Dicembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
TRA I PARLAMENTARI DI FORZA ITALIA C’È CHI HA PENSATO DI USARE I FONDI PER I PARCHEGGI: UNO DA 500 MILA EURO A BASSANO IN TEVERINA, NEL LAZIO, E UN ALTRO DA 200 MILA EURO A SAN FELICE A CANCELLO, IN PROVINCIA DI CASERTA… POI I 380 MILA EURO CHE LA SENATRICE BUCALO HA DESTINATO ALLA “SUA” BARCELLONA POZZO DI GOTTO E IL MEZZO MILIONE PER LA FONDAZIONE PONTIFICIA “AIUTO ALLA CHIESA CHE SOFFRE”, DI CUI E’ STATO PRESIDENTE ALFREDO MANTOVANO
C’è chi ha mantenuto la parola e chi invece ha disatteso la raccomandazione di Giorgia
Meloni. Eppure la premier era stata chiara durante uno dei tanti vertici di maggioranza sulla legge di bilancio: il “tesoretto” parlamentare andava destinato solo a «interventi di valore».
Basta leggere i quattro ordini del giorno alla manovra, uno per ogni partito della coalizione, approvati durante l’ultima seduta della commissione Bilancio del Senato. Le richieste sono agganciate a un emendamento che istituisce un fondo da 136,4 milioni al ministero dell’Economia: 68,7 milioni da spendere nel 2026, l’anno pre-elettorale, mentre altri 67,7 milioni arriveranno sui territori nel 2027, quando salvo sorprese si andrà a votare per le politiche.
Ippodromo delle Capannelle
I soldi ci sono, la destinazione pure. Tra i parlamentari di Forza Italia c’è chi ha pensato di usare i fondi per i parcheggi. Uno da 500mila euro da realizzare vicino al palazzo comunale di Bassano in Teverina, nel Lazio, e un altro da 200mila euro a San Felice a Cancello, in provincia di Caserta.
Le località sono ben note a chi ha proposto i finanziamenti in questione, perché rientrano nel collegio dove sono stati eletti. La “regola” è stata seguita anche dai parlamentari di Fratelli d’Italia, Lega e Noi Moderati. E così l’ala romana dei meloniani ha assegnato lo stanziamento maggiore – un milione – all’Ippodromo Capannelle.
La senatrice Carmela Bucalo si è concentrata invece sul suo luogo natio: a Barcellona Pozzo di Gotto, nel Messinese, arriveranno presto 380mila euro. Anche i leghisti non sono stati da meno. Grazie a loro la fondazione Lions di Milano potrà contare su un contributo di 40mila euro.
Non sarà sola. La lista dei beneficiari è lunga. Dentro c’è anche il circolo ricreativo Meazza (40mila euro in due anni). Nell’ordine del giorno di Noi Moderati figura anche
un’erogazione di 200mila euro per «il funzionamento gestionale» del palazzetto dello sport di Lamezia Term
Alcuni ministri hanno veicolato le loro richieste attraverso il proprio partito. L’ha fatto, tra i tanti, anche il titolare dei Rapporti con il parlamento, Luca Ciriani. Pordenone, il suo territorio, riceverà 500mila euro l’anno prossimo e altrettanti nel 2027. Ma non finanzieranno mancette. Saranno utilizzati per la pianificazione del territorio. Non è l’unico esempio virtuoso.
Tra le voci di spesa c’è anche una da 500mila euro per la fondazione pontificia “Aiuto alla Chiesa che soffre – onlus”: in passato, tra i presidenti della sezione italiana, c’è stato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano.
(da Repubblica)
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Dicembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
DOPO L’ANNESSIONE DELLA CRIMEA, NEL 2014, L’INTELLIGENCE DI KIEV HA COSTRUITO UNA RAGNATELA DI CONTATTI DEGLI OPPOSITORI DI MAD-VLAD: LE AZIONI DI HACKERAGGIO E GLI ATTENTATI CHE HANNO FATTO SALTARE IN ARIA IL PONTE DI KERCH E HANNO PORTATO ALLA MORTE DARJA DUGINA, FIGLIA DELL’IDEOLOGO DEL NUOVO IMPERIALISMO… PETROLIERE, RAFFINERIE, GENERALI: IL MITO KYRYLO BUDANOV TIENE SULLA SCRIVANIA IL VOLUME:”ALZATI E UCCIDI PER PRIMO”
Colpire il cuore del potere di Vladimir Putin, che si tratti di petroliere, raffinerie, generali o altri simboli dell’autorità del nuovo Zar che si propaganda come invincibile. L’escalation di attacchi messi a segno dall’intelligence ucraina continua ad alzare il livello della sfida, con una sequela di azioni clamorose scatenata da quando sono iniziati i negoziati di pace indiretti tra Mosca e Kiev mediati dagli Stati Uniti e da alcuni governi europei.
