Destra di Popolo.net

MA PERCHÉ GIORGIA MELONI FA COSÌ FATICA A CHIARIRE, UNA VOLTA PER TUTTE, CHI E PERCHÉ HA SPIATO I CELLULARI DI GIORNALISTI, IMPRENDITORI E ATTIVISTI CON IL SOFTWARE GRAPHITE?

Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile

È UN COMPENDIO DI OMISSIONI, IMPRECISIONI, IMPROVVISA IMPENNATA DI RISENTIMENTO E VITTIMISMO: LA PERSEGUITATA SONO IO. ECCO IL RIBALTAMENTO

Ultima domanda. Avete spiato giornalisti, attivisti, preti? Voi, governo: lo avete fatto, sapevate che strutture dello Stato (i servizi segreti, che da voi dipendono) lo stessero facendo, state lavorando per chiarire quello che è successo?
Perché è passato un anno da quando è emerso che il sistema di spionaggio Graphite, fornito al governo italiano dalla società israeliana Paragon per esclusive attività di sicurezza nazionale, era usato in realtà anche per controllare i telefoni di cittadini italiani la cui attività non vi è gradita. Bella domanda. La rivolge alla premier Susanna Turco (L’Espresso) che cede le ultime battute del suo tempo al collega Francesco Cancellato direttore di Fanpage. Uno degli spiat
La domanda che avrebbe dovuto fare Cancellato, nella conferenza stampa, si era difatti perduta — un disguido, che coincidenza — dunque Turco gli ha ceduto la parola. Quesito: la società Paragon ha detto che avrebbe fornito tutti gli elementi per sapere chi avesse usato il suo software impropriamente ma a distanza di un anno ancora non lo sappiamo. Come mai?
La risposta di Giorgia Meloni è un compendio di omissioni, imprecisioni (la menzogna non vogliamo considerarla, non in una occasione pubblica e formale) improvvisa impennata di risentimento e vittimismo: la perseguitata sono io. Dice, la premier, che il comitato di controllo sui servizi con la relazione del 5 giugno 25 ha detto che nessun giornalista è stato spiato con Graphite.
«Peccato che appena una settimana dopo siano emersi documenti nuovi, tra cui un rapporto tecnico che dimostra che io sia stato spiato proprio con quel software», scrive Ciro Pellegrino di Fanpage, anche lui vittima di controllo illegale. Ma ecco il ribaltamento: anche io sono finita sui giornali con dati relativi alla mia famiglia, ai miei conti, ai miei beni. Figuratevi se non vi capisco, dice Meloni. Non si sa più come spiegarlo. La premier, un cittadino. Spiare, verificare. È diverso. Sono funzioni diverse. Troppo complesso?
(da Repubblica)

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UNA PIAZZISTA CHIAMATA GIORGIA MELONI: LA DUCETTA, NELLA CONFERENZA DI QUASI TRE ORE (MANCO FIDEL CASTRO) RANDELLA LE TOGHE E USA TONI DA TALK PER NASCONDERE IL FLOP CRESCITA

Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile

È APPARSA IN DIFFICOLTÀ, QUANDO LE DOMANDE L’HANNO INCALZATA SULLO STATO DELL’ECONOMIA, SULLE CRISI INDUSTRIALI CHE MARCISCONO, SUI SALARI PIÙ BASSI DELL’UNIONE EUROPEA, SU UNA CRESCITA CHE NON C’È NONOSTANTE L’ENORME BOOST DEL PNRR

Sembrava un conduttore di “Ore 14” o “Quarto grado”, con l’elenco dei casi di cronaca nera, invece era la presidente del Consiglio. Tornata per un giorno in versione Bibbiano, Giorgia Meloni ha impresso alla sua fluviale conferenza stampa — tre ore, quasi alla Fidel Castro — un’improvvisa svolta cattivista quando si è messa a parlare della magistratura.
Si capisce, da tempo è in campagna elettorale e ogni volta che ha un microfono di fronte, almeno quando parla entro i confini della “Nazione”, sono randellate in testa a giudici e pm. Lo avevamo visto già ai giardini di Atreju poche settimane fa. Il referendum incombe e, benché anche ieri abbia ripetuto che non ci saranno scossoni alla «maggioranza più solida di sempre», tutti sanno che una sconfitta il 22 e 23 marzo avrebbe l’effetto di una bomba sotto palazzo Chigi.
Per cui bisogna delegittimare la magistratura, non importa apparire come una agit-prop, è necessario presentare decisioni complesse e articolate come attacchi al buon senso degli italiani, alla famiglia (a cui i giudici cattivi vogliono strappare i figli), alla sicurezza personale e a quella delle città, fino alla richiesta più sconclusionata e irrituale, quella di «lavorare tutti nella stessa direzione» — pm, giudici e governo — per proteggere i cittadini.
Pretesa curiosa, visto che la magistratura è chiamata, oltre che a perseguire i reati obbedendo alle leggi emanate dal Parlamento, anche a tutelare i diritti di tutti, anche quando il governo non è d’accordo. Perché così impone la Costituzione e la separazione dei poteri, a meno che Meloni non si sia portata avanti e abbia inteso anticipare la prossima stagione di riforme, quelle che imporrano alla magistratura cosa fare e cosa no, logica conseguenza del Sì alla separazione delle carriere e al doppio Csm
Se sulla giustizia la premier è andata all’attacco, è invece apparsa molto sulla difensiva, persino in difficoltà, quando le domande l’hanno incalzata sullo stato dell’economia, sulle crisi industriali che marciscono, sui giovani che lasciano il Paese, sui salari più bassi dell’Unione europea. «Abbiamo fatto il nostro meglio, a risorse date», ha detto dopo aver portato a casa una legge di bilancio che non resterà negli annali. La crescita «sarà il grande focus dell’anno», ha promesso e non poteva che limitarsi a declinare la promessa al futuro visto che l’Istat a dicembre ha inchiodato il Pil italiano allo 0,5% nel 2025 e dello 0,8% nel 2026. Sempre zero virgola qualcosa, la metà della media dell’area euro, nonostante l’enorme boost del Pnrr, peraltro giunto agli sgoccioli.
(da agenzie)

