Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
MA LA PANTOMIMA NON E’ RIPETIBILE ALL’INFINITO, VALE FINO A QUANDO CI SONO AVVERSARI BREVI
Una domanda solo leggermente provocatoria: non vi pare che l’America, la nazione
indispensabile, inizi a somigliare un po’ troppo allo Stato canaglia perfetto? Invece di guidare alla felicità la comunità delle nazioni, soprattutto nelle fibrillazioni trumpiane sembra sempre più incline a contrapporvisi. Invece della “scintillante città sul colle a cui tutti guardano” sembra di ascoltare uno sgangherato motivetto nazionalista: noi facciamo quello che ci pare e se non vi va, vabbè, arrangiatevi
Gli americani fanno male a non porsi la domanda del perché sono diventati antipatici, dopo aver per molto tempo, aureolati dalla vittoria contro i nazismi, mietuto osanna spesso gratuiti, e vissuto di una robusta rendita di ammirazione e di benevolenza anche quando commettevano errori. Mentre oggi sono giudicati nel ripiano morale come non più leali, incontrollabili, irresponsabili.
Maduro, torvo, torchiatore, corrotto, forse anche manigoldo del narcotraffico, tra due poliziotti della Dea, avviato come Noriega anni fa a essere punito da un tribunale (ovviamente americano) può anche esser considerato l’ambigua scorciatoia di un bene realizzato attraverso metodi discutibili. Ma il problema resta e macina questioni ardue e vitali: lo scopo della operazione militare speciale a Caracas era punire un cattivo o rimettere ordine e silenzio a scapaccioni nel chiassoso cortile di casa latino americano? O riprendere il controllo di un produttore di petrolio? O tenere alla larga i cinesi? Democrazia e diritti non si sovrappongono come calchi a ben più meschini interessi, al crudo business; anzi divergono quasi sempre. È stato un presidente, Calvin Coolidge, che ha fatto dono agli americani di parole commoventi: «Civiltà e profitti avanzano di pari passo».
Forse dovranno prendere atto che ci sono, nel mondo, pluralità di arcobaleni mentre il loro prisma prevede solo due valori, l’azzurro del cielo americano e il rosso dell’inferno per gli altri. Milioni di uomini nel mondo, non satanici terroristi di dio o di qualche autocrate, si chiedono perché la Delta Force, oltre che andare a fare giustizia a Caracas, e tra un poco a Teheran, non discenda come un angelo vendicatore anche al Cairo o a Riad o a
Islamabad per correggere le loro tribolazioni. Forse perché satrapi, raiss e principeschi assassini di quei Paesi non intralciano, anzi collaborano con gli interessi americani? E hanno diritto all’immunità fino a quando non danno segni di disobbedienza? Quindi non sbagliano a sentirsi al sicuro sub specie aeternitatis solo le canaglie che tengono in cassaforte l’atomica ovvero Putin, Xi e il coreano, il Pakistan e l’India. Una lezione che forse gli ayatollah non faranno a tempo a trasformare in realtà.
Altro che isolazionismo per barricarsi contro l’immoralità di un mondo corrotto o imperialismo soft! È semplicemente cambiato il metodo con cui gli americani mettono le mani negli affari degli altri.
Fino a un certo punto ha funzionato, indiscusso, il modello golpe: dal vietnamita Diem ad Allende. Anni ruggenti: la scuola dei dittatori a Panama, i gorilla con occhiali Ray-Ban a libro paga della Cia, una telefonata in codice: Guatemala, Honduras, Indonesia, Cambogia, Cile, Iran e via, cambio di regime fatto! L’idra del comunismo, l’ossessione del domino erano sempre in agguato, per caso vi illudete che si debbano usare guanti bianchi per maneggiare simili truci avversari? L’altruismo americano: convinto di uccidere con gentilezza, usando bombe e killer in preda a un impulso di irrefrenabile carità.
Pinochet e il suo volpino burattinaio, Kissinger, sono stati gli ultimi di questa schiera di impresentabili, il taglio tra l’innanzi e il dopo.
La pantomima non è ripetibile all’infinito, vale fino a quando ci sono avversari molli. Ora si è passati al modello che potremmo chiamare “golpe dal basso”. La scusa della libertà funziona sempre ma si presta maggiore attenzione che non ci siano troppe sfasature. Bisogna utilizzare per la transizione non pretoriani dal ceffo allarmante, si attinge al ricco serbatoio delle classi dominanti globalizzate, l’alta nobiltà globale che pretende di essere padrona della terra perché ricca, colta, immune da plebei radicamenti arcaici e soprattutto pronta a collaborare. Provvedono al casting i ricchi cataloghi dei quadri delle istituzioni come Fondo monetario e Banca mondiale, non a caso fondate con saggia preveggenza prima delle inutili e poco sicure Nazioni Unite.
L’imperialismo impone regole di ferro. Si adottano e si gonfiano quando non ci sono (la propaganda è un’arma di lunga gittata) movimenti di protesta contro i regimi disobbedienti o pericolosi per gli interessi americani. Solo quelli. E si interviene tra discordie e parti in causa per assicurare il passaggio alla democrazia. Chi avrà mai il coraggio di difendere tipacci come Saddam, il mullah Omar, Maduro o gli ayatollah dalla forca facile?
