Dicembre 17th, 2025 Riccardo Fucile
LA FINTA LETTERINA DI NATALE AGLI ITALIANI
Un intervento dai toni natalizi, ma all’attacco, quello di Elly Schlein nell’Aula alla
Camera. «Visto che siamo in periodo, se gli italiani potessero scriverle una letterina di Natale, suonerebbe più o meno così: “Cara Presidente, secondo le segnalazioni arrivate a Cittadinanzattiva, le liste d’attesa sono di un anno per una Tac al torace; per una mammografia da fare entro 60 giorni ne servono 147; per una colonscopia si aspettano due anni; e persino per quelle urgenti, da fare in tre giorni, un italiano su quattro ne attende 105”». È l’intervento della segretaria dem dopo le comunicazioni della premier Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo in programma giovedì e venerdì, a Bruxelles.
«A Natale niente luci sull’albero di Natale»
Un passaggio poi sul carovita, ma sempre in chiave dicembrina: «A Natale quindi niente luci sull’albero, perché abbiamo le bollette più care d’Europa e le imprese perdono competitività. Ma in tre anni non avete fatto nulla per non intaccare gli extraprofitti delle grandi società energetiche. Per questo Natale io, Presidente, non le chiedo tanto. Le chiedo di pronunciare parole che non le sento pronunciare mai: precarietà e lavoro povero».
«Il pane al +28%, ma che gli italiani mangino pastarelle giusto?»
«Il governo pare aver dimenticato le persone – continua la segretaria – mentre lei continua a fare cabaret anche in questa
Aula. Se va tutto bene, perché gli italiani che rinunciano a curarsi sono saliti a 6 milioni?». E ancora, sull’aumento delle tasse: «Con lo stesso stipendio in tasca, quando vai a fare la spesa non riesci a comprare le stesse cose. Il pane costa il 28% in più, ma che mangino le pastarelle, giusto?». Il riferimento è a un commento rilasciato dalla premier, al programma Domenica In, durante «Il pranzo della domenica», dalla tavola imbandita al Tempio di Venere, a settembre. In quell’occasione Meloni disse che «la domenica» quando era più piccola, «era il giorno in cui si compravano le pastarelle, compreso il diplomatico».
(da agenzie)
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Dicembre 17th, 2025 Riccardo Fucile
COME AL SOLITO LEGA E M5S CHE VOGLIONO TENERCI INCATENATI AL REGIME PUTINIANO
È arrivato a larghissima maggioranza il via libera definitivo del Parlamento europeo allo stop di importazioni di gas e gnl dalla Russia. Il regolamento che impone un divieto totale delle importazioni in Ue dall’autunno 2027 è stato approvato dall’Aula di Strasburgo con 500 voti a favore, 120 contrari e 32 astenuti. Un risultato praticamente scontato, specialmente dopo l’intesa raggiunta nelle scorse settimane dalle istituzioni comunitarie. A questo punto, la decisione dovrà essere ancora formalmente approvata dal Consiglio Ue prima di essere pubblicata nella Gazzetta Ufficiale.
Tra gli italiani contrari Lega e M5s
A favore dello stop all’importazione di gas da Mosca si sono espressi favorevolmente quasi tutti i gruppi politici europei. Tra le fila dei contrari ci sono sopratutto le destre dei Patrioti, la famiglia politica a cui aderisce la Lega, e una parte della sinistra di The Left, a cui sono iscritti per l’Italia il Movimento 5 stelle e Sinistra Italiana.
Scorrendo tra i tabulati del voto di oggi a Strasburgo, sono 14 in tutto gli italiani che hanno espresso parere contrario sul regolamento. Si tratta di sette eurodeputati della Lega (Paolo Borchia, Susanna Ceccardi, Aldo Patriciello, Silvia Sardone, Raffaele Stancanelli, Isabella Tovaglieri, Roberto Vannacci) e altrettanti del Movimento 5 stelle (Danilo Della Valle, Mario Furore, Carolina Morace, Valentina Palmisano, Gaetano Pedullà, Dario Tamburrano, Pasquale Tridico). Gli eurodeputati iscritti a Sinistra Italiana, che pure fa parte di The Left, hanno votato invece a favore del provvedimento.
Quando entra in vigore lo stop al gas russo
Lo stop al gas russo comincerà sei settimane dopo l’entrata in vigore del regolamento, con un approccio graduale per i contratti di fornitura già in essere. Da fine 2026 ci sarà il divieto totale per il gas naturale liquefatto, mentre dall’autunno 2027 lo stesso avverrà anche per il gas via tubo. Più nello specifico, i contratti di fornitura a breve termine conclusi prima del 17 giugno 2025 dovranno essere interrotti entro il 25 aprile 2026 per il gnl e dal 17 giugno 2026 per il gas da gasdotto. Per i contratti a lungo termine, il divieto scatterà dal primo gennaio 2027 per il gnl e dal 30 settembre 2027 per il gas via tubo.