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L’ITALIA È UN PAESE IMMOBILE, NONOSTANTE LA PROPAGANDA MELONIANA DICA IL CONTRARIO: L’ECONOMIA ITALIANA VIAGGIA AL RALLENTATORE E PERDE TERRENO NEI CONFRONTI DEGLI ALTRI PAESI EUROPEI

Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile

GIORGIA MELONI NON PUÒ NEGARE L’EVIDENZA E GIOCARE CON I NUMERI: LA STIMA DEL PIL PER IL 2025 NON VA OLTRE UN +0,5 PER CENTO, LA METÀ RISPETTO ALL’UN PER CENTO DEL 2023 E MENO DELLO 0,7 PER CENTO DEL 2024 … SALARI E POTERE D’ACQUISTO RESTANO BASSI RISPETTO AGLI ALTRI PAESI EUROPEI

L’economia italiana viaggia al rallentatore e perde terreno nei confronti dell’Europa? Giorgia Meloni non può negare l’evidenza, ma prova a giocare con i numeri. «L’Istat ha rivisto al rialzo la crescita del Pil nel 2023 e questo potrebbe avvenire anche per il 2024 e il 2025», ha detto la presidente del Consiglio in conferenza stampa. Insomma, in mancanza di risultati positivi, Meloni spera, non si sa bene su quali basi, nella revisione dei dati, una sorta di vittoria a tavolino.
Crescita Intanto, la stima del Pil per il 2025 non va oltre un +0,5 per cento, la metà rispetto all’un per cento del 2023 e meno dello 0,7 per cento del 2024, i primi due anni di governo del centrodestra. Ma la frenata è anche l’effetto «del rallentamento della Germania», ha aggiunto la premier, che però ha omesso di ricordare che, senza le risorse del Pnrr, l’Italia sarebbe in recessione o quantomeno ferma
I salari però restano bassi rispetto agli altri paesi europei e rispetto al 2021 fanno segnare una diminuzione dell’8 per cento. Anche in questo caso la presidente del Consiglio ha preferito buttare la palla in tribuna. I dati dell’Istat riguardano le retribuzioni lorde, ma i nostri interventi hanno fatto crescere gli stipendi netti, ha replicato Meloni alla domanda sul tema, ricordando che il problema dell’erosione dei salari «è molto
antico» e intestando al suo governo il merito di aver fatto aumentare di 20 miliardi il potere d’acquisto degli italiani.
Un dato, quest’ultimo, che riguarda il periodo ottobre 2024-settembre 2025 a confronto con ottobre 2023-settembre 2025. Lo dice l’Istat, ma la stessa Istat ha anche più volte segnalato che i consumi degli italiani ristagnano o crescono pochissimo. Significa che le famiglie, temendo per il futuro, preferiscono accantonare denaro piuttosto che spenderlo.
Anche sull’occupazione, tradizionale cavallo di battaglia della propaganda di governo, Meloni si è intestata i risultati in crescita, che però, come dimostrano le statistiche più recenti, si riferiscono nella quasi totalità agli ultracinquantenni.
Il dato sui giovani resta al palo mentre aumentano gli inattivi, cioè chi rinuncia a cercare un’occupazione. Del resto, la produttività in Italia resta su livelli molto modesti rispetto ai grandi paesi europei («ma è un problema storico», si è giustificata Meloni) e sul fronte industriale restano aperte gravi situazioni di crisi. Ilva e Stellantis Prima tra tutte l’Ilva, e qui la presidente del Consiglio ha dato l’impressione di prendere le distanze rispetto all’offerta del miliardario inglese Michael Flacks, emersa nei giorni scorsi e confermata dal diretto interessato a mezzo stampa.
Il messaggio però è chiaro: il governo non c’entra, le responsabilità vanno cercate altrove. E del resto, stando a quanto detto in conferenza stampa, Palazzo Chigi avrebbe fatto da spettatore anche sulla partita delle scalate bancarie. «La procura ha detto che nelle azioni del governo non c’è niente di illegittimo», ha voluto sottolineare Meloni ha proposito
dell’inchiesta penale sulla scalata di Mps a Mediobanca.
Sorvolando, però, sull’uso del golden power che è servito a bloccare l’offerta di Unicredit a Banco Bpm. Un uso così disinvolto che dopo i rilievi critici della Commissione europea, la maggioranza di governo non ha potuto fare a meno di cambiare la legge in materia. La presidente del Consiglio ha addirittura affermato che «noi non abbiamo voce in capitolo sul terzo polo bancario». Davvero? Provate a chiedere un’opinione sul tema ad Andrea Orcel, l’amministratore delegato di Unicredit.
(da Fanpage)

