Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile
NEL GIORNO DEL SUO 70ESIMO COMPLEANNO AVREBBE DOVUTO CHIUDERE L’AMBULATORIO A NAPOLI
Mariarosaria Sestito il 7 gennaio ha compiuto settant’anni. Avrebbe dovuto chiudere
l’ambulatorio a Napoli per l’ultima volta e iniziare la pensione ma si è ritrovata in ambulanza, accanto a un paziente in codice rosso. La sua storia la racconta il Corriere della Sera, dove il medico precisa che ha «semplicemente fatto il suo dovere».
Il caso del paziente e la corsa a casa
Il paziente cinquantenne, fragile, diabetico e fumatore, era già stato visitato da lei il 5 gennaio. «Avevo rilevato una situazione respiratoria compromessa e sospettato una broncopolmonite. Ho iniziato subito la terapia e prescritto una radiografia». Ma la lastra non mostrava complicazioni gravi. Il sei scorre sereno, il sette il paziente la chiama, non sta bene. Sestito corre a casa sua, la saturazione è a 74. «Ho allertato immediatamente il 118 per un codice rosso», racconta. Quando arriva l’ambulanza, però, non c’è un medico a bordo. «Mi hanno chiesto di salire con lui. Non potevo lasciarlo solo». Ora «è ancora ricoverato, ma sotto controllo». Nel tragitto il cortisone d’urgenza ha fatto la differenza.
Aveva chiesto di andare in pensione a 72 anni, ma la Asl non le ha mai risposto
Mariarosaria Sestito aveva chiesto di rimandare la sua pensione, chiedendo il prolungamento fino a 72 anni. Ma la risposta formale dell’Asl, riporta il quotidiano, non le è ancora arrivata. «Ho scelto comunque di restare. Non si abbandonano i pazienti quando hanno bisogno», racconta. «Faccio il medico da 45 anni. Guardia medica, ospedale, unità coronarica, poi medicina generale. Sono sempre stata raggiungibile: ho tre telefoni attivi», aggiunge. E precisa che i medici di base non sono irreperibili: «Lavoriamo ogni giorno fino alle undici di sera».
(da agenzie)
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Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile
L’ANALISI DI MASSIMO CACCIARI
Nemmeno nelle scienze della natura possiamo arguire dagli eventi presenti quelli futuri. La credenza in nessi causali assolutamente determinati è superstizione. Così illustri filosofi. E questo dà speranza, poiché se dovessimo trarre previsioni da ciò che vanno combinando le leadership del nostro Occidente potremmo trarre un solo auspicio: l’imminenza di una nuova catastrofe globale. Iniziamo da quella complicata macchina che è l’Europa. Certo, chi ne conosceva la storia non attraverso apologie di maniera sapeva bene come il suo assalto al mondo abbia tenuto in affanno il genere umano per qualche secolo. E tuttavia era realistico pensare che dopo aver regalato, frutto del proprio unico seno, all’umanità due guerre mondiali, l’Europa politicamente unita si sarebbe “convertita” definitivamente a svolgere una missione di intesa, di dialogo, di pace. Che avrebbe concepito come propria impresa quella di costruire una nuova dimensione di diritto internazionale, dando quella concretezza che mai avevano prima avuto principi di diritti umani e giustizia nella relazione tra gli Stati. Che avrebbe difeso e promosso tutti gli organismi e istituti in qualche modo impegnati in tale impresa. Ma soprattutto che avrebbe almeno dato prova di modesta lungimiranza per evitare al proprio interno altri sanguinosi conflitti, altre guerre civili. E della ancora più modesta intelligenza atta a capire che l’Europa può assumere un ruolo politico globale, essere competitiva sul piano economico e tecnologico con i grandi Imperi, soltanto risolvendo il secolare scontro con il proprio Oriente, e convincendo, da autentica alleata e non da vassallo, gli Stati Uniti che questa strategia non intende affatto porre in crisi un’amicizia consacrata col sangue di due immani catastrofi, ma all’opposto rilanciare l’immagine e il
ruolo dell’intero Occidente all’interno di un mondo multipolare, dove il diritto internazionale si incarni in patti e trattati assunti nel corpo del diritto positivo dei diversi Stati.
