Dicembre 21st, 2025 Riccardo Fucile
AL CARROCCIO SAPEVANO BENISSIMO DELLE MISURE, NECESSARIE PER FINANZIARIE I FONDI ALLE IMPRESE. EPPURE HANNO MESSO IN SCENA UN TEATRINO CON TANTO DI IMPROBABILE MINACCIA DI USCIRE DAL GOVERNO
Giancarlo Giorgetti non è mai stato noto per le uscite avventate. Per questo non è difficile capire perché il ministro dell’Economia sia rimasto sorpreso di fronte alla levata di scudi all’interno del suo partito, la Lega, per alcune delle ultime coperture inserite in legge di Bilancio.
In particolare, l’allungamento in prospettiva delle cosiddette «finestre mobili» per le pensioni: il periodo fra il momento in cui si maturano i requisiti contributivi per il ritiro e l’effettiva decorrenza dell’assegno di quiescenza.
Nel tentativo di trovare altri 3,6 miliardi per far quadrare i conti, il ministero dell’Economia nelle ultime settimane aveva lavorato ad allungare le finestre oltre i tre mesi attuali (a partire dai prossimi anni). Giorgia Meloni sarebbe stata d’accordo.
Ma soprattutto, prima di affacciare nel maxiemendamento alla legge di Bilancio un’ipotesi simile, il ministero dell’Economia aveva vagliato anche la Lega.
Del partito Giorgetti è numero due ed è il primo a conoscerne la delicatezza degli equilibri, specie sui temi previdenziali. Per
questo i tecnici dell’Economia hanno discusso, fra gli altri interlocutori, anche con gli uffici del partito del ministro. Il progetto sull’allungamento delle finestre si è affacciato in legge di Bilancio solo dopo.
È lì che sono arrivati gli interventi polemici di vari esponenti leghisti negli ultimi giorni, che hanno costretto Giorgetti e il governo alla marcia indietro. «Tutti avevano visto tutto, non scherziamo» è uno dei commenti che arrivano da via XX Settembre in queste ore. «Quello sulle pensioni non può essere certo un provvedimento arrivato all’improvviso — si aggiunge —. Il lavoro andava avanti da un pezzo».
Giorgetti stesso, con la manovra aperta in Parlamento, non ha alimentato tensioni. Con chi gli ha chiesto se pensa a dimettersi, è stato sintetico: «È la ventinovesima legge di Bilancio che faccio e so perfettamente come funziona fra Parlamento, commissione (parlamentare, ndr ) e le proposte del governo — ha detto —. A me interessa il prodotto finale, crediamo di aver fatto delle cose giuste».
Il punto è capire le ragioni di un cortocircuito così plateale. E cosa ha indotto il ministro a intervenire come ha fatto negli ultimi giorni, visto il percorso della legge di Bilancio almeno da ottobre scorso.
La produzione industriale ha segnato contrazioni per 32 mesi — rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente — su 36 mesi del governo Meloni (l’industria pesa per il 27% dell’occupazione in Italia). Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha iniziato a incalzare Giorgetti malgrado la buona salute dei conti: «Non ci serve un ministro da copertina
In incontri privati in autunno alcuni rappresentanti del mondo delle imprese hanno sottolineato al ministero dell’Economia che con dicembre scadevano varie forme di sgravio: Transizione 5.0, Industria 4.0 e gli sgravi della Zona economica speciale del Mezzogiorno (anche se Giorgetti in cuor suo pensa che troppi nel Paese siano spesso a caccia di aiuti pubblici).
Non solo. Fra gennaio e ottobre del 2025 — stima il professor Massimo Beccarello dell’Università Milano-Bicocca — il costo della materia prima elettrica è stato dell’85,6% superiore alla media dei principali Paesi europei
Poi a inizio novembre un decreto del ministero delle Imprese ha tagliato di colpo di circa 4 miliardi di euro gli incentivi di Transizione 5.0, con la revisione del Piano nazionale di ripresa (Pnrr). I fondi sono andati ad assorbire altri costi già presenti nella finanza pubblica. Migliaia di imprese indebitatesi in vista degli incentivi hanno protestato e Adolfo Urso, ministro delle Imprese, ha risposto promettendo che tutte le prenotazioni di sgravi presentate entro l’anno sarebbero state soddisfatte.
Ma questo impegno ha portato ad ancora più richieste, al punto che adesso Giorgetti si è trovato con un onere in più previsto ora di 1,3 miliardi che andrà finanziato fuori dal Pnrr: con fondi nazionali. Il ministro, non senza una certa irritazione dei suoi, ha cercato nuove risorse anche per questo.
(da “Corriere della Sera”)
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Dicembre 21st, 2025 Riccardo Fucile
MATTARELLA HA FATTO CAPIRE CHE SAREBBE STATO INOPPORTUNO E FORSE ANCHE INCOSTITUZIONALE PRESENTARE UN DECRETO DI BILANCIO CON LA FINANZIARIA APERTA…NELLA FIGURACCIA HANNO MESSO LO ZAMPINO I SOTTOSEGRETARI MANTOVANO E FAZZOLARI
La (quasi) crisi di governo sulla Manovra di bilancio può dirsi alle spalle. Le fortissime
tensioni che hanno portato la maggioranza a un passo dal burrone si sono faticosamente allentate.
Ore di nervosismo e di contatti elettrici tra Palazzo Chigi, via XX Settembre, Palazzo Madama e il Quirinale. Uno psicodramma tutto interno alla coalizione di governo, che in parte è andato in scena venerdì dietro le quinte dei saloni seicenteschi del Colle più alto, prima e dopo il discorso di Sergio Mattarella alle alte cariche dello Stato.
Già, perché è toccato al presidente scongiurare il «blitz» con cui il governo aveva provato a scavalcare per decreto le lacerazioni tra i big della Lega e la minaccia di dimissioni di Giancarlo Giorgetti. I meloniani ammettono che l’inquilino del Quirinale si è fatto informalmente sentire, «in maniera collaborativa e non impositiva».
Se ha respinto l’idea partorita tra Mef e Ragioneria di un decreto ad hoc che contenesse le norme della discordia lo ha fatto, raccontano, per questioni «tecniche, politiche, giuridiche e costituzionali e non per rompere le scatole al governo». Le fonti chiedono l’anonimato e c’è da capirle. La tanto sbandierata stabilità ha vacillato nella notte di giovedì, quando la premier a Bruxelles stava chiusa con i leader dell’Europa a combattere su asset russi e Mercosur.
A tarda sera la Lega di rito salviniano parte all’attacco delle coperture identificate dal ministro dell’Economia, Giorgetti. Il Carroccio si spacca, Meloni è però irraggiungibile. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, chiama il sottosegretario leghista Federico Freni e poi il sottosegretario a Palazzo Chigi, Alfredo Mantovano, che a sua volta sente Giovanbattista Fazzolari e il capo di Gabinetto, Gaetano Caputi. Con quale stoffa rattoppare il buco e placare l’ira di «Giorgia»?
L’ideona che vien fuori è stralciare le parti sulle pensioni che la Lega contesta e scrivere a tempo di record un decreto, ma serve il via libera del Quirinale. È un azzardo, visto anche il noto disagio del presidente e dei suoi collaboratori per la sciatteria con cui tante leggi sono scritte e il ricorso sistematico alla decretazione d’urgenza, in barba all’articolo 77 della Costituzione.
Venerdì mattina, con la bozza del decreto sul tavolo, il «pontiere» Mantovano cerca il segretario generale del Quirinale, Ugo Zampetti. Passa qualche ora e il responso degli uffici giuridici e legislativi è un vigoroso no, che nel governo spiegano così: «Il presidente ha fatto capire che sarebbe stato inopportuno e forse anche incostituzionale presentare un decreto di bilancio, con la Finanziaria aperta».
Se avesse forzato e tirato dritto su una strada che non ha precedenti, la maggioranza si sarebbe esposta a possibili ricorsi e conflitti, anche con la Consulta. Insomma, un decreto che contenesse stralci di manovra e la mettesse a rischio poteva essere «pericoloso per il sistema».
Al Quirinale sdrammatizzano e non confermano, ma secondo voci parlamentari anche di questo avrebbero parlato (sottovoce) Mattarella, Meloni, Tajani e Salvini a margine del brindisi del presidente con le alte cariche.
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Dicembre 21st, 2025 Riccardo Fucile
“IL FOGLIO”: “IL PENSIERO VA SOPRATTUTTO A GIOVANNI FLORIS E CORRADO FORMIGLI. OGNI TANTO È UTILE METTERSI ALLO SPECCHIO E DOMANDARSI SE “LA MIA FUNZIONE È DIVENTATA QUELLA DI PORGERE UN MICROFONO A PERFETTI CIALTRONI, PATACCARI E MITOMANI SPESSO SENZ’OMBRA DI CONTRADDITTORIO? È QUESTO IL MIO MESTIERE?”
