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IL DOPPIO BLITZ DI FINE ANNO DEI FRATELLI D’ITALIA PER RIDURRE A CARTA STRACCIA LA COSTITUZIONE: ARRIVA IN SENATO L’INEFFABILE RIFORMA SULLA CORTE DEI CONTI, E IL GOVERNO ACCELERA ANCHE SUL REFERENDUM COSTITUZIONALE SULLA MAGISTRATURA

Dicembre 27th, 2025 Riccardo Fucile

PER EVITARE LA RIMONTA DEI NO, L’ESECUTIVO PUNTA AD ANTICIPARE IL VOTO AL WEEKEND DEL 1-2 MARZO. MA È IL CAPO DELLO STATO, GIÀ INFASTIDITO DAL BRACCIO DI FERRO TOGHE-POLITICA, CHE DEVE INDIRE FORMALMENTE LE CONSULTAZIONI

Parola d’ordine: chiudere. Caduto nel vuoto anche l’ultimo appello dei giudici contabili, arriva in Senato oggi, per il via libera finale, la riforma sulla Corte dei Conti, già oggetto di durissime critiche.
Un impianto «frettoloso» e «a rischio incostituzionalità», rilevano gli stessi giudici. «Un altro scudo alla politica, che ha spuntato le armi dei controllori», accusano le opposizioni. Mentre il governo rivendica quel disegno «reso necessario da una serie di criticità che si trascinavano da anni».
A officiare tra i banchi del governo, a Palazzo Madama, anche il sottosegretario Alfredo Mantovano. E intanto la destra, in vista del Consiglio dei ministri di lunedì, torna a pensare al blitz per anticipare la data del referendum sulla giustizia — dove si consumerà l’ultimo duello tra il sì e il no alla separazione delle carriere che raddoppia i Csm — l’1 e il 2 marzo.
Una possibilità su cui il centrosinistra ha già alzato la voce. Ore febbrili su cui c’è la massima vigilanza, come di rito, del Capo dello Stato. A cui tocca il compito di indire formalmente le
consultazioni. E che certo non gradirebbe un altro braccio di ferro. Anche per questo, l’intenzione della maggioranza è di portare a casa subito la riforma sui giudici contabiliUna riforma «rischiosa», che «ridimensiona in modo significativo il ruolo della magistratura contabile», e rischia «di alterare gli equilibri costituzionali a tutela della legalità, della finanza pubblica e del corretto utilizzo delle risorse pubbliche, incluse quelle del Pnrr», avverte il presidente dall’Anm della Corte dei Conti, Donato Centrone.
FdI e alleati rivendicano la «necessità di una riforma che non allenta i controlli», ma «non alimenta la paura»: perché afferma il principio che «il controllo è doveroso, ma deve basarsi su fatti e non su mere presunzioni».
Tensioni che, nel colpo di coda di fine anno, si intrecciano al possibile blitz per anticipare il referendum giustizia. Timori su una rimonta del no? Fatto sta che l’iniziativa di 15 professionisti romani, dopo il deposito di un nuovo quesito referendario, ha fatto partire la nuova raccolta firme: e la legge imporrebbe di non fissare alcuna data prima del 30 gennaio. Se il governo ignorasse tali passaggi, potrebbe profilarsi un’impugnativa al Tar, o un conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte Costituzionale. Un’esasperazione che certo non è gradita al Colle.
(da Repubblica)

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GOVERNO CON LE MANI BUCATE: GLI STATI GENERALI DELLE ISOLE MINORI, ORGANIZZATI A OTTOBRE A LIPARI DAL MINISTRO PER IL SUD, NELLO MUSUMECI, SONO COSTATI 450MILA EURO PIÙ LE SCORTE

Dicembre 27th, 2025 Riccardo Fucile

A FAR SCOPPIARE IL CASO È STATA UNA FOTO DEL MINISTRO DEI RAPPORTI CON IL PARLAMENTO, LUCA CIRIANI, “PIZZICATO” DA UN GIORNALISTA LOCALE IN PENSIONE MENTRE SBARCAVA DA UNA NAVE DELLA GUARDIA DI FINANZA CON MOGLIE E FIGLIO MINORENNE (CIRIANI HA DENUNCIATO IL CRONISTA)… AL CONVEGNO HA PARTECIPATO MEZZO GOVERNO: MUSUMECI, NORDIO, CALDEROLI, PIANTEDOSI, IL COMMISSARIO UE RAFFAELE FITTO, GAETANO ARMAO, MARITO DI GIUSI BARTOLOZZI, CAPO DI GABINETTO DEL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA

Alla corte del ministro non si bada a spese, pur di fare bella figura e mostrare al mondo il proprio potere. “Dobbiamo ringraziarlo perché ha portato a Lipari mezzo governo…”, cinguetta la moderatrice di uno dei dibattiti, distribuendo sorrisi e complimenti. Anche di più, se si calcolano Giorgia Meloni, Daniela Santanchè, Tommaso Foti e Gilberto Pichetto Frattin, collegati da remoto.
Gongola Nello Musumeci, il siciliano che si occupa di protezione civile e politiche del mare. Siamo nella sala convegni
dell’Hotel Tritone, dove vanno in scena i primi stati generali delle isole minori, una realtà troppo a lungo dimenticata.
Sarà anche per questo che dal 10 al 12 ottobre scorso si sono volute fare le cose in grande. Non solo per gli arrivi e le partenze, anche per la pubblicizzazione dell’evento.
Come ha documentato il Fatto Quotidiano, i ministri provenienti dalla Sicilia hanno utilizzato navi della guardia di Finanza. Il primo gruppetto al venerdì, per poter presenziare all’inizio dei lavori.
Sabato 11 è stata la volta del solitario Luca Ciriani, ministro per i rapporti con il Parlamento, accompagnato dalla moglie e dal figlio minorenne. Il suo approdo, immortalato dalla foto di Mario Quaia, un giornalista pensionato che si trovava in vacanza, ha creato scompiglio perché le manovre d’attracco del pattugliatore, coadiuvato da un motoscafo e un gommone, hanno costretto un aliscafo ad attendere al largo per una ventina di minuti.
Quando l’istantanea è finita sul web con un commento ironico, il ministro si è arrabbiato al punto da chiedere a un giudice di Pordenone di far togliere il reperto di una cronaca imbarazzante.
Ciriani al convegno ci è andato e nel pomeriggio del sabato era seduto in prima fila, come testimoniato dalle registrazioni. [Oltre a Nello Musumeci, il guardasigilli Carlo Nordio, Roberto Calderoli, Matteo Piantedosi e il commissario europeo Raffaele Fitto. Per non farsi mancare nulla, anche il professore Gaetano Armao, marito di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto di Nordio.
Il problema era come dare risalto all’evento. Ed è qui che è venuto in soccorso il capitolo di spesa di Palazzo Chigi per la promozione istituzionale e la comunicazione della cultura del
mare, assieme al “Fondo per lo sviluppo e la promozione di un’economia e una crescita blu sostenibili”, che rientra nel budget del ministero per gli esercizi finanziari 2025-27.
Così alla srl Jump Comunicazioni Media Relazioni Esterne, per l’organizzazione del congresso, ai limiti della soglia per l’affidamento diretto, dovranno andare 140 mila euro, oltre all’Iva, così da portare il conto totale a 170.800 euro. […] A corredo, la produzione di una docu-fiction per raccontare e dar voce a chi vive sulle isole minori. In questo caso, 110 mila euro (con l’Iva 134.200 euro), a beneficio di Lab Communication di Roma.
L’organizzazione del congresso è costata altri 100 mila euro più Iva a favore di Esclusiva srl di Milano. Ma siccome degli Stati Generali doveva restare traccia imperitura, non poteva mancare lo sbobinamento di una cinquantina di interventi, affidato a Rubbettino Editore, con l’aggiunta della stampa di 3 mila volumi, con la modica spesa di 22.400 euro, Iva esclusa. Il totale supera abbondantemente i 400 mila euro.
(da il Fatto quotidiano)

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TANTE PAROLE E POCHI FATTI, LA MANOVRA DELLE PROMESSE TRADITE: LA LEGGE DI BILANCIO E’ SALITA A 22 MILIARDI DI EURO DAI 18 INIZIALI

Dicembre 27th, 2025 Riccardo Fucile

GLI IMPEGNI PRESI DAL GOVERNO CONTRO I DAZI, SUL PIANO CASA, SUL CARO BOLLETTE NON SONO STATI MANTENUTI, PER NON PARLARE DELLA FIGURACCIA DELLE PENSIONI. NON SOLO LA LEGA NON HA CANCELLATO LA LEGGE FORNERO: AUMENTERÀ DI TRE MESI L’ETÀ PER POTER LASCIARE IL LAVORO