Che fine abbiano fatto queste prospettive dopo la fine della guerra fredda è di tale violenta evidenza che solo per vergogna potremmo nascondercelo. Il dramma è che l’incapacità europea di procedere nell’unica direzione coerente con i suoi stessi interessi materiali sta mettendo a nudo contraddizioni di portata strategica interne al sistema delle alleanze occidentali, contraddizioni sempre rimosse, mai francamente affrontate – e che queste, se esplodessero, porterebbero il mondo davvero a un grado tale di entropia da dover pensare che soltanto attraverso un radicale mutamento di stato un nuovo equilibrio possa essere raggiunto. Era inevitabile – e non si tratta del senno del giorno dopo – che l’impotenza europea a prevenire i conflitti al proprio interno, e che una minima coscienza storica lasciava prevedere, e ad affrontarli con mezzi politici e diplomatici una volta scoppiati, avrebbe spostato tutta l’asse dell’alleanza occidentale sulla iniziativa e sulla volontà dell’America. La crescita quantitativa dell’Europa è stata inversamente proporzionale alla diminuzione non solo del suo peso politico, ma anche della sua quota nella produzione della ricchezza globale. Dopo la caduta del Muro la resa culturale delle leadership europee all’egemonia americana è stata pressoché incondizionata. Ma non si è trattato affatto di una buona notizia per gli Stati Uniti. Ciò ha condotto prima a guerre come l’invasione dell’Iraq e conseguente tracollo di ogni influenza politica europea nelle tragedie medio-orientali, poi a condizionamenti sempre più pesanti sulle stesse strategie
dell’Unione in materia economica e commerciale, infine agli strappi recenti e nient’affatto ricuciti su tariffe e dazi. Quando in un’alleanza neppure si finge una certa equipollenza tra le parti, è inevitabile che alla lunga il prevalere esorbitante di una finisca col metterla tutta in crisi.
Ed è esattamente ciò che sta accadendo. E gli Stati Uniti potrebbero essere i primi a subirne il contraccolpo. Più si indebolisce l’Europa, più l’America si rafforza nei suoi confronti, ma insieme più sarà sola nell’affrontare le grandi sfide globali con Stati, civiltà e culture che non affondano le loro radici nell’avventura grandiosa e tragica del nostro Occidente. O America “great again” significa una nuova politica internazionale dell’intero Occidente, o lo slogan finirà col funzionare contro la stessa America. In questa fase della storia mondiale, che ha rivoluzionato i rapporti di potenza usciti dalla seconda grande guerra, l’America avrebbe vitale bisogno di un alleato che l’aiuti a superare l’attuale confusissimo mix di tendenze imperialistiche e protezionistiche. L’alleato che l’Europa non è – capace oggi soltanto di patetici balbettii sull’incredibile vicenda venezuelana o sulle pretese riguardo alle Verdi Terre artiche. Come non si sapesse dall’epoca di Jefferson che gli Stati Uniti considerano loro “spazio vitale” l’intero emisfero e hanno ritenuto sempre “normale” l’intervento per garantire al suo interno la “pax americana” (poche, negli Stati Uniti, e solo di qualche intellettuale le voci di dissenso a proposito). L’America latina è la nostra India, diceva un senatore un secolo e mezzo fa, “in concorrenza” con l’ancora formidabile impero britannico. Chi potrebbe spingere a rivedere queste
