Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
“CORRIERE”: “UN TEMPO IN AFFARI SOPRATTUTTO CON LE COMPAGNIE AMERICANE DI BIG OIL, DA TEMPO IL VENEZUELA ERA DIVENUTO GRANDE FORNITORE DI GREGGIO DEI PAESI AVVERSARI”
Ai suoi elettori Donald Trump presenta la decapitazione del regime di Caracas soprattutto come un colpo al narcotraffico che avvelena il popolo americano: esportazione di droga e criminali liberati dalle carceri venezuelane per destabilizzare gli Usa. Ma l’attacco di ieri ha soprattutto una valenza geopolitica (elimina un alleato di Mosca, Pechino e Teheran nel «cortile» degli Usa) con profondi impatti anche economici e sulla tenuta delle regole del diritto internazionale.
Deciso a riaffermare la supremazia statunitense sull’emisfero occidentale e frustrato dalla crescente penetrazione cinese in America Latina, il leader Usa rischia grosso annunciando di voler governare questo grande Paese, gigante del petrolio.
La droga c’entra fino a un certo punto, visto che dal Venezuela parte cocaina e non il temutissimo fentanyl che ha origini cinesi e viene raffinato in Messico. C’entra, invece, molto la visione neoimperiale di Trump. La sua promessa agli americani di non impegnare più soldati Usa in lunghe guerre in regioni remote aveva fatto pensare a un ritorno all’isolazionismo. In realtà il presidente americano continua a usare la forza quando lo ritiene opportuno, e lo fa senza consultare il Congresso, ricorrendo ad attacchi brevi, intensi e mirati: dall’eliminazione del generale Souleimani, ai bombardamenti degli impianti nucleari iraniani, agli attacchi contro ribelli e terroristi, dallo Yemen alla Siria.
Nel caso del Venezuela c’è di più: il ritorno alla dottrina Monroe enunciata da quel presidente nel 1823. In sostanza la teoria del «cortile di casa»: l’affermazione di una supremazia degli Stati Uniti su tutto il continente americano. Corollario: ogni intervento di potenze straniere nell’America Latina va considerato un atto
ostile nei confronti di Washington.
Il Venezuela di Maduro era da tempo nel mirino di Trump, ma anche del suo ministro degli Esteri Marco Rubio, soprattutto perché Russia e Cina avevano aumentato di molto i loro interventi a sostegno del regime del Paese che dispone delle maggiori riserve petrolifere dimostrate al mondo. Un tempo in affari soprattutto con le compagnie americane di big oil, da tempo il Venezuela era divenuto grande fornitore di greggio dei Paesi avversari degli Usa: Cina, Russia e Iran, oltre a Cuba.
Una situazione intollerabile, agli occhi di Trump. In questo senso non è totalmente infondata l’accusa formulata dai portavoce del regime dell’ormai deposto Maduro: il controllo delle risorse energetiche del Paese come vera causa dell’intervento americano.
Lo stesso Trump ha parlato più volte della sua volontà di riportare l’economia venezuelana nella sfera del sistema capitalistico nordamericano. Trump ha usato il traffico di droga come spiegazione della crescente pressione esercitata a partire da agosto sul Venezuela. Ha trasferito una flotta sempre più vasta al largo delle sue coste, ha attivato un blocco navale, ha fatto distruggere con missili e droni 35 battelli di presunti narcotrafficanti causando oltre 100 vittime
Ma la droga è stata usata da Trump anche come pretesto per aggirare le norme che gli imporrebbero di consultare il Congresso prima di intraprendere azioni militari all’estero non imposte dall’urgenza di rispondere a un attacco improvviso. Il governo Usa si appella all’Aumf, una legge di «autorizzazione all’uso della forza militare» varata nel 2001, dopo l’attacco
terroristico di Al Qaeda a New York e Washington dell’11 settembre. Norme che consentono interventi immediati, senza approvazione parlamentare, contro organizzazioni terroristiche che minacciano gli Usa: legge usata allora dall’amministrazione Bush per gli attacchi contro i talebani e Al Qaeda e poi, nel 2003, contro l’Iraq.
Trump ha «declassato» Maduro da leader del Venezuela a «narcoterrorista» dichiarando che lui personalmente è il capo del Cartel de los Soles: un’organizzazione di trafficanti di droga dichiarata dal governo Usa «organizzazione terroristica straniera».
Trump non ha, quindi, informato il Congresso dell’attacco contro il Venezuela e la destituzione di Maduro. Per lui un’operazione condotta con l’impiego di una flotta imponente, comprendente anche la più grande portaerei americana, la Uss Gerald Ford, è un’operazione antiterrorismo.
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
“TRUMP NON SI LIMITA PIÙ A PIEGARE LE REGOLE: LE STA DEMOLENDO ” … ” GLI ATTACCHI IN VENEZUELA, IL RAPIMENTO DI MADURO E LA DICHIARAZIONE DI TRUMP CHE GLI STATI UNITI AVREBBERO ‘GESTITO’ IL PAESE E VENDUTO IL SUO PETROLIO HANNO TRAVOLTO IL DIRITTO INTERNAZIONALE E LE NORME GLOBALI”
“La ‘putinizzazione’ della politica estera statunitense è arrivata in Venezuela”: E’ il titolo
di un commento del corrispondente internazionale del Guardian Julian Borger, che cita una frase coniata da un commentatore statunitense, David Rothkopf. “Trump non si limita più a piegare le regole: le sta demolendo, con conseguenze ben oltre Caracas”, recita il sottotitolo.