Dopo una discussione di tre mesi, la manovra si appresta a percorrere l’ultimo miglio prima dell’approvazione definitiva.
Oggi il testo blindato votato al Senato è atteso in commissione alla Camera e domani pomeriggio sarà in aula per la discussione generale. Lunedì sera il voto sulla fiducia e martedì 30 il voto finale all’ora di pranzo.
La legge di bilancio, seppur cresciuta a 22 miliardi – era di 18,7 miliardi quando è uscita da Palazzo Chigi – non contiene però tante delle promesse su cui il centrodestra si era impegnato nel corso di questo 2025.
La cosa che più balza agli occhi è il piano anti-dazi a favore delle imprese che la premier Giorgia Meloni e diversi suoi ministri avevano annunciato prima dell’estate, in risposta alle tariffe di Donald Trump. Il governo aveva presentato pubblicamente un intervento da 25 miliardi per indennizzare le aziende colpite dal protezionismo americano, perfino il commissario europeo Raffaele Fitto si era sbilanciato in tal senso.
Tuttavia, la proposta non è andata oltre le dichiarazioni ai media, anche perché gli esponenti dell’esecutivo si sono resi conto che quel disegno non era compatibile con la normativa europea sugli aiuti di Stato.
Un’altra iniziativa che avrebbe dovuto mobilitare risorse significative, e invece è sparita dai radar, riguarda il piano casa. Dai 15 miliardi assicurati si è passati ai 200 milioni approvati per il 2026. Eppure, il piano di Palazzo Chigi e del ministero delle Infrastrutture di Matteo Salvini era stato paragonato a quello degli Anni 60 di Fanfani.
Un programma pubblico di edilizia residenziale in grado di dare risposte all’emergenza abitativa dei giovani che faticano ad ottenere un mutuo
Questo piano edilizio, di sicuro, non vedrà la luce l’anno prossimo.
C’è poi un aspetto su cui la presidente del Consiglio ha insistito fin da quest’estate e ha ribadito fino a poche settimane fa, al termine di uno dei tanti vertici di maggioranza sulla manovra: la priorità del costo dell’energia. Soluzioni concrete, però, non se ne sono viste. Da questo punto di vista novità potrebbero arrivare nei prossimi giorni.
L’ultima bozza del decreto energia a cui il ministro Gilberto Pichetto Fratin sta lavorando prevede un contributo annuo straordinario di 55 euro nel 2026 per le bollette della luce. A beneficiarne le famiglie “vulnerabili”, ovvero con Isee fino a 15 mila euro.
Accanto al bonus per le famiglie, la bozza interviene a favore delle aziende alle prese con un costo dell’energia insostenibile, stanziando 750 milioni per ridurre gli oneri di sistema.
Carburanti e costo della vita sono altre questioni su cui il centrodestra non è riuscito a dare un seguito rispetto agli impegni della campagna elettorale. Le accise sul gasolio sono cresciute, e i vari tavoli sul monitoraggio dei prezzi degli alimentari e della benzina – organizzati dal ministro Adolfo Urso – non sembrano aver frenato la spirale degli aumenti.
Quanto alle pensioni e all’abolizione della legge Fornero si è parlato spesso: il risultato è che l’anno prossimo si andrà ancora in pensione di vecchiaia con 67 anni di età, oppure in pensione anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi (un anno in meno le donne) e tre mesi di finestra mobile.
Dal 2027 i requisiti aumenteranno di un mese e dal 2028 di tre mesi. Opzione donna è stata cancellata e inoltre è saltata la norma che consentiva di utilizzare la rendita della previdenza integrativa per l’accesso alla pensione anticipata.
(da Repubblica)

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È ORA CHE L’EUROPA SI SVEGLI: È IN CORSO UNA GUERRA DI CIVILTÀ TRA USA E UE E NON SI PUÒ PIÙ FAR FINTA DI NIENTE

Dicembre 27th, 2025 Riccardo Fucile

LA TECNODESTRA E IL VICEPRESIDENTE JD VANCE HANNO TEORIZZATO LA DISFATTA DEL VECCHIO CONTINENTE, CHE SECONDO TRUMP “È NATO PER FREGARE GLI STATI UNITI”

