Destra di Popolo.net

IL BLITZ DI TRUMP RICHIAMA LA DOTTRINA MONROE (RIBATTEZZATA DAI GIORNALI “DONROE”), ENUNCIATA NEL 1823 DAL PRESIDENTE JAMES MONROE, CHE RIVENDICAVA L’INFLUENZA STATUNITENSE NELLA REGIONE

Gennaio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

E ANCHE LA “DIPLOMAZIA DELLE CANNONIERE” DI TEDDY ROOSEVELT A INIZIO NOVECENTO

L’azione di Donald Trump in Venezuela richiama la Dottrina Monroe, enunciata nel 1823 dal presidente James Monroe, che rivendicava l’influenza statunitense nella regione, così come la successiva “diplomazia delle cannoniere” vista sotto Theodore Roosevelt all’inizio del Novecento. Si tratta di due pilastri storici dell’espansionismo e dell’interventismo Usa in America latina.
La Dottrina Monroe nacque in un contesto in cui molte colonie latinoamericane stavano ottenendo l’indipendenza dalle potenze europee. Il principio cardine era sintetizzato nello slogan “l’America agli americani”: gli Stati Uniti si arrogavano il diritto di considerare l’intero emisfero occidentale come una propria sfera d’influenza, avvertendo le potenze europee che qualsiasi tentativo di intervento o di ricolonizzazione sarebbe stato considerato un atto ostile. Formalmente presentata come una dottrina difensiva, essa divenne nel tempo uno strumento ideologico per giustificare l’ingerenza statunitense negli affari interni dei Paesi latinoamericani.
All’inizio del Novecento, sotto la presidenza di Theodore Roosevelt, questa impostazione fu ulteriormente rafforzata e resa esplicita con il cosiddetto “corollario Roosevelt” alla Dottrina Monroe.
Secondo tale visione, gli Stati Uniti non solo avevano il diritto di opporsi all’intervento europeo nel continente americano, ma anche il dovere di intervenire direttamente negli Stati dell’America Latina qualora questi fossero ritenuti incapaci di garantire stabilità politica, ordine interno o il rispetto degli interessi economici internazionali. È in questo contesto che si affermò la cosiddetta “diplomazia delle cannoniere”, ovvero l’uso esplicito della forza militare come strumento di pressione politica, con frequenti interventi armati, occupazioni militari e imposizioni di governi favorevoli a Washington.
(da agenzie)

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“E’ STATO UN ATTACCO SMISURATO E CODARDO”: IL MINISTERO DEGLI ESTERI DEL VENEZUELA CONFERMA LA PRESENZA DI VITTIME CIVILI E MILITARI DOPO IL BOMBARDAMENTO AMERICANO

Gennaio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

GLI ATTACCHI HANNO RIGUARDATO NON SOLO CARACAS MA ANCHE I TRE STATI DI MIRANDA, ARAGUA E LA GUAIRA – NESSUNO PREAVVISO ALLA COLOMBIA PRIMA DEL BLITZ CONTRO MADURO … IL GOVERNO DEL MESSICO HA CONDANNATO LE AZIONI MILITARI ORDINATE DA TRUMP: “COSTITUISCONO UNA VIOLAZIONE DELL’ARTICOLO 2 DELLA CARTA DELLE NAZIONI UNITE, CHE VIETA L’USO DELLA FORZA NELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI

“Possiamo confermare che ci sono vittime mortali, civili e militari. Ci sono danni in installazioni civili e militari”, conseguenze di “un attacco realmente smisurato e codardo, della codardia di chi non ha la ragione”.
E’ quanto ha detto il ministro venezuelano degli Esteri, Yvan Gil, in dichiarazioni all’emittente radiofonica nazionale spagnola Rne, dopo gli attacchi odierni degli Stati Uniti in Venezuela.
Gli attacchi militari Usa in Venezuela hanno riguardato non solo Caracas ma anche i tre stati di Miranda, Aragua e La Guaira. Lo riferiscono i media Usa.
Gli Stati Uniti non hanno dato alcun preavviso alla Colombia sul lancio della loro operazione in Venezuela. Lo riportano i media americani, sottolineando comunque che la Colombia era consapevole di potenziali piani per catturare Maduro
Il governo del Messico ha condannato e respinto con fermezza le azioni militari condotte unilateralmente nelle ultime ore dalle forze armate degli Stati Uniti contro obiettivi situati in territorio venezuelano.
In una nota ufficiale, Città del Messico ha sottolineato che tali operazioni costituiscono una violazione dell’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite, che vieta l’uso della forza nelle relazioni internazionali. Lo rendono noto i principali media del paese latinoamericano.
Richiamandosi ai principi della propria politica estera e alla storica vocazione pacifista del Paese, il Messico ha rivolto un appello urgente al rispetto del diritto internazionale e dei principi e degli scopi sanciti dalla Carta dell’Onu, chiedendo la cessazione immediata di qualsiasi atto di aggressione contro il governo e il popolo venezuelani.
Il governo della presidente Claudia Sheinbaum ha inoltre ricordato che l’America Latina e i Caraibi sono stati dichiarati zona di pace e che ogni intervento militare rappresenta un serio rischio per la stabilità dell’intera regione. Città del Messico ha ribadito che il dialogo e il negoziato sono le uniche vie legittime ed efficaci per risolvere le controversie e ha invitato le Nazioni Unite ad agire senza indugio per favorire una de-escalation delle tensioni.
(da agenzie)

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IL GOVERNO MELONI SE NE FREGA DEL MANDATO D’ARRESTO INTERNAZIONALE NEI CONFRONTI DI NETANYAHU: IL CRIMINALE ISRAELIANO HA ATTRAVERSATO LA SPAZIO AEREO ITALIANO SENZA CHE VENISSERO ADOTTATE MISURE O CHIARIMENTI UFFICIALI DA PARTE DEL GOVERNO

Gennaio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

“BIBI” HA SORVOLATO IL NOSTRO PAESE PER ANDARE NEGLI STATI UNITI, EVITANDO LA SPAGNA (DOVE MOLTO PROBABILMENTE SAREBBE FINITO IN MANETTE)… AMNESTY INTERNATIONAL BACCHETTA LA DUCETTA: “LA GIUSTIZIA INTERNAZIONALE NON È SELETTIVA” – LA ONG RICORDA CHE L’ITALIA, IN QUANTO STATO PARTE DELLO STATUTO DI ROMA, HA L’OBBLIGO DI COOPERARE CON LA CORTE PENALE INTERNAZIONALE. UN DOVERE GIÀ AGGIRATO, IN MANIERA CLAMOROSA, PER LA VICENDA ALMASRI

Il volo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per e dagli Usa, ospitato con tutti gli onori da Donald Trump, ha attraversato lo spazio aereo italiano senza che venissero adottate misure o chiarimenti ufficiali da parte del governo.
La denuncia arriva da organizzazioni per i diritti umani, a partire da Amnesty International e dalla campagna Last Day of Gaza, che hanno monitorato la mappa Flight Radar. E non sembrano esserci spazio per i dubbi: il Wing of Zion – questo il nome dell’aereo di Netanyahu, su cui pende un mandato di cattura internazionale – ha volato serenamente sopra i nostri cieli, evitando invece la Spagna, il cui governo di centrosinistra ha preso posizione in maniera netta contro i crimini perpetrati a Gaza e in Cisgiordania da Israele.
Amnesty ricorda che l’Italia, in quanto Stato parte dello Statuto di Roma, ha l’obbligo di cooperare pienamente con la Corte penale internazionale. Un dovere in realtà già aggirato, in maniera clamorosa, per la vicenda Almasri, il trafficante libico su suolo italiano non solo non consegnato alla giustizia internazionale ma anzi fatto rimpatriare con un volo di Stato.
Lo Statuto di Roma, sottolinea Amnesty, non può essere aggirato facendo finta che il transito nello spazio aereo nazionale sia un fatto neutro o privo di rilevanza giuridica. «La giustizia internazionale non è selettiva», è il messaggio rilanciato in queste ore, «e non può dipendere da valutazioni politiche».
Dal governo al momento nessun commento ufficiale o spiegazione sul perché il sorvolo sia stato autorizzato né su quali valutazioni giuridiche siano state fatte. Un silenzio che, secondo le organizzazioni per i diritti umani, rischia di svuotare di significato gli impegni assunti dall’Italia sul piano internazionale.
Per Amnesty e Last Day of Gaza, il caso del volo di Netanyahu non è un episodio isolato, ma l’ennesima conferma di una frattura crescente tra dichiarazioni di principio e comportamenti concreti. «Se le regole valgono solo per alcuni — avvertono — allora il sistema di giustizia internazionale perde credibilità proprio nel momento in cui sarebbe più necessario».
(da La repubblica)

