Dicembre 17th, 2025 Riccardo Fucile
DAVANTI A LISTE D’ATTESA INFINITE, REGIONE LOMBARDIA PORTA AVANTI UNA MASSICCIA OPERA DI PRIVATIZZAZIONE
Esami urgenti, da effettuare nel giro di poche settimane, la cui disponibilità viene data dopo più di un anno. Liste d’attesa infinite e cure di base che non vengono garantite ai pazienti più fragili. È la fotografia attuale del sistema sanitario pubblico di Milano e della Lombardia, che il più delle volte non riesce a garantire in tempo utile le prestazioni mediche necessarie.
La soluzione più rapida per i pazienti, così, diventa quella di rivolgersi al privato, dove lo stesso esame si può prenotare addirittura il giorno successivo alla prescrizione del medico curante. Un’opzione che però, naturalmente, costa carissimo.
Più di 800 euro, ad esempio, nel caso di Leonardo Di Pierro, 71 anni, paziente cardiopatico, che ha rischiato la vita perché la prima Tac coronarica disponibile nel servizio pubblico, a Milano, sarebbe stata a oltre un anno di distanza dalla prescrizione della cardiologa: da marzo del 2025 a maggio del 2026.
La storia di Leonardo Di Pierro: “Ho rischiato di morire”
“Se avessi davvero aspettato a fare la Tac coronarica probabilmente sarei morto”, racconta oggi a Fanpage.it che, a seguito delle denunce sul fallimento del Cup unico regionale e lo scandalo delle liste d’attesa che penalizzano anche le donne in gravidanza, prosegue la sua inchiesta sui malfunzionamenti della sanità guidata da Regione Lombardia. “Sono qui solo per caso, vivo per miracolo”.
O meglio grazie all’intervento della moglie Silvia Boga. “Mio marito, in quel periodo, aveva difficoltà a salire le scale, persino a uscire con il cane… ho provato così a contattare anche la clinica privata convenzionata San Giuseppe, che in regime di servizio pubblico non riusciva comunque a garantire la prestazione prima di sei mesi (ottobre 2025)”, ha spiegato la donna. “Poi, durante una visita, ho evidenziato il problema al cardiologo che mi segue da anni. Mi ha detto: Fai entrare tuo marito, gli facciamo al volo un ecocolordoppler da sforzo”. Risultato: il medico si rende immediatamente conto che nel
paziente ci sono delle ischemie in corso. Leonardo viene quindi spedito in un altro ospedale (sempre privato convenzionato), e operato d’urgenza. “Hanno rilevato subito che la situazione era terribile, c’erano almeno due bypass da fare”, sempre le parole della moglie. “È stato per dieci giorni in terapia intensiva”. Ma cosa succede quando non si può disporre di un trattamento “di favore”, come in questo caso? Chi può, prenota nel privato. La medesima tac coronarica qui, in Lombardia, si può ottenere infatti anche il giorno successivo alla richiesta: basta pagare dai 400 agli 850 euro, ed ecco fatto. Chi non può pagare, purtroppo, aspetta e spera, mettendo in grave rischio la propria salute e il proprio futuro.
Cos’è la super intra-moenia
Cosa fa quindi Regione Lombardia di fronte a tutto questo, per smaltire l’annoso problema delle liste d’attesa nella sanità e garantire le prestazioni sanitarie a tutti i cittadini, evitando una costosissima fuga verso il privato che in pochi possono permettersi? Mette a disposizione 10 milioni di euro per l’acquisto di prestazioni private da parte delle strutture accreditate.
“Con questo provvedimento garantiamo nuove risorse, coinvolgendo il privato accreditato per offrire risposte immediate e concrete ai cittadini lombardi”, è stata la dichiarazione dell’assessore al Welfare in Lombardia Guido Bertolaso. Una norma, soprannominata super intramoenia, che regala ancora più spazio e più soldi al privato.
Ecco come funziona. Quando il paziente residente in Lombardia prenota una visita o un accertamento medico tramite Cup regionale (allo sportello, online o al telefono) l’ASST o la IRCCS pubblica, in caso di assenza di slot disponibili nei tempi previsti (cioè 72 ore per una prescrizione SSN con urgenza e 120 giorni per una programmabile), può indirizzare verso una struttura privata accreditata o un medico del sistema sanitario nazionale in libera professione al costo del solo ticket o gratis, se si ha diritto all’esenzione. A mettere la differenza e a iniettare ulteriore denaro pubblico all’interno del sistema privato, così, è la stessa Regione Lombardia.
Ma non solo. Attraverso la delibera, Regione Lombardia ha introdotto linee guida ufficiali e uno schema tipo di convenzione per permettere alle strutture pubbliche lombarde di stipulare accordi con enti di sanità integrativa (assicurazioni, fondi sanitari integrativi, mutue aziendali), ovvero un vero e proprio modello di attività aggiuntiva gestita dall’impresa sanitaria pubblica verso soggetti privati/assicurativi in modo organizzato e normato. Un’opera di massiccia privatizzazione mascherata da sistema pubblico, che ha l’effetto di favorire una sanità a doppia velocità (chi ha coperture integrative accede prima) e di togliere ulteriori risorse e personale da un pubblico già in forte crisi.