“Quasi nessuno – scrive Borger – si aspettava che il 2026 fosse un anno di pace, e l’incubo si è confermato a soli due giorni dall’inizio dell’anno. Gli attacchi notturni in Venezuela, il rapimento del suo leader Nicolás Maduro e di sua moglie, e la dichiarazione di Donald Trump che gli Stati Uniti avrebbero “gestito” il Paese e venduto il suo petrolio hanno travolto il diritto internazionale e le norme globali. Ma questo non è nemmeno l’aspetto più preoccupante.
Donald Trump sta spianando la strada a forza di ruspe in quell’edificio sempre più fragile da quando è entrato in carica
quasi un anno fa, e ormai è per lo più un cumulo di macerie”. “Questo – prosegue – accelera il passaggio da un mondo basato sulle regole a uno di sfere di influenza in competizione, determinate dalla forza armata e dalla disponibilità a usarla. Un commentatore statunitense, David Rothkopf, ha definito il fenomeno la ‘putinizzazione della politica estera statunitense'”.
“I commentatori russi – conclude – hanno spesso suggerito che l’America Latina sia sotto l’influenza degli Usa, così come l’Ucraina lo è stata all’ombra della Russia. Vladimir Putin la pensa allo stesso modo per gran parte dell’Europa orientale. Xi Jinping trarrà le proprie conclusioni. Il pericolo, reso brutalmente chiaro nei primi giorni del 2026, è uno che alla fine dovrà affrontare chiunque”.
(da agenzie)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
QUANDO UN GIORNALISTA, DURANTE LA CONFERENZA STAMPA, GLI HA CHIESTO CHI GOVERNERÀ ORA IL PAESE, IL PRESIDENTE HA INDICATO SÉ STESSO E IL SEGRETARIO DI STATO MARCO RUBIO. FAREMO DEFLUIRE IL PETROLIO LÌ DOVE DOVREBBE ANDARE”
Le parole e i gesti: dopo aver lodato l’operazione militare condotta «con una forza mai vista dai tempi della Seconda guerra mondiale», Donald Trump ha detto che gli Stati Uniti «gestiranno il Venezuela fino a quando non ci sarà una transizione sicura, corretta e in accordo con la giustizia».
Quando un giornalista durante la conferenza stampa nella sua residenza privata a Mar-a-Lago, in Florida, gli ha chiesto chi governerà il Paese, il presidente ha fatto segno con la mano a sé stesso e al segretario di Stato Marco Rubio che gli stava a un passo: «Per un certo periodo di tempo sarà in gran parte compito della gente che sta qui dietro di me».
Altro che blitz: «Non abbiamo ancora deciso se dispiegare truppe sul terreno. Abbiamo dimostrato che possiamo farlo: non abbiamo paura di mettere boots on the ground».
Nicolas Maduro è acqua passata: «Gli avevo intimato di arrendersi, pensavo lo facesse». Trump vanta il successo dell’operazione: «Nessuno dei nostri è rimasto ucciso, non abbiamo perso attrezzature». Il deposto caudillo di Caracas «poteva essere ucciso. Stava per entrare in una stanza blindata, ma non è riuscito a chiudere la porta. Se l’avesse fatto l’avremmo fatta saltare in 47 secondi».
«Il dittatore e terrorista Maduro è finalmente sparito dal Venezuela — esulta Trump —. Lui e la moglie sono su una nave e stanno arrivando a New York. Contro di loro prove schiaccianti di narcotraffico. Saranno portati al cospetto della grande giustizia americana. Il popolo venezuelano è libero. E l’America da oggi è una nazione più sicura. Un avvertimento per tutti coloro che vorranno minacciare la sicurezza del nostro
Paese».
La Groenlandia può attendere, c’è da gestire «un Paese potenzialmente grande», con tanto petrolio che Maduro e la sua cricca «ci avevano rubato confiscando le nostre infrastrutture e trattandoci come dei bambini». Adesso «ce le riprenderemo, miliardi di dollari ci saranno rimborsati e faremo defluire il petrolio lì dove dovrebbe andare», senza dimenticare di «prenderci cura del popolo venezuelano».
Più tardi, intervistato dalla Fox , Trump dirà che i marines saranno sul terreno per difendere le strutture petrolifere. L’ottocentesca Dottrina Monroe che decretava l’influenza Usa sul continente «è stata superata», azzarda Trump: «Il nostro dominio in America Latina non sarà mai più messo in discussione».
Il presidente minaccia i leader a lui avversi e spiega che la presa del Venezuela non va contro i dettami dell’America First: «Vogliamo essere circondati da Paesi sicuri». Il colombiano Gustavo Petro? «Stia attento a non farsi beccare». Cuba? «Una vicenda molto simile a quella venezuelana, nel senso che vogliamo aiutare il popolo cubano. Finiremo per parlarne».
Poche parole sulla legittimità dell’operazione militare: secondo la Costituzione avrebbe dovuto avere l’ok del Congresso, che invece è stato tenuto all’oscuro dalla Casa Bianca. «Il Congresso? Avrebbe fatto trapelare informazioni preziose». Trump non esclude un secondo raid, «anche se non dovrebbe essere necessario, visto il successo del primo. Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro potrebbe succedere anche a loro»
Chi guiderà il Paese? «Una squadra — risponde Trump —. Stiamo designando alcune persone, vi faremo sapere chi sono». Nuove elezioni? Cambio al vertice? Trump dice che Rubio ha avuto un colloquio con la vicepresidente Delcy Rodríguez, fedelissima di Maduro insieme con il marito che guida il Parlamento: «È disposta a fare ciò che riteniamo necessario per rendere il Venezuela di nuovo grande» (la stessa Rodríguez poche ore più tardi chiederà in tv la liberazione di Maduro).