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IN UN MONDO SENZA PIÙ REGOLE, CHI LE RISPETTA È MORTO (ADDIO EUROPA): L’UNIONE EUROPEA CHIEDE “MODERAZIONE” DOPO IL BOMBARDAMENTO AMERICANO SU CARACAS E LA DEPOSIZIONE DI MADURO. E INVOCA IL RISPETTO DELLA CARTA DELLE NAZIONI UNITE, CON CUI TUTTI I LEADER MONDIALI SI PULISCONO IL SEDERE (DA PUTIN A XI JINPING, PASSANDO PER NETANYAHU E TRUMP)

Gennaio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

I DEMOCRATICI AMERICANI: “LA GUERRA È ILLEGALE, TRUMP NON HA NOTIFICATO L’ATTACCO AL PARLAMENTO”… DEM USA ALL’ATTACCO, LA GUERRA CONTRO IL VENEZUELA È ILLEGALE

L’amministrazione Trump non ha notificato potenziali attacchi in Venezuela alla commissione dei servizi delle forze armate del Senato. Lo riporta Cnn citando alcune fonti.
La polemica sull’operazione è già iniziata con i democratici che accusano Donald Trump di averli lasciati all’oscuro. “Non c’è motivo per noi di essere in guerra con il Venezuela”, ha detto il senatore democratico Ruben Gallego, sottolineando che questa “guerra è illegale. E’ imbarazzante passare dall’essere poliziotti del mondo a essere bulli del mondo”, ha aggiunto. “Avremmo dovuto imparare a non cacciarci in un’altra stupida avventura”,
gli ha fatto eco il senatore democratico Brian Schatz.
“Ho parlato con il Segretario di Stato Marco Rubio e con il nostro Ambasciatore a Caracas. L’Ue sta monitorando attentamente la situazione in Venezuela. L’Ue ha ripetutamente affermato che Maduro è privo di legittimità e ha difeso una transizione pacifica. In ogni circostanza, i principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite devono essere rispettati. Chiediamo moderazione. La sicurezza dei cittadini dell’Ue nel Paese è la nostra massima priorità”. Lo afferma su X l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas.
“Con il presidente Trump, gli Stati Uniti abbandonano definitivamente l’ordine basato sulle regole che ci ha caratterizzato dal 1945. Il Venezuela è certamente uno Stato non democratico, ma non è l’Iran, che minaccia l’esistenza dei paesi vicini come Israele”, lo ha detto al quotidiano tedesco Bild il parlamentare della Cdu Roderich Kiesewetter e membro della commissione Esteri del Bundestag.
Che ha anche aggiunto: “Con l’attacco in Venezuela gli Stati Uniti ritornano alla vecchia dottrina statunitense antecedente al 1940. Un’idea basata sulle zone di influenza nelle quali vige la legge del più forte e non il diritto internazionale”. Kiesewetter ha anche ammonito l’Europa: “Noi europei dobbiamo emanciparci in larga misura dagli Stati Uniti e, grazie alla nostra forza, rispettare e far rispettare il diritto nella nostra area di responsabilità. Dobbiamo sostenere pienamente partner come il Canada e la Danimarca, che è sotto pressione da parte degli Stati Uniti a causa della Groenlandia. Trump sta distruggendo ciò che resta della fiducia negli Stati Uniti””Gli Stati Uniti pensano che il mondo sia loro e di poter fare con i popoli tutti quello che vogliono. Non lo possiamo permettere”. E’ il messaggio postato su X da Ione Belarra, segretaria generale del partito spagnolo della sinistra radicale Podemos, in cui esprime “il più profondo rifiuto di questo attacco al Venezuela”.
“Spagna è un paese di pace”, segnala Belarra nel testo. “Rompiamo le relazioni con gli Stati Uniti e usciamo dalla Nato prima che sia tardi”, sostiene la segretaria di Podemos nel post, in cui condivide un messaggio della eurodeputata dello stesso partito, Irene Montero, che contiene un analogo appello al governo di Pedro Sanchez a “rompere ogni alleanza con gli Stati Uniti, a cominciare dalla Nato”.
Il presidente colombiano Gustavo Petro ha annunciato il dispiegamento dell’esercito alla frontiera con il Venezuela, affermando che “se si dispiega la forza pubblica alla frontiera, si dispiega anche tutta la forza assistenziale di cui disponiamo nel caso di un ingresso massiccio di rifugiati”. Petro ha aggiunto che “l’ambasciata della Colombia in Venezuela è attiva per le chiamate di assistenza dei colombiani in Venezuela”.
Il capo dello Stato ha riferito che, “come membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, cerchiamo di convocare il Consiglio”, ribadendo che “il governo della Colombia respinge l’aggressione alla sovranità del Venezuela e dell’America Latina”. Petro ha richiamato “il principio dell’autodeterminazione dei popoli, che è alla base del sistema delle Nazioni Unite”, sottolineando che “i conflitti interni tra i popoli li risolvono gli stessi popoli in pace”.
Rivolgendosi infine ai venezuelani, il presidente colombiano ha invitato “a trovare i cammini del dialogo civile e della sua unità”, affermando che “senza sovranità non c’è nazione” e che “la pace è la strada”. “Dialogo e più dialogo è la nostra proposta”, ha concluso.
(da agenzie)

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IL PRETENDENTE AL NOBEL PER LA PACE, DONALD TRUMP ATTACCA IL VENEZUELA: IL PRESIDENTE NICOLAS MADURO, CATTURATO E PORTATO FUORI DAL PAESE INSIEME ALLA MOGLIE

Gennaio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

TRUMP COME I CAPI DI UNO STATO TERRORISTA: MADURO E’ STATO CATTURATO DA UNA DIVISIONE DELLA “DELTA FORCE”, L’UNITA’ PER LE MISSIONI SPECIALI

“Gli Stati Uniti d’America hanno condotto con successo un attacco su larga scala contro il Venezuela e il suo leader, il presidente Nicolas Maduro, che è stato catturato e portato fuori dal Paese insieme alla moglie”. Lo scrive il presidente degli Stati Uniti su Truth. “L’operazione è stata condotta in collaborazione con le forze dell’ordine statunitensi. Seguiranno dettagli”.
“Una buona pianificazione e truppe eccellenti. E’ stata un’operazione brillante”. Lo ha detto Donald Trump in merito alla missione con cui è stato catturato Nicolas Maduro in un’intervista riportata dal New York Times. A chi gli chiedeva se avesse chiesto l’autorizzazione al Congresso per agire e quali fossero i prossimi passi per il Venezuela, Trump ha risposto che avrebbe affrontato questi temi durante la conferenza stampa.
Il presidente colombiano Gustavo Petro ha scritto su X che sarebbero stati colpiti in Venezuela obiettivi istituzionali e militari a Caracas, tra cui il Palacio Federal Legislativo sede del Parlamento e il Cuartel de la Montaña, dove si trova il mausoleo di Hugo Chávez. Petro riferisce inoltre dell’attivazione del piano di difesa al palazzo presidenziale Miraflores. Petro lo indica come un “bilancio al momento confermato”, elencando i singoli siti colpiti.
Stando all’elenco condiviso da Petro, oltre alla sede del Parlamento venezuelano e al mausoleo che ospita i resti di Chávez, entrambi obiettivi altamente simbolici, sarebbe stato colpito anche il Fuerte Tiuna, il principale complesso militare del Paese, e la base aerea di La Carlota, nel centro della capitale, che sarebbe stata resa inoperativa.
Tra gli altri obiettivi menzionati compaiono la base n.3 dei caccia F-16 a Barquisimeto, la base militare di elicotteri di Higuerote, l’aeroporto di El Hatillo e l’aeroporto privato di Charallave, a sud di Caracas. Inoltre, sempre per Petro, un blackout elettrico avrebbe interessato ampie zone della capitale, dal centro al sud della città.
Il regime iraniano ha condannato “fermamente l’attacco militare degli Stati Uniti” contro il Venezuela, schierandosi al fianco del presidente de facto, Nicolás Maduro Moro, uno dei suoi principali alleati politici e strategici. La presa di posizione di Teheran è arrivata dopo una serie di esplosioni che hanno scosso Caracas e altre città del Paese sudamericano questa mattina.
In una nota ufficiale, il ministero degli Esteri iraniano ha denunciato quella che ha definito una “flagrante violazione della sovranità nazionale e dell’integrità territoriale del Venezuela”, accusando Washington di aver compiuto un atto di “aggressione illegale”. La Repubblica islamica ha inoltre criticato l’uso della forza da parte degli Stati Uniti, ribadendo il sostegno al governo di Caracas e richiamando il rispetto del diritto internazionale. La dichiarazione si inserisce nel quadro dell’asse politico tra Teheran e Caracas, rafforzatosi negli ultimi anni anche sul piano economico e strategico.
(da agenzie)

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CHE FINE HA FATTO RAMZAN KADYROV? IN RUSSIA LA SUA SCOMPARSA DALLA SCENA PUBBLICA È ORMAI COSA NOTA, SI DÀ PER SCONTATO SIA RICOVERATO IN UN OSPEDALE MA ALCUNI BLOGGER RUSSI LO DESCRIVONO IN FIN DI VITA, O ADDIRITTURA GIÀ MORTO

Gennaio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

NEL 2019 “NOVAYA GAZETA EUROPE” RIVELO’ LA SUA NECROSI AL PANCREAS … UN BEL PROBLEMA PER PUTIN CHE HA UTILIZZATO KADYROV COME STRUMENTO DELLA REPRESSIONE A GROZNY: LA SUA POSSIBILE SCOMPARSA RISCHIA DI RIMETTERE IN DISCUSSIONE IL CONTROLLO DI MOSCA SULLA CECENIA

Che fine ha fatto Ramzan Kadyrov? In Russia la sua scomparsa dalla scena pubblica è ormai cosa nota, si dà per scontato sia ricoverato in un ospedale della capitale: i blogger russi e i media delle opposizioni all’estero lo raccontano in fin di vita, o addirittura già morto. La notizia è ripresa anche dai media ucraini.
Il Cremlino per ora tace, ma la cosa non sorprende affatto. Del resto, che la salute del 49enne leader ceceno fedele alleato di Putin, sia per il controllo della Cecenia che per la guerra in Ucraina, fosse cagionevole è notizia nota già da tempo.
Nel 2019 Novaya Gazeta Europe rivelava la sua necrosi al pancreas, che lo costringeva a intense cure. Un quadro medico preoccupante, che a maggio lo ha condotto a dichiarare in pubblico che «la malattia e la morte sono nel destino di ogni individuo». La vigilia di Natale è stato ricoverato poco prima di una riunione del Consiglio di Stato. […] l’uscita di scena di Kadyrov potrebbe rappresentare un problema per Putin. «La sua assenza all’ultima seduta del Consiglio di Stato apre a
preoccupanti incognite per il regime e ne rappresenta l’intrinseca fragilità», scrive.
A suo dire, lo stile accentratore con cui Putin guida il Paese si rivela vulnerabile ogni volta che un fedelissimo viene a mancare. Sin dalla sanguinosa guerra civile cecena alla fine degli anni Novanta, Mosca ha sempre lavorato con i collaborazionisti per reprimere i separatisti. Putin all’inizio del suo governo nel Duemila ha utilizzato Kadyrov come strumento della repressione a Grozny. Ma adesso la sua possibile scomparsa rischia di rimettere in discussione il controllo di Mosca sulla Cecenia.
(da agenzie)

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I SOVRANISTI ACCELERANO SULLA NUOVA LEGGE ELETTORALE: “A GENNAIO IL TESTO”