Il caso San Raffaele
Al privato, però, non va certo meglio. A dimostrarlo è il caso del San Raffaele, ospedale privato convenzionato fiore all’occhiello del berlusconismo che di recente, tra il 5 e il 7 dicembre, è stato protagonista di un episodio che ha mandato in tilt il reparto di Medicina ad alta intensità: secondo le prime ricostruzioni il
personale infermieristico (appaltato a una cooperativa esterna) non avrebbe infatti avuto le competenze adeguate per lavorare in un’area così delicata, causando errori nella somministrazione di farmaci, continue difficoltà nei protocolli di assistenza e il blocco degli accessi dal Pronto Soccorso, con tanto di trasferimento urgente di alcuni pazienti in altre aree della struttura.
Sul caso ora indaga la Procura di Milano. Ma resta l’evidenza di come anche un grande ospedale privato, che dal pubblico riceve parecchio denaro, soffra una cronica mancanza di infermieri e operatori qualificati. “L’elemento comune di tutto è la ricerca del massimo profitto e del risparmio”, ha dichiarato di recente a Fanpage.it Vittorio Agnoletto, esponente di Medicina Democratica e docente di Politica della Salute all’Università degli Studi di Milano. “È la prosecuzione della deriva di un servizio sanitario regionale composto da una fortissima presenza del privato, dove viene a mancare il ruolo di controllo fondamentale da parte dell’istituzione pubblica”.
(da Fanpage)
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Dicembre 17th, 2025 Riccardo Fucile
SOCIALISTI E LIBERALI: “BASTA ADULARE TRUMP”
A quasi due settimane dalla pubblicazione dell’esplosiva Strategia di sicurezza
nazionale Usa, Ursula von der Leyen rompe gli indugi e risponde a tono a Donald Trump, pur evitando accuratamente di nominarlo.
«Non dobbiamo essere scioccati da ciò che altri dicono dell’Europa, ma non sarebbe la prima volta che teoremi sull’Ue si rivelano sbagliati», premette la presidente della Commissione Ue intervenendo al Parlamento europeo alla vigilia del vertice dei leader di fine anno che si apre domani a Bruxelles. Poi l’affondo sul terreno più caro a Trump, quello economico. «La Strategia Usa ha ragione a dire che l’Ue “ha peso una quota del Pil globale, dal 25% nel 1990 al 14% oggi”. Ma quello che non
c’è scritto è che gli Stati Uniti sono esattamente sullo stesso percorso – calando dal 22% del Pil globale nel 1990 al 14% oggi». La cruda annotazione serve nella testa di von der Leyen non per offendere Trump, se mai per ricordare che entrambe le sponde dell’Atlantico hanno visto i risultati di un colossale spostamento degli equilibri economici globali: «Nello stesso periodo la Cina è cresciuta dal 4 al 20% del Pil globale», ricorda von der Leyen.
Liberali e Socialisti all’attacco: «Basta appeasement con Trump»
La presidente della Commissione sorvola però sugli altri pesantissimi attacchi all’Europa che la Strategia Usa conteneva, e che i vertici della Casa Bianca e del mondo MAGA hanno poi brandito aggressivamente per giorni: l’idea che siano proprio le istituzioni Ue a «minare la libertà e la sovranità» nel continente e a soffocare la crescita con la loro burocrazia, l’idea che le norme Ue in particolare sulle piattaforme digitali portino alla «censura della libera espressione e soppressione delle opposizioni politiche», l’idea che così nel complesso l’Europa andrà incontro all’autodistruzione culturale. Glielo ricorda poco più tardi su tutte le furie la capogruppo europea dei Socialisti e Democratici Iratxe Garcìa Perez: «Von der Leyen, lei non ha detto una parola sulle minacce Usa, basta con la strategia dell’adulazione e dell’appeasement con gli autocrati, non ci porterà alla pace ma solo ad altri conflitti». Ma glielo rinfacciano pure i liberali di Renew, pur con tono meno iracondo: «La strategia dell’appeasement non funziona, non dobbiamo rompere le relazioni transatlantiche ma rifiutare la vassalizzazione», chiede
la capogruppo Valerie Hayer – vicinissima a Emmanuel Macron – alla presidente della Commissione ma pure ai leader dei 27riuniti da domani.