Mi auguro che qualcuno colga l’occasione offerta dall’intervista di Adnkronos al professore Federigo Argentieri, dimissionario da Limes, sulla “nube tossica mediatica” che avvolge la guerra in Ucraina e sulle redazioni televisive che aspettano il prime time per alluvionare il pubblico di panzane.
Il mio pensiero va soprattutto ai conduttori dei talk-show. A Giovanni Floris, che abbiamo imparato ad apprezzare vent’anni fa per il suo visino pulito e paffuto da primo della classe e il suo curriculum impeccabile da beneducato rampollo dell’università liberale e dell’informazione europeista; o a Corrado Formigli, l’allievo di Michele Santoro che sembrava voler seguire in tutto il maestro salvo che nella compiaciuta mascalzoneria, e che era meno appesantito dalla catena antica di solidarietà e ostilità ideologiche che rendono sempre così prevedibile l’autore di Samarcanda. Su Bianca Berlinguer e altri osserverò un caritatevole silenzio.
Sono anni, in qualche caso decenni, che li vediamo ogni settimana sugli schermi, e loro probabilmente sono convinti in buona coscienza di fare sempre lo stesso mestiere. Ma l’abitudine obnubila, e ogni tanto è utile mettersi allo specchio; magari allo specchio di una trasmissione dei loro esordi.
Com’è possibile, potrebbero domandarsi, che di concessione in concessione, di accomodamento in accomodamento, la mia funzione è diventata quella di porgere un microfono a perfetti cialtroni, pataccari, mestatori e mitomani in un tripudio di applausi, spesso senz’ombra di contraddittorio? Creare una “nube tossica” fa bene alla salute dell’informazione democratica? È questo il mio mestiere? E soprattutto: è questo che volevo?
(da “il Foglio”)
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Dicembre 21st, 2025 Riccardo Fucile
SORGI: “DA TEMPO NON ACCADEVA CHE UN PARTITO DELLA MAGGIORANZA DIVENTASSE INCONTROLLABILE IN PARLAMENTO, COSTRINGENDO LA PREMIER A PRECIPITARSI DA BRUXELLES PER CONVOCARE UN VERTICE DI COALIZIONE, E IL GOVERNO IN SOSTANZA A FARE MARCIA INDIETRO SUI PROVVEDIMENTI ADOTTATI”
No, davvero non si capisce cosa abbia da festeggiare la Lega al Senato, il “ritorno al
celodurismo”, l’aver costretto il governo a un braccio di ferro sulle nuove norme sull’età pensionabile che dovrebbero scattare tra sei anni (e intanto però dovrebbero garantire la costanza di un percorso di risanamento).
Eppure anche questo s’è dovuto vedere a Palazzo Madama: il capogruppo Romeo che minacciava il ministro leghista dell’Economia Giorgetti, avvertendolo che avrebbe fatto uscire dall’aula della commissione i parlamentari del Carroccio, facendo mancare la maggioranza, quando appunto la legge di stabilità ha le ore contate per essere approvata prima della pausa di fine anno ed evitare il ricorso all’esercizio provvisorio.
Ma da tempo non accadeva che un partito della maggioranza diventasse incontrollabile in Parlamento, costringendo la premier Meloni a precipitarsi da Bruxelles per convocare un vertice di coalizione, e il governo in sostanza a fare marcia indietro sui provvedimenti adottati.
E sarà pure vero che il Parlamento esiste per questo e Meloni e Giorgetti non potessero aspettarsi che senatori convocati all’ultimo momento (questo sì, come tutti gli anni), si rassegnassero a fare i passacarte, alzando la mano in segno di condivisione tutte le volte che l’esecutivo lo chiedeva.
Una rivolta in piena regola dei senatori, che non può essere attribuita al senso di frustrazione di parlamentari in attesa da mesi di poter esercitare il proprio ruolo. Piuttosto, lo si è capito benissimo dalla serie di dichiarazioni snocciolate da Salvini già a margine del vertice europeo, una precisa svolta impressa dal vicepresidente del consiglio, oltre che leader del Carroccio, alla politica del suo partito nei confronti del governo.
C’è chi dice che potrebbe trattarsi del primo assaggio; e il secondo sarebbe in arrivo con la discussione sul decreto per gli aiuti all’Ucraina, in cui la Lega vorrebbe che fosse scritto a chiare lettere che non si tratterà solo di armi, ma anzi sempre meno di armi. Perché, dice Salvini, occorre prendere atto che lo scenario della guerra in Ucraina sta cambiando. In cosa, per ora, se ne accorge solo lui.