Gennaio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

LA MAGGIORANZA CERCA L’INTESA INTERNA SU PROPORZIONALE CON PREMIO E IL NODO PREFERENZE

È molto più di un buon proposito per l’anno nuovo: alla riapertura delle Camere, dopo l’Epifania, il centrodestra imprimerà uno sprint al dossier legge elettorale. Con l’intenzione di chiudere quanto prima il confronto all’interno della maggioranza e aprire quello con le opposizioni, già inasprite dalle ipotesi circolate senza che potessero toccare palla. «Prevediamo un’accelerazione alla ripresa, gennaio è il mese giusto per entrare nel vivo», garantisce Alessandro Battilocchio, deputato di Forza Italia che siede con il vicesegretario azzurro Stefano Benigni al tavolo di coalizione sul sistema di voto.
L’ultimo incontro con gli alleati – la questione è in mano a Giovanni Donzelli per FdI, Andrea Paganella e Roberto Calderoli per la Lega – si è tenuto ai primi di dicembre. Poi lo stop per il rush finale sulla legge di Bilancio. Dopo aver vagliato tre modelli in uno studio intitolato “Analisi sulla legge elettorale per il 2027”, un accordo di massima, nel centrodestra, è già stato raggiunto. La proposta si svilupperà intorno a un proporzionale con premio di maggioranza: del 55% dei seggi per chi ottiene almeno il 40% dei consensi, fino al 60% se la coalizione raggiunge il 45%. Questo lo scheletro. Restano però da sciogliere nodi di prima grandezza. Quattro principalmente. In testa: le preferenze, spinte da Giorgia Meloni ma indigeste alla Lega e a una parte di FI («Ci sarebbe il rischio di incidenti parlamentari con il voto segreto», si sibila tra gli alleati). E poi ancora: l’indicazione del candidato premier sulla scheda, idea accarezzata dai Fratelli e bocciata esplicitamente dal leader
azzurro Antonio Tajani. La soglia di sbarramento definita al 3% per tutte le forze politiche dentro e fuori dalle coalizioni. E un’ultima questione tecnica: l’ampiezza dei collegi plurinominali, da confermare o rivedere alla luce dell’ultimo censimento.
Da questi punti riprenderà la trattativa. Senza l’ambizione di definire tutti i dettagli. «L’idea è arrivare a un testo base da portare in commissione e lì avviare un percorso di costruzione», spiega Benigni: «Sulle preferenze, per dire, si può anche intervenire in un secondo momento». L’urgenza è mettere i primi mattoni. Arrivare a una bozza. Perché il conto alla rovescia è iniziato: «Mancano circa 500 giorni alle elezioni del 2027», ragiona il capogruppo azzurro Maurizio Gasparri, convinto che l’iter non debba aspettare il referendum sulla giustizia di primavera: «Il Parlamento mica chiude nel frattempo». E per dirla con il deputato dem Federico Fornaro, esperto in materia, «per la legge elettorale vale la stessa regola del ciclismo: se la volata inizia troppo presto, si arriva alla fine senza fiato, ma pochi secondi di ritardo possono costare il traguardo».
Le opposizioni aspettano il testo e intanto storcono il naso sul metodo. «Sulle riforme abbiamo visto solo forzature, se avvieranno un confronto in maniera trasparente porteremo le nostre idee come facemmo all’inizio della legislatura, incontrando Meloni», dice Alessandro Alfieri, responsabile Riforme della segreteria Pd. Suggestione: un giro di consultazioni come quelle che la presidente del Consiglio fece sul premierato. Pur tirando dritto, alla fine, davanti alle obiezioni del centrosinistra. Sul modello di legge elettorale in progress, ce
ne sono già tante: «A quel che trapela non c’è niente – commenta il senatore dem Dario Parrini – che possa rispondere allo scollamento tra elettori ed eletti».
Colucci (5S): “La maggioranza ci coinvolga, noi siamo per il ritorno al proporzionale”
“Il sistema di voto ora ci danneggia ma non gli permetteremo di cambiarlo per vincere. Sì alla governabilità, no a un premio troppo ampio
Alfonso Colucci, notaio e deputato M5S, è l’uomo di fiducia di Giuseppe Conte quando si parla di regolamenti e codicilli. Ora ha in mano, per la forza politica, la partita sulla legge elettorale: «La maggioranza ci coinvolga, è grave che non l’abbia ancora fatto».
Il centrodestra lavora a un proporzionale con premio. Vi può piacere?
«Siamo da sempre a favore del proporzionale, ma un premio di maggioranza che addirittura arrivi ad assegnare il 60% dei seggi è troppo pesante. Mortificherebbe la rappresentatività».
Va abbassata la percentuale?
«In generale il premio serve a preservare la governabilità. Ma così alto rischia di alterare il risultato».
In ogni caso il Rosatellum va rivisto?
«È una legge elettorale scritta, a suo tempo, per creare uno svantaggio al M5S. Ma è la maggioranza a volerla cambiare, noi vogliamo incidere sulla riforma».
I partiti progressisti, questa volta uniti, potrebbero mettere in difficoltà il centrodestra nei collegi uninominali, con l’attuale sistema.
«Non abbiamo mai affrontato il tema sulla base della nostra convenienza. Ma una cosa è chiara: se pensano di cambiare le regole del gioco per vincere, oltretutto a fine legislatura, non glielo permetteremoCome si può essere a favore del proporzionale e allo stesso tempo immaginare un’alleanza dell’opposizione alle urne?
«Se la legge elettorale riconosce un premio di maggioranza è inevitabile che emergano logiche di coalizione».
Ognun per sé in campagna elettorale, insieme se si vince?
«No, io credo che ai cittadini italiani si debba presentare, prima del voto, un progetto che racconti come vogliamo cambiare l’Italia. La formulazione di un’alternativa chiara al governo Meloni sarà assolutamente necessaria».
Preferenze sì o n«Esamineremo il provvedimento nel complesso. Il cittadino ha il diritto di scegliere direttamente i propri rappresentanti».
Indicazione del premier sulla scheda?
«Contrari. Contrasta con l’articolo 92 della Carta perché invaderebbe le prerogative del capo dello Stato. Sarebbe una sorta di editio minor del premierato».
(da agenzie)

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SCERIFFO O IMMOBILIARISTA?

Gennaio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

CON QUALE LEGITTIMITA’ TRUMP INTERVIENE O MINACCIA PAESI STRANIERI? … SI MUOVE SOLO PER INTERESSI PERSONALI

Si torna a sperare per l’Iran, malgrado ci sia illusi già troppe volte che il potere teocratico avesse i giorni contati. Al tempo stesso ci si domanda a quale titolo Trump dichiari che gli Stati Uniti “sono pronti a intervenire” se il regime dovesse uccidere i manifestanti. A parte che ne ha già uccisi sei, e dunque la Casa Bianca dovrebbe rendere noto il numero di morti oltre il quale scatta l’intervento; ma, ripeto: a che titolo? Con quale autorità? Sulla base di quale mandato, di quale investitura morale?
Si è sempre detto, dal dopoguerra in poi, che gli Stati Uniti sono “lo sceriffo del mondo”. Ma l’incarico non era ufficiale, diciamo così. Tanto è vero che buona parte delle sue imprese, raramente lodevoli e certo non concordate con la cosiddetta comunità internazionale, lo sceriffo ha dovuto dissimularle: l’esempio
classico è il colpo di Stato in Cile.
Con Trump, anche l’ultimo velame di ipocrisia (ma l’ipocrisia, a volte, genera anche condizioni più decenti di convivenza) è caduto. Ai governi sgraditi si minaccia direttamente l’intervento — in Venezuela, che ha la doppia disgrazia di avere Maduro al governo e di essere molto vicino agli Usa, è già in atto — , sia pure nella forma edificante della “lotta al traffico di droga”.
Se il criterio fosse l’ostilità ai regimi autoritari, l’interventismo americano rimarrebbe ugualmente sprovvisto di qualunque legittimità, ma almeno avrebbe un movente riconoscibile e non infamante.
Ma dalla Seconda Guerra in poi così non è stato; e tanto meno lo è adesso. Gli ottimi rapporti di Trump con la Corea del Nord e i pessimi con i Paesi europei dicono che non è certo il tasso di democrazia che lo porta a giudicare il mondo. È l’appetibilità economica dei diversi lotti del pianeta. Che l’Iran abbia un futuro immobiliare, proprio come Gaza?
(da repubblica.it)