Von der Leyen fa slalom tra le mine di Trump e si concentra invece sulla lezione geopolitica d’insieme che deriva dall’abbandono americano dell’Europa scolpito nella Strategia, sommato al bellicismo russo. «Dobbiamo far fronte alla realtà di un modo diventato pericoloso e transazionale, di guerre e predatori». E in questo contesto l’Ue deve sapere che può contare solo più su se stessa. «Al Consiglio europeo di domani dobbiamo affermare che ci occupiamo della nostra strategia, dei nostri interessi e delle nostre priorità: è il momento dell’indipendenza dell’Europa», calca la mano von der Leyen. Gli applausi nell’Aula di Strasburgo sono timidi. «È realistico? Guardate a cosa abbiamo fatto – dall’energia alla difesa abbiamo già reso possibile l’impossibile, e siamo pronti a fare di più», sottolinea la presidente della Commissione ricordando la decisione presa dopo anni di fatiche sullo stop all’import di gas e petrolio dalla Russia, ma anche sulla pagina voltata sulla difesa e sullo sviluppo di nuove capacità per affrontare la guerra ibrida: «Stiamo muovendo montagne, trasformando la nostra base industriale. Abbiamo fatto di più per la difesa in un anno che in un decennio intero. Quest’anno abbiamo avviato investimenti per 800 miliardi di euro e il programma Safe (prestiti Ue agevolati per investimenti in difesa, ndr) è andato a ruba con 19 Paesi che hanno richiesto i fondi e molti che già ci chiedono di stanziarne di nuovi»
Dove di risorse fresche non ce ne sono invece è sulla difesa dell’Ucraina, lasciata di fatto sguarnita dall’azzeramento degli aiuti americani. Come sostenere Kiev nei prossimi due anni è il grande dilemma che dovranno (dovrebbero) sciogliere i capi di Stato e di governo dei 27 da domani a Bruxelles. La soluzione resta ancora lontana, con le resistenze a procedere sulla confisca dei beni russi congelati del Belgio, dell’Ungheria, della Bce, ma anche dell’Italia di Giorgia Meloni. L’altra carta almeno teoricamente sul tavolo, quella di creare un altro strumento di debito comune, pare politicamente ancora più complicata per l’opposizione dei Paesi frugali, Germania in testa. «Nel 2026-27 ci impegniamo a finanziare due terzi del fabbisogno di sostegno dell’Ucraina per 90 miliardi», ribadisce von der Leyen. «Ho proposto quindi due opzioni – una basata sugli asset, l’altra sul debito comune. Dovremo decidere quale usare, e lo dobbiamo fare in questo Consiglio europeo», sprona la leader tedesca, che sottolinea come i 27 la scorsa settimana siano già stati in grado di fare un passo importante immobilizzando a tempo indeterminato quegli oltre 200 miliardi di beni russi depositati in enti finanziari europei «sino a che la Russia non fermerà la guerra e si deciderà a ripagare l’Ucraina per i danni inflitti». Antonio Costa, presidente portoghese del Consiglio europeo, aveva promesso che i vertici sotto la sua gestione sarebbero durati un solo giorno, ma tra incertezze sugli asset russi e l’ulteriore «grana» sull’approvazione dell’accordo Ue-Mercosur che Italia e Francia minacciano di aprire il summit potrebbe trasformarsi in una maratona di due giorni, se non di più.
(da agenzie)
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Dicembre 17th, 2025 Riccardo Fucile
ORA L’AMBASCIATORE RUSSO SI PRONUNCIA ANCHE SULLA COMPRAVENDITA DI UN GIORNALE ITALIANO…PARLARE A VANVERA DEI CAZZI DEGLI ALTRI E’ IL MALE DEL MILLENNIO
Che l’ambasciata russa si pronunci, non importa come, sulla compravendita di un giornale italiano, prima di essere inopportuno è assurdo. E anche molto ridicolo. È come se il Milan emettesse una nota sulla guerra in Ucraina; il Cern commentasse le qualificazioni agli europei di calcio; o Bankitalia dicesse la sua sul cast del Festival di Sanremo.
La sola reazione sensata, e meritata, è dire: ma tu, scusa, che c’entri? A che titolo parli? Perché commenti una cosa che non ti riguarda, che esula del tutto dalle tue competenze, dalle tue funzioni, dal tuo mestiere?
Sei qui per fare l’ambasciatore, mica l’influencer o il tiktoker o il sensale d’affari. Datti una regolata, diventa beneducato e formalmente ineccepibile (qualità di base richieste, da secoli, al corpo diplomatico) e non impicciarti di editoria, che già troppi se ne impicciano qui in Italia senza avere idea di che mestiere si tratti, pensa un po’ se c’era bisogno della noterella bizzarra del signor ambasciatore di un Paese nel quale scrivere e pubblicare è come fare il trapezista: una sfida estrema.
In un mondo fuori di testa, dove nessuno sembra più capace di rispettare gli ambiti e le competenze, ci si illude che soprattutto chi ha un ruolo istituzionale cerchi di svolgerlo portandone la responsabilità. Gli onori e gli oneri. I parlatori a vanvera sono già milioni, forse miliardi, i social sono intasati di fesserie digitate con incoscienza, e a rischio zero, da chi non sa nulla, ma giudica tutto. Se ci si mette pure un ambasciatore, per giunta del Paese più grande del mondo, non ci resta che sperare in un vaccino contro il vaniloquio. Parlare a vanvera è il male del millennio.
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Dicembre 17th, 2025 Riccardo Fucile
PER FARE CASSA PENALIZZATE LE USCITE ANTICIPATE E IL RISCATTO DEGLI ANNI DI LAUREA
Il governo Meloni doveva abolire la legge Fornero con Matteo Salvini nel ruolo di
alfiere. E invece, alla quarta legge di Bilancio, c’è la nemesi: fa cassa sulle pensioni per provare a dare qualche risposta alle imprese e accontentare Confindustria.