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DALL’ESORDIO DI VANNACCI AI NON DETTI SUL QUIRINALE

Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile

CINQUE COSE CHE NON AVETE NOTATO NELLA CONFERENZA STAMPA DI MELONI: I MESSAGGI IN BOTTIGLIA DELLA PREMIER

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è sottoposta a quaranta domande, per la conferenza stampa di inizio anno.
Un’occasione rara – considerata l’allergia della premier agli incontri con i giornalisti – in cui sono stati affrontati i grandi temi della politica internazionale e interna. Oltre alle risposte su Trump e sulla Groenlandia, sul referendum e sui rapporti con gli alleati di governo, Meloni ha detto (e non detto) anche altro. Per chi l’ha vista e per chi non c’era, ecco cinque passaggi della conferenza stampa, di cui forse non vi eravate accorti.
Il Quirinale. “I miei rapporti con il Quirinale… con il presidente della Repubblica sono ottimi” ha detto Meloni, rispondendo a una domanda nel corso della conferenza stampa. La correzione tra il primo termine usato “Il Quirinale” e il secondo “Il presidente della Repubblica” potrebbe essere solo una questione di forma. Ma potrebbe anche nascondere qualcosa di più. Meloni infatti ha tenuto a rimarcare la “l’ottima collaborazione” con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, anche se “non siamo sempre d’accordo”.
Altra cosa invece è la relazione con “il Quirinale”, cioè l’insieme di consiglieri e dirigenti che siedono al Colle, negli ultimi mesi spesso oggetto di attacchi, sospetti e teorie del complotto – dal caso Garofani in giù – da parte di esponenti del governo e di Fratelli d’Italia. Ecco, forse, quel correggersi di Meloni significa che con gli alti papaveri del Quirinale i rapporti proprio ottimi non sono. Sullo sfondo di tutto c’è la corsa per la successione a Mattarella. In risposta a un’altra domanda, durante il confronto con i cronisti, la premier ha detto che l’ipotesi di provare a diventare presidente della Repubblica nel 2029 “attualmente” non è nei suoi radar. Attualmente, il diavolo a volte si nasconde negli avverbi.
Vannacci. A nostra memoria, Giorgia Meloni non aveva mai citato Roberto Vannacci in un’occasione pubblica. Nel 2024, sempre nel corso della conferenza stampa di inizio anno, a chi le chiedeva un parere sul libro “Il Mondo al Contrario” dell’ex generale, lei rispose di non averlo letto. Poi più niente. Meloni ha sempre scelto di ignorare le sparate di Vannacci, nel frattempo diventato eurodeputato e vicesegretario della Lega.
Fino a oggi, quando rispondendo a una domanda sulla contrarietà di Vannacci e altri esponenti del Carroccio riguardo al rinnovo del decreto per l’invio di armi all’Ucraina, la premier ha attaccato frontalmente il vicesegretario leghista dicendo: “Mi stupisce che lo dica un generale, i soldati dovrebbero essere i primi a capire perché le forze armate sono fondamentali per costruire pace”.
Interessante anche il fatto che nella stessa risposta, la premier abbia invece aperto alla richiesta di Matteo Salvini di riallacciare i canali di dialogo con la Russia. Un modo forse per tenere vicino a sé l’alleato nel governo, marcando la distanza con il vicesegretario, che ne insidia la leadership. O forse per buttare sale sulle ferite della Lega.
I giornalisti. Nell’incipit della sua domanda, il giornalista della Stampa Ilario Lombardo ha auspicato per il 2026 un maggior numero di incontri della premier con i giornalisti. “Lo auspicava anche l’anno scorso, non ha portato bene”, ha replicato Meloni. La battuta è anche divertente, ma conferma quello che è un dato di fatto: negli ultimi 365 giorni, la presidente del Consiglio non si era mai seduta in una sala stampa, per rispondere alle domande dei giornalisti nel corso di una conferenza stampa
canonica.
Di fronte a contestazioni simili, negli scorsi mesi, Meloni si era difesa citando i punti stampa fatti con i cronisti, che la seguono in occasione di trasferte all’estero. Non proprio la stessa cosa delle conferenze stampa, aperte a tutti i media nazionali. Più una conferma di quanto confessato in un fuori onda con i leader mondiali alla Casa Bianca dell’agosto 2025: “Io non voglio mai parlare con la stampa”.
Le pensioni e i pannolini. Le pensioni sono un argomento criptonite per il governo. Un’ulteriore conferma si è avuta nella discussione durante l’ultima manovra, quando alcune proposte del ministero dell’Economia per restringere ulteriormente i requisiti per l’accesso al pensionamento anticipato hanno scatenato un putiferio in maggioranza. Così, quando durante la conferenza stampa di inizio anno, Federica Ionta di Radio Uno ha ricordato a Meloni la promessa tradita del programma del centrodestra di superare la Fornero, la premier è andata in crisi. Prima ha parlato di tutt’altro, portando il discorso sull’improbabile terreno dell’imposizione Iva sui pannolini per bambini.
Poi Meloni ha sostenuto che il governo ha bloccato l’aumento automatico dell’età per la pensione, legato all’aspettativa di vita. In realtà l’esecutivo si è limitato a spalmare su due anni l’incremento di tre mesi dell’età pensionabile E a questo ha aggiunto l’abolizione di Opzione Donna, di quota 103, il taglio ai fondi per i lavoratori precoci e usuranti. Altro che abolizione della Fornero.
Gli annunci già annunciati. Oltre a rivendicare i veri o presunti
risultati di questi tre anni, Giorgia Meloni in conferenza stampa ha annunciato i prossimi provvedimenti del governo. Tra questi, un decreto contro i rincari nelle bollette e il Piano Casa per l’emergenza abitativa. Tutto molto bello, non fosse che entrambe queste misure erano già attese da mesi e mai attuate.
Del decreto sui costi dell’energia infatti si parla già da luglio 2025 e a dicembre il ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin lo aveva dato per imminente. Invece, di rinvio in rinvio, ancora le norme non sono arrivate. Ora Meloni assicura che si farà in uno dei prossimi Consigli dei ministri. Ancora più travagliatala storia del Piano Casa. Il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha convocato la prima riunione sulla questione già a dicembre 2023. Meloni ha rilanciato il tema al Meeting di Rimini dell’agosto 2025. Ma fino a oggi, tra risorse scarse e obiettivi incerti, non se ne è fatto nulla.

