Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile
GROENLANDIA, UCRAINA E VENEZUELA SONO LA PROVA DEL SUO FALLIMENTO
Che ne sarà dell’Europa? E non mi riferisco alla sola architettura attuale dell’Unione
Europea a ventisette. Parlo del Vecchio Continente nella sua interezza geografica e storica, compresa la
Gran Bretagna e quei paesi dell’Est non ancora integrati. Quella che per secoli è stata il fulcro della storia globale appare oggi, più che mai, come una periferia schiacciata tra imperi.
Due, principalmente: gli Stati Uniti e la Cina. Ma a questi si aggiungono attori regionali a vocazione globale come la Russia — potenza nucleare, dettaglio che non ci si può permettere di ignorare —, l’India, la Turchia e le monarchie del Golfo. Realtà che si sono affrancate dall’influenza europea, politica e militare, e che oggi si spartiscono le zone d’influenza a colpi di operazioni belliche e accordi commerciali, in uno scenario in cui la diplomazia tradizionale è stata interamente riscritta.
I volenterosi e la Groenlandia
L’Europa dei “volenterosi”, riunitasi ieri, ha offerto uno spettacolo di mera facciata. Si parla ufficialmente di Ucraina, ma l’attenzione reale è tutta sulla Groenlandia. È la dimostrazione plastica di un continente stritolato: da una parte gli Stati Uniti di Trump, che hanno ribaltato le regole del gioco; dall’altra la Russia di Putin, che prosegue la sua invasione su vasta scala.
Il Baltico e l’Artico sono diventati i nuovi snodi cruciali. Il controllo militare di queste aree e le nuove rotte commerciali aperte dal cambiamento climatico stanno ridisegnando la geografia mondiale. Paradossalmente, mentre il clima muta radicalmente gli assetti, la questione ambientale è sparita dall’agenda di questi imperi, interessati solo a occupare e sfruttare i nuovi varchi strategici.
La Groenlandia è il perno di questa manovra. Ieri, i cosiddetti volenterosi hanno tentato timide aperture, ribadendo che l’isola è territorio europeo ma ammettendo la necessità di un quadro di
sicurezza in “stretta collaborazione” con gli Stati Uniti. È stata l’ennesima concessione a Trump da parte dei vassalli di Bruxelles, Parigi e Londra. A questo coro si è unita Roma con la premier Giorgia Meloni, confermando una linea di subalternità politica condivisa con gli altri leader continentali.
Eppure, questo non è bastato a Washington. Il Presidente degli Stati Uniti ha respinto le mezze misure, dichiarando che la Groenlandia sarà più sicura sotto la diretta protezione statunitense. Una mossa che ignora i trattati precedenti e scavalca la diplomazia interna alla NATO, rilanciando le pretese americane sull’Artico senza compromessi.
I vassalli di Trump
Tuttavia, la debolezza strutturale dell’Unione Europea e la sua sottomissione emergono con ancora più gravità su un altro fronte: il Venezuela. Nessuna voce si è levata per contestare il blitz davanti agli inviati di Trump, Witkoff e Kushner. Nessuno ha denunciato il prelevamento di Maduro come un atto di pirateria internazionale compiuto da uno Stato sovrano.
Accettando silenziosamente queste azioni, le cancellerie europee hanno inferto un colpo mortale alla propria diplomazia. Hanno indebolito l’idea stessa di Europa, rendendola definitivamente non credibile, persino agli occhi del loro ex (e attuale) padrone, Donald Trump.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile
INTERVISTA AD ANGELA BERGAMINO, DOCENTE DI ECONOMIA ALL’UNIVERSITA’ DI BARI
Donald Trump starebbe valutando diverse opzioni per acquisire la Groenlandia dalla Danimarca e l’uso delle forze armate statunitensi sarebbe “sempre un’opzione”, secondo quanto
affermato dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt. Dichiarazioni che riportano al centro del dibattito politico americano un territorio che negli ultimi anni è uscito dall’apparente marginalità geografica per diventare uno dei nodi più sensibili della competizione globale. L’isola artica, territorio autonomo della Danimarca e dunque parte dello spazio euro-atlantico, era già finita sotto i riflettori durante il primo mandato di Trump, quando l’ipotesi – politicamente impraticabile – di un suo acquisto, fece il giro del mondo. Oggi, tuttavia, quell’interesse non può più essere liquidato come una semplice provocazione: il cambiamento climatico, la corsa alle risorse critiche e la progressiva militarizzazione dell’Artico hanno infatti trasformato la Groenlandia in un vero e proprio tassello strategico nella rivalità tra Stati Uniti, Russia e Cina.