La sintesi del disastro meloniano è tutto nell’ennesimo emendamento alla legge di Bilancio, calato dall’alto per riscrivere pezzi portanti del provvedimento. Un testo che esce stravolto rispetto alla formulazione iniziale. Negli ultimi giorni c’è stata una sfilza di modifiche presentate dallo stesso ministero dell’Economia, guidato da Giancarlo Giorgetti.
Auto-bocciatura
Un’auto-bocciatura che ha lasciato esterrefatte le opposizioni, anche perché non si tratta della solita grandine di mancette che in genere appare nel corso del confronto.
«La legge di Bilancio, che abbiamo letto due mesi fa, non esiste più. Per fortuna hanno accolto alcune delle nostre critiche», dice a Domani Daniele Manca, capogruppo del Pd in commissione Bilancio al Senato. Se ogni manovra è difficile, quest’anno la destra si è superata.
Nel caos generale hanno almeno preso forma i 3,5 miliardi di euro promessi proprio da Giorgetti alle imprese per garantire il supporto a Transizione 5.0, l’iperammortamento, il finanziamento delle Zes e il fondo contro il caro-materiali. Per attingere alle risorse, il governo ha sostanzialmente rotto il salvadanaio del Pnrr, rimodulando – in pratica saccheggiando quel che resta del Piano.
La sorpresa arriva dal fatto che si poteva fare tutto fin da subito, prevedendo determinate misure, senza balletti last minute. Un modus operandi che lascia intendere la volontà della destra di agire con il “favore delle tenebre”, ossia con le votazioni in piena notte e in gran velocità con la scusa di dover evitare l’esercizio provvisorio. Una strategia utile anche a evitare qualsiasi dibattito nel merito. Ma che non è un modello di confronto, proprio mentre Fratelli d’Italia in piena celebrazione di Atreju ha esaltato “l’arena” di Castel Sant’Angelo, a Roma, come luogo di dialogo.
L’ultimo cortocircuito, il più clamoroso, è arrivato con le risorse drenate sulle pensioni, colpendo in particolare il riscatto della
laurea per un “risparmio” dello stato tra i 500 e i 600 milioni di euro. «Una mega fregatura per chi ha riscattato la laurea», l’ha definita senza mezzi termini la deputata del Pd, Maria Cecilia Guerra. Mentre il Movimento 5 stelle ha parlato di una «macelleria», annunciando «battaglia». Un fatto è certo: gradualmente, fino al 2035, sarà annullato il beneficio del riscatto per i laureati intenzionati a far valere il loro titolo di studio ai fini previdenziali. Intervento ancora più duro sul pensionamento anticipato: la “finestra” di tre mesi si allargherà da tre a quattro (per chi matura i requisiti nel 2032 e 2033).
Diventerà di cinque mesi per il biennio successivo con un beneficio per la casse statali di mezzo miliardo nel 2033, ma con una cifra che è destinata a triplicarsi, arrivando quasi al miliardo e mezzo, nel 2035. Ma oltre i numeri c’è la scelta politica di un governo che diceva di voler introdurre Quota 41 come principio per andare in pensione, ossia la possibilità di uscire da lavoro – in maniera anticipata – alla maturazione di 41 anni di contributi.
Appena poche settimane fa, il sottosegretario al Lavoro, il leghista Claudio Durigon, aveva promesso interventi per favorire il pensionamento anticipato. Al contrario la previdenza viene impiegata come un bancomat. Il governo «peggiora le condizioni, allunga i tempi, scarica i costi sulle spalle di chi lavora e di chi studia», ha detto il deputato di Alleanza verdi-sinistra, Angelo Bonellio.
Per il partito di Salvini c’è un altro elemento negativo: deve mandare giù pure la rimodulazione dei fondi stanziati per il Ponte sullo Stretto. Sull’opera, peraltro, sono giunte anche le
ulteriori motivazioni della Corte dei conti sulla bocciatura. «Dopo anni di slogan, la manovra chiude la propaganda e lascia Sicilia e Calabria senza risposte», ha commentato il senatore dei 5 stelle, Pietro Lorefice.
La linea leghista resta quella di minimizzare e tirare dritto con la promessa di provvedere ad aprire i cantieri «prima possibile».
Voto notturno e natalizio
Alla voce “impegni disattesi” sulla manovra, spicca quello sulla tempistica dell’iter. Il calendario prevedeva che il testo approdasse in aula al Senato il 15 dicembre, in quella data non c’era nemmeno stata una sola votazione in commissione Bilancio. Solo il 16 dicembre sono iniziati i primi voti sui temi comuni per avviare almeno un cammino che si annuncia ancora tortuoso. La seduta è stata aggiornata in attesa di avere un quadro più chiaro.
Uno scenario di improvvisazione che costringerà i senatori a maratone notturne per velocizzare l’esame e garantire il via libera dell’assemblea di palazzo Madama entro Natale.