Nessun calendario per nuove elezioni. Nessun ruolo al vertice per la pasionaria dell’opposizione e premio Nobel per la Pace María Corina Machado: «Sarebbe molto difficile per lei essere leader, è una gran donna ma non gode di sostegno nel Paese», dice Trump. Anche «Machado farà ciò che riteniamo necessario. Purtroppo c’è molta gente cattiva che non doveva essere al potere, ma ci sono anche persone fantastiche nell’esercito su cui potremmo contare».
Trump parla di «transizione» senza mai aggiungere «democratica». Il popolo «avrà sicurezza, giustizia e un grande Paese». Ma «ci vorrà tempo prima che finisca la nostra gestione, perché occorre ricostruire le infrastrutture». E Mosca, paladina di Caracas? «Mai parlato di Maduro con Putin», risponde Trump. Che aggiunge: «Gli Stati Uniti potrebbero vendere il petrolio del Venezuela anche a Cina e Russia in quantità sempre maggiori».
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
MARINA CASTELLANETA, ORDINARIA DI DIRITTO INTERNAZIONALE ALL’UNIVERSITÀ DI BARI, SMONTA LE FANDONIE DI TRUMP: “LA LOTTA AL NARCOTRAFFICO NON È UNA MOTIVAZIONE VALIDA. CI SONO CONVENZIONI AD HOC DELLE NAZIONI UNITE. IN NESSUN MODO È CONSENTITO L’UTILIZZO DELLA FORZA E L’ATTACCO A UNO STATO SOVRANO. TRA L’ALTRO UN CAPO DI STATO GODE DI IMMUNITÀ, UN ELEMENTO PIÙ VOLTE INVOCATO DAGLI USA NEI CONFRONTI DI NETANYAHU”… “TRUMP AVEVA BISOGNO DELL’AUTORIZZAZIONE DEL CONGRESSO, SECONDO QUANTO PREVISTO DALL’’AUTHORIZATIONS FOR THE USE OF MILITARY FORCE’”
Una «grave violazione del diritto internazionale, una forma di aggressione a uno Stato
sovrano»: così la professoressa Marina Castellaneta, ordinaria di Diritto internazionale all’università di Bari, definisce l’attacco di Trump nei confronti del Venezuela.
Perché?
«Perché l’articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite stabilisce il divieto di uso della forza, è […] inderogabile, se non nel caso di legittima difesa, a seguito di un attacco armato già sferrato».
Trump ha parlato di un’operazione contro il narcotraffico internazionale.
«Non è una motivazione valida. Riguardo al narcotraffico ci sono convenzioni ad hoc delle Nazioni Unite, e gli strumenti utilizzati sono quelli del diritto: la cooperazione tra le autorità di indagine, la raccolta di prove, lo svolgimento del processo. In nessun modo è consentito l’utilizzo della forza e l’attacco a uno Stato sovrano per ingerenze nella lotta al narcotraffico […]».
Il fatto che Maduro sia accusato di crimini efferati non consente una deroga?
«C’è un fascicolo aperto presso la Corte penale internazionale, e in quella sede tutto si svolge secondo lo Stato di diritto e con un equo processo. Tra l’altro il Venezuela ha ratificato lo Statuto della Corte. Invece questo uso di potere sfrenato, senza limiti, non si può considerare un mandato d’arresto, ma un sequestro di persona. Tra l’altro un capo di Stato gode di immunità, un elemento più volte invocato dagli Usa nei confronti di Netanyahu».
Il segretario generale dell’Onu ha parlato di «pericoloso precedente»
«Certo, perché si tratta di una violazione grave e flagrante commessa da un membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu. E le reazioni non così nette della comunità internazionale fanno pensare che si possa compromettere anche
la tenuta di una norma così centrale nel diritto internazionale: sembra che abbiano paura di esporsi».
Quali potrebbero essere le reazioni?
«Il Consiglio di sicurezza è paralizzato perché, come nel caso Russia-Ucraina, gli Usa hanno diritto di veto. Quello che sarebbe possibile è che l’Assemblea voti una risoluzione, e a quel punto sarebbe interessante vedere quale sarebbe l’entità dei voti nel condannare Trump. Secondo me, così come condanniamo l’aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina, allo stesso modo dovremmo condannare quella degli Usa in Venezuela».
Il governo italiano parla di intervento legittimo pur condannando l’uso della forza.
«Sono formule dove ci si mette un po’ di tutto, come quella di von der Leyen per l’Ue che assicura che seguiranno da vicino la vicenda. Ma nessuno dice su cosa si baserebbe la legittimità dell’intervento».
Potrebbe essere un appiglio il fatto che l’elezione di Maduro sia considerata non regolare?
«No, questi problemi di legittimità sono molto frequenti nel mondo ma ci sono organismi di monitoraggio internazionali che possono prendere provvedimenti, sanzioni, ma non uno Stato che si sente superiore e prende una decisione unilaterale. Sembra che Trump incarni il bene superiore che decide per gli altri. Del resto anche leggendo il documento della National security strategy si capisce che gli Usa intendono riprendere un’attività imperialista nei confronti del Sud America»
Il 16 dicembre Trump aveva qualificato il regime di Maduro come «Foreign Terrorist Organization» (Fto), una mossa
presentata dall’Amministrazione Usa come base giuridica per un’azione militare diretta e per l’applicazione della legislazione federale contro i vertici del regime.
“L’uso della forza non è in alcun modo giustificabile e la designazione Usa non è una base giuridica accettabile».
Trump, dal punto di vista del diritto Usa, ha fatto una forzatura? Avrebbe dovuto chiedere un’autorizzazione?