Per comprendere le ragioni storiche, economiche, energetiche e di sicurezza di questa rinnovata centralità, Fanpage.it ha intervistato Angela Stefania Bergantino, professoressa ordinaria di Economia all’Università di Bari e Senior Fellow dell’ISPI, che offre una lettura d’insieme di un’area sempre meno periferica e sempre più centrale negli equilibri geopolitici globali.
Professoressa Bergantino, perché negli ultimi anni la Groenlandia è entrata con tanta forza nel dibattito politico americano e quali elementi internazionali spiegano l’interesse di Trump per l’isola proprio in questa fase storica?
Gli Stati Uniti hanno da molto tempo messo gli occhi sulla Groenlandia, pensando più volte nel corso del Novecento di acquistarla, come avevano fatto per l’Alaska, comprata dalla Russia nel 1867, o le Isole occidentali danesi, nelle Antille, nel 1917. Già nel suo primo mandato Trump ha pubblicamente affermato di voler acquistare la Groenlandia, ma nell’età della democrazia questo è evidentemente impossibile: forse Trump non ha studiato che è stato un suo predecessore – Woodrow Wilson -, a sancire il principio dell'”autodeterminazione dei popoli”. Oltretutto la Groenlandia è un territorio, sebbene autonomo, di uno Stato dell’Unione Europea, alleata della Nato, quindi non ci sono mai stati come in questo momento elementi che ostacolano questo desiderio.
Qual è il reale valore economico e strategico delle risorse presenti in Groenlandia e quanto possono incidere sulle dinamiche globali legate alla transizione energetica, tecnologica e industriale?
L’isola è un vero e proprio forziere di risorse naturali. Il suo sottosuolo contiene infatti cospicue quantità di petrolio e gas naturali (le stime, non sempre disinteressate, divergono tra le varie fonti) anche se le particolari condizioni climatiche ne rendono lo sfruttamento non sempre economicamente conveniente, rispetto alle nuove risorse petrolifere americane, ad esempio quelle venezuelane, e a quelle tradizionali asiatiche. Ma soprattutto la terra groenlandese contiene quelle che anche il grande pubblico ha imparato a conoscere come “terre rare”, cioè quei minerali indispensabili per l’industria informatica e la transizione ecologica. Si tratta di cobalto, grafite, litio e nichel utilizzati nella costruzione di batterie, ad esempio, per i motori elettrici, di rame e di zinco, e anche di metalli di nicchia come il titanio, il tungsteno e il vanadio, utilizzati per creare “superleghe”. Insomma, una sorta di bengodi minerario a due
passi dalle coste dell’economia più avanzata al mondo. Come ha scritto l’Economist, l’isola possiede riserve per 43 dei 50 minerali considerati “critici” dal governo americano, con una stima di disponibilità di 42 milioni di tonnellate, circa 120 volte di più di quanto sarà estratto a livello mondiale nel 2023
Dal punto di vista della sicurezza e della difesa, invece, quale ruolo può avere la Groenlandia nell’Artico e in che modo la sua posizione geografica influisce (se influisce) sugli equilibri tra Stati Uniti, Russia e Cina?
