Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
FRA IL 2021 E IL 2025, LE CONSEGNE STATUNITENSI SONO ESPLOSE DA UNO A QUASI OTTO MILIARDI DI METRI CUBI AL MESE. MA I FORNITORI AMERICANI POSSONO VENDERE TUTTO IL LORO PRODOTTO ALLE CENTRALI ELETTRICHE NEGLI STATI UNITI O AI CLIENTI ASIATICI: NON DIPENDONO DALL’EUROPA COME L’EUROPA DIPENDE DA LORO
Sabato alla cattura di Nicolas Maduro, Kirill Dmitriev, negoziatore di Vladimir Putin con la Casa Bianca, ha sottolineato ciò che gli interessa: con l’aggiunta del Venezuela, ora gli Stati Uniti controllano il 20% della produzione mondiale di petrolio.
«Un potere enorme», ha notato Dmitriev. Non dispiace ai russi, perché hanno una loro idea riguardo alla direzione verso cui gli Stati Uniti potrebbero indirizzare questa capacità di condizionamento: non verso Mosca, che controlla le proprie risorse energetiche, ma verso le capitali europee. E se questo può
essere vero in parte per il petrolio, lo è sicuramente di più per il gas naturale.
A fatica, l’Unione europea si è liberata negli ultimi anni della dipendenza dalla Russia per il metano; ma pochi dei suoi leader avrebbero immaginato che il nuovo fornitore strategico, gli Stati Uniti, si sarebbe dimostrato così scomodo tanto presto.
Naturalmente le dipendenze europee dagli Stati Uniti hanno molti aspetti: la sicurezza, l’accesso al mercato, le tecnologie.
Ma la dipendenza relativa all’energia, per quanto finora rimasta in secondo piano, nell’immediato sta diventando la più cogente e pericolosa.
Oggi l’Unione europea ha bisogno del metano americano più o meno quanto aveva bisogno di quello di Mosca quattro o cinque anni fa. Le quantità di gas liquefatto statunitense in Europa sono inferiori a quelle di gas via tubo dalla Russia nel 2021; ma il potere della Casa Bianca di far salire le bollette del riscaldamento e dell’elettricità nel Vecchio Continente decurtando l’offerta è simile a quella del Cremlino di allora.
Nel 2022 l’Europa affrontò una crisi energetica quando Putin iniziò ad usare l’arma del metano cercando di forzare l’Europa a interrompere il sostegno all’Ucraina. Il ricatto fallì anche perché subentrarono altri fornitori, primi fra tutti gli americani.
Nel gennaio 2022 la Russia era il primo fornitore europeo con circa 2,6 miliardi di metri cubi di metano alla settimana . Oggi di fatto Mosca è quasi scomparsa dai mercati europei. Invece il gas naturale liquefatto è cresciuto da uno a 2,9 miliardi di metri cubi al mese venduti all’Unione europea e in questo insieme l’America pesa per il 60% del totale.
Fra il 2021 e il 2025, le consegne statunitensi sono esplose da uno a quasi otto miliardi di metri cubi al mese. Ma i fornitori americani possono vendere tutto il loro prodotto alle centrali elettriche negli Stati Uniti o ai clienti asiatici: non dipendono dall’Europa come l’Europa dipende da loro. Ed è un dettaglio che potrebbe anche passare inosservato, se Trump non sembrasse deciso a imporre all’Europa stessa nuove umiliazioni.
(da “Corriere della Sera”)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
LE MIRE DEL TYCOON SONO SÌ GEOPOLITICHE, MA ANCHE ECONOMICO-COMMERCIALI: IN AMERICA LATINA SI TROVANO RISORSE INFINITE DI MATERIE PRIME E IDROCARBURI. MESSICO E BRASILE SONO GIGANTI PETROLIFERI, LA COLOMBIA È IL SECONDO PAESE AL MONDO PER BIODIVERSITÀ
Le minacce di Trump incendiano l’America Latina e il timore è che, come visto con
Nicolas Maduro, dalle parole si possa passare ai fatti
Dopo il successo del blitz di Caracas tutti i Paesi della regione sono entrati nel radar della Casa Bianca. Cuba e Colombia sono nel mirino, ma anche in Messico non stanno tranquilli mentre a Brasilia Lula cerca di mettere in piedi una linea di resistenza continentale che sembra però difficile da organizzare visto che a ogni elezione (vedi i voti recenti in Bolivia e Cile) i vassalli trumpiani non fanno che crescere.
