Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
COME RISCRIVERE LA STORIA
Reprimere il dissenso interno, bollare come “terrorista” chiunque osi opporsi alle misure dell’Esecutivo e, infine, riscrivere la storia creando una realtà parallela, alternativa ai fatti.
Non è una distopia futura, qualcosa che stiamo ipotizzando possa accadere prossimamente, è la cronaca di ciò che avviene negli Stati Uniti non da oggi, ma da un anno: da quando Donald Trump si è insediato nuovamente alla Casa Bianca per un secondo mandato che ha ben poco a che vedere con la parentesi 2017-2021.
Siamo di fronte alla mutazione genetica della democrazia americana e, di riflesso, degli equilibri globali.
Trump non è più un incidente della storia, ma il faro ideologico di un’internazionale di estrema destra ormai consolidata.
Una rete che collega Washington a Roma con Giorgia Meloni, passa per la Budapest di Viktor Orbán, salda i legami con Vox in Spagna, il Rassemblement National in Francia, l’AfD in Germania e Wilders nei Paesi Bassi. Un asse che attraversa l’Atlantico trovando sponda in Javier Milei in Argentina e che ora vede il Cile pronto a cadere con l’ascesa di un nostalgico di Pinochet. È un cambiamento sismico nella gestione del potere
L’ICE e le prove di forza di Trump
È in questo scenario, dominato dalla contro-narrazione e dalla post-verità, che si consuma la tragedia di Renee Nicole Good. Una donna bianca, madre, cittadina statunitense, uccisa a sangue freddo a Minneapolis e immediatamente etichettata dalla Casa Bianca come “terrorista interna”. La sua colpa? Secondo l’accusa di Trump aver tentato di investire un agente dell’ICE, la polizia speciale per l’immigrazione che da mesi, su ordine presidenziale, setaccia le città — con un accanimento chirurgico verso quelle a guida democratica — in vere e proprie retate. Il video però mostra un’altra realtà, la donna si stava allontanando quando un agente ha sparato dal finestrino.
Queste operazioni che non sono solo polizia, ma spettacolo, performance muscolare ad uso e consumo delle telecamere, esattamente come è avvenuto per la deportazione di Maduro da Caracas. Una prova di forza.
Un potere assoluto e senza controllo
Questa è la dottrina del potere trumpiano. Lo ha detto lui stesso, senza filtri, giusto ieri: i soli limiti che riconosce sono quelli della propria morale. Nessuna legge quindi, nessuna Costituzione può imporre confini al nuovo monarca. E ciò che accade oggi nelle strade di Minneapolis influenzerà il nostro mondo domani, se non già nelle prossime ore. Viviamo in un sistema interconnesso che sta subendo strattoni violenti: il diritto internazionale e umanitario, l’architettura nata dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, vengono smantellati pezzo per pezzo. Trump ha già ritirato nelle ore scorse gli Stati Uniti da 66 agenzie internazionali, scegliendo un isolamento splendido e aggressivo, secondo la sua visione. Cambiamento climatico, cooperazione, diplomazia multilaterale: per il Presidente non
sono opportunità, ma fastidiosi bavagli. Le sue azioni devono essere “al di fuori della legge”, personali, imprevedibili.
Immunità totale per l’ICE
La conferma definitiva è arrivata nelle ultime ventiquattr’ore. Mentre l’agente che ha sparato a Renee Nicole Good, del quale non abbiamo ancora l’identità, si vedeva garantire “immunità totale” dal vicepresidente J.D. Vance, gli agenti federali dell’FBI estromettevano la polizia locale del Minnesota dalle indagini, bloccando l’accesso ai documenti e quindi alle prove. Il messaggio di Washington è chiaro: questo è un affare di Stato e lo gestisce il monarca. Dalla conferenza stampa di ieri, e dalle parole del responsabile per la sicurezza nazionale, la sentenza è già scritta: l’agente è un eroe, la vittima una terrorista.
In un mondo dove la separazione dei poteri era il cardine per evitare derive totalitarie, quella regola è stata cancellata. Oggi, la legge è la volontà di un solo uomo. Oggi, il re assoluto degli Stati Uniti e del mondo si chiama Donald Trump.