Per provare a capire, bisogna risalire al discorso di febbraio del vice presidente Vance a Monaco; sommarlo all’antico sospetto di Donald Trump che l’Unione europea sia stata fondata per “fregare gli Stati Uniti”; e completare il tutto con la nuova Strategia per la sicurezza nazionale americana, che paventa, annuncia, ma forse per certi versi auspica la “cancellazione” della civiltà europea.
Come se l’Occidente potesse esistere senza il Vecchio Continente che nel bene e nel male lo ha inventato. Se poi uno ci aggiunge le liti personali di Elon Musk con Thierry Breton, e magari il voltafaccia di Mark Zuckerberg sulla disinformazione digitale, il quadro dell’offensiva epocale scatenata dagli Usa contro gli ormai ex alleati sull’altra sponda dell’oceano Atlantico si fa chiaro.
A Monaco Vance, noto per l’amicizia con leader della tecnocrazia tipo Peter Thiel, era venuto a mettere in discussione l’intero impianto dell’Europa e la sua Unione. «Quello che mi
preoccupa – aveva detto – è la minaccia dall’interno». Cioè gli abitanti del continente, ormai rassegnati alla ritirata dai «valori più fondamental».
Lasciamo perdere che Prevost, prima ancora di essere eletto papa, aveva bacchettato il cattolico agostiniano Vance per la sua malintesa interpretazione di Sant’Agostino, che non aveva chiesto ai fedeli di “fare la classifica” degli esseri umani da amare, come un antesignano del movimento Maga e lo slogan America First. Il vice presidente era andato oltre la stessa metafora del neocon Robert Kagan, secondo cui «L’America viene da Marte e l’Europa da Venere», rimproverando all’Europa di non sapere più nemmeno lei da dove viene.
Trump non avrà le preoccupazioni teologico/filosofiche del suo vice, ma ha sempre pensato che la Ue sia stata pensata per fregare gli Usa, senza sapere che erano stati proprio gli Usa a promuoverla, perché avrebbe rafforzato il fronte anti sovietico.
Per lui tutto è transazionale, da cui i dazi punitivi per riequilibrare uno sbilancio commerciale in realtà irrisorio. Le menti più raffinate della sua amministrazione sussurrano che l’intera operazione è finalizzata a mettere le economie di tutti gli alleati occidentali sul “piede di guerra”, ad esempio riportando in patria la produzione dei beni essenziali, perché la vera sfida geopolitica epocale con la Cina, e il suo junior partner russo, potrebbe richiederlo nel prossimo futuro.
A ciò vanno aggiunti gli interessi della tecnocrazia. Nel 2022, anno secondo dell’amministrazione Biden, Elon Musk aveva assicurato la mente del Digital Services Act, Thierry Breton, che il piano europeo era «esattamente allineato con il mio pensiero»
Mentiva allora o mente oggi, quando dice che il rifiuto del visto ha servito al «Tiranno Breton il suo dessert». Del resto sotto ai ponti è passata l’acqua di dichiarazioni tipo quella con cui l’imprenditore sudafricano garantiva che i neonazisti di Afd sono l’unica salvezza per la Germania
(da agenzie)

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AMAZON NON HA UCCISO I NEGOZI: IL 90% DELLE VENDITE AL DETTAGLIO CONTINUA A SVOLGERSI NELLE ATTIVITÀ FISICHE

Dicembre 27th, 2025 Riccardo Fucile

LA CGIA DI MESTRE: “L’E-COMMERCE STA DIVENTANDO UN FENOMENO SEMPRE PIÙ DIFFUSO, MA NON È DESTINATO A CANCELLARE L’ATTIVITÀ DEI NEGOZI DI VICINATO “… NEL 2024, IL 53,6% DEGLI ITALIANI HA REALIZZATO UN ACQUISTO ONLINE DI BENI O SERVIZI

Nonostante negli ultimi anni il commercio elettronico abbia mostrato tassi di crescita più che doppi rispetto a quelli dei piccoli negozi di prossimità, quasi il 90% delle vendite al dettaglio di prodotti continua a svolgersi presso le attività commerciali fisiche. Lo rileva l’Ufficio studi della Cgia di Mestre, secondo cui “l’e-commerce sta diventando un fenomeno sempre più diffuso, ma non è destinato a cancellare l’attività dei negozi di vicinato”.
Nel 2024 la penetrazione del commercio elettronico sul totale retail è stata del 13% (del 17% nelle vendite dei servizi e dell’11% in quelle dei prodotti). In termini di valore economico si stima che l’anno scorso gli acquisti e-commerce B2C abbiano toccato i 58,8 miliardi, 38,2 miliardi per gli acquisti di prodotti e
20,6 per quelli di servizi.
Nei primi dieci mesi del 2025 il commercio elettronico e la grande distribuzione hanno registrato entrambe una crescita del 2,1% rispetto allo stesso periodo del 2024, mentre sia le vendite al di fuori dei negozi che le imprese operanti su piccole superfici hanno registrato una flessione dello 0,7%. Nel confronto tra il 2024 e il 2019, le vendite online sono cresciute del 72,4% e quelle della grande distribuzione del 16,4%, i negozi di vicinato hanno registrato un +2,9%, mentre le vendite al di fuori dei negozi sono diminuite del 4,1%.
Secondo gli ultimi dati Eurostat riferiti al 2024, il 53,6% degli italiani ha realizzato un acquisto online di beni o servizi. Tra i 27 paesi Ue, solo la Bulgaria presenta una quota inferiore alla nostra (49,8%). La media europea ha toccato il 71,8%. “Il commercio fisico mantiene ancora la quota dominante delle vendite e rimane centrale nelle abitudini dei consumatori – rileva la Cgia di Mestre -. Tuttavia, le esperienze internazionali ci dimostrano che nei Paesi dove la regolazione è molto debole e la pressione fiscale è più alta, il commercio online cresce più rapidamente. Diversamente, dove esiste un tessuto commerciale urbano forte e si sono adottate delle politiche di sostegno, il negozio di vicinato resiste meglio”.
Secondo i dati Istat del 2024, la percentuale più elevata di residenti per regione che negli ultimi 12 mesi ha effettuato un acquisto con il commercio elettronico è stata la Provincia Autonoma di Trento con il 49,2%. Seguono Valle d’Aosta (47,2%), Toscana (47%) e Friuli Venezia Giulia (46,4%). Chiude la graduatoria nazionale la Calabria (27,6%).
(da agenzie)

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NEL VILLAGGIO NIGERIANO BOMBARDATO DA TRUMP: “QUI L’ISIS NON C’E’”

Dicembre 27th, 2025 Riccardo Fucile

LE SOLITE PALLE USA: L’ESPLOSIONE HA COLPITO VICINO ALL’UNICO CENTRO SANITARIO DEL PAESE”… NEL PAESE I CRISTIANI CONVIVONO PACIFICAMENTE CON LA MAGGIORANZA MUSULMANA”

Si chiama Jabo e si trova nel nord-ovest della Nigeria uno dei villaggi nigeriani bombardati dagli Stati Uniti nel raid festeggiato il giorno di Natale da Donald Trump. Il frammento di un missile è atterrato a pochi metri dall’unica struttura medica del paese. E ha provocato shock e confusione. La Cnn ha sentito un residente testimone. Suleiman Kagara ha detto di aver sentito una forte esplosione e di aver visto fiamme mentre un proiettile volava sopra la loro testa. «Non siamo riusciti a dormire la notte scorsa», ha detto Kagara. «Non avevamo mai visto niente del genere prima».
Trump, la Nigeria e l’Isis
Poco dopo l’impatto a Jabo, Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti avevano condotto un «attacco potente e mortale» contro i militanti dell’Isis nella regione. Accusandoli di «aver preso di mira e ucciso brutalmente principalmente cristiani innocenti». La spiegazione ha lasciato Kagara e i suoi concittadini perplessi. Perché mentre alcune zone di Sokoto affrontano sfide come banditismo, rapimenti e attacchi da parte di gruppi armati, tra cui Lakurawa – che la Nigeria classifica come organizzazione terroristica a causa di sospette affiliazioni con lo Stato Islamico – gli abitanti del villaggio affermano che Jabo non è nota per attività terroristiche . Qui i cristiani locali convivono pacificamente con la maggioranza musulmana.
Cristiani e musulmani in Nigeria
Bashar Isah, un deputato che rappresenta Tambuwal nel parlamento statale, ha descritto il villaggio alla Cnn come «una comunità pacifica» che «non ha precedenti noti di Isis, Lakurawa o altri gruppi terroristici operanti nella zona». Ha affermato che il proiettile aveva colpito un campo «a circa 500 metri» da un centro sanitario di base a Jabo.
Intanto la Bbc fa notare che secondo i gruppi che monitorano la violenza in Nigeria non ci sono prove che suggeriscano che i cristiani vengano uccisi più dei musulmani nel Paese africano, più o meno equamente diviso tra i seguaci delle due religioni. Daniel Bwala, consigliere del presidente nigeriano Bola Tinubu, ha ricordato ieri che i jihadisti non prendono di mira membri di una religione in particolare e che hanno ucciso persone di tutte le fedi. Anche lo stesso presidente Tinubu ha insistito sul fatto che le sfide alla sicurezza stavano colpendo persone «di tutte le fedi e di tutte le regioni».
Boko Haram e Isis
Gruppi jihadisti come Boko Haram e lo Stato Islamico della provincia dell’Africa Occidentale hanno portato il caos nella Nigeria nord-orientale per oltre un decennio. Uccidendo migliaia di persone, la maggior parte delle quali musulmane, secondo Acled, un gruppo che analizza la violenza politica in tutto il mondo. Nella Nigeria centrale si verificano frequenti scontri tra pastori per lo più musulmani e gruppi di agricoltori, spesso cristiani, per l’accesso all’acqua e ai pascoli. I cicli mortali di attacchi «occhio per occhio» nel Paese hanno causato migliaia di morti, ma sono state commesse atrocità da entrambe le parti. Le organizzazioni per i diritti umani affermano che non ci sono prove che i cristiani siano stati presi di mira in modo sproporzionato.
(da agenzie)

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SE LA DESTRA SI SCOPRE SENZA ANIMA

Dicembre 27th, 2025 Riccardo Fucile

UNA VOLTA TANTO QUALCHE INTELLETTUALE POST-MISSINO HA IL CORAGGIO DI GRIDARE CHE LA CORAZZATA POTEMKIN MELONIANA E’ UNA BOIATA PAZZESCA

Sia lode ai Marcello Veneziani, ai Franco Cardini, ai Giordano Bruno Guerri. Finalmente, anche a destra, qualcuno scuote l’albero. Intendiamoci, parliamo di “spelacchio”, l’abetino poverello che fatica a germogliare nella tronfia rive droite dove da tre anni e mezzo riecheggiano solo i triti dettami del tardo Ventennio: la donna sola al comando, credere obbedire combattere, dio patria famiglia, il complotto dei soliti comunisti, chi non è con me è contro di me, e via delirando. Ma vivaddio, una volta tanto anche nello sparutissimo manipolo di pensatori dell’intellighenzia post-missina qualcuno ha il coraggio di gridare che, almeno finora, la corazzata Potëmkin meloniana è stata una boiata pazzesca.
Giorgia ha fatto un capolavoro: nel 2013 parte da via della Scrofa con un misero 1,4%, nove anni dopo entra a palazzo Chigi con il 26,6. Ma cos’è cambiato in Italia da quel trionfale 25 settembre 2022? Cos’è rimasto della grande “rivoluzione conservatrice” sognata e promessa dai nipotini di Almirante e
sintetizzata nelle mitiche tesi di Trieste? In che cosa si sono tradotti la «filosofia dell’identità» e lo «spirito nazionale», la «nuova sovranità monetaria» e il «valore dei nostri giovani»? Insomma, dov’è la vera, nuova «egemonia culturale» di questa destra al potere, esaltata e appagata solo dall’averlo raggiunto?
Veneziani ha il merito di aver posto su La Verità queste domande, che nella casamatta meloniana sanno di apostasia. A un governo autocratico — che smercia qualunque patacca per «evento storico», dall’oro di Bankitalia al popolo alla cucina tricolore patrimonio dell’Unesco — non puoi rimproverare «solo vaghi annunci, tanta fuffa, un po’ di retorica comiziale e qualche ipocrisia».
A un partito-setta — che mantiene una vocazione clanica e minoritaria mentre si spaccia per «partito della Nazione» — non puoi non saper indicare «qualcosa di rilevante che dica al Paese “da qui è passata la destra, sovranista, nazionale, patriottica, popolare, conservatrice” o quello che volete voi». E agli improbabili ma irriducibili maître à penser nati a Colle Oppio e cresciuti a pane e Codreanu — che pensano di fare «egemonia gramsciana» con una mostra sul futurismo e un’opa su Pasolini — non puoi dire «sul piano delle idee, della cultura e degli orientamenti pubblici e perfino televisivi, eccetto l’inchino al governo, tutto è rimasto come prima».
Se fai tutto questo, non sei un intellettuale onesto: sei solo un traditore o un ricattatore. Spari sul quartier generale perché speri che qualcuno ti ci faccia entrare. Questo risponde a Veneziani il competente ministro della Cultura, che lo rimprovera di nemichettismo: «Sversa su di noi la bile nera di cui trabocca il
suo animo colmo di cieco rimpianto». La solita circonlocuzione barocca del divo Giuli, per dire che l’ex amico Marcello rosica perché voleva la sua poltrona al Collegio Romano.
E per il resto, vae victis!: guai a tutti quelli che sui giornali-parenti osano salire sul carro del perdente. Tipo Mario Giordano, che da spirito libero scrive «Veneziani è colpevole di non aver leccato gli stivali di Giuli. A chi il leccaculo? A noi! Anche questo in fondo è un segnale di decadimento della destra al potere…». Impossibile dargli torto.
E ancora più impossibile è dar torto a Franco Cardini, che in un’intervista a Repubblica, a proposito del lavoro culturale di FdI, parla di «encefalogramma piatto» e aggiunge «non c’è nemmeno una rivista culturale, quando hanno dei soprassalti fanno le mostre su D’Annunzio o su Tolkien, che conoscono anche i maestri di Vigevano e le casalinghe di Voghera, per dimostrare che la cultura la fanno anche loro, ma francamente è un po’ ridicolo».
Le cose stanno esattamente così. Se rimettiamo insieme le parole e le opere della premier e della sua milizia, qual è la svolta culturale che segna il cambio d’epoca? La “Ducia Maior”: qualche frasetta sciolta di Roger Scruton in Parlamento, qualche citazione a caso di Thomas Eliot al meeting di Rimini. I “gerarchi minori”: qualche intemerata su Peppa Pig da Mollicone, qualche pièce teatrale di Mellone.
Per il resto, fuffa ideologica e poltronificio. Riproduzione su vasta scala della paccottiglia trumpiana (Italia first e sostituzione etnica, sovversivismo dell’élite e sovranismo bianco, ateismo devoto e familismo immorale). Occupazione manu militari della
Rai e del circuito-cinema, dei teatri stabili e degli enti lirici.
A rifondare la “nuova Italia” non bastano una rassegna sul Signore degli anelli o un concerto di Baglioni al Senato. Il catalogo neo-nazi di Passaggio al bosco con i testi di Mussolini e di Junio Valerio Borghese o il pantheon posticcio di Atreju con D’Annunzio e Charlie Kirk. Carlo Conti che dispensa primizie sanremesi o Gigi Buffon che sparge delizie sulla commander in chief.
L’unica ossessione della destra è il nemico a sinistra. E la sua unica missione è la purga che ne cancella gli “idoli”. Perché solo questo di tanta speme oggi le resta: l’occhiuta sorveglianza di Giampaolo Rossi a Viale Mazzini, la cieca resistenza di Beatrice Venezi alla Fenice. E come ricorda Fabrizio Roncone sul Corriere della Sera, già nel 2020 Veneziani dettava a Panorama la sua profezia: «Oltre a Giorgia, cosa c’è di notevole nel suo partito? C’è una classe dirigente adeguata, a parte vecchie glorie e giovani cognati?». Per poi concludere: «La sinistra ha un’idea dell’egemonia, e sa come praticarla. La destra ha solo un’idea militare». Era vero allora, pare ancora più vero oggi.
Nonostante le disfatte elettorali, la rive gauche è ancora popolata di scrittori e attori, registi e opinionisti. Ma con due differenze fondamentali rispetto all’altra sponda. La prima è che nessuno li alleva: non c’è più il Pci di Berlinguer, che organizzava gli stati generali della cultura convocando intellettuali di ogni ordine e grado. La seconda è che nessuno li criminalizza: se di qua sono di casa la critica distruttiva al Pd e la satira abrasiva sul campo largo, di là non capita mai nulla di simile.
Meloni e i suoi Fratelli possono fare o dire qualunque
nefandezza ma nessuno attizza mai un po’ di sano “fuoco amico”. E se uno solo osa, come Veneziani, fa subito scandalo. Persino Giuliano Ferrara si adonta, deprecando il “nannimorettismo” a destra. Rimane da sciogliere solo l’ultimo dubbio sul senso del j’accuse.
Qual è la vera colpa, nella mancata trasformazione del Paese? Quella di non aver compiuto la vera svolta “centrista e governista” (creando una forza europeista e non “occidentalista”, repubblicana e riformatrice, costituzionale e liberale)? Oppure è quella di aver dismesso la postura “estremista e radicale” degli anni ruggenti (rinunciando alla rottura con l’Europa, agli spot contro le accise dal benzinaio e agli strilli sui blocchi navali nei salotti tv)?
Se è la prima — come ci sarebbe ancora bisogno, a dispetto della falsa Belle époque del Cavaliere — allora è giusto contestare Meloni e pretendere un’operazione-verità. Se è la seconda — come purtroppo suggerisce lo spirito del tempo, da Trump a Milei, da Orbán a Netanyahu — allora è meglio tenersi la Meloni di oggi. Piagata dall’ambiguità, piegata dalla realtà.
(da Repubblica)