Le mire di Trump sono geopolitiche ma anche economico-commerciali, perché in America Latina si trovano risorse infinite di materie prime e idrocarburi.
Messico e Brasile sono giganti petroliferi, la Colombia è il secondo Paese al mondo per biodiversità, il Perù ha un settore minerario aperto alle industrie straniere e dove la Cina ha fatto passi da giganti. C’è poi il litio le cui riserve sono concentrate in un triangolo di Paesi (Argentina-Bolivia-Cile) che, a partire da marzo, con l’ingresso in campo del cileno Kast, saranno guidati da governi amici della Casa Bianca.
C’è di tutto e di più, basta avere presidenti che aprono le porte per sinergie e nuove privatizzazioni, il businessman Trump questo lo sa bene. Il gas naturale che va dalle Ande boliviane
fino alla Patagonia argentina, il rame del Cile, le riserve di acqua dolce per non parlare di soia, carne, cereali. Nello stesso Venezuela, petrolio a parte, ci sono grandi riserve di oro e di altri metalli preziosi; l’inefficienza e la corruzione del regime chavista ha impedito di sfruttarle al meglio. Se saranno date le condizioni, le imprese americane potranno fare affari giganteschi, spiazzando alcuni concorrenti regionali come le brasiliane Petrobras e Vale.
Sull’Avana c’è una bomba ad orologeria. «Hanno i giorni contati – ha detto Trump – sono in una crisi terribile, è chiaro che stanno per cadere». A Cuba manca di tutto e senza il petrolio venezuelano l’isola rischia il blackout. Dal Messico è arrivato una boccata d’ossigeno ma Trump potrebbe bloccare anche quella fonte e allora davvero sarebbe dura tirare avanti.
Lula e Trump sembravano entrati in una fase di disgelo, la crisi venezuelana li ha rimessi sugli scudi. Il brasiliano punta al quarto mandato a ottobre, Trump farà di tutto per sostenere i conservatori, che per ora puntano su Flavio Bolsonaro, primogenito dell’ex presidente finito in galera. Trump sa che Lula è in vantaggio e sa anche che il brasiliano è un popolo nazionalista a cui non piace l’idea di una potenza straniera che venga a dirgli cosa si deve fare.
Tanti gli interessi e i giochi di potere incrociati e su tutti c’è il dramma dei migranti. La Colombia ospita 2,5 milioni di venezuelani, il Brasile ne ha 650.000, una nuova crisi umanitaria potrebbe far nascere un altro esodo e il costo ricadrebbe proprio su Petro e Lula.
Trump gioca al grande Risiko delle Americhe. Si fa forte della rete di governi alleati, da Milei in su e della pressione commerciale e militare su chi osa andargli contro. La convinzione è che la sintonia politica aprirà grandi spazi commerciali, cacciando indietro i cinesi, che negli ultimi anni sono cresciuti moltissimo nella regione.
(da agenzie)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
L’AMBASCIATORE STEFANINI: “C’E’ L’EURASIA PER LA RUSSIA DI PUTIN, LE AMERICHE PER GLI STATI UNITI DI TRUMP, L’ASIA-PACIFICO PER LA CINA DI XI JINPING. L’EUROPA, CHE RIMANE FUORI, AFFRONTA UN TRIPLICE PROBLEMA
L’intervento americano in Venezuela è l’ultimo chiodo sulla bara del mondo post-1945. Segna il passaggio dall’era delle alleanze che aggregavano l’Occidente – Nato, G7 e altri formati – all’era delle zone d’influenza che lo spaccano.
Le “zone d’influenza” non coprono l’intero orbe terracqueo ma una buona parte: l’Eurasia per la Russia di Vladimir Putin, le Americhe per gli Stati Uniti di Donald Trump, l’Asia-Pacifico, comprendente Taiwan e il mar cinese meridionale e settentrionale fino alla “linea a nove trattini”, per la Cina di Xi Jinping. L’Europa rimane fuori. Non necessariamente un male.
Se non fosse per l’allentamento del rapporto transatlantico di cui ha ancora bisogno per la propria sicurezza.