(da Fanpage)
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
I DECRETI SICUREZZA SVELANO LO STATO DI POLIZIA CUI AMBISCE IL GOVERNO SOVRANISTA
Una donna – poetessa, attivista a difesa dei migranti – manifesta in modo non
violento contro un’operazione di polizia. Un poliziotto le spara, mentre sta cercando di andarsene con la sua auto, e altri poliziotti ne rallentano i soccorsi. La donna, trentasette anni, madre di tre figli, muore. Le autorità, dalla portavoce del dipartimento per la sicurezza interna sino al presidente, dicono che gli agenti hanno agito per legittima difesa, nonostante ci siano immagini chiarissime che smentiscono clamorosamente questa versione.
Quel che avete appena letto è accaduto ieri, negli Stati Uniti d’America, a Minneapolis.
La donna si chiamava Renee Nicole Good
E a dire che la donna era “un’agitatrice professionista” che ha “violentemente, volontariamente e brutalmente investito l’agente”, è stato Donald J. Trump, presidente degli Stati Uniti d’America, l’uomo più potente del mondo.
Domanda: una cosa del genere potrebbe succedere anche da noi?
Se la vostra risposta è no, beh, andatevi a rileggere il decreto sicurezza che il governo ha approvato nel giugno del 2025, con un voto di fiducia, e quello che si appresta ad approvare ora.
Perché in quel decreto, che ci crediate o meno, c’è una storia molto, troppo simile a quella di Renee Nicole Good.
C’è la criminalizzazione di chi dissente e fa resistenza passiva. Come quello che stava facendo Renee Nicole Good.
C’è la tutela penale rafforzata, con l’aumento delle pene per ch resiste contro le forze dell’ordine, come stava facendo Renee Nicole Good.
C’è l’estensione del concetto di legittima difesa, che è ciò a cui si è appigliata la polizia per difendere chi ha ucciso Renee Nicole Good.
C’è un fondo per la tutela legale dei poliziotti indagati durante il servizio, come quelli – se mai saranno davvero indagati – che hanno ucciso Renee Nicole Good.
Quasi dimenticavo: nel nuovo decreto sicurezza, quello che il governo sta presentando ora, oltre a un’ulteriore estensione della legittima difesa, c’è lo scudo penale per gli agenti in servizio, che non saranno automaticamente indagati in casi come quelli che hanno portato alla morte di Renee Nicole Good.
Forse no, quindi. Forse oggi qualcosa del genere non potrebbe succedere anche da noi. Non ancora, perlomeno.
Ma il governo, con i suoi decreti sicurezza, sta facendo di tutto per andare nella direzione dell’America di Trump.
La direzione verso un Paese in cui una donna di 37 anni, madre di tre figli, può morire semplicemente per aver manifestato il proprio dissenso, in modo non violento, contro un’azione di polizia che riteneva sbagliata. Mentre il governo di quel Paese, anziché onorarla e renderle giustizia, la dipinge come una pericolosa criminale, difendendo a spada tratta chi l’ha uccisa.
A proposito di sicurezza: siamo sicuri che sia la direzione giusta?
(da Fanpage)
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
INDEGNO CHE UN PRESIDENTE SOLIDARIZZI CON UBN PISTOLERO IN DIVISA SENZA ATTENDERE CHE LA MAGISTRATURA ACCERTI LE RESPONSABILITA’ DI UN OMICIDIO
Non se ne può più di parlare di Trump, ma sembra impossibile parlare d’altro: è come una macchia che si allarga sulla tovaglia fino a diventare il colore dominante. E la tovaglia è il diritto internazionale, il galateo istituzionale e tutte le altre «fottute cazzate», direbbe lui, con cui in Occidente ci siamo baloccati per oltre mezzo secolo, finendo addirittura per crederci.
Prendiamo l’ultima tragedia consumatasi a Minneapolis. Non è la prima volta che negli Stati Ingrugniti d’America un poliziotto ammazza a bruciapelo una persona, stavolta una casalinga incensurata, solo perché si è rifiutata di scendere dall’automobile.
Ma è la prima volta che il Presidente in carica solidarizza immediatamente con il pistolero e se la prende con la vittima, sostenendo che se l’è andata a cercare, nonostante le immagini smentiscano le sue parole.
