Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile
DURANTE L’ULTIMO CONGRESSO ANNUALE DEL CCC E’ RIUSCITA A CANCELLARE TRE PIATTAFORME SUPREMATISTE
Completamente nascosta dietro il costume da Power Ranger rosa, una donna – dobbiamo presumerlo dato il nome – scrive qualcosa al computer. La telecamera che inquadra lo schermo mostra delle sequenze di codici. Poi improvvisamente la platea esplode in un applauso fragoroso.
Le immagini arrivano dalla congresso annuale del Chaos Computer Club (CCC), la più grande associazione di hacker d’Europa, che si è tenuto ad Amburgo a fine dicembre. L’ospite vestito da Power Ranger è l’hacktivista tedesca Martha Root (così si fa chiamare) e con quei codici ha appena cancellato
WhiteDate, WhiteDeal e WhiteChild.
Si tratta di tre piattaforme che si ispirano al pensiero suprematista bianco, di cui il primo è un vero e proprio sito di “incontri per bianchi”. Dopo mesi di lavoro, Martha Root e alcuni giornalisti del settimanale tedesco Die Zeit (Eva Hoffmann e Christian Fuchs) sono riusciti a risalire ai nomi di chi li gestiva.
Cos’è WhiteDate
WhiteDate, anche noto come il “Tinder dei nazisti”, è stato definito da molti come un sito di incontri per suprematisti bianchi. Secondo quanto si legge nell’articolo pubblicato da CCC, si rivolgeva infatti a razzisti e antisemiti. Al momento della sua cancellazione del web contava 8.000 iscritti, secondo quanto si legge in diversi articoli la maggior parte erano uomini. Ma c’è qualcosa che non sapevano: “Quest’anno alcuni nazisti hanno flirtato con chatbot realistici e se ne sono persino innamorati”, spiegano gli hacker.
Nell’ultimo anno Martha Root si è infatti infiltrata nella piattaforma attraverso una serie di profili femminili fake che sembravano in tutto rispondere alle caratteristiche desiderate dagli utenti, ma che in realtà altro non erano che chatbot generati con l’IA. L’hacker tedesca ha spiegato che le infrastrutture informatiche su cui si basavano le piattaforme erano così deboli che i suoi chatbot sono stati ammessi senza problemi e alcuni sono stati perfino “certificati come bianchi”.
Come sono riusciti a cancellarlo dal web
Attraverso i suoi chatbot è così riuscita a risalire all’identità delle persone dietro la pagina, scoprendo che tutte le tre piattaforme
erano gestite da un uomo tedesco di estrema destra, che “crede nella cospirazione di una supremazia bianca e di una comunità bianca “razziale”.
Alle stesse ideologie sarebbero infatti ispirate le altre due piattaforme. WhiteDeal è una sorta di piattaforma di networking professionale solo per persone bianche che si identificano nello stesso pensiero, mentre WhiteChild applicava gli stessi ideali al mondo della genitorialità e della famiglia.
Alla fine però, una volta scoperto ogni dettaglio delle infrastrutture informatiche su cui queste piattaforme di odio razziale si reggevano, a Martha Root sono bastati pochi minuti a farle crollare cancellandole dal web.
Questo lavoro – spiegano gli hacker – vuole essere la prova di come gli algoritmi, i chatbot forniti dall’IA e in definitiva la tecnologia possono usare uno strumento “per smascherare l’odio” un un’arma nella “lotta contro l’estremismo”.
Le reazioni
Secondo quanto riporta il profilo X di International Cyber Digest sarebbe stato pubblicato online anche un database in cui è possibile cercare gli utenti iscritti a WhiteDate. Lo stesso account ha sottolineato i possibili rischi per la privacy degli utenti data la facilità con cui gli hacker sono riusciti a estrapolarli dalla piattaforma. “È interessante notare che nessuno sta parlando della negligenza e dell’incoscienza con cui i proprietari di WhiteDate hanno gestito i dati degli utenti”.
Inoltre, sempre la stessa pagina ha condiviso il post di quello che sembra essere a tutti gli effetti l’amministratore di WhiteDate. L’account si chiama infatti WhiteDate.Net e nella bio si presenta
così “Incontri tradizionali per gli europei. Odiato dagli anti-bianchi” con tanto di link alla piattaforma e al gruppo Telegram. Nel post in questione ha riportato il video del momento in cui Martha Root cancella quelli che rivendica come i suoi siti e l’accusa di “cyberterrorismo”.
(da Fanpage)
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Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile
AVVIATA UNA RACCOLTA FONDI: IN POCHE ORE DONAZIONI OLTRE 1.600 EURO E 800 PRENOTAZIONI
Dopo aver distribuito oltre 1.200 spillette in occasione della protesta silenziosa svoltasi
durante il Concerto di Capodanno 2026, i sindacati del Teatro la Fenice di Venezia hanno deciso di ristamparne altre
Dopo aver distribuito oltre 1.200 spillette in occasione della protesta silenziosa svoltasi durante il Concerto di Capodanno 2026, la Rappresentanza sindacale unitaria (Rsu) del Teatro la Fenice di Venezia ha deciso di ristamparne altre tremila. Per venti giorni, fino al 25 gennaio, è attivo il conto PayPal per sostenere l’iniziativa con una donazione minima di due euro a spilla.
Scattata alle 11 di martedì 6 gennaio, nelle prime cinque ore – scrive Venezia Today – la raccolta ha ottenuto oltre 1.600 euro con 112 mail di richiesta da tutta Italia.
La protesta
Non si ferma quindi la protesta contro la scelta, da parte del sovrintendente Nicola Colabianchi, di Beatrice Venezi come direttrice musicale del Teatro, considerata una figura organica a
Fratelli d’Italia e al governo e per molti non adatta al ruolo. «Con questo gesto, il pubblico ha l’opportunità di unirsi ai lavoratori nella difesa dell’identità artistica, della competenza tecnica e dell’amore per la Musica, che rendono La Fenice un’eccellenza mondiale – scrive la Rsu in un comunicato -. Non lottiamo contro una persona, ma contro un metodo di gestione che antepone logiche estranee alla missione culturale della Fondazione, ovvero, la salvaguardia dell’eccellenza artistica».
Oltre tremila spillette – tutte rigorosamente con un cuore e una chiave di violino – erano già state ordinate nei giorni scorsi da associazioni musicali, cori, docenti universitari, appassionati di opera e non solo. Gli ordini erano arrivati un po’ da tutta Italia: Trieste, Milano, Pisa, la Calabria e persino Barcellona, dove di recente si è recata l’orchestra veneziana, convincendo i colleghi dello storico teatro Liceu a mostrarla.
(da agenzie)
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Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile
POTEVA ANDARE IN VACANZA IN RUSSIA COSI’ EVITAVA DI ROMPERE I COGLIONI AL PROSSIMO
Rocco voleva solo passare le vacanze con la moglie in Ucraina. Per questo ha preso un autobus dall’Italia per Kiev. Ma si sa come vanno queste cose. I tanti chilometri, il tempo che non passa mai, la voglia di attaccare bottone. Per questo ha cominciato a parlare con un’altra passeggera, Daria Melnychenko. Dicendole quello che pensava dell’attuale situazione politica: l’Ucraina è un cattivo paese, Volodymyr Zelensky un pessimo presidente. Mentre la Russia di Putin
invece è un paese da rispettare. Il suo guaio è stato che Daria ha cominciato a scrivere quello che le stava accadendo su Threads. E così, arrivati al confine, si è ritrovato la polizia davanti. E non gli sarà permesso di entrare nel paese.