Poco male se la caccia a Maduro è risultata più simile a un sequestro da gang mafiosa che a una scorciata democratica. Una cosa per volta. Nel caso dell’Iran, Trump ha già annunciato che difenderà (assieme a Israele?) i manifestanti che protestano per il caro vita. La Cia è al lavoro con i suoi vecchi, cari metodi sillabati e glossati in film e manuali. Come spesso accade non ha perso tempo a dare una occhiata alla storia dell’Iran. Sono dei praticoni, non degli intellettuali. I manifestanti, riferiscono fonti sicure (sussurrate da Langley, Virginia?), scandiscono nel
subbuglio slogan per il ritorno dello scià! Accidenti! Che revival! A Langley gli ispiratori sono indietro nel ripasso: da Mossadeq a oggi la loro guerra per il controllo dell’Iran e del petrolio non conosce età.
Gli Stati Uniti sono la potenza più interventista del mondo ma i fini e i metodi di questa politica sono sempre accuratamente nascosti dietro miasmi di insopportabile retorica e confusione. Da Kennedy a Trump, gli americani si sono cacciati in azioni moralmente compromettenti, spesso militarmente frustranti e quasi sempre politicamente non risolutive.
La tendenza a spendere principi grandiosi, la creazione della democrazia, la lotta ai tiranni e ai terroristi, la sicurezza nazionale, debellare il traffico della droga o tentazioni atomiche non autorizzate, serve a occultare la fredda valutazione degli interessi, non solo economici o di potenza, spesso meschini traffici dei presidenti.
Perfino Trump, con le sue sbiascicanze smargiasse, alla fine, si è uniformato al vecchio principio che il miglior modo di porre l’opinione pubblica americana a servizio dei propri fini sia quello di sbandierare un principio morale. Chissà se ha mai letto l’ammonimento di Edmund Burke: «Mal si accordano grandi imperi e intelletti piccoli».
Domenico Quirico
( da lastampa.it)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
CAMBIERA’ IL RACCONTO E IL VOLTO DEI PROTAGONISTI, RESTERA’ IL NARCO-STATO
La vera forza politica di Donald Trump non è la brutalità, né il populismo, né l’isolazionismo. È l’incoerenza. La coerenza obbliga la politica a una verifica costante: dei fatti, delle promesse, delle conseguenze. L’incoerenza, al contrario, libera il potere da ogni rendicontazione. Non deve dimostrare nulla, perché non chiede consenso razionale ma fiducia personale. Fiducia nel capo, non nelle istituzioni. Fiducia come atto di fede.
In questo schema non contano la correttezza delle scelte né il raggiungimento degli obiettivi dichiarati. Conta la delega. Una delega in bianco, alimentata da una promessa tanto vaga quanto potente: un generico miglioramento della vita e il ritorno della nazione al centro del mondo. È un potere che non si misura sui risultati, ma sulla capacità di occupare il racconto. È qui che Trump è un fuoriclasse.
Dentro questa logica può permettersi di invocare la lotta al narcotraffico contro il Venezuela e, allo stesso tempo, di graziarne uno dei protagonisti politici più compromessi. Juan Orlando Hernández, ex presidente dell’Honduras, è stato riconosciuto colpevole da un tribunale federale statunitense per aver facilitato l’importazione di oltre 400 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti e per aver ricevuto milioni di dollari in tangenti da organizzazioni criminali, incluse reti legate al cartello diEl Chapo.
Il 26 giugno 2024 viene condannato a 45 anni di carcere in un penitenziario federale americano. Poco più di un anno dopo, il 1° dicembre 2025, Trump gli concede una grazia completa. Hernández esce dal carcere.
Non è una contraddizione. È il funzionamento stesso del potere trumpiano. Hernández serve perché, in Honduras, può sostenere politiche antimigratorie e tutelare interessi americani direttamente collegati alla presidenza. La lotta alla droga non è un principio, ma una retorica modulabile. La giustizia non è un criterio, ma uno strumento. Ciò che resta costante non è la linea
politica, ma la fedeltà al racconto: quello di un capo che decide, assolve, punisce e riscrive le gerarchie del mondo senza dover rendere conto a nessuna coerenza, se non a quella della propria autorità.
Detto questo, per anni il rapporto tra Nicolás Maduro e il narcotraffico è stato negato dall’estrema sinistra internazionale — dall’Italia alla Spagna, fino all’Argentina — come se ogni accusa fosse solo propaganda imperialista. Eppure le prove non sono mai mancate. Alcune sono strutturali, altre indirette. Ma ce n’è una che, da sola, basterebbe: l’affare dei narcosobrinos.
Nel 2015 vengono arrestati ad Haiti Efraín Antonio Campo Flores e Franqui Francisco Flores de Freitas, nipoti di Cilia Flores, moglie di Maduro. Non figure marginali. Cresciuti dentro il palazzo del potere, protetti, accreditati, convinti di essere intoccabili.