(da Fanpage)

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VOGLIAMO RISPOSTE SUL CASO PARAGON; PERCHE’ CONTINUEREMO A CHIEDERNE CONTO AL GOVERNO E A GIORGIA MELONI

Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile

L’ENNESIMA VERSIONE VITTIMISTICA E OMISSIVA

Ci sono tante cose di cui parlare, a proposito delle prime parole che Giorgia Meloni, nella conferenza stampa di inizio 2026, a quasi un anno di distanza dall’inizio di questa storia, ha speso sul caso Paragon. Però, a questo giro, permettetemi di concentrare l’attenzione su un piccolo passaggio che merita una risposta articolata.
Dall’inizio di questa vicenda ho chiesto al governo di aiutarmi a scoprire chi è stato. È stata sempre la mia prima domanda e mi è sembrato giusto porre la stessa domanda, a distanza di un anno, nella prima occasione utile in cui ho avuto l’opportunità di porla.
A questa domanda il governo non ha mi dato risposta.
Né personalmente, né pubblicamente, né coi fatti.
Al contrario, ha inanellato, mese dopo mese una serie francamente impressionante di silenzi, omissioni, retromarcia e bugie.
Le metto in fila, per l’ennesima volta.
Si è dimenticato di dire che era cliente di Paragon.
Una volta che qualcuno l’ha scoperto, ha detto che i contratti erano regolarmente in essere e non c’erano state violazioni.
Una volta che Paragon ha detto che i contratti con l’Italia erano stati rescissi unilateralmente, a causa di violazioni nei termini d’uso, ha detto che la decisione era stata consensuale
E una volta che Paragon ha ribadito la sua versione, dicendo che
quella rescissione era avvenuta a causa del fatto che il governo non aveva accolto l’offerta di aiuto nello scoprire chi aveva spiato i giornalisti, si è trincerato nel silenzio più assoluto.
Silenzio che è proseguito quando si è scoperto che anche il nostro collega Ciro Pellegrino era stato spiato, spionaggio per cui c’è stata anche conferma forense del riuscito hackeraggio, e quindi dell’esistenza di un cluster di giornalisti di Fanpage sotto osservazione. E poi con lui anche Roberto D’Agostino di Dagospia. E con loro anche il comunicatore politico vicino all’opposizione Francesco Nicodemo. E con loro anche editori e manager finanziari.
Non solo.
Quando la commissione Libe del Parlamento Europeo ha chiesto che fossimo auditi io e Ciro Pellegrino, il partito europeo di Giorgia Meloni ha fatto in modo che ciò non avvenisse.
E quando il senatore Matteo Renzi ha per due volte chiesto alla presidente del Consiglio del caso Paragon, in Parlamento, Giorgia Meloni si è rifiutata di rispondere, bollando la vicenda come“questione da campagna elettorale” e la domanda di Renzi come “pubblicità per il suo libro”.
Spiacenti, quindi. Ma questo non è aiutare un cittadino italiano a scoprire chi l’ha spiato. Non è fare il possibile affinché la verità venga a galla
E di fronte a questa inazione – o peggio: di fronte a questo tentativo di insabbiare il caso – noi non potevamo stare in silenzio.
Ma questo non è accusare qualcuno di averci spiato. Semmai, questo è accusare qualcuno di non aver fatto niente di quel che
poteva fare per aiutarci a scoprirlo.
Che Meloni non l’abbia fatto perché ce l’ha con noi per le inchieste che abbiamo realizzato, perché è un caso che la imbarazza, perché ci sono fili che è meglio non toccare, non ci riguarda. È un problema suo.
Quel che continuiamo a rimarcare è che quando vengono spiati illegalmente giornalisti, comunicatori politici, editori, imprenditori, manager esposti politicamente, questo sì, è un problema anche suo.
Quindi, a distanza di un anno, continuiamo a fare con forza la stessa domanda: aiutateci a scoprire chi è stato.
E continueremo a non stare zitti fino a che tutto questo non avverrà, e non verrà fatta piena luce su questo scandalo.
Francesco Cancellato
direttore di Fanpage