A causa del fenomeno dell’amplificazione polare, che porta la calotta artica a riscaldarsi a velocità doppia rispetto all’equatore, parte del Circolo Polare Artico resterà con ogni probabilità, molto presto, privo di ghiaccio per mesi. Nell’arco di poche decine di anni la seconda rotta marittima artica, quella del North West Passage (NWP), che connette Oceano Pacifico e Oceano Atlantico passando vicino a Canada e Alaska, potrà diventare in tutto o in parte, e soprattutto più a lungo, utilizzabile. Siccome la prima rotta artica è la Northern Sea Route (NSR) che costeggia la Federazione Russa e l’Europa scandinava, e che è appannaggio di Russia e del principale alleato, la Cina, gli USA non vogliono lasciare nelle mani dell’altra superpotenza mondiale, Pechino, questo quadrante fondamentale dei commerci mondiali. Le rotte artiche consentono infatti in prospettiva consistenti risparmi in termini di viaggio e di emissione di Co2 nei traffici globali, nei quali il trasporto marittimo è ormai egemone.
Se gli Stati Uniti cercassero di aumentare la propria influenza sulla Groenlandia, quali scenari politici e geopolitici potrebbero allora aprirsi e quali sarebbero le implicazioni per Danimarca,
Unione europea e NATO?
Questa è una domanda che pertiene al Teatro dell’assurdo, non alla politica o all’economia. Non ricordo che la NATO abbia mai ricevuto un avvertimento ostile così serio e reiterato a un territorio che rientra nell’Alleanza da chiunque come quello lanciato dal presidente Trump. Credo che la Nato dovrebbe convocare quanto prima sia il Consiglio Nord Atlantico (NAC), dove siedono tutti gli Stati membri, presieduto dal Segretario Generale (Mark Rutte), sia il Comitato Militare per valutare la situazione diplomatica e militare. Va poi tenuto in conto che sul suolo della Groenlandia esiste ancora una base americana (l’unica straniera consentita). Insomma, per immaginare gli scenari futuri non so se servirebbero esperti di politica internazionale o di relazioni economiche quanto piuttosto degli sceneggiatori…
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile
A MINNEAPOLIS LE SCUOLE SONO CHIUSE PER PAURA DEI DISORDINI
Le scuole pubbliche di Minneapolis rimarranno chiuse per il resto della settimana
scolastica “per motivi di sicurezza” dopo la sparatoria avvenuta ieri in cui sono stati coinvolti agenti dell’ICE e una donna e’ rimasta uccisa.
“Per eccesso di precauzione, giovedi’ 8 gennaio e venerdi’ 9 gennaio non ci saranno lezioni a scuola a causa di problemi di sicurezza legati agli incidenti di oggi in citta’”, si legge nell’avviso delle autorita’. Saranno cancellati anche altri programmi, attivita’, attivita’ sportive e corsi di educazione alla comunita’ sponsorizzati dalla scuola. “La scuola riprendera’ lunedi’ 12 gennaio”.
Migliaia di persone, a Chicago, New York, Detroit, San Francisco e in altre città del Paese, oltre naturalmente a Minneapolis, stanno manifestando per le strade dopo che un agente dell’Ice ha sparato e ucciso nella sua auto nella città del Minnesota una donna americana di 37 anni, Renee Nicole Good. A Detroit, decine di persone si sono radunate davanti all’edificio dell’Ice in Michigan Avenue, nel centro della città, per protestare contro gli agenti.
La protesta è stata organizzata dal Comité de Acción Comunitaria, il Comitato d’Azione Comunitaria di Detroit. L’organizzatrice principale, Kassandra Rodriguez, ha denunciato “l’abuso di potere”. “Credo che questa sia una cosa che non dovrebbe mai accadere ed è del tutto inaccettabile – ha affermato – E credo che spetti alle nostre amministrazioni locali prendere una posizione dura contro una situazione del genere e non permettere all’Ice di fare quello che vuole nei nostri quartieri”.
A New York, i dimostranti hanno riempito Foley Square per quella che gli organizzatori hanno definito una manifestazione di emergenza in risposta all’incidente di Minneapolis, per poi marciare fino al 26 di Federal Plaza, la sede centrale del Dipartimento della Sicurezza Interna. I manifestanti hanno urlato
il nome di “Renee Nicole Good”.