Vengono intercettati mentre organizzano una spedizione di 800 chili di cocaina diretta negli Stati Uniti. Non parlano come piccoli trafficanti. Parlano come funzionari. Promettono accesso a piste militari, coperture istituzionali, protezione politica. Dicono chiaramente che la droga serve a finanziare il potere, a “difendere la rivoluzione”, a mantenere in piedi il regime.
Nel processo, celebrato a New York, non emerge solo un traffico. Emerge un metodo di Stato: l’uso delle infrastrutture venezuelane — aeroporti, forze armate, passaporti diplomatici — come strumenti logistici del narcotraffico. I due vengono condannati nel 2017 a 18 anni di carcere ciascuno. Nel dicembre 2022 Maduro ottiene la loro liberazione nell’ambito di uno scambio di prigionieri con gli Stati Uniti: sette cittadin
americani in cambio dei nipoti della First Lady. La condanna resta. L’impunità viene ristabilita.
È una storia lunga, strutturale, ricorrente: quella che lega una parte dell’estrema sinistra armata al narcotraffico. Non come deviazione occasionale, ma come scelta strategica, sempre coperta da una giustificazione ideologica: non lo facciamo per arricchirci, lo facciamo per finanziare la rivoluzione. Una formula che ovunque si è rivelata una menzogna funzionale.
Le FARC colombiane hanno finanziato per decenni la propria guerra attraverso la tassazione e poi la gestione diretta della cocaina. Sendero Luminoso ha fatto lo stesso nelle zone di produzione peruviane. L’ELN, pur rivendicando una diversità ideologica, ha gestito traffici di marijuana e sistemi di estorsione con dinamiche analoghe.
Il caso cubano è più opaco ma non meno significativo. Nel 1989 Arnaldo Ochoa Sánchez, generale simbolo della rivoluzione, viene accusato di traffico di droga in collaborazione con reti legate a Pablo Escobar. Si assume pubblicamente ogni responsabilità, scagionando il vertice politico. Viene fucilato dopo un processo televisivo: un sacrificio rituale per salvare il regime eliminando l’uomo che sa troppo.
A confermare che non si tratta di una specificità latinoamericana, ma di un modello politico-criminale, c’è il caso dei Khmer Rossi. Durante e dopo il loro regime genocidario, finanziarono le proprie strutture residue attraverso il traffico di oppio, legname e pietre preziose. Anche qui, il traffico veniva giustificato come necessità rivoluzionaria, mentre serviva a mantenere in vita apparati armati e gerarchie criminali. Il punto comune è sempre lo stesso.
La droga non è mai stata uno strumento temporaneo in attesa della vittoria. È diventata il cuore economico dei movimenti armati. L’ideologia ha funzionato come schermo morale: neutralizzare il dissenso interno, legittimare la violenza, giustificare l’arricchimento dei quadri dirigenti. La rivoluzione non ha mai visto quei soldi.
Li hanno visti i comandanti, le famiglie, gli apparati. E quando la lotta finisce, resta sempre la stessa eredità: non uno Stato giusto, ma una classe dirigente criminalizzata.
Da decenni il potere venezuelano è intrecciato ai cartelli criminali. Non come deviazione, ma come architettura di governo. Le inchieste più autorevoli in particolare quelle di InSight Crime hanno mostrato come il Venezuela non sia un paese produttore di cocaina, bensì uno dei principali snodi logistici del narcotraffico globale.
Al centro di questo sistema c’è il Cartel de los Soles: non un cartello classico, ma una struttura militare-statale che garantisce copertura, impunità e infrastrutture al traffico soprattutto colombiano usando aeroporti, porti, documenti ufficiali e apparati di sicurezza.
Accanto alla dimensione istituzionale emerge una figura chiave: Wilmer Varela, detto Vilmito. Non un semplice narco, ma un broker politico-criminale. Gestisce le spedizioni verso Honduras e Caraibi, coordina le rotte, mantiene rapporti con l’apparato militare e controlla segmenti decisivi del sistema carcerario. È il punto di contatto tra cartelli, Stato e repressione.
Il Venezuela è così diventato un narco-Stato di transito. La droga non infiltra il potere: è il potere che organizza, protegge e monetizza il traffico. La criminalità non sfida lo Stato. Lo utilizza.
Uno dei grandi fallimenti della politica estera di Barack Obama è stato proprio il Venezuela. Non per ingenuità, ma per scelta strategica. Obama comprese che Maduro non sarebbe caduto sotto la pressione di un’opposizione democratica fragile e divisa. E comprese qualcosa di più profondo: che il regime non era più solo autoritario, ma criminalizzato. Questa lettura è stata argomentata con lucidità da Moisés Naím, che ha descritto il Venezuela come uno Stato-mafia.
In uno scenario simile, la caduta del regime può avvenire solo offrendo garanzie di sopravvivenza all’élite al potere. Obama lo sapeva. Ma aprire quel canale avrebbe significato legittimare un narco-regime e sconfessare la retorica democratica americana. Il risultato è stato l’immobilismo. Trump, invece, non ragiona in termini di transizione democratica. Ragiona in termini di controllo. Agisce come un gambler: alza la posta, usa il narcotraffico come clava politica, promette la caduta del regime e raccoglie consenso. Ma l’obiettivo non è la democrazia. È governare l’esito. Un’insurrezione popolare o una transizione elettorale autentica non permetterebbero a Washington di controllare direttamente il nuovo Stato venezuelano. Un cambio di potere gestito dall’alto, invece sì.