tendenze politiche secolari, sulla base di una realistica valutazione delle forze economiche e militari che oggi competono sulla scena globale? L’Europa che ha assistito alle tragedie balcaniche e ora pensa di risolvere quella ucraina con sanzioni (che colpiscono lei stessa in primis) e l’invio di qualche soldato? L’Europa governata, nelle sue capitali franco-carolingie, da coalizioni debolissime e, per reggere, sempre più “volenterose” di virare a destra, abbandonando tutte le politiche sociali che l’avevano caratterizzata fino all’ultima generazione?Ancora meno lo sarà l’Europa incapace di affrontare la crisi che sconvolge il suo pilastro etico-culturale: lo Stato di diritto. In fondo, democrazia significa questo: un sistema in grado di difendere i diritti della persona, nella sua individualità, nei confronti della potenza o prepotenza degli esecutivi e dell’apparato tecnico-economico operante oltre ogni confine statuale e capace di auto-regolarsi in base alla propria unica “legge”, che è quella del profitto. Il diritto oggi minaccia di soffocare, come ha scritto Natalino Irti nel suo ultimo libro, Sguardi nel sottosuolo, tra una moltitudine indifesa, controllata e manipolata e un sistema economico-politico-militare che gli intima di tacere affermando: i limiti della mia morale sono quelli della mia potenza. Reagire a questa deriva non è anelito da anime belle, ma voler salvare, per l’Europa e l’Occidente, il proprio ruolo, il proprio avvenire e la propria stessa unità. Le parti di qualsiasi organismo si disfano e vanno in rovina ognuna per conto proprio se a esso manca un’anima.
Massimo Cacciari
(da lastampa.it)
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Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile
“INVECE DI RISPONDERE, HA DECISO DI INCALZARE LA COLLEGA (CHE NON AVEVA POSSIBILITA’ DI REPLICA):… BUGIE E AUTOCOMMISERAZIONE NON DEGNE DI UNA VERA LEADER
Anche all’inizio del 2026 Giorgia Meloni resta, ahinoi, Giorgia Meloni, e nonostante
tre anni e rotti di governo non riesce a (o non vuole) cambiare la sua postura populista e sovranista, in un mix di propaganda un tanto al chilo e solito, pericoloso, vittimismo. Uno stile di comando che ha confermato anche durante la conferenza stampa di inizio anno.
Lo spartito della premier è poi passato dal vittimismo all’aggressione alla stampa, altro tic che da presidente postfascista non riesce a guarire.
L’attacco è partito quando la nostra giornalista, Francesca De Benedetti, le ha posto una domanda sui suoi rapporti con Trump, e chiesto un commento sullo spionaggio effettuato dagli ex vertici dei servizi segreti – che lei stessa aveva promosso e da lei stessa dipendono – al suo capo di gabinetto Gaetano Caputi.
Invece di rispondere, ha preferito invertire i ruoli e deciso di incalzare la collega (che non aveva, naturalmente, possibilità di replicare a causa di un format codardo che protegge
l’intervistato): «Perché non mi ha chiesto del vostro “scoop” secondo cui io avrei brigato con l’Agenzia delle entrate per far accatastare casa mia in una classe catastale diversa? È una menzogna infamante».
Poi, sulla torbida vicenda Caputi (che ha appena perso la querela contro Domani), invece di chiarire ha nuovamente biasimato il giornale: «Le informazioni sensibili su Caputi sono state pubblicate da voi. Secondo lui non sono reperibili su fonti aperte: forse vuole dire lei a me qualcosa su questa vicenda?»
Ora, come spesso le capita, a mentire è solo la premier: non solo tutte le informazioni sugli affari e i conflitti di interessi del suo fedelissimo sono su fonti pubbliche (e pure se fossero segrete sarebbe stato nostro dovere pubblicarle: si chiama giornalismo), ma, sul merito della sua magione, Domani ha solo evidenziato che la casa è stata accatastata nella categoria A7 (semplice villino) e non A8 (villa di lusso con giardino e piscina). Evidenza grazie alla quale ha pagato circa 70mila euro di tasse in meno di quanto avrebbe dovuto se la sua casa fosse stata accatastata, come sarebbe stato giusto secondo esperti indipendenti, a un livello superiore.