Qualcuno starà pensando: Putin e Xi Jinping fanno così dasempre. Già, ma loro non guidano nazioni libere, dove la polizia risponde alla Legge invece che al despota. Trump ancora sì, in teoria.
Dovrebbe sapere che, se il capo di uno Stato democratico assolve un pistolero in divisa prima che lo abbia fatto un giudice al termine di un regolare processo, autorizza qualunque altro poliziotto malintenzionato a togliere il freno a mano agli istinti. Il problema è che Trump lo sa benissimo. E il problema ancora più grave è che lo sanno anche i suoi estimatori.
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
LA RELIGIONE USATA COME SPONSOR DELLA GUERRA
Putin non è il primo – c’è da temere neanche l’ultimo – dei capi di Stato che invocano
la religione come mandante della guerra, o come suo benevolo sponsor. Lo ha fatto in occasione del Natale ortodosso, accostando il ruolo di Cristo Salvatore a quello dei soldati russi: anche loro sono salvatori, ha detto, perché difendono la Russia per ordine del Signore.
Che la salvezza promessa dal messaggio cristiano abbia per oggetto l’umanità intera, certo non questa o quella nazione, è cosa che basterebbe da sola a rendere ovvia la natura blasfema di tutti i Gott mit uns di questo mondo: uno sporco trucco, o una patologica torsione ideologica, che cancella in partenza l’universalismo religioso e quello evangelico in particolare, e arruola Dio nel piccolo cortile delle Nazioni: una unità di misura che, in rapporto allo spirito con il quale ogni essere umano guarda alle stelle e riflette sulla sua vita e sulla sua morte, vale quanto una caccola.
Ma c’è qualcosa di ancora peggiore di un capo politico che mette Dio sulla punta dei cannoni. Sono i preti che assistono (accanto a Putin ce n’era un manipolo) e benedicono quell’orrore. E non fanno una piega, per pusillanimità o perché anche loro coinvolti
nell’odio per il nemico e nella smania di sopraffazione nazionalista. E non battono ciglio quando vedono che la fede della quale dovrebbero essere testimoni e protettori viene usata come pretesto bellico. Preti traditori del Dio che dicono di servire, e lo svendono alla politica e alla guerra.
(da Repubblica)
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
DISPIEGARE L’ICE SENZA CONTROLLO E CON BRUTALITA’ MOSTRA L’OBIETTIVO VERO DI TRUMP: ESASPERARE IL CONFLITTO, PRODURRE REAZIONI VIOLENTE E GIUSTIFICARE LA REPRESSIONE
Aveva trentasette anni e un figlio di sei Renee Good, la donna di Minneapolis uccisa con tre colpi al volto da un agente dell’Ice, l’agenzia del dipartimento della Homeland Security responsabile per l’immigrazione trasformatasi in questi mesi in una sorta di polizia privata dell’esecutivo. Svolgeva il ruolo di legal observer: persone che monitorano l’operato delle polizie, locali e federali, e il loro rispetto delle regole. E come altri si era recata in un quartiere di Minneapolis dove l’Ice aveva lanciato uno dei suoi periodici rastrellamenti: in questo caso contro quella comunità somala che il presidente ha definito a più riprese «immondizia».
I video, scioccanti, paiono inequivoci, anche se è doveroso ora
attendere che le indagini facciano il loro corso. L’impressione è che Good possa avere agito con goffaggine, in preda al panico, ma non che la sua intenzione fosse di usare l’auto contro l’agente, giustificandone in ultimo la reazione, come sostengono le autorità federali. È probabile che nella risposta dell’agente abbia agito il combinato disposto di dilettantismo e senso d’impunità che pare contraddistinguere l’operato di persone chiaramente impreparate come molti di quelli che lavorano per l’Ice.
L’agenzia sta procedendo a reclutare a ritmo accelerato, senza i necessari criteri selettivi e, pare, privilegiando logiche di appartenenza ideologica: i suoi dipendenti sono più che raddoppiati in meno di un anno e dovrebbero crescere di quattro volte durante il mandato di Trump. Per ragioni di sicurezza personale – asseriscono – operano mascherati e privi di identificativo, il che ne facilita l’azione arbitraria e discrezionale, alimentando il rischio che ai raid di volta in volta si aggiungano membri di gruppi paramilitari del suprematismo bianco.