Rocco, fa sapere la stampa ucraina, ha 53 anni. E ha ricevuto un foglio di via e un bando: non potrà entrare in Ucraina nei prossimi tre anni. L’uomo ha cominciato a parlare con Daria delle sue predilezioni per Putin. La passeggera gli ha risposto che a quel punto non avrebbe dovuto entrare nel paese. L’italiano ha risposto che anche sua moglie la pensava come lui. E lì la conversazione è stata udita anche da altri passeggeri. Che hanno anche pubblicato online una registrazione audio dei discorsi. Nel frattempo l’autobus ha raggiunto il confine. E lì Rocco è stato fermato. Lui e la moglie sono stati portati dal supervisore di turno per stendere un rapporto. Il giornalista Vitaliy Hlahola ha chiarito su Telegram che l’autobus sul quale è avvenuto l’incidente si era già avvicinato al posto di blocco di Chop, nell’oblast’ di Transcarpazia.
L’autobus
L’autobus è rimasto al checkpoint di Chop-Zahony. Della vicenda sono stati informati il servizio di guardia di frontiera e lo Sbu. Successivamente il portavoce del servizio di frontiera Andriy Demchenko ha fatto sapere del divieto di ingresso per tre anni. Rocco ha ribadito anche nel colloquio con la polizia di frontiera di avere opinioni filo-russe e di giustificare l’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca. Il post di Daria Melnichenko che descrive l’incidente ha ricevuto oltre un milione di visualizzazioni e ha causato una violenta reazione da parte degli utenti.
(da agenzie)
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Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile
LE IMMAGINI DI ALTRAECONOMIA MOSTRANO L’IMPATTO SULL’AMBIENTE DELLE OPERE
I giochi invernali di Milano-Cortina 2026 sono stati presentati come «le Olimpiadi della
sostenibilità». Le immagini satellitari, però, raccontano una storia ben diversa. Il confronto aereo tra il “prima” e il “dopo” dei cantieri che mostra un consumo di suolo esteso e concentrato in alcune delle aree alpine più delicate. A documentarlo è Altreconomia, che con la consulenza di PlaceMarks ha analizzato i dati satellitari relativi alle principali opere olimpiche. Le immagini sono state pubblicate oggi in anteprima sul Fatto Quotidiano, che ha messo in fila tutti gli interventi più onerosi e i relativi impatti sull’ambiente.
Il bosco abbattuto e il maxi-parcheggio
A Cortina d’Ampezzo, il bosco di Ronco è stato abbattuto per far spazio alla nuova pista da bob, che costerà 125 milioni di euro. Gli alberi rimossi sono circa 800 larici, a fronte della promessa di piantare 10 mila nuovi alberelli nei prossimi anni. A Livigno, sui pendii del Mottolino, i lavori per il campo di gara di snowboard e freeski hanno comportato sbancamenti estesi e la realizzazione di un parcheggio sotterraneo in cemento, con una trasformazione radicale dei prati alpini. In quel di San Vito di Cadore, la variante stradale mai completata in tempo per i
Mondiali di sci del 2021 è destinata a diventare un grande parcheggio a cielo aperto per le auto degli spettatori diretti a Cortina. A Tirano, in provincia di Sondrio, i terreni agricoli a ridosso del fiume Adda sono stati trasformati in un cantiere permanente.
Il ruolo di Simico
Tutte le opere sono realizzate da Simico, la società del ministero delle Infrastrutture incaricata di gestire interventi per circa 4 miliardi di euro. Nel dossier del 2019 il Comitato organizzatore assicurava che non sarebbero stati costruiti nuovi impianti se non già pianificati, che non sarebbero servite nuove infrastrutture di trasporto e che la filosofia sarebbe stata improntata a moderazione e responsabilità finanziaria. Ma i numeri, scrive Il Fatto Quotidiano, raccontano una realtà ben diversa.
I costi lievitati delle Olimpiadi Milano-Cortina
Gli interventi complessivi sono 111, poi formalmente ridotti a 98: 47 sportivi e 51 legati a strade e ferrovie. Il costo delle sedi di gara è passato dai 204 milioni stimati nel 2019 a 945 milioni di euro. La pista da bob di Cortina è cresciuta da 46 a 131 milioni, mentre l’impianto di biathlon di Anterselva è salito da 4,7 a 55 milioni e i trampolini di Predazzo sono passati da 7,5 a 45 milioni. Complessivamente si spenderanno 7 miliardi per i giochi invernali del 2026, di cui 5 miliardi in opere infrastrutturali e 2 miliardi per l’organizzazione.
I lavori finiti solo a metà
Dal punto di vista operativo, molte opere saranno pronte solo parzialmente per l’inizio dei Giochi. Alcuni cantieri, come quello della pista da bob, proseguiranno anche dopo l’evento.
Gran parte delle infrastrutture di trasporto – per un valore stimato di almeno 3 miliardi di euro – sarà completata dopo il 2026. La narrazione ufficiale parla di ritardi programmati e di una macchina organizzativa sotto controllo. Una legge approvata a luglio ha prorogato l’operatività di Simico e del commissario straordinario fino al 2033, con poteri speciali e deroghe a regolamenti urbanistici e procedure amministrative, esclusa la materia penale. Molti cantieri, insomma, dureranno ben oltre le Olimpiadi.
(da agenzie)
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Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile
È ARRIVATA PER ULTIMA, CON UN RITARDO DI UN’ORA, HA DISERTATO LA CONFERENZA STAMPA E NON È APPARSA NELLA GALLERIA DIGITALE DEI LEADER SORRIDENTI … A PORTE CHIUSE, FA METTERE A VERBALE LA CONTRARIETÀ ITALIANA ALL’INVIO DI TRUPPE… FRENA SULL’INGRESSO DELL’UCRAINA IN UE. NON C’È FRETTA, PRIMA TOCCA ALL’ALBANIA DEL SUO CARO AMICO EDI RAMA
Nel gelo di Parigi Giorgia Meloni appare e scompare nel giro di tre ore scarse. Defilata, costretta dalle contingenze a partecipare a una riunione dove si accelera su un progetto, quello delle truppe europee in Ucraina, che non ama e che non sposerà.
Nel giorno in cui altri europei aprono a un contributo militare, vedi la Spagna di Sanchez o la Germania di Merz, ma pure, felpatamente, gli Usa di Trump, Meloni ribadisce per l’ennesima volta il suo no. Secco, definitivo, quasi notarile.
Segnale: la Maserati fiammante con a bordo la leader italiana è l’ultima a fare capolino nel cortile dell’Eliseo. Meloni arriva nel quartier generale della presidenza della République quando la riunione dei volenterosi è cominciata da un pezzo, quasi un’ora. Il motivo del maxi-ritardo è la visita ai feriti di Crans-Montana ricoverati a Milano.
Anche l’anno scorso, stesso vertice, stessa scena: la premier si era presentata per ultima. Sempre a seduta iniziata. Pure stavolta va così: a differenza di tutti gli altri leader, Meloni è l’unica a non essere accolta da Emmanuel Macron, indaffarato a presiedere il summit.
Sullo scalone si affaccia un alto funzionario, il capo del protocollo dell’Eliseo, Frédéric Billet. Rispetto all’anno scorso, Macron non scorta Meloni nemmeno all’uscita: è atteso in conferenza stampa, con Zelensky, Starmer e Merz.
Mentre parlano ai cronisti, Meloni si è già accomodata sull’aereo di Stato, per tornare a Roma. Il francese su Instagram celebra «una grande giornata per l’Europa e l’Ucraina» e nella galleria digitale dei leader sorridenti, Meloni non c’è. Si vede la sua sedia vuota.
Compare nella foto di famiglia, rimandata a fine vertice per far sì che ci fosse.