Marcello Sorgi
per “La Stampa”
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Dicembre 21st, 2025 Riccardo Fucile
IN MEDIA SI FARANNO OTTO REGALI A TESTA, ANCHE SE IL 20% DELLE PERSONE PROGETTA DI FARNE TRE O MENO… TRA GLI ARTICOLI PIÙ ACQUISTATI CI SONO CAPI D’ABBIGLIAMENTO, I COSMETICI E I CLASSICI PROFUMI. SUBITO DIETRO CI SONO GIOCHI E GIOCATTOLI
Abbigliamento, cosmetica e giocattoli risultano tra i regali più richiesti in vista delle festività. Con l’avvicinarsi del Natale, quasi 20 milioni di italiani si preparano alla ricerca degli ultimi acquisti da collocare sotto l’albero. I punti vendita tradizionali tornano ad attirare l’attenzione dei consumatori: il 62% prevede di fare compere anche in negozio, il 22% all’interno dei supermercati e il 17% nei mercati o nei mercatini natalizi.
Per i regali del Natale 2025 si stima una spesa media di 250 euro a persona, per un volume complessivo pari a 9,5 miliardi di euro. Le previsioni emergono dal sondaggio annuale Confesercenti Ipsos dedicato ai consumi degli italiani durante le festività invernali.
L’approccio dei clienti è ormai sempre più multicanale, orientato all’utilizzo di un mix di forme di retail, dalle piattaforme ecommerce ai siti indipendenti, passando per grande distribuzione e negozi di prossimità, mercati e mercatini: in media ogni consumatore acquisterà in circa tre format differenti.
Nel periodo del Black Friday (da mercoledì 26 novembre a martedì 2 dicembre) la quota di persone che hanno acquistato un regalo anche presso il canale fisico si è fermata al 32% circa. Nei sette giorni successivi (3-9 dicembre) è stata del 39%, mentre tra il 10 ed il 16 dicembre è salita al 47%. Tra questa settimana e l’inizio della prossima (16-24 dicembre), invece, è intenzionato ad acquistare anche in un negozio il 62% degli intervistati, il 22% in un supermercato ed il 17% in un mercato/mercatino
La spesa prevista è più alta tra le persone oltre i 34 anni di età e tra i residenti delle regioni del Nord Italia (300 euro circa). È invece più bassa tra i giovani (200 euro), gli abitanti del Centro (poco meno di 250 euro) e quelli del Sud e delle Isole (200 euro circa). In media si faranno circa otto regali a testa, anche se il 20% delle persone progetta di farne tre o meno. E, contrariamente all’iconografia tradizionale, Babbo Natale è donna: nove regali in media, contro i sette degli uomini.
La classifica dei doni più ricercati restituisce un Natale ancora molto “materiale” e tradizionale. In testa ci sono capi d’abbigliamento (44%) e cosmetica/profumi (41%): […]Subito dietro ci sono giochi e giocattoli (33%), che restano un pilastro delle feste. Seguono accessori moda (26%) e libri (26%) e gioielli e bigiotteria (25%). Il regalo legato alla tavola è presente con un peso non marginale: i prodotti gastronomici sono al 23%, quelli da enoteca al 19%.
Il 17% sceglierà invece calzature, mentre il 16% arredamento/articoli per la casa, mentre oggettistica, gadget e collezionismo si fermano al 15%. La tecnologia non domina ma è ben distribuita: il 14% comprerà tech sotto i 150 euro e una quota identica tech sopra i 150 euro (14%), lo stesso livello di piccoli elettrodomestici e buoni spesa. Le esperienze restano minoritarie: trattamenti benessere/bellezza (13%), biglietti per spettacoli/eventi (12%), abbonamenti streaming/Tv (9%), viaggio o vacanza (7%) e corsi (2%).
(da tgcom24.mediaset.it)
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Dicembre 21st, 2025 Riccardo Fucile
“HANNO MOSTRATO ANCORA UNA VOLTA DIVISIONE, E L’EUROPA NE ESCE FERITA, MENTRE LA RUSSIA CONTINUA AD ATTACCARE L’UCRAINA E LANCIA AGGRESSIONI ANCHE IN EUROPA”
I leader europei che cercano di aiutare l’Ucraina a opporsi alla Russia hanno esitato.