Il presidente Trump e la segretaria della Homeland Security, Kristi Noem, hanno subito preso le difese dell’agente, arrivando a presentare la sua azione come una forma di autodifesa o, addirittura, di risposta a un «atto di terrorismo interno». Reazioni attese, queste, e nondimeno illustrative dell’assenza di responsabilità e di senso delle istituzioni da parte di chi guida oggi il paese se non della deliberata volontà di alzare la soglia dello scontro.
Perché questo è chiaramente l’obiettivo di Donald Trump: esasperare il conflitto, produrre reazioni violente, e giustificare
un’ulteriore stretta repressiva e autoritaria. Ci si muove in altre parole su un crinale sottile e pericolosissimo, a maggior ragione in un anno elettorale come questo, con proiezioni e sondaggi che al momento lasciano prefigurare la riconquista quasi certa della Camera da parte dei democratici.
Acuire lo scontro serve a vari scopi. Legittima innanzitutto l’escalation nei raid dell’Ice, negli arresti arbitrari e nelle espulsioni. Permette, in secondo luogo, di intensificare il conflitto con le autorità statali e municipali governate dai democratici, con l’obiettivo ultimo di piegare la dialettica del federalismo ancor più a vantaggio del potere federale.
Consente, infine, di alimentare quella narrazione emergenziale a cui si appoggia sistematicamente l’amministrazione repubblicana per giustificare l’adozione di misure straordinarie se non la creazione di un vero e proprio stato di eccezione.
Che potrebbe anche essere invocato per adottare provvedimenti restrittivi nell’accesso al voto il novembre prossimo.
È un chiaro slittamento autoritario, quello in atto da quasi un anno. Contro il quale si sono attivati finora due forme di resistenza: due contropoteri. Quello, istituzionale, dei tribunali, che hanno bloccato numerosi provvedimenti dell’esecutivo e che in questo 2026 coinvolgerà molto anche la Corte Suprema, che proprio sull’abuso presidenziale nella federalizzazione e dispiegamento della Guardia nazionale a Chicago si è recentemente pronunciata contro l’amministrazione. E quello della mobilitazione popolare, fatta di proteste, manifestazioni, resistenza non-violenta e, quando vi è stata la possibilità, voto, come nel ciclo elettorale del novembre scorso.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
DA 10.000 A 100.000 DOLLARI AI GROENLANDESI
Comprarla o conquistarla con la forza? Il governo di Donald Trump continua a
mantenersi ambiguo sulla strategia da seguire per far sua la Groenlandia. Ma stando a quanto riporta Reuters, ci sarebbe anche un altro piano allo studio degli Usa. Che passerebbe per la seduzione (economica) degli abitanti dell’isola dell’Artico. Funzionari statunitensi starebbero, infatti, valutando l’ipotesi di offrire pagamenti una tantum ai groenlandesi per incentivare una separazione dalla Danimarca e una possibile annessione agli Stati Uniti. Le cifre discusse, sebbene ancora poco chiare, oscillerebbero tra i 10 mila e i 100 mila dollari a persona, per un costo complessivo che potrebbe arrivare a circa 6 miliardi.
Le ipotesi valutate dalla Casa Bianca
L’ipotesi si inserisce in un quadro più ampio di scenari valutati dalla Casa Bianca, che comprendono anche mosse diplomatiche, come la stipula di un accordo di Libera Associazione (Compact of Free Association), e nella peggior delle ipotesi, l’intervento militare, per ottenere il controllo dell’isola. La Groenlandia è considerata strategica – secondo Donald Trump – per la sicurezza nazionale. Giustificazione che sottintende anche l’interesse del presidente statunitense per le ingenti risorse minerarie del territorio, nonostante il loro sfruttamento risulti complesso a causa della carenza di manodopera e di infrastrutture.
Cosa pensano Danimarca e Groenlandia
Le autorità di Danimarca e Groenlandia hanno respinto con fermezza ogni ipotesi di annessione. «Ora basta… Niente più fantasie sull’annessione», ha scritto domenica su Facebook il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen. I leader europei hanno ribadito che qualsiasi decisione sul futuro
dell’isola spetta esclusivamente a Copenhagen e Nuuk, membri della Nato. E anche se la maggioranza dei groenlandesi, in totale 57 mila, si dichiara favorevole all’indipendenza, i sondaggi indicano una netta contrarietà all’ingresso negli Stati Uniti. Anzi, le pressioni e le minacce di Trump potrebbero aver prodotto l’effetto opposto, rinsaldando il legame con il Paese scandinavo.