Per questo il narcotraffico diventa lo strumento perfetto: delegittima Maduro, giustifica l’intervento, consente una selezione mirata delle élite da sacrificare. Ma nulla indica che questo cambierà la natura del sistema. I narcos vicini a Maduro
verranno eliminati. Non il narco-Stato. Al loro posto emergeranno nuovi intermediari, nuovi broker, nuovi nomi — già noti agli apparati di sicurezza e all’intelligence. Cambieranno le facce. Cambierà il racconto. Non l’economia criminale. Forse si starà meglio che sotto Maduro. Ma quanto meglio? La miseria resterà. Il controllo criminale, nella prima fase, aumenterà. La libertà di espressione si allargherà, le vecchie corruzioni petrolifere verranno smantellate e sostituite da altre. E ancora una volta il Venezuela verrà “liberato” senza essere davvero restituito ai suoi cittadini.
Roberto Saviano
(da il Corriere della Sera)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
TRE POTENZE (PIU’ NETANYAHU) CHE FANNO I CAZZI CHE VOGLIONO
Da ieri l’America considera il Venezuela sua proprietà. Il petrolio venezuelano sarà
affidato ad aziende statunitensi, il governo civile e militare sarà esercitato da Washington fino a quando non sarà possibile una “sicura e appropriata transizione”. Esempio e monito per tutto l’Emisfero Occidentale, comprese città e territori statunitensi infestati da criminali, narcotrafficanti e politicanti inetti, “nemici di dentro” contro cui la Casa Bianca sta usando il pugno di ferro.
Questo è il “corollario Trump” alla dottrina Monroe, illustrato solennemente dallo stesso presidente dopo la felice conclusione del sequestro di Maduro e signora. Siamo molto oltre il dettato originale, risalente al 1823. La sovranità dei vicini inaffidabili non è limitata: è abolita. Il bollettino della vittoria vale da avvertimento per tutti i regimi non allineati agli Usa nel
continente panamericano. Teorema peraltro applicabile secondo necessità al resto del mondo: toglietevi di mezzo, l’America è tornata.
Fin qui le intenzioni. Vedremo che cosa ne resterà alla prova dei fatti. Perché porre l’asticella tanto in alto significa esporsi al rischio del fallimento. Trump si gioca tutto, anche contro il sentimento di buona parte dei suoi elettori, che lo aveva votato per risolvere i problemi di casa. Come il presidente stesso aveva annunciato al ballo inaugurale del 25 gennaio scorso: “Misureremo il nostro successo non solo con le battaglie che vinceremo ma anche con le guerre che finiremo e — soprattutto — con le guerre in cui non entreremo”. Ancora a Capodanno Trump prometteva “pace in Terra”. Non proprio lo stile finora esibito nel suo secondo mandato, con interventi e bombardamenti a ripetizione, dall’Iran allo Yemen, dalla Somalia alla Siria, dalla Nigeria al Venezuela.
Nel 1895 l’America di Grover Cleveland affermò per la prima volta il suo diritto al dominio sul continente intervenendo nella disputa fra Gran Bretagna e Venezuela intorno al confine dell’Orinoco. Il segretario di Stato Richard Olney spiegò agli inglesi che la dottrina Monroe poggiava “sulle infinite risorse che ci rendono padroni della situazione, praticamente invulnerabili rispetto a qualsiasi potenza”. Non stupiremmo se nella mente del suo attuale successore, Marco Rubio, massimo ispiratore dell’impresa di Caracas, le parole di Olney risuonassero come un eccitante rosario. Venezuela 1895-2026, andata e ritorno.
L’operazione militare speciale con cui Donald Trump ha decapitato il regime venezuelano illustra l’aria del tempo. Scaduto il breve “momento unipolare”, siamo rientrati nella normalità. Ci si batte fra potenti per determinare le rispettive sfere d’influenza. In omaggio al principio per cui le maggiori potenze dispongono in quanto tali di un “cortile di casa” nel quale dettano legge e dal quale estraggono risorse a piacimento. Conseguenza della fine dell’egemonia globale a stelle e strisce, la ripartizione del pianeta apre una partita potenzialmente infinita, che promette conflitti e caos. In un ambiente reso molto più contendibile dalla fine dell’egemonia americana e dall’emergere o riemergere di soggetti di matrice e memoria imperiale, quali Turchia o Giappone. Gli avventori sono molti, i posti a tavola pochi.
Nel triangolo dei Grandi formato da Stati Uniti, Cina e (a distanza) Russia è in corso una competizione senza regole. Salvo una: i tre non vogliono né possono combattersi direttamente perché si autodistruggerebbero. Gli Stati Uniti non intendono più concedere a cinesi e russi di frequentare il proprio giardino. La punizione inflitta a Maduro valga come monito per Cuba, Messico, Colombia, Brasile e altri paesi latinoamericani oggi retti da leader avversi.