Se poi il «ripristinare la preminenza americana nell’emisfero occidentale», proclamato da Trump, comprende anche l’Ipo ostile sulla Groenlandia, il rapporto è a rischio di rottura
Col “ritorno alle Americhe”, ove necessario con le cannoniere, della politica estera americana, lo scenario internazionale abbandona l’organizzazione basata sul diritto per una coabitazione cede il passo alla legge del più forte.
Donald Trump è convinto di essere l’artefice della trasformazione – e se ne vanta.
In realtà egli la porta solo a compimento. Il merito, o demerito, di averla iniziata va a Vladimir Putin che ha fatto della guerra contro l’Ucraina lo strumento per ristabilire una zona d’influenza russa estesa all’ex-Unione Sovietica, Baltici esclusi – forse e per ora. Le “cause profonde” […] altro non sono che il controllo dell’Ucraina, riconducendola all’ovile a sovranità limitata della sfera russofila.
Trump e Rubio sono più espliciti – dicono che l’obiettivo americano a Caracas è un governo controllato da Washington. Con l’amicizia senza limiti e il sostegno all’economia di guerra russa, Xi Jinping aveva immediatamente aderito alla visione russa delle zone d’influenza, ovviamente anche pro domo sua. Mancavano gli Stati Uniti di Joe Biden, tenacemente attaccati al contrasto della Russia in Ucraina. Trump rovescia il paradigma: il Venezuela viene prima dell’Ucraina oggi; forse, di Taiwan domani. Mentre i loro ambasciatori all’Onu prendono le difese, verbali, della legalità internazionale, Mosca e Pechino prendono appunti.
Grandi potenze e zone d’influenza non sono la stessa cosa. Le une sono, da sempre, gli attori principali che determinano gli equilibri, o le guerre, regionali o mondiali. Ed è inevitabile che facciano sentire il loro maggior peso sui vicini, specie se più piccoli e/o più deboli (talvolta antagonizzandoli). Ma adesso l’influenza sui Paesi perimetrali da derivato di potenza posseduta diventa una strategia per acquistarne di più. Specie la Russia ha bisogno di una zona d’influenza per essere grande potenza al pari delle altre due, altrimenti è relegata a potenza “regionale” più testate nucleari e idrocarburi.
Impeccabile a parole – Carta Onu, Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, Atto
Finale di Helsinki – l’ordine mondiale post-1945 ha lasciato a desiderare nell’attuazione. Le guerre e le aggressioni non sono mancate. Tuttavia, il pur frequente uso della forza era l’eccezione alla regola del rispetto delle sovranità nazionali, dell’integrità territoriale, dell’inviolabilità dei confini ecc. Tutto questo viene meno nel momento in cui si riconosce alle grandi potenze una area geografica nella quale possono operare in nome senza rispettare questi limiti.
Nella misura in cui ciascuna si accontenta della rispettiva “zona di rispetto” si attenua il rischio che vengano alle mani fra loro – quindi di una terza guerra mondiale fra Paesi armati fino ai denti di missili e testate atomiche. Nel momento in cui Trump dà la precedenza al Venezuela e al canale di Panama sulla sicurezza europea stabilisce immediatamente un rapporto amichevole con Putin.
Dalle “zone d’influenza” rimangono fuori, oltre una grossa fetta di Occidente (Europa e l’Australia): l’Asia meridionale dove l’India è certamente la potenza dominante ma, a parte il conflitto latente col Pakistan, senza grandi mire espansive, più Giappone, Corea del Sud e Asean; il Medio Oriente, dove si fronteggiano attori regionali di prima grandezza; l’Africa. Questa larga parte del mondo, che comprende molti Paesi emergenti, economicamente e culturalmente vibranti, è però teatro di una competizione accesa fra le tre grandi potenze con la Cina probabilmente in testa per capacità di penetrazione economico-commerciale-tecnologica.
Gli Usa mantengono un forte potere di attrazione pur in calo di soft power causato delle politiche di Trump condizionate dall’ossessione anti-migratoria. La Russia si affida all’unica commodity esportabile oltre petrolio e gas: armi e mercenari, che hanno presa con un gruppetto di regimi militari autoritari in Africa.
L’Europa affronta un triplice problema: resistere all’espansionismo russo; competere economicamente e tecnologicamente con la Cina; gestire le conseguenze del ritorno degli Usa ad un isolazionismo nazionalista panamericano che antepone alla leadership transatlantica il dominio continentale. A questi Usa “back to the future” di una dottrina Monroe dell’800 non servono alleati, solo “allineati” magari anche ideologicamente.
Stefano Stefanini
per “La Stampa”
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
LA PASIONARIA EX TRUMPIANA MARJORIE TAYLOR GREENE: “SIAMO STANCHI DI UNO SCHEMA CHE NON SERVE IL POPOLO, MA LE GRANDI AZIENDE E LE COMPAGNIE PETROLIFERE”… S’È SVEGLIATA TARDI: TRUMP È UN MILIARDARIO CHE HA SEMPRE FATTO GLI INTERESSI DEI PIÙ RICCHI
«Questo è lo stesso schema di gioco di Washington di cui siamo così stanchi e che non
serve il popolo americano, ma che in realtà serve le grandi aziende, le banche e i dirigenti delle compagnie petrolifere».
Sono le parole della legislatrice Maga Marjorie Taylor Greene che – sebbene sia stata ripudiata da Donald Trump e a breve lascerà il suo ruolo a Capitol Hill – rappresentano perfettamente il pensiero di una buona parte del movimento dietro all’attuale presidente.
La cattura del venezuelano Nicolás Maduro è stata vista da molti Maga come l’ennesimo tradimento della promessa elettorale di Trump di mettere «Prima l’America», lasciando stare le questioni
internazionali e l’interventismo statunitense. È la goccia che fa traboccare il vaso per molti «duri e puri» e che potrebbe costare caro nelle elezioni di mezzo mandato del Congresso, il prossimo novembre.
Non sono solo i legislatori Maga che accusano Trump di aver agito senza considerare ciò per cui i suoi elettori l’avevano votato, ma anche vari attivisti conservatori, specie sentendo le parole del presidente che ha detto: «Controlliamo il Venezuela».
Steve Bannon : «La mancanza di chiarezza nel messaggio su una potenziale occupazione ha lasciato la base sconcertata, se non arrabbiata».
Sebbene vi sia un consenso sul fatto che la rimozione di Maduro sia una cosa positiva per il popolo di Caracas – specie fra gli elettori venezuelano-americani in Florida – e la sua leadership fosse illegittima, l’azione militare ha aperto una crepa.
Il vicepresidente JD Vance, ritenuto come il più Maga del gabinetto presidenziale, ha cercato sui social di calmare i timori: «Capisco l’ansia per l’uso della forza militare, ma dovremmo forse permettere a un comunista di rubare la nostra roba nel nostro emisfero senza fare nulla? Le grandi potenze non si comportano così».
(da agenzie)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
LA DEFINIZIONE DI CARTELLO ERA EMERSA IN UN ATTO D’ACCUSA DI UN GRAN GIURÌ, NEL 2020, REDATTO DAL DIPARTIMENTO DI GIUSTIZIA
Clamorosa marcia indietro del Dipartimento di Giustizia su una dubbia accusa nei confronti del leader venezuelano Nicolás Maduro che l’amministrazione Trump aveva promosso lo scorso anno nel preparare il terreno per rimuoverlo dal potere: guidare un cartello della droga chiamato Cartel de los Soles.
Lo scrive il New York Times. I procuratori continuano ad accusare Maduro di aver partecipato a una cospirazione di narcotraffico ma hanno abbandonato l’affermazione secondo cui il Cartello sarebbe un’organizzazione vera e propria. Ora è un “sistema di patronato” e una “cultura della corruzione” alimentata dal denaro della droga.
La definizione di cartello risale a un atto d’accusa emesso da un gran giurì nel 2020 contro Maduro e redatto dal Dipartimento di Giustizia. Nel luglio 2025, riprendendone il linguaggio, il Dipartimento del Tesoro ha designato il Cartel de los Soles come organizzazione terroristica. A novembre, Marco Rubio, segretario di Stato e consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Trump, ha ordinato al Dipartimento di Stato di fare lo stesso.
Ma esperti di criminalità e narcotraffico in America Latina avevano affermato che si tratta in realtà di un termine gergale, inventato dai media venezuelani negli anni Novanta, per indicare funzionari corrotti dal denaro della droga. E sabato, dopo che l’amministrazione ha catturato Maduro, il Dipartimento di Giustizia ha reso pubblico un atto d’accusa riscritto che sembrava riconoscere tacitamente questo punto, scrive il New York Times.