(da agenzie
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
SONDAGGIO: GLI ELETTORI USA RITENGONO CHE IL BLITZ SIA STATO ILLEGALE
Donald Trump finisce sotto al Congresso Usa dopo il blitz militare con cui ha fatto arrestare il dittatore venezuelano Nicolas Maduro. Oggi il Senato Usa ha votato per portare in aula una risoluzione per impedire al presidente di assumere qualsiasi altra iniziativa militare contro il Venezuela senza l’autorizzazione del Congresso. Il voto procedurale sulla risoluzione è passato con 52 voti contro 47, segno che cinque Repubblicani si sono allineati ai Democratici contro la Casa Bianca. Si tratta di Rand Paul, Todd Young, Lisa Murkowski e Josh Hawley. Un segnale di disapprovazione chiaro verso i modi spicci di Trump, che comunque secondo Bloomberg intende mettere il veto alla risoluzione se sarà approvata. «Il Congresso deve far valere la sua autorità in materia di guerra anche quando un’operazione militare ha successo, altrimenti si rischia che il paese sia governato in stato di emergenza», ha detto il senatore conservatore Rand Paul, che nei mesi scorsi aveva votato a favore anche di altre risoluzioni per limitare i poteri di guerra di Trump dopo i raid contro le navi per il trasporto di droga.
L’elettorato Usa spaccato sull’operazione Maduro
Ma che ne pensano invece gli americani del blitz militare con cui le forze speciali Usa hanno catturato Maduro, facendo secondo Caracas un centinaio di morti? Dopo le prime ore di incredulità e giorni di dubbi, arrivano le prime risposte. L’opinione pubblica statunitense è nel complesso spaccata. In tutti i sensi. In media, secondo un sondaggio YouGov appena pubblicato, solo il 39% dei cittadini adulti approva l’operazione militare condotta in Venezuela, mentre il 46% la boccia (il restante 16% non ha le idee chiare). Ma a ben vedere il giudizio è diametralmente opposto a seconda dell’appartenenza politica. A sostenere l’azione ad alto rischio condotta dalla Cia sono tre quarti degli elettori Repubblicani (74%). Tra gli altri elettori solo il 14% dei Democratici ed il 22% degli indipendenti sostiene l’operazione condotta.
Il blitz illegale e la narrazione (vincente) di Trump
Vuoi per la riuscita del blitz, vuoi per la comunicazione battente sulla lotta al narcotraffico e l’accaparramento del petrolio venezuelano, Trump insomma sembrerebbe aver convinto al momento i suoi elettori di quanto fatto, vincendo l’isolazionismo di fondo del mondo MAGA che chiede ai governanti Usa di
concentrarsi in primis sulle questioni (economiche e culturali) interne. Come nota Axios, in autunno alle stesse domande appena tre elettori Repubblicani su dieci dicevano di sostenere un’eventuale azione militare Usa in Venezuela, e ancora la scorsa settimana, alla vigilia della segretissima operazione, quasi la metà di quel bacino elettorale non era affatto convinta fosse il caso di avventurarsi in tentativi del genere. Eppure a molti anche negli Usa non sfugge che quel blitz armato ai sensi del diritto internazionale sia ingiustificabile. Lo riconosce come illegale nel complesso il 46% dei cittadini Usa. Sarebbe legale invece per il 24%, mentre un 30% non ha le idee chiare in proposito. Tra i Democratici non ci sono dubbi: l’operazione era illegale per oltre tre quarti di loro. Ma anche tra i Repubblicani solo il 55% pensa fosse legale. Una buona fetta di elettori di Trump insomma pensa che la Casa Bianca abbia fatto bene a catturare Maduro in barba ad ogni trattato o norma internazionale.