La folla ha protestato anche fuori dall’edificio dell’Ice nel centro di San Francisco, dove i relatori di varie organizzazioni, tra cui Indivisible Sf, si sono alternati nel condividere il loro messaggio di fronte alla folla. “Minneapolis oggi sta soffrendo e noi la piangiamo”, ha detto un partecipante. Centinaia di manifestanti a Seattle invece si sono radunati fuori dal Federal Building. Una manifestazione si è tenuta anche nel Boston Common, il parco cittadino situato nel centro della capitale del Massachusetts.
Una folla di residenti del Minnesota e di attivisti sta tenendo una veglia attorno a un santuario improvvisato di fiori e candele, su un tratto di neve vicino al luogo in cui, poche ore fa, la 37enne Renee Nicole Good è stata uccisa a colpi d’arma da fuoco da un agente dell’Ice nel corso di un raid anti immigrazione.
Lo riporta la Cnn. “Non tollereremo l’Ice”, hanno intonato alcuni dei presenti. Altri reggevano cartelli con scritte come ‘Ice assassina, fuori dalle nostre strade’. Le azioni degli agenti federali, hanno affermato gli oratori, sono inaccettabili e il risultato diretto di quello che hanno definito uno Stato militarizzato senza responsabilità
Hanno poi chiesto che vengano presentate accuse contro l’agente dell’Ice che ha ucciso la donna all’interno del suo veicolo, sottolineando che si trovava lì per osservare le attività degli agenti federali.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile
INOLTRE, IL VEICOLO ERA PIENO DI GIOCATTOLI DEI FIGLI DI RENEE NICOLE GOOD. E SE UNO DEI BAMBINI FOSSE STATO DENTRO L’AUTO?
È accaduto di nuovo, a pochi isolati dal luogo in cui cinque anni fa George Floyd fu brutalmente soffocato da un poliziotto. La vittima questa volta non è afroamericana ma una donna bianca di 37 anni, uccisa durante un’operazione dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice), dispiegato per ordine del presidente Donald Trump in diverse città americane contro l’immigrazione clandestina. Si tratterebbe, secondo i media americani, di Renee Nicole Good, cittadina americana madre di tre figli, originaria del Colorado.
Un video diffuso sui social mostra alcuni agenti avvicinarsi a un’auto ferma in mezzo alla strada e ordinare alla conducente di scendere. Quando uno dei federali afferra la maniglia della portiera, il veicolo fa retromarcia e poi avanza. Un altro agente, posizionato a fianco dell’auto, estrae l’arma e spara a bruciapelo tre colpi. Il suv si schianta contro una vettura parcheggiata e colpisce un palo della luce. La donna, ferita al volto, muore in ospedale.
La portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna, Tricia McLaughlin, ha affermato che la sparatoria è avvenuta dopo che dei «rivoltosi» hanno ostacolato gli agenti e una donna ha tentato di «investire» le forze dell’ordine. Il video la smentisce perché si vede chiaramente che la donna per evitare di investire l’agente sterza a destra. E’ in quel momento che l’agente spara senza motivo a bruciaelo e la uccide
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile
DUE SETTIMANE FA HA PROVATO AD ATTRACCARE IN VENEZUELA PER CARICARE IL PETROLIO DI MADURO. A QUEL PUNTO È PARTITO UN INSEGUIMENTO, LA NAVE È STATA RIBATTEZZATA “MARINERA” ED È STATA DIPINTA UNA BANDIERA RUSSA. MOSCA HA INVIATO NAVI E UN SOTTOMARINO A SCORTARLA, PER DISINCENTIVARE GLI USA DAL SEQUESTRO. CHE È AVVENUTO LO STESSO
Circa 333 metri, scafo scuro segnato dal sale e da mani di vernice date in fretta. È la
petroliera che da settimane tiene impegnata la Guardia Costiera statunitense tra Caraibi e Atlantico. Su identità e controllo, però, le versioni divergono.