Avviandosi verso le celebrazioni dei 250 anni di indipendenza, gli Stati Uniti esibiscono un record di circa 240 fra guerre (12 le principali) e interventi militari di varia intensità e spessore in quasi tutti i paesi del mondo. In questa fase depressiva della nazione a stelle e strisce, il presidente che vuole “rifare grande l’America” non può certo rinunciare allo strumento militare. Si tratta pur sempre di giustificare spese per la difesa pari a quelle
delle altre dieci maggiori potenze riunite. Per tacere della pressione degli apparati e della componente avventurista (neocon) dell’amministrazione, decisi a imporre la propria agenda neo-imperiale.
“Pace in terra” non è per domani, né l’America potrebbe stabilirla da sola. Sullo sfondo, l’obiettivo di Trump resta una pace/non guerra contrattata con Pechino e Mosca fondata sulla reciproca legittimazione delle rispettive sfere di influenza. Dunque sulla proliferazione di conflitti per determinarle. Sotto la soglia della terza guerra mondiale. O per avvicinarvisi, senza volerlo?
(da Repubblica)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
I BUONI NON CI SONO PIU’, CI SONO SOLO I FORTI E I DEBOLI
Il 2026 sul pianeta Terra è cominciato così: un triste governo familista e repressivo, quasi certamente illegittimo e insediato grazie a brogli elettorali, è stato deposto in modo certamente illegittimo da una potenza straniera.
La domanda potrebbe essere: dove sono i buoni, in questa storia? E la risposta potrebbe essere la stessa che ci diamo ormai da parecchi anni: ammesso che un tempo ci siano stati, i buoni non ci sono più. Ci sono i forti e ci sono i deboli. Il resto è polvere, sogni, bolle di sapone.
Le ragioni e i torti sono come un vecchio quadro sullo sfondo. Dai colori stinti, e con qualche colpo di pallottola che lo sforacchia. Per prendere le parti di Maduro bisogna assomigliare molto alla figura comica del “cretino di sinistra” come lo dipingeva Vargas Llosa; e per definire “intervento difensivo” il calco dello scarpone di Trump sul Venezuela, come ha fatto Palazzo Chigi, bisogna essere diversamente comici.
Si prova quasi invidia per i fanatici, loro almeno possono trovare, dentro questo sconquasso, una ragione per schierarsi e per orientarsi. Ma gli altri? Quelli che si illudono che esista ancora un varco, nelle relazioni tra gli Stati, per farsi strada tra i missili, i droni, il polonio, la giustizia sommaria, le aggressioni militari, gli anatemi religiosi, l’imperialismo russo e quello americano, il suprematismo bianco e il fondamentalismo islamico?
Appellarsi all’Onu, alla luce dei fatti, equivale a invocare il Congresso di Vienna o il Concilio di Trento come punti di riferimento. I boss del mondo hanno un obiettivo comune, che è far dimenticare ogni regola. Nella morte delle regole i violenti sguazzano. Tutti gli altri attendono informazioni sul da farsi.
(da Repubblica)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
PROTESTE DAVANTI LA CASA BIANCA E IN 70 CITTÀ USA CONTRO BLITZ IN VENEZUELA
C’e’ anche un’America che scende in piazza per protestare contro l’operazione militare di
Donald Trump in Venezuela e la cattura del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Più di cento persone si sono radunate fuori dalla Casa Bianca nel pomeriggio, tenendo cartelli gialli con la scritta “no alla guerra degli Usa in Venezuela”, “no sangue per il petrolio”, “Usa, mani fuori dall’America Latina”.
I manifestanti hanno cantato e sventolato bandiere venezuelane. Alcuni oratori hanno messo in guardia contro l’intervento degli
Usa in generale, citando Iraq e Afghanistan. Il presidente però si trova a Mar-a-Lago. La manifestazione a Washington, organizzata dal Partito per il Socialismo e la Liberazione, fa parte di un’ondata di proteste che si svolgono in oltre 70 città degli Stati Uniti
A New York una folla si è radunata a Times Square, davanti all’Ufficio di reclutamento dell’esercito Usa, con cartelli contro la guerra in Venezuela. A Boston i manifestanti hanno scandito “Basta sangue per il petrolio / Mani lontane dal suolo venezuelano” e hanno tenuto cartelli con scritto “Il problema non è il Venezuela. È l’Impero” e “No alla guerra in Venezuela”.
A Minneapolis una folla ha sfidato il freddo per protestare, sventolando la bandiera venezuelana e mostrando cartelli con la scritta “Libertà per il presidente Maduro”. Proteste più piccole si sono svolte anche ad Atlanta, mentre altre a Chicago e Los Angeles sono previste per questa sera.
Il senatore dem Tim Kaine ha annunciato che la prossima settimana promuoverà un voto per bloccare ulteriori azioni militari contro il Venezuela senza l’approvazione del Congresso, a seguito dell’operazione del presidente Donald Trump per catturare il presidente venezuelano Nicolás Maduro.
Kaine, finora incapace di convincere il Congresso a fermare le operazioni militari di Trump in America Latina, ha definito la mossa di rimuovere Maduro senza autorizzazione congressuale “un ritorno nauseante a un’epoca in cui gli Stati Uniti si arrogavano il diritto di dominare” l’emisfero occidentale.