Laddove il vecchio atto d’accusa faceva riferimento 32 volte al Cartel de los Soles e descriveva Maduro come il suo leader, quello nuovo lo menziona due volte e afferma che egli, come il suo predecessore Hugo Chávez, ha partecipato a questo sistema di patronato, lo ha perpetuato e protetto.
I profitti del traffico di droga e la protezione dei partner coinvolti nel narcotraffico “affluiscono a funzionari civili, militari e dei servizi di intelligence corrotti ai livelli inferiori, che operano all’interno di un sistema di patronato gestito da coloro che stanno al vertice — indicati come Cartel de los Soles o Cartello dei Soli, un riferimento all’insegna del sole applicata sulle uniformi degli alti ufficiali militari venezuelani”, afferma il nuovo atto d’accusa. Questo passo indietro, sottolinea il Nyt, mette ulteriormente in discussione la legittimità della designazione del Cartel de los Soles come organizzazione terroristica straniera da parte dell’amministrazione Trump lo scorso anno.
(da agenzie)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
IL SEGRETARIO DI STATO PIETRO PAROLIN E’ STATO NUNZIO APOSTOLICO A CARACAS E SI MUOVE ATTRAVERSO L’ARCIVESCOVO CASTILLO… LA MELONI SOGNA LA LIBERAZIONE IN TEMPO PER METERCI IL CAPPELLO PER LA CONFERENZA STAMPA DI FINE ANNO DEL 9 GENNAIO, COME AVVENNE LO SCORSO ANNO PER LA GIORNALISTA CECILIA SALA, DETENUTA IN IRAN (E LIBERATA DOPO VENTI GIORNI)
Il sogno di Meloni è la scarcerazione di Alberto Trentini, il cooperante detenuto da
oltre un anno in Venezuela. Da ottenere, possibilmente, in tempo per la tradizionale conferenza stampa di fine anno che si terrà il 9 gennaio, come era avvenuto già lo scorso anno con Cecilia Sala, detenuta in Iran.
Sono ore cruciali. I servizi e la diplomazia si stanno adoperando per scongiurare il pericolo di ritorsioni e lavorano per convincere la presidenza, affidata a Delcy Rodriguez, che è arrivato il momento di dare un segnale di distensione liberando alcuni prigionieri, a partire da chi come Trentini non è accusato di alcun reato.
Ad essere cercati dal governo italiano, in queste ore, sono soprattutto i canali ecclesiastici.È la Chiesa, più di chiunque altro, a poter contare su una rete capillare di rapporti e di informazioni in Venezuela. A partire dal Segretario di Stato Pietro Parolin, che per anni è stato nunzio apostolico in quel Paese e che, anche per questo, ha nominato come suo sostituto per gli Affari generali Edgar Peña Parra, di nazionalità venezuelana. C’è poi la Comunità di Sant’Egidio, sempre cercata in questo genere di situazioni. E anche il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, si mostra interessato alla vicenda chiamando la famiglia del cooperante italiano per esprimere vicinanza.
Dall’altro lato del ponte, in Venezuela, c’è l’arcivescovo di Caracas Raúl Biord Castillo. A lui è affidata la mediazione con la dittatura chavista decapitata.
Anche la Chiesa, in Venezuela, si muove però su un terreno difficile. Monsignor González de Zárate, presidente della Conferenza episcopale venezuelana, ha dovuto mantenere una posizione di freddezza di fronte all’operazione Usa di arresto di Maduro, per non incrinare i rapporti con gli uomini di potere della vecchia dittatura chavista.
E tuttavia non è semplice, come dimostra quanto avvenuto solo un mese fa all’arcivescovo emerito di Caracas, Batazar Porras, a cui le autorità venezuelane di Maduro avevano ritirato il passaporto e vietato di uscire dal Paese a causa delle sue critiche al regime.
(da La Stampa)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
NEL GIORNO DEL QUINTO ANNIVERSARIO DEL VERGOGNOSO TENTATIVO DI COLPO DI STATO, IL TYCOON INCONTRA I DEPUTATI REPUBBLICANI AL KENNEDY CENTER (CHE HA RIBATTEZZATO TRUMP-KENNEDY CENTER), E DIFENDE GLI ASSALITORI, CHE HA GRAZIATO NON APPENA TORNATO PRESIDENTE
Nel giorno del quinto anniversario dell’assalto al capitol, Donald Trump difende i suoi sostenitori che attaccarono il tempio della democrazia americana.