Verso un divieto anche sul petrolio
A inizio anno, la Commissione europea dovrebbe presentare un’altra proposta per abbattere le ultime importazioni di petrolio, sempre entro la fine del 2027. Ad oggi sono solo due i Paesi Ue che ancora si affidano a Mosca per le forniture di greggio. Si tratta della Slovacchia e dell’Ungheria, i due Paesi con i governi considerati più filorussi. Chi non rispetterà il divieto sull’import di gas e petrolio russi rischia di andare incontro a sanzioni. In caso di «minaccia alla sicurezza dell’approvvigionamento energetico» di uno o più Stati membri, le istituzioni europee potranno attivare la clausola di sospensione del regolamento.
(da agenzie)
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Dicembre 17th, 2025 Riccardo Fucile
SI ALLONTANA L’AVVIO DEI CANTIERI TANTO CARI A SALVINI
La giornata nera del Ponte di Matteo Salvini. Bocciato nuovamente dalla Corte dei
conti, mentre il governo è costretto a far slittare le somme impegnate quest’anno per la sua realizzazione al 2033, considerando che dell’apertura dei cantieri annunciata più volte dal vicepremier della Lega non si vede nemmeno l’ombra. L’opposizione, da Pd ai 5 stelle e Avs, chiede adesso compatta di utilizzare tutte le risorse impegnate, 13,5 miliardi di euro, per altro liberando anche i fondi congelati a Sicilia e Calabria: «Il governo si fermi».
La Corte dei conti dopo aver bocciato la delibera Cipess ha bocciato anche l’atto aggiuntivo: il contratto, in soldoni, tra il ministero dell’Economia, il Mit e la società Stretto di Messina. L’iter messo in piedi dal governo Meloni per realizzare l’opera «non rispetta le norme europee», sostengono i magistrati contabili. Tre le azioni nel mirino delle motivazioni appena pubblicate sulla bocciatura del contratto tra ministeri e Sdm: si doveva «fare una nuova gara perché sono cambiati i criteri, considerando che prima i costi erano a carico dei privati ora invece solo del pubblico»; in ogni caso non solo non c’è alcuna
certezza «che rispetto alla vecchia gara del 2005 i costi non salgano di più del 50 per cento, ma anche i calcoli fatti per l’aggiornamento della spesa a carico dello Stato sono troppi generici; terzo, «non si può prevedere in queste condizioni alcun risarcimento» e penale a favore dei privati che hanno vinto la vecchia gara.
Le reazioni politiche a questa dura delibera della Corte dei conti, che si aggiunge alla bocciatura della delibera Cipess, arrivano subito. Anche perché di fatto la magistratura contabile sta dicendo che se non si rifà una nuova gara l’Europa potrebbe aprire una procedura di infrazione all’Italia, e si rischiano anche contenziosi civili infiniti da parte di altri privati che magari avrebbero partecipato alla vecchia gara aggiornata alle nuove condizioni. «Con le motivazioni depositate con la seconda delibera della Corte dei conti sul Ponte ormai è chiaro che Salvini e l’ad di Stretto di Messina Pietro Ciucci hanno fallito e dovrebbero trarne le conseguenze», dice Angelo Bonelli di Avs. «Non ha senso continuare a inseguire un’opera che rischia di consumare miliardi di denaro pubblico senza benefici chiari per le comunità», dice il capogruppo del Pd nella commissione Trasporti della Camera, Anthony Barbagallo. «Questo conferma quanto abbiamo sempre sostenuto: il Ponte così come concepito non si farà», dice Sergio Costa dei 5 stelle.
Quella della Corte è un nuovo colpo per il principale sponsor dell’opera, il ministro Matteo Salvini che ha più volte annunciato l’apertura dei cantieri: cantieri che invece non partono, tanto che il governo ha presentato nella manovra di bilancio un
emendamento che riscrive il calendario delle spese per la realizzazione del Ponte: 780 milioni, iscritti nel bilancio di quest’anno, saranno spostati in avanti, nel 2033.
Difficile comunque che in queste condizioni partano anche il prossimo anno. Le due bocciature, sulla delibera Cipess e sul contratto, convergono su un punto difficilmente aggirabile: si deve rifare una nuova gara di appalto. E, come ha detto Salvini, rifare le procedure dall’inizio significa “addio avvio del Ponte” in questa legislatura. Ma di fronte a questo scenario, il ministro delle Infrastrutture cosa fa? Aizza la polemica “territoriale” tra Roma e il Sud: «Perché c’è una metropolitana che va bene e un Ponte che va male?», dice intervenendo all’inaugurazione della stazione Colosseo-Fori Imperiali della metro C, Ma sul Ponte il tema è che l’iter voluto dal governo, che ha ripescato i vecchi contratti e il vecchio progetto affidato al consorzio Eurolink, sembra non poter avere al momento alcun via libera dagli organi di controllo.
(da agenzie)
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Dicembre 17th, 2025 Riccardo Fucile
STRETTA SULLE PENSIONI ANTICIPATE: I LAVORATORI SONO DESTINATI A INCASSARE L’ASSEGNO SOLO SEI MESI DOPO AVER LASCIATO IL LAVORO, CON 43 ANNI E NOVE MESI DI CONTRIBUTI – LA MAGGIORANZA ENTRA A GAMBA TESA SULLA PREVIDENZA ANCHE INTRODUCENDO IL SILENZIO-ASSENSO SUL TFR PER I NEOASSUNTI
La manovra viene stravolta a una settimana dall’approdo in aula al Senato. Il governo ha depositato ieri un emendamento extralarge che vale 3,5 miliardi di euro, ma alla fine dell’iter parlamentare tutte le modifiche apportate rispetto al testo iniziale uscito da Palazzo Chigi peseranno quasi 5 miliardi.
Un cambio radicale se si considera l’impianto leggero di una legge di bilancio da 18,7 miliardi di euro, su cui i leader del centrodestra, d’intesa con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, avevano stabilito di limitare le modifiche per mantenere «i saldi invariati».
I saldi, ovviamente, sono garantiti da risorse che vengono da tagli e nuove entrate, e non da interventi in deficit, tuttavia l’impatto politico ed economico di questa pioggia di correzioni è significativo. E ha effetto sui tempi, visto che il voto di Palazzo Madama non ci sarà prima del 23 dicembre.
L’esecutivo si è visto costretto, da una parte, a mettere sul piatto 3,5 miliardi in più per «non tradire le imprese», come ha detto Giorgetti, e superare lo stallo in commissione che teneva bloccata la manovra da giorni. Dall’altra, il governo è stato obbligato a finanziare per un miliardo abbondante le richieste della maggioranza.
Colpisce che, per assicurare le esigenze delle imprese con gli investimenti dell’iperammortamento triennale, di Transizione e della Zes, si metta le mani sulla previdenza con un’altra stretta. Proprio il centrodestra, che voleva smontare la legge Fornero, che non è riuscito né a rifinanziare le “quote” né a bloccare la corsa dell’aspettativa di vita – solo diluita con l’aumento di un mese nel 2027 e due mesi nel 2028 – va a penalizzare la platea dei futuri pensionati per fare cassa.
Attualmente, l’assegno pensionistico anticipato, per il quale sono previsti 42 anni e 10 mesi di contributi (un anno in meno per le donne), decorre trascorsi tre mesi dalla data di maturazione dei requisiti, se sono raggiunti entro il 31 dicembre 2031. Con l’emendamento del governo questa finestra mobile cresce a partire dal 2032, salendo a quattro mesi se i requisiti sono maturati entro il 31 dicembre 2033, a cinque mesi l’anno successivo e a sei mesi a decorrere dal 1° gennaio 2035
A regime, quindi, i lavoratori sono destinati a prendere l’assegno pensionistico sei mesi dopo aver lasciato il lavoro: dovranno andare avanti con i risparmi, se ne hanno. Il risultato di questo ritocco è un allungamento dei tempi di uscita, che consente di contenere la spesa senza cambiare direttamente l’età. Per la Cgil, combinando la finestra mobile con l’aspettativa di vita, l’accesso alla pensione anticipata tra dieci anni salirà a 43 anni e 9 mesi di contribuzione.
La stretta è duplice se poi si tiene conto di una seconda misura che restringe gli effetti per coloro che hanno riscattato la laurea breve, quella triennale. Dal 2031 il riscatto varrà meno: si applica un taglio di sei mesi il primo anno e di 12 nel 2032, di 18 mesi nel 2033, di 24 mesi per chi matura i requisiti nel 2034 e di 30 mesi nel 2035.
A questa riduzione dei contributi non si accompagna una sforbiciata del costo dello strumento del riscatto della laurea, che viene pesantemente ridimensionato. In questo caso la Cgil ipotizza profili di incostituzionalità e stima che chi ha riscattato un periodo di studi potrà arrivare addirittura a 46 anni e 3 mesi di contribuzione prima di andare in pensione.
Capitolo Tfr. Torna il silenzio-assenso: i neoassunti del settore privato aderiranno automaticamente alla previdenza complementare dal primo luglio 2026. Inoltre, si amplia la platea delle aziende tenute a versare il trattamento di fine rapporto all’Inps.
(da agenzie)
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Dicembre 17th, 2025 Riccardo Fucile
L’EX OLIGARCA RUSSO MIKHAIL KHODORKOVSKY: “PUTIN È COME UN GIOCATORE D’AZZARDO, SPERA SEMPRE CHE LA PROSSIMA CARTA SIA QUELLA VINCENTE. LO STA FACENDO ANCHE ADESSO CON TRUMP. PER LUI ADESSO IL DONBASS È UNA QUESTIONE IDEOLOGICA, DI PRINCIPIO E ANCHE DI SOPRAVVIVENZA AL POTERE”
Sorride spesso Mikhail Khodorkovsky, mentre risponde dal suo ufficio in centro a
Londra. Sorridono ironici i suoi occhi dietro le lenti dalla montatura leggera in acciaio. Sornione nel rispondere alla domanda centrale in queste ore di cauto ottimismo sui negoziati.
Trump dice che non si è mai stati così vicini alla pace. Lei ci crede? La risposta è un no, articolato e motivato. Non è ancora il tempo della pace. Putin tirerà ancora in lungo, cercherà ancora di sfondare militarmente come non gli è riuscito in questi quattro anni di attacchi.
«Vladimir Putin ha abbandonato da tempo il pragmatismo dei suoi esordi al potere», risponde il suo più famoso oppositore ancora attivo sulla scena internazionale. «Adesso per lui il Donbass è una questione ideologica, di principio e anche di sopravvivenza al potere.
La sua propaganda si è spinta troppo in avanti per fare concessioni. Tutti in teoria avrebbero interesse a far finire questa guerra. Se fossero realisti adesso sarebbe il momento adatto, con l’amministrazione americana sbilanciata verso Mosca e gli Europei più coinvolti. Ma ormai il conflitto si gioca su un altro piano, anche Zelensky non può cedere territori salvo causare una crisi drammatica in Ucraina, istituzionale e di coesione sociale».
Non ha dubbi Mikhail Khodorkovsky, ex uomo più ricco di Russia, negli anni Novanta oligarca a capo dell’impero petrolifero Yukos, poi entrato in rotta di collisione con
Presidente che lo spedì al gulag, un decennio di prigioni siberiane prima dell’esilio britannico: «Putin è come un giocatore d’azzardo, spera sempre che la prossima carta sia quella vincente. Lo sta facendo anche adesso con Trump».
Eppure l’uomo che parla in russo assistito da una interprete nonostante l’inglese lo sappia, perché vuole esprimere bene la sua opinione, è in fondo ottimista: «Anche questa guerra prima o poi finirà.
Non sogniamoci una pace natalizia ma anche Putin deve fare i conti con una economia sull’orlo della recessione. Mancano soldati ma anche forza lavoro civile. Con la guerra l’apparato militare si è rafforzato nel sistema di potere russo. Lui non è amato dai generali, come non lo è dalla classe media o medio-alta che paga le conseguenze della guerra sulle proprie condizioni di vita. Putin gode ancora di grande consenso popolare e mantiene con pugno di ferro la coesione del suo cerchio ristretto di uomini chiave. Ma nemmeno lui può tirare troppo la corda».
Così si torna ai negoziati, ai vertici internazionali, ai frenetici viaggi di Zelensky, al ruolo degli Stati Uniti e ai passi avanti fatti in questi mesi.
Secondo Khodorkovsky prima o poi anche Putin dovrà accettare un compromesso, probabilmente prima che le elezioni americane di Midterm (il prossimo novembre) possano erodere il potere di Trump, chiaramente un elemento chiave per il Cremlino. Se la sovranità del Donbass non è negoziabile né per Mosca né per Kiev, l’unica via d’uscita sarà dichiarare l’area contesa “zona
smilitarizzata” sotto controllo internazionale. Uno dei punti in discussione.
«Altrimenti non se ne esce – concorda Khodorkovsky –. Di fatto sarebbe una terra di nessuno, da ricostruire e da difendere. Ci vuole però una presenza militare forte per garantirne la sicurezza ed evitare che i russi in futuro avanzino di nuovo.
Europei e americani non possono scendere in campo militarmente. Le garanzie Nato sono solo sulla carta. Potete però offrire soluzioni alternative. Una no-fly zone sui territori smilitarizzati sarebbe un deterrente credibile anche per Mosca».
Dall’arcinemico del Cremlino arriva però anche un altro monito, direttamente a noi Europei: «Ricordatevi che Vladimir Putin negli ultimi vent’anni ha risolto quattro crisi interne lanciando attacchi militari. Ricordatevi della Cecenia, della Georgia, della Crimea e dell’aggressione finale all’Ucraina.
Quando questa guerra finirà, anche il sistema di potere del Cremlino dovrà fare i conti con il riassetto economico e sociale. Putin sarà tentato ancora una volta di gridare all’emergenza del nemico alle porte. E ai confini della Russia ci siete voi Europei»
Khodorkovsky allarga le braccia, con l’aria rassegnata di chi ha provato sulla sua pelle l’inevitabile meccanismo perverso della violenza istituzionale che alimenta se stessa. «Voi Europei non avete più la mentalità di chi è pronto a difendere la propria nazione – aggiunge sconsolato –. Sarebbe bello vivere in pace come siete riusciti per 80 anni ma chi si nutre di guerra non capisce questo atteggiamento. Lo interpreta solo come debolezza. Eppure davanti a una Europa forte e unita, anche
militarmente, la Russia di Putin si fermerebbe. Dovete insegnare ai giovani che il proprio Paese va difeso anche con le armi se necessario. Non è nazionalismo, che anzi nella storia ha causato tanti conflitti, ma legittima difesa». Un esercizio di grande equilibrio, ammette l’arcinemico di Putin, ma ormai necessario. La fine della conversazione è vicina, dopo quasi un’ora ci salutiamo.
Non possiamo però evitare di chiedergli cosa pensa dei tanti filo-putiniani nella politica europea, soprattutto tra i partiti di estrema destra. Torna a sorridere ironico come all’inizio: «Si vede che dopo Mussolini, Hitler o Francisco Franco molti da voi hanno ancora nostalgia dell’uomo forte».
(da La Stampa)
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Dicembre 17th, 2025 Riccardo Fucile
LE ALTERNATIVE SONO DUE: NON UTILIZZARE GLI ASSET E REPERIRE ALTROVE 60 MILIARDI L’ANNO (MA I SOLDI NON CI SONO E NESSUN PAESE È DISPOSTO A CERCARLI), O STACCARE LA SPINA A ZELENSKY, COSTRINGENDOLO ALLA RESA E ASPETTARE LA PROSSIMA INVASIONE DI PUTIN
“I funzionari dell’amministrazione Trump hanno esercitato pressioni sui governi europei, almeno su quelli che considerano più amichevoli, affinché respingessero il piano di utilizzare i beni russi per finanziare l’Ucraina”.
E’ quanto scrive Politico.eu citando quattro funzionari europei. Nell’articolo, dal titolo, “Il problema dell’Ue non è il Belgio, è Trump”. Gli Usa “ci vogliono deboli”, ha spiegato un funzionario europeo alla testata, secondo la quale “i funzionari Usa hanno aggirato Bruxelles e comunicato in modo riservato con le capitali hanno portato Italia, Bulgaria, Malta e Repubblica Ceca ad unirsi ai dissenzienti”.
La domanda cruciale oggi è capire se e come gli europei faranno fronte alla prosecuzione della guerra senza il sostegno degli Stati Uniti. È qui che si gioca la vera decisione strategica: l’utilizzo degli asset russi congelati in Europa. E proprio in questo contesto la posizione dell’Italia potrebbe rivelarsi decisiva.
La questione degli asset russi ha subito numerose evoluzioni negli ultimi quattro anni, trasformandosi in una questione
strategica, in grado di determinare le sorti della guerra. Quando la Russia avviò l’invasione su larga scala dell’Ucraina, una delle prime misure sanzionatorie adottate dall’Ue fu il congelamento degli asset russi detenuti in Europa, per un valore di circa 210 miliardi di euro, custoditi principalmente in Belgio da Euroclear.
Per lungo tempo, la questione rimase in sospeso: si temeva che l’utilizzo di tali beni potesse violare il diritto internazionale e compromettere la stabilità finanziaria dell’Eurozona.
Di fatto, esistono tre opzioni. L’Europa potrebbe scegliere di non utilizzare gli asset e reperire altrove l’intero ammontare necessario a sostenere l’Ucraina, pari a circa 60 miliardi all’anno.
Questo garantirebbe che l’80% del Paese ancora sotto controllo ucraino rimanga libero, democratico e indipendente. Eviterebbe inoltre che la guerra russa si estenda ulteriormente. Questa opzione eliminerebbe qualsiasi rischio legale e finanziario per l’Europa.
Il problema è che tali risorse non sono disponibili. Trovare 60 miliardi all’anno, ogni anno, finché duri la guerra, non è scontato. È un impegno economico consistente, ben più oneroso dei rischi associati all’utilizzo dei beni russi.
Esiste poi una seconda opzione, cara a chi auspica una capitolazione dell’Ucraina: staccare la spina a Kyiv, costringerla alla resa e illudersi che così finisca la guerra. È quanto vorrebbe farci credere la propaganda russa, sostenuta anche da Washington.
Ma la maggior parte dei governi europei ha compreso il gioco. Sa che, se questo scenario si realizzasse, i prossimi obiettivi del
revisionismo coloniale russo potrebbero essere proprio loro. I costi politici, economici e di sicurezza di questa opzione sono talmente elevati che, al confronto, i rischi legati all’utilizzo degli asset russi appaiono irrisori.
Ciò ci conduce all’ultima opzione, l’unica che abbia senso strategico ed economico per l’Europa: utilizzare gli asset come garanzia per un prestito di 140 miliardi a favore di Kyiv.
Non si tratta di spendere direttamente i beni congelati, ma di usarli come leva per garantire un flusso di sostegno all’Ucraina per diversi anni. Il debito verrebbe ripagato al termine della guerra, contestualmente ai costi di riparazione a carico della Russia.
Il segnale sarebbe potente: l’Europa, indipendentemente dalle pressioni statunitensi, ha chiari i propri interessi di sicurezza ed è disposta a restare al fianco dell’Ucraina finché Mosca non si convinca che sia giunto il momento di deporre le armi. Potrebbe accadere presto o meno, ma di certo questa scelta accorcerebbe notevolmente la durata del conflitto, costringendo Putin a rivedere i suoi calcoli.
Il primo passo è già stato compiuto: la questione degli asset è stata inserita tra i poteri emergenziali dell’Ue, decidibili a maggioranza qualificata e non più all’unanimità. In questo modo, l’Unione non è più ostaggio dei veti di Viktor Orbán. La partita, però, rimane aperta: altri Paesi, a partire dal Belgio, continuano a opporre resistenza.
Il Belgio ha preoccupazioni legittime, alle quali la Commissione e altri Stati membri stanno cercando di dare risposta. Meno
comprensibili, ma comunque presenti, sono le reticenze di una manciata di altri Paesi, per lo più piccoli, con l’eccezione dell’Italia.
Roma si è mostrata riluttante a procedere, temendo ritorsioni russe nei confronti di alcune compagnie italiane ancora operative in Russia. Sono preoccupazioni fondate, ma, di fronte all’enormità del momento e alla drammaticità delle alternative, appaiono inconsistenti.
È arrivato il momento della verità, una verità che richiede una scelta. Non si può sostenere di appoggiare l’Ucraina nascondendosi dietro al velo del fantomatico processo di pace di Trump. La pace non arriverà a breve e la scelta sul tavolo oggi è se continuare a restare al suo fianco, non per bontà d’animo, ma con la consapevolezza che la sicurezza nazionale e europea ne dipende.
(da agenzie)
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Dicembre 17th, 2025 Riccardo Fucile
QUANDO DRAGHI PARLO’ DI “PUPAZZI PREZZOLATI” DA MOSCA
«Il paragone è preciso, la conclusione è indiscutibile»: Maria Zakharova, la portavoce
della diplomazia russa celebre per i suoi attacchi a politici e giornalisti sgraditi al Cremlino, si scopre capace anche di complimenti, verso gli occidentali che si mostrano allineati a Mosca.
A meritare il premio è stato Matteo Salvini, applaudito per la sua frase sull’impossibilità di fare la guerra alla Russia. «Né Hitler, né Napoleone sono riusciti a mettere in ginocchio Mosca, dubito che Kaja Kallas, Emmanuel Macron, Keir Starmer e Friedrich Merz ci riusciranno», ha detto il leader della Lega nell’intervista alla trasmissione televisiva “Quarta repubblica” su Retequattro. Ed è stato immediatamente “promosso” da Zakharova, attenta lettrice dei media italiani, che di solito segue per bacchettare chi prende posizioni critiche nei confronti del regime putiniano, dal presidente Sergio Mattarella ai giornalisti di La Stampa e La Repubblica.
A dire il vero, il primo politico occidentale a formulare la teoria che la Russia vince sempre le guerre è stato Donald Trump, che nell’agosto scorso aveva giustificato l’invito di Vladimir Putin al vertice in Alaska, con tanto di tappeto rosso, proprio con la motivazione della presunta invincibilità del suo Paese. I manuali
di storia contraddicono questa affermazione: nel 1905, la Russia era stata la prima potenza europea a subire una disfatta in Asia, con il Giappone che aveva distrutto la flotta dello zar. Aveva perso contro i polacchi, nel 1920, nonostante Maria Zakharova avesse dichiarato proprio qualche giorno fa che «è stato Lenin a creare la Polonia indipendente».
Zakharova però distribuisce plausi a chi impara bene le lezioni di propaganda del Cremlino: il precedente politico europeo a guadagnarsi il suo plauso è stato il premier belga Bart De Wever, che si è opposto al congelamento degli asset statali russi depositati in Belgio, paragonandolo al «furto di mobili da una ambasciata straniera». «Metaforico e preciso», è stato il voto della portavoce diplomatica di Mosca.
Il leader della Lega però rimane senz’altro uno degli allievi preferiti alla scuola russa. «La situazione economica dell’Ue è assai deprimente: crescita quasi a zero, debito e deficit in rapida crescita, con calo della produzione, deindustrializzazione e costi dell’energia fuorimisura», comunica Maria Zakharova in una intervista di appena un paio di giorni fa. Salvini prontamente comunica che le sanzioni contro la Russia avrebbero «messo in ginocchio le economie europee, e hanno provocato un aumento del prezzo dell’energia per gli italiani».
Ieri, il prezzo di un barile di greggio ha toccato il minimo negli ultimi quattro anni, mentre i numeri dell’economia russa – statistiche ufficiali, fornite da governo e Banca Centrale – rendono la descrizione di Zakharova calzante semmai per la Russia.
Il rapporto con la realtà è sempre un problema degli autoritarismi, e quello russo ha sempre scommesso su alleati occidentali che accettavano di credere al Cremlino, che fossero i comunisti convinti che in Urss tutti potessero avere una casa e un lavoro, o i sovranisti di oggi che sostengono – come fece Salvini dopo un viaggio – che «a Mosca non si vedono clandestini».
Migliaia di immigrati dell’Asia Centrale gli sono probabilmente sfuggiti perché relegati nei cantieri e nelle baracche dove vengono stipati. In compenso, il leader della Lega ha visto una cosa che non c’è: elezioni libere, applaudendo nel 2024 – con qualche imbarazzo anche per i partner nella coalizione di governo – la rielezione non esattamente democratica di Putin per il quinto mandato.
Ma la condizione per trattare con il Cremlino è quella di aderire alla sua retorica, e l’aveva capito bene Gianluca Savoini che già nel 2018 presentava Salvini ai suoi interlocutori russi al Metropol come «il primo uomo che vuole cambiare tutta l’Europa.
(da La Stampa)
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Dicembre 17th, 2025 Riccardo Fucile
L’USO DEGLI ASSET RUSSI? “QUALSIASI STRUMENTO DEVE SEMPRE RISPETTARE I NOSTRI VALORI E LE REGOLE SU CUI POGGIA LO STATO DI DIRITTO”: QUALE? QUELLO DI AGGREDIRE UN POPOLO, RAPIRNE I BAMBINI E FARLA FRANCA PERCHE’ I GOVERNI OCCIDENTALI SONO DEI VILI?
E’ importante “il mantenimento della pressione sulla Russia” che, a differenza di quanto dice la propaganda, “si è impantanata in una durissima guerra di posizione a costo di enormi sacrifici. Questa difficoltà è l’unica cosa che può costringere Mosca ad un accordo”. Lo ha detto la premier Giorgia Meloni nell’Aula della Camera.
“Lunedì al vertice di Berlino con Zelensky, diversi colleghi europei e i negoziatori americani”, c’è stato “un clima costruttivo e unitario che vale la pena di sottolineare. La dichiarazione finale dei leader europei riprende tutte le priorità che l’Italia ha sostenuto in questi mesi difficili e che ho ribadito anche a Zelensky nella sua visita a Roma. Tra i “fattori fondamentali” emersi dal summit c’è lo “stretto legame tra Europa e Stati Uniti, che non sono competitor in questa vicenda, condividono lo stesso obiettivo angolo di visuale, non sovrapponibile completamente per il diverso posizionamento geografico”.
Per le garanzie di sicurezza all’Ucraina c’è tra l’altro “l’ipotesi di dispiegamento di una forza multinazionale ucraina guidata dai volenterosi con la partecipazione volontaria dei paesi: approfitto per ribadire che l’Italia non intende inviare soldati in Ucraina”.
“L’Italia ha deciso di non far mancare il suo appoggio al regolamento” sugli asset russi congelati ma “senza avallare alcuna decisione sul loro utilizzo. Lo ha fatto non condividendo il metodo utilizzato,
(da agenzie)
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Dicembre 17th, 2025 Riccardo Fucile
DOV’E’ LA RIVOLUZONE PROMESSA, LA DISCONTINUITA’ COL PASSATO E IL “TRIONFO” SULLA SCENA INTERNAZIONALE?
C’è una strategia piuttosto utilizzata dai comunicatori politici: quando i tuoi
argomenti sono deboli, attingi alla retorica; quando non hai dati a supporto delle tue affermazioni, manipola le statistiche; quando affronti questioni divisive, mantieniti sul vago; quando devi ammettere che qualcosa non ha funzionato, fai la vittima, perché, ricordalo bene, la colpa è sempre, sempre, ma proprio sempre, di qualcun altro.
Manco a dirlo, una delle più brave nel mettere in pratica questi precetti è la nostra presidente del Consiglio Giorgia Meloni. E uno dei suoi pezzi di bravura è stato certamente il discorso con cui ha chiuso l’ultima edizione di Atreju, la kermesse organizzata dai giovani di Fratelli d’Italia e ormai diventata appuntamento centrale nell’agenda politica nazionale (a proposito, avete visto la nostra inchiesta sugli Amichetti d’Italia versione Atreju?). Nel merito delle cose dette da Meloni vi rimanderei a questo debunking della nostra Annalisa Cangemi, il punto su cui invece mi interessa insistere è sulle sue scelte comunicative, su cosa ci dicono e cosa invece nascondono. E sul modo in cui sono state recepite tanto dalla sua comunità politica che dagli addetti ai lavori.
Giulia Merlo su Domani approfondisce due aspetti centrali del messaggio della leader di Fratelli d’Italia alla folla di Atreju: il vittimismo, appunto, e il respiro identitario. Questo passaggio è particolarmente interessante:
La retorica della premier è quella di sempre, in un’ideale iperbole che è cominciata con quella definizione di underdog usata alla Camera nel suo discorso programmatico per la fiducia del 2022. In quasi un’ora di intervento, ha attaccato in modo martellante il Pd, poi i sindacati che hanno organizzato gli scioperi e in particolare la Cgil di Maurizio Landini. Addirittura, la parola più pronunciata è stata «sinistra», una sorta di fantasma evocat
come opposto delle posizioni della premier, ma anche come causa di tutti i mali del paese prima che al governo arrivasse lei.
Per il centrodestra, invece, Meloni ha evocato l’immagine della comunità di destino, definendo l’alleanza per negazioni: “Non siamo un incidente della storia, non siamo una somma di divisioni”. Il risultato da rivendicare è quello delle regionali: 3 a 3, invece che 5 a 1 evocato dall’onnipresente sinistra. Il riferimento alla coalizione di governo, però, finisce qui. Il noi contro di loro costantemente evocato, infatti, ha la premier al centro con il suo progetto politico.
Vittimismo e culto del capo sono al centro anche delle riflessioni di Alessandro De Angelis su La Stampa, particolarmente incisive quando evidenziano come, sia come sia, Meloni è al potere da oltre tre anni:
Avete capito chi e quanto comanda? Bene, finito il racconto del culto del capo, passiamo al capo, che per inciso è anche premier da più di tre anni. Al cronista tocca ricordarlo perché, se uno atterrasse da Marte su Atreju, penserebbe che Giorgia Meloni sta all’opposizione. È il populismo, bellezza! C’è sempre il nemico per galvanizzare la curva, il racconto pugnace, il “noi” puri e non omologati al mitico sistema e il “loro” che non ci fermeranno
Però qui c’è un’annotazione da fare, rileggendo gli appunti. E cioè che il parco ne-mici si è molto ristretto.
E dunque, come si fa a scaldare i cuori audaci con le mani legate su queste cose e con l’economia ferma? Semplice, da un lato con la retorica della grandeur di “un’Italia tornata grande”, dall’altro prendendosela circa una trentina di volte con sinistra e d’intorni.
Al posto della rivoluzione su banche, assicurazioni, lobby ed Europa e del rendiconto di ciò che si è fatto, ecco l’elenco dei nemici pronti per l’uso, sapientemente sopravvalutati rispetto al peso reale: Elly Schlein, la Cgil coi suoi scioperi del venerdì, i giudici che tolgono i bambini dalla casa nel bosco, ma senza esagerare per non impelagarsi nel referendum, Ilaria Salis e Greta Thunberg, il Sessantotto, Francesca Albanese e i pro-Pal, i “rosiconi” e quelli che preferiscono il kebabbaro alla cucina italiana patrimonio dell’umanità.
Piccolo inciso, con un quiz per voi che ormai seguite questa piccola rubrica: secondo voi, chi sarà stato il più solerte nel riprendere questo passaggio sui kebab e nel rilanciare la retorica meloniana della sinistra rosicona persino sul riconoscimento Unesco alla cucina italiana? E perché proprio il suo ex portavoce, ora direttore di Libero? Questo un piccolo assaggio del pezzo, peraltro scritto molto bene, va detto:
La sindrome del «kebabbaro» è un disagio che si manifesta nella sinistra quando subisce la sconfitta, non elabora il lutto, non capisce l’avversario e ogni volta che lo vede, lo sente parlare, lo immagina, perde l’orientamento, barcolla, sbatte i piedi, e cade in uno stato che oscilla tra la prostrazione e la rabbia. Dopo più di tre anni di governo Meloni l’opposizione ancora non sa chi è Giorgia.
L’opposizione si schiera contro l’operazione sulla cucina italiana patrimonio dell’Unesco? Il suicidio ai fornelli dei tragical-chic contro il bucatino all’amatriciana di “Lollo” (Brigida) viene dipinto con la corsa della sinistra dal “kebabbaro”. Ecco un’altra
bandiera della sinistra, il kebabbaro.
Dove abbiano visto questa lotta senza quartiere della sinistra tutta al riconoscimento Unesco, francamente, non è dato sapere. Ma c’è chi ha fatto un ulteriore salto di scala, riuscendo a parlare di Atreju come “lezione di democrazia”, in contrapposizione al clima di odio e di intolleranza sempre della solita sinistra. Su Il Giornale, dove si nota già qualche cambiamento, addirittura Paolo Bracalini riesce a presentare Meloni e diversi esponenti della destra di governo come “vittime di censura” e accusa le opposizioni di “avere in mano i manganelli” e di non ospitare mai il contraddittorio nei loro eventi pubblici.
Anche qui, onestamente, non mi farei distrarre e andrei al punto. Che, tutto sommato è semplice: Meloni è sola al comando da oltre tre anni, sta gestendo con grande attenzione la finanza pubblica e si sta barcamenando con enorme difficoltà in un quadro internazionale estremamente complesso. Tutto qui, non c’è molto altro se non la gestione del potere per il potere. È per questo che deve costantemente rifugiarsi nella propaganda, nella retorica e nel vittimismo. Perché non ha altro da dare, se non recriminazioni e ancora promesse. Oltre alla dimensione onirica di un’Italia spavalda e vincitrice, in cui ogni cosa sta finalmente funzionando e che è pronta a cambiare le regole del gioco, in Europa e nel mondo intero.
In effetti, fossi un elettore storico della destra, sarei molto contrariato per questa rivoluzione sempre annunciata e mai cominciata. Oltre la tensione retorica, i rimandi identitari di cui anche il discorso di Atreju era zeppo, c’è solo la tensione verso la
creazione di quel laboratorio della nuova destra mondiale con cui la leader di Fdi ha affascinato i suoi. Certo, a quelli dai “cuori puri e dalle gambe forti” ha garantito piccoli spazi di potere, li ha portati nei salotti che contano e nei corridoi un tempo tanto detestati. Ma poi?
Fossi un elettore novello, uno di quelli che ha creduto in Meloni magari dopo le fascinazioni per Salvini, Di Maio, forse anche Renzi, mi chiederei che fine hanno fatto le promesse per cui l’ho votata. Le accise sulla benzina, il blocco navale, la stretta sulla criminalità, tanto per cominciare. Sono passati tre anni e devo ancora sentirmi dire che è colpa della sinistra, dei giudici comunisti, dei centri sociali. Usque tandem…
Fossi ancora un disciplinato elettore di centrodestra mi farei qualche domanda su come si è finiti a replicare l’agenda Draghi in economia, sentendomi anche un po’ offeso per il fumo negli occhi che vogliono buttarmi con provvedimenti come quello che promette il ritorno al popolo “dell’oro di Bankitalia”. Ma sul serio tocca sentirmi dire ancora che è tutta colpa del superbonus? E poi, non eravamo quelli che avrebbero finalmente messo in riga banchieri e finanzieri?
Potremmo continuare a lungo, magari ritornando sulle ambiguità in politica estera, col ruolo di quinta colonna trumpiana nell’Unione Europea che Meloni si è ritagliata, anche prescindendo dalle posizioni dei suoi alleati e dai rapporti storicamente consolidati con i partner europei, mentre parallelamente cerca di saldare un asse con la presidente della Commissione von der Leyen.
Intendiamoci, non che sia semplice fare la rivoluzione in questo Paese e nel contesto attuale. E, soprattutto, l’incapacità dei Meloni e dei suoi nel portare a compimento imprese folli e sconsiderate è quasi una salvezza. Ma la distanza siderale fra promesse e risultati è un dato di fatto, che per ora l’abilità comunicativa della leader di Fdi riesce a nascondere (grazie anche all’arrendevolezza di parte dell’opposizione e al sostanziale controllo della quasi totalità dei mezzi di informazione).
Funzionerà ancora a lungo?
(da Fanpage)
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