Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
NEL GIORNO DEL QUINTO ANNIVERSARIO DEL VERGOGNOSO TENTATIVO DI COLPO DI STATO, IL TYCOON INCONTRA I DEPUTATI REPUBBLICANI AL KENNEDY CENTER (CHE HA RIBATTEZZATO TRUMP-KENNEDY CENTER), E DIFENDE GLI ASSALITORI, CHE HA GRAZIATO NON APPENA TORNATO PRESIDENTE
Nel giorno del quinto anniversario dell’assalto al capitol, Donald Trump difende i suoi sostenitori che attaccarono il tempio della democrazia americana.
“I media non hanno scritto che marciarono pacificamente e patriotticamente”, ha detto parlando ai deputati repubblicani al Kennedy Center, ribattezzato recentemente Trump-Kennedy center.
“Donald Trump e i repubblicani hanno cercato ripetutamente di riscrivere la storia e insabbiare gli eventi del 6 gennaio”. Lo ha detto il leader dei democratici alla Camera Hakeem Jeffries nel corso di un evento per commemorare i cinque anni dall’assalto al Capitol del 2021.
Mentre i democratici si riuniscono per ricordare quanto accaduto, anche un gruppo di sostenitori di Trump, inclusi l’ex leader dei Proud Boys, uno degli architetti dell’attacco, prevede una manifestazione a Washington. I manifestanti ripercorreranno la strada battuta dai rivoltosi nel 2021.
(da agenzie)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
LA RAGAZZA PON PON DEL TRUMPISMO HA PERSO IL CONTROLLO DEI NEURONI ED E’ STATA SMENTITA PRIMA DA TRUMP E POI DA RUBIO
Forse la notizia del golpe dei marines della Delta Force in Venezuela, con la cattura di
Maduro e decine di morti, ha spedito Giorgia Meloni in uno stadio di tale piacere da non poter neppure attendere di conoscere i dettagli di quanto era accaduto a Caracas.
Ed eccola che, agitando le maracas, la “Chica caliente” (copy Santiago Abascal) ha perso il controllo dei neuroni, inciampando in un due madornali gaffe, che nessun media ha sottolineato.
Per dare copertura all’insostenibile “operazione” dell’Idiota della Casa Bianca che calpesta la sovranità dei popoli e il diritto internazionale, la stagionata ragazza pon-pon del trumpismo senza limitismo ha dichiarato a nome della maggioranza tutta, quanto segue:
“Il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che favoriscono il narcotraffico’’.
Essì: preso il moschetto, calzato l’elmetto, la Statista della Sgarbatella si è prodotta in una leccatona ‘’internascional” degna di essere premiata con l’Oscar per la categoria “Il Ridicolo è il mio mestiere”.
Quando la premier proclama la tesi di ‘’un intervento legittimo di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che favoriscono il narcotraffico’’; bene, siete curiosi di sapere chi l’ha smentita?
Lo stesso Trump! “D’ora in avanti”, ha detto sprezzante il Boss di Washington davanti alle telecamere, “saremo fortemente coinvolti nella gestione del petrolio del Venezuela. Abbiamo le compagnie petrolifere più grandi e migliori del mondo”. (Da un’Ansa di ieri è arrivata la conferma: ‘’Le big del petrolio americane corrono a Wall Street con Maduro e il greggio venezuelano. Chevron sale del 6,3%, mentre Halliburton e Valero di oltre il 7%”).
Ma non è finita la geo-figuraccia di palta. Sempre nella stessa
dichiarazione, la “Giorgia dei Due Mondi” (Colle Oppio e Garbatella) ha sproloquiato pure di una “azione militare esterna”.
A smentirla questa volta è il segretario di Stato americano, Marco Rubio, l’uomo-chiave dell’operazione Maduro in quanto a capo della National Security Council, cioè la cabina di regìa strategico-militare della Casa Bianca.
Nella conferenza stampa di sabato 3 gennaio al fianco di Trump (latitante il vicepresidente JD Vance, troppo Maga per il “Don”), Rubio non ha mai fatto cenno a qualsiasi “azione militare esterna”.