(da agenzie)
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Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile
DURANTE IL SOGGIORNO NEWYORKESE, IL POVERINO LE AVREBBE PROVATE TUTTE PUR DI AVERE INCONTRI CON QUALCHE TIRAPIEDI DELL’ENTOURAGE DELLA CASA BIANCA, INUTILMENTE
Massì, è bello sapere che, di questi tempi spietati, con un Trumpone che non ci dà
pace, almeno una cosa è rimasta salda al suo posto: Meloni da una parte, Salvini dall’altra. L’uno contro l’altro armati, pronti a girare nelle sale di Palazzo Chigi, “La Sora Cecioni contro Maciste”.
Non lasciatevi ingannare dalle apparenze, Salvini che abbaia ma non morde, che si è sempre accodato e ha votato tutti i decreti sulle armi a Kiev non facendo mai mancare il voto della Lega alla maggioranza di governo a Montecitorio: Giorgia e Matteo sono così amici che se fossero in una piscina con uno squalo, lo squalo avrebbe una crisi di identità.
Per avere un’idea a che velocità stanno girando i meloni a Salvini, basta dare una sbirciatina al video postato su Instagram durante le sue vacanze natalizie a New York. Addobbato come una maranza delle periferie, sotto l’effetto di un’overdose di hot-dog, il trucibaldo leader del Carroccio, nonché vicepremier, ci informa che “in questi ultimi giorni avrò preso due o tre chili mangiando”.
Nel pieno della crisi internazionale scatenata dal golpe di Trump in Venezuela, con la Melona dei Due Mondi che perde il controllo dei neuroni, farneticando di ‘’legittimo intervento di natura difensiva’’, il vicepremier in quota Lega ciancia di “food, profumi, sapori” e arrivando a farneticare che “molti qui mi dicono di fare il ponte sullo Stretto…”.
Ma dello sconcio blitz di Trump a Caracas, manco mezza parola. Altrimenti, sarebbe stata una parolaccia: durante il soggiorno newyorkese, il poverino le avrebbe provate tutte pur di avere incontri con qualche tirapiedi dell’entourage trumpiano, a partire da quel Maga del vicepresidente Jd Vance. Inutilmente. Porte
chiuse. A Washington basta il filo diretto che fa muovere come un burattino la Trumpetta de’ noantri (finché a Trump gli conviene, of course
Consapevole di essere ormai escluso da ogni “special relationship” con Trump, a Salvini ci sono volute infatti ben 36 ore di duro travaglio mentale per prendere le distanze dalla Meloni con l’elmetto in testa e moschetto in mano che blatera di “azione militare” e di “intervento legittimo”.
Il capoccione della Lega ha rilasciato una imbarazzante nota informale in cui ha farfugliato che ‘’nessuno avrà nostalgia di Maduro’’ e di aver “sempre espresso sostegno” all’Idiota in Chief della Casa Bianca, per trovare infine il coraggio di aggiungere che l’operazione in Venezuela ha fatto “emergere parecchie perplessità” e che ‘’la cosiddetta esportazione della democrazia non è una soluzione né prudente, né saggio
Quindi il più filo-putiniano del reame si è addirittura attaccato alle dure parole di condanna pronunciate da Papa Leone (“I popoli devono poter decidere del proprio futuro”) e travestito da paladino del diritto internazionale ha concluso: “Possa prevalere la diplomazia, in un momento internazionale delicato dove l’uso della forza va circoscritto il più possibile”. Amen.
Aveva ben detto Marcello Sorgi quando su “La Stampa” aveva sottolineato che la venezuelata americana ‘’paradossalmente, è destinata ad aprire più problemi nella maggioranza che all’opposizione”.
Infatti, al di là della geopolitica, prossimamente Salvini può mettere in seria difficoltà la Ducetta a livello domestico. Il più
bombastico campo di battaglia sarà la riforma della legge elettorale proposta da FdI, che mira al superamento dell’attuale sistema Rosatellum (misto di proporzionale e collegi uninominali) in favore di un sistema proporzionale puro con il premio di maggioranza oltre una certa soglia.