Con questo timing, il testo arriverebbe di gran carriera alla Camera, che dovrebbe approvarlo tra il 29 sera e il 30 mattina molto probabilmente con la blindatura della fiducia. Fornendo l’ennesima immagine di un parlamento ridotto al ruolo di passacarte. A Montecitorio i deputati non hanno preso molto bene l’incartamento sulla manovra, benché molti avessero messo in conto il ritorno prima della notte di San Silvestro per “bollinare” la babele di norme firmata Giorgetti-Meloni.
(da La Repubblica)
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Dicembre 17th, 2025 Riccardo Fucile
TRUMP UNISCE BRUTALITA’ E OTTUSITA’, UN MIX CHE LO PONE AL DI FUORI DEL GENERE UMANO
Sarebbe persino rassicurante liquidare le condoglianze aggressive di Trump – quelle in cui «saluta» il regista ucciso mortificandolo e dileggiandolo – come un nuovo genere letterario riferibile soltanto a lui. Trump unisce brutalità e ottusità, un mix difficilmente riscontrabile nello stesso essere umano, ma non è un cavaliere solitario. Interpreta, esasperandolo, lo spirito di un’epoca che ha dichiarato guerra alla gentilezza e considera la buona educazione una forma di ipocrisia. Il rispetto dovuto ai morti, per esempio: avversari politici compresi.
Davanti alla testa mozzata di Pompeo, Cesare ebbe un moto di ribrezzo e parole di solidarietà per il nemico assassinato. La morte azzerava tutto e anche chi non se la sentiva di tessere l’elogio del defunto rimaneva quantomeno in silenzio.
Ai trumpiani nell’animo tutto questo appare arcaico, fasullo, insincero. Se andavano d’accordo col morto, lo piangono in modo teatrale (ricordate i funerali di Charlie Kirk?), spargendo granelli di rabbia sulla loro retorica per non correre il rischio di passare per buoni. Se invece, come nel caso del regista di «Harry ti presento Sally», il de cuius aveva idee diverse, non nascondono il loro disprezzo né rinunciano alla tentazione di attribuire la sua fine alle sue opinioni.
Un impasto di vittimismo e senso di inferiorità: tu da vivo parlavi male di noi? E allora perché dovremmo piangerti o restarcene zitti?
Quelli come Trump nel nemico morto non vedono il morto. Vedono soltanto il nemico.
(da corriere.it)
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Dicembre 17th, 2025 Riccardo Fucile
PER RILANCIARE IL TRASPORTO PUBBLICO UN ABBONAMENTO NAZIONALE DA 60 EURO PER AUTOBUS E TRENI, 30 EURO PER I GIOVANI
Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha annunciato oggi il lancio, a partire dal
prossimo gennaio, di un abbonamento unico per i trasporti pubblici (treni e bus) al prezzo di 60 euro al mese: il ticket permetterà di viaggiare in tutto il Paese sulle reti pendolari, di media percorrenza e nazionali.
Per i giovani sotto i 26 anni, il prezzo sarà dimezzato, a 30 euro al mese. Sánchez ha inoltre annunciato che gli sconti sui trasporti pubblici continueranno per tutto il 2026. “Si tratta di un impegno molto forte nei confronti della mobilità sostenibile e anche nei confronti della classe media e operaia”, ha affermato Sánchez.
Il leader iberico ha presentato il provvedimento come una misura destinata a incidere in modo strutturale sulle abitudini di mobilità, con l’obiettivo di rendere più semplice e conveniente spostarsi per lavoro o per esigenze quotidiane. L’abbonamento sarà valido sui treni regionali e suburbani e sulle principali linee nazionali di autobus, estendendo su scala statale un sistema finora frammentato.
L’annuncio arriva mentre l’esecutivo di coalizione, privo di una maggioranza parlamentare stabile, è sotto pressione per una serie di scandali che hanno coinvolto il PSOE e figure dell’entourage del premier, tra accuse di corruzione e segnalazioni di molestie sessuali. Le opposizioni chiedono lo scioglimento anticipato delle Cortes, ma Sánchez respinge l’ipotesi di elezioni prima del 2027, sostenendo che il Paese stia crescendo e che il governo
abbia ancora margini e responsabilità per intervenire.
In questo contesto, il nuovo abbonamento è stato presentato come una risposta diretta ai problemi concreti dei cittadini. Secondo le stime dell’esecutivo, la misura potrebbe ridurre fino al 60% le spese di trasporto per una parte dei lavoratori, coinvolgendo circa due milioni di persone. Un risparmio che, nelle intenzioni del governo, dovrebbe tradursi in un sostegno tangibile al reddito e a una maggiore equità nell’accesso alla mobilità.
Il progetto si inserisce in una tendenza europea già avviata, sulla scia dell’esperienza tedesca, dove dal 2023 è in vigore un biglietto mensile valido su treni regionali e mezzi urbani. In Spagna, tuttavia, non sono ancora stati diffusi i dati sul costo complessivo dell’operazione per le finanze pubbliche.
Sánchez ha colto l’occasione anche per rispondere alle critiche politiche, rivendicando una linea di fermezza di fronte alle accuse che hanno colpito il suo partito e ribadendo l’impegno del governo nella lotta agli abusi e alle molestie. Alle pressioni per un voto anticipato, rilanciate nei giorni scorsi anche dal presidente della Conferenza episcopale spagnola, il premier ha risposto con un richiamo netto alla separazione tra sfera religiosa e politica.