Per Washington resta la Bella 1, registrata in Guyana e inserita dal 2024 nella lista delle imbarcazioni sanzionate per il trasporto di petrolio iraniano e per presunti legami con reti di finanziamento del terrorismo: una delle navi della ‘flotta ombra’ di Putin.
Per Mosca, invece, si chiama Marinera e batte bandiera russa, con porto di registrazione a Sochi. La petroliera diventa un caso il 21 dicembre, quando gli Usa tentano di intercettarla mentre è diretta verso il Venezuela per caricare greggio, in violazione del blocco imposto da Trump.
E’ nel mirino, come tante altre intercettate e sequestrate, della più vasta operazione Southern Spear, lanciata dal tycoon contro il narcotraffico. Ma in quell’occasione l’abbordaggio fallisce e ‘Bella 1’ la nave prosegue la navigazione. Da quel momento
inizia un inseguimento a bassa velocità, fatto di avvicinamenti e bruschi cambi di rotta.
E nel tragitto arriva la svolta: l’equipaggio dipinge sulla fiancata una bandiera russa, grezza ma ben visibile e a Capodanno la nave, sfidando una vecchia tradizione marinara, viene formalmente ribattezzata ‘Marinera’ ed entra nel registro marittimo di Mosca che non perde l’occasione per scendere in mare, ordinando alla sua Marina di scortarla a protezione.
Con un dispiegamento che, secondo alcune fonti mai confermate, prevederebbe anche un sottomarino a capacità nucleare. Un restyling non riconosciuto dall’America che continua a cercare nell’Atlantico ‘Bella 1’. Per la Guardia costiera Usa, infatti, al momento del primo contatto la petroliera batteva una falsa bandiera nazionale (quella del Guyana) in violazione delle norme internazionali di navigazione.
Ribattezzarla non cambia la sostanza. La storia della Bella 1, oggi Marinera, è un esempio concreto di come opera la cosiddetta ‘flotta ombra’, un sistema di navi che cambiano identità, colori e registri per dribblare sanzioni e vuoti giuridici. Una petroliera oggi vuota, ma capace di scatenare una nuova crisi internazionale.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile
GLI INQUIRENTI PER ORA IPOTIZZANO IL SUICIDIO, MA SECONDO ELEMENTI RACCOLTI DALLA POLIZIA, IL 38ENNE POTREBBE ESSERE STATO OGGETTO DI ”MINACCE DI MORTE”
E’ stato ritrovato morto vicino Parigi un giornalista russo di 38 anni. La sua caduta dal settimo piano di un edificio di rue de la Roseraie, a Meudon, alle porte della capitale, ieri mattina, lascia propendere gli inquirenti per la pista del suicidio, scrive il
giornale Le Parisien, sottolineando tuttavia che la personalità della vittima suscita interrogativi.
A cominciare dal fatto che la vittima è un giornalista indipendente russo. E secondo gli elementi raccolti dalla polizia, può essere stato oggetto di ”minacce di morte”, riferiscono fonti vicine al dossier per determinare le cause del decesso e ”fare luce” sulla ”personalità della vittima”.
All’arrivo dei soccorsi, l’uomo è stato trovato inerme, ai piedi del palazzo di Meudon. E’ stato subito trasportato in ospedale ma per lui non c’era più nulla da fare.
All’interno dell’appartamento che occupava insieme ad un coinquilino, i poliziotti hanno trovato una sedia piazzata davanti alla finestra e alcune lettere redatte in russo. Il coinquilino presente sul posto era sotto shock e la barriera linguistica non ha permesso di interrogarlo nell’immediato. Gli agenti non sono stati in grado di stabilire se l’uomo è stato testimone della scena meno. Le indagini sono affidate al commissariato di Meudon.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile
DA UN LATO, È MINACCIATO DA ZAIA. DALL’ALTRO, DAL GENERALE VANNACCI CON LE “SUE” 160 SEZIONI DEL MOVIMENTO “IL MONDO AL CONTRARIO” – SALVINI TEME CHE SUOI I PARLAMENTARI SCAPPINO VERSO ALTRI LIDI… I MALUMORI INTERNI NEI CONFRONTI DI GIORGETTI (CHE VIENE CHIAMATO “GIANCARLO FINI”, PER DARGLI DEL TRADITORE)
Salvini non affonda solo da ministro. La sua Lega è in subbuglio: tra correnti interne e
consensi che scivolano, il leader deve fare i conti con un partito sempre più nervoso. La sua capacità di comandare è messa in discussione. C’è un sentimento di panico che corre su via Bellerio, da mesi ci si chiede se la guerra la vincerà Luca Zaia o il capitano.