Se la proposta di Fratellini di Meloni di scrivere sulla scheda il nome del candidato premier è finita nel cestino davanti alla netta opposizione degli altri due partiti di maggioranza, che non hanno nessuna intenzione di farsi cannibalizzare dal melonismo senza limitismo, l’abolizione dei collegi uninominali penalizzerebbe la Lega (e Forza Italia) a favore del partito della Fiamma, che ha in tasca il 30% dei consensi
E qui vengono i dolori: Salvini, che sarà ingrassato ma non è ancora demente, per far passare la riforma elettorale in modalità proporzionale puro pretende un meccanismo di salvaguardia per i candidati leghisti da posizionare per la vittoria. Infatti, ad oggi, non c’è ancora una proposta della maggioranza.
Il fu Truce del Papeete non ci pensa proprio di portare acqua con la bocca alla gloria di Lady Giorgia: vuole un accordo scritto che venga deciso prima del voto in Parlamento della nuova legge elettorale. Insomma, “Vedere moneta, pagare cammello”. Come è già successo alle politiche del 2022, quando la Lega ottenne, attraverso il voto uninominale, un numero di seggi parlamentari superiore ai consensi ottenuti.
Succede che il duo Mantovano-Fazzolari ha una fretta del diavolo per far approvare a Montecitorio la riforma elettorale, dato che a fine marzo è in agenda il referendum sulla giustizia. Se il governo vince la battaglia sulla separazione delle carriere (e del Csm), come ha ben scritto oggi su “La Stampa”, Alessandro De Angelis, frulla l’ideona di andare al voto anticipato e fare bingo!
Ma anche stavolta la “Chica caliente” (copy Santiago Abascal) ha davvero paura di giocare a poker con lo sfrenatissimo Salvini. Alle sue smargiassate, infatti, non va mai a “vedere”. Sa benissimo che il “momento Papeete” potrebbe impadronirsi di nuovo dei fragili neuroni dell’erede di Bossi e fargli partire quell’embolo che già in passato ha fatto cadere un governo (per informazioni chiedere a Giuseppe Conte).
(da Dagoreport)
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Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile
“LA NATO È MORTA, MA L’EUROPA DELLA DIFESA NON È ANCORA NATA. SENZA GLI AMERICANI, NON ABBIAMO RISORSE PER DIFENDERCI.”… “IN PASSATO LE RELAZIONI DI FORZA DEGLI USA ERANO NELL’INTERESSE DEL PAESE, ADESSO LA VOLONTÀ È DIFENDERE GLI INTERESSI DELLA “MAFIA” DI TRUMP. PER LUI L’EUROPA È UN OSTACOLO AL SUO BUSINESS CON LA RUSSIA”
«Oggi più che mai, con Donald Trump, le relazioni internazionali non sono nel segno del diritto ma dei rapporti di forza: l’accordo non vale niente. È vero da secoli, adesso ancora di più. Non è rimasto niente dello stato di diritto».
A parlare è Jacques Attali, economista e saggista tra i più noti a livello internazionale, già consigliere speciale dell’ex presidente francese François Mitterrand e primo presidente della Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo.
Nel 2025 Donald Trump ha rivoluzionato la geopolitica contemporanea.
«La novità di Trump è che mentre le relazioni di forza degli Usa nel passato erano nell’interesse del paese, adesso è maggiore la volontà difendere gli interessi e la “mafia” di Trump. Si veda, per esempio, il rapporto con l’Europa: per Trump non è più
necessaria, ma è un ostacolo al suo business con la Russia. Il suo business è la sua famiglia. Con Trump gli accordi degli americani non valgono niente: non rispetta mai la sua parola».
E i paesi europei?
«Siamo soli, in una situazione terribile. Non abbiamo le risorse per difenderci senza gli americani, ma lo dobbiamo fare perché la difesa dell’Europa non è contemplata tra gli interessi della famiglia Trump. È difficile da accettare, ma bisogna trasformare la nostra difesa per essere indipendenti molto più rapidamente di quanto pensiamo. La Nato è morta, ma l’Europa della difesa non è ancora nata».
Pensa anche alla Groenlandia?
«La Groenlandia sarà presa per soddisfare l’interesse personale di Trump: lui non ne ha bisogno per fare gli interessi degli Stati Uniti, ma per poter dire che è il primo presidente dopo Dwight D. Eisenhower capace di creare uno stato americano in più che si aggiunge ai 50. Se succederà sarà la fine della Nato, fatto molto pericoloso per l’Europa, ma credo che lo farà».
