Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
UN INCONTRO CHE ERA STATO DEFINITO “UN RITROVO DI PUTINIANI” DA CARLO CALENDA … PER IL VICEPRESIDENTE DELL’ANPI, CARLO GHEZZI, IL CASO “HA MESSO IN DISCUSSIONE IL BUON NOME E IL PRESTIGIO DELL’ASSOCIAZIONE TUTTA”
La lettera è arrivata direttamente dal vicepresidente nazionale vicario dell’Anpi Carlo Ghezzi. «La sezione Aurelio Ferrara è commissariata». Una comunicazione che è arrivata a sorpresa ma che qualcuno considerava inevitabile dopo lo scoppio delle polemiche seguite alla conferenza «Russofilia- Russofobia Verità» organizzata prima di Natale e ospitata in una sala dell’Università Federico II.
Ospiti di quell’appuntamento, accusato di essere una sorta di ritrovo di «putiniani», furono lo storico Angelo d’Orsi e l’ex parlamentare M5S Alessandro Di Battista. Per alcune dichiarazioni rilasciate in quella sede si sollevò un polverone
politico (in prima fila tra gli accusatori il leader di Azione Carlo Calenda), ma soprattutto si infiammò la rete.
Il vicepresidente indica in particolare un post che risulterebbe «di straordinaria gravità di ordine etico» e «tale da mettere in discussione il buon nome e il prestigio dell’associazione tutta»
La sezione rigetta tutte le contestazioni e promette che darà battaglia. «Siamo diventati bersaglio sia della nostra stessa associazione – scrive l’Aurelio Ferrara in una nota – fatto grave e inaccettabile, sia dei nemici della libertà, della democrazia e della pace» .
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
IL PD ATTACCA GIORGIA MELONI PER IL SOSTEGNO A TRUMP: “LA DEMOCRAZIA NON SI ESPORTA CON VIOLENZA, BOMBE O AGGRESSIONI” … AVS: “L’ITALIA VUOLE ESSERE IL 51ESIMO STATO DEGLI USA E VASSALLA DELL’IMPERATORE TRUMP, O DIFENDERE LA DIGNITÀ DEL NOSTRO PAESE?”
“Giù le mani dal Venezuela”. Con questo slogan cittadini, associazioni e collettivi
studenteschi si sono mobilitati in diverse città italiane davanti all’ambasciata ed ai consolati americani, dopo l’attacco degli Stati Uniti in Venezuela e l’arresto del presidente Nicolas Maduro e della moglie.
Non solo studenti e antagonisti. Infatti, già lunedì a Roma, in piazza Barberini, ci sarà il presidio promosso, tra gli altri, da Anpi Roma, Cgil Roma e Lazio, Rete Italiana Pace e Disarmo. Per le associazioni il messaggio è chiaro: tutto serve al mondo, “tranne che un’altra guerra”. Ora è necessario “alzare la voce contro l’ennesimo arbitrio dei potenti e contro l’uso della potenza militare come strumento di legittimazione”.
Dalle prime notizie arrivate oltreoceano, le mobilitazioni hanno attraversato tutta Italia. Nella Capitale, nei pressi dell’ambasciata americana, circa duecento persone si sono radunate con striscioni contro gli Usa e per Maduro. I collettivi e gli studenti hanno poi anche annunciato una nuova manifestazione per il 10 gennaio, sempre in difesa della sovranità del Venezuela.
Oggi, nella Capitale, davanti al Colosseo, flash mob della rete dei comunisti con un maxi striscione e la scritta: “giù le mani dal Venezuela, libertà per Maduro”.
A Firenze, con lo slogan “Yankee go home” e sulle note degli Intillimani, si è svolto un sit-in, promosso dalle comunità di Perù, Cuba, Bolivia, Cile, Messico e Colombia, a cui hanno aderito anche centri sociali ed i giovani palestinesi, davanti al consolato Usa per contestare “l’aggressione imperialista degli Stati Uniti d’America contro il Venezuela Bolivariano e il sequestro del legittimo presidente Nicolas Maduro e della sua famiglia”.
Manifestazione anche a Viareggio, dove il Forum per la pace Versilia ha promosso un presidio in piazza Mazzini, mentre a Milano cittadini e associazioni si sono radunati davanti al consolato Usa con striscioni e bandiere venezuelane.
Per mantenere viva l’attenzione sulla situazione e sulle richieste dei manifestanti, le ong italiane e i collettivi studenteschi hanno assicurato che le mobilitazioni continueranno nei prossimi giorni, con nuove manifestazioni su scala nazionale.
A Genova nella notte di sabato è stato anche il momento della preghiera. Nel capoluogo ligure, infatti, la comunità venezuelana ha dato vita a una veglia per chiedere pace, giustizia e libertà per
il proprio Paese: “Viviamo ore di attesa, di speranza, ma anche di profonda preoccupazione”, si legge in una nota della comunità.
Anche il Pd condanna il sostegno di Meloni all’azione di Trump. L«a democrazia «non si esporta con violenza, bombe o aggressioni», ha avvertito Piero De Luca, deputato Pd e capogruppo in commissione affari europei. Ieri anche il senatore Dem Pier Ferdinando Casini ha definito quello che sta accadendo «una gigantesca sceneggiata in cui Maduro è stato (o si è) consegnato agli americani».
E Delcy al potere, conclude, «è un po’ come se in Italia si sostituisse Meloni con Bignami». La conferenza stampa di Trump sembra aver lasciato una certa preoccupazione nelle anime del centrosinistra. Angelo Bonelli, di Avs, chiede con lo spirito della provocazione se «l’Italia vuole essere il 51esimo Stato degli Usa e vassalla dell’imperatore Trump, oppure difendere la dignità del nostro Paese, fondatore dell’Europa». E come lui, Riccardo Magi, segretario di +Europa, chiede alla presidente del Consiglio di «chiarire al più presto quale futuro aspetta l’Italia e quale sarà la collocazione del nostro Paese in caso di invasione americana di un territorio della Danimarca».
Nel frattempo ieri in Toscana e in Umbria sono scese in piazza centinaia di persone per protestare contro l’attacco Usa in Venezuela provocando la reazione sdegnata di Fratelli d’Italia: «È lontano il tempo in cui le sinistre italiane stavano con il popolo.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
SARÀ FELICE IL SINDACO, LUCA BRANCIANI, FEDELISSIMO MELONIANO E CONSIDERATO VICINO AL MINISTRO DELL’AGRICOLTURA, FRANCESCO LOLLOBRIGIDA
Il contesto è dei più seri: qui si allevano e si addestrano «cavalli e cavalieri della Forza armata», una missione che richiama disciplina, tradizione e solennità istituzionale. Forse anche per questo, tra le pieghe della manovra, si è trovato il modo di stanziare ben 300mila euro — spalmati su due anni — per la «pianificazione strategica del Centro militare di equitazione di Montelibretti».
Una scelta che non dispiacerà al sindaco del piccolo comune (circa cinquemila abitanti) alle porte di Roma, Luca Branciani, fedelissimo meloniano, vicino al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida.
Branciani, d’altronde, ai cavalli ci tiene anche per altri motivi: non è solo primo cittadino di Montelibretti, ma anche presidente di Unirelab, società in house del Masaf di Lollobrigida, attiva nella ricerca e nei servizi legati al settore ippico.
Coincidenze, certo. Ma viene il sospetto che darsi all’ippica, più che una passione, sia diventato un investimento. Anche redditizio.
(da Domani)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
“È UN RAGIONAMENTO SCIVOLOSO. SEGUENDO QUESTA LOGICA, ALLORA, SAREBBE ‘LEGITTIMO’ ANCHE ATTACCARE LE BASI LIBICHE CHE GESTISCONO IL TRAFFICO DI MIGRANTI ILLEGALI DIRETTI ANCHE SULLE COSTE ITALIANE. VISTO CHE IL GOVERNO MELONI DA SEMPRE RITIENE UNA GRAVE MINACCIA LO SBARCO DEI ‘CLANDESTINI’”
Donald Trump accarezzò l’idea di impadronirsi della Groenlandia già nel 2019, nel corso
del suo primo mandato. All’epoca la sua proposta suscitò una risata irrefrenabile e collettiva nel Parlamento di Copenaghen. Oggi, purtroppo, c’è poco da ridere. La Groenlandia fa parte della Danimarca, sia pure con lo status di «Territorio speciale».
Danimarca significa Nato e Ue. Che cosa vuole fare Trump, attaccare gli alleati?
Il Segretario di Stato, Marco Rubio, consiglia di «prendere sul serio» i proclami del presidente Usa. Dopo la notte di Caracas è più difficile dargli torto. Per ora, comunque, nelle capitali europee prevale l’incredulità: di fatto nessuno crede che il Pentagono possa inviare i marines a occupare la Groenlandia, magari facendo leva sulla base aerea di Pituffik, nella parte settentrionale della grande Isola.
Il problema, però, è che i leader del Vecchio Continente sembrano muoversi, ancora una volta, in ordine sparso. Almeno a giudicare da come hanno reagito al blitz dei «Delta Force» che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro. Basta leggere le dichiarazioni contratte, sincopate di Emmanuel Macron, del cancelliere tedesco Friedrich Merz, del premier britannico Keir Starmer.
In sostanza: è un bene che Maduro non sia più alla guida del Venezuela, ma il «metodo Trump» non è accettabile. Giorgia Meloni, invece, considera come «difensivo e quindi legittimo» il
raid americano contro uno Stato che alimenta il narcotraffico diretto negli Stati Uniti. È un ragionamento scivoloso. Seguendo questa logica, allora, sarebbe «legittimo» anche attaccare le basi libiche che gestiscono il traffico di migranti illegali diretti anche sulle coste italiane. Visto che il governo Meloni da sempre ritiene una grave minaccia lo sbarco dei «clandestini».
Ma il ritmo imposto da Trump è frenetico. Gli europei sono in grado di reggere il passo, di fare blocco per convincere la Casa Bianca a rinunciare alle mire sulla Groenlandia? Sembra ormai evidente che non basti invocare «il rispetto del diritto internazionale», come fanno Macron, Starmer, Merz e, con toni più duri, il premier spagnolo Pedro Sánchez. In un anno, il presidente Usa ha semplicemente ignorato le regole e le istituzioni internazionali e ha introdotto un «metodo» che ha spiazzato tutti e che, al momento, non sembra avere freni o alternative.
Non ha chiesto l’autorizzazione di nessuno, neanche del Congresso degli Stati Uniti, per colpire le basi degli Huthi nello Yemen, gli impianti nucleari in Iran, i miliziani dell’Isis in Nigeria, le formazioni jihadiste in Siria, le imbarcazioni del Venezuela nel Mar dei Caraibi.
Può rivelarsi una semplice illusione anche pensare di contenere l’aggressività di Trump, assecondandone le scelte di politica internazionale E, in ogni caso, questo schema non funziona se le sue iniziative ci investono direttamente, come lascia immaginare l’«interesse» per la Groenlandia. Quello che conta è che a Washington opera un gruppo che produce progetti, teoremi, non importa se rozzi o sballati, perché soddisfano le ambizioni o la
megalomania del presidente e, soprattutto, perché vengono tradotte in azioni dall’esercito più letale e più efficiente del mondo.
(da Corriere della Sera)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
IL THINK TANK DEFENSE PRIORITIES: “NON SAREBBE COSÌ DIFFICILE PER GLI STATI UNITI SCHIERARE SOLDATI IN GROENLANDIA, E NON È CHIARO CHI POTREBBE FIMPEDIRLO” …TRUMP VUOLE LA GROENLANDIA POICHÉ IL TERRITORIO È RICCO DI RISORSE MINERARIE E LA BASE SPAZIALE STATUNITENSE DI PITUFFIK (SITUATA NELLA PARTE NORD-OCCIDENTALE DELL’ISOLA) È FONDAMENTALE PER INDIVIDUARE EVENTUALI MISSILI A LUNGO RAGGIO DIRETTI VERSO GLI STATES
Dopo l’attacco in Venezuela, Danimarca e Groenlandia prendono le minacce di Donald Trump molto sul serio. Il “salto di qualità” nell’approccio del presidente americano – prendere con la forza quello che non gli viene concesso dopo averlo chiesto con le buone – e l’ultimo «abbiamo bisogno della Groenlandia, assolutamente», pronunciato ieri, suonano tetri per Nuuk e Copenaghen. La premier danese Mette Frederiksen reagisce subito: «Basta minacce, il diritto internazionale è dalla nostra parte. E siamo nella Nato».
Sune Steffen Hansen, uno degli analisti politici più quotati della Danimarca, spiega: «Le due situazioni, la nostra e quella del Venezuela, non si possono comparare. Non solo perché noi siamo alleati e parte della Nato, ma anche perché non è la prima volta che gli Usa interferiscono in Sud America: hanno sempre avuto interessi lì». Basta questo per dormire sonni tranquilli? «No. Oggi vediamo una nuova filosofia da parte di Trump nell’uso delle forze armate rispetto al primo mandato. Non sappiamo dove questo porterà».
Nel Paese scandinavo non sembra esserci spazio per l’ottimismo. Washington è da sempre l’alleato di una Danimarca entusiasta delle sue relazioni atlantiche e tiepida verso quelle continentali. Almeno fino alla rivoluzione copernicana di un anno fa, quando Trump disse di non escludere «l’uso della forza» per prendere l’isola. Poi c’è stata la visita del figlio, Trump Jr., a Nuuk, la capitale groenlandese e, nei mesi successivi, operazioni sotto copertura per infiltrarsi nella società dell’isola.
I groenlandesi hanno detto più volte che non ne vogliono sapere di entrare a far parte degli Usa. Alle ultime elezioni, pochi mesi fa, solo il 25% ha votato per i partiti indipendentisti. Il mantra per la maggior parte della popolazione è: «Un’indipendenza graduale, nel corso dei decenni, sotto e con l’aiuto del Regno».
Quanto la situazione sia tesa lo si intravede dalla cautela del governo danese. Nel 2019 Frederiksen […] aveva respinto al mittente come «assurde» le proposte di comprare la Groenlandia.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
NON E’ RETORICA NAZIONALE, E’ UN DISEGNO CRIMINALE BEN PRECISO
Durante la campagna elettorale, e persino nei primi mesi della nuova presidenza, una vasta
porzione dell’opinione pubblica globale ha tentato di rassicurarci. Non solo il movimento MAGA, ma anche l’establishment liberal-democratico internazionale ha minimizzato il pericolo, derubricando le minacce di Trump a semplice retorica elettorale. Si diceva di “dare tempo” a un presidente che, in fondo, avrebbe seguito il solco dei decenni passati. Ricordo bene anche voci da sinistra,
all’interno del movimento pacifista, sostenere che Trump sarebbe stato preferibile per l’Ucraina, immaginando che avrebbe imposto lo stop alle armi e favorito la pace.
La realtà a cui assistiamo oggi smentisce quelle previsioni. Siamo di fronte a un cambio di paradigma radicale: un’accelerazione improvvisa dell’imperialismo statunitense che si traduce in una politica aggressiva globale. Dopo il Venezuela, l’attenzione torna sulla Groenlandia e su Panama. Se il Canale è tornato sotto l’influenza USA a discapito della Cina non con la forza ma tramite la coercizione, per la Groenlandia la partita è aperta. Fondamentale per il Passaggio a Nord-Ovest, il petrolio e le terre rare, l’isola è tornata nel mirino. In un’intervista a The Atlantic, Trump è stato chiaro: la Groenlandia è strategica e “serve” agli Stati Uniti.
La NATO e il nuovo mondo
La Danimarca ha reagito appellandosi allo status di membro NATO, invocando le regole del diritto internazionale. Ma Copenaghen ragiona con il vecchio paradigma del Novecento. Trump sta ridisegnando il mondo a sua immagine, usando la forza per mettere all’angolo le potenze rivali in un nuovo assetto multipolare. Come scriveva Adriano Biondi su Fanpage, ci stiamo muovendo verso un mondo di “autocrazie diffidenti”, retto da un equilibrio precario.
In questo scenario non esistono chiaroscuri né coprotagonisti. La logica è binaria: o si è vassalli – come Giorgia Meloni e l’Unione Europea, piegatesi ai dazi e costrette a finanziare l’industria bellica americana – o si è nemici. Il destino di chi si oppone è quello che rischia il vertice venezuelano: il “rapimento di Stato”,
l’arresto, la deportazione e processi basati su accuse strumentali. In questo nuovo mondo, o si è con il Monarca, o si è contro di lui.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
LA CHIAVE DI VIOLINO STILIZZATA HA MIGLIAIA DI RICHIESTE: L’AMICHETTISMO DEL GOVERNO MELONI SPUTTANATO IN TUTTO IL MONDO
Si sta diffondendo in diversi teatri italiani la mobilitazione degli orchestrali della Fenice di Venezia contro l’arrivo di Beatrice Venezi. In occasione del concerto del 31 dicembre, diversi
componenti dell’orchestra hanno inscenato appuntandosi una spilla per esprimere la loro contrarietà alla nomina di Venezi – considerata una figura organica a Fratelli d’Italia e al governo – a direttore musicale del teatro.
Boom di ordini per la spilla anti-Venezi
Quella stessa spilla, scrive Repubblica, ora sta andando a ruba e potrebbe essere indossata presto anche in altri teatri italiani. Sono oltre 3mila infatti le spillette ordinate nei giorni scorsi da associazioni musicali, cori, docenti universitari, appassionati di opera e non solo. Gli ordini arrivano un po’ da tutta Italia: Trieste, Milano, Pisa, la Calabria e persino Barcellona, dove di recente si è recata l’orchestra veneziana, convincendo i colleghi dello storico teatro Liceu a mostrarla. A questo punto, gli organizzatori hanno deciso di far partire una nuova colletta su PayPal per finanziare l’acquisto delle nuove spillette – tutte rigorosamente con un cuore e una chiave di violino – necessarie a soddisfare tutti gli ordini pervenuti.
I rapporti deteriorati alla Fenice
A lanciare la mobilitazione sono state innanzitutto le rappresentanze sindacali degli orchestrali, che considerano la nomina di Beatrice Venezi un’imposizione arrivata senza alcun confronto, che arriva peraltro proprio mentre il governo Meloni lavora alla riforma delle fondazioni lirico-sinfoniche. Nonostante le proteste, né il Comune di Venezia né il ministero della Cultura hanno dato segnale di voler fare un passo indietro. I rapporti dentro il teatro, scrive Repubblica, sono ormai deteriorati. È da quasi tre mesi che gli orchestrali non hanno più un’interlocuzione formale con il sindaco di Venezia, Luigi
Brugnaro.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
LA PREMIER DANESE: “BASTA MINACCE, NON SIAMO IN VENDITA”
Donald Trump torna a rilanciare sulla Groenlandia e lo fa con toni sempre più duri,
legando apertamente il destino dell’isola alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti e dell’Europa. Parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, il presidente americano ha ribadito che Washington considera strategico il controllo del territorio artico: «Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale, e la Danimarca non sarà in grado di occuparsene». Secondo il presidente Usa, la presenza crescente di potenze rivali rende l’isola un nodo cruciale nello scontro globale: «In questo
momento la Groenlandia è piena di navi russe e cinesi ovunque». Minacce che arrivano il giorno dopo l’operazione che ha portato all’arresto del presidente del Venezuela Nicolas Maduro e della moglie, e l’altrettanto clamoroso annuncio di voler «prendere il controllo» del Paese «fino a quando non ci sarà una transizione ordinata».
«L’Ue ha bisogno che noi abbiamo la Groenlandia»
Trump ha spinto l’argomento ancora oltre, sostenendo che non sarebbe solo Washington ad avere interesse nel controllo dell’isola: «L’Ue ha bisogno che noi abbiamo la Groenlandia». E ha poi ironizzato sulle capacità di difesa danesi, affermando che Copenaghen avrebbe migliorato la sicurezza dell’isola aggiungendo «una slitta trainata da cani». Ma per Trump la sicurezza degli Usa viene prima di tutto, ecco perché In un’intervista all’Atlantic, il presidente ha ribadito la stessa linea per Venezuela e Groenlandia: «Prendere il controllo fino a quando non ci sarà una transizione ordinata».
La reazione della premier danese Frederiksen
Le dichiarazioni del tycoon hanno provocato una reazione durissima da parte della Danimarca. La premier Mette Frederiksen ha respinto al mittente le affermazioni di Trump, invitandolo a fermare quella che ha definito una escalation priva di senso. «Devo dirlo con grande franchezza: gli Stati Uniti non hanno alcun diritto» di annettere territori danesi, ha dichiarato. «Non ha alcun senso che gli Stati Uniti parlino della necessità di prendere il controllo della Groenlandia».
La reazione del primo ministro della Groenlandia
Anche il primo ministro della Groenlandia Jens Frederik Nielsen è intervenuto dopo le ripetute minacce di Trump di annettere il territorio autonomo danese. «Adesso basta. Basta pressioni. Basta insinuazioni. Basta fantasie di annessione. Siamo aperti al dialogo. Siamo aperti alla discussione. Ma questo deve avvenire attraverso i canali appropriati e nel rispetto del diritto internazionale», ha scritto il capo del governo della Groenlandia su Facebook.
Anche l’ambasciatore della Danimarca negli Stati Uniti, Jesper Møller Sørensen, ha commentato la situazione: «Solo un promemoria amichevole sugli Stati Uniti e il Regno di Danimarca: siamo stretti alleati e dovremmo continuare a collaborare come tali. La sicurezza degli Stati Uniti è anche la sicurezza della Groenlandia e della Danimarca. La Groenlandia fa già parte della NATO. Il Regno di Danimarca e gli Stati Uniti collaborano per garantire la sicurezza nell’Artico», ha scritto un post su X.
L’accordo di difesa tra Stati Uniti e Groenlandia
Frederiksen ha ricordato che tra i due Paesi esiste già una cooperazione strutturata: «Abbiamo un accordo di difesa con gli Usa che garantisce loro un accesso alla Groenlandia. E abbiamo investito significativamente per aumentare la difesa nell’Artico». Da qui l’appello finale: «È tempo che gli Stati Uniti mettano fine alle minacce nei confronti di un alleato storico, e nei confronti di un Paese e di un popolo che hanno detto, con molta chiarezza, di non essere in vendita».
L’immagine della Groenlandia con la bandiera Usa
Ad alimentare ulteriormente le tensioni ha contribuito anche un messaggio apparso sui social. Nelle scorse ore, la podcaster statunitense Katie Miller, moglie di Stephen Miller, uno dei più stretti collaboratori di Trump, ha pubblicato su X un’immagine della Groenlandia coperta dalla bandiera americana, accompagnata da una sola parola: «Presto». Un post che ha spinto l’ambasciatore danese a Washington, Jesper Møller Sørensen, a intervenire pubblicamente. «Ci aspettiamo il pieno rispetto dell’integrità territoriale del Regno di Danimarca», ha scritto, ribadendo che con gli Stati Uniti «siamo stretti alleati e dovremmo continuare a lavorare insieme come tali». E aggiungendo: «La sicurezza degli Stati Uniti è anche la sicurezza della Groenlandia e della Danimarca. La Groenlandia fa già parte della Nato. Il Regno di Danimarca e gli Stati Uniti collaborano per garantire la sicurezza nell’Artico. Prendiamo sul serio la nostra sicurezza comune».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
APPLAUSI PER IL VENEZUELA, SILENZIO SULLA GROENLANDIA, IL GOVERNO ITALIANO, UNICO IN EUROPA, SCEGLIE LA STRADA DEI VILI… I MARTIRI DELLA DESTRA ITALIANA SI RIVOLTANO NELLE TOMBE
Lo ammetto, sono dovuto andare a cercare la definizione sul dizionario: ignoravo che uno dei sinonimi di “governo dei patrioti” fosse “scendiletto di Trump e della sua volontà di dominio sul mondo”.
Evidentemente, gli eventi degli ultimi giorni hanno dato un nuovo significato a questa parola, visto che il governo italiano è stato l’unico, in Occidente, a plaudere all’operazione speciale di Trump in Venezuela senza se e senza ma.
Definendo “legittimo” un attacco militare e preventivo a un Paese terzo, senza che nemmeno il congresso del Paese attaccante fosse stato informato preventivamente dell’operazione. E parlando di “un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza”. Che, se ci pensate, suona quasi uguale a “l’Iraq aveva le armi chimiche” o a “Ruby è la nipote di Mubarak”.
Alle parole di Giorgia Meloni si è poi aggiunta la grancassa dei media di governo con il loro florilegio di titoli su Trump “il liberatore” e, immancabile, sulla “sinistra che rosica”, come se le colpe di un regime giustificassero l’uso di qualunque mezzo, la creazione di qualunque precedente.
Per dire: fa sorridere, se non ci fosse da preoccuparsi, che a legittimare l’attacco di Trump in Venezuela sia la stessa destra, e la stessa Meloni, che a proposito della defenestrazione di Gheddafi in Libia – altrettanto opinabile – parlava di “vergognosa mistificazione”, di “guerra insensata”, con “la scusa sempre buona della difesa dei diritti umani calpestati dal feroce dittatore di turno”.
E se pensate che il patriottismo cambi intensità in ragione della distanza geografia e della simpatia politica con chi attacca e con chi si difende, vi do una notizia: i precedenti, anche lontani, sono pericolosi perché ti entrano in casa quando meno te l’aspetti. E colpiscono i tuoi interessi quando meno te l’aspetti.
Se non altro, Donald Trump, ci ha levato l’angoscia dell’attesa. E ha deciso di reclamare un pezzo di Europa, la Groenlandia – che per la cronaca è il più grande giacimento europeo di uranio, idrocarburi e terre rare – meno di 24 ore dopo essersi preso il petrolio e il coltan venezuelani. “Ci serve per la nostra sicurezza”, ha detto, quasi a voler giustificare un’annessione necessaria.
Di fronte a queste parole, i patrioti nostrani, da Meloni in giù, giornali di destra compresi, hanno opposto un patriottico, fermo e virile silenzio. Lo stesso che hanno opposto di fronte ai dazi, ù
che il vicepremier Matteo Salvini ha addirittura definito “un’opportunità per le imprese italiane”. O al ricatto del vertice Nato dell’Aja, quando il presidente americano ha detto che l’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica, quello che prevede l’aiuto di tutti i membri in caso di attacco era subordinato all’acquisto di nuove armi da parte dell’Europa. Ricatto cui il patriottico governo italiano ha risposto con un patriottico inchino.
Chissà, forse alzeranno un sopracciglio, o il dito, quando Trump dirà che gli serve l’Italia. O forse no, neanche allora. Anche perché, va detto, che bisogno ha, il presidente americano, di prendersi qualcosa che è già suo?
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »