Dicembre 20th, 2025 Riccardo Fucile
IERI NEL MEDITERRANEO LO SBU, IL SERVIZIO SEGRETO DI KIEV, HA ATTACCATO UNA PETROLIERA DELLA “FLOTTA OMBRA” CHE CONTRABBANDA IL GREGGIO DI MOSCA. IL RAID COMPIUTO DAI DRONI È AVVENUTO NELLE ACQUE INTERNAZIONALI TRA CRETA E LA SICILIA
Le forze armate ucraine hanno colpito una nave da guerra russa del Progetto 22460 “Okhotnik” nel Mar Caspio. Inoltre, le forze armate ucraine hanno colpito una piattaforma di perforazione nel giacimento di petrolio e gas di Filanovsky nel Mar Caspio, di proprietà della Lukoil. Lo ha riferito lo Stato Maggiore delle Forze Armate dell’Ucraina, come riporta Unian.
“Nella notte del 19 dicembre, le forze di difesa ucraine hanno colpito con successo una nave da guerra russa del progetto 22460 ‘Okhotnik’. La nave stava pattugliando il Mar Caspio vicino a una piattaforma di produzione di petrolio e gas”, si legge nella nota, che precisa che la nave è stata colpita da diversi droni ucraini e che il grado di danneggiamento e il numero di scafo della nave sono attualmente in fase di accertamento.
“La piattaforma fornisce petrolio e gas ed è coinvolta nell’approvvigionamento delle forze armate dell’aggressore russo. Si stanno chiarendo l’ulteriore capacità di funzionamento e l’entità dei danni”, osserva lo Stato Maggiore.
Inoltre, il sistema radar RSP-6M2 è stato colpito nella zona di Krasnoselske, nel territorio occupato della Crimea. Lo Stato Maggiore rileva che il radar è progettato per regolare il movimento degli aerei, in particolare per il loro approccio accurato in condizioni di scarsa visibilità.
Lo Sbu, il servizio segreto interno ucraino, ha attaccato una petroliera della “flotta ombra” che contrabbanda il greggio di Mosca. La Qendil, che aveva le cisterne vuote, è stata colpita con tre ordigni nelle acque internazionali dello Ionio tra Creta e la Sicilia.
Non è la prima volta che gli 007 di Kiev entrano in azione contro le petroliere nel Mediterraneo, ma finora avevano compiuto i raid posizionando cariche esplosive sulle fiancate sommerse delle navi. Ora l’assalto è stato realizzato con uno sciame di droni. Poiché è impossibile che siano decollati dall’Ucraina, ci deve essere un battello di grandi dimensioni che viene utilizzato per trasportare i velivoli teleguidati e pilotarli sul bersaglio.
(da agenzie)
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Dicembre 20th, 2025 Riccardo Fucile
L’AMBASCIATORE STEFANINI: “L’EUROPA ESCE A TESTA ALTA PER QUATTRO MOTIVI: PERMETTE ALL’UCRAINA DI TIRARE IL FIATO; NON SI SPACCA; CONTRASTA MOSCA SENZA PRESTARE IL FIANCO A CONTROFFENSIVE LEGALI SULL’UTILIZZO DEGLI ASSET RUSSI; SI RIAPPROPRIA DI UN RUOLO NEL NEGOZIATO AMERICANO-RUSSO SULL’UCRAINA E SULLA SICUREZZA EUROPEA. IL FINANZIAMENTO UE È ESSENZIALE PER ZELENSKY PER NEGOZIARE SENZA L’ACQUA ALLA GOLA. PUTIN DEVE PRENDERE ATTO CHE I ‘PORCELLINI’ EUROPEI SONO IN GRADO DI COSTRUIRE PER L’UCRAINA UNA CASA DI MATTONI, NON DI PAGLIA”
Con il prestito di 90 miliardi di euro a Kiev, l’Europa esce assonnata ma a testa alta da un
cruciale Consiglio europeo. Per quattro motivi: permette all’Ucraina di tirare il fiato; non si spacca; contrasta Mosca senza prestare il fianco a controffensive legali; si riappropria di un ruolo nel negoziato americano-russo sull’Ucraina e sulla sicurezza europea.
Da febbraio Washington cerca di cortocircuitare gli europei. Gli europei sono intervenuti ma con poche leve in mano. Adesso ne hanno una potente: i soldi. Senza l’alea giuridico-finanziaria dell’utilizzo dei fondi russi depositati in Europa.
La decisione è arrivata nel cuor della notte: l’Ucraina riceverà dall’Unione europea un prestito a tasso zero di 90 miliardi di euro per il prossimo biennio 2026-27. I fondi saranno raccolti sui mercati finanziari internazionali con la garanzia del bilancio Ue – stessa operazione effettuata col Next Generation EU (NGEU)
Non è la bonanza dei 210 miliardi di fondi russi depositati nell’Ue ma tiene fuori da una palude di contenzioso giuridico e di potenziali rappresaglie l’Ue e i Paesi che detengono i fondi.
Certo, sarebbe stato un atto di suprema giustizia – e ironia – utilizzarli a riparazione dell’aggressione russa all’Ucraina ma giustizia e diritto non viaggiano sempre di conserva. Anche per Volodymir Zelensky meglio la sicurezza di 90 miliardi di eurobond che le sabbia mobili di 210 di fondi russi.
Il finanziamento Ue è essenziale per l’Ucraina non per continuare la guerra per due anni, ma per negoziarne la fine senza l’acqua alla gola. Era quanto sperava Vladimir Putin.
Adesso deve prendere atto che i “porcellini” europei sono in grado di costruire per l’Ucraina una casa di mattoni, non di paglia o di legno.
Finora, a sangue e sudore, ha conquistato qualche villaggio e qualche postazione ma non ha sfondato la “cintura di fortezze”. I negoziatori americani che cercavano di convincere gli ucraini a cederla alla Russia senza colpo ferire da parte di Mosca devono ripensarci. La distanza fra guerra e pace non si percorre con un contratto di compravendita immobiliare.
Nella notte di Bruxelles i leader europei hanno dimostrato a Donald Trump di essere capaci non solo di riunirsi – l’hanno fatto a lungo, ci sono abituati, ma se non altro il Presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha onorato la promessa di far tutto “in un giorno” – ma anche di agire. Il Presidente americano rimarrà deluso.
La differenza è che nelle decadenti democrazie europee non si agisce per ordini esecutivi – Trump ne ha firmati 221 in meno di un anno più dell’intero primo mandato – ma attraverso un processo decisionale che rispetta gli equilibri istituzionali e, in questo caso, anche nazionali.
Il Consiglio poteva forse decidere a maggioranza “qualificata” di utilizzare i fondi russi. Ma a prezzo di dilaniarsi. Non se lo può permettere nella partita geopolitica che sta giocando – nel su stesso interno, con i tre Paesi (Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca) che si sono chiamati fuori dal debito comune di 90 miliardi, oltre che sui campi insanguinati del Donbas, a Mosca e a Washington.
La scelta di ieri notte non è perfetta. Lascia qualche muso lungo fra i sostenitori dell’uso dei fondi russi, come il Cancelliere tedesco Friedrich Merz e la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen – doveva preparare meglio il terreno? – ma è la scelta giusta.
Stefano Stefanini
per www.lastampa.it
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Dicembre 20th, 2025 Riccardo Fucile
SORGI: “CON UNA PIROETTA, È TORNATA A CASA PIÙ VICINA A TRUMP E PIÙ LONTANA DA MERZ, ALLA CUI POSIZIONE CONSERVATRICE SI ERA PRECEDENTEMENTE AVVICINATA. POI, AVENDO CONDIVISO LA DURA CONTRARIETÀ DEL BELGIO SULL’UTILIZZO DEGLI ASSET DI MOSCA, LA PREMIER S’È TROVATA ACCANTO A MACRON, PIUTTOSTO SUO AVVERSARIO IN TEMPI RECENTI”
E adesso tutti, nel centrodestra, diranno che la sapiente ambiguità di Meloni è stata premiata, e ancora una volta la premier aveva visto lungo. Ma dietro la conclusione del Consiglio d’Europa che alla fine di una lunga notte di negoziati è riuscito a salvare la dignità dell’Unione, non si può dire che la posizione dell’Italia sia rimasta la stessa
Al suo arrivo a Bruxelles la posizione a metà strada tra Germania e Stati Uniti si era rivelata via via più scomoda, specie di fronte alle resistenze del Belgio e sotto sotto della Francia sull’utilizzo degli asset russi per finanziare la resistenza ucraina.
L’approdo del vertice, che ha visto un nuovo – e più limitato di quello di epoca Covid – ricorso al debito comune, ha scontentato il cancelliere Merz e lasciato pienamente soddisfatto Trump, oltre che Putin, che aveva già messo in campo una dura battaglia giudiziari.
Meloni insomma, con una piroetta, è tornata a casa più vicina a Trump e più lontana da Merz, alla cui posizione conservatrice si era precedentemente avvicinata. Poi, avendo condiviso la dura contrarietà del Belgio, titolare della maggior parte di asset di Mosca, 185 su 210 miliardi, all’utilizzo degli stessi, nella cornice europea la premier s’è trovata accanto a Macron, piuttosto suo avversario in tempi recenti.
Chiusa, senza alcun ruolo da protagonista, la difficile parentesi del vertice europeo, Meloni è dovuta correre a Roma per risolvere i problemi della legge di stabilità ancora aperta, a pochi giorni dall’inizio delle vacanze parlamentari e con il Senato ancora in attesa di ricevere il dossier della manovra.
Se Salvini non avrà da lamentarsi per le decisioni prese a Bruxelles, salutate a Mosca come una marcia indietro dell’Europa rispetto ai piani di partenza, il leader leghista e vicepresidente del consiglio è molto più attratto dalla materia delle pensioni.
Sulla quale ha già da due giorni elevato una barricata che ha costretto il ministro dell’Economia, il leghista Giorgetti, a tornare sui suoi passi e i tecnici del ministero a riprendere in mano le carte e le tabelle
(da “La Stampa”)
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Dicembre 20th, 2025 Riccardo Fucile
MAI ASSISTITO A UNA LEGGE DI BILANCIO TANTO INSENSATA E SCONCLUSIONATA
Dagli ultimi governi Andreotti di fine anni ’80, non so più quante volte su Repubblica
abbiamo fatto titoli come “caos sulla manovra”. È ormai un genere giornalistico, che riflette tuttavia un vizio politico: con la legge di bilancio governi e coalizioni smerciano promesse e spargono prebende, assaltano diligenze e sfasciano maggioranze. Ma un disordine cognitivo e organizzativo simile a quello dei patrioti oggi al comando non si era visto forse neanche ai tempi dell’armata grillo-leghista del 2018.
Mai avevamo assistito a una Finanziaria tanto insensata e sconclusionata, dove l’unica certezza è la totale incertezza. Delle misure e delle coperture, dei benefici e dei sacrifici. Tutto cambia di ora in ora. Come se i testi li avesse scritti un Trump de’ noantri, burlone e forse pure ubriaco. In meno di due mesi la legge è stata fatta, disfatta, rifatta. E, se possibile, sempre peggiorata. All’origine era una povera cosa. La manovra più modesta e mediocre degli ultimi 11 anni.
Circa 18 miliardi di mancette sparse, tra sconticini Irpef più vantaggiosi per i redditi alti (408 euro ai dirigenti, 23 agli operai) e spiccioli alla sanità (6,4% sul Pil, valori fermi al pre-Covid). Il tutto, naturalmente, condito dal ventiduesimo condono della legislatura. Nel complesso, un pannicello tiepido. Concepito per il puro galleggiamento, in virtù del suo unico pregio: il rispetto dei saldi contabili. Nelle ultime tre settimane, contrordine camerati: quasi un quarto della legge viene rottamata, e al suo posto gli sgangherati think tank delle destre sfornano
emendamenti così demenziali che neanche la nazi-combriccola di Animal House.
Il tutto nel rituale silenzio di Giorgia Meloni, che dopo la comparsata in Consiglio dei ministri e il consueto comiziaccio ad Atreju, ha lasciato all’apposito Giorgetti la sfigatissima carta della pagoda in una mano, il rituale cerino nell’altra. E lui si è voluttuosamente immolato, gettando oltre l’ostacolo non solo il cuore ma pure il cervello. Nella confusione generale, non si sa più chi sia il colpevole: il ministro, l’ignota “manina” sempre presente nelle segrete di Via XX Settembre, o il solito maggiordomo? Nel maxiemendamento da quasi 4 miliardi, messo a punto dal Mef, c’erano i sostegni promessi alle imprese. Ma poi si era aggiunto un clamoroso e sanguinoso grand guignol sui “pensionandi”, tra abbattimento nei riscatti delle lauree, allungamento delle finestre mobili e cambiamento nelle regole della previdenza complementare.
Troppo, per l’eterno Fregoli padano, uso a ogni cortocircuito logico e ideologico, dai porti chiusi al Ponte sullo Stretto: Salvini strilla da quindici anni “cancelliamo la legge Fornero”, inscenando odiosi cortei sotto casa dell’ex ministra o impapocchiando fumosi feticci tipo “quota 100”, e ora non può sottoscrivere un altro giro di vite sulla previdenza. Quindi, previo vertice d’urgenza a palazzo Chigi, ancora una volta è contrordine camerati: salvi gli articoli su Zes e transizione 4.0, il resto del maxiemendamento è stralciato e dirottato in un decreto che ci allieterà il Capodanno. Per molto meno, nella Prima Repubblica, cadevano i penta-partiti.
Non sappiamo se per questo pasticcio il governo abbia rischiato davvero la crisi, come nel ruggente 1994 di Berlusconi e Bossi. Ma sappiamo bene tre cose. La prima: un ministro del Tesoro sconfessato urbi et orbi dal suo partito non se la può cavare fischiettando. La seconda: non si fa cassa sui poveri cristi, infilando l’ennesima stangata pensionistica in una modifica imposta al Parlamento in zona Cesarini. La terza: ha ragione da vendere proprio Elsa Fornero, quando dice a questo giornale che la realtà vince sulla propaganda.
Che “una controriforma della mia riforma non si può fare” per i numeri della demografia e dell’economia. Che con un tasso di occupazione tra i più bassi d’Europa e i salari reali che non crescono da 25 anni il sistema non può reggere. Che invece dell’allungamento subdolo delle finestre mobili un governo serio dovrebbe avere semmai il coraggio di intervenire alla luce del sole sui requisiti della pensione, assumendosene la responsabilità di fronte ai cittadini-elettori.
Come se non bastasse, la tragicommedia meloniana sulla manovra degenera in farsa col disegno di legge sui condomini. Cercare la “ratio della norma” nella proposta avanzata da uno sparuto drappello di onorevoli scappati di casa da Via della Scrofa non è impossibile: è inutile. Far pagare a tutti i condòmini in regola i conti sospesi di quelli morosi è come premiare chi ruba. Esigere solo pagamenti digitali, mentre con un altro emendamento alla manovra si proponeva di aumentare da 5 a 10 mila euro il tetto all’uso del contante, è un assurdo testacoda.
Pretendere che gli amministratori possiedano una laurea, nel
Belpaese in cui la presidente del Consiglio ha un diploma di istituto tecnico-linguistico, non è un invito alla competenza, ma un inno all’incoerenza. Pare che anche di questo obbrobrio giuridico non si faccia più nulla, vista l’ira funesta che ha suscitato nella Sorella d’Italia. Ma resta la pena per un partito convinto di “fare la Storia”, eppure affollato da cotanti arruffapopolo e dilettanti allo sbaraglio. E poi delle due l’una: o la premier è informata delle mattane che combinano i suoi sprovveduti scherani, e allora è complice, oppure non ne sa niente, e allora è incapace.
Stralciato tutto, al fondo di questa Melonomics alla vaccinara l’ultima cosa che “brilla” davvero è solo un’altra patacca: l’oro alla Patria. È l’unico emendamento che non a caso mette d’accordo Colle Oppio e Carroccio, perché non è solo inutile ma addirittura grottesco. Non si possono sfilare le 2.450 tonnellate di riserve auree a Bankitalia, perché come sanno anche i bambini del bosco è vietato dai trattati europei.
Però i due sovranisti all’acqua pazza Malan e Borghi si spezzano ma non si piegano, come Mussolini all’epoca di “quota 90”: a loro basta che da qualche parte sia scritto “l’oro della Banca d’Italia appartiene al popolo italiano”. Non serve a niente, non cambia niente. Ma “l’onore è salvo”. E poi, com’è noto, per non perdere la dignità basta non averla. Quello che serve all’Italia lo vediamo ogni giorno.
Nel 2026 il Paese sarà in stagnazione, schiacciato tra l’aumento dei dazi e l’esaurimento del Pnrr. Quasi tutto crescerà dello zerovirgola: Pil e consumi, export e investimenti. In compenso,
voleranno tasse e carrello della spesa, mentre caleranno ancora potere d’acquisto e produzione industriale. Meloni fa festa col rating, e noi con lei. Ma come dimostrano i suoi svarioni su spread e pressione fiscale, sa poco o niente di economia. E finge di non sapere che un buon differenziale tra Bund e Btp non basta a sostenere il reddito di 6 milioni di poveri e di 2,5 milioni di lavoratori precari, o a dare una buona sanità a 5 milioni di italiani che non si curano più e aspettano 360 giorni per una Tac al torace, 540 per una risonanza magnetica all’encefalo, 720 per una colonscopia. Servono riforme vere, dal fisco al welfare, dal lavoro alla concorrenza. Ma Giorgia e i suoi Fratelli regalano solo “pacchi”. E maldestri come sono, tassano pure quelli.
(da repubblica.it)
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Dicembre 20th, 2025 Riccardo Fucile
IN CERCA DI NUOVE COPERTURE, LA MAGGIORANZA AVEVA PENSATO A UN DECRETO PER LE IMPRESE, MA DAL QUIRINALE È ARRIVATO LO STOP. COSÌ I FONDI PER SOSTENERE “TRANSIZIONE 4.0” E I CREDITI D’IMPOSTA PER LA ZONA ECONOMICA SPECIALE SARANNO INSERITI IN UN NUOVO MAXI-EMENDAMENTO… LE COPERTURE ARRIVERANNO DAI TAGLI AI MINISTERI, A PARTIRE DALLE INFRASTRUTTURE GUIDATE DA SALVINI
All’ultima curva, il governo sbanda. Smonta e rimonta ancora la manovra. A sera è il vertice di maggioranza convocato d’urgenza da Giorgia Meloni a Palazzo Chigi a fissare la nuova exit strategy per rimediare all’ennesimo pasticcio.
Stop al decreto per le imprese, l’appendice pensata poche ore prima come soluzione per superare il no della Lega alle misure sulle pensioni. Anche il Quirinale – spiegano fonti dell’esecutivo
non avrebbe apprezzato questa strada.
Tornerà tutto nella Finanziaria, con un nuovo maxi-emendamento atteso in commissione Bilancio al Senato. Dentro i crediti d’imposta per la Zona economica speciale (Zes) e Transizione 4.0, il fondo contro il caro-materiali nei cantieri e l’adesione automatica alla previdenza complementare per i neoassunti.
L’epilogo però è tutt’altro che indolore per la maggioranza. E ha a che fare proprio con le coperture. Lo schema messo a punto inizialmente dal Mef si reggeva anche sulle misure previdenziali: ora che i leghisti hanno imposto la cancellazione della stretta sul riscatto della laurea e le finestre mobili, il puzzle va ricomposto.
L’anticipo fiscale chiesto inizialmente alle assicurazioni, poi congelato e ora resuscitato, vale 1,3 miliardi. Ma non bastano. Per questo arriveranno nuovi tagli ai ministeri, soprattutto al dicastero delle Infrastrutture guidato da Matteo Salvini. Sarà lui, più di tutti, a pagare il conto dell’altolà imposto a Giancarlo Giorgetti.
È stato lui il regista a distanza dell’arrembaggio leghista andato in scena due notti fa al Senato, quando il capogruppo Massimiliano Romeo ha alzato il telefono per imporre un aut-aut al titolare del Tesoro. Un messaggio dritto: «O togli le norme sulle pensioni dall’emendamento o noi ce andiamo a casa». Non a dormire. Fuori dal governo. È da lì che si è arrivati alla soluzione dello stralcio.
Ma ora è tutto da rifare. Si riparte dalla messa in fila delle nuove risorse che servono a tenere in piedi il reintegro delle misure per
le imprese. Nel conto che dovrà pagare Salvini potrebbe esserci anche il Ponte sullo Stretto: una parte delle coperture dovrebbe arrivare proprio dal definanziamento della maxi-opera. In ogni caso dal Mit. Sarà la Ragioneria a confezionare l’equilibrio finale.
Giorgia Meloni avrebbe chiesto di vedere il testo in anteprima. Determinata, la premier, a evitare un altro incidente in Parlamento. Già così, infatti, la manovra è chiamata a correre per incassare il via libera dell’aula entro Natale. Poi la corsa alla Camera per l’ok definitivo già calendarizzato il 30 dicembre.
«È finita Atreju, ma il Paese reale è ancora lì e se ne dovrebbero occupare», dice la segretaria del Pd Elly Schlein. «Giorgetti si dimetta», tuonano i 5 Stelle. Ecco la manovra attraversata dalle tensioni.
(da Repubblica)
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Dicembre 20th, 2025 Riccardo Fucile
“CI PENSO TUTTE LE MATTINE, SAREBBE LA COSA PIÙ BELLA DA FARE, PER ME PERSONALMENTE… MA SICCOME È LA VENTINOVESIMA MANOVRA DI BILANCIO CHE FACCIO SO COME FUNZIONANO LE COSE”
“Alle dimissioni ci penso tutte le mattine, sarebbe la cosa più bella da fare, per me
personalmente…ma siccome è la ventinovesima manovra di bilancio che faccio so come funzionano le cose”: lo dice il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti replicando con ironia ai cronisti che gli chiedono se abbia pensato alle dimissioni nel corso di queste giornate di tensione sulla manovra.
“Quella è una cosa introdotta l’anno scorso, dal nostro governo, che pare non interessasse a nessuno. A me dispiace ma evidentemente non è stata ritenuta strategica”: così il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti replica a chi gli chiede della misura contenuta nel nuovo emendamento del governo alla manovra che fa saltare la possibilità di andare in pensione di vecchiaia anticipatamente cumulando gli importi di forme pensionistiche di previdenza complementare.
(da agenzie)
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Dicembre 20th, 2025 Riccardo Fucile
IN QUELL’OCCASIONE IL FINANZIERE PEDOFILO DIEDE UNA GOMITATA AL TYCOON E COMMENTÒ: “È UNA BELLA RAGAZZA, VERO?”. TRUMP SORRISE E ANNUÌ IN SEGNO DI ASSENSO …VISTO CHE MOLTI DOCUMENTI E PASSAGGI SONO STATI CENSURATI, COSA SI CELA SUL PRESIDENTE AMERICANO SOTTO QUEGLI SBIANCHETTAMENTI?
Migliaia di pagine di documenti. Centinaia di fotovero?». Trump sorrise e annuì in segno di assenso. Nel 2021 la vittima ha testimoniato al processo contro Ghislaine Maxwell. Dichiarando di aver partecipato al concorso di bellezza Miss Teen Usa del 1998, all’epoca gestito dal presidente americano.
Nel 2016 cinque concorrenti dell’edizione del 1997 della competizione hanno raccontato a Buzzfeed News che Trump era entrato nel loro spogliatoio mentre si stavano cambiando. Tra i file c’è anche una denuncia che risale al 1996 per pedopornografia nei confronti di Epstein. L’Fbi non l’ha mai presa in considerazione. A presentarla era stata Maria Farmer, che aveva lavorato per lui. Alcuni degli investigatori che avevano visto la denuncia però la accusarono di aver inventato tutto.