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LA CASTA E’ SEMPRE LA CASTA: IL GOVERNO HA PRESO I CONTRIBUENTI PER FESSI

Dicembre 27th, 2025 Riccardo Fucile

LA CORTE DEI CONTI E LO “SCONTO” DEL CONDOMINIO… IL DANNO ERARIALE CAUSATO DA UN AMMINISTRATORE? PAGHERA’ SOLO IL 30%, IL RESTO LO PAGANO GLI ITALIANI

Perché nel condominio no e nel Condominio invece sì? A furor di popolo condominiale, imbufalito dall’etichetta di fesso appiccicatagli dalla proposta di legge che agli inquilini in regola voleva far pagare i debiti non saldati ai fornitori dai coinquilini morosi, giorni fa Fratelli d’Italia ha dovuto rinnegarla. Eppure oggi il Senato sta per approvare in via definitiva — nella riforma della Corte dei Conti fortemente voluta dalla maggioranza di
governo — una norma ancor più onerosa per tutti gli italiani: in base alla quale, le poche volte in cui i giudici della Corte dei Conti dovessero condannare un amministratore pubblico a risarcire il danno erariale causato da un suo atto, costui non pagherebbe più del 30% del danno, «e comunque» — congiunzione magica — al massimo due anni di stipendio: norma degna di quella abortita sul condominio, visto che nel Condominio, cioè in quello spazio comune che è la tutela delle risorse pubbliche alimentate dalle tasse, al posto dell’amministratore pubblico graziato dal tetto di legge saranno dunque tutti i contribuenti a dover mettere mano al portafoglio per saldare il restante 70% del danno erariale da lui causato.
Con l’ulteriore iniquità — nel Condominio — dell’altra nuova norma che automaticamente presume sempre la «buona fede» dei politici allorché i loro atti siano firmati o proposti o vistati dai tecnici. Cioè quasi sempre, visto che quasi sempre gli atti di un politico hanno la firma o il visto di un tecnico: un po’ come se, nelle scale del condominio, alcuni privilegiati fossero esentati dal pagare i danni delle loro condotte tutte le volte che il portiere non gli avesse detto esplicitamente che quella certa cosa non si poteva fare.
In più la legge, nel fissare la prescrizione del danno erariale a soli 5 anni, li fa decorrere dalla data del danno e non dalla scoperta (di solito molto successiva): e ciò anche se l’amministratore l’ha occultato dolosamente, sol che abbia avuto l’astuzia di farlo non con «condotta attiva» ma con silenzi furbi, omissioni, reticenze. Norme, per il governo, volte a togliere a chi amministra la «paura della firma»: ancora? Ma non era la scusa
già usata per abrogare l’abuso d’ufficio?
(da Il Corriere della Sera)