Quando venerdì mattina hanno fallito nel loro tentativo di utilizzare i beni russi per finanziare lo sforzo bellico di Kiev, hanno mostrato ancora una volta una divisione sul grado di audacia con cui sono disposti a confrontarsi con Mosca.
Non è la prima volta che l’Europa dimostra di avere difficoltà a mantenere una posizione forte di fronte alle minacce e alle intimidazioni della Russia. I leader hanno affermato che l’appropriazione di beni sovrani costituirebbe un precedente pericoloso e che il complesso piano elaborato dall’Unione Europea non è infallibile.
Una cautela simile è emersa a Washington e in Europa durante tutta la guerra, anche se la Russia ha continuato ad attaccare l’Ucraina, ha lanciato un’ondata di aggressioni nella zona grigia
in Europa e ha sequestrato beni europei e statunitensi bloccati in Russia.
I sostenitori occidentali hanno ripetutamente esitato a inviare attrezzature militari avanzate all’Ucraina per paura di un’escalation del conflitto. Hanno rimproverato Kiev per gli attacchi in profondità in Russia, anche se Mosca ha bombardato l’Ucraina impunemente. Hanno imposto ampie sanzioni, anche sul petrolio e sul gas russi, ma non le hanno applicate in modo tale da provocare un confronto con la Russia o aggravare la guerra commerciale con la Cina.
Ora, i 250 miliardi di dollari di beni russi congelati nei primi giorni dopo l’invasione dell’Ucraina rimarranno probabilmente inattivi fino alla fine della guerra, potenzialmente disponibili per la ripresa dell’Ucraina ma non per sostenere l’esercito di Kiev o gli sforzi di riarmo dell’Europa.
Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato venerdì che il piano equivaleva a una “rapina” che avrebbe avuto “gravi conseguenze per chi ci avesse provato”, prima fra tutte “un’erosione della fiducia” nell’UE come rifugio sicuro per le attività finanziarie
Putin ha affermato che il piano dell’UE è fallito perché “è difficile prendere decisioni che comportano il saccheggio del denaro altrui”.
Il prestito era quasi un’arma a più punte. I funzionari dell’UE, a cominciare dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, e i leader nazionali, tra cui il cancelliere tedesco Friedrich Merz, volevano sequestrare 90 miliardi di euro come garanzia per il prestito all’Ucraina. Ciò avrebbe aiutato Kiev,
punendo la Russia e alleggerendo l’onere finanziario dell’UE. Invece, i contribuenti dell’UE sono costretti a sostenere i costi del prestito.
Venerdì Merz ha definito la decisione di ripiego – un prestito senza interessi di 90 miliardi di euro per l’Ucraina finanziato da un’obbligazione europea congiunta – «una soluzione pragmatica e valida che raggiunge lo stesso obiettivo».
Merz e von der Leyen avevano puntato in alto e hanno mancato l’obiettivo. Tuttavia, l’Europa ha finito per rafforzare notevolmente la posizione di Kiev nel proseguimento dei negoziati di cessate il fuoco guidati dagli Stati Uniti. Il prestito garantisce all’Ucraina un finanziamento per due anni invece che solo per un altro trimestre
Ma mentre l’Ucraina ha ottenuto ciò di cui aveva bisogno, che in definitiva era ciò che contava per i funzionari di Bruxelles, l’UE ne è uscita ferita.
“Dal punto di vista dell’immagine, la situazione è terribile nel contesto di una guerra in corso”, ha affermato Mark Bathgate, amministratore delegato di Tweeddale Advisors, una società di consulenza politica con sede a Londra che opera per conto di società di investimento. Il risultato “dimostra quanto sia difficile ottenere il sostegno politico necessario per estendere la copertura dei costi tra i paesi europei”
I leader dell’UE temono che tale difficoltà sia destinata ad aumentare. Alla posizione contraria del Belgio si sono unite anche Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca. Anche Italia, Bulgaria e Malta hanno espresso perplessità.
I leader europei sostengono che il paradosso dei continui negoziati di pace guidati dagli Stati Uniti è che diventa più difficile ottenere sostegno per lo sforzo bellico dell’Ucraina, anche se i negoziati non hanno ancora dato risultati.
Alcuni alti funzionari sostengono che gran parte dell’Europa non ritiene che la Russia rappresenti una minaccia immediata per il continente. Al termine della riunione dell’UE venerdì mattina, il primo ministro danese Mette Frederiksen, il cui paese è stato tra i più generosi sostenitori dell’Ucraina, ha affermato che molti governi e leader stanno subendo crescenti pressioni interne riguardo alla guerra.
“Devo dire che questo è ciò che Putin spera: la combinazione di una sorta di stanchezza bellica con una guerra ibrida che porta molta incertezza e insicurezza nelle nostre società”, ha affermato.
Frederiksen ha affermato che, sebbene molti europei desiderino la pace, ritiene che la Russia non lo voglia. “Dobbiamo riconoscere che loro si considerano in conflitto con noi e quindi dobbiamo restare uniti e fare ciò che è necessario”, ha affermato.
Traduzione di un estratto dell’articolo di Laurence Norman e Daniel Michaels per il “Wall Street Journal”
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Dicembre 21st, 2025 Riccardo Fucile
“LA DOMANDA CHIAVE RESTA UNA SOLA: TRUMP HA AVUTO RAPPORTI SESSUALI CON MINORENNI? PROBABILMENTE NON LO SAPREMO MAI. I DOCUMENTI SONO GESTITI DAL DIPARTIMENTO DELLA GIUSTIZIA DI TRUMP, E LA SUA PRIMA RESPONSABILITÀ È PROTEGGERLO” … “TRUMP E EPSTEIN SONO STATI MIGLIORI AMICI PER PIÙ DI 15 ANNI. FACEVANO TUTTO INSIEME: UNO DEI DUE È FINITO IN PRIGIONE CON UN LENZUOLO LEGATO AL COLLO, L’ALTRO ALLA CASA BIANCA. SPIEGATEMI QUESTA DIFFERENZA, IO NON CI RIESCO”
“La domanda chiave resta una sola: Donald Trump ha avuto rapporti sessuali con minorenni? Personalmente non lo so e non ho il nome di una ragazza da fare, però ne ho parlato a lungo con Jeffrey Epstein. Entrambi erano ossessionati dalla caccia alle modelle e posso garantirvi che non chiedevano i documenti d’identità».
Signor Wolff, lei è coinvolto personalmente in questa vicenda, perché consigliava il finanziere pedofilo e ora è in causa con la First Lady Melania. Cosa pensa dei documenti appena pubblicati
«Siamo entrati nella seconda o terza fase di questo scandalo, dove lo scopo non è stabilire la verità, ma usarlo a scopi politici».
Per questo sono uscite le foto di Bill Clinton?
«Ovviamente sì. I democratici vogliono incolpare Trump, e i repubblicani chiunque altro.
Andremo avanti e indietro così, senza una soluzione attendibile e definitiva».
Pensa ci siano informazioni compromettenti o imbarazzanti su Trump che sono state censurate?
«Probabilmente non lo sapremo mai, ma credo di sì, c’è una forte probabilità. I documenti sono gestiti dal dipartimento della Giustizia di Trump, e la sua prima responsabilità è proteggerlo».
Il movimento Maga si è molto agitato e spaccato per questa vicenda, incluse le dimissioni della deputata super-trumpiana Marjorie Taylor Greene. Non potrebbe ribellarsi, se ritenesse che la verità viene nascosta?
«Il movimento è in un angolo. Ha creduto a Trump, quando diceva di non avere alcun ruolo e di conoscere Epstein a malapena, ma ciò si è ovviamente rivelato falso. Ora, i Maga sono pronti a distruggere la persona al centro del loro movimento, pur di conoscere la verità su Epstein? Non ho la risposta definitiva, ma ne dubito».
All’interno del movimento Maga c’è solo una possibile frattura seria. Il vice presidente Vance è il favorito per la candidatura alla Casa Bianca del 2028, su Epstein è allineato con Trump e i suoi avversari potrebbero usare lo scandalo per deragliare la sua corsa».
Quindi questa storia resterà aperta?
«Assolutamente sì, almeno fino alle elezioni del 2028».
Vede nei documenti qualcosa che potrebbe cambiare la narrazione?
«Molte cose. Donald Trump e Jeffrey Epstein sono stati migliori amici per più di 15 anni. Facevano quasi tutto insieme: affari, caccia alle ragazze, arrampicate sociali. Erano in gran parte la stessa persona. Uno dei due è finito nella prigione più cupa degli Stati Uniti con un lenzuolo legato al collo, l’altro alla Casa Bianca. Spiegatemi questa differenza, io non ci riesco».
Crede che Epstein avesse informazioni compromettenti su Trump?
«Ne ho parlato a lungo con lui, penso di essere la persona che sa più di chiunque altro cosa pensasse Jeffrey di Donald, ne aveva un’immagine depravata. Suppongo che la domanda tecnica resti se Trump abbia avuto o meno rapporti sessuali con ragazze minorenni. Non lo so, ma non erano questi i termini in cui ne parlava lo stesso Epstein. Non ammetteva di avere rapporti con minorenni».
Quindi non sa la risposta, però potrebbe essere?
«Non ho il nome di una ragazza da fare, ma entrambi erano ossessionati dalla caccia alle modelle di ogni tipo, o delle aspiranti tali. E quale età hanno queste modelle? Fra 15 e 20 anni? Posso garantirvi che quei due non chiedevano il documento d’identità».
La First Lady Melania ha minacciato di farle una causa da un miliardo di dollari per diffamazione. Lei ha risposto con una causa preventiva basata sulla legge di New York chiamata Slapp, Strategic Lawsuits Against Public Participation, in cui l’accusa di
volerle tappare la bocca. A che punto siete?
«Io non ho diffamato la First Lady e non l’ho accusata di aver partecipato a reati. Ho solo detto che era a conoscenza del rapporto di amicizia che suo marito aveva con Epstein. La prossima settimana andremo in tribunale per ottenere la notifica della causa, e questo ci consentirà di chiamare i testimoni».
Anche il marito?
«Lui, e tutti coloro che all’epoca appartenevano al loro circolo sociale, e quindi erano a conoscenza del loro rapporto con Epstein».
(da “la Repubblica”)
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Dicembre 21st, 2025 Riccardo Fucile
IL POST TRA MEMORIA POLITICA E CRITICA AL PARTITO ATTUALE
«I numeri parlano chiaro». Francesca Pascale affida a un lungo post su Instagram un
attacco frontale all’attuale Forza Italia e al sistema dei partiti fondato sul peso delle tessere.
L’attivista ed ex compagna di Silvio Berlusconi ha pubblicato una foto del 2008 che la ritrae giovane accanto a lui, assieme a un lungo testo che è insieme memoria politica e critica al partito di Forza Italia di oggi, guidato dal vicepremier Antonio Tajani. Pascale, che per anni è stata una figura centrale del cerchio berlusconiano, parte da un dato che descrive, senza giri di parole, «una sproporzione evidente».
Ovvero: «Forza Italia, con circa 250 mila iscritti, vale oggi l’8 per cento nei sondaggi, Fratelli d’Italia, con un numero di tesserati simile, arriva al 30 per cento, il Partito democratico, pur restando sotto le 200 mila tessere, supera il 20 per cento dei consensi». Numeri che raccontano, a suo avviso, partiti ripiegati su «dinamiche autoreferenziali, giochi di prestigio, piccoli e grandi feudi locali». Ma soprattutto, aggiunge, «raccontano poco del consenso reale, dell’opinione pubblica».
Il ricordo di Berlusconi
Nel post l’’attivista rievoca l’idea di politica che attribuisce a Berlusconi, quella di un partito non misurato dal conteggio delle tessere ma dalla capacità di parlare a mondi diversi e di tenerli insieme. «Silvio Berlusconi aveva una funzione precisa e rarissima: fare da ponte», scrive Pascale, ricordando una stagione in cui Forza Italia riusciva a unire «laici e cattolici, liberali e popolari, socialisti e repubblicani», mettendo attorno allo stesso tavolo politica e impresa senza steccati ideologici. Ed è in questo confronto con il passato che prende forma la critica al presente.
L’allontanamento dalle persone e dal consenso reale
Pascale insiste, inoltre, sul fatto che Berlusconi diffidava dei partiti costruiti sulle tessere perché consapevole dei meccanismi di potere che alimentano certe dinamiche malsane. E che ai suoi occhi, si legge tra le righe, avrebbe progressivamente svuotato anche Forza Italia della sua spinta originaria, allontanandola dalle persone e dal consenso reale. Il post non cita direttamente i vertici attuali del partito, ma il bersaglio è chiaro.
(da agenzie)
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Dicembre 21st, 2025 Riccardo Fucile
MELONI INVITA SALVINI AD ABBASSARE I TONI
L’affondo è consegnato ai suoi fedelissimi. Lui, Matteo Salvini, resta nelle retrovie per tutto il giorno. Lontano da Giancarlo Giorgetti. Neppure una telefonata al “suo” ministro dell’Economia dopo le tensioni sulla manovra. Ma le prime linee del suo cerchio magico, loro sì che hanno parole da dire. Ruvide. Arrivano nelle ore in cui il titolare del Tesoro si presenta a Palazzo Madama per spiegare ai senatori della commissione Bilancio il nuovo maxi-emendamento che rimette in piedi la Finanziaria assaltata dai salviniani. Un salvataggio, per la controparte, dalla mina vagante della stretta sulla previdenza.