“I media non hanno scritto che marciarono pacificamente e patriotticamente”, ha detto parlando ai deputati repubblicani al Kennedy Center, ribattezzato recentemente Trump-Kennedy center.
“Donald Trump e i repubblicani hanno cercato ripetutamente di riscrivere la storia e insabbiare gli eventi del 6 gennaio”. Lo ha detto il leader dei democratici alla Camera Hakeem Jeffries nel corso di un evento per commemorare i cinque anni dall’assalto al Capitol del 2021.
Mentre i democratici si riuniscono per ricordare quanto accaduto, anche un gruppo di sostenitori di Trump, inclusi l’ex leader dei Proud Boys, uno degli architetti dell’attacco, prevede una manifestazione a Washington. I manifestanti ripercorreranno la strada battuta dai rivoltosi nel 2021.
(da agenzie)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
LA RAGAZZA PON PON DEL TRUMPISMO HA PERSO IL CONTROLLO DEI NEURONI ED E’ STATA SMENTITA PRIMA DA TRUMP E POI DA RUBIO
Forse la notizia del golpe dei marines della Delta Force in Venezuela, con la cattura di
Maduro e decine di morti, ha spedito Giorgia Meloni in uno stadio di tale piacere da non poter neppure attendere di conoscere i dettagli di quanto era accaduto a Caracas.
Ed eccola che, agitando le maracas, la “Chica caliente” (copy Santiago Abascal) ha perso il controllo dei neuroni, inciampando in un due madornali gaffe, che nessun media ha sottolineato.
Per dare copertura all’insostenibile “operazione” dell’Idiota della Casa Bianca che calpesta la sovranità dei popoli e il diritto internazionale, la stagionata ragazza pon-pon del trumpismo senza limitismo ha dichiarato a nome della maggioranza tutta, quanto segue:
“Il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che favoriscono il narcotraffico’’.
Essì: preso il moschetto, calzato l’elmetto, la Statista della Sgarbatella si è prodotta in una leccatona ‘’internascional” degna di essere premiata con l’Oscar per la categoria “Il Ridicolo è il mio mestiere”.
Quando la premier proclama la tesi di ‘’un intervento legittimo di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che favoriscono il narcotraffico’’; bene, siete curiosi di sapere chi l’ha smentita?
Lo stesso Trump! “D’ora in avanti”, ha detto sprezzante il Boss di Washington davanti alle telecamere, “saremo fortemente coinvolti nella gestione del petrolio del Venezuela. Abbiamo le compagnie petrolifere più grandi e migliori del mondo”. (Da un’Ansa di ieri è arrivata la conferma: ‘’Le big del petrolio americane corrono a Wall Street con Maduro e il greggio venezuelano. Chevron sale del 6,3%, mentre Halliburton e Valero di oltre il 7%”).
Ma non è finita la geo-figuraccia di palta. Sempre nella stessa
dichiarazione, la “Giorgia dei Due Mondi” (Colle Oppio e Garbatella) ha sproloquiato pure di una “azione militare esterna”.
A smentirla questa volta è il segretario di Stato americano, Marco Rubio, l’uomo-chiave dell’operazione Maduro in quanto a capo della National Security Council, cioè la cabina di regìa strategico-militare della Casa Bianca.
Nella conferenza stampa di sabato 3 gennaio al fianco di Trump (latitante il vicepresidente JD Vance, troppo Maga per il “Don”), Rubio non ha mai fatto cenno a qualsiasi “azione militare esterna”.
Anzi, ha tenuto a precisare che ‘’Non siamo in guerra contro il Venezuela”. E ha aggiunto: ‘’Non abbiamo forze statunitensi sul terreno in Venezuela. Sono state sul terreno per circa due ore quando sono andate a catturare Maduro…”.
Messi in condizione di non nuocere Salvini e Tajani, rallegrata da un’opposizione più divisa che mai, accompagnata dalla grancassa di Rai e Mediaset, pompata dalla gran parte dei quotidiani, l’unico ostacolo che ha davanti Meloni è Giorgia se stessa…
(da Dagoreport)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
I LEADER UE IN SOCCORSO: “E’ EUROPA”
Non c’è del marcio in Danimarca, bensì nelle «pressioni inaccettabili di Donald Trump sulla Groenlandia», come le bolla la premier di Copenaghen, Mette Frederiksen. La leader danese è una furia: le continue mire e minacce del presidente americano
verso l’isola sono «un attacco irragionevole alla comunità internazionale: se gli Stati Uniti scelgono di attaccare un altro Paese Nato, allora tutto finisce. Compresa l’Alleanza Atlantica e la sicurezza garantita dalla fine della Seconda guerra mondiale».