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LA DESTRA CREA IL DESERTO POLITICO E LO CHIAMA LEGALITA’

Dicembre 27th, 2025 Riccardo Fucile

AGITANDO LA BANDIERA DELLA “SICUREZZA” IL GOVERNO FA NELLE CITTA’ IL VUOTO POLITICO, CANCELLANDO NON SOLO LUOGHI, MA COMUNITA’

Fanno un deserto e lo chiamano legalità. Lo sgombero del centro sociale Askatasuna a Torino, che segue di pochi mesi quello del Leoncavallo a Milano, e i prossimi annunciati ministero dell’Interno in tutta Italia, sono il volto più visibile e cruento di un disegno di potere che ha per obiettivo non solo le città come spazi di relazioni, vita collettiva e conflitti, ma l’idea stessa di
cittadinanza come dispositivo di appartenenza, partecipazione, emancipazione.
Nell’anno che abbiamo alle spalle, una destra forte con i deboli e debole con i forti ha reso sempre più manifesto il desiderio di ridurre al silenzio ogni voce dissenziente, di azzerare ogni sussulto di resistenza, di demolire ciò che resta della storia e l’attualità di movimenti sociali di opposizione alla guerra, alla violenza dei confini, alla distruzione ambientale, allo sfruttamento economico.
Se il “decreto Sicurezza”, approvato lo scorso giugno, ha dato veste giuridica alla strategia di repressione del dissenso del governo guidato da Giorgia Meloni, la pratica degli sgomberi e delle intimidazioni verso attiviste e attivisti ha generato un clima di aperta ostilità a ogni espressione di espressione di conflittualità sociale.
Parti di una storia
I centri sociali di cui si minaccia la definitiva sparizione non sono stati e non sono semplici «occupazioni abusive» o «situazioni di illegalità», come piace descriverli al ministro Matteo Piantedosi, ma parti di una storia e punti di una cartografia di soggetti che fanno cultura fuori dai circuiti del consumo culturale, che praticano la solidarietà e il mutuo sostegno laddove non arrivano i servizi di welfare, e naturalmente fanno politica, in un tempo in cui gli spazi, per la politica, sono sempre meno, o non ci sono più.
Ora, agitando la bandiera della “sicurezza”, il governo fa nelle città il vuoto politico, cancellando non solo luoghi, ma comunità. Con altrettanta durezza, colpisce i movimenti dei giovani e
giovanissimi, quelli che cercano di risvegliare le coscienze su urgenze come il cambiamento climatico o il genocidio a Gaza.
«Democrazia passiva»
Tutto questo avviene in un contesto come quello italiano in cui la partecipazione politica è già ridotta al lumicino. I dati dell’Istat mostrano un calo vistoso, negli ultimi vent’anni, dell’interesse per la politica e dell’impegno attivo, soprattutto tra i più giovani.
Il disimpegno si traduce anche nei numeri sempre più allarmanti dell’astensione. Come scrivono Paolo Natale, Luciano Fasano e Roberto Biorcio nel libro Schede Bianche (Luiss University Press), quella che va configurandosi è una «democrazia passiva», con il non-voto come «fenomeno generalizzato, in grado di investire trasversalmente diversi gruppi e categorie sociali», inclusi «i settori più attivi di una società». Se sempre più persone si astengono è perché cresce l’indifferenza alla politica, accompagnata dalla sfiducia nella sua capacità di produrre cambiamento.
L’interesse e il senso di efficacia per la politica non cominciano né finiscono, ovviamente, negli spazi sociali auto-organizzati. Chiamano in causa, come minimo, la condizione dei partiti e dei corpi intermedi. Ma quando le esperienze di partecipazione politica e sociale che non passa dai canali tradizionali vengono ridotti al silenzio, l’allarme dovrebbe suonare per tutte e tutti, per chiunque abbia a cuore la salute della democrazia.
Ridurre all’apatia
Perché questa politica della legalità non è una risposta alla crisi delle forme e dei luoghi della cittadinanza. Ne è, piuttosto, una causa, laddove separa la difesa della legalità da obiettivi di
giustizia sociale, ovvero mette il rispetto cieco della legge davanti ai principi dell’eguaglianza, dei diritti fondamentali, della cura delle persone.
Il governo attuale non è né il primo né l’unico ad aver usato la leva della legalità contro i più deboli, anziché contro i più forti. Ma sembra questo il primo a inquadrare simili politiche in un disegno scoperto di riduzione della cittadinanza all’apatia. A voler produrre attivamente un deserto del disimpegno dove forme sempre più verticali di potere possano avanzare incontrastate.
(da editorialedomani.it)

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