Anzi, ha tenuto a precisare che ‘’Non siamo in guerra contro il Venezuela”. E ha aggiunto: ‘’Non abbiamo forze statunitensi sul terreno in Venezuela. Sono state sul terreno per circa due ore quando sono andate a catturare Maduro…”.
Messi in condizione di non nuocere Salvini e Tajani, rallegrata da un’opposizione più divisa che mai, accompagnata dalla grancassa di Rai e Mediaset, pompata dalla gran parte dei quotidiani, l’unico ostacolo che ha davanti Meloni è Giorgia se stessa…
(da Dagoreport)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
I LEADER UE IN SOCCORSO: “E’ EUROPA”
Non c’è del marcio in Danimarca, bensì nelle «pressioni inaccettabili di Donald Trump sulla Groenlandia», come le bolla la premier di Copenaghen, Mette Frederiksen. La leader danese è una furia: le continue mire e minacce del presidente americano
verso l’isola sono «un attacco irragionevole alla comunità internazionale: se gli Stati Uniti scelgono di attaccare un altro Paese Nato, allora tutto finisce. Compresa l’Alleanza Atlantica e la sicurezza garantita dalla fine della Seconda guerra mondiale».
È un grido di allarme ma anche di aiuto, quello di Frederiksen, verso gli Alleati europei. Per evitare un catastrofico, nuovo disordine globale. Perché, come già dimostrato in Venezuela, Trump «fa sul serio», avverte Frederiksen, e insiste con le sue intimidazioni: «La Groenlandia non difende adeguatamente il suo territorio, mentre noi ne abbiamo bisogno poiché cruciale per la nostra difesa. Navi russe e cinesi intorno fanno quello che vogliono. Ai danesi diciamo da tempo di cambiare atteggiamento, ma l’unica cosa che hanno fatto sinora è comprare una slitta da neve…».
Dunque i leader europei giungono in soccorso. Giorgia Meloni no, almeno fino alla tarda serata di ieri, sebbene il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani sottolinei come «l’Ue debba garantire l’indipendenza di un territorio che fa parte della Corona danese». Altri capi di governo europei, inclusi quelli nordici, fanno invece sentire la propria voce. Persino Keir Starmer: il premier britannico è sempre straordinariamente cauto nel non irritare Trump, tanto più in queste settimane delicatissime di un possibile accordo sull’Ucraina e difatti gli inglesi preferirebbero tenere fuori il capitolo Groenlandia dal vertice dei Volenterosi oggi a Parigi, alla presenza di Witkoff e Kushner. Ma stavolta persino Starmer è un macigno: «La Groenlandia e la Danimarca devono decidere, nessun altro. Sono al fianco di Mette Frederiksen: ha ragione sul futuro della Groenlandia». Inoltre, la
Danimarca fa parte della Joint Expeditionary Force, alleanza militare nordica a guida britannica. Londra non poteva rimanere in silenzio e abbandonare un alleato così importante.
Sulla stessa linea Francia, Germania e Spagna. «La Groenlandia non è né da prendere né da vendere. È un territorio europeo», nota il ministro degli Esteri transalpino, Jean-Noel Barrot. Il premier spagnolo Sánchez: «Il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale è un principio non negoziabile. Saremo sempre al fianco di Copenaghen». Il capo della diplomazia tedesca Johann Wadephul: «La Groenlandia fa parte della Nato come la Danimarca. Siamo disposti a discutere con gli Stati Uniti su come rafforzare la sicurezza dell’isola nell’ambito dell’Alleanza Atlantica». Mentre un portavoce dell’Unione Europea: «Continueremo a difendere il principio della sovranità nazionale, a maggior ragione per un membro Ue».
