Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile
“LA STAMPA”: “I VANNACCIANI POTREBBERO ANCHE VOTARE A FAVORE DELLA FIDUCIA, MA CONTRO IL PROVVEDIMENTO. ROBA DA SOTTOBOSCO TARDO-DEMOCRISTIANO…MELONI NON LI IGNORA COL RETROPENSIERO CHE ANCHE QUELL’UN PER CENTO POTRÀ SERVIRE ALLE ELEZIONI, SALVINI SI MACERA NELL’ODIO MA RIMANE INCASTRATO NELLE SUE MACCHINAZIONI
Finora il sostegno all’Ucraina è stato l’elemento distintivo del governo e il terreno su cui
Giorgia Meloni ha costruito la sua credibilità, mantenendo l’ancoraggio europeo anche dopo Anchorage e in piena era Trump. Un’era segnata da una sfiducia ai limiti del disprezzo verso l’Europa e dal flirt smaccato con Mosca.
E finora, a ogni appuntamento parlamentare sul rinnovo del decreto per gli aiuti a Kiev, è andato in scena questo film
La novità è che il governo, per la prima volta, ha posto la questione di fiducia. Non succedeva dai tempi di Mario Draghi, che in paio di occasioni vi ricorse per sedare le effervescenze gialloverdi.
Ebbene, non è una questione tecnico-parlamentare, ma politica, sottolineata ieri
dall’autorevole presenza del ministro Guido Crosetto in Aula, che di quella linea pro-Kiev è stato un serio e coerente alfiere. La fiducia come momento di «chiarimento politico» dentro la maggioranza. Il perché è semplice: il film sarebbe stato lo stesso delle altre volte, col campo largo frantumato (due partiti su tre contro le armi) ma, ecco il punto, con l’aggiunta di un altro titolo. Quello sulla contrarietà anche delle esigue truppe del Generale Roberto Vannacci (tre, dicasi tre parlamentari). Insomma, non un problema di numeri, ma di “nemico a destra”.
Il retropensiero che l’ha animata è chiaro: il timore di ulteriori defezioni, tra le file della Lega, al momento del voto senza un vincolo di maggioranza. E quello di dare una tribuna al racconto vannaccesco che si propone di smascherare i “vorrei ma non posso” di Salvini su Kiev. La scissione di Vannacci è avvenuta proprio su quel decreto – nel suo passaggio in commissione – che la Lega non è riuscita ad impedire. Dunque, il Re è nudo: con Vannacci Mosca trova in Italia un sostenitore delle sue ragioni più efficiente di Salvini, e quest’ultimo va in crisi, come chi bluffa quando al tavolo qualcuno dice “vedo”.
A fronte di tutto ciò, il governo avrebbe potuto applicare la massima poetica del “non ti curar di loro, ma guarda e passa” o un più prosaico “chissenefrega” di tre parlamentari al seguito di un fenomeno ai limiti della caricatura. Certificarne l’irrilevanza, incassare un sostegno largo, in nome dell’Italia, e via. Si sarebbe però consumato lo strappo: la maggioranza che vota contro gli emendamenti di Vannacci e i suoi che votano contro il decreto.
Con la fiducia invece toccherà a Vannacci decidere fino a che punto tirare la corda. Dalle dichiarazioni di ieri si capisce che i suoi patrioti, autoproclamatisi duri e puri, potrebbero anche votare a favore della fiducia, ma contro il provvedimento. Roba da sottobosco tardo-democristiano. Nemico a destra, ma anche un po’ amico. Mentre con ogni evidenza i partiti del centrosinistra pro-Kiev voteranno contro la fiducia ma a favore del provvedimento.
Insomma, una grande questione nazionale (e internazionale) diventa questione di posizionamento politico, tutto interno al centrodestra. I vannacciani – così pare – non romperanno fino in fondo, perché vogliono tornare in Parlamento, Meloni non li ignora, consumando lo strappo a destra, col retropensiero che anche quell’un per cento potrà servire alle elezioni, Salvini si macera nell’odio ma rimane incastrato nelle sue macchinazioni.
Morale della favola: un’operazione furbesca a culturalmente minoritaria dominata dall’ansia di non cacciare fuori Vannacci finisce per legittimarlo nel gioco politico. Se poi voterà la fiducia, sarà un soggetto della maggioranza pur rimanendo propagandista delle ragioni di Putin
Alessandro De Angelis
per la Stampa
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Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile
LA “BANDA LAZIALE”, CHE HA GIA’ AVUTO L’AVVISO DI SFRATTO DA MARINA E PIER SILVIO, ORMAI E’ IN GUERRA APERTA CON ARCORE. TAJANI FA IL PESCE IN BARILE E PORTA A SPASSO LA VOGLIA DI RINNOVAMENTO DI MARINA: “IL RINNOVAMENTO? LO STIAMO FACENDO”. E INFATTI E’ RIMASTO TUTTO COM’ERA, COMPRESO I DUE CAPIGRUPPO (CHE LA FAMIGLIA BERLUSCONI AVEVA CHIESTO DI CAMBIARE)
Marina B. chiama, Forza Italia risponde. Non tutta però. Al Corriere della sera la figlia del Cav. ha assicurato il suo Sì al referendum sulla giustizia e smentito ancora una volta una discesa in campo. Dopo un grazie al segretario Antonio Tajani per aver “tenuto saldo il partito in un momento delicatissimo”, ha detto poi che “adesso inevitabilmente comincia una fase nuova, in cui bisogna guardare avanti e costruire il futuro”.
Il messaggio è stato colto da tutti i membri del partito più vicini all’imprenditrice. Primo fra tutti Roberto Occhiuto, leader di una corrente […] interna a Fi che raccoglie tutti i berlusconiani più accaniti. […] Pioggia di lodi anche da moltissimi altri forzisti: da Bergamini (“grande imprenditrice liberale”) a Calderone (“onestà intellettuale e un rigore morale non comuni”), passando per Mulè ( “con la sua lungimiranza indica la strada da seguire”) fino ad Alessandro Cattaneo (“le sue parole sono un riferimento per tutti gli italiani”). Manca qualcuno? I due capogruppi Maurizio Gasparri e Paolo Barelli.
Il primo guida gli azzurri al Senato, il secondo alla Camera. Entrambi vicinissimi a Tajani, entrambi in silenzio dopo l’esigenza di novità auspicata da Marina B. Ci ha pensato l’attuale segretario a parlare per tutti: “Il rinnovamento di Forza Italia? Da quando sono segretario lo stiamo facendo. Quindi andiamo avanti, con l’elezione
diretta della classe dirigente, a cominciare dal segretario, il vero rinnovamento è quello, non è una novità
“Ci sono i congressi regionali, adesso – ha aggiunto – facciamo una campagna per il referendum, poi ci sarà il congresso nazionale che eleggerà il nuovo segretario che porterà il partito alle elezioni del 2027. Il rinnovamento è già in atto […] La novità è proprio questa, l’elezione di tutta la classe dirigente dal basso con gli iscritti”. Cambiamo tutto ma rimaniamo così come siamo, in pratica.
(da ilfoglio.it)
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Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile
MENTRE NOI RESPINGIAMO I MIGRANTI, LA SPAGNA LI REGOLARIZZA E LI INTEGRA… MENTRE NOI TAGLIAMO I SERVIZI AI POVERI, LORO AUMENTANO LE TASSE AI RICCHI… LORO CRESCONO, NOI NO
C’è un Paese, in Europa, che è la nostra nemesi. È un Paese che regolarizza i migranti,
aumenta le tutele sul lavoro, alza i salari, tassa i ricchi e preferisce alzare i sussidi alle famiglie anziché obbedire a Trump e investire in armi.
Quel Paese è la Spagna. E forse specchiarci in quel che sta facendo il governo guidato da Pedro Sanchez può essere utile, a noi, per capire che forse la direzione che stiamo prendendo non è la migliore.
Sui migranti, ad esempio, la Spagna ha scelto la via dell’integrazione e della gestione, con la regolarizzazione di 500mila irregolari presenti sul territorio. Che da ora, una volta nell’alveo della legalità, potranno cercare un lavoro e probabilmente lo troveranno: in Spagna, negli ultimi dieci anni il tasso di disoccupazione si è dimezzato.
La cosa ancor più strana è che questo boom economico non è figlio dello sfruttamento di persone o dell’ambiente. In questi anni la Spagna ha anche stabilizzato la forza lavoro, trasformando i contratti da precari ad accordi a tempo indeterminato e alzando gli stipendi attraverso l’adozione di un salario minimo. Addirittura, in Spagna sono utilizzati contratti a tempo indeterminato – i cosiddetti fijos discontinuos – per i lavori stagionali.
Non bastasse, è uno dei pochi Paesi che sta continuando a investire sulla transizione energetica e sulle energie rinnovabili, che oggi coprono quasi la metà del fabbisogno energetico nazionale e hanno abbassato drasticamente la dipendenza del Paese dall’estero. Un megawatt ora in Spagna costa 61 euro, in Italia quasi il doppio. Ma certo, le rinnovabili sono “follia green”, dicono dalle nostre parti.
Questi investimenti sulle rinnovabili sono arrivati grazie ai soldi del piano Next Generation Eu, il nostro PNRR. A differenza nostra, che avevamo più soldi di loro, la Spagna li ha spesi davvero e li ha investiti su qualcosa di utile. Noi non li abbiamo spesi, e quando l’abbiamo fatto, abbiamo costruito i campi da padel.
A proposito di soldi ben spesi: la Spagna è il Paese che ha detto no a Trump sulle armi e sull’aumento delle spese per la difesa al 5% del PIL. A differenza nostra, quei soldi li vogliono spendere in sussidi per le famiglie. Ad esempio, proprio in queste ore stanno votando un sussidio di 200 euro al mese per ogni figlio per combattere la povertà educativa.
È una misura indipendente dal reddito delle famiglie, questa. Ma se pensate che il fisco spagnolo sia regressivo vi sbagliate di grosso. Mentre in Italia vogliamo la flat tax – almeno a parole – la Spagna ha accentuato la progressività del suo sistema fiscale. E nei prossimi mesi adotterà la cosiddetta Tassa Zucman, una imposta sui grandissimi patrimoni, un’aliquota del 2% annuo sui patrimoni superiori ai 100 milioni di euro. Le stime parlando di un entrata aggiuntiva di 5 miliardi di euro da utilizzare per il rafforzamento dello Stato sociale.
Beh, penserete voi. Almeno i nostri conti pubblici sono a posto. Sì, ma quelli della Spagna di più. Perché in tutto questo i saldi di bilancio di Madrid sono stati promossi dalle agenzie di rating più e meglio di quelli italiani.
Anche perché, ciliegina sulla torta, grazie a tutte queste misure l’economia spagnola cresce tanto, tantissimo. Lo scorso anno, ad esempio, ha fatto segnare una crescita del 2,9%, contro il +0,4% dell’Italia e il +0,2% della Germania. Una crescita che è sempre meno turistica e sempre più manifatturiera, mentre da noi le fabbriche chiudono.
Domanda: il dubbio che stiamo percorrendo l’autostrada contromano, nella direzione opposta a quella in cui dovremmo andare, un po’ non vi viene?
(da Fanpage)
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Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile
UN MINISTRO CHE MENTE IN UN PAESE NORMALE OGGI SAREBBE A CASA… PS RIPETIAMO, E’ STATO IL VIMINALE STESSO A TRASMETTERE I DATI UFFICIALI ALL’ORGANISMO UE, DOVE NON PUO’ RACCONTARE BALLE
Alla fine di dicembre, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva parlato di un risultato “storico”: quasi settemila rimpatri di cittadini stranieri irregolari nel corso del 2025. La cifra era stata presentata come la prova di un cambio di passo del governo sul fronte delle espulsioni, nel primo anno pieno del cosiddetto “progetto Albania”. Solo un mese dopo, i dati ufficiali mostrano però un quadro molto diverso.
I numeri comunicati al Viminale e trasmessi a Eurostat indicano che nei primi nove mesi del 2025 i rimpatri effettivamente registrati erano 3.510. Per raggiungere la soglia annunciata dal ministro, tra ottobre e dicembre ne sarebbero dovuti seguire quasi altrettanti, un’accelerazione senza precedenti. In realtà, nel quarto trimestre i rimpatri sono stati 1.270, portando il totale annuo a 4.780 persone, quindi ben lontano dai settemila annunciati.
Le tabelle Eurostat, basate sugli stessi dati forniti dal ministero dell’Interno, parlano chiaro: si tratta di 235 cittadini albanesi, 170 egiziani, 135 tunisini nei tre mesi
finali dell’anno. Dunque nessun record, e nessun sbalzo improvviso ma piuttosto una continuità con il passato.
Nel 2024, infatti, i rimpatri certificati erano stati 4.480; nel 2023, 3.270. Numeri che il Viminale, negli anni, ha poi rivisto al rialzo parlando di dati “da consolidare”. Ma anche tenendo conto di queste correzioni, lo scarto tra quanto annunciato politicamente e quanto comunicato a Bruxelles nel 2025 resta enorme: oltre duemila persone.
Un elemento logistico rende poi difficile immaginare un’impennata improvvisa: da giugno 2025, i voli charter verso la Tunisia, che negli anni precedenti avevano pesato in modo determinante sul totale dei rimpatri (58% nel 2023, 46% nel 2024), sono stati sospesi.
Nel Mediterraneo si continua a morire
Nel frattempo, mentre i numeri si rincorrono e si contraddicono, c’è una realtà che resta immutata. Appena ieri l’Organizzazione mondiale delle migrazioni (OIM) ha reso noto il naufragio di un’imbarcazione partita dalla Libia con a bordo 55 persone. Il barcone si è ribaltato al largo delle coste, circa sei ore dopo la partenza dalla città di al Zawiya. Cinquantatré persone sono morte. Le uniche sopravvissute sono due donne nigeriane, soccorse dalle autorità libiche. Ancora una volta, spiegano dall’OIM, si trattava di un’imbarcazione di fortuna, inadatta ad affrontare la traversata del Mediterraneo. Ancora una volta, un viaggio iniziato di notte e finito nel silenzio del mare. Secondo i dati dell’agenzia delle Nazioni Unite, dall’inizio del 2026 almeno 500 persone partite dalla Libia risultano morte o disperse nel Mediterraneo centrale.
In questo quadro, la politica dei rimpatri continua a essere raccontata con scarsa trasparenza. E mentre i numeri vengono rivendicati o smentiti, le operazioni restano in gran parte opache: nel 2024, come ha segnalato l’Agenzia dell’Ue per i diritti fondamentali, l’Italia non ha mai monitorato, neppure una volta, i rimpatri sotto il profilo del rispetto dei diritti umani.
(da Fanpage)
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Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile
“LE INDAGINI IMPORTANTI SONO DIMINUITE E ANCHE IL NUMERO DEGLI ARRESTATI CHE ORA, GRAZIE A NORDIO, BISOGNA AVVERTIRE CINQUE GIORNI PRIMA”
«Sono una persona libera, non ho mai fatto parte di alcuna corrente: non voglio essere il
testimonial del No al referendum». In un’intervista al Fatto Quotidiano il procuratore di Napoli Nicola Gratteri mette in chiaro che «l’Anm non è mai intervenuta in mio soccorso quando la ‘ndrangheta voleva ammazzarmi, quando si era mossa la massoneria deviata, quando pezzi della magistratura mi attaccavano. Adesso però la posta in gioco è alta ed è arrivato il momento di voltare pagina».
La separazione delle carriere
Gratteri risponde sul silenzio dei colleghi sulla separazione delle carriere: «Deve chiederlo ai magistrati che hanno ruoli apicali e non prendono posizione. Posso rispondere per me: sono allenato, mi espongo sin da quando ero un giovane pm. Va detto che con questa riforma la vita dei magistrati cambierà poco: è normale che chi vuole vivere tranquillo non si indigni più di tanto».
E spiega: «Alla scuola di magistratura nella prima settimana ti spiegano come tenere la scrivania ordinata, rispettando le scadenze: una formazione da burocrate, non da investigatore. Le indagini importanti sono diminuite. E anche il numero degli arrestati, che peraltro ora, grazie a Nordio, bisogna avvertire cinque giorni prima. C’è una deflazione delle grosse indagini su mafia e pubblica amministrazione. Del resto, continuiamo a perdere punti nella classifica di Transparency sulla lotta alla corruzione…».
Il pm come giudice
Il procuratore di Napoli dice che «il pm, nella sua testa, deve essere un giudice: quando acquisisce la prova deve applicare la giurisprudenza più favorevole all’indagato. Io ho sempre fatto questo e ho cercato di insegnarlo ai giovani magistrati.Altrimenti l’avvocato dell’accusa non chiederebbe l’assoluzione o l’archiviazione. Inoltre si confonde un fatto fisiologico: avvocati, pm e giudici si conoscono perché lavorano tutti nello stesso posto, mentre il punto è che se sono disonesti, le loro porcherie le fanno comunque. A Napoli alla fine di quest’anno
abbiamo chiesto l’archiviazione su 60mila fascicoli». E ancora: «Il problema è che pm e giudici si conoscono? E come risolveremo invece i casi in cui un giudice va nella villa con piscina di un ricco avvocato?».
La riforma che danneggia i cittadini
Infine, «i promotori del “Sì” dicono che avremo un pm più forte. Poniamo che sia vero, allora anche l’imputato ha bisogno di un avvocato più forte, di un’agenzia investigativa più forte. Ma l’avvocato che solo per cominciare chiede un acconto da 50mila euro può permetterselo solo un imputato potente e ricco. Con questa riforma l’imputato povero sarà meno garantito. Se il pm è l’accusatore e basta, senza più l’obbligo di trovare anche prove a favore dell’imputato, noi facciamo una riforma che danneggia almeno il 90% dei cittadini che incappano in problemi giudiziari. Solo quei pochi ricchi che finiscono sotto processo hanno i mezzi di tenere testa alla pubblica accusa fino alla Corte europea. Stiamo parlando di cause che possono arrivare a costare anche 300mila euro: chi ha questi soldi per potersi difendere a parte grandi imprenditori e narcotrafficanti?».
(da Il Fatto Quotidiano)
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Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile
CON I SONDAGGI CHE DANNO QUASI PER FATTA LA RIMONTA DEL NO AL REFERENDUM NON STUPISCE IL NERVOSISMO DELLA MELONI
Con i sondaggi che danno quasi per fatta la rimonta del No al referendum sulla riforma che demolisce il Consiglio superiore della magistratura, non stupisce più di tanto il nervosismo che, da giorni, attanaglia il governo e la premier Meloni in particolare
Che non perdono occasione di strumentalizzare la qualunque pur di attaccare i magistrati, giustificare la stretta autoritaria dell’ennesimo pacchetto sicurezza, coprire i disastri della televisione pubblica (e del management da loro selezionato) insieme alla valanga di dati economici che, con cadenza ormai quasi quotidiana, smentiscono i decantati successi delle politiche sovraniste.
I primi segnali di tensione si erano avuti domenica scorsa, quando la presidente del Consiglio aveva sparato a zero sui “nemici dell’Italia e degli italiani, che manifestano contro le Olimpiadi, facendo finire queste immagini sulle televisioni di mezzo mondo”. Un’equivalenza che ricorda tanto i nemici del popolo di staliniana memoria. Anche se a fare il giro del mondo è stata più che altro l’imbarazzante telecronaca della cerimonia d’inaugurazione dei Giochi, affidata al direttore di RaiSport, Petrecca, entrato a pieno titolo nel palmares dei record olimpici con una serie micidiale di gaffe che ha scatenato la protesta della redazione (ritiro delle firme e tre giorni di sciopero a Giochi finiti).
In compenso la premier ha pensato bene di alzare la voce per difendere il comico Pucci che, vittima di un singolare caso di auto-censura, ha deciso di rinunciare dopo la pioggia di critiche e insulti alla co-conduzione della terza serata di Sanremo. Sempre meglio, per Meloni, che parlare della stroncatura del pacchetto sicurezza da parte dell’ex capo della Polizia, Gabrielli, che lo ha definito “propaganda securitaria a finanza zero”. O delle 429 imprese italiane passate nell’ultimo anno in mani straniere.
Giorni difficili, insomma, per il governo. Che ieri ha dovuto incassare pure il catastrofico dato di Transparency International: l’indice di percezione della corruzione in Italia perde un altro punto (da 54 a 53), sebbene confermando la 52esima posizione (su 182). Tra le cause l’abolizione dell’abuso d’ufficio vergato da Nordio. Con la stessa mano con cui ha scritto la riforma della Giustizia che il 22 e il 23 marzo potremo fermare votando NO al referendum.
(da lanotiziagiornale.it)
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Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile
IL POTERE DELLO STATO USATO COME ESTENSIONE DEGLI INTERESSI PERSONALI DEL LEADER
La presidenza di Donald Trump è spesso vista come la prova che in politica non vi sia spazio
per la morale: la politica sarebbe sempre e solo realpolitik – azione volta al perseguimento di interessi materiali e fini strategici – mentre i principi morali servirebbero da semplice copertura.
In questa prospettiva, l’America avrebbe da sempre agito per interessi economici e imperiali, cercando poi di legittimare le proprie azioni facendo appello ai principi liberal-democratici; la differenza starebbe nel fatto che Trump rende espliciti gli interessi sottostanti, rinunciando all’ipocrisia del passato. Trump non rappresenterebbe dunque una rottura, ma solo una versione più sincera di un crudo realismo politico.
Questa lettura non convince. Non perché l’America abbia mai agito in modo altruistico, ma perché Trump ha introdotto una novità importante: la personalizzazione del potere politico. Nel periodo egemonico postbellico e fino all’era pre Trump, la politica americana era segnata da una tensione tra interesse nazionale e principi liberal-democratici.
Con Trump la tensione è tra interesse nazionale e interesse personale. Le sue scelte politiche sembrano infatti spesso favorire soggetti legati al presidente, anche a costo di indebolire considerazioni di interesse nazionale. Si pensi alla sua decisione di esportare negli Emirati Arabi i chip per l’intelligenza artificiale.
Tale scelta, volta a beneficiare gli investitori sauditi del World Liberty Financial, la società di criptovalute cofondata dai figli di Trump, ha richiesto la revoca di restrizioni motivate da ragioni di sicurezza nazionale.
O si pensi alla cattura di Maduro in Venezuela, che rischia di destabilizzare la posizione geopolitica dell’America ma allo stesso tempo beneficia società petrolifere aventi legami stretti con Trump, inclusa quella del suo compagno di golf Harry Sargeant III, consultato dal presidente sui piani economici per il Venezuela. Il progetto di ricostruzione di Gaza, le relazioni favorevoli con i paesi arabi e quelle amichevoli con Putin sono anch’essi rappresentativi della tensione fra interesse nazionale e vantaggio personale.
Si assiste così a una “rifeudalizzazione” della politica: il potere dello Stato viene usato come estensione degli interessi personali del leader. La questione non è dunque se l’ipocrisia americana sia finita, ma come sia cambiata. Sotto Trump, l’interesse nazionale funziona spesso come norma di copertura per azioni orientate all’utilità personale, svolgendo un ruolo simile a quello che l’esportazione della democrazia e dei diritti umani aveva nell’era liberale. L’ipocrisia resta. La
realpolitik fondata su interessi strategici ma pur sempre nazionali viene pero’ sostituita da una politica privatistica.
Dobbiamo allora chiederci: cosa ha reso possibile questa trasformazione? Perché Clinton, Bush e Obama non usavano il potere dello Stato in modo apertamente personalistico? Una spiegazione istituzionale, basata sull’erosione dei vincoli imposti dallo Stato di diritto, è insufficiente poiché tale erosione è in larga parte essa stessa il risultato di politiche personalistiche, come la rimozione di funzionari ostili, la delegittimazione delle elezioni, l’attacco vendicativo ai media e alle università. Non è affatto detto che Clinton, Bush o Obama non avrebbero potuto intraprendere le stesse azioni se lo avessero voluto.
Nemmeno una spiegazione ideologica è pienamente convincente. Il populismo di destra legittima l’azione personalistica del leader, ma basta pensare a Berlusconi per capire che l’uso personalistico del potere non ha bisogno di un’ideologia populista già consolidata. Al contrario, è il populismo che spesso nasce dall’uso personalistico del potere. Inoltre, la popolarità di Trump è molto bassa. Non può essere quindi essa a consentirgli di fare ciò che Obama o Bush non facevano, almeno non in maniera sistematica.
Per spiegare l’uso personalistico del potere occorre quindi un’altra spiegazione. I presidenti pre Trump non erano privi di interessi né di ipocrisia, ma condividevano una concezione liberale del dovere pubblico che li portava ad autoimporsi dei limiti nell’uso del potere. Trump dimostra così non che la politica, in quanto realpolitik, sia priva di morale, ma l’opposto: la realpolitik, intesa come perseguimento strategico dell’interesse nazionale, non personale, presuppone l’integrità etico-morale del leader. Senza morale non c’è realismo politico, ma solo feudalesimo.
(da editorialedomani.it)
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Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile
RIFIUTATA LA CONTROPROPOSTA DI UNA STRISCIA NERA AL BRACCIO
«La striscia nera al braccio? No, indosserò il casco». Vladyslav Heraskevych si ribella e nonostante il divieto del Cio – che lo aveva autorizzato però a utilizzare una striscia nera al braccio – prenderà parte alle gare di skeleton a Milano-Cortina col casco con le immagini degli atleti ucraini uccisi in guerra che lo stesso Comitato olimpico internazionale ha vietato.
L’atleta, quarto ai Mondiali 2025, aveva usato il casco in allenamento a Cortina, ma lunedì sera ha ricevuto il no ufficiale: secondo il Cio violerebbe la Regola 50 della Carta Olimpica, che vieta manifestazioni o propaganda nei siti olimpici. Heraskevych sostiene che non si tratti di un messaggio politico ma di un tributo a membri della «famiglia olimpica», alcuni ex medagliati giovanili. Sul casco compaiono, tra gli altri, il pattinatore Dmytro Sharpar e il pugile Pavlo Ishchenko.
Il Cio ha riferito che inizialmente la federazione ucraina non aveva chiesto l’autorizzazione; successivamente un rappresentante ha comunicato all’atleta il divieto. Già noto per le sue prese di posizione contro la guerra — nel 2022 mostrò il cartello «No War in Ukraine» a Pechino senza sanzioni — Heraskevych sperava in un via libera analogo. «È importante rendere omaggio e mostrare il prezzo della libertà dell’Ucraina», ha detto.
«È ingiusto – ha spiegato in un video sui social lo stesso Heraskevych – e queste persone non avrebbero dovuto lasciarci a un’età così giovane». Il suo post è stato rilanciato dallo stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky che ha commentato: «Questo casco mostra i ritratti dei nostri atleti uccisi dalla Russia. Il pattinatore artistico Dmytro Sharpar, ucciso in combattimento vicino a Bakhmut; Yevhen Malyshev, un biatleta di 19 anni ucciso dagli occupanti vicino a Kharkiv; e altri atleti ucraini la cui vita è stata portata via dalla guerra russa. Ringrazio il portabandiera della nostra nazionale alle Olimpiadi invernali, Vladyslav Heraskevych, per aver ricordato al mondo il prezzo della nostra lotta. Questa verità non può essere scomoda, inappropriata o definita una “manifestazione politica a un evento sportivo”. È un promemoria per tutto il mondo di cosa sia la Russia moderna».
A Heraskevych era stato quindi proposto di indossare una fascia nera al braccio, cosa che alla fine è stata rifiutata dall’atleta. «Abbiamo avuto un meeting informale con il coach e abbiamo ritenuto che agli atleti sarà consentito indossare una striscia nera a scopo commemorativo durante le gare», aveva detto il portavoce del Cio, Mark Adams, in conferenza stampa.
(da agenzie)
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Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile
DOPO OLTRE 6 MESI IN CUI UN PLOTONE DI AVVOCATI E CONTABILI HA ROVESCIATO COME UN CALZINO CONTI, CONTRATTI E PENDENZE LEGALI DEL GRUPPO, IL GRECO ANTENNATO AVREBBE FATTO UN’OFFERTA DI 90 MILIONI , UNA “MISERIA” CHE SAREBBE STATA RIFIUTATA DA ELKANN CHE HA AVREBBE STIMATO SOLO IL POLO RADIOFONICO TRA GLI 86 E I 100 MILIONI, CON RADIO DEEJAY DA SOLA VALUTATA OLTRE I 40 MILIONI
Come mai la trattativa tra John Elkann, a capo della Holding Exor, cassaforte della famiglia
Agnelli e Antenna Group del magnate greco Theo Kyriakou per la vendita del gruppo Gedi, si è arenata?
Stallo che ha indotto i giornalisti di ‘’Repubblica’’ a incrociare le braccia (con l’assenza del quotidiano dalle edicole oggi e domani) in segno di protesta contro ’’la mancanza di trasparenza dell’editore John Elkann riguardo ai termini della cessione’’.
Il motivo dell’impasse, che non permette al nipote dell’Avvocato di rendere soddisfare le domande dei giornalisti di Largo Fochetti, gira prosaicamente intorno al valore dell’operazione che non trova per nulla d’accordo i due contraenti.
Per disfarsi di “Repubblica”, “Stampa”, HuffPost, le radio Deejay, Capital e m2o più la concessionaria di pubblicità Manzoni, è circolata sui giornali una sommetta intorno a 140 milioni di euro.
Invece, i milioncini che Elkann vuole intascare dal Greco antennato vanno decisamente oltre quel prezzo, avendo nel 2019 Exor acquisito il 43,78% di Gedi dalla CIR (Gruppo De Benedetti) per 102,4 milioni di euro, a cui poi vanno aggiunti i 107,5 milioni nel 2020 che sono stati necessari per l’Opa sul capitale restante.
Secondo quanto scrive Stefano Vergine sul “Domani”, “nel 2024 la Gedi ha registrato un fatturato di 386 milioni di euro e una perdita netta di 35,9 milioni. Quasi tutti imputabili a Repubblica e Stampa. Va così da parecchio tempo. Cinque anni fa il fatturato era quasi il doppio. Ma soprattutto in un lustro Gedi ha accumulato perdite dirette per 360 milioni”.
Il pezzo del giornale diretto da Fittipaldi prosegue: ‘’Oggi Repubblica è iscritta a bilancio per 65 milioni di euro, nel 2019 valeva 150 milioni. Sono dati che aiutano a capire perché Elkann ha deciso di vendere, da tempo, e uscire definitivamente dall’editoria italiana (non da quella internazionale, visto che è azionista di maggioranza di The Economist). E conclude: “Con questi numeri, però, piazzare bene Gedi non è facile”.
Dopo oltre 6 mesi in cui un plotone di avvocati e contabili ha rovesciato come un calzino conti, contratti e pendenze legali del Gruppo, Theodore Kyriakou avrebbe fatto i fatidici “conti della serva” che avrebbero portato a un’offerta di 90 milioni di euro.
Una “miseria” che ovviamente sarebbe stata rifiutata da Elkann che ha avrebbe stimato valuta solo il polo radiofonico tra gli 86 e i 100 milioni di euro, con Radio Deejay da sola valutata oltre i 40 milioni.
Riusciranno nelle prossime settimane Elkann e Kyriakou a negoziare un accordo? O il nipotino di casa Agnelli, smanioso di disfarsi di tutto e di fuggire dall’ingrato paese a forma di stivale, si ritroverà con il cerino in mano?
(da Dagoreport)
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