«Ho aspettato 30 anni. Non ci posso credere. Non possono più darmi della bugiarda», ha detto poche ore dopo la divulgazione dei documenti. Sottolineando che l’Fbi «dovrebbe vergognarsi per non aver protetto quelle ragazze».
I documenti resi disponibili occupano uno spazio di 2,8 gigabyte. Sono circa 3965, suddivisi in quattro database. La maggior parte sono Pdf che contengono fotografie. Ma anche video della cella di Epstein il giorno del suo suicidio nel 2019. Gran parte del contenuto dei fileviolenza sessuale da Virginia Giuffre, una delle vittime del finanziere. Anche lui fu trovato morto 25 anni dopo nella sua cella, prima del processo.Un file contenente decine di immagini censurate mostra persone nude o poco vestite. Mentre altre foto mostrano. L’ex presidente democratico Bill Clinton, Kevin Spacey, Michael Jackson, Mick Jagger, Diana Ross e l’ex principe Andrea e la sua ex moglie Sarah Ferguson.
(da agenzie)
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Dicembre 20th, 2025 Riccardo Fucile
IL SONDAGGIO DELL’OSSERVATORIO DELPHI FOTOGRAFA UN’ITALIA DIVISA
Il sondaggio dell’Osservatorio Delphi fotografa un’Italia divisa sul referendum sulla
separazione delle carriere dei magistrati, poco informata ma consapevole dell’importanza della riforma. Sullo sfondo emergono forti disuguaglianze sociali, generazionali e territoriali che continuano a influenzare la fiducia nella politica.
Il sondaggio realizzato dal nuovo Osservatorio Delphi, progetto nato dalla collaborazione di Piave, agenzia di comunicazione politica, e Sigma Consulting, istituto di ricerca sociale, economica e di mercato, che Fanpage.it pubblica in esclusiva, è dedicato questo mese al tema della Giustizia e al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, che si terrà presumibilmente nel mese di marzo. L’indagine, condotta tra il 17 e il 24 novembre 2025 su un campione rappresentativo di 800 cittadini maggiorenni, restituisce una fotografia articolata dell’opinione pubblica italiana, mettendo in luce non solo gli orientamenti di voto sul referendum, ma anche il livello di informazione degli elettori, la percezione dell’importanza della riforma e, più in generale, le grandi fratture sociali e politiche che attraversano il Paese.
Un elettorato poco informato sul referendum
Il primo dato rilevante riguarda il livello di informazione sul referendum. La maggioranza degli italiani ammette di sentirsi poco preparata: il 57% degli intervistati dichiara di essere poco o per niente informato sui contenuti e sulle conseguenze della
riforma della giustizia. Solo il 43% si considera invece abbastanza o molto informato; un dato che segnala una distanza significativa tra il dibattito politico e la reale comprensione dei temi da parte dell’elettorato, e che rischia di incidere sulla qualità della partecipazione democratica
Se si votasse oggi, il “sì” sarebbe in vantaggio
Nonostante questa carenza informativa, quando agli intervistati viene chiesto come voterebbero se il referendum si tenesse oggi, emerge una netta prevalenza del fronte del “sì”. Il 46% voterebbe a favore della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, contro il 27% che si schiererebbe per il “no”; resta però molto ampia la quota degli indecisi, pari al 27%, segno che la campagna referendaria non è ancora entrata davvero nel vivo e che una parte consistente dell’elettorato potrebbe orientarsi solo nelle ultime settimane.
La frattura politica sul tema della giustizia
L’analisi diventa ancora più interessante se si osservano le risposte in base all’orientamento politico: tra gli elettori dei partiti di centrodestra il sostegno al “sì” è molto elevato: tra chi vota Fratelli d’Italia la percentuale favorevole arriva al 79%, con una quota ridotta di contrari e indecisi. Anche Lega e Forza Italia mostrano una maggioranza netta a favore della riforma. All’opposto, l’elettorato di Alleanza Verdi e Sinistra e quello del Partito Democratico si collocano prevalentemente sul fronte del “no”, mentre tra i simpatizzanti del Movimento 5 Stelle emerge una forte divisione interna, con un peso rilevante di indecisi. I partiti centristi presentano invece un quadro più frammentato.
Una riforma considerata importante per il futuro del Paese
Alla domanda sull’importanza della riforma per il futuro dell’Italia, il giudizio complessivo è comunque alto; il 66% degli intervistati considera la separazione delle carriere abbastanza, molto o addirittura fondamentale per l’Italia. Solo il 34% la giudica poco o per niente importante. Un dato che suggerisce che, pur in presenza di scarsa informazione, la giustizia resta un tema percepito come centrale e strategico per il funzionamento dello Stato.
Le grandi disuguaglianze che preoccupano gli italiani
Il sondaggio amplia poi lo sguardo oltre il referendum, affrontando il tema delle grandi disuguaglianze e delle fratture sociali che segnano il presente e il futuro dell’Italia; quando viene chiesto quale sia la sfida più importante per il Paese, al primo posto emerge la mancanza di tutele sociali e di diritti legata al tipo di lavoro, indicata dal 40% degli intervistati. Subito dopo si colloca il divario generazionale, con il 39%, a conferma di una diffusa percezione di squilibrio tra le opportunità offerte ai giovani e quelle garantite alle generazioni precedenti. Seguono le disuguaglianze socio-economiche tra Nord e Sud (35%) e quelle legate alla condizione economica della famiglia d’origine (32%).
Meno centrali, ma comunque rilevanti, risultano le disuguaglianze tra grandi città e province (27%) e quelle di genere (24%). Più in basso, ma non assenti, le discriminazioni legate all’origine etnica, alla religione o alla lingua (14%) e quelle relative ai diritti legati all’orientamento sessuale (12%)
Un quadro che mostra come le disuguaglianze percepite siano molteplici e stratificate.
(da Fanpage)
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Dicembre 20th, 2025 Riccardo Fucile
CON IL PRESTITO DI 90 MILIARDI A TASSO ZERO, L’UCRAINA PUO’ RESISTERE PER DUE ANNI
Volodymyr Zelensky sarebbe stato più contento se l’UE avesse deciso di utilizzare i fondi russi per finanziare l’Ucraina in guerra. Se non altro perché ammontano a ben più del doppio dei 90 miliardi del prestito concesso invece da Bruxelles. Ma il suo Paese ha evitato la catastrofe. A tasso zero, garantito dal bilancio
comunitario — e quindi finanziato da debito comune — il prestito è comunque sufficiente per tirare avanti un paio d’anni.
Senza questa iniezione di liquidità, Kyiv rischiava di avere le casse vuote fra tre mesi o poco più. E poi, gli asset russi restano bloccati. In gran parte in Belgio, nei registri informatici del sistema Euroclear. Si può sempre decidere di usarli in futuro. Forse per ricostruire l’Ucraina, a guerra finita. Intanto, si è evitato un ulteriore scontro frontale con Mosca. Non che cambi molto. I rapporti restano di conflitto strategico. Si tratta di non precludere eventuali spiragli di dialogo nel caso fossero utili a prevenire escalation o sostenere eventuali negoziati di pace.
“Un catastrofe evitata”
Il finanziere e attivista Bill Browder, noto per la sua campagna contro Putin dopo la morte dell’avvocato Sergei Magnitsky in una prigione di Mosca, è stato fra i primi e più visibili sostenitori dell’uso degli asset russi congelati per aiutare l’Ucraina. Oggi si sente tutt’altro che sconfitto. “Va bene così, si è scongiurato il peggio”, spiega a Fanpage.it. “Entro marzo o al massimo aprile Kyiv non avrebbe più potuto sostenere la sua resistenza, e i russi avrebbero completato l’invasione”.
Tra le molte conseguenze, “venti milioni di profughi in Europa, molti dei quali in Italia”. Ora, l’erogazione immediata di euro all’Ucraina rende improbabile un simile scenario. Ma anche la precedente decisione di prolungare a tempo indeterminato il congelamento degli asset russi è considerata da Browder “di fondamentale importanza”. Un’ipoteca che può condizionare il comportamento del Cremlino. Soprattutto quando si dovrà
parlare di riparazioni e ricostruzione.
Cosa sono e quanto valgono gli asset congelati
I “fondi” in questione sono riserve e titoli di proprietà dello Stato russo. Sono denominati in euro, dollari o altre valute estere. “Non sono soldi degli oligarchi: sono soldi dei cittadini russi”, ha detto a Fanpage.it un alto funzionario russo. “Tecnicamente è vero, sono fondi sovrani della banca centrale”, concorda Browder. “Ma in pratica i normali cittadini russi non li vedranno mai: sono soldi dello Stato. Ovvero di Putin”.
Europei e alleati di Kyiv li hanno bloccati dopo l’invasione dell’Ucraina del febbraio 2022. Non sono confiscati. Restano legittimamente russi. Ma non possono essere spostati. Né gestiti in alcun modo dalla banca centrale russa o da altre istituzioni della Federazione.Il valore complessivo è enorme: circa 300 miliardi di euro. Di questi, 210 sono immobilizzati in Europa, in gran parte sui conti del sistema di compensazione finanziari Euroclear a Bruxelles. Altri miliardi sono fuori dall’UE, negli Stati Uniti, in Giappone e altrove. Non vi immaginate pile di dobloni, è denaro smaterializzato: titoli, obbligazioni, riserve valutarie. Producono rendimenti e interessi.
Dal 2024 l’UE ha autorizzato l’uso dei proventi generati da questi asset per sostenere l’Ucraina nel breve termine. “Circa 5 miliardi sono stati di fatto confiscati”, dice a Fanpage.it Chris Weafer, capo di Macro-Advisory, società di consulenza economico-finanziaria con 20 anni di esperienza in Russia. “Finora il Cremlino ha fatto finta di niente. Adesso ha chiarito che non tollererà oltre la situazione”
Perché ne ha discusso l’UE
I conti russi in Euroclear furono congelati per punire Mosca e isolare l’economia russa. Non se ne prevedeva alcun utilizzo. Era una sanzione e basta. Poi le cose son cambiate. L’Ucraina ha sempre più bisogno di soldi per pagare i salari, comprare armi e munizioni, garantire i servizi pubblici.
Elaborando l’idea promossa da Bill Browder, da altri attivisti e da politici, l’esecutivo UE ha proposto di usare gli asset russi come garanzia per emettere obbligazioni. I soldi raccolti sarebbero andati a Kiev. Che li avrebbe restituiti solo se e quando la Russia avesse pagato le riparazioni alla fine della guerra. Da qui la definizione di “reparations loan”, o “prestito di riparazione”.
L’operazione non prevedeva trasferimenti di proprietà: i fondi sarebbero restati russi. Ma la loro immobilizzazione sarebbe servita a garantire gli investitori, i sottoscrittori delle obbligazioni. Sarebbero stati quello che sui mercati finanziari si chiama “collaterale” del prestito.
Le decisioni di Bruxelles
La decisione di protrarre indefinitamente il congelamento ha reso stabile una situazione che prima richiedeva rinnovi semestrali. I leader europei hanno concordato che i fondi rimarranno immobilizzati fino alla fine della guerra e oltre, “finché la Russia non pagherà per i danni causati”. La questione di un prossimo uso degli asset congelati rimane quindi aperta.
Il motivo per cui, nella notte tra giovedì e venerdì, il Consiglio europeo ha deciso di non usarli per adesso è la mancanza di un
consenso. Non serviva l’unanimità. Ma le preoccupazioni del Belgio — che teme il costo di cause legali contro Euroclear — e di altri Paesi tra cui l’Italia, insieme alla drastica opposizione di Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchi, stavano creando una spaccatura politicamente insostenibile.
Ma c’era il piano B. L’ultima possibilità. Cèchi, ungheresi e slovacchi hanno alla fine detto sì. A patto di non tirar fuori nemmeno un euro. Bontà loro. Da qui, l’approvazione del prestito da 90 miliardi. “È vergognoso che i tre Paesi beneficiari netti dell’Unione e sempre a chieder soldi, impongano agli altri un onere extra per finanziare l’Ucraina”, dice Browder. “Il prestito non fornito andrebbe triplicato e detratto dai fondi UE di cui sono destinatari”.
I rischi di un futuro utilizzo
Dopo che l’immobilizzazione dei fondi è stata protratta a tempo indeterminato, la Banca di Russia ha citato in giudizio Euroclear chiedendo 230 miliardi di danni. L’uso diretto degli asset congelati potrebbe violare regole internazionali sulla proprietà degli Stati. Molti giuristi invitano alla prudenza. Si temono rappresaglie economiche, contenziosi e instabilità finanziari“Se finora Mosca non ha reagito, da ora in poi lo farà”, ritiene Chris Weafer. “Sono a rischio immediato i conti delle aziende dei ‘Paesi ostili’ in Russia: potrebbero essere oggetto di confische di entità proporzionale a quella dei fondi russi congelati in Europa.
Tra gli Stati nel mirino, Belgio, Francia, Austria e Germania. Poi, se le tensioni tra UE e Russia dovessero aumentare oltremodo, “il Cremlino potrebbe arrivare a colpire le aziende
occidentali ancora attive nella Federazione, ma sarebbe solo un ultima istanza — quando non ci fosse più alcuna speranza di restaurare rapporti commerciali, e la Russia vorrebbe restaurarli”. In Russia operano ancora circa circa 600 aziende italiane, tra piccole e grandi, secondo Macro-Advisory. Al Cremlino ritengono anche di poter lanciare — nel caso di utilizzo unilaterale dei fondi in Euroclear — una campagna internazionale di sfiducia nei confronti dell’area euro, ci ha riferito una persona vicina ai centri decisionali moscoviti.
“Sciocchezze”, commenta Browder. “Nessuno perderebbe fiducia nell’euro. Parlando da investitore, posso anzi dire che la fiducia anzi aumenterebbe, perché aumenterebbero i problemi di un nemico dell’Europa: Vladimir Putin”. Resta il fatto che con la Russia prima o poi si dovrà tornare a parlare. La decisione presa a Bruxelles va valutata anche alla luce della dichiarazione di Emmanuel Macron, secondo cui l’Europa “dovrà tornare a parlare direttamente con Putin” per rimanere coinvolta nei negoziati e mantenere rilevanza politica.
(da Fanpage)
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