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REFERENDUM GIUSTIZIA, SCHLEIN E CONTE DICONO NO: “GOVERNO VUOLE SFUGGIRE AI CONTROLLO, E’ IL RITORNO DELLA CASTA”

Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile

SALA PIENA ALLA PRESENTAZIONE DEL COMITATO PER IL NO AL REFERENDUM… “GRIDANO AL COMPLOTTO MA NON E’ COLPA DEI GIUDICI SE LORO NON SANNO SCRIVERE LE LEGGI”

Prende ufficialmente il via la campagna per il No al referendum sulla giustizia, o almeno quella del comitato Società civile per il No (quella legata all’Associazione magistrati, invece, è già partita). Ora sappiamo che si voterà tra circa due mesi e mezzo: la presidente del Consiglio Meloni, nella conferenza stampa di inizio anno, ha fatto sapere che la data del referendum sarà il 22 e 23 marzo, a meno di stravolgimenti dell’ultimo minuto. All’evento di lancio del comitato hanno preso parte esponenti di spicco del mondo sindacale (il segretario della Cgil Maurizio Landini) e associativo, ma anche della politica: in platea e sul palco Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, tra gli altri.
Schlein: “La riforma serve solo a chi governa, vogliono le mani libere”
“Questo governo in tre anni ha fatto la riforma sull’autonomia differenziata – bocciata dalla Corte costituzionale. Ha fatto dei centri inumani, illegali e vuoti in Albania – bloccati perfino dalla Corte europea di giustizia. E ha fatto l’unico investimento nelle sue manovre, di 13 miliardi (sul ponte sullo Stretto, ndr) – bocciato dalla Corte dei conti. Loro gridano al complotto, ma non è colpa dei giudici se loro non sanno scrivere le leggi”, ha detto la segretaria del Pd dal palco.
Schlein ha assicurato il “supporto” del suo partito al comitato.
“Questa non è una riforma della giustizia perché non migliora il sistema giustizia”, ha attaccato. “Non incide sul sovraffollamento delle carceri, né sul numero record di suicidi tra detenuti e agenti di polizia penitenziaria”. Non ha un effetto importante nemmeno sulla separazione delle carriere tra giudici e pm: “Lo fanno venti, quaranta persone all’anno al massimo, dopo la riforma Cartabia. Per venti persone si cambia la Costituzione?”.
E quindi, ha proseguito il ragionamento: “Se non serve al funzionamento della giustizia né alla separazione delle carriere, a cosa serve questa riforma, e a chi serve? Serve a chi sta già potere e vuole sfuggire a ogni controllo. Serve a dire che la legge non è uguale per tutti. La politica vuole limitare l’indipendenza della magistratura”. La riforma serve “solo a chi governa per avere mani libere e stare sopra a leggi e Costituzione”. Ma, ha aggiunto la leader del Pd, “la democrazia non è un assegno in bianco nelle mani di chi prende un voto in più alle elezioni”.
Schlein ha risposto anche al ministro della Giustizia Nordio: “Dice che dovrei capire che questa riforma serve anche a noi se andremo al governo. Noi vinceremo le elezioni, e non ci interessa controllare la magistratura, ma essere controllati come avviene in ogni democrazia”. In conclusione la segretaria democratica ha citato il caso di Renne Nicole Good, cittadina statunitense uccisa negli Usa da un agente dell’Ice: “Quando l’abuso della forza da parte dello Stato arriva ad uccidere poeti, e quel governo parla di legittima difesa, ci vuole un giudice indipendente e imparziale che possa far giustizia. È proprio l’esempio del perché questa riforma è rischiosa per le cittadine e per i cittadini”.
Conte: “Torna la casta degli intoccabili”