«Adesso basta», sbotta il leader groenlandese Jens-Frederik Nielsen contro Trump: «Finiamola con queste fantasie, con queste insinuazioni. Siamo disposti a discutere ma tutto deve avvenire nel rispetto delle norme internazionali. Questa retorica minacciosa non dovrebbe avvenire tra Paesi amici. La Groenlandia è la nostra casa e tale rimarrà». L’isola più grande del mondo è territorio semi-autonomo da circa 60mila abitanti ma ancora parte della Corona di Danimarca.
Durante il Secondo conflitto mondiale, la Groenlandia fu salvata dal dominio nazista paradossalmente proprio dagli americani, che poi la riconsegnarono a Copenaghen alla fine delle ostilità.
Oggi, con i ghiacci che si sciolgono sempre più a causa del cambiamento climatico, la Groenlandia è un territorio vitale dal
punto di vista geopolitico e strategico, per il controllo delle rotte artiche, per le postazioni americane di sistemi di missili balistici, ma anche per lo sfruttamento di terre rare che alleggerirebbe la dipendenza di Washington dalla Cina. Ieri sera il Dipartimento di Stato americano ha postato un altro messaggio inquietante: «Questo emisfero è nostro», con l’ultima parola (“our”) in rosso. Il colonialismo pare tornato e adesso proprio gli europei potrebbero esserne vittime. Aaja Chemnitz, deputata groenlandese al parlamento danese, non ha dubbi: «Prepariamoci al peggio».
(da agenzie)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
“MESSICO E COLOMBIA CENTRALI, L’IMPORTANTE E’ COLPIRE I CARTELLI”
Il Venezuela? «Non domina né orienta il mercato mondiale degli stupefacenti». Chi
sostiene il contrario? «Spesso lo suggerisce in modo strumentale». Il procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri, da sempre in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata, non ha dubbi: il ruolo di Caracas «nel narcotraffico internazionale è marginale se confrontato con quello delle principali rotte globali».
Quali sono le grandi direttrici del traffico di stupefacente?
«L’America centrale e il Messico, che restano gli snodi decisivi per l’accesso al mercato nordamericano ed europeo».
Il presidente Trump accusa il Venezuela di inondare le strade
americane di fentanyl. Propaganda?
«Non esistono riscontri indipendenti e verificati che indichino il Venezuela come centro di produzione di droghe sintetiche. La quasi totalità della sintesi di fentanyl e di altre sostanze oppioidi sintetiche avviene in Messico».
Nulla c’entra Caracas?
«Attribuirle un ruolo centrale anche in questo segmento significa confondere i piani e sovrapporre fenomeni diversi, più per esigenze di narrativa politica che sulla base di dati oggettivi».
Insomma, è stata fatta una ricostruzione strumentale?
«L’enfasi sul Venezuela come perno del narcotraffico globale appare sproporzionati e funzionale a giustificare pressioni diplomatiche e azioni coercitive, piuttosto che a descrivere con realismo la struttura effettiva delle reti criminali transnazionali».
Il cartello venezuelano Tren de Aragua non ha rilevanza?
«Si tratta di un’organizzazione criminale che negli ultimi anni ha messo radici in diversi paesi dell’America Latina e anche negli Stati Uniti, ma il cui core business è sempre più legato alla tratta e allo sfruttamento dei migranti, piuttosto che al traffico internazionale di droga».
La politica di Trump è una reale strategia contro il narcotraffico o ha fini geopolitici?
«Se la ragione dell’arresto del presidente Maduro fosse davvero la lotta al narcotraffico, l’amministrazione americana dovrebbe concentrare la propria attenzione innanzitutto su Paesi che producono cocaina e oppioidi sintetici, non su uno Stato che svolge prevalentemente un ruolo di transito».
Colpire ad ampio raggio non può essere una strategia vincente?
«Non è così che, storicamente, si combatte il narcotraffico: non si colpiscono i nodi marginali lasciando intatti i centri di produzione. A meno che, naturalmente, la giustificazione antidroga non sia solo uno strumento retorico, funzionale a obiettivi di tutt’altra natura».
Mi sembra scettico, sbaglio?
«In questo caso, il sospetto è che entrino in gioco interessi geopolitici ed economici più ampi».