Una parte di questi raid, in particolare quelli contro l’Oro Nero del Cremlino, sembrano essere stati benedetti dalla Casa Bianca come strumento di pressione sulle trattative. Washington invece ha sempre preso nettamente le distanze dalle esecuzioni di ufficiali e influencer del nazionalismo russo, a partire dalla bomba letale dell’agosto 2022 contro Darja Dugina, figlia dell’ideologo del nuovo imperialismo.
La competizione tra i due servizi segreti ucraini, quello militare Gur e quello civile Sbu, è sempre stata serrata: una lotta che cerca tramite i raid temerari di aumentare anche il prestigio e l’influenza interna. In questo momento a Kiev crescono le quotazioni del generale Kyrylo Budanov, il glaciale comandante degli 007 delle forze armate che molti indicano come erede di Andrey Yermak nel ruolo di uomo forte della cerchia del presidente Zelensky
Il loro stile non ha nulla di convenzionale e si ispira al modello israeliano: Budanov ostenta sulla scrivania il volume “Alzati e uccidi per primo” di Ronen Bergman che descrive la storia degli omicidi mirati compiuti dallo Stato ebraico.
Lo si capisce dal piano che nell’aprile 2023 è servito per assassinare Vladlen Tatarsky, alias di Maksim Fomin: il blogger che esaltava sui social la Wagner ed Evgenj Prigozin – ancora allineato al Cremlino – è stato ucciso con un ordigno nascosto in una statuetta a sua immagine e somiglianza, consegnata in un pub di San Pietroburgo da una fan, forse ignara della missione.Budanov è esile; ha uno sguardo affilato e sembra il “Dottor Sottile” dello spionaggio. Malyuk invece è tutto muscoli: lo chiamano il “Mastino”, come il cane che gli sta al fianco nel murales dipinto a Kiev.
Allo stesso modo l’Sbu era riuscito a far importare da società di copertura l’esplosivo usato nell’ottobre 2022 per far saltare in aria il viadotto di Kerch che collega Russia e Crimea: l’infrastruttura voluta da Putin che concretizza l’annessione della penisola ucraina occupata nel 2014.
C’è la convinzione che dal 2014 le spie ucraine abbiano costruito una ragnatela di contatti tra le comunità etniche ostili a Mosca e gli oppositori di Putin. Sono pronti ad allearsi con il diavolo, fedeli all’antico proverbio “il nemico del mio nemico è mio amico”.
Hanno chiamato a raccolta gli esuli ceceni, daghestani, georgiani che hanno messo a disposizione i loro referenti rimasti in territorio russo. .
Questo movimento nell’ombra negli ultimi mesi si è data una firma, in modo da creare un fantasma che si aggira per la Russia: “Black Spark”, la Scintilla Nera. Sono misteriosi militanti che incendiano oleodotti, cabine elettriche, ripetitori telefonici, antenne satellitari, scambi ferroviari, auto di ufficiali in tante città diverse
L’omicidio del generale Fanil Sarvarov dimostra la capacità di muoversi indisturbati nella capitale russa. C’è il forte sospetto che la preparazione degli agguati oltre che ad agenti sul campo possa contare su un’altra raccolta di informazioni: la penetrazione cyber nei computer e nelle telecamere di sorveglianza.
Sarebbero riusciti infatti a ottenere gli indirizzi delle abitazioni di figure con incarichi di altissimo rilievo come Igor Kirillov, il comandante dei soldati-scienziati che sviluppano armi chimiche e batteriologiche, impegnati nel realizzare gas tossici come il Novichock usato dal Cremlino per avvelenare gli oppositori all’estero ma anche nel distillare il vaccino Sputnik contro il Covid.
Avrebbero pianificato le trappole esplosive disponendo di informazioni che sembrano prese dall’hackeraggio degli apparati di sorveglianza, che il regime ha installato ovunque nelle metropoli per vigilare sulla popolazione. I tecnici informatici del generale Malyuk lo hanno fatto pure la scorsa settimana: sono entrati nelle telecamere dell’ammiragliato della flotta del Mar Nero, usandole per spiare la base navale di Novorossiysk e pilotare un drone subacqueo che ha gravemente danneggiato un sottomarino lanciamissili. Un contrappasso fenomenale: mutano gli strumenti della repressione putiniana nell’arma per assestare
colpi devastanti al Cremlino.