Mai scritto e nemmeno pensato che Meloni «abbia brigato» con chicchessia: tanto che nell’articolo si segnalava come «i proprietari» dei villini non sono affatto «evasori fiscali. La colpa non è loro. Ma dei governi, che dovrebbero mettere mano alla riforma del catasto». Ovviamente la destra, amica dei ricchi, non ci pensa nemmeno: la storia di casa Meloni serviva solo a segnalare in maniera palese l’iniquità del sistema.
Il fastidio di Meloni verso la (poca) libera stampa rimasta in Italia si è palesato anche dopo alcune domande sullo scandalo Paragon. Invece di fare luce sullo spionaggio ad attivisti e cronisti, ha replicato che la sua «vita», e non quella dei giornalisti, sarebbe stata «scandagliata, i conti correnti spiati», e poi spiattellata sui media, comprese le vicende economiche e giudiziarie dei genitori.
Autocommiserazione non degna di una vera leader: Meloni finge di non sapere che per legge la privacy della figura più potente del paese non è uguale a quella di un giornalista intercettato, e che nelle democrazie sane è sacrosanto che la stampa racconti ai lettori (ed elettori) chi sono coloro che paghiamo per amministrare la nazione. Banalità, ma nell’Italia malata in cui viviamo è bene ricordarle.
Emiliano Fittipaldi
per Domani
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Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile
IL LEGHISTA FILO-PUTINIANO VOTERA’ NO AL DECRETO SUGLI AIUTI A KIEV: “IO VADO AVANTI PER LA MIA STRADA, CHI MI AMA MI SEGUA. LA STRATEGIA DI MELONI È CONTRADDITTORIA”
Roberto Vannacci giura che con Meloni non farà il permaloso, «è lei che mi ha chiamato in causa in conferenza stampa, dunque devo risponderle: la sua strategia è contraddittoria». Intanto manda segnali (anche al suo partito, che l’ha nominato vicesegretario dopo le 500mila preferenze alle Europee): «Se qualcuno pensava di addomesticarmi, si sbagliava — confida a Repubblica — Il no al decreto Ucraina? Io vado avanti per la mia strada, chi mi ama mi segua». […] Per serrare le file del Carroccio, Matteo Salvini ieri ha deciso di radunare deputati e senatori.
Tutti convocati via Whatsapp per giovedì prossimo alle 8 di mattina. In teoria sarà un discorso motivazionale per l’anno nuovo. Ma il giorno non pare casuale: proprio il 15 il ministro Guido Crosetto illustrerà il decreto in Parlamento e ci sarà un primo voto sulle sue comunicazioni. Probabile quindi, secondo diversi colonnelli leghisti, che il capo darà indicazioni anche su un dossier cruciale come l’Ucraina
«Meloni? Da generale, non faccio confusione tra concetti distinti: quello di deterrenza e quello di invio di armi in un conflitto in corso il cui esito, a meno di un coinvolgimento diretto di Nato e Ue, appare scontato». Altra frecciata alla premier: «È contraddittorio inviare armi e poi affermare che non è opportuno l’invio di uomini sul terreno, perché a fronte di una potenza come la Russia non sarebbero mai abbastanza».
Il vicesegretario leghista attacca anche l’accordo di Parigi sulle garanzie di sicurezza, sottoscritto da Meloni: «La solita tiritera che non porta a nulla e che non verrà accettata dai russi». La posizione di Maria Zakharova. «Ma non c’era bisogno della sfera di cristallo per capirlo, basta avere un diploma di scuola superiore». Parola di Vannacci, che non vuole farsi addomesticare.
(da agenzie)
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Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile
DUE, IN PARTICOLARE, LE MOSSE DELLA PREMIER CHE NON SONO PIACIUTE: LA PRIMA È STATA QUELLA DI APPROVARE L’INTERVENTO DI TRUMP NEL PAESE (FRANCIA E SPAGNA HANNO SOTTOLINEATO LA VIOLAZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE). LA SECONDA È STATA LA CHIAMATA DELLA MELONI A MARIA CORINA MACHADO, PRINCIPALE OPPOSITRICE AL REGIME SOCIALISTA VENEZUELANA
Giovedì otto gennaio il presidente dell’Assemblea nazionale del Venezuela, Jorge
Rodriguez, ha infatti annunciato il rilascio di un «numero significativo» di prigionieri. Poche ore dopo sono stati liberati cinque cittadini spagnoli e due italiani, l’imprenditore Luigi Gasperin e il giornalista e politico italo-venezuelano Biagio Pilieri.