(da agenzie)
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Dicembre 17th, 2025 Riccardo Fucile
“SIAMO TUTTI IMMIGRATI”
Dario Mentesana 7 anni fa ha lasciato tutto per trasferirsi in Islanda dove lavora come guida sul ghiacciaio di Vatnajökull, il più grande e imprevedibile d’Europa.
“Qui è la natura che comanda, non l’uomo. I turisti perdono la vita perché sottostimano la pericolosità dell’Islanda, ma io vivo una vita senza stress”, racconta a Fanpage.it.
A rendere la vita di Dario priva di ansia è un mix tra coesione e controllo sociale: “Ci sono telecamere ovunque, non solo nella capitale Reykjavík ma anche a Nesjahverfi, il paesino di 300 persone dove vivo io. La microcriminalità non esiste, ma non neanche esiste il nostro concetto di privacy. Nessuno chiude la porta a chiave, così che tutti possano entrare e prendere ciò che serve dal frigo, basta lasciare un bigliettino per informare il proprietario di casa. Ho faticato ad abituarmi ma adesso non potrei vivere diversamente”.
La testimonianza: “Ho scelto di trasferirmi in Islanda in una sola settimana”
Negli ultimi 12 anni il numero degli italiani in Islanda è quadruplicato e tra coloro che oggi vivono stabilmente nel paese dei ghiacci c’è anche Dario, 49 anni: “Ancora non so dire perché ho scelto di trasferirmi qui. 7 anni fa vivevo in Olanda, e per caso un amico australiano mi chiese di collaborare per un breve periodo a un documentario in Islanda, e dato che mi mancava come paese da visitare sono partito. Dopo 1 settimana mi sono innamorato, sono tornato in Olanda per licenziarmi. Ora vivo a 45 minuti dal ghiacciaio più grande d’Islanda e d’Europa, in un paesino di 300 anime”.
Dario ha viaggiato in tutto il mondo, ma piuttosto che tornare nella sua Sicilia, dalla quale è partito 16 anni fa, ha scelto i ghiacci: “Vengo da Palermo, 1 milione di abitanti, mentre in tutta l’Islanda ne sono appena 400 mila. Sono sempre stato un siciliano atipico: non amo il caldo e il mare. E quando ho iniziato a girare il mondo ho trovato tanti posti dove volevo trasferirmi, ma per nessuno ho avuto una folgorazione simile. Non so spiegarmi cosa è scattato: per me la natura è fondamentale e sono tornato da quella prima settimana senza dubbi. Per trasferirmi in Olanda ho impiegato almeno due mesi, per l’Islanda 1 sola settimana”.
Anche per gli italiani come Dari, intenzionati a trasferirsi per lavoro e non per turismo, le procedure sono molto semplici. “Il nostro passaporto è uno dei più potenti al mondo e questo vale anche per l’Islanda. Anche se non fa parte dell’Unione Europea
noi europei possiamo entrare con 5mila euro sul conto e senza visto di lavoro. Appena arrivati si ha il kennitala, si tratta di un numero di identificazione personale, simile al nostro codice fiscale, attraverso il quale si accedono a tutti i servizi, dalla sanità agli eventuali sussidi. Lo stato islandese inizialmente ti mette a disposizione l’alloggio, e poi tu devi dimostrare di essere in grado di mantenerti, e non è difficile dato che la disoccupazione è vicina allo zero”.
L’Islanda però è ben lontana dall’essere una terra promessa: “Entro pochi mesi bisogna dimostrare di sapersi mantenere autonomamente altrimenti la Polizia ti preleva e ti imbarca sul primo volo. E poi noi stranieri non possiamo sbagliare né infrangere le regole, altrimenti si viene subito bannati. Passare con il rosso più volte, rubare in un negozio a un islandese costa qualche settimana di galera, mentre lo straniero viene cacciano per sempre. Qui non esiste la microcriminalità ma il senso di sicurezza si basa sul rispetto delle regole”.
Per diventare un cittadino islandese a tutti gli effetti bisogna giungere a qualche compromesso soprattutto di tipo culturale. “Non è stato facile integrarsi in Norvegia, e qui pensavo fosse lo stesso, ma è molto diverso. Il senso di socialità è molto importante e si vede in ogni aspetto della vita quotidiana: dove vivo io non ci sono locali ma un solo ristorante dove si organizzano cene tra vicini a cui partecipa tutto il paese” . Questo particolare aspetto culturale è presente anche a Reykjavík, l’unica grande città del paese, ma è particolarmente evidente nei piccoli centri come quello in cui vive Dario: “Anche
se sei immigrato una volta che entri nei meccanismi della comunità diventi una persona di famiglia: le case sono aperte, scrivi cosa prendi dal frigo su un post-it e te ne vai; le chiavi vengono messe sulle ruote delle auto così che tra vicini si possano prendere a vicenda. La fiducia e il senso di sicurezza sono incredibili”.