(da La repubblica)
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Dicembre 23rd, 2025 Riccardo Fucile
MA CHE ANTIDOTO AI NON VOTO, E’ SOLO UN ESPEDIENTE DELLA PROPAGANDA… NEI PAESI DOVE ESISTE, IL NUMERO DEGLI ELETTORI CALA UGUALMENTE
Ignazio La Russa lo dà per scontato. Il referendum sulla riforma costituzionale del
premierato si farà nella prossima legislatura e «si riuscirà a ottenere il risultato che vogliamo», prevede il presidente del Senato alla festa di Atreju. Ma dovrebbe ricordare bene com’è andata vent’anni fa, perché lui c’era. E la storia, com’è noto, ha il brutto vizio di ripetersi.
Anche nel 2006 il referendum sulla riforma costituzionale voluta dal medesimo centrodestra di oggi, ma con Silvio Berlusconi alla guida del governo anziché Giorgia Meloni, si tenne nella legislatura successiva. La maggioranza che l’aveva approvata era uscita sconfitta dalle elezioni e gli elettori bocciarono anche la sua riforma. Andò a votare più del 50 per cento e i «no» superarono il 60. Quella riforma introduceva una specie di premierato simile per certi versi a quello di oggi rafforzando notevolmente i poteri del presidente del Consiglio. Con in più l’eliminazione del bicameralismo perfetto, riproposta da Matteo Renzi dieci anni dopo, ma bocciato dal referendum del dicembre 2016, e il taglio del numero dei parlamentari poi riproposto dai grillini e stavolta approvato dal referendum dell’autunno 2020. Per completezza d’informazione, la riforma del centrodestra di Berlusconi venne sconfitta in tutte le Regioni tranne Lombardia
e Veneto.
Certo, era un’Italia diversa. Così diversa da risultare, per la partecipazione alla politica dei cittadini, irriconoscibile. Alle elezioni politiche della primavera 2006 votò l’81,2 per cento degli aventi diritto: 40,4 milioni, italiani all’estero compresi. A settembre del 2022 ha votato appena il 60,5 per cento, quasi 21 punti in meno: in tutto 30,7 milioni. In 16 anni sono andati perduti 10 milioni di elettori, un quarto di chi aveva votato nel 2006. E per dire quanto il Paese sia cambiato, fra il 2006 e il 2022 il numero dei nostri connazionali che votano all’estero è più che raddoppiato, da 2 milioni 707.382 a 4 milioni 743.980. A testimoniare il ritmo con cui è ripresa l’emigrazione.
Dunque se è scontato, come dice La Russa, che il referendum costituzionale si farà la prossima legislatura, sempre che la maggioranza riesca a completare il percorso parlamentare fermo ormai da un anno e mezzo, il risultato, invece, scontato non è affatto. E lo sa bene pure chi su quella riforma ha puntato tutto, cioè la premier. Mai prendere con sufficienza le parole del sottosegretario alla presidenza Giovanbattista Fazzolari, per Giorgia Meloni l’uomo «più intelligente che abbia conosciuto», e quindi suo prezioso consigliere. Ecco il suo piano, spiattellato giusto poche ore dopo le elezioni regionali del 23 novembre: «Il referendum con ogni probabilità si terrà nella prossima legislatura, a quel punto sarebbe bene avere una legge elettorale che rispecchi quella che dovrà essere adottata con la forma del premierato. Credo che il sistema per sindaci o Regioni, dove l’elettore sa chi sarà a guidare il governo, è il modello. Un proporzionale con premio di maggioranza e indicazione del
presidente del Consiglio». Potrebbe essere un modo, sostiene Fazzolari, anche «per interessare chi non fa politica». O chi ha smesso di votare. Il succo? Se non passa il premierato per riforma costituzionale, passerà con legge elettorale.
La tesi secondo cui l’elezione diretta del capo sia «un antidoto all’astensionismo», come afferma la ministra delle Riforme Maria Elisabetta Alberti Casellati, è una delle argomentazioni principali dei sostenitori del premierato. Anche se l’esperienza dice esattamente il contrario. L’elezione diretta del capo in Italia è già stata introdotta dal 1993, per i Comuni, e dal 1999 per le Regioni. E in tutte le elezioni comunali e regionali più recenti l’astensionismo è cresciuto ancora più che nelle elezioni politiche generali. Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri è stato eletto nel 2021 al secondo turno con un’affluenza del 40,68 per cento. Dieci punti in meno rispetto al 2016, quando fu eletta Virginia Raggi, quasi 23 in meno rispetto al 2008 (Gianni Alemanno) e 34 in meno rispetto al 1997 (Francesco RutelliPer non parlare delle ultime elezioni regionali. In vent’anni e quattro tornate, l’affluenza in Campania è scesa di oltre 23 punti, dal 67,69 al 44,1 per cento; in Veneto è calata di oltre 27 punti, dal 72,43 al 44,65 per cento: in Puglia, di quasi 29, dal 70,49 al 41,83 per cento.