“La mia risoluzione bipartisan, che stabilisce che non dovremmo essere in guerra con il Venezuela senza una chiara autorizzazione del Congresso, sarà sottoposta a voto la prossima settimana”, ha detto Kaine. “Siamo entrati nel 250/mo anno della democrazia americana e non possiamo permettere che degeneri nella tirannia da cui i nostri fondatori hanno combattuto per liberarsi”.
Zohran Mamdani, il nuovo sindaco di New York, ha telefonato al presidente Donald Trump sabato per esprimere personalmente la sua contrarietà agli attacchi condotti dagli Stati Uniti in Venezuela e alla cattura del suo leader, Nicolás Maduro.
“Ho chiamato il presidente e ho parlato direttamente con lui per manifestare la mia opposizione a quest’azione”, ha dichiarato Mamdani durante una conferenza stampa su un argomento non correlato, aggiungendo di aver detto a Trump di essere “contrario a un tentativo di cambio di regime e alla violazione del diritto federale e internazionale”.
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
SI TRATTA DI UN INTERVENTO ARMATO UNILATERALE SENZA ALCUNA LEGITTIMAZIONE DELLE NAZIONI UNITE
Nel novembre 2025 l’Amministrazione statunitense ha reso pubblica la Strategia di sicurezza nazionale che rinverdisce una politica estera di uno dei primi Presidenti da cui essa ha preso il nome: la dottrina Monroe. Essa originariamente era tesa a impedire che le potenze europee del tempo potessero intromettersi nelle questioni americane. Ad essa, è stato aggiunto un corollario Trump, che indica, più o meno espressamente, che gli Stati Uniti devono assicurare la stabilità del continente americano per realizzare i propri interessi: il controllo dei flussi migratori, del narcotraffico e delle risorse strategiche.
Attacco armato unilaterale
L’intervento in Venezuela tende a perseguire tutti e tre tali interessi. Ma questo intervento pone vari problemi di diritto internazionale. Innanzi tutto, si tratta di un attacco armato unilaterale, vietato dalla Carta delle Nazioni Unite. Non vi sono giustificazioni plausibili per tale intervento. Esso non è qualificabile come legittima difesa, la quale può far seguito solo ad un attacco armato e non può essere equiparato alle conseguenze nefaste del narcotraffico, come pure ha sostenuto il governo Usa.
Nessuna legittimazione dalle Nazioni Unite
Né vi è alcuna forma di legittimazione delle Nazione Unite. Ai sensi dell’art. 53 della Carta, il Consiglio di sicurezza può autorizzare le organizzazioni regionali a svolgere azioni coercitive. Ma l’Organizzazione degli Stati americani, che pur ha condannato le politiche di Maduro e le violazioni dei diritti umani in Venezuela, non ha mai accettato di promuovere forze internazionali. Né, infine, l’intervento armato può essere qualificato come semplice una azione coercitiva per catturare un narcotrafficante.
I bombardamenti e l’immunità del presidente§La cattura, peraltro sul territorio di un altro Stato, ha comportato bombardamenti contro installazioni militari e in raids della Delta Force, diretti a installazioni e personale militare e ambedue in aree densamente abitate che potrebbero aver causato perdite fra la popolazione civile. In secondo luogo, la cattura e il processo di Maduro violano la regola che stabilisce l’immunità personale assoluta dei Capi di Stato o di governo in carica dalla giurisdizione straniera, sia per condotte in veste ufficiale, sia per atti privati. Essi però possono essere giudicati da tribunali internazionali. Vi sono precedenti sia da parte dei Tribunali ad hoc, come Il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, davanti al quale è comparso Slobodan Milosevic, sia dalla Corte penale internazionale dell’Aja.
Il Tribunale penale internazionale e il Tribunale per la ex Jugoslavia
Recentemente, la Corte ha riconosciuto la sua giurisdizione su Capi di Stato nel caso del Presidente del Sudan Al-Bashiri, nel 2019. Come è noto, la Corte spiccato mandati d’arresto a carico del Presidente della Russia, Putin e del Capo del Governo di Israele, Netanyahu. La Corte ha anche aperto delle indagini su impulso di Stati sud-americani che coinvolgono Maduro,
accusati di crimini contro l’umanità. Ma le indagini sono ancora in corso, senza che la Corte abbia adottato misure coercitive né misure di rinvio a giudizio.
Insomma, l’intervento in Venezuela sembra confermare che l’Amministrazione statunitense ritenga di non aver bisogno del diritto internazionale, ma di poter far leva esclusivamente sulla sua potenza economica e militare per realizzare i propri interessi. Ma con il mondo così complesso, potrebbe essere una illusione.