Per chi vive alle porte di uno dei ghiacciai più grandi e impervi d’Europa si tratta di un meccanismo di sopravvivenza, come sottolinea Dario: “Pochi giorni fa c’è stato un uragano con venti a 200 chilometri orari, io non avevo niente in casa perché ero appena tornato da un lavoro nella capitale e quindi sono andato a stare da un vicino perché non avevo cibo in casa. Questo alza di molto la qualità della vita”.
Resta però un’esistenza non per tutti: “Conosco persone che sono tornate indietro per la pressione di rispettare le regole e stare tranquillo. Qui non esiste lo sclerato per strada che litiga perché è nervoso, e quindi non puoi essere tu”.
“Noi guide sul ghiacciaio siamo quasi tutti immigrati”
I lavoratori immigrati in Islanda sono impiegati principalmente nel settore del turismo, come svela l’ultimo rapporto dell’OCSE, e anche Dario rientra in questa statistica, ma in un modo decisamente particolare. È tra le circa 65 guide che lavora sul Vatnajökull, un immenso ghiacciaio che copre l’8% di tutta la superficie dell’Islanda.
“La maggior parte delle guide è straniera, ci sono pochi islandesi – ammette Dario – molti sono scoraggiati dalle condizioni di lavoro, e al contrario di quello che potremmo pensare non amano
la vita selvaggia e avventurosa”.
Si tratta di un lavoro non privo di rischi: “Qui è la natura che comanda, non l’uomo. È potente, a volte cattiva, e i turisti perdono la vita perché sottostimano la pericolosità dell’Islanda. Un cliente si è distratto, è caduto sul ghiacciaio ed è morto. Un’altra guida ha perso due clienti in una grotta di ghiaccio”.
Non a caso in Islanda c’è anche la Reynisfjara, la spiaggia più pericolosa del mondo: “Qui le onde dell’oceano del nord arrivano fino a 50 metri nell’entroterra, in alcuni casi fino al parcheggio, ma molti ignorano i divieti e si avventurano sulla spiaggia vulcanica, perdendo la vita. Uno degli ultimi incidenti è avvenuto qualche mese fa: un padre con due figli piccolo ha aperto il cancello per fare le foto anche se c’era il semaforo rosso, e sono stati portati tutti via dalle onde. Il padre e un bambino sono stati recuperati, mentre il secondo bimbo è sparito. Noi componenti del consiglio delle guide pensavamo di chiuderla, alla fine abbiamo deciso di tenerla aperta perché non si può privare tutti di una bellezza naturale per pochi che non rispettano le regole”.
(da Fanpage)
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Dicembre 16th, 2025 Riccardo Fucile
LA CORTE DEI CONTI HA PUBBLICATO LE MOTIVAZIONI DELLA BOCCIATURA DEL CONTRATTO: “I CRITERI SONO STATI MODIFICATI, VA FATTA UNA NUOVA GARA. I COSTI A CARICO DELLO STATO SONO INDEFINITI E INCERTI” … TRADOTTO: È TUTTO DA RIFARE, CON BUONA PACE DI SALVINI
L’iter messo in piedi dal governo Meloni per realizzare il ponte sullo Stretto non
rispetta le norme europee. In particolare non rispetta la direttiva sugli appalti, con il rischio di apertura di una procedura di infrazione e contenziosi civili infiniti.
La Corte dei conti dopo aver bocciato la delibera Cipess che stanziava 13,5 miliardi di euro per l’opera, ha bocciato anche l’atto aggiuntivo: il contratto in soldoni, tra il ministero dell’Economia e il Mit e la società concedente, Stretto di Messina.
Tre le azioni nel mirino dei giudici contabili nelle motivazione appena pubblicate sulla bocciatura del contratto: si doveva fare una nuova gara perché sono cambiati i criteri; in ogni caso non c’è alcuna certezza che rispetto alla vecchia gara del 2005 i costi non salgano di più del 50 per cento e i calcoli sono troppi generici; terzo, non si può prevedere in queste condizioni alcun
risarcimento e penale a favore dei privati che hanno vinto la vecchia gara che però era stata bandita in project financing, cioè con costi a carico anche delle aziende non solo dello Stato, come invece ha voluto il governo Meloni.
In primis i giudici contabili contestano il calcolo dei costi, tra l’altro tutti a carico dello Stato e incrementati attraverso un emendamento politico della Lega.
Calcolo bocciato già dai giudici nella delibera Cipess: “Non può non tenersi conto, in questa sede, dell’inefficacia del Piano economico e finanziario in ragione della sua mancata registrazione e delle ricadute che ciò comporta sulla validità dell’atto aggiuntivo che ne assorbe i contenuti, modificando in coerenza la convenzione originaria.
Altra contestazione riguarda l’appalto: per i magistrati contabili si doveva rifare una nuova gara, essendo cambiati i criteri e per il rischio che superi del 50 per cento i costi rispetto al 2005 (soglia, quella del 50 per cento, fissata dalle direttive Ue).