Al crollo del numero dei votanti si è accompagnata ovviamente l’emorragia dei consensi per i singoli partiti. In confronto al picco massimo di voti raggiunto alle politiche del 2022, Fratelli d’Italia ne ha persi alle ultime Regionali più di 165 mila in Campania, circa 160 mila in Puglia e più di mezzo milione in Veneto, dove il partito della premier è sceso da 821.620 a
312.839 preferenze. Sempre rispetto al picco massimo, toccato questa volta alle Europee del 2019, la Lega di Matteo Salvini ha ceduto 297 mila voti in Campania, 309 mila in Puglia e ben 627 mila in Veneto, il suo maggiore bacino elettorale. Non è andata meglio al Partito democratico, che in confronto al record delle Europee 2014 ha perduto 206 mila preferenze in Puglia, 462 mila in Campania e 622 mila in Veneto. Nulla di paragonabile, tuttavia, al disastro del Movimento 5 stelle che rispetto alle Politiche del 2018 ha perso 660 mila voti in Veneto, più di 885 mila in Puglia e un milione 300 mila in Campania dove aveva fatto il pieno promettendo il reddito di cittadinanza.
E se nel 2021 Giorgia Meloni diceva che «quando c’è un astensionismo intorno al 50 per cento non è una crisi della politica, ma della democrazia», una volta al governo ha ammesso nella sua rubrica social che si tratta invece di «una sconfitta della politica» (19 febbraio 2023). Che perciò difficilmente si può curare cambiando le regole della democrazia. Bensì riportando la politica alla sua funzione, perduta ormai da troppo tempo. Ma di questo problema i partiti non si curano, mentre cresce in silenzio in Italia un premierato strisciante.
Lo spiega bene nel suo saggio “Capocrazia”, pubblicato nel 2024 per i tipi della Nave di Teseo il costituzionalista Michele Ainis. Raccontando come negli anni più recenti il governo «si sia sostituito al Parlamento, usurpandone i poteri». E «all’interno del governo si è via via gonfiato il ruolo del presidente del Consiglio, benché l’articolo 95 della Costituzione gli attribuisca unicamente funzione di direzione e coordinamento dei ministri».
Sostiene Ainis che la deriva è cominciata negli anni Novanta, a cavallo della crisi della cosiddetta prima Repubblica. Con l’abuso del decreto legge, strumento che i costituenti avevano pensato per i soli casi di vera estrema urgenza. Va però detto che la cattiva abitudine era iniziata già prima. Nel 1987, anno dell’ultimo governo di Bettino Craxi che dopo le elezioni politiche di giugno passò il testimone a Giovanni Goria, si sfornarono la bellezza di 163 decreti legge. Niente, però, in confronto a un altro anno elettorale, il 1996, diviso a metà fra Lamberto Dini e Romano Prodi, quando la bulimia della decretazione raggiunse il massimo di 362 decreti legge in 365 giorni.
L’abuso dei decreti ha ridotto il ruolo del Parlamento a una semplice funziona notarile di ratifica delle decisioni prese a palazzo Chigi dal presidente del Consiglio e dai suoi ministri. Ulteriormente mortificato, quel ruolo costituzionale, grazie ad altri meccanismi escogitati dalla politica per aggirare il detto costituzionale, come sottolinea Ainis. Per esempio il ricorso sempre più frequente alle leggi delega, con cui il Parlamento firma al governo delle cambiali in bianco. Succede regolarmente con le riforme di sistema, dall’anticorruzione al fisco. Soprattutto, c’è l’utilizzo sistematico al voto di fiducia, che di fatto ha abolito perfino la possibilità di discutere nell’assemblea dei nostri rappresentanti il merito dei provvedimenti dell’esecutivo. Non è forse già questo un surrogato del potere assoluto di palazzo Chigi?
