dei seggi chi ottiene almeno il 40% dei consensi, fino al 60 se la
coalizione raggiungerà il 45%. Sul punto nel centrodestra l’accordo c’è.
Tant’è che si sta già mettendo a punto la strategia per provare a creare una convergenza la più larga possibile. Probabilmente sarà la stessa premier a fare la prima mossa, chiamando tutti i leader della minoranza per sondarli: una telefonata che ricalcherà la convocazione a palazzo Chigi nell’agosto del ‘23 sul salario minimo. Poi toccherà ai parlamentari “governativi” presentare un testo organico entro febbraio, da sottoporre ai colleghi di opposizione.
Sarà anche per questo se i leader del centrosinistra sono cauti. Attendisti. «Non ci è stata ancora presentata alcuna proposta formale, quando arriverà la valuteremo», taglia corto Elly Schlein. Tuttavia poco ottimista: «Non ci sembra una buona premessa voler cambiare la legge elettorale perché hanno capito che con le opposizioni unite perderebbero e come antipasto del premierato, che noi contestiamo perché esautora il Parlamento e indebolisce le prerogative del capo dello Stato», conclude la segretaria del Pd.
Un po’ più aperturista Giuseppe Conte: «Di quale legge elettorale si parla? Nessuno lo sa. Io non ho detto di essere favorevole al proporzionale, ho detto che tradizionalmente il M5S è favorevole. Poi dipende da come viene confezionato questo principio proporzionale nell’ambito di un’operazione più complessiva». Chi vivrà vedrà. Febbraio si avvicina.,
(da agenzie)

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IN ITALIA MANCANO FARMACI SALVAVITA, LA DENUNCIA: “INTROVABILI QUELLI PER L’EPILESSIA, NON PAGHINO I BAMBINI”

Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile

IL PADRE DI UN BAMBINO: “ERA UN’EMERGENZA ANNUNCIATA”

Farmaci salvavita sempre più “rari” nelle farmacie di tutta Italia: è l’emergenza che sta impegnando diversi pazienti del nostro Paese. “Per un adulto è drammatico, immagini come può viverlo un genitore – ha spiegato a Fanpage.it Marco Macri, papà di un bimbo con epilessia e Presidente di Genova inclusiva -. Nelle farmacie c’è carenza di una serie di medicinali salvavita tra i quali farmaci per l’asma, per chi ha problemi emolitici e antiepilettici”.
Macri ha raccontato di aver personalmente contattato la causa farmaceutica produttrice del Depakin, il medicinale prescritto al figlio. “Ci hanno detto che dopo il 15 di gennaio questa carenza potrebbe risolversi. Mi ha fatto arrabbiare che mi abbiano chiesto di dare i riferimenti della farmacia dove solitamente prendo i farmaci per mandare il prodotto direttamente lì. Non credo che la disponibilità del medicinale debba variare in seguito alla mia lamentela personale, è una questione di giustizia che deve riguardare tutti. I cittadini devono poter accedere a questi farmaci”.
“Parliamo di decine di migliaia di genitori con bambini epilettici – ha continuato ancora Macri – e moltissime fanno anche i conti con l’autismo, perché l’epilessia è spesso una comorbidità di questa condizione. È un problema serio, in Italia abbiamo migliaia di ragazzi e ragazze con disabilità, questo vuol dire che nelle varie regioni d’Italia ci sono famiglie in grave difficoltà”
“Nel nostro Paese è in corso un’emergenza che è grave ma che era anche prevedibile. I fatti sono chiari e documentabili: già a metà ottobre alcuni farmaci antiepilettici risultavano inseriti nelle liste ufficiali dei medicinali carenti. A novembre, genitori e caregiver hanno iniziato a segnalare con forza l’impossibilità di reperire questi prodotti. A gennaio la situazione è esplosa con scaffali vuoti e terapie interrotte. – ha sottolineato ancora Macri – Questo vuol dire che non si tratta di un evento improvviso e imprevedibile, ma di una mancata risposta istituzionale di una catena di ritardi, sottovalutazioni e silenzi che oggi ricade su chi non può permettersi attese, ossia i bambini che dipendono quotidianamente da farmaci salvavita”.
“Chiediamo con urgenza il ripristino della disponibilità dei farmaci antiepilettici carenti – ha continuato – oltre a procedure rapide e semplificate per l’importazione e la sostituzione terapeutica, trasparenza totale sui tempi di rientro delle forniture e l’apertura di un canale diretto di ascolto per le segnalazioni delle famiglie. Ogni giorno senza farmaco è un rischio concreto per la salute e la vita di questi bambini e ogni ulteriore ritardo è una responsabilità che qualcuno dovrà assumersi”.
I dati di Aifa sulla carenza di farmaci
Secondo le liste aggiornate al 4 novembre dall’Agenzia Italiana del Farmaco Aifa, sono circa 2.760 i farmaci carenti ma con equivalenti disponibili nelle farmacie italiane. Altri 604 medicinali non hanno alternative sul mercato a causa di cessata commercializzazione, problemi produttivi, eccesso di domanda o ridotta disponibilità delle materie prime.
A queste categorie si aggiungono le liste dei farmaci per i quali Aifa può autorizzare l’importazione dall’estero e di quelli soggetti a un blocco temporaneo dell’esportazione, aggiornata a
luglio 2025, per garantire la priorità di fornitura sul territorio nazionale. Il numero complessivo dei farmaci carenti supera le 4mila unità.
L’associazione europea dei farmacisti PGEU tra novembre 2024 e gennaio 2025 ha condotto un sondaggio in 28 Paesi e tutti riportano carenze di medicinali, dovute in particolare all’interruzione dei processi produttivi (68%), alle politiche di prezzo e di gara nazionali (54%) e all’aumento imprevisto della domanda (50%). Per affrontare la crisi, l’Ema, l’Agenzia europea per i medicinali, ha attivato una nuova piattaforma digitale che obbliga i produttori a segnalare tutte le emergenze legate alle carenze per migliorare il monitoraggio e la risposta a livello europeo.
Emergenza farmaci carenti anche nel 2026
Nell’elenco di Aifa aggiornato al 9 gennaio 2026 risultano anche moltissimi antibiotici e farmaci per trattare influenza, raffreddore e mal di gola. In queste settimane, infatti, sono tantissimi gli italiani che hanno fatto i conti con difficoltà nel reperire medicinali per il trattamento di malattie “ordinarie”. Per molti farmaci “di marca” sono disponibili equivalenti, mentre per altri le difficoltà sono le stesse. Anche in questo caso, l’elenco di Aifa è consultabile sul sito.
(da Fanpage)

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CHI ERA PIETRO ZANTONINI, IL VIGILANTE MORTO AL GELO IN UN CANTIERE DELLE OLIMPIADI

Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile

IL CONTRATTO IN SCADENZA E LE PROTESTE PER LE CONDIZIONI DI LAVORO

Si chiama Pietro Zantonini e aveva 55 anni il vigilante morto a Cortina mentre svolgeva un servizio di vigilanza notturna in un cantiere delle Olimpiadi di Milano-Cortina. Ha perso la vita nella notte dell’8 gennaio. La sua famiglia ha sporto denuncia e la procura ha già disposto il sequestro della salma e l’esecuzione dell’autopsia, per chiarire le cause esatte del decesso e le
circostanze in cui è avvenuto. La famiglia, che ha conferito l’incarico all’avvocato Francesco Dragone del Foro di Lecce, chiede «che venga fatta piena luce sull’accaduto e che nessuna morte sul lavoro venga trattata come un evento privato o inevitabile».
Il contratto a termine e la mancanza di tutele
Il vigilante era arrivato in Veneto a settembre 2025 e lavorava con un contratto a termine, già prorogato, che sarebbe scaduto a fine gennaio. Sembra che Zantonini avesse confidato più volte ai familiari di lavorare in condizioni difficili, lamentandosi in particolare per i turni notturni prolungati e la mancanza di tutele adeguate.
Il 118 chiamato dai colleghi
A chiamare i soccorsi sono stati alcuni suoi colleghi, a cui aveva chiesto aiuto al telefono. Zantonini svolgeva servizio di vigilanza nel cantiere dello stadio del ghiaccio e lavorava in un gabbiotto da cui usciva ogni due ore per fare una ricognizione. Quando i soccorritori sono arrivati, hanno tentato di rianimarlo ma senza successo.
(da agenzie)

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