Scrive la Corte dei conti: “Il Pef, oltre a richiamare più volte il contratto fin dalle premesse, contiene, nell’ambito del quadro economico complessivo dell’investimento, un’analisi dei corrispettivi riconosciuti – proprio in forza del citato contratto – al contraente generale e determinati in euro 10.508.820.773,00 (cui va aggiunto quanto dovuto al Project Management Consultant e al Monitor).
In ogni caso, si sottolinea la diversità della presente fattispecie rispetto a quella oggetto della citata normativa europea: l’art. 72 della direttiva Ue si riferisce all’ipotesi di modifica dei contratti
durante il periodo di validità e non anche all’ipotesi – qual è quella de qua – di modifica di contratti già caducati ma tornati a produrre effetti in ragione di un successivo accordo di revivisce…
Ed infatti, per ammissione della stessa Amministrazione, l’aumento del valore contrattuale non consegue solo alla mera indicizzazione dei prezzi, prevista o meno nei documenti di gara iniziali, ma anche ai nuovi lavori necessari per adeguare il progetto alle sopravvenute necessità tecniche…
Infine con particolare riferimento alla mancata valutazione, ai fini dell’ulteriore verifica del rispetto del limite del 50 per cento la valutazione degli aggiornamenti progettuali in misura pari a euro 787.380.000,00, in quanto frutto di un’attività di mera stima, rende possibile il rischio di ulteriori variazioni incrementali, incidenti – in disparte i problemi di reperimento di nuove coperture – sul superamento della soglia del 50 per cento delle variazioni ammissibili”.
Infine il contratto. La Corte evidenzia “che il contratto originario era stato stipulato il 27 marzo 2006 tra la concessionaria Stretto di Messina e la società Eurolink, quale contraente generale selezionato previa procedura di gara. Conformemente a quanto previsto dall’art. 5.2 del relativo bando del 2005, il contrante generale prendeva atto che SdM intendeva ricorrere, per il finanziamento di quota parte dell’opera, alla tecnica della finanza di progetto.
Diversamente, nell’atto aggiuntivo alla convenzione di concessione è prevista, la mera facoltà per la concessionaria SdM, previa valutazione di compatibilità con gli equilibri di finanza pubblica da parte del Mef, di reperire finanziamenti sul mercato interno o internazionale. La descritta differenza consegue al sopravvenuto totale finanziamento pubblico dell’opera, tale da rendere non necessario il reperimento di quota parte del finanziamento tramite ricorso.
Una simile differenza di finanziamento dell’opera è tale da modificare sostanzialmente la natura del contratto. Infatti, la circostanza che l’opera sia completamente finanziata con fondi pubblici cambia la natura del contratto”.
Per la Corte poi è sbagliato prevedere penali a favore del privato in caso di blocco dell’opera: Stante il finanziamento dell’opera con il ricorso esclusivo a risorse pubbliche, sia nei casi di recesso per motivi di pubblico interesse e di mancato accordo finalizzato all’adozione del Pef, come anche nel caso di subentro di un nuovo concessionario o di inadempimento del concessionario, non potrebbe essere riconosciuto alcun indennizzo al concessionario da parte del concedente, qualificato quale società in house”.
Le reazioni politiche a questa dura delibera della Corte dei conti arrivano subito. “Con le motivazioni depositate con la seconda delibera della Corte dei Conti sul Ponte sullo Stretto di Messina, ormai è chiaro che Salvini e Ciucci hanno fallito e dovrebbero trarne le conseguenze”, dice Angelo Bonelli di Avs.
“Un fallimento su tutta la linea per il governo. Questa opera continua a dimostrarsi un progetto dannoso, costoso e lontano dalle reali esigenze dei cittadini e del Mezzogiorno. Non ha
senso continuare a inseguire un’opera che rischia di consumare miliardi di denaro pubblico senza benefici chiari per le comunità, alimentando solo spese faraoniche e propaganda politica”, dice il capogruppo del Pd nella commissione Trasporti della Camera, Anthony Barbagallo
(da agenzie)
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Dicembre 16th, 2025 Riccardo Fucile
CI VOGLIONO 720 GIORNI PER UNA COLONSCOPIA E 500 GIORNI PER LE PRIME VISITE SPECIALISTICHE… SECONDO L’AGENAS, NELLA FASCIA DI PRIORITÀ URGENTE LA COLONSCOPIA SUPERA, PER 1 PAZIENTE SU 4, I 105 GIORNI RISPETTO AL LIMITE DELLE 72 ORE
Liste d’attesa, carenza di personale e disomogeneità territoriale mettono ancora a rischio l’effettività del diritto alla salute. Emerge da due Rapporti presentati oggi da Cittadinanzattiva.
Dall’analisi sul 2024 di oltre 16mila segnalazioni dei cittadini emerge che il 47,8% riguarda difficoltà di accesso alle prestazioni, soprattutto per le liste d’attesa: fino a 360 giorni per una Tac, 720 per una colonscopia e 500 giorni per le prime visite specialistiche.
Secondo un’elaborazione su dati Agenas 2025, però, nella fascia di priorità urgente la colonscopia supera, per 1 paziente su 4, i 105 giorni rispetto al limite delle 72 ore.
(da agenzie)
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