È un grido di allarme ma anche di aiuto, quello di Frederiksen, verso gli Alleati europei. Per evitare un catastrofico, nuovo disordine globale. Perché, come già dimostrato in Venezuela, Trump «fa sul serio», avverte Frederiksen, e insiste con le sue intimidazioni: «La Groenlandia non difende adeguatamente il suo territorio, mentre noi ne abbiamo bisogno poiché cruciale per la nostra difesa. Navi russe e cinesi intorno fanno quello che vogliono. Ai danesi diciamo da tempo di cambiare atteggiamento, ma l’unica cosa che hanno fatto sinora è comprare una slitta da neve…».
Dunque i leader europei giungono in soccorso. Giorgia Meloni no, almeno fino alla tarda serata di ieri, sebbene il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani sottolinei come «l’Ue debba garantire l’indipendenza di un territorio che fa parte della Corona danese». Altri capi di governo europei, inclusi quelli nordici, fanno invece sentire la propria voce. Persino Keir Starmer: il premier britannico è sempre straordinariamente cauto nel non irritare Trump, tanto più in queste settimane delicatissime di un possibile accordo sull’Ucraina e difatti gli inglesi preferirebbero tenere fuori il capitolo Groenlandia dal vertice dei Volenterosi oggi a Parigi, alla presenza di Witkoff e Kushner. Ma stavolta persino Starmer è un macigno: «La Groenlandia e la Danimarca devono decidere, nessun altro. Sono al fianco di Mette Frederiksen: ha ragione sul futuro della Groenlandia». Inoltre, la
Danimarca fa parte della Joint Expeditionary Force, alleanza militare nordica a guida britannica. Londra non poteva rimanere in silenzio e abbandonare un alleato così importante.
Sulla stessa linea Francia, Germania e Spagna. «La Groenlandia non è né da prendere né da vendere. È un territorio europeo», nota il ministro degli Esteri transalpino, Jean-Noel Barrot. Il premier spagnolo Sánchez: «Il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale è un principio non negoziabile. Saremo sempre al fianco di Copenaghen». Il capo della diplomazia tedesca Johann Wadephul: «La Groenlandia fa parte della Nato come la Danimarca. Siamo disposti a discutere con gli Stati Uniti su come rafforzare la sicurezza dell’isola nell’ambito dell’Alleanza Atlantica». Mentre un portavoce dell’Unione Europea: «Continueremo a difendere il principio della sovranità nazionale, a maggior ragione per un membro Ue».
«Adesso basta», sbotta il leader groenlandese Jens-Frederik Nielsen contro Trump: «Finiamola con queste fantasie, con queste insinuazioni. Siamo disposti a discutere ma tutto deve avvenire nel rispetto delle norme internazionali. Questa retorica minacciosa non dovrebbe avvenire tra Paesi amici. La Groenlandia è la nostra casa e tale rimarrà». L’isola più grande del mondo è territorio semi-autonomo da circa 60mila abitanti ma ancora parte della Corona di Danimarca.
Durante il Secondo conflitto mondiale, la Groenlandia fu salvata dal dominio nazista paradossalmente proprio dagli americani, che poi la riconsegnarono a Copenaghen alla fine delle ostilità.
Oggi, con i ghiacci che si sciolgono sempre più a causa del cambiamento climatico, la Groenlandia è un territorio vitale dal
punto di vista geopolitico e strategico, per il controllo delle rotte artiche, per le postazioni americane di sistemi di missili balistici, ma anche per lo sfruttamento di terre rare che alleggerirebbe la dipendenza di Washington dalla Cina. Ieri sera il Dipartimento di Stato americano ha postato un altro messaggio inquietante: «Questo emisfero è nostro», con l’ultima parola (“our”) in rosso. Il colonialismo pare tornato e adesso proprio gli europei potrebbero esserne vittime. Aaja Chemnitz, deputata groenlandese al parlamento danese, non ha dubbi: «Prepariamoci al peggio».
(da agenzie)
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