Sergio Rizzo
(da lespresso.it)
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Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
PREVEDE IL PARACADUTE PER I DATORI DI LAVORO CHE SOTTOPAGANO I DIPENDENTI: NON SARÀ TENUTO A CORRISPONDERE LA DIFFERENZA NEL CASO “CI SIANO ATTENUTI AGLI STANDARD DI ALCUNI CONTRATTI COLLETTIVI”. INSORGE L’OPPOSIZIONE: “ENNESIMA VERGOGNA CONTRO I LAVORATORI POVERI”
Gli imprenditori che, sulla base di quanto stabilito dai giudici, non pagano adeguatamente i propri lavoratori, non saranno tenuti a corrispondere la differenza nel caso si siano comunque attenuti agli standard di alcuni contratti collettivi. Lo prevede una modifica alla manovra approvata in commissione al Senato e contenuta nel testo all’esame dell’Aula.
Si tratta di casi in cui, secondo i giudici, il trattamento economico non sia conforme “ai princìpi” dell’articolo 36 della Costituzione sulla retribuzione proporzionata. Il dossier del Servizio Studi del Parlamento chiede quindi che “si valuti l’opportunità di chiarire, in relazione all’orientamento giurisprudenziale suddetto, la portata giuridica di tali riferimenti”.
“In questa manovra non c’è nulla sui salari ma addirittura, a notte fonda, la maggioranza ha approvato un emendamento che già in passato avevamo bloccato dopo una battaglia serratissima. Una norma secondo cui tutti i lavoratori che hanno ottenuto delle sentenze in cui è scritto che i loro salari non rispondono ai criteri di dignità sanciti dall’art. 36 della Costituzione non avranno più diritto gli arretrati.
FdI, Lega e FI hanno colpito ancora una volta i più deboli, i lavoratori più poveri e fragili. Tra l’altro, il tutto avviene con un emendamento ordinamentale. Torneremo a dare battaglia contro questa ennesima vergogna”. Così la capogruppo del M5S in 10a commissione al Senato e vicepresidente di Palazzo Madama Mariolina Castellone.
“Non solo non vogliono il salario minimo e aumentano senza ammetterlo l’età pensionabile, ma privano anche i lavoratori e lelavoratrici delle retribuzioni dovute, cercando di far passare emendamenti nella manovra che, invece di aumentare tutele e diritti, ne tolgono”.
Così Chiara Gribaudo, vicepresidente del Partito Democratico. “È il caso – aggiunge – delle disposizioni in materia di accertamento giudiziale dell’applicazione degli standard retributivi previsti dai contratti collettivi di lavoro, introdotte con l’emendamento 7.9 del testo che il Senato si appresta a votare. Il partito di Giorgia Meloni aveva provato già in estate, con il decreto Ilva, a inserire una misura simile, ma le opposizioni erano riuscite a fermarla”.
“Ora – conclude – ripropongono, in fretta e furia e con metodi del tutto svilenti per il ruolo del Parlamento, un cambiamento che avrebbe degli effetti decisamente negativi. Farebbe sì che, nel caso in cui il giudice dichiari insufficiente la retribuzione prevista dal Ccnl applicato, il lavoratore o la lavoratrice non abbia diritto a tutti gli ‘arretrati’ ma solo a quelli dovuti dopo la proposizione del ricorso. Una vergogna che è già approvata in Commissione e che, nel silenzio generale, potrebbe cambiare, in peggio, le condizioni di lavoro di molte e molti” conclude Gribaudo.
“Dentro la Manovra il governo ha infilato di nascosto una norma che cambia in peggio la vita di migliaia di lavoratori. È la stessa misura che Fratelli d’Italia aveva già tentato di far passare nei mesi scorsi e che era stata fermata grazie alla battaglia del M5S e delle altre opposizioni. Hanno avuto il coraggio di ripescarla approfittando della confusione in commissione Bilancio al Senato”. Lo dichiara in una nota la Deputata del M5S Chiara Appendino.
“Con questa scelta, se un giudice accerta che un salario non rispetta l’art. 36 della Costituzione, il lavoratore non potrà più recuperare quanto gli è stato ingiustamente tolto negli anni precedenti. È un messaggio devastante: puoi sottopagare e violare la legge senza pagare il conto. È l’ennesima prova – conclude – di una destra che umilia chi lavora. Noi non lo accetteremo e continueremo a contrastare ogni tentativo di svuotare la Costituzione e i diritti conquistati con fatica”.
(da agenzie)
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Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
I GIUDICI CONTABILI AVRANNO SOLO TRENTA GIORNI PER CONTROLLARE ATTI E APPALTI CHE RIGUARDANO SPESSO MILIONI DI INVESTIMENTI (COME IL PNRR E I FONDI EUROPEI). SE IL PARERE NON ARRIVA IN TEMPO, SCATTA IL SILENZIO-ASSENSO E L’ESENZIONE DALLA COLPA GRAVE E DAL DANNO ERARIALE ,,, LA PROTESTA DELLE TOGHE: “IN NOME DELLA SEMPLIFICAZIONE, SI APRONO SCENARI DI ILLEGALITÀ DIFFUSA E DI INEFFICIENZA”
Trenta giorni: è questo lo spazio della legalità nella nuova riforma della Corte dei conti
che il Parlamento si appresta ad approvare. Trenta giorni per controllare atti che valgono decine di miliardi di euro, almeno 100 miliardi tra Pnrr e fondi europei.
