Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile
L’APPELLO DI 38 STUDENTI VINCITORI DI BORSE DI STUDIO NEI NOSTRI ATENEI, MA I CORRIDOI UNIVERSITARI DA GAZA SONO CHIUSI DA MESI
“Quando ho saputo di aver vinto la borsa di studio mi trovavo come al solito nella tenda, soffrivo per il caldo e la stanchezza, ma appena ho letto sono balzato in piedi e ho abbracciato forte mio padre, mi sembrava un sogno che si avverava. Adesso però l’ambasciata italiana non risponde alle mail, e al telefono dicono che la linea è riservata solo alle emergenze. È un muro di silenzio”. A parlare da Gaza a Fanpage.it è Mohammed Al-Ashi, 22 anni, portavoce della rete dei 38 studenti bloccati nella Striscia.
Mohammed ha vinto una borsa di studio per l’Università di Roma Tor Vergata ma nonostante questo non è riuscito a partire, e come lui anche i suoi colleghi accettati in altri atenei italiani. Mesi fa, il Ministero degli Esteri ha attivato i corridoi universitari per permettere a studenti e ricercatori di Gaza di usufruire delle borse di studio vinte nelle nostre università. Secondo quanto riferisce la Farnesina a Fanpage.it, sono 157 gli studenti arrivati nel nostro paese, e oltre 1.500 quelli evacuati per altri motivi, come ragioni mediche o ricongiungimenti. La differenza è che questi ultimi corridoi non si sono mai chiusi, l’ultimo volo umanitario è partito nella notte del 9 febbraio, mentre quelli per gli studenti sono stati interrotti a novembre, nonostante ci siano ancora decine di giovani vincitori in attesa.
Mohammed è tra loro e ha deciso di fare rete con i suoi colleghi: “La maggior parte dei borsisti è partita mesi fa, ma 38 di noi continuiamo a essere bloccati a Gaza, anche se abbiamo borse di studio complete che coprono tutte le spese. Siamo stati lasciati indietro. E la cosa più dolorosa è la totale assenza di comunicazione”.
Come apprendiamo, le università interessate sono in tutta Italia: l’università di Milano attende 8 studenti; quella di Bologna 7; l’università della Calabria 5; poi ci sono Camerino; Trieste; Insubria e altre. Per un totale di 18 diversi atenei.
Mohammed ha saputo di essere stato accettato il 14 novembre 2025: “A me come ad altri è stato fatto promettere di ‘restare vicini al telefono’, e per noi in questi mesi è diventato un ricordo ossessivo. Da quel momento abbiamo provato in tutti i modi a ottenere informazioni, ma abbiamo ricevuto solo silenzio. Quando proviamo a chiamare ci rimandano alle stesse e-mail a cui non risponde nessuno”.
Gli studenti di Gaza credevano che la loro vita sarebbe cambiata per sempre, invece sono entrati in un limbo dal quale non riescono a uscire a causa della speranza delusa due volte, la prima dalla guerra e la seconda dal silenzio dell’ambasciata: “Dall’inizio della guerra siamo stati privati di tutto, abbiamo perso il diritto all’istruzione per quasi due anni e mezzo. Questo è un disastro per una generazione che valorizza l’apprendimento sopra ogni altra cosa. Per noi l’istruzione non è solo una scelta, è la nostra identità ed è anche l’unico strumento che ci rimane per costruirci un futuro”.
Prima del 7 ottobre 2023 Mohammed era uno studente modello: “Mi sono laureato con lode nel tempo record di 3 anni invece di 4 all’Università Al-Azhar. Era il settembre 2023, un mese prima dello scoppio della guerra. Volevo fondare una mia
startup e intanto davo lezioni private agli altri studenti. Con l’arrivo della guerra tutto è stato distrutto”.
Le ragazze e i ragazzi di Gaza hanno avuto nuova speranza quando in tutta Europa sono stati adottati dalle università programmi appositi per dare loro una nuova possibilità per studiare. E l’Italia ha fatto lo stesso: a maggio 2025 la CRUI (Conferenza dei rettori delle università italiane) ha creato lo Iupals, il progetto di borse di studio dedicato proprio ai giovani palestinesi attraverso l’esonero dalle tasse universitarie, i finanziamenti per l’alloggio, per i pasti e per l’assicurazione sanitaria.
Gli studenti di Gaza però non possono partire e basta. C’è bisogno che i Ministeri degli esteri dei singoli paesi di arrivo attivino dei corridoi appositi in accordo con Israele e con i paesi di transito, come più volte ha sottolineato la Farnesina.
Mohammed ha seguito un corso