Perché la stessa sorte non è ancora toccata a Trentini?
Secondo autorevoli fonti italiane e venezuelane a conoscenza del dossier, la risposta a questa domanda ha un nome e un cognome: Giorgia Meloni. Le scelte prese negli ultimi giorni della premier italiana avrebbero infatti ritardato (anche se di poco, ci si augura) la liberazione del cooperante veneziano da parte del regime di Caracas.
Due, in particolare, le mosse di Meloni che non sono piaciute a Caracas. La prima è stata quella di approvare l’intervento degli Stati Uniti di Donald Trump nel Paese. Nella notte fra il 2 e il 3 gennaio le forze militari americane hanno bombardato il Venezuela e sequestrato Nicolas Maduro insieme alla moglie, Cilia Flores, trasferendoli a New York con l’accusa di essere dei narcotrafficanti.
Il 3 gennaio la premier italiana, che due giorni prima aveva parlato al telefono con Trump, ha definito «legittimo» l’intervento. Una scelta molto diversa rispetto a quella di altri governi europei come quelli di Francia e Spagna, che hanno invece sottolineato la violazione del diritto internazionale da parte degli Usa.
L’altra decisione di Meloni non apprezzata dal regime di Caracas è avvenuta il 4 gennaio ed è stata quella di telefonare a Maria Corina Machado, principale oppositrice al regime socialista venezuelano. Come riporta il sito di Palazzo Chigi, infatti, quel giorno «il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha avuto una conversazione telefonica con Maria Corina Machado sulle prospettive di una transizione pacifica e democratica in Venezuela».
Un passo falso peraltro aggravato dal fatto che persino Trump il giorno prima si era espresso sulla Nobel venezuelana in questi termini: «Non ha il sostegno di tutto il Paese». Machado non demorde: volerà alla Casa Bianca settimana prossima per far cambiare idea al tycoon.
Secondo le fonti consultate da Domani, queste due mosse di Meloni non sono ovviamente piaciute all’attuale presidente venezuelana Delcy Rodriguez, fino a pochi giorni fa vice di Maduro e dunque storica esponente di spicco del regime socialista. Per questo, non appena capito che Meloni puntava a presentarsi alla consueta conferenza stampa di inizio anno davanti ai giornalisti italiani con la notizia della liberazione di Trentini in tasca, Rodriguez ha cinicamente deciso di deludere Meloni e tenere in carcere Trentini per qualche altra ora.
Non sembra dunque casuale la dichiarazione fatta dalla premier italiana proprio ieri mattina, a pochi minuti dall’inizio della conferenza stampa. [Chi segue da tempo la vicenda fa notare un particolare: il Paese che ha ottenuto finora il maggior numero di rilasci è la Spagna. Merito degli sforzi diplomatici dell’ex premier Zapatero, come riconosciuto pubblicamente dallo stesso regime venezuelano, e delle dichiarazioni del governo Sanchez che, come detto, ha criticato duramente l’intervento americano. Ma c’è anche un’altra scelta fatta da Madrid e passata quasi inosservata. Ieri il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, ha detto che Bruxelles dovrebbe revocare le sanzioni contro Rodriguez.
Dal 2017 l’attuale presidente ad interim del Venezuela è infatti soggetta a misure restrittive che le impediscono di entrare nel territorio dell’Ue. In un’intervista televisiva, Albares ha dichiarato venerdì che all’interno dell’Ue «abbiamo una regola non scritta, ma che applichiamo abitualmente, ovvero che il capo di Stato o di governo non venga mai incluso nelle liste delle persone sanzionate. Quindi – ha aggiunto – tutti noi europei dovremo riconsiderare questa situazione».