Galvanizzato dagli odi e dalle trame, il vicesegretario Roberto Vannacci, mentre marca le distanze da Zaia, guarda oltre: alle 160 sezioni locali del suo movimento «Il mondo al contrario». È una guerra che non si placa. Fa un baccano tremendo. L’inizio di una resa dei conti all’orizzonte, e per capirla bene bisogna partire da chi è stato messo da subito all’angolo.
Il “responsabile” Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia e delle Finanze, dai salviniani battezzato «Giancarlo Fini», quindi il traditore di Salvini e della Lega. Silenzioso, riflessivo, esperto di nomine e bilanci. Con Salvini naviga su un’altra rotta: niente Papeete, rubli, rosari. L’idea di una Lega che resta al governo con disciplina.
Per questo scaricato dalla Lega stessa dopo l’ultima legge di bilancio. «È un tecnico», ha sentenziato il senatore Claudio Borghi, fuori tempo dunque dentro la Lega dei nuovi contendenti.
Il generale Vannacci, fino a poche settimane fa, lo si sarebbe raccontato come “portatore di un pacco di voti non indifferente”. Dopo che nella sua Toscana ha raccolto meno del 17 per cento, l’insofferenza del partito nei suoi confronti tocca vette altissime. Restano comunque una truppa di fedeli dentro il parlamento. I deputati Edoardo Ziello, Elisa Montemagni, Andrea Barabotti, Rossano Sasso, Domenico Furgiuele. Al senato gravitano intorno al “mondo al contrario”: Claudio Borghi, Manfredi Potenti. Mentre subisce il fascino di Luca Toccalini, segretario della Lega giovani.
I voti reali sono quelli che può vantare Luca Zaia, l’ex Doge che raccoglie intorno alla sua figura nomi che pesano e formano quello che è stato battezzato come il “Partito del Nord”, tra questi: il presidente della Lombardia Attilio Fontana, il presidente del Friuli-Venezia Giulia, Maurizio Fugatti presidente del Trento.
Della Lega di Salvini Premier rimane una fortezza. In questi mesi torbidi, il Capitano resta a galla con «la paura di essere tradito», spiegano. Dunque via a disegnare una geografia di trame con i fedelissimi che rimangono: i vice Claudio Durigon e Silvia Sardone, il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, la deputata Laura Ravetto. Ci sarebbe anche Susanna Ceccardi, europarlamentare di peso e storica dirigente toscana del partito.
Ma ancora nera di rabbia dopo essere stata marginalizzata da Roberto Vannacci in Toscana. Da settembre, dopo un scontro verbale senza precedenti tra lei e il Capitano, tra i due non scorre buon sangue. Lei si era sfogata contro Vannacci che «crea disagio e imbarazzo nel partito», Salvini le aveva risposto per le rime, chiedendo di smetterla con «le polemiche».
Nervoso e ossessionato dal successo degli alleati, tra Giorgia Meloni che brilla di luce propria e Forza Italia che scala la Lega nei sondaggi, il Capitano teme le imboscate dei suoi. Ha paura di un’emorragia di parlamentari stanchi di star lì a premere il pulsante. Qualcuno se ne è già andato, Davide Bellomo tra le braccia di Tajani a inizio dello scorso anno.
Tutti segnali che Meloni raccoglie con timore, quello che l’alleato così fragile e sempre più litigioso nella maggioranza, rischi di diventare una mina vagante sotto i piedi del potere, pronta a esplodere a ogni passo.