Se il parere non arriva in tempo, scatta il silenzio-assenso e con lui l’esenzione dalla colpa grave e dal danno erariale.
Questo fine legislatura regalerà all’Italia una nuova Corte dei conti: il Senato il 27 discuterà per approvarla la riforma fortemente voluta dal governo Meloni e che di fatto stravolge il più antico presidio di legalità del paese (pensato da Cavour,
venne istituito nel 1862 dal governo Rattazzi «perchè vigilasse sulle amministrazioni per prevenire ed impedire sperperi e cattive gestioni»)
Una riforma che, in nome della semplificazione, aprirà «scenari di illegalità diffusa e di inefficienza» hanno denunciato i magistrati contabili in questi mesi, sempre inascoltati.
Il rischio è sistemico. Su almeno 100 miliardi di euro di appalti Pnrr potrebbe scattare il silenzio-assenso, rendendo di fatto impossibile contestare danni erariali anche in presenza di scelte macroscopicamente sbagliate. Un problema anche per il rispetto degli impegni europei, proprio mentre l’Italia è il paese con il maggior numero di indagini sui fondi comunitari
La riforma interviene anche sull’assetto interno della Corte. Mentre sulla magistratura ordinaria si spinge sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri nella magistratura contabile si va in una direzione che sembra opposta. La norma prevede infatti un’unificazione delle funzioni di controllo e giurisdizione e la soppressione dei procuratori generali regionali concentrano il potere in poche mani.
Un solo procuratore generale dovrà vagliare gli atti di citazione, con il rischio concreto di rallentare o bloccare l’azione contro amministratori e funzionari. In questo quadro, il presidente della sezione regionale unificata assume un ruolo decisivo. Sarà lui a stabilire quali atti sottoporre a controllo e quali lasciare scivolare verso il silenzio-assenso. Una discrezionalità enorme, che incide direttamente sulla possibilità di accertare responsabilità e recuperare risorse pubbliche disperse o sperperate.
Sul giudizio di responsabilità, la riforma introduce poi un tetto massimo al risarcimento pari al 30 per cento del danno contestato. Una soglia che, nella pratica, rischia di diventare un incentivo all’illecito. In regioni come Calabria, Sicilia e Campania circa il 30 per cento delle citazioni riguarda frodi ai fondi europei in agricoltura e turismo, spesso commesse da soggetti privati. Se a fronte di un danno da un milione di euro il risarcimento massimo è di 300 mila, la deterrenza evapora.
Chi sbaglia quindi paga meno, molto meno. I magistrati contabili lo dicono in modo netto: «Con questa riforma» ha denunciato l’Associazione nazionale dei magistrati della Corte con una lettera aperta alla premier nell’aprile scorso, si «svilisce la funzione giurisdizionale» e si indebolisce il principio di responsabilità che aveva una funzione preventiva prima ancora che punitiva: chi rompe, paga. Ora non sarà così scontato.
(da agenzie)
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Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
NEL VILLAGGIO DI HRABOVSKE, L’ESERCITO DI MOSCA HA PRELEVATO 50 NONNINE DALLE LORO CASE E LE HA PORTATE IN RUSSIA. E NESSUNO SA DOVE SI TROVINO,TRA I RAPITI C’E’ UNA SIGNORA DI 89 ANNI
Il ratto delle anziane si è compiuto nella notte tra il 19 e il 20 dicembre, quando le truppe russe erano nel villaggio di Hrabovske già da qualche ora. I soldati della 36esima brigata mandati da Mosca hanno oltrepassato il confine della regione di Sumy e sono andati casa per casa, prelevando più di 50 persone, quasi tutte signore di una certa età, e portandole nella Federazione Russa. Non si sa dove siano. «Forse sono nei campi di filtraggio nemici», è la voce che circola nei villaggi attorno a Hrabovske, ormai svuotato dei suoi ultimi abitanti.
Hrabovske è un borgo di povere abitazioni di campagna che ha la caratteristica di trovarsi proprio sul confine con la regione russa di Belgorod. Non è l’unica sfortuna: è in una posizione strategica, dista appena dieci chilometri dalla autostrada R45 Sumy-Kharkiv usata dalle forze armate ucraine per posizionare mezzi e pezzi di artiglieria a ridosso della frontiera.