Ecco il messaggio a Giorgetti: «Va bene essere soddisfatti dei giudizi delle agenzie di rating o per lo spread ai minimi, ma i cittadini votano la Lega anche e soprattutto per salvare le pensioni». Sono le ragioni del consenso politico contrapposte a quelle della stabilità dei conti pubblici. Due visioni, due
“Leghe”. Il giudizio non si ferma qui. «Non possiamo tagliare la faccia ai nostri elettori, è inaccettabile», insistono gli uomini più vicini al capo di via Bellerio. È la prova che l’incidente sulle pensioni si è chiuso solo formalmente con la cancellazione della tagliola sul riscatto della laurea e le finestre mobili che il Mef aveva inserito nel “maxi” iniziale.
Passeggiando per i corridoi davanti alla commissione Bilancio, il frontman Massimiliano Romeo gongola. Così: «È tornato il celodurismo lombardo». Ecco la Lega delle origini, sfrontata e macha. Guidata da un Salvini ringalluzzito per l’assoluzione definitiva nel processo Open Arms e per la postura sulle questioni internazionali, da Kiev al decreto sulle armi.
Nello stesso corridoio di Palazzo Madama, il ministro dell’Economia si ferma a parlare con i cronisti con una postura decisamente più contenuta. L’amarezza per le accuse che il suo partito ha rivolto ai tecnici del Mef non è svanita. Ma a prevalere sono le ragioni della responsabilità. Non farà un passo indietro, anche se sulle dimissioni si lascia andare a una battuta: «Ci penso tutte le mattine, sarebbe la cosa più bella da fare», scherza dopo aver partecipato per qualche minuto ai lavori della commissione.
Però – precisa – «siccome è la ventinovesima legge di bilancio che faccio, so perfettamente come funziona e che molte cose sono naturali». Il riferimento è proprio alle frizioni delle ultime ore con i parlamentari leghisti. La priorità – è il ragionamento – è la manovra da portare a casa per aiutare le famiglie e le imprese. «A me – dice – interessa il prodotto finale».
Nel chiuso dell’aula della commissione avrà parole ancora più
esplicite. Esordisce scusandosi «per quello che è avvenuto». Ringrazia la maggioranza e le opposizioni «per aver reso questi supplementari» e – ironizza – «speriamo di non andare ai rigori». Poi il tono si fa serio: «Come si conviene, il ministro si assume tutte le responsabilità di quello che è accaduto».
Fa scudo ai funzionari del suo dicastero: «Non c’è responsabilità di strutture varie e quant’altro». Ma il messaggio più pesante arriva alla fine: «Credo – scandisce – che il sale della politica sia prendersi le responsabilità e non scaricarle sugli altri». Non cita Salvini, ma i fedelissimi del segretario della Lega identificano il destinatario del ragionamento proprio nel loro leader. Che ieri ha sentito anche Giorgia Meloni. Una telefonata che fonti leghiste definiscono cordiale. In ambienti di governo, invece, il giudizio è differente: la premier avrebbe invitato il suo vice a un comportamento più mite. La stessa sollecitazione è stata rivolta anche ad altri ministri. In tanti sono rimasti delusi dallo spazio concesso da Palazzo Chigi per le modifiche in Parlamento.
Ma la presidente del Consiglio è stata irreprensibile: basta rivendicazioni, soprattutto nei giorni in cui la legge di bilancio, incassato il via libera del Senato, dovrà correre verso la Camera per il via libera definitivo. Ma le richieste ministeriali che non sono riuscite a entrare nel perimetro della manovra sono tante. Alcune — è la promessa di Meloni – saranno ripescate in un decreto. L’anno prossimo. I giochi per il 2025 sono chiusi. Tutto spostato all’anno pre-elettorale. Prima il lucchetto alla quarta manovra e l’avvio della pratica per l’uscita anticipata dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo. È il bollino rosso da togliere via dai conti. Se l’impegno con i ministri è contenuto,
una ragione c’è: i margini nel 2026 saranno più ampi, ma non troppo. Un avviso a chi potrebbe pensare che è già scattato il liberi tutti.
(da agenzie)
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