Enzo Cannizzaro
professore ordinario di Diritto Internazionale e dell’Unione europea all’Università La Sapienza di Roma
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
E’ NATO UN NUOVO SISTEMA BASATO SU AUTOCRAZIE NEO-COLONIALISTE E SFERE DI INFLUENZA
L’attacco statunitense al Venezuela, con l’arresto (il rapimento, la presa in consegna, il
trasferimento, lo capiremo nelle prossime ore) di Nicolas Maduro ha colto di sorpresa l’intera comunità internazionale, soprattutto per le modalità e la rapidità dell’operazione. Ma ha anche aperto l’ennesima crepa nella coscienza collettiva, perché rappresenta la conferma più brutale di quanto è evidente ormai da tempo: dei rapporti fra gli Stati basati sul diritto internazionale e mediati dagli organismi transnazionali non resta più nemmeno la parvenza, il multilateralismo si è tramutato nella divisione del mondo per sfere di influenza e nel trionfo della logica della forza.
Potevano esserci vie d’uscita diverse dalla globalizzazione, certamente. Non è accaduto per un’infinità di ragioni e responsabilità, ma il nuovo scenario internazionale è sostanzialmente questo.
Nel caso del Venezuela, è possibile tenere insieme la condanna del bonapartismo maduriano e il rifiuto delle logiche trumpiane, purché però si adoperino le categorie giuste e si parta da un concetto: parliamo di un atto di puro imperialismo coloniale, incompatibile col diritto internazionale. È la stessa matrice dell’attacco di Putin all’Ucraina, che affonda le sue radici§nell’imperialismo russo e che trova una propria giustificazione nell’utilizzo distorto e strumentale di concetti come autodeterminazione e “liberazione” dall’oppressione (ci sarebbe da ridere, non fossimo in presenza di una tragedia collettiva). Con le dovute differenze, non è dissimile la pretesa egemonica cinese su Taiwan, che esce rafforzata dalla scriteriata gestione trumpiana delle crisi internazionali.
Quello cui stiamo assistendo, insomma, è un ulteriore segnale della profondità della trasformazione in atto, che sembra avere come sbocco ineluttabile un mondo dominato da cesarismi e autocrazie. Un mondo che vede la divisione in sfere di influenza in cui a prevalere è il diritto della forza, impermeabile alle azioni della comunità internazionale. E in cui assisteremo alla riscoperta di dottrine e prassi che negano de facto autodeterminazione dei popoli e solidarietà fra gli Stati (si parla tanto della dottrina Monroe e del corollario Roosevelt per interpretare le mosse di Trump, come se in mezzo non ci fossero state due guerre mondiali e la riscrittura del diritto internazionale…). Sfere di influenza in cui sono gli autocrati a decidere direttamente chi e come deve governare, quale ruolo occupare, in che modo utilizzare le risorse proprietarie. Come ha chiarito lo stesso Trump, ad esempio, nel caso venezuelano.
In tale contesto, non ci sarà più un luogo sicuro, un’oasi perenne di democrazia e libertà. Noi europei prima lo capiamo e meglio sarà. Perché, laddove esistesse e resistesse, rappresenterebbe un pericolo per gli autocrati e la loro corte (mai come ora affollata di oligarchi, tecnocapitalisti e affaristi di varia natura). È questa la portata della sfida che stiamo affrontando, in Europa e non
solo, ed è al tempo stesso culturale, politica e strategica, in una dimensione collettiva. E che si gioca essenzialmente sulla possibilità di dimostrare che esiste un’alternativa, che è forte l’eredità di chi ha saputo costruire un modello diverso (con tutti i limiti e le contraddizioni che pure conosciamo), che non è irreversibile il lento sgretolamento dei meccanismi democratici e del diritto internazionale.
Il fatto che in molti non l’abbiano capito o, peggio ancora, stiano lavorando dall’interno per piegare e indebolire le nostre democrazie é il vero problema.
E, spiace sottolinearlo, ancora una volta il governo italiano si mostra in prima linea tra i collaborazionisti dei nuovi autocrati. È estremamente preoccupante, ad esempio, il comunicato con cui la nostra presidente del Consiglio condanna blandamente “l’azione militare esterna come strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari”, ma al contempo mostra di credere alla favoletta secondo cui si sia trattato di “un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”. O meglio, non è preoccupante. È indegno e pericoloso. Ma anche qui, nulla di nuovo, purtroppo.
(da Fanpage)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
NELLA REGIONE DI DNIPRO NEL 2025 HANNO PRESO LO 0,6% DEL TERRITORIO. A SUMY L’1 PER CENTO. A KHARKIV SONO FERMI AL 4,7 – NEL KHERSON OCCUPANO DAL 2023 IL 72% E NELLA REGIONE DI ZAPORIZHZHIA OCCUPANO IL 74,8% – NEL DONBASS LE AVANZATE PIÙ COSPICUE SONO STATE NEL DONETSK, DOVE OCCUPANO IL 78,1% E NEL LUGANSK DOVE CONTROLLANO IL 99,6% DEL TOTALE. IN TUTTO L’OCCUPAZIONE AMMONTA AL 19,25% DELL’UCRAINA
Nessuno in Ucraina nega che le truppe russe stiano avanzando, specialmente nel Donbass e nelle regioni attorno a Zaporizhzhia e a sud-est di Dnipro. Ma il numero di caduti tra i loro soldati resta altissimo e soprattutto le zone conquistate sono estremamente limitate.