Hanno preso tutti i civili che avevano deciso di rimanere a
Hrabovske nonostante l’ordine di evacuazione emanato dalle autorità militari: avevano tutti firmato il documento che solleva il governo di Kiev da ogni responsabilità. Di solito sono i filo-russi a non abbandonare i villaggi investiti dal fronte, perché attendono l’arrivo delle truppe di Mosca. In questo caso, data l’età (uno dei rapiti ha 89 anni), è probabile che si tratti di donne e uomini che non avevano né la forza di andare altrove, né la voglia di cercare un altro posto dove vivere.
Dato l’elevato rischio di rapimento nei villaggi della regione di Sumy vicini al confine, Zelensky ha dato l’ordine di procedere all’evacuazione coatta su mezzi blindati di tutti i 5.700 abitanti, tra cui 38 bambini, che finora si sono rifiutati di sfollare. La Croce Rossa e i volontari dell’unità White Angels hanno già trasferito un quarto degli abitanti, il resto è ancora a casa.
Ulteriori movimenti di fanteria russa sono segnalati nelle fattorie di Ryasne, non lontano da Hrabovske. Lo Stato maggiore ha inoltre aggiunto che, a causa dell’offensiva delle truppe nemiche, le Forze di difesa ucraine si sono ritirate da diverse posizioni, dove sono attualmente in corso operazioni di stabilizzazione. Secondo il difensore civico Dmytro Lubinets, gli illegalmente deportati sono stati trattenuti in isolamento e in condizioni difficili, per poi essere trasferiti in Russia. Nessuno di loro ha avuto modo di contattare i parenti.
(da agenzie)
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Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
“HA DECISO DI ARRUOLARSI NEL FRONTE DEL NEMICHETTISMO PUR DI NEGARE LA FORZA DEI FATTI E DEI NUMERI. DOPO AVER CONFIDATO A SUO TEMPO CHE AVEVA RIFIUTATO L’ONORE DI DIVENTARE IL MINISTRO DELLA CULTURA DEL GOVERNO MELONI, OGGI SVERSA SU DI NOI LA BILE NERA DI CUI TRABOCCA IL SUO ANIMO RICOLMO DI CIECO RIMPIANTO”… PARLA PROPRIO GIULI CHE SCRISSE UN LIBRO CONTRO LA DESTRA DI GOVERNO
Polemica a destra. Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli se la prende con Marcello
Veneziani: “Consentitemi di esprimere una dose omeopatica di contravveleno nei confronti di chi, da sinistra o da una sempre più presunta destra, ha deciso di arruolarsi nel fronte del nemichettismo pur di negare la forza dei fatti e dei numeri; invece di incoraggiarci o almeno di giudicare con equanimità”, ha detto il ministro nel messaggio inviato alla presentazione del rapporto “Ales verso il 2026 – Report annuale: risultati e prospettive future” in corso a Palazzo Montecitorio.
Giuli ha proseguito: “A tale riguardo, una dose di vaccino anti nemichettista la inoculiamo volentieri nella pelle esausta del vecchio amico Marcello Veneziani: egli, dopo aver confidato a suo tempo che aveva rifiutato l’onore di diventare il ministro della Cultura del governo Meloni, oggi sversa su di noi la bile nera di cui trabocca evidentemente il suo animo ricolmo di cieco rimpianto.
Si rassereni: nello sciagurato giorno in cui il nemichettismo dovesse espugnare Palazzo Chigi, il nostro ex consigliere Rai in quota An (per tacer d’altro) sarà senz’altro premiato honoris causa. Buone festività”.
Ieri Veneziani, in un editoriale su La Verità dal titolo “Sta meglio la Meloni che la destra al governo”, aveva scritto: “Da quando è al governo la destra non è cambiato nulla nella nostra vita di italiani, di cittadini, di contribuenti e anche in quella di ‘intellettuali’, di ‘patrioti’ e di uomini ‘di destra’. Tutto è rimasto come prima, nel bene, nel male, nella mediocrità generale e particolare. E perdura anche il clima di intolleranza e censura verso le idee che non rientrano nel mainstream. Non saprei indicare qualcosa di rilevante che segni una svolta”.
(da Repubblica)
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Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
“NON SIAMO PICCOLI GIARDINIERI INTENTI A CURARE IL PROPRIO ORTO, MA SIAMO DISCEPOLI E TESTIMONI DEL REGNO DI DIO, CHIAMATI AD ESSERE IN CRISTO LIEVITO DI FRATERNITÀ UNIVERSALE”
“L’amarezza a volte si fa strada anche tra di noi quando, magari dopo tanti anni spesi al servizio della Curia, notiamo con delusione che alcune dinamiche legate all’esercizio del potere, alla smania del primeggiare, alla cura dei propri interessi, non stentano a cambiare. E ci si chiede: è possibile essere amici nella Curia Romana?”. Lo dice il Papa.