Ad esempio?
«Primo tra tutto il controllo o la gestione indiretta delle immense riserve petrolifere venezuelane, tra le più grandi al mondo».
Nel suo discorso, il presidente Trump l’ha detto nemmeno troppo tra le righe.
«La storia delle relazioni internazionali è ricca di esempi in cui “la guerra alla droga”, alla criminalità o alla sicurezza è stata utilizzata come espediente narrativo per mascherare finalità strategiche, energetiche o di influenza regionale. Ignorare questo precedente significherebbe rinunciare a una lettura realistica delle dinamiche in atto e accettare spiegazioni che reggono più sul piano politico che su quello dei fatti».
Quali sono oggi i protagonisti del narcotraffico internazionale?
«Il Messico è il principale centro di produzione di fentanyl e di altri oppioidi sintetici, grazie ai rapporti consolidati che i cartelli messicani intrattengono con fornitori di precursori chimici, in larga parte di origine cinese».
La Colombia?
«Insieme con il Perù e la Bolivia resta tra i tre maggiori produttori mondiali di cocaina. Poi l’Ecuador, con il Brasile,
svolge un ruolo sempre più centrale come piattaforma logistica per l’esportazione della cocaina verso i principali mercati di consumo: Nord America, Europa, Asia e Oceania. In particolare, i grandi porti commerciali e le infrastrutture di trasporto di questi Paesi vengono sfruttati per occultare la droga nei flussi legali di merci».
Le mafie italiane hanno un ruolo in questo mercato?
«La ’ndrangheta è oggi l’organizzazione criminale italiana più coinvolta nel traffico internazionale di cocaina. Tuttavia anche le diverse articolazioni della camorra, le famiglie di Cosa Nostra e i clan pugliesi continuano a detenere quote rilevanti del mercato. Accanto alle famiglie storiche, poi, stanno emergendo con forza nuovi attori criminali transnazionali, in particolare i clan albanesi».
Il problema delle droghe non è solo sanitario o criminale, ma profondamente economico.
«Oggi si riesce a intercettare appena il 10-12% di sostanze che entrano nel mercato dello spaccio, mentre si confisca meno dell’1% dei profitti generati dal narcotraffico».
Le politiche attuali hanno fallito?
«Colpire la merce senza intaccare seriamente i flussi finanziari significa lasciare intatto il motore del sistema. Eppure le strategie alternative non mancherebbero».
Ad esempio?
«Tracciamento internazionale dei capitali, cooperazione fiscale e giudiziaria, contrasto ai paradisi fiscali, rafforzamento delle unità antiriciclaggio e responsabilizzazione degli intermediari economici. Eppure è proprio questo terreno, quello dei grandi
interessi economici e finanziari, che continua ad essere eluso, mentre si insiste su approcci che hanno dimostrato da tempo tutti i loro limiti».
(da La Stampa)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
LA TRAVE NEGLI OCCHI ALTRUI DIVENTA UNA PAGLIUZZA NEGLI OCCHI DEI “NOSTRI”
Chi non sa cosa diavolo dire (von der Leyen, per esempio) fa dichiarazioni edificanti quanto vaghe, tipo “siamo al fianco dei venezuelani”. Che non vuole dire niente, ma purtroppo in politica nessuno pensa mai che un decoroso silenzio, quando non si sa che pesci pigliare, vale molto di più di un balbettio pilatesco.
Certo, non è facile prendere posizione su quello che sembra più un titolo di cronaca nera che una pagina di politica internazionale: “Caudillo in declino rapito nella notte, nella sua camera da letto, da un commando di stranieri armati fino ai denti”. Ma impressiona assai constatare come anche un sacco di begli spiriti democratici non abbiano trovato nulla da ridire su un atto così platealmente illegale, arbitrario e violento. Almeno per salvare la forma.