“Ieri Meloni ha detto una cosa che fa accapponare la pelle: ha detto che governo e giudici devono lavorare nella stessa direzione. Allora non c’è contropotere, ma un potere sottoposto a un altro potere”, ha detto Giuseppe Conte. “Dobbiamo contrastare in tutti i modi questo disegno: è il ritorno della casta dei politici, degli intoccabili, di chi vuole avere le mani libere per poter agire e non rispondere a nessun contropotere”, ha attaccato il presidente del M5s. “Dovremo far capire che i cittadini diventeranno tutti di serie B rispetto invece ai ‘privilegiati’ della giustizia che sono politici, colletti bianchi e imprenditori amici. Per noi vale il principio ‘la legge è uguale per tutti'”.
Il Movimento “sin dall’inizio ha combattuto questo disegno di riforma”, ha rivendicato l’ex premier, “che si inquadra in un processo più ampio che ha l’obiettivo preciso di una vecchia politica di destra di restituire il primato alla politica. Cosa significa dare il primato alla politica? Scardinare il sistema costituzionale. Se hai un investitura popolare non puoi fare quello che vuoi, ma devi rispettare i fondamenti dello Stato di diritto, devi rispettare la legge”. E anzi: “Io che sono stato eletto in Parlamento, sono un politico, ho un incarico pubblico, ho una responsabilità maggiore nel rendere conto del mio operato e del rispetto delle leggi”.
Landini: “Andiamo quartiere per quartiere, è in gioco la democrazia”
Tra i più accesi sostenitori della campagna per il No c’è il segretario della Cgil Maurizio Landini. All’evento, Landini ha detto che “è evidente la gestione autoritaria di questo governo”, ma che “questo governo la maggioranza di questo Paese non lo rappresenta, e il problema che abbiamo è che la maggioranza di questo paese non si sente rappresentata da nessuno”. Il segretario ha criticato il governo perché “pensano che avendo la maggioranza in Parlamento possono fare quello che gli pare, anche cambiando la Costituzione di questo paese”.
La “battaglia” è quella di “ridare un significato al voto” e “rendere evidente che noi vogliamo essere parte del Paese che vuole costruire, anche a partire da questo referendum, un altro modello sociale”. Landini ha quindi invitato a “porsi l’obiettivo di parlare con tutte le persone. Abbiamo bisogno di un lavoro Comune per Comune, quartiere per quartiere, territorio per territorio, parlando con le persone e rendendo evidente quella che è la posta in gioco che abbiamo di fronte: il futuro della nostra democrazia”.
Bonelli: “Vinceremo”. Fratoianni: “Meloni vuole lo scalpo dei giudici”
Ottimista Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa verde e deputato di Alleanza Verdi-Sinistra, secondo cui il governo “ha paura, perché sa che, giorno dopo giorno, il No aumenta e vinceremo”. Il parlamentare ha chiesto di “costruire una grande mobilitazione a difesa della democrazia, in difesa della Costituzione e contro l’autoritarismo”, perché “c’è una destra che non vuole i contrappesi che ci sono in tutte le democrazie. Chi vuole creare impunità, sottoporre al controllo del governo la magistratura”.
Nicola Fratoianni, deputato di Avs e segretario di Sinistra italiana, ha lanciato l’accusa: “Giorgia Meloni ha confessato, la sua conferenza stampa è stata un lungo attacco nei confronti della magistratura, un lungo lavoro di delegittimazione della magistratura. I giudici sono l’ossessione di questa destra da trent’anni e con questa controriforma vogliono portarne a casa lo scalpo, questa è la verità”. E sulla data del voto: “Avremmo voluto tempi più lunghi che rispettassero anche la raccolta delle firme che è ancora in corso. In ogni caso, se il governo decide, con quella data bisogna fare i conti e ciascuno di noi farà tutto quello che può per arrivare pronti a quella data e per vincere il referendum”.
(da Fanpage)