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BARELLI (FORZA ITALIA) HA FIRMATO LA RIFORMA DELLA CORTE DEI CONTI, MA HA UN CONTENZIOSO APERTO DA 500.000 EURO

Gennaio 3rd, 2026 Riccardo Fucile

NEL 2022 BARELLI E’ STATO CONDANNATO PROPRIO DALLA CORTE DEI CONTI A RISARCIRE LO STATO PER QUELLA CIFRA A CAUSA DI UNA DOPPIA FATTURAZIONE

La riforma della Corte dei Conti, varata in fretta a fine anno dal centrodestra in Parlamento, ha tre firme. Quella del ministro per gli Affari europei Tommaso Foti; quella del deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato; e quella del capogruppo di Forza Italia alla Camera, Paolo Barelli. La particolarità di quest’ultimo, però, è che Barelli ha un contenzioso non da poco aperto proprio con la Corte dei Conti. Quasi 500mila euro, che Barelli nel 2022 è stato condannato a risarcire. Il caso ora è davanti alla Corte di Cassazione, in attesa di una pronuncia definitiva.
Barelli non è l’unico ad avere precedenti con i magistrati contabili. Un altro firmatario della riforma in questione (approvata a dicembre), De Corato, nel 2017 venne condannato dalla Corte dei Conti a risarcire 21.763 euro al Comune di Milano, nell’ambito dell’indagine che constatò oltre un milione di danno erariale durante la gestione di Letizia Moratti (De Corato era vicesindaco). Nel caso del capogruppo di Forza Italia, però, le cifre sono ben più alte e la vicenda giudiziaria non si è ancora chiusa.
Barelli è stato presidente della Fin (Federazione italiana nuoto, anche detta Federnuoto) dall’ottobre del 2000. Il caso riguarda alcuni fondi stanziati dal ministero dell’Economia tra il 2005 e il 2008. In breve: dal 2009, la società Coni Servizi (controllata dal ministero) aveva ceduto alla Fin le piscine del Foro Italico e dello stadio Flaminio, impegnandosi a pagare eventuali lavori di manutenzione straordinaria; nel 2014, proprio per questi lavori di manutenzione, la Coni Servizi aveva versato alla Fin circa 1,1
milioni di euro.
Poi, però, era emerso che qualcosa nei conti non tornava. Secondo la Coni, quei lavori erano già stati pagati in buona parte con dei fondi erogati dal ministero dell’Economia tra il 2005 e il 2008. Le stesse fatture pagate due volte, quindi, per una cifra stimata di 826mila euro.
La vicenda, sul piano penale, è finita con un’archiviazione della Procura di Roma. Sul piano contabile, invece, la Corte dei Conti nel 2022 ha ribaltato la propria sentenza di primo grado ed è arrivata una condanna. A Barelli è stato imposto di rimborsare circa 495mila euro, mentre il resto del ‘buco’ è stato addebitato alla stessa Coni Servizi, che aveva gestito i soldi senza fare i dovuti controlli.
Nei confronti di Barelli negli anni sono arrivate anche altre accuse, poi superate. A settembre 2022, ad esempio, era stato sospeso dalla presidenza della Federnuoto da parte della Federazione internazionale della disciplina. A gennaio 2024 la Corte arbitrale dello Sport (Cas) di Losanna, il massimo tribunale in materia sportiva, ha invece stabilito che il parlamentare poteva continuare a occupare la carica.
È aperto, invece, il procedimento con la Corte dei Conti. Dopo la condanna in secondo grado c’è stato un ricorso alla Corte di Cassazione, e lo stesso Barelli nel 2023 ne ha anche annunciato uno alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. A quanto risulta, su nessuno dei due fronti sono ancora arrivati responsi definitivi.
Resta aperta, quindi, la questione dell’opportunità che a firmare la riforma della Corte dei Conti sia un parlamentare che ha un
caso di queste dimensioni ancora in sospeso. Peraltro, la riforma è stata contestata dai giudici contabili, e una delle misure più discusse è quella che riduce l’entità dei rimborsi in caso di condanna. Infatti, il testo afferma che gli amministratori condannati possono essere chiamati a risarcire al massimo il 30% del danno causato.
(da Il Fatto Quotidiano)

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