Ma, come già detto ormai infinite volte negli ultimi tempi, la forma è data ormai per spacciata: perché mai, dunque, tentare di salvarla? E poi Maduro era un tirannello, al potere grazie a brogli e prepotenze, amico degli ayatollah, di Putin, dei poveri cubani (allo stremo perfino più dei venezuelani), ne consegue che bisogna essere felici della sua caduta e non farsi troppe domande su ragioni e metodo della detronizzazione.
Esiste un fondamentalismo occidentale che pensa in modo occidentale solo quando si tratta di fare le pulci a chi non ha
molta pratica di democrazia e di diritti. Quando poi si tratta di menare le mani, però, democrazia e diritti diventano un impiccio. La trave negli occhi altrui diventa una pagliuzza negli occhi dei “nostri”. Ma le travi sono travi, e una politica di sopraffazione coloniale rimane odiosa, e antidemocratica, anche quando un bullo grande annienta un bullo piccolo
(da Repubblica.it)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
GLI USA SMETTONO DEFINITIVAMENTE DI ESSERE TERRA’ DI OPPORTUNITA’. THE GAME IS OVER
La dottrina Monroe (1823) e il corollario di Theodore Roosevelt (1904) sono stati
giustamente identificati dagli esperti di cose statunitensi come la matrice dell’intervento militare di Donald Trump in Venezuela. Ne ha scritto Mario Del Pero che ha, appunto, parlato del “corollario” Trump al “corollario” Roosevelt. Perché?
Partiamo dal corollario del presidente Roosevelt. Questo contemplava il diritto e l’obbligo degli Usa di intervenire militarmente negli affari dei paesi latino-americani per ragioni di «polizia internazionale», quando si riscontravano «violazioni croniche della legge, o un’impotenza che porta a un generale allentamento dei legami della società civilizzata».
Il corollario Roosevelt riposava su una premessa razzista nei confronti delle società cattoliche latinoamericane, una credenza che riempiva volumi di antropologi e scienziati sociali, preoccupati anche per l’immigrazione in massa dall’Italia cattolica e arretrata. Civilizzazione come giustificazione al dominio. All’interno di questa cornice di antico lignaggio coloniale e ottocentesco, si inseriva il corollario di Roosevelt.
Il corollario di Trump ha qualcosa di simile e di diverso. Nella conferenza stampa, Trump ha detto che il Venezuela non si sapeva governare democraticamente. E qui dobbiamo fermarci. Perché il corollario di Trump mostra una torsione razziale esplicita ma non perché intende “civilizzare” né, come altri presidenti in passato, per esportare la democrazia. Ciò a Trump non interessa. E in questo senso, la sua posizione è nuova. Il
fatto nuovo è questo: il Venezuela esporta braccia da lavoro.
A causa dell’instabilità del loro paese, molti venezuelani hanno preso la via dell’emigrazione verso la terra del sogno americano. Qui sta il fulcro della dottrina Trump, perfino più importante dell’ovvio progetto di controllo dei giacimenti petroliferi nelle acque territoriali venezuelane. Ma fermare l’invasione è il tema che interessa.
Il bombardamento di Caracas è stato un’azione militare di difesa – non dai narcos, che non provengono dal Venezuela – ma dagli immigrati. La politica di Trump più che un corollario al corollario di Roosevelt è una integrazione, che rivela qualcosa di nuovo e di diverso. È la prima volta nella storia di quel paese che l’immigrazione è considerata alla stregua della guerra, e non per ragioni culturali come altre volte in passato. Gli immigrati sono ora come soldati di un esercito di cercatori di opportunità.
Il fatto è che se Trump si sente in diritto di bombardare la capitale di un paese da dove vengono gli immigrati (la presidente del Messico si è ragionevolmente allertata) ciò significa che il sogno americano non è più un obiettivo raggiungibile. Non lo è per gli americani. E quindi non può esserlo per nessun altro.
Questa lettura ci è suggerita da Trump stesso che, a partire dalla sua prima presidenza, ha insistito sulla chiusura delle frontiere a chi cerca lavoro. Si tratta di una lettura che rivela una debolezza profonda. Lavoro, dice spesso Trump, ce ne deve essere solo per i cittadini americani. Ciò significa che, in effetti, lavoro non c’è neppure per i cittadini americani.