Non è sbagliato parlare di «avanzata tartaruga», dove il prezzo da pagare per Mosca è palesemente sproporzionato rispetto ai risultati raggiunti. Nei suoi bilanci della situazione sui campi di battaglia per tutto il 2025, DeepState, il gruppo di analisti militari ucraini che quotidianamente pubblica le cartine del fronte, rileva che negli ultimi 12 mesi i russi hanno occupato soltanto 4.336 chilometri quadrati.
E spiega: «Questa porzione è circa il 0,72 per cento di tutta l’Ucraina. Nel complesso, dal primo gennaio 2023 al primo gennaio 2026 la crescita dei territori occupati è stata di 7.463 chilometri quadrati, che costituiscono l’1,28 per cento del Paese.
L’analisi dettagliata dei dati mostra una situazione variegata, dove i russi comunque non si limitano soltanto a cercare di occupare il Donbass. Nella regione di Dnipro nel 2025 hanno preso lo 0,6 per cento del territorio. A Sumy l’1 per cento. A Kharkiv sono fermi al 4,7, di cui 1,3 per cento nel 2025. Nel Kherson occupano dal 2023 il 72 per cento. Nella regione di Zaporizhzhia occupano il 74,8, di cui 2,1 per cento preso nel 2025.
Nelle due regioni del Donbass le avanzate più cospicue sono state nel Donetsk, dove occupano il 78,1 per cento, di cui 10,6 conquistato l’anno appena trascorso. Nel Lugansk sono invece avanzati soltanto dello 0,6 per cento, ma qui adesso controllano il 99,6 per cento del totale. In tutto l’occupazione ammonta a 116.165 chilometri quadrati, che costituiscono il 19,25 per cento di tutta l’Ucraina.
Va ricordato che dal 2014 la penisola di Crimea è interamente occupata. Il quadro di DeepState collima con quello elaborato dallo Institute for the Study of War di Washington, dove si aggiunge che l’avanzata russa nel 2025 è stata in media di 13,24 chilometri quadrati al giorno: nel 2024 era stata di 9,87.
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 4th, 2026 Riccardo Fucile
A RISCHIO IL 10% DELLA FORZA LAVORO ENTRO IL 2030
Entro il 2030 le banche europee potrebbero tagliare oltre 200.000 posti di lavoro. Il
motivo non è una nuova crisi finanziaria, ma l’adozione su larga scala dell’intelligenza artificiale e la riduzione delle filiali fisiche. È questo l’allarme lanciato da un’analisi della banca d’investimento Morgan Stanley e riportato dal Financial Times.
Secondo lo studio, la spinta verso l’automazione e l’impiego di sistemi di intelligenza artificiale, insieme alla progressiva chiusura delle filiali fisiche, potrebbe ridurre circa il 10% dei posti di lavoro nelle principali banche europee. Il dato riguarda 35 istituti che impiegano complessivamente circa 2,1 milioni di persone: significa che oltre 210.000 ruoli sono potenzialmente a rischio entro il 2030
Non è una previsione astratta, la ritrutturazione è già in corso. Alcune banche hanno annunciato piani di ridimensionamento significativo. ABN Amro, il grande gruppo olandese, prevede di tagliare fino a un quinto della forza lavoro entro il 2028. Anche Société Générale ha annunciato un processo di revisione dei costi e delle risorse umane
Chi colpirà l’automazione
Le riduzioni di personale riguarderanno soprattutto le cosiddette funzioni di “servizi centrali”: aree come back-office, gestione del rischio, compliance e attività amministrative. Qui, gli algoritmi di machine learning e le tecnologie di AI si sono dimostrati in grado di processare grandi quantità di dati, verificare conformità regolamentare e gestire report in tempi molto più rapidi e con meno errori rispetto al lavoro manuale.
Secondo gli analisti, l’integrazione di IA e digitalizzazione potrebbe migliorare l’efficienza operativa fino al 30%, un dato che spinge gli istituti a puntare sull’IA per competere con le banche statunitensi, storicamente più efficienti.
Oltre i numeri: impatti sociali e formativi
Un taglio di questa portata comporta non solo conseguenze sul piano occupazionale, ma solleva questioni più ampie su come si evolverà la professione bancaria. Alcuni leader del settore sono preoccupati che un’eccessiva automazione possa erodere competenze fondamentali. Un dirigente di JPMorgan Chase ha avvertito che se i giovani banchieri non hanno occasione di apprendere le basi del lavoro finanziario, ciò potrebbe avere ripercussioni negative sull’intero sistema nei prossimi anni.Il fenomeno non è limitato all’Europa. Anche negli Stati Uniti grandi istituti come Goldman Sachs hanno annunciato tagli e congelamenti delle assunzioni nell’ambito dei loro piani di trasformazione digitale sotto l’etichetta di programmi come OneGS 3.0.
Una trasformazione difficile
La progressiva adozione dell’intelligenza artificiale nelle banche rappresenta una tra le più profonde trasformazioni del settore dagli anni ’90. Si profila una rivoluzione interna, che non solo taglia posti di lavoro ma ridefinisce processi, competenze e ruoli.
I governi, i sindacati e le stesse banche dovranno trovare nuovi percorsi di formazione, ripensare le carriere professionali e mitigare l’impatto sociale dei cambiamenti strutturali in atto.
(da Fanpage)
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