Venerdì, durante l’incontro con la stampa italiana, a una domanda su Trentini Meloni non ha fatto riferimento alle sanzioni nei confronti di Rodriguez.
E i tempi si sono allungati anche per errori di forma nelle ore successive la cattura di Maduro. La speranza è che, nonostante i pasticci dei politici, la nostra intelligence riesca prestissimo a portare a casa Trentini.
(da Domani)
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Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile
IL “RICONOSCIMENTO” DEL GOVERNO RODRIGUEZ ( IN CONTINUITA’ CON MADURO) … ALLA FINE UNA AMNISTIA POTREBBE RISOLVERE IL PROBLEMA
Sono giorni che potrebbero rivelarsi decisivi per il futuro di Alberto Trentini, cooperante veneto di 46 anni incarcerato in Venezuela dal novembre del 2024. Nei suoi confronti non c’è nessuna accusa formale e circostanziata, eppure l’italiano si trova nel carcere di El Rodeo, a Caracas, da più di 400 giorni.
Ora che la situazione politica nel Paese è instabile, l’Italia ha fatto delle ulteriori mosse per arrivare alla liberazione di Trentini e di Mario Burlò, imprenditore torinese che si trova nella stessa prigione e secondo i familiari è detenuto senza motivo.
Si ritiene che siano circa mille le persone incarcerate in modo arbitrario, nel Paese. Di queste, poco meno di trenta sono italiane. In settimana il governo di Caracas ha approvato un provvedimento di scarcerazione che ha riguardato anche l’imprenditore Luigi Gasperin e il giornalista e politico italo-venezuelano Biagio Pilieri.
L’apertura diplomatica: governo Meloni riconosce Rodriguez come presidente venezuelana, tanto valeva farlo un anno fa.
Il timore era che, dopo gli attacchi militari degli Stati Uniti e la cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro, l’instabilità politica rendesse impossibile parlare della liberazione dei prigionieri. Invece la vice di Maduro, Delcy Rodriguez, dopo aver giurato come presidente ad interim ha iniziato a cercare di rafforzare i rapporti internazionali.
Ieri è arrivata un’apertura che con Maduro non c’era mai stata: la presidente del Consiglio Meloni, in una nota, ha ringraziato la “presidente Delcy Rodriguez”. È un riconoscimento diretto, che sul piano diplomatico ha un peso importante.
L’Italia, insomma, guarda ufficialmente a Rodriguez come alla legittima leader venezuelana. Nonostante sia una storica alleata di Maduro ha il sostegno di Donald Trump, per il momento, e tanto basta.
La lista di prigionieri da liberare
Il nuovo, inatteso disgelo (almeno parziale e iniziale) nei rapporti italo-venezuelani, quindi, potrebbe essere il primo tassello per la liberazione di Trentini e Burlò. Sul come arrivarci concretamente ci sarebbe un piano in lavorazione, anche se nulla è ancora confermato.
In Venezuela sono detenuti anche diversi cittadini statunitensi. E Washington, dopo aver di fatto instaurato Rodriguez come presidente, ha intenzione di chiederne la liberazione in tempi rapidi. Ci sarebbe una lista di prigionieri da scarcerare, e l’Italia starebbe lavorando per farci rientrare anche Trentini e Burlò.
Anche perché la lista riguarderebbe i detenuti a El Rodeo, dove i due italiani si trovano.
Troppo presto per capire se i due saranno inseriti nell’elenco, e nel caso quando potrebbe avvenire davvero la scarcerazione. Nel frattempo il governo venezuelano valuta come muoversi, sul piano formale, per la liberazione di persone che non hanno nemmeno un’accusa a loro carico: l’ipotesi è quella di un’amnistia generale, così da non dover riportare dettagli specifici
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Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile
“INVECE DI RISPONDERE, HA DECISO DI INCALZARE LA COLLEGA (CHE NON AVEVA POSSIBILITA’ DI REPLICA):… BUGIE E AUTOCOMMISERAZIONE NON DEGNE DI UNA VERA LEADER
Anche all’inizio del 2026 Giorgia Meloni resta, ahinoi, Giorgia Meloni, e nonostante
tre anni e rotti di governo non riesce a (o non vuole) cambiare la sua postura populista e sovranista, in un mix di propaganda un tanto al chilo e solito, pericoloso, vittimismo. Uno stile di comando che ha confermato anche durante la conferenza stampa di inizio anno.
Lo spartito della premier è poi passato dal vittimismo all’aggressione alla stampa, altro tic che da presidente postfascista non riesce a guarire.
L’attacco è partito quando la nostra giornalista, Francesca De Benedetti, le ha posto una domanda sui suoi rapporti con Trump, e chiesto un commento sullo spionaggio effettuato dagli ex vertici dei servizi segreti – che lei stessa aveva promosso e da lei stessa dipendono – al suo capo di gabinetto Gaetano Caputi.
Invece di rispondere, ha preferito invertire i ruoli e deciso di incalzare la collega (che non aveva, naturalmente, possibilità di replicare a causa di un format codardo che protegge
l’intervistato): «Perché non mi ha chiesto del vostro “scoop” secondo cui io avrei brigato con l’Agenzia delle entrate per far accatastare casa mia in una classe catastale diversa? È una menzogna infamante».
Poi, sulla torbida vicenda Caputi (che ha appena perso la querela contro Domani), invece di chiarire ha nuovamente biasimato il giornale: «Le informazioni sensibili su Caputi sono state pubblicate da voi. Secondo lui non sono reperibili su fonti aperte: forse vuole dire lei a me qualcosa su questa vicenda?»
Ora, come spesso le capita, a mentire è solo la premier: non solo tutte le informazioni sugli affari e i conflitti di interessi del suo fedelissimo sono su fonti pubbliche (e pure se fossero segrete sarebbe stato nostro dovere pubblicarle: si chiama giornalismo), ma, sul merito della sua magione, Domani ha solo evidenziato che la casa è stata accatastata nella categoria A7 (semplice villino) e non A8 (villa di lusso con giardino e piscina). Evidenza grazie alla quale ha pagato circa 70mila euro di tasse in meno di quanto avrebbe dovuto se la sua casa fosse stata accatastata, come sarebbe stato giusto secondo esperti indipendenti, a un livello superiore.
Mai scritto e nemmeno pensato che Meloni «abbia brigato» con chicchessia: tanto che nell’articolo si segnalava come «i proprietari» dei villini non sono affatto «evasori fiscali. La colpa non è loro. Ma dei governi, che dovrebbero mettere mano alla riforma del catasto». Ovviamente la destra, amica dei ricchi, non ci pensa nemmeno: la storia di casa Meloni serviva solo a segnalare in maniera palese l’iniquità del sistema.
Il fastidio di Meloni verso la (poca) libera stampa rimasta in Italia si è palesato anche dopo alcune domande sullo scandalo Paragon. Invece di fare luce sullo spionaggio ad attivisti e cronisti, ha replicato che la sua «vita», e non quella dei giornalisti, sarebbe stata «scandagliata, i conti correnti spiati», e poi spiattellata sui media, comprese le vicende economiche e giudiziarie dei genitori.
Autocommiserazione non degna di una vera leader: Meloni finge di non sapere che per legge la privacy della figura più potente del paese non è uguale a quella di un giornalista intercettato, e che nelle democrazie sane è sacrosanto che la stampa racconti ai lettori (ed elettori) chi sono coloro che paghiamo per amministrare la nazione. Banalità, ma nell’Italia malata in cui viviamo è bene ricordarle.