Le grande praterie che il tecnocapitalismo degli oligarchi promette non esistono. Ha ragione Bernie Sanders a dire che l’Ia
deve essere governata democraticamente per non diventare un boomerang, poiché il lavoro che elimina non può essere ricreato.
In questo quadro sta la politica di aggressione: l’interesse nazionale, come nella dottrina Monroe. Ma in un contesto nuovo, non di espansione interna, come un tempo, ma di contrazione. Ora, l’interesse nazionale si fa aggressivo e imperialistico perché non riesce a far fronte alla domanda di benessere dei suoi cittadini. Questo spiega la politica trumpiana, nazionalista e imperiale, militarista e indifferente al diritto.
Si intravede qui il timore di una società che non può più promettere il benessere per chi lavora e si impegna. Le strade del benessere sono sempre più strette. Gli esclusi – tra i cittadini americani – sono sempre più numerosi. Non tra i lavorati manuali o stagionali o di chi non ha un mestiere: per questi c’è sempre lavoro, lavoro servo e mal pagato. È soprattutto il lavoro che dovrebbe rigenerare la classe media che diminuisce senza sosta, come contraccolpo del capitalismo tecnofinanziario.
La diminuzione degli iscritti al college, la chiusura di diversi college, il declino dell’educazione professionale, insomma la fine del sogno americano: questo è il paese che Trump vuole proteggere dall’immigrazione. Ha provato con la guerra dei dazi. Ma non funziona: l’industria non si ravviva (solo il 7 per cento della mano d’opera è impiegata nell’industria). E allora, un’altra guerra è necessaria, per fermare l’ ”invasione di migranti”. Gli States non sono più terra di opportunità. The game is over.
(da editorialedomani.it)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
HA UN REALE FONDAMENTO ECONOMICO PER GLI STATI UNITI?
La nuova mossa sul risiko globale di Donald Trump sarà la Groenlandia? Il presidente americano ne parla apertamente con un’insistenza che delinea una vera e propria ‘fissazione’, tanto
pericolosa quanto è radicata nei pensieri del tycoon. “Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale, e la Danimarca non sarà in grado di occuparsene”, è l’ultima dichiarazione in ordine temporale. Cosa vuol dire, in concreto? Trump si riferisce a una necessità territoriale, geopolitica, o si riferisce alle risorse naturali, soprattutto le terre rare, e quindi a un’implicazione più strettamente economica?
Altre parole, sempre di poche ore fa, suggeriscono che il primo aspetto, quello geopolitico, sia prevalente. ”In questo momento la Groenlandia è accerchiata da navi russe e cinesi ovunque’. E la Danimarca, ha scherzato Trump, ha aumentato la sicurezza della Groenlandia ”aggiungendo un’altra slitta trainata da cani”. Andando oltre la provocazione verbale, e soprattutto svilendo l’autonomia e la sovranità di un Paese della Ue, Trump vuole sostenere che il possesso della Groenlandia sposterebbe strategicamente a suo favore il confronto con Russia e Cina e che questo argomento sia prioritario, in nome della sicurezza nazionale.
Un argomento che Trump ha già utilizzato durante il suo primo mandato e che nella storia degli Stati Uniti ricorre: dalla dottrina Monroe della prima metà dell’Ottocento ai diversi tentativi non andati a buon fine di ‘acquistare’ la Groenlandia. In estrema sintesi, controllare l’Artico per Trump vuol dire proteggere il territorio americano.
C’è però sul tavolo, facendo riferimento a precedenti dichiarazioni e ricordando la propensione agli affari e l’approccio commerciale aggressivo della presidenza americana, anche l’aspetto economico legato alle risorse che la Groenlandia
detiene, nel sottosuolo e in mare. Petrolio, gas e terre rare che non sono sfruttare oggi e che, evidentemente, possono essere funzionali ai piani di Trump.