Nel chiuso dell’Eliseo, di fianco a Starmer, in quattro minuti la premier mette a verbale, ovvio, il sostegno a Kiev. Ma il contributo dei vari paesi alla forza multinazionale sarà «volontario», insiste. E il governo italiano questa volontà non ce l’ha.
Nessun soldato sul campo in caso di cessate il fuoco. Zero sminatori, nemmeno un osservatore. Meloni ribadisce il concetto nella nota serale di Palazzo Chigi: tra «i punti fermi» c’è «l’esclusione dell’impiego di truppe italiane sul terreno».
Che offrirà allora Roma, come contributo alle garanzie di sicurezza per il paese di Zelensky? Per ora si sa che parteciperemo al «meccanismo di monitoraggio» del cessate il fuoco. In che modo? Presto per dirlo, di sicuro non in prima linea: chi nel governo padroneggia il dossier suggerisce un contributo di intelligence, di logistica, più l’addestramento dei soldati, ma a casa nostra.
Meloni e i suoi sherpa ci tengono a un altro passaggio della dichiarazione di Parigi. Quello in cui si parla dell’osservanza degli «ordinamenti costituzionali» per la ratifica degli accordi che riguarderanno l’Ucraina.
Vale per il trattato modello articolo 5 della Nato, che dovrebbe scudare Kiev. È una proposta italiana, l’articolo 5, vero. Ma sarà comunque oggetto di un voto alle Camere. Meloni lo fa capire nella nota, ricordando «il rispetto delle procedure costituzionali». Si spera insomma che la Lega non si metta di traverso, come per le armi. La premier si mostra fredda anche su un’altra questione discussa ieri: l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue in tempi stretti. Meloni sposa il percorso teorico, ma senza fretta. Prima tocca all’Albania di Edi Rama.
Ufficialmente al tavolo dei volenterosi non si discute mai dell’elefante nella stanza, la Groenlandia (come del Venezuela). Quando Meloni deve ancora atterrare, viene diffusa la dichiarazione dei leader europei che chiedono il rispetto del diritto internazionale. La presidente del Consiglio ci mette la firma, dopo avere ottenuto rassicurazioni che il testo sarebbe stato «costruttivo» con gli Usa. Della serie: bene fissare alcuni principi, ma senza mettere un dito nell’occhio a Trump.
(da La Repubblica)
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Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile
IN QUELL’OCCASIONE, RODRIGUEZ AVREBBE PROPOSTO A WASHINGTON UN “MADURISMO SENZA MADURO”, UNA SORTA DI “REGIME IN VERSIONE LIGHT”. PER GLI AMERICANI, È LA SOLUZIONE IDEALE: PERMETTE UNA TRANSIZIONE DI POTERE PIÙ SEMPLICE, LA STABILITÀ DEL PAESE E LA PROMESSA (VAGA) DI NUOVE ELEZIONI. IN CAMBIO, AVRANNO ACCESSO AL PETROLIO DI CARACAS
In ottobre è avvenuto a Doha l’incontro fra emissari dell’Amministrazione Trump e
Delcy Rodríguez. In quell’occasione la numero due di Caracas, è in grado di ricostruire La Stampa tramite fonti locali, avrebbe proposto agli statunitensi un «madurismo senza Maduro», una sorta di «regime in versione light».
Questo avrebbe consentito una transizione di potere più semplice, la stabilità del Paese e nuove elezioni presidenziali in futuro. I 18 mesi che Trump ha indicato come durata del piano per la costruzione delle infrastrutture energetiche fornirebbe una prima indicazione sul 2027 come prima opzione possibile per scegliere la nuova leadership a Caracas.
Un rapporto della Cia focalizzato sul «giorno dopo la caduta di Maduro» ha ulteriormente rafforzato la posizione di «una svolta senza stravolgimenti».
L’opposizione di Machado non è stata ritenuta credibile nella gestione delle informazioni sulla forza del regime; la Nobel nonostante le pressioni non avrebbe dato garanzie sufficienti e un piano chiaro su come Edmundo Gonzalez (l’uomo che ha vinto secondo gli americani e non solo le elezioni del 2024) si sarebbe potuto insediare evitando il caos.
Il fatto è che gli analisti dell’intelligence sono convinti che la stabilità «a breve termine ci poteva essere solo tramite le forze armate e le élite imprenditoriali». Cosa che Machado non può minimamente garantire.
Oltre al nome di Rodríguez nella valutazione dell’intelligence ci sono altre due persone (non nominate). Ma si tratterebbe di Diosdado Cabello e Vladimiro Padrino, ministro di Interno e della Difesa e quindi coloro che muovono polizia ed esercito, i due gangli vitali del sistema di potere di Maduro.
(da La Stampa)
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Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile
FERITI 41 STUDENTI, 11 SONO IN OSPEDALE…. MA CHE STRANO: NESSUNO INVIA A TEL AVIV LE FORZE SPECIALI PER PRELEVARE IL CRIMINALE NETANYAHU E CONSEGNARLO ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE
C’è ancora il sangue a terra sulla strada d’entrata al campus di Birzeit, nell’omonima città all’interno del governatorato di Ramallah, una delle principali università palestinesi, in Cisgiordania.
Sono circa le 13 quando più di duecento soldati israeliani in venti diverse camionette distruggono l’entrata dell’ateneo, facendo incursione dentro il campus. Prima intimidiscono gli studenti, i docenti e il personale dell’Università, poi aprono il fuoco: lacrimogeni, proiettili di gomma e proiettili veri.
Tra le urla e le lacrime in poco tempo non si capisce più niente, solo dopo scopriremo che 41 studenti sono stati feriti e 11 portati via con l’ambulanza e adesso in ospedale.
“È un attacco terroristico contro la vita accademica palestinese e le istituzioni accademiche palestinesi”, commenta con Fanpage.it Ala Alazzeh, vicedirettore degli affari studenteschi dell’ateneo. “Hanno iniziato a sparare non appena sono entrati nel campus, utilizzando proiettili veri, gas lacrimogeni e bombe sonore. Diversi studenti sono stati feriti, alcuni gravemente, da proiettili veri”, continua
Oggi, al momento dell’attacco, c’erano più di 10.000 studenti nel campus, in totale l’Università conta 14.000 studenti provenienti da tutta la Cisgiordania occupata. Birzeit è un’Università molto importante, una delle principali istituzioni accademiche e di ricerca in Palestina. Per questo motivo è costantemente nel mirino dell’esercito israeliano. Questa, infatti, non è la prima volta che l’Università viene attaccata, l’esercito l’ha già fatto diverse volte negli ultimi anni, tuttavia, è la prima volta che accade durante l’orario delle lezioni, nel bel mezzo della giornata scolastica, quando gli studenti sono tutti nelle loro aule.
“È una novità per l’Università di Birzeit l’uso di armi all’interno del campus, è la prima volta che l’esercito fa incursione con questa forza e violenza, è un vero esercizio di potere all’interno del campus”, commenta ancora il dottor Alazzeh.
“Questo attacco fa parte di una strategia di terrore contro i palestinesi che dura ormai da settant’anni. È parte integrante delle pratiche coloniali e dell’occupazione militare. L’Università di Birzeit è un’istituzione per i palestinesi, quindi l’attacco rientra in quello generale contro il popolo palestinese e, in particolare, contro le istituzioni accademiche in Palestina. La logica del colonialismo di insediamento è quella di sbarazzarsi della popolazione nativa della Palestina, i palestinesi. Parte di questa politica consiste nel distruggere le istituzioni palestinesi e impedire ai palestinesi di avere istituzioni indipendenti, specialmente quelle accademiche che permettono alla società palestinese di ricostruirsi sotto l’occupazione militare e il regime coloniale”, ci spiega.
L’attacco di oggi, secondo l’esercito israeliano, sarebbe avvenuto in quanto gli studenti praticano attivismo politico all’interno dell’ateneo. Il che fa sorridere se pensiamo a qualsiasi altra università europea, cuore della politica giovanile in qualsiasi altro paese democratico.
“I palestinesi sono abituati a vivere costantemente sotto minaccia. I nostri studenti affrontano gli stessi ostacoli passando per i posti di blocco e subendo attacchi militari nei loro villaggi o noi campi profughi. L’università non fa eccezione. Questo è ciò che vogliono trasmettere: che l’università non è uno spazio sicuro per gli studenti. Per questo chiediamo ai nostri colleghi in tutto il mondo di sostenerci, di condannare questi atti e di assumersi la propria responsabilità etica nel sostenere la vita accademica palestinese”, conclude Ala Alazzeh.
Intanto per strada è tornata la calma, dopo circa due ore di incursione incontriamo ancora qualche studente che commenta incredulo quanto avvenuto. Tre ragazze (che chiedono di rimanere anonime) sono sedute sui gradini dell’entrata principale dell’ateneo. Guardano il tramonto mentre controllano i messaggi whatsapp per vedere se ci sono aggiornamenti dai loro compagni in ospedale.
“Ci siamo molto spaventate oggi”, racconta una delle ragazze, ventiduenne, “ho visitato tanti paesi in occidente, sono stata in tante università nel mondo, ma la grande differenza con Birzeit è il senso di sicurezza. Quello che qui non abbiamo. Siamo venute per studiare e abbiamo rischiato la vita. Ogni giorno venire in Università è diventato veramente pericoloso ma allo stesso tempo è diventato così normale per noi palestinesi”.
Intanto il sole sta tramontando, bisogna andar via prima che chiudano i checkpoint. Mentre mette in ordine i libri dentro la sua borsa l’altra ragazza, diciottenne, commenta: “Non ci spaventeranno, vengono per spaventarci e costringerci a non imparare ma non lo faranno, Birzeit è differente, non ci fermeranno dal voler studiare”.
(da Fanpage)
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Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile
IMMAGINIAMO A CHI… ALTRO CHE LAMENTARSI DELLA MICROCRIMINALITA’ QUANDO IL MONDO E’ IN MANO A GRANDI CRIMINALI
Il Venezuela consegnerà agli Stati Uniti tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio. Che
sarà «di alta qualità». Lo ha annunciato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha anche precisato che il greggio sarà venduto a prezzo di mercato e i proventi saranno sotto il suo controllo. «I proventi saranno gestiti da me, in qualità di Presidente degli Stati Uniti d’America, per garantire che siano utilizzati a beneficio del popolo del Venezuela e degli Stati Uniti!», ha spiegato su Truth Social. «Ho chiesto al Segretario all’Energia Chris Wright di
attuare immediatamente questo piano. Il petrolio sarà trasportato da navi cisterna e portato direttamente ai moli di scarico negli Stati Uniti».
L’operazione Maduro
Gli Stati Uniti non hanno ancora reso noto il bilancio delle vittime del blitz che ha portato all’estradizione di Nicolàs Maduro. Caracas non ha nemmeno fornito un numero delle vittime, ma l’esercito ha pubblicato un elenco di 23 nomi dei suoi caduti. Alcuni funzionari venezuelani hanno affermato che gran parte del contingente di sicurezza di Maduro è stato ucciso «a sangue freddo». Cuba ha dichiarato che 32 membri dei suoi servizi militari e di intelligence in Venezuela sono stati uccisi. La presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha dichiarato una settimana di lutto per i membri dell’esercito uccisi nel raid. Maduro, 63 anni, si è dichiarato non colpevole dalle accuse di droga. Ha affermato di essere un “uomo perbene” e di essere ancora presidente del Venezuela, mentre si trovava in un tribunale di Manhattan, ammanettato alle caviglie e con indosso la divisa arancione e beige da carcerato.
Il petrolio
Per ora Trump sembra voler collaborare con Rodriguez e altri alti funzionari del governo rovesciato Sulla base dei recenti prezzi del petrolio venezuelano, l’accordo potrebbe valere fino a 1,9 miliardi di dollari. I funzionari statunitensi devono ancora delineare un quadro giuridico che autorizzi il petrolio venezuelano. Sebbene gli Stati Uniti abbiano accusato le petroliere venezuelane di aver violato le sanzioni statunitensi per spedire petrolio iraniano e venezuelano. Trump ha anche
suggerito che gli Stati Uniti contribuiranno a ricostruire le infrastrutture petrolifere del paese. A beneficio di grandi compagnie petrolifere come Exxon Mobil e Conoco Phillips, colpite dalla nazionalizzazione del petrolio venezuelano da parte dell’ex presidente Hugo Chavez.
Il problema Cabello
L’amministrazione Trump ha avvisato il ministro degli Interni Diosdado Cabello che potrebbe essere in cima alla lista dei bersagli se non aiuta Rodríguez a soddisfare le richieste degli Stati Uniti e a mantenere l’ordine. Cabello, che controlla le forze di sicurezza accusate di diffuse violazioni dei diritti umani, è uno dei pochi fedelissimi di Maduro. Intanto si è fatto vedere per le strade del Venezuela, pattugliando con le forze di sicurezza: «Sempre leali, mai traditori. Il dubbio è tradimento!». Gli Stati Uniti stanno inoltre facendo pressione sul governo venezuelano ad interim affinché espellano i consiglieri ufficiali di Cina, Russia, Cuba e Iran.
(da agenzie)
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Gennaio 7th, 2026 Riccardo Fucile
IL TENTATIVO DI APPOGGIARE GLI INDIPENDENTISTI, IN SUBORDINE L’AZIONE MILITARE
Non un’invasione ma un acquisto. Anche se l’opzione militare è sul tavolo. A parlare delle intenzioni del presidente Donald Trump sulla Groenlandia è stato il segretario di Stato Marco Rubio in un briefing di alti funzionari dell’amministrazione alla leadership del Congresso sull’operazione per catturare il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sui piani dell’amministrazione per il futuro del paese. Anche se nel frattempo la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt dice che l’uso dell’esercito «rimane un’opzione sul tavolo». E quindi gli Stati Uniti muoveranno guerra a un paese Nato come la Danimarca? Oppure compreranno la Groenlandia anche se Copenaghen non vuole venderla?
Comprare la Groenlandia
L’idea dell’acquisto è sul tavolo dal 2019. Ovvero dalla prima volta che Trump disse in pubblico che voleva comprare la Groenlandia. Era l’epoca del suo primo mandato. E c’è un piano, dice l’Economist. Secondo il quale Washington offrirebbe a Nuuk un Cofa – Compact of Free Association (Trattato di Libera Associazione), un’intesa che gli Stati Uniti hanno già in vigore con alcuni piccoli paesi del Pacifico. Cos’è il Cofa? Si tratta di un accordo internazionale con un paese sovrano. Washington garantisce piena autonomia negli affari interni e lo riconosce come indipendente. Assumendosi gli oneri per la difesa.
Sicurezza in cambio di autonomia
In cambio installa nel paese basi militari. Oggi accordi simili
sono in vigore con Micronesia, Isole Marshall e Palau, ex territori sotto amministrazione fiduciaria americana dopo la Seconda Guerra Mondiale; risalgono alla seconda metà degli anni Ottanta. Ma oggi firmare quell’accordo sarebbe giuridicamente impossibile, dice La Stampa: «La Groenlandia non è uno Stato sovrano, ma parte del Regno di Danimarca», spiega al quotidiano l’esperta di governance internazionale Ekaterina Antsygina, Universität Hamburg.
(da agenzie)
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