Dal Venezuela alla Groenlandia, le iniziative di Trump sono l’effetto del nuovo conflitto globale tra Usa e Cina?
«Sì, è un punto molto importante. Lo abbiamo visto sui dazi: Trump ha provato a far pagare ai cinesi tariffe più alte, ma quando Xi Jinping ha deciso di non dare più le materie prime critiche agli Usa, si è fermato immediatamente. Ha capito che la Cina è molto potente e non gli conviene affrontarla».
Intanto assistiamo alla crisi profonda del diritto internazionale: Trump agisce sciolto da ogni regola…
«Il diritto internazionale non è mai esistito. Quando si dice “diritto”, vuol dire che c’è un sistema giudiziario che controlla e punisce chi non lo rispetta: in Italia chi non rispetta la legge va in carcere. Ma se un governo non rispetta il diritto internazionale non succede niente.
Il diritto internazionale non esiste, esiste solo la forza. Un governo rispetta i trattati quando vuole e fa i suoi interessi. Giorgia Meloni all’inizio disprezzava l’Unione europea, ma ha capito che è nell’interesse dell’Italia rispettare i trattati dell’Unione. Trump è motivato, in più, dall’interesse personale della sua famiglia».
Il diritto internazionale è stato anche usato come una copertura dai dittatori
«Per me Trump è un dittatore adesso. Oggi nel mondo la democrazia liberale va diminuendo. Esiste in Europa, ma non molto di più: siamo il ghetto della democrazia».
Come finirà la partita in Groenlandia
«Gli Usa hanno bisogno della Groenlandia per ragioni economiche e militari. Trump non ha bisogno di basi Nato, vuole che le compagnie americane sviluppino i loro affari in Groenlandia: lo vuole e lo farà. Il solo sistema per evitarlo sarà quello di installare una base militare europea in Groenlandia e vedere se le forze armate americane si assumeranno il rischio di combattere contro francesi, tedeschi e italiani: il che sarebbe terribile. Ma non si può vincere la forza senza la forza
Se l’Europa non avrà una forza militare di dissuasione sarà vinta senza combattere. E se i russi capiscono che l’Europa è nuda… capisce cosa può succedere. L’Europa spera di salvare l’Ucraina senza difendere la Groenlandia? È un’illusione: così le perdiamo
tutte e due. Siamo in ritardo: l’Europa è sola da 20 anni. Ma è difficile capire questo visto che siamo stati dipendenti dagli aerei F35 e dai missili americani. Riarmarsi per difendersi è difficile da accettare, ma bisogna farlo».
Come si è mossa l’Europa sull’Ucraina e che cosa dovrebbe ancora fare?
«Ha fatto molto bene, ma deve fare molto di più. Bisogna portare Italia, Francia, Germania e Spagna in una economia di guerra per sviluppare capacità di produrre munizioni e altri armamenti. Non abbiamo coscienza che la capacità militare dell’Europa è enorme: abbiamo i migliori armamenti navali, aerei e terrestri. Saremmo meglio degli americani ma ci manca tutta l’infrastruttura digitale. Se si è rotto il rapporto di fiducia con gli Usa non ha più senso acquistare i loro F35 perché possono neutralizzarli».
È una rottura definitiva
«Sono grato agli Usa per aver salvato l’Europa nella seconda guerra mondiale e sono un ammiratore della civiltà americana. Spero si possa ricreare un’amicizia in futuro, ma non è questo il momento. Se gli americani ritorneranno democratici, potremo essere di nuovo insieme per difendere la democrazia nel mondo»
Pechino detiene le terre rare, Washington controlla il mercato energetico, ma la partita si gioca anche sulla tecnologia. Che sfida dobbiamo aspettarci?
«L’America è un gigante del petrolio, la Cina è un gigante dell’elettricità del futuro che è l’elettricità green. Pechino lo ha capito da tempo. Venti, sole, nucleare, batterie: almeno 15 anni fa i cinesi hanno capito che più dell’ottanta per cento dell’energia può diventare elettricità verde.
Oggi sulla transizione verde sono avanti rispetto ai paesi europei e agli Stati Uniti. Gli Usa sono in difficoltà. L’Unione europea potrà svolgere un suo ruolo solo se capirà che bisogna sviluppare l’elettricità verde».
(da agenzie)
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