Sfruttare le risorse della Groenlandia è stato però finora difficile innanzitutto per ragioni geografiche. La collocazione nell’Artico e un territorio ricoperto per l’80% da ghiaccio e con un clima estremo, insieme alle pochissime infrastrutture e alle rigorose restrizioni ambientali, hanno reso i costi di estrazione troppo elevati. Soprattutto se comparati ad altri contesti, come la Cina, una potenza mineraria che non deve fronteggiare le stesse difficoltà. In estrema sintesi, la Groenlandia ha un grande potenziale se si pensa soprattutto all’estrazione del litio o della grafite, fondamentali per l’elettrificazione, ma i tanti progetti minerari che sono stati proposti non sono mai stati realizzati, perché i costi ne rendono insostenibile il business.
Per queste ragioni, la Groenlandia per Trump può essere uno Stato su cui spostare i carrarmati nel tavolo da gioco del Risiko, in una logica di conquista che, almeno allo stato attuale, ha molto più a che vedere con una ‘aspirazione’ legata alla strategia geopolitica che alla logica economica.
(da agenzie)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
E SUBITO IL VICE DI SALVINI, ROBERTO VANNACCI, PRENDE LE DISTANZE DALL’EX GOVERNATORE: “NON È IL MIO RIFERIMENTO”
«Luca Zaia non è il mio riferimento». Parola del vicesegretario della Lega, Roberto
Vannacci. L’eurodeputato leghista ha commentato con l’Ansa il manifesto politico dell’ex presidente del Veneto, anch’egli leghista, pubblicato oggi – lunedì, 5 gennaio – su il Foglio
«L’ho letto in maniera molto ma molto superficiale», ma «Zaia – conclude – non è il mio benchmark». Per l’ex governatore sono cinque i punti cardine per il centrodestra: autonomia, politica estera, sicurezza, diritti e approccio liberale. «La destra vincente è liberale, quella liberticida perde».
Secondo Zaia, che definisce l’Italia «Il Paese più bello del mondo», siamo davanti a «una stagione unica»
«Come centrodestra sentiamo oggi una responsabilità storica: dimostrare di essere una forza di governo capace di leggere il presente per cantierare il futuro. Per i ragazzi di oggi, adulti di domani».
Il primo punto che prende in considerazione Zaia è «l’autonomia» che «non è una concessione né un capriccio identitario. È prevista dalla Costituzione repubblicana dal 1948. Il problema non è mai stato il testo costituzionale ma il modello centralista che si è affermato dall’inizio. Oggi ne vediamo i limiti. Il centralismo ha prodotto due Italie. Credo che l’autonomia sia, prima di tutto, assunzione di responsabilità. Non posso non sottolineare come esista una questione meridionale inaccettabile moralmente e intollerabile. Ma esiste anche una questione settentrionale: poche regioni in larga parte del Nord producono il residuo fiscale che tiene in piedi servizi essenziali in tutta l’Italia»
Il secondo punto ha a che fare con la politica estera: l’Italia come potenza di equilibrio. «Quello degli italiani all’estero, figli dei grandi flussi migratori, è un network che è punto di forza unico in un contesto globale. Sono convinto che oggi l’Italia possa giocare un ruolo internazionale ben superiore al suo peso demografico. La stabilità politica restituisce credibilità. l’Italia può essere ponte tra Ue ed Usa».
Il terzo punto riguarda invece la sicurezza e l’ordine pubblico: «Il rispetto delle regole – scrive Zaia – non è né di destra né di sinistra, il popolo ce lo ricorda tutti i giorni, sono il fondamento della convivenza civile. I dati sulla popolazione carceraria raccontano un fallimento che non può essere ignorato. Sicurezza non significa militarizzazione, ma presenza».
L’ex governatore del Veneto parla poi dei giovani «la vera infrastruttura nazionale. La mobilità giovanile non va demonizzata, va capita. Io credo che l’Italia debba diventare davvero un Paese youth friendly, a misura di giovani. Servono politiche per la casa, il lavoro, la formazione. Come centrodestra dobbiamo lanciare iniziative nazionali capaci di attrarre i giovani da tutto il mondo anche intercettando fenomeni come il nomadismo digitale».
Infine, l’ultimo punto si intitola “Destra e Liberta”. Per Zaia, «la destra vincente – dice – è quella liberale. Lo dico con chiarezza: i temi etici, civili, del fine vita, non possono essere tabù ideologici. La destra di oggi non è quella di 50anni fa. Le questioni legate ai diritti civili e la fine vita non possono essere liquidate con un sì o un no pregiudiziale. Un destra matura non impone visioni. Con un centrodestra fatto di coerenza e principi sempre protagonista delle scelte e ai rinunciatario», conclude.
(da agenzie)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
IL MOTIVO? NON SONO PIÙ SOSTENIBILI E NON ASSICUREREBBERO UN FUTURO PROFESSIONALE AGLI ISCRITTI
L’università di Nottingham ha sospeso le iscrizioni ai corsi di laurea in lingue moderne per i nuovi studenti, […] che non risultano più sostenibili. Nel piano “Future Nottingham” è quindi prevista la soppressione dei corsi di laurea che non assicurerebbero un futuro professionale agli iscritti, tra cui quelli in francese, spagnolo, tedesco, cinese.
Forse dovremmo considerare questo caso come campanello di allarme di una percezione che, probabilmente, inizia a serpeggiare tra quelle matricole, che in altri tempi avrebbero scelto lo studio delle lingue straniere moderne, come un
possibile indirizzo che comunque avrebbe loro aperto delle opportunità.
È semplicemente accaduto che i sistemi di traduzione immediata che ognuno di noi ha incorporati nel proprio browser ci fanno dimenticare di essere linguisticamente carenti. Leggiamo tutto capiamo tutto nemmeno vediamo la versione originale perché ogni post, ogni articolo, ogni testo ci appare già tradotto dal titolo alle note.
Questo è proprio il punto, eravamo geneticamente abituati a considerare il non sapere decifrare persone che sono nate e cresciute lontano dal luogo in cui ci siamo prodotti dalla nascita, come una lacuna insanabile, quasi una maledizione dovuta a una nostra colpa, alla quale è ovviabile solo attraverso il riscatto di uno studio lungo e faticoso.
Oggi la percezione collettiva è esattamente quella di una Babele invertita: tutti facilmente parliamo le lingue degli altri e gli altri possono capire la nostra. Perché questo potesse avvenire non abbiamo peccato d’orgoglio costruendo torri che sfidassero i cieli, ci siamo semplicemente lasciati nutrire dagli algoritmi che ci voglio felici e privi di ostacoli per poter accedere, sempre più velocemente, alla dipendenza dall’avere sempre nuovi bisogni.
Non sapere le lingue sarebbe un ostacolo in questo mercato e quindi ci viene amabilmente fornito un succedaneo all’ignoranza, che però funziona, anzi più ci applichiamo nell’usarlo più si perfeziona.
Qualcuno potrebbe giustamente obiettare che lo studio di una lingua straniera non è solo un utensile, serve a carpire l’anima di un popolo attraverso le sue espressioni più altre, come la
letteratura, la poesia.
Il linguaggio è il più sublime interprete di un agire, di un pensare collettivo. Sapere le lingue ci apre lo sguardo sulla storia, ci cala in quella diversa disposizione d’animo (Stimmung) che a volte apre sentieri inaspettati rispetto a nostre valutazioni, impressioni, pregiudizi in cui ci eravamo radicati rispetto a particolari eventi storici, fossero anche atroci e scellerati.
Si ma a che serve ripeterselo? Sarebbe nostalgia passatista. Fino a che i server che ospitano i sistemi di traduzione automatica avranno energia sufficiente per essere raffreddati e non fondere per la mole immensa di dati che è necessario movimentare per renderci tutti poliglotti, le lingue si studieranno sempre meno.
(da La Stampa)
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