Emiliano Fittipaldi
per Domani
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Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile
‘GUARDI… NEL SENSO… ALLORA…’, DICE LA PREMIER. C’È IL PANICO, NON SA COME RISPONDERE, MELONI STA AUMENTANDO TUTTO, LE TASSE, LE SIGARETTE, IL GASOLIO, LE ACCISE, L’RC AUTO. METTONO LE TASSE PERSINO SUI PACCHI DI AMAZON. CON QUESTO GOVERNO GLI ITALIANI STANNO PEGGIO, SONO MENO SICURI E PIÙ POVERI
“Guardate come Giorgia Meloni va in difficoltà quando le chiedono di parlare dei problemi dell’Italia.
‘Guardi… Nel senso… Allora…’, dice la premier. C’è il panico, non sa come rispondere alla domanda”. Lo dice il leader di Italia viva, Matteo Renzi, in un reel su Instagram in cui mostra la presidente del Consiglio dopo una domanda sull’aumento delle tasse durante la conferenza stampa di questa mattina.
“La verità è che con Giorgia Meloni sta aumentando tutto – prosegue – aumentano le tasse, le sigarette, il gasolio, le accise, l’rc auto. Mettono le tasse persino sui pacchi di Amazon. Se la pressione fiscale è al 42,8%, può dire che è un giochetto chi sta chiuso a palazzo, lontano dalle esigenze degli italiani. Meloni si metta nei panni di chi deve andare a fare la spesa o il pieno e si renderà conto che l’aumento della pressione fiscale è un disastro. Bisogna avere il coraggio di dirlo forte e chiaro: con questo governo gli italiani stanno peggio, sono meno sicuri e più poveri, però su questo Giorgia Meloni fa finta di niente”.
(da agenzie)
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Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile
UN’OCCASIONE ISTITUZIONALE CHE LEI IMPROPRIAMENTE CONSIDERA POCO MENO DI UN EVENTO GLADIATORIO, COME HANNO EVIDENZIATO L’ARIA TRA IL TORVO, L’INFASTIDITO E LO SCONSOLATO… UNA CAMPAGNA ELETTORALE PERMANENTE E POLARIZZAZIONE AFFETTIVA: O CON ME, O CONTRO DI ME
Dopo avere confidato a Donald Trump I never want to speak with my press («io non
voglio mai parlare con la mia stampa»), le è toccata. Anzi, «e daje, che me tocca fa’» per rimanere in sintonia con l’accento romanesco che la presidente del Consiglio Meloni ha masticato a più non posso durante la conferenza di fine, convertita in inizio, anno.
D’altronde, proprio la veracità dell’accento lascia trapelare tutta la sicurezza – meglio, sicumera – del possesso del potere, come i
suoi atteggiamenti in conferenza stampa hanno rappresentato in maniera plastica e inequivocabile.
Tre ore, quaranta domande, una sfilza di “disciamo” e “dopodiché”, e un look da gemelle diverse condiviso con l’inseparabile segretaria particolare Patrizia Scurti (tailleur beige e camicia bianca).
Una gestualità appena più controllata e misurata del solito per un’occasione istituzionale, che la premier impropriamente considera poco meno di una corrida e di un evento gladiatorio, come hanno evidenziato l’aria tra il torvo, l’infastidito e lo sconsolato (sottotitolo: ma che ci faccio qui…), la postura e le spalle protese in avanti – perché, non c’è niente da fare, il lombrosismo naturalmente non era una scienza “esatta”, ma la psicologia e la somatica politiche regalano segnali visivi e indizi decisamente utili sui leader.
Nell’alternanza di vittimismo (la «campagna falsa» sulla riforma della giustizia) e asprezza sulla legge elettorale, con l’aggiunta di qualche spigolatura (come l’idea del divieto degli «scintillii delle bottiglie per festeggiare»), sono balenati due momenti verità: i «risultati non sufficienti» in materia di sicurezza e la divergenza di vedute con il presidente Mattarella.
Maestra nello svicolare dalle domande sgradite ieri Meloni ha mostrato soprattutto il suo volto cattivista e la versione da dura, quelli della campagna elettorale permanente e della polarizzazione affettiva: o con me, o contro di me insieme a «una sinistra che sta sempre dalla parte sbagliata della storia
(da La Stampa)
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