“Nella fatica quotidiana, è bello quando troviamo amici di cui poterci fidare, quando cadono maschere e sotterfugi, quando le persone non vengono usate e scavalcate, quando si riconosce a ciascuno il proprio valore e competenza, evitando di generare insoddisfazioni e rancori”.
Leone ha indicato come “compiti quanto mai urgenti ad intra e ad extra”, “missione e comunione”. “Ad intra – ha spiegato -, perché la comunione nella Chiesa rimane sempre una sfida che ci chiama alla conversione”, “noi siamo la Chiesa di Cristo, siamo le sue membra, il suo corpo. Siamo fratelli e sorelle in Lui” e “pur essendo molti e differenti, siamo una cosa sola”, ha aggiunto citando il suo motto, “In Illo uno unum”.
“Siamo chiamati anche e soprattutto qui nella Curia – ha sferzato Leone -, ad essere costruttori della comunione che chiede di prendere forma in una Chiesa sinodale, dove tutti collaborano e cooperano alla medesima missione, ciascuno secondo il proprio carisma e il ruolo ricevuto”.
“Ma questo – ha avvertito – si costruisce, più che con le parole e i documenti, mediante gesti e atteggiamenti concreti che devono manifestarsi nel nostro quotidiano, anche nell’ambito lavorativo. C’è una conversione personale che dobbiamo desiderare e perseguire, perché nelle nostre relazioni possa trasparire l’amore di Cristo che ci rende fratelli. Questo diventa un segno anche ad extra – ha sottolineato Prevost -, in un mondo ferito da discordie, violenze e conflitti, in cui assistiamo anche a una crescita di aggressività e di rabbia, non di rado strumentalizzate dal mondo digitale come dalla politica”.
“Il Natale – ha detto quindi – reca con sé il dono della pace e ci invita a diventarne segno profetico in un contesto umano e culturale troppo frammentato. Il lavoro della Curia e quello della Chiesa in generale va pensato anche in questo orizzonte ampio: non siamo piccoli giardinieri intenti a curare il proprio orto, ma siamo discepoli e testimoni del Regno di Dio, chiamati ad essere in Cristo lievito di fraternità universale, tra popoli diversi,
religioni diverse, tra le donne e gli uomini di ogni lingua e cultura. E questo avviene se noi per primi viviamo come fratelli”.
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Dicembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
L’OBIETTIVO È DI “INFILARLO” NEL DDL PER LA RIFORMA DEL TESTO UNICO DELL’EDILIZIA, UNA PATETICA MOSSA PER SCAVALCARE SALVINI, CHE HA FATTO DEI CONDONI SULLE CASE UNO DEI SUOI CAVALLI DI BATTAGLIA
L’espediente è un ordine del giorno alla manovra. Recita così: «Impegna il governo ad
adottare» il nuovo condono edilizio «nel primo provvedimento utile». Il contenitore è stato già individuato: il disegno di legge per la riforma del Testo unico dell’edilizia, approvato dal consiglio dei ministri e ora in attesa
del via libera del parlamento.
«Sarebbe la soluzione ideale», spiega Lucio Malan, capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato. In realtà il partito di Giorgia Meloni preferirebbe una corsia più veloce, quella garantita dal decreto legge, ma il rischio – spiegano fonti interne – è incorrere in un richiamo del Colle per l’assenza del requisito dell’urgenza che è il presupposto del decreto.
Poco male – ragionano i parlamentari di FdI – l’importante è salire sul primo treno utile. E contenderlo a Matteo Salvini. La sfida non si limiterà all’irruzione nel testo sull’edilizia […]
Si arricchirà di una serie di provvedimenti che puntano a ridisegnare il Piano casa, un altro cavallo di battaglia del leader della Lega. Il menù è pronto: il recupero del patrimonio pubblico, dalle caserme dismesse alle scuole chiuse, fino allo sgombero degli immobili occupati. Arriverà anche una campagna sugli sfratti.
Prima il condono. La mossa è stata allestita in risposta agli assalti dei leghisti alla legge di bilancio che stamattina inizierà il suo iter nell’aula di Palazzo Madama. Il via libera domani, con il lucchetto del voto di fiducia. Poi la corsa alla Camera, dove l’ok definitivo è in calendario il 30 dicembre.
(da agenzie)
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