«Sì, ci sarebbe bisogno dell’autorizzazione del Congresso, salvo in casi in cui ci sia un rischio imminente per gli Stati Uniti, secondo quanto previsto dall’“Authorizations for the Use of Military Force”. In realtà però già in passato altri presidenti hanno agito senza passare dal Congresso e presentando poi un rapporto».
(da Repubblica)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
“SE FOSSE DAVVERO PER SALVARE VITE AMERICANE DA DROGHE MORTALI, PERCHE’ NON HA AGITO CONTRO I CARTELLI MESSICANI” … MIGLIAIA DI AMERICANI SCENDONO IN PIAZZA PER PROTESTARE CONTRO L’OPERAZIONE MILITARE
Nelle ore in cui il presidente si è presentato ai giornalisti per autocelebrarsi, dopo il raid che ha condotto all’arresto di Nicolás Maduro e della moglie, la base Maga si è spaccata. Sui social molti utenti accusano Trump di pensare troppo alla politica estera, poco ai problemi interni e di aver dimenticato l’America
First.
I dem accusano Trump di aver aggirato il Congresso, ma anche alcuni deputati repubblicani non hanno risparmiato critiche al presidente. La più esplicita è stata la rappresentante della Georgia, ed ex fedelissima di Trump, Marjorie Taylor Greene, che domani lascerà ufficialmente il Congresso. «Rimuovere Maduro – ha scritto su X – è una chiara mossa per il controllo sulle forniture di petrolio venezuelano» e «servirà per la prossima scontata guerra di cambio di regime in Iran».
«Se il cambio di regime in Venezuela fosse davvero per salvare vite americane da droghe mortali, allora perché l’amministrazione Trump non ha agito contro i cartelli messicani?». Greene e la sua grande rivale, la deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez, si sono ritrovate sulla stessa linea, ricordando come Trump abbia graziato l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernandez, condannato a 45 anni di carcere per aver trafficato 400 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti.
Thomas Massie, deputato repubblicano del Kentucky, è stato il primo a criticare Trump poche ore dopo il raid a Caracas. «Nelle venticinque pagine dell’atto di incriminazione – ha spiegato – non c’è nessuna menzione di fentanyl o petrolio rubato. Verificate voi stessi». Don Bacon, repubblicano del Nebraska, ha lodato l’operazione ma ammesso di temere un potenziale effetto a catena. «Ora la Russia userà questo per giustificare le sue azioni militari illegali e barbariche contro l’Ucraina, o la Cina per giustificare un’invasione di Taiwan»
(da agenzie)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
A PREOCCUPARE I NOSTRI CONNAZIONALI SONO ECONOMIA E LAVORO, POI IL SISTEMA SANITARIO… SULLA GUERRA SALGONO I PRO UCRAINA (39%) MA IL 52% È CONTRARIO ALL’INVIO DI ARMI
Il 2025 si chiude con un sentimento di preoccupazione e timore. 
Questa complessiva situazione di difficoltà è nettamente percepita dagli italiani: oggi il 61% ritiene che il Paese stia andando nella direzione sbagliata, ed è il dato più alto dal pre Covid. Sensazione che accomuna, con differenze marginali, tutto il Paese, dal Nord al Sud. Il calo del pessimismo che era emerso all’uscita dal Covid, sembra definitivamente rientrato.
Le priorità del nostro Paese, indicate spontaneamente dalle persone intervistate nel nostro sondaggio (erano invitate ad indicarne tre), vedono anche quest’anno al primo posto i temi dell’economia e del lavoro (citati dal 56%), in lieve crescita rispetto allo scorso anno.
Al secondo posto il tema della sanità, che cresce ancora, citato oggi dal 40%, cinque punti in più rispetto allo scorso anno e quasi il triplo delle citazioni del 2019. Percezione più che giustificata dalle condizioni concrete del settore: proprio in
questi giorni molti media hanno riportato la situazione drammaticamente critica delle carenze nel corpo medico del paese e le difficoltà, che diventano sempre più pesanti, della sanità territoriale. Quest’anno inoltre cresce sensibilmente il tema della sicurezza, citato dal 33% degli italiani, in aumento di otto punti rispetto al 2024, del 11% rispetto al 2019.
Seguono altri quattro temi citati da un quarto o poco meno degli intervistati: l’immigrazione, il welfare e l’assistenza sociale, la tenuta del potere d’acquisto e il funzionamento delle istituzioni e della politica.
Certo, si tratta di preoccupazioni e non di emergenze, ma complessivamente ci sentiamo gravati da tre ambiti di difficoltà, dalla materialità quotidiana (lavoro e potere d’acquisto), alle garanzie di base (salute e servizi), sino alle minacce esterne (sicurezza e immigrazione), cui pensiamo che tutto sommato la politica e le istituzioni, malfunzionanti, facciano ormai fatica a rispondere.
Se dai temi nazionali passiamo ai locali, alle preoccupazioni che caratterizzano la propria zona di residenza, troviamo ancora i temi occupazionali ed economici sia pur attenuati, ma compare il tema ambientale più sentito a livello locale, quindi quello della mobilità e delle infrastrutture che si colloca al terzo posto, e a seguire gli altri temi già citati, con l’immigrazione che si colloca a un livello secondario rispetto alle citazioni per l’ambito nazionale.
Il Pnrr, che inizialmente era apparso un intervento forse in grado di incidere positivamente sulle condizioni del Paese, oggi appare deteriorato: il 61% pensa che non produrrà risultati apprezzabili
(era il 49% lo scorso anno) e per più di due terzi una parte rilevante dei progetti previsti non arriverà a conclusione.
Tutto induce al pessimismo, e infatti le attese rispetto all’andamento dell’economia italiana tendono a peggiorare. Dato per assodato che le condizioni dell’economia del paese sono negative (lo pensa il 68%, dato sostanzialmente stabile negli ultimi anni, con la sola eccezione delle speranze del 2021 all’uscita dal Covid, prontamente rientrate), oggi il 35% pensa che la situazione peggiorerà nei prossimi sei mesi e 18% invece prevede un miglioramento: i giudizi negativi prevalgono di 17 punti, il livello peggiore dal 2019, se si esclude il 2020, annus horribilis del Covid. E quindi anche per il futuro si pensa, come l’anno scorso, che non ci saranno miglioramenti apprezzabili
Le previsioni sull’andamento dell’economia italiana nei prossimi tre anni vedono gli ottimisti al 28%, i pessimisti al 33%. Per la prima volta nel quinquennio il pessimismo prevale sull’ottimismo. Infine, riguardo alle previsioni sulla situazione economica personale o familiare nei prossimi sei mesi, i pessimisti prevalgono di 10 punti, di nuovo il livello più basso ad eccezione del 2020.
Il tema dell’inflazione e del potere d’acquisto rimane drammaticamente preoccupante e coinvolge circa l’80% dei nostri connazionali, con una crescita di sei punti rispetto allo scorso anno.
E che i rischi siano dietro l’angolo ce lo dice il fatto che ben un quarto delle famiglie sarebbero incapaci di far fronte ad una spesa imprevista di 1.000 euro, dato che arriva al doppio se la spesa fosse di 10.000 euro. D’altronde Istat certifica una povertà
assoluta per l’8,4% delle famiglie italiane e relativa per il 10,6%, complessivamente quasi un quinto delle nostre famiglie.
Un ulteriore fattore di tensione, assolutamente non secondario, è rappresentato dai conflitti in corso.
Partiamo dal Medio Oriente, per il quale oltre il 70% si dichiara preoccupato, in linea con gli scorsi anni, nonostante il cessate il fuoco (peraltro non sempre rispettato). D’altronde l’accordo di pace firmato in Egitto non convince del tutto: solo il 5% è fiducioso che porterà alla pace, il 30% spera che almeno porti a una vera tregua, mentre un terzo circa lo ritiene sbagliato perché sfavorevole a Israele (9%) o ai palestinesi (21%).
E la maggioranza relativa lo considera un accordo economico, mentre solo poco più di un quinto lo ritiene un solido accordo politico-diplomatico. Quindi si ritiene che non si raggiungerà l’obiettivo di «due popoli, due Stati» (lo pensa solo il 18%, mentre il 47% lo esclude). Si è discusso a lungo se fosse corretto parlare di genocidio a proposito del comportamento di Israele verso i palestinesi: poco meno della metà dei nostri intervistati (47%) ritiene che sia corretto utilizzare tale termine, mentre il 29% è in disaccordo.
Riguardo all’altro grande conflitto, quello russo-ucraino, la preoccupazione complessiva coinvolge i tre quarti degli italiani, e in particolare se ne temono l’estensione ad altri paesi (36%), le conseguenze umanitarie (28%) e le conseguenze economiche (25%).
Richiesti di schierarsi per una delle parti in conflitto, la maggioranza assoluta degli italiani (53%) non prende posizione, mentre il 39% si schiera per l’Ucraina, dato in crescita di quattro
punti nell’ultimo anno, e l’8% invece simpatizza per la Russia (dato stabile). Stabile anche la contrarietà all’invio di armi in Ucraina (52%) come pure l’accordo all’invio (28%).
Con differenze apprezzabili in relazione all’orientamento politico: assolutamente favorevoli gli elettori delle forze «centriste» dell’opposizione (Iv, Azione, +Europa), piuttosto favorevoli nel Pd, mentre in FdI e FI prevale la contrarietà ma con una quota importante di favorevoli, nettamente contrari leghisti e M5S. La contrarietà però non di traduce nell’auspicio di una pace a qualunque costo: 52% vuole una pace «giusta» per l’Ucraina e che sia di garanzia anche per l’Europa.
E riguardo all’accordo sottoscritto da nostro governo con la Nato per il raggiungimento del 5% del Pil da destinare alla difesa entro il 2025 tra i nostri connazionali si registra una nettissima la contrarietà (59%) contro il 20% di favorevoli. In questo caso solo tra gli elettori di Fratelli d’Italia prevale (di poco) l’accordo.
Insomma, chiudiamo l’anno con un cumulo di preoccupazioni che ci accompagna da tempo ma che negli ultimi dodici mesi è cresciuto, acuendo il senso di vulnerabilità: un mondo in cui i conflitti non si attenuano e in più con un alleato storico come gli Stati Uniti che oggi ci sembra decisamente meno affidabile. Un Paese in grande difficoltà economica rispetto a cui non si vedono sbocchi nemmeno nel medio periodo, con un lavoro che è sempre meno sufficiente a garantire un adeguato benessere, con un potere d’acquisto intaccato dall’inflazione e dalla mancata crescita dei salari.
Sono certamente problemi storici che affrontiamo da qualche decennio. Con una certa rassegnazione che, nonostante tutto, non diventa rabbia o protesta violenta, ma tuttalpiù si traduce in disillusione e acrimonia. Nella convinzione che oramai anche la politica nel suo insieme non sia in grado di dare risposte fattive. Il che dà conto del calo drammatico della partecipazione politica da un lato, e dall’altro della assoluta stabilità degli orientamenti politici degli italiani.
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
IL BAGAGLINO E I POLITICI (“TRISTI, NON SAPEVANO FAR RIDERE, TRANNE DUE, IL MINISTRO MAMMÌ E ANDREOTTI. SE MI AVESSERO CHIESTO: ‘NEL 2026 TI MANCHERÀ ANDREOTTI?’, AVREI RISPOSTO: ‘SIETE PAZZI’. INVECE…”)… “RIVALUTARE BERLUSCONI? MAI. TRUMP? MI FA PAURA. MORIREMO DEMOCRISTIANI? SIAMO VIGLIACCHI, CI ACCONTENTIAMO DEL PRIMO BIGLIETTO OMAGGIO”
«Non ho rimpianti, sono grato di quello che ho avuto». Dal teatro al cinema d’autore, con Nanni Loy e Giuseppe Tornatore, alla tv ultra pop targata Pingitore con il Bagaglino e la signora Leonida, Leo Gullotta il 9 gennaio arriva al traguardo degli 80 anni con il sorriso.
Tempo di bilanci?
«Inevitabilmente. Ottanta è un numero importante, segna anche gli 80 anni della nascita della Repubblica, difesa in modo perfetto dal nostro presidente Sergio Mattarella. Poi ci sono i bilanci personali. Sono fortunato, ultimo di sei figli, papà faceva l’operaio pasticciere, mamma era casalinga. Ci hanno mandato a scuola tutti. Per chi nasce in un quartiere popolare, le difficoltà della vita si presentano prima».
Il momento più felice?
«Per avere la felicità devi metterti in gioco. L’importante è se hai dato. Io ho dato e ricevuto, nessuno sottolinea la parola riconoscenza. Ho 65 anni di carriera, ringrazio Randone, Turi Ferro, Glauco Mauri, Franco Enriquez e il siparista dello stabile di Catania».
La svolta?
«Quando Ave Ninchi, per incentivarmi a venire a Roma, mi ospitò sei mesi a casa sua. Allora c’erano le grandi compagnie, oggi è doloroso vedere che tutto questo è scomparso. Il governo non aiuta gli artisti e crea lenzuolate di problemi. Persino un premio come il David di Donatello, che riceve una somma dallo Stato, chiede soldi. Tutti i vincitori, che nel tempo diventano giurati, devono pagare 90 euro. Uno schiaffo».
Lei e suo marito Fabio Grossi state insieme da una vita, cosa ha imparato?
«Che in coppia vale il rispetto per l’altro, non esiste la proprietà. Stiamo insieme da 46 anni, ci siamo uniti civilmente nel 2019. Sul lavoro ci confrontiamo, fa il regista. C’è un dialogo aperto, profondo».
Sono passati 30 anni da quando dichiarò di essere omosessuale, c’è ancora discriminazione?
«C’è tanto da fare. La censura, velata e non, esiste. Il nostro Paese è ipocrita».
Le è mancato un figlio?
«Ho avuto tanti nipoti, un numero industriale, e mi sono dedicato ad alcuni di loro da vicino. Mi trovo bene con i giovani, mi vogliono bene. Oggi sono stati lasciati soli, combattono nelle università».
Ha lavorato con grandi maestri: cosa le hanno lasciato?
«Lo stupore dell’incontro. Se penso a Tornatore, a Loy, a Nino Manfredi, ognuno mi ha regalato qualcosa, e a ognuno ho rubacchiato. Da piccolo non volevo fare l’attore. La curiosità è scattata quando ho frequentato il Cut, il Centro universitario teatrale.
Mi avevano preso come uditore. Alla fine volevo recitare. Al saggio finale, quello che sarebbe diventato il direttore dello Stabile di Catania, Mario Giusti, mi affidò il ruolo del tenentino in Questa sera si recita a soggetto. Ringrazio ancora il siparista: di giorno faceva lo spazzino, ma la sua passione era il teatro. Da lui ho imparato i tempi».
È sereno ricordando le difficoltà?
«I tempi un po’ duretti a Roma, ci sono stati. Dopo la
meravigliosa carezza di umanità della mia grande amica Ave Ninchi, andai nella pensioncina in via Panisperna. Ma non ricordo con negatività neanche il periodo in cui andavo avanti con cappuccino e biscotti».
Cosa ha significato il successo popolare? Negli anni del Bagaglino i politici applaudivano in prima fila.
«Lo spettacolo faceva ascolti incredibili, si rideva dei politici e questo piaceva agli spettatori. In chiusura, i politici dovevano far ridere noi. Tutto l’arco costituzionale ha fatto cose da pazzi. Tristi, non sapevano far ridere, tranne due; il ministro Mammì e Andreotti. Se mi avessero chiesto: “Nel 2026 ti mancherà Andreotti?”, avrei risposto: “Siete pazzi”. Invece…».
Moriremo democristiani?
«Siamo vigliacchi, ci accontentiamo del primo biglietto omaggio».
Quando Berlusconi veniva al Bagaglino e portava doni, lei spariva. Oggi l’ha rivalutato?
«Mai. Per un fatto di coerenza, sempre con civiltà e educazione. Io grazie a uomini come Giuseppe Fava ho imparato a rispettare la libertà, anche quella degli altri».
Se avesse il potere cosa farebbe?
«Combatterei per i diritti: lo ius soli, il fine vita. I politici non si vogliono accostare a questi temi, hanno paura. Un po’ come quando si parlava del divorzio: la famiglia è la famiglia. Avevano le amanti sotto il letto. Vigliacchi».
È un uomo libero?
«Ho sempre pagato le tasse, sono un buon cittadino, cerco di non parlare male del prossimo. Questo parlare male di continuo è deprimente».
Come festeggerà?
«Non è tempo di festeggiamenti. Guardi che succede nel mondo: io ho paura di Trump, è un affarista non un uomo di Stato, dice cose imbarazzanti, mi terrorizza cosa sta facendo contro gli immigrati».
Valeria Marini e Pamela Prati, le due prime donne del Bagaglino, la chiamano?
«Sì, ci sentiamo ancora. Sono due donne squisitissime che sanno fare bene il loro mestiere».
Tra le sue parodie c’era quella di Maria De Filippi.
«Maria era estremamente timida. Maurizio le consigliò di mettersi in bocca la famosa caramellina che l’avrebbe aiutata ad allentare la tensione. Lei però era davvero chiusa e la sua chiusura era scambiata per brutto carattere. Invece era dolcissima. Una persona mai invadente, mai disturbante sotto nessun aspetto».
A De Filippi piaceva quella parodia?
«Direi di sì. Mi invitò come primo ospite a “C’è posta per te” nei panni di sua sorella».
Artisti e politici presi in giro: qualcuno si è mai arrabbiato davvero?
«Mai, nessuno di tutto l’arco costituzionale, anzi tutti volevano essere imitati. E quando li invitavamo sul palco a dire qualche battuta, era una catastrofe. Tutti tristi».
E il governo di oggi?
«Non mi piace, no. Riconosco che Giorgia Meloni sia una donna furba, ma è ancora legata a cose del passato. E poi questo gridare… ma perché? Lei è il capo del governo di tutti gli italiani, non di una parte».
Come sta il cinema?
«Io sono felicissimo per l’incasso di Checco Zalone, ma questo non vuol dire che il cinema stia bene. È stato messo il lenzuolo nero su certi argomenti. E quanti tagli al cinema».
Lei da più di 40 anni è legato al regista Fabio Grossi, diventato suo marito nel 2019. Nel 1995 fece coming out.
«No, non ho fatto coming out. Alla fine del film Uomini uomini uomini, che parlava di quattro omosessuali borghesi, un giornalista chiese: “Ma lei è omosessuale?”. “Sì, perché, mi dica?” risposi io. Questo è tutto».
Lei però perse l’opportunità di recitare nella fiction su Padre Puglisi perché un dirigente non gradiva la sua omosessualità.
«Vero, ma la libertà ha un prezzo».
C’è ancora molta strada da fare sui diritti civili?
«Si è fatto molto, ma molto c’è da fare».
(da Repubblica)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
IL PAESE SUDAMERICANO E’ IL PRIMO AL MONDO PER RISERVE MONDIALI DI BARILI DI PETROLIO
Il Venezuela è il Paese con le più grandi riserve di petrolio al mondo e appare evidente
che questa preziosa risorsa abbia giocato un ruolo cruciale nel recente attacco degli Stati Uniti, condotto dalle forze militari nella notte tra il 2 e il 3 gennaio e sfociato nella cattura del presidente Nicolas Maduro e di sua moglie. Non c’è da stupirsi che Donald Trump, dopo l’aggressione ampiamente annunciata, ha dichiarato che gli USA saranno fortemente coinvolti nella gestione dell’“oro nero” del Venezuela.
Ma a quanto ammontano, realmente, le risorse petrolifere del Paese sudamericano? Il dato più autorevole e recente è quello dell’Energy Information Administration (EIA), un’agenzia federale del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti; nel 2019, stando al rapporto Country Analysis Executive Summary: Venezuela, le riserve ammontavano a ben 303 miliardi di barili, circa il 18 percento di quelle globali.
Tra sanzioni, deterioramento delle infrastrutture a causa del
crollo delle entrate e altri fattori economici e geopolitici – compresi i recenti sequestri di navi da parte degli USA – è verosimile che questa cifra sia cambiata negli ultimissimi anni, ma siamo comunque innanzi al primo Paese per riserve di petrolio e con un potenziale enorme di estrazione. Il valore indicato nel sopracitato rapporto è superiore a quello dell’Arabia Saudita, che sempre secondo i dati dell’EIA si attesta tra i 267 e i 298 miliardi di barili. Seguono il Canada (170 miliardi di barili); l’Iran (158 miliardi); l’Iraq (145 miliardi) e il Kuwait (101 miliardi). Gli Stati Uniti sono molto indietro (36,5 miliardi) e la Cina lo è ancor di più (25 miliardi), mentre la Russia si attesta a 80 miliardi.
Questi numeri, di concerto con la disponibilità di altre risorse naturali – come le terre rare e il coltan, abbondante in Venezuela – al centro delle nuove tecnologie e volano per il “dominio mondiale” del futuro, bastano a spiegare molti conflitti caldi e freddi in corso o del recente passato. Una partita a scacchi in cui le superpotenze mondiali non si combattono in modo diretto, ma tirano i fili per controllare le cosiddette sfere di influenza, sfidando apertamente il diritto internazionale. Secondo la cosiddetta Dottrina Monroe del 1823, l’intero continente americano rientra nella sfera di interessi degli Stati Uniti e dunque anche il Venezuela.
Questo è un elemento rilevante se si tengono in considerazione gli accordi stretti tra il Paese sudamericano con Cina, Russia e altre nazioni, fra le quali il “dragone” rappresenta il principale importatore dell’oro nero venezuelano. Con la deposizione di Maduro e una nuova leadership amica, di fatto, gli USA possono
fare uno sgambetto importante alla superpotenza asiatica (che dopo l’attacco americano ora può sentirsi ancor più legittimata per la questione Taiwan). Ma perché il petrolio venezuelano è così importante per la Cina e altri Paesi come l’India? La ragione principale, al di là dell’ampia disponibilità, risiede nella qualità della materia prima, che è tutto fuorché alta.
Secondo il rapporto Country Analysis Brief: Venezuela, il greggio (crude oil) estratto dal Venezuela è molto pesante e tra i più solforosi al mondo, dunque di scarsa qualità. Più il greggio è leggero e “dolce”, più è considerato di alta qualità perché più semplice da raffinare. Il Merey venezuelano, secondo l’indice API (American Petroleum Institute Gravity) è un greggio pesante con un valore di circa 15°. Per fare un confronto, l’Arab Light dell’Arabia Saudita è considerato medio-leggero (API di circa 33°) e il Brent del Nord Europa è leggero (circa 38°), quindi hanno una qualità sensibilmente superiore. Ma Cina e India dispongono delle infrastrutture adeguate per raffinare i greggi pesanti, quindi possono importare grandi quantità di greggio venezuelano a prezzi molto bassi e ottenere indiscutibili vantaggi.
Il principale sito di estrazione di greggio in Venezuela è la Faja Petrolífera del Orinoco (Orinoco Belt), sita tra alcuni stati come Guárico e Delta Amacuro. Si ritiene che la stragrande maggioranza delle riserve petrolifere del Paese derivi proprio da qui, con l’area del Cerro Negro in grado di fornire circa 500.000 barili di petrolio al giorno. Un altro ricco giacimento è quello della regione del Lago di Maracaibo nello stato di Zulia, nel nord-ovest del Venezuela. Con il recente attacco degli Stati Uniti
e l’intenzione di Trump di gestire le risorse petrolifere del Paese, è possibile che questi siti, dopo i cali produttivi degli ultimi anni, possano tornare a pieno regime.
(da Fanpage)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
E’ UN TASSELLO DELLA GUERRA MONDIALE PER ENERGIA E MATERIE PRIME, DAL PETROLIO AL COLTAN
La guerra-lampo di Trump in Venezuela, iniziata e conclusa nella notte tra il 2 e il 3 gennaio con la deposizione e l’arresto del presidente-dittatore Nicolas Maduro e della moglie, non è né un fulmine a ciel sereno, né un caso isolato.
È, al contrario, un pezzo di quella “guerra mondiale a pezzi” di cui parlava Papa Francesco. Una guerra che, dal Sud America all’Ucraina, dal Medio Oriente all’Oceano Pacifico, si fonda su
una cosa su tutte: il predominio sulle materie prime e sull’energia necessarie a far funzionare la rivoluzione tecnologica in atto, quella dell’intelligenza artificiale, della criptovalute, della robotica di massa, della mobilità elettrica, del quantum computing, e di tutte le tecnologie – enormemente energivore – che si stanno affacciando sui mercati.
Detta più semplice possibile: chi acquisisce il predominio tecnologico e commerciale di queste innovazioni è il nuovo dominatore del mondo. E chi domina il mercato delle materie prime necessarie a produrle e delle energie necessarie a farle funzionare acquisisce un vantaggio enorme.
Ecco: per ora questo vantaggio ce l’ha la Cina. Che è il principale estrattore di terre rare al mondo. E grazie alla guerra in Ucraina e al blocco delle forniture di gas e petrolio dalla Russia in Europa ha potuto accedere, assieme all’India, a flussi enormi di idrocarburi a baso costoutte le mosse di Cina e Stati Uniti, anche solo quelle di queste ultime settimane, vanno lette attraverso queste lenti.
Trump cerca di chiudere la partita ucraina prendendosi le terre rare di Kiev e provando a staccare Putin da Xi Jinping?
Allora la Cina comincia a intensificare le manovre navali attorno a Taiwan – isola che per Pechino, e non solo, fa già parte del territorio cinese – primo fornitore di semiconduttori degli Stati Uniti.
E allora Trump attacca il Venezuela e si prende le riserve di coltan e petrolio venezuelane, le maggiori al mondo, per mettere pressione negoziale alla Russia, nella trattativa di pace con l’Ucraina.
E già che c’è minaccia un intervento in Nigeria, altro Paese ricchissimo di giacimenti e riserve petrolifere, con la “scusa” di difendere i cristiani dall’Isis.
A tutto questo aggiungiamoci il grande gioco mediorientale, che vede contrapposte Usa e Cina nel sostenere rispettivamente l’Arabia Saudita e I’Iran.
E in Africa, dove la Cina e gli Stati Uniti combattono per procura sia nella Repubblica Democratica del Congo sia nel Sud Sudan, due guerre in Paesi ricchissimi di materie prime.
È una guerra mondiale a pezzi senza esclusione di colpi, che ha fatto strame del multilateralismo e delle organizzazioni sovranazionali e che sta facendo a brandelli quel poco che rimaneva del diritto internazionale.
Tutte cose che ormai, malgrado tutto, sembrano resistere con mille difficoltà solamente in Europa, che rimane il vero paradosso di questo mondo nuovo: ricca, ricchissima, ma senza materie prime, senza energia e senza nessun tipo di leadership tecnologica nei settori che plasmeranno il futuro.
A noi, in questo 2026 che già si è messo a correre fortissimo, toccherà decidere cosa vogliamo diventare da grande: essere il testimone inerme del mondo che muore? Il servo fedele del nuovo imperialismo americano? Oppure capire davvero come provare a rompere questo schema, questo ritorno feroce all’Ottocento coloniale e al Novecento delle guerre tra superpotenze, calde e fredde, con una nuova visione del mondo, diversa, pacifica, multilaterale, fondata su regole condivise?
Mai come ora, siamo a un bivio decisivo.
Mai come ora, non possiamo più fingerci morti.
(da Fanpage)
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