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IL PRESIDENTE DELLA COLOMBIA PETRO STAVA PER FARE LA FINE DI MADURO

Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile

“C’ERA UNA AZIONE MILITARE IN CORSO”… LO PSICOPATICO , DOPO AVERLO DEFINITO “UN NARCOTRAFFICANTE DELINQUENTE”, ORA LO INVITA ALLA CASA BIANCA

Gustavo Petro stava per fare la fine di Nicolás Maduro. E vedere una forza d’assalto atterrare sul tetto della Casa de Nariño, la residenza presidenziale della Colombia. Dove non ci sono bunker.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha definito Petro tossicodipendente, delinquente, narcotrafficante e prestanome (proprio di Maduro). Lo ha inserito nella Lista Clinton revocandogli il visto. Poi però con una telefonata è cambiato tutto. I due hanno parlato per un’ora questa settimana. E al termine è arrivato l’invito alla Casa Bianca. Per un incontro che si terrà all’inizio di febbraio. Lui parla oggi in un’intervista a Repubblica del rischio concreto di fare la fine di Maduro: «Qualsiasi presidente al mondo può essere rimosso se non si allinea a determinati interessi».

E spiega: «Qui non abbiamo nemmeno una difesa aerea. Non è mai stata acquistata perché la lotta è interna. La guerriglia non ha caccia F-16 e l’esercito non può contare su questo tipo di difesa». La minaccia ora sembrerebbe «congelata, ma potrei sbagliarmi. Non sapevamo quale azione militare avessero pianificato, sapevamo solo che ce ne era una in corso». A dirglielo è stato proprio Trump: «Durante la telefonata mi ha sussurrato che stava pensando qualcosa di brutto in Colombia. Il messaggio era che stavano già preparando qualcosa, pianificando un’operazione militare».
Prima di parlare con Trump Petro ha fissato delle regole: «La conversazione si è basata sulla possibilità che io esprimessi la mia opinione. Lui aveva solo ricevuto delle informazioni dall’opposizione tramite lo Stato della Florida, dove ha sede l’ala repubblicana più radicale. Quell’opposizione mente sulla nostra lotta al narcotraffico. Se legge quello che dice Álvaro Uribe (ex presidente colombiano) si rende conto che praticamente difende la possibilità che ci attacchino».
Un uomo pragmatico
Trump, secondo Petro, «fa quello che pensa, come me. È un uomo pragmatico, anche se più di me. A me piace parlare. Le sue opinioni su molte questioni sono molto diverse dalle mie. Ma, per esempio, sul narcotraffico non abbiamo differenze. Mi ha detto una cosa che mi è piaciuta: “So che sono state inventate molte bugie su di lei, proprio come su di me”». Poi parla di Delcy Rodríguez, la nuova presidente del Venezuela in assenza di Maduro: «Sono suo amico. Subisce pressioni sia interne che dall’esterno. L’hanno accusata di essere la traditrice. Lei vede la
necessità di rafforzare l’unità latinoamericana, ma il suo compito principale dovrebbe essere quello di unire il popolo venezuelano. Se il popolo si divide, ci sarà una colonizzazione».
40 a 15
Petro sostiene che «fondamentalmente, nella nostra conversazione, io ho esposto la mia posizione per 40 minuti e lui, per 15, ha parlato di come comunicare tra di noi». E riguardo le urne che hanno incoronato Maduro, «io non ho riconosciuto quelle elezioni. Nemmeno il Brasile e il Messico. E dopo questi fatti, non potevo andare in Venezuela. E con Trump, ancora meno; è caduta ogni possibilità di mediazione. L’amministrazione Trump ha voluto fare a modo suo».
E ancora: «La questione centrale è che c’è uno scontro di visioni: la legge statunitense consente loro di entrare in un altro Paese in caso di attività criminali come il traffico di droga, ma il diritto internazionale no. Se questo principio si generalizza, potrebbe portare a una guerra mondiale. Il problema non è il Venezuela, ma la Cina: gli Stati Uniti temono la concorrenza cinese e stanno cercando energia per competere commercialmente, ma questo porterà alla guerra».
(da agenzie)

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PROTESTE IN IRAN, CENTINAIA DI MORTI, OSPEDALI IN TILT E BACKOUT A OLTRANZA

Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile

CI MANCAVA PURE IL FIGLIO DELLO SCIA’ DI PERSIA CHE SI DICE PRONTO A TORNARE

«Morte a Khamenei». Proseguono le proteste in Iran, tra repressione e sangue, con centinaia di morti e feriti. Solo sei ospedali della capitale avrebbero registrato almeno «217 morti» tra i manifestanti, per lo più giovani, molti dei quali colpiti da proiettili veri. Lo ha dichiarato un medico di Teheran alla rivista Time. Ma i numeri non sono ancora definitivi e l’agenzia di stampa statunitense Human Rights Activists News Agency afferma che il numero delle vittime delle proteste in Iran è salito almeno a 65. Il sistema sanitario è sotto pressione estrema. Secondo quanto riferiscono i medici e gli assistenti sociali di due ospedali iraniani contattati dalla Bbc, le strutture sono «sopraffatte» dai feriti. All’ospedale Farabi, principale centro oculistico della capitale, i ricoveri e gli interventi non urgenti sono stati sospesi e il personale richiamato a gestire i casi di emergenza. Un medico di Shiraz ha confermato la carenza di chirurghi per far fronte all’afflusso, con molti pazienti colpiti
alla testa e agli occhi.
Blackout da oltre 36 ore
Il blackout nazionale di internet imposto dalle autorità iraniane, ormai in vigore da oltre 36 ore, complica ulteriormente la diffusione delle informazioni, come segnala l’osservatorio NetBlocks. Intanto, dalla comunità internazionale arrivano messaggi di sostegno ai manifestanti. «Gli Stati Uniti sostengono il coraggioso popolo iraniano», ha scritto su X il segretario di Stato Marco Rubio.
Il figlio dello Scià «pronto a tornare»
Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià di Persia, ha sollecitato stamattina con un videomessaggio online uno sciopero generale. «Sono certo che, rendendo la nostra presenza in piazza più concentrata e, allo stesso tempo, interrompendo i canali finanziari, rovesceremo completamente la Repubblica Islamica e il suo logoro e fragile meccanismo di repressione». Il videomessaggio è stato riportato dalla tv pubblica israeliana Kan. «Invito i lavoratori e gli impiegati dei settori chiave dell’economia, in particolare nei trasporti, nel petrolio, nel gas e nell’energia ad avviare un processo di sciopero a livello nazionale. Chiedo inoltre a tutti voi di scendere in piazza oggi e domani dalle 18 con bandiere, immagini e simboli nazionali e di occupare gli spazi pubblici. Il nostro obiettivo non è più solo scendere in piazza, ma prepararci a occupare e difendere i centri cittadini», ha detto. Pahlavi ha inoltre chiesto di prepararsi a rimanere in piazza a lungo e di fare scorta di provviste. «Mi preparo anche a tornare in patria e a essere con voi”
(da Open)

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GLI EQUILIBRISMI DI UNA EX PROVOCATRICE

Gennaio 10th, 2026 Riccardo Fucile

QUANDO A DESTRA SI DICEVA “NON VOGLIAMO MORIRE DEMOCRISTIANI”, ORA TUTTO FA GIOCO PUR DI NON PERDERE LA POLTRONA

Si può solo immaginare la fatica di rimettere a sistema, almeno a parole, un Occidente, un’Europa, un’Italia attraversati da conflitti vertiginosi, un Donald Trump partito alla conquista della Groenlandia, un Macron diventato stella dei Volenterosi dell’Unione, una Lega che vuol mettere fiori nei cannoni di Crosetto e della Nato, un’economia ferma allo zero virgola e pure le paure di un referendum che vai a vedere come va a finire. È lo sforzo che ha affrontato Giorgia Meloni nella sua quarta conferenza stampa di inizio d’anno: riannodare filo dopo filo la fune da equilibrista su cui ha camminato finora, trovare il modo di percorrerla fino alle prossime Politiche e al tempo stesso offrirla come cima di sicurezza a un’opinione pubblica spaventata dai cambiamenti del mondo.
Scordarsi la battutista, la provocatrice, quella che non le manda a dire agli avversari. Ne è rimasto appena il lampo nelle risposte più arrabbiate ai giornalisti giudicati ostili. Per il resto, calma e gesso. Le minacce americane alla Danimarca sono solo «metodi molto assertivi per indicare l’importanza strategica dell’area artica». Le sparate di Donald Trump contro il diritto internazionale non sono condivisibili, ma meglio «guardare le luci piuttosto che le ombre». La legge elettorale deve essere condivisa perché conviene pure alle opposizioni. Il referendum sulla riforma del Csm non porterà scossoni, non ci saranno dimissioni se la maggioranza perde né elezioni anticipate se vince. La Presidenza della Repubblica non è nei piani per il futuro, piuttosto «vorrei lavorare pagata per Fiorello», e su tutto il resto – sicurezza, lavoro, salari, casa – ci sono piani, progetti, cambi di passo alle porte.
L’incontro-fiume con la stampa ha fornito comunque risposte su tre elementi centrali dell’identità del centrodestra. Il primo sono i rapporti con il mondo Maga, che fino al settembre scorso, fino all’omicidio di Charlie Kirk e alla sua celebrazione senza precedenti nel Parlamento italiano, sembravano un riferimento di primo piano per la maggioranza, una medaglia da appuntarsi al petto. Quel tipo di emozione è alquanto scemato. Il rapporto con Trump comincia ad essere vissuto come un problema e la premier preferisce semmai esibire la sua capacità di dirgli no quando serve, come è successo con la dichiarazione europea sulla Groenlandia, e richiamarsi al pensiero di Mattarella sulle direttrici di politica estera (assai severo verso certe esondazioni della Casa Bianca contro l’Europa e gli organismi internazionali).
Poi c’è la questione sicurezza, fonte principale delle fortune della destra, alquanto appannata dagli ultimi episodi di cronaca, e anche lì si comincia a intuire la tattica per la prossima campagna elettorale: spostare la responsabilità sulle toghe più che produrre nuovi provvedimenti-choc (al massimo una mini-norma sui coltelli ai minorenni).
Si dovrà attribuire ogni disgrazia alla scarsa collaborazione della magistratura, alle scarcerazioni improvvide e a una presunta indifferenza dei giudici alle esigenze “law and order” del Paese
che rende «vano il lavoro delle forze dell’ordine e del Parlamento». Qui la destra punta soprattutto ad arginare il fuoco amico della concorrenza leghista. Ieri Meloni aveva appena finito di parlare che entrambi i capogruppi del Carroccio, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, già la incalzavano: se ha tanto a cuore la questione perché sta riducendo il contingente militare della missione Strade Sicure? Ecco, domande come queste vanno eluse con abilità. E la linea è: abbiamo fatto quel che dovevamo, non è colpa nostra se tanti delinquenti restano a piede libero.
La terza sterzata riguarda un ambito più generale, i toni, i modi, le facce. La campagna elettorale 2027 non potrà essere giocata sulle pulsioni dell’Italia arrabbiata e in cerca di cambiamenti radicali. Presentarsi come fattore di protezione rispetto alle incertezze del mondo e a un’alleanza Pd-M5S presentata come un salto nel buio diventa l’obiettivo. E dunque: farsi campioni di continuità dopo essere stati protagonisti di clamorosi strappi. Rassicurare gli elettori dopo averli galvanizzati, elettrizzati, spinti al conflitto contro un intero sistema politico-culturale. Coltivare l’immagine dei prudenti timonieri dopo aver esaltato l’avventura di un cambio radicale di prospettiva al seguito dei sovranismi internazionali, cercando peraltro di non perdere il consenso di chi ancora ci crede. È questa la nuova fune che Meloni deve intrecciare per arrivare al bis in equilibrio, evitando scivoloni pericolosi per il consenso: ieri ha cominciato a farlo.
(da La Stampa)

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