(da Domani)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile
IL DISCORSO DELLA DUCETTA DI ALLORA: “PENSO CHE L’ITALIA DEBBA SCEGLIERE SE DIFENDERE IL DIRITTO INTERNAZIONALE OPPURE STABILIRE CHE VIGE LA LEGGE DEL PIÙ FORTE, DOVE IL DIRITTO INTERNAZIONALE LO STABILISCE CHI HA LA MAGGIORE CAPACITÀ MILITARE…” … COME SI CAMBIA, QUANDO SI VA AL POTERE
“Penso che l’Italia, oggi, debba scegliere se difendere il diritto internazionale e, quindi, dire ‘no’ alle azioni militari unilaterali, oppure stabilire che vige la legge del più forte, dove il diritto internazionale lo stabilisce chi ha la maggiore capacità militare”. Potrebbero essere le parole di un esponente dei partiti politici che hanno criticato l’intervento militare degli Stati Uniti in Venezuela, avvenuto sabato 3 gennaio. Invece è ci che disse
Giorgia Meloni, allora solo leader di Fratelli d’Italia, nell’aprile 2018.
Alla Camera si parlava dell’attacco effettuato dagli Stati Uniti in Siria, insieme a Francia e Gran Bretagna, nella notte tra il 13 e il 14 aprile a seguito del presunto uso di armi chimiche da parte del governo di Assad.
Tre giorni dopo, in Parlamento si era presentato il presidente del Consiglio (cosa che oggi è diventata piuttosto rara) Paolo Gentiloni, per informare l’Aula sulla situazione. Tutti i partiti avevano risposto, e Giorgia Meloni era stata decisamente critica dell’intervento.
Il discorso di Meloni è conservato nel resoconto stenografico della seduta. La leader di FdI, dall’opposizione, fu decisamente critica del governo italiano: “Da una parte, voi dite: noi non partecipiamo a quell’attacco, e, dall’altra, sostenete che l’attacco di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna in Siria era legittimo”. E “che quelli che, invece, sono contrari a quell’attacco, lo fanno perché sono amici di Putin e di Assad. Insomma, una ricostruzione un po’ bambinesca, buona per i tweet, buona per la propaganda elettorale”.
È quasi inutile sottolineare che, a quasi otto anni di distanza, la linea della presidente del Consiglio sembra essere decisamente cambiata. Dopo l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela, Meloni è stata la leader europea che più si è schierata a supporto dell’attacco.
Certo, ha detto che “l’azione militare esterna” non è “la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari”. Ma ha subito chiarito che il governo “considera legittimo un intervento di
natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”. La parola chiave è quella: “Legittimo”.
Senza contare che, dal centrodestra, sono subito partiti gli attacchi a chi criticava l’operazione militare. In particolare, affermando che chi lo fa sia automaticamente un sostenitore di Nicolas Maduro. Un approccio non molto lontano da quello che, nel 2018, Meloni definiva “bambinesco” e “buono per la propaganda elettorale”.
Tornando al 2018, allora Meloni insistette sui paletti che l’Italia doveva rispettare, pur facendo parte della Nato: “Siamo sempre stati leali”, ma “non rientra tra gli impegni connessi con l’appartenenza alla Nato l’obbligo di seguire, e neanche di condividere, presidente Gentiloni, azioni militari unilaterali decise da uno o da più Stati membri”. Perché, aggiunse, “la tattica del ‘se parte uno, partiamo tutti, e meniamo a testa bassa senza fare domande’ è buona per le risse da bar, non per la politica internazionale”.
La leader di Fratelli d’Italia sottolineò anche che gli Stati che avevano partecipato all’attacco (Usa, Francia, Gran Bretagna) avevano “degli interessi geopolitici in Siria. Non è che siamo solamente dei filantropi, eh, ci sono degli interessi geopolitici che qualcuno sta difendendo; sono i nostri interessi geopolitici? Permettetemi di avere qualche dubbio”. Anche in questo caso, sorge immediato il paragone con l’esplicito interesse di Donald Trump per il petrolio venezuelano, che vorrebbe far estrarre alle compagnie petrolifere statunitensi.
Il punto chiave era proprio che, per Meloni, l’Italia era chiamata a “difendere il diritto internazionale e, quindi, dire ‘no’ alle azioni militari unilaterali”. Per non “stabilire che vige la legge del più forte”. Perché “un’azione militare contro uno Stato” deve “essere fatta in seno alle Nazioni Unite o, almeno, con una vasta e trasversale partecipazione della comunità internazionale e non con azioni unilaterali di singoli Stati”.
Altrimenti si finisce nel “caos totale nelle relazioni internazionali”. La legge del più forte, disse Meloni può essere utile “a potenze nucleari come gli Stati Uniti, la Francia o la Gran Bretagna. Non mi è esattamente chiaro perché dovrebbe essere utile, a una nazione militarmente un tantino meno attrezzata come l’Italia, disconoscere le Nazioni Unite”.
La conclusione fu netta: “Fratelli d’Italia, in nome dell’interesse nazionale italiano, ribadisce la sua assoluta contrarietà ad ogni azione militare unilaterale, anche se viene giustificata con l’idea credibile delle ragioni umanitarie e anche se viene compiuta dai nostri storici alleati”. Parole che oggi sembrano molto distanti.
(da Dagoreport)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile
PAROLE GIUNTE DOPO INDISCREZIONI PUBBLICATE DAL SETTIMANALE “DER SPIEGEL”, SECONDO CUI DIVERSI MAGISTRATI INCARICATI DELLE INDAGINI SUL PARTITO DELLA LE PEN INCORREREBBERO IL RISCHIO DI SANZIONI DA PARTE DI WASHINGTON… NON SAREBBE LA PRIVA VOLTA: IL MAGISTRATO FRANCESE DELLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE (CPI), NICOLAS GUILLOU, RESPONSABILE DEL MANDATO D’ARRESTO DI BENYAMIN NETANYAHU, DALLO SCORSO AGOSTO E’ SOTTO SANZIONI AMERICANE
Il presidente del tribunale di Parigi, Peimane Ghaleh-Marzban, mette in guardia contro
un’eventuale ”ingerenza” degli Stati Uniti nel processo in appello al Rassemblement national (RN) di Marine Le Pen sul caso degli assistenti parlamentari Ue, in programma dalla prossima settimana a Parigi. Parole giunte dopo
indiscrezioni pubblicate dal settimanale Der Spiegel, secondo cui diversi magistrati incaricati del dossier RN incorrerebbero il rischio di sanzioni da parte di Washington.
Secondo il giornale tedesco, in particolare, l’amministrazione del presidente Usa, Donald Trump, valuterebbe sanzioni contro quei giudici francesi che hanno condannato Le Pen, nel marzo scorso. ”Se tali fatti venissero confermati o dovessero effettivamente prodursi, costituirebbero un’ingerenza inaccettabile e intollerabile negli affari interni del nostro Paese”, ha avvertito oggi il presidente del tribunale di Parigi.
Le Pen, come anche il Rassemblement National in quanto persona morale e altri 11 imputati, verranno processati in appello dal 13 gennaio al 12 febbraio 2026. Evocando il caso del magistrato francese della Corte penale internazionale (Cpi), Nicolas Guillou, responsabile del mandato d’arresto di Benyamin Netanyahu nonché oggetto dallo scorso agosto di sanzioni Usa, Peimane Ghaleh-Marzban, invita a protestare “contro la possibilità stessa che questo possa venire immaginato”.
Nella sentenza di primo grado, Le Pen venne condannata a 4 anni di carcere, di cui due senza condizionale, 100.000 euro di multa e 5 anni di ineleggibilità. Una sentenza duramente criticata dallo stesso Trump che lanciò un appello alla ”liberazione” della Le Pen, ritenendo che quella condanna fosse una forma di ”caccia alle streghe” per impedirle di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2027. Critiche vennero pronunciate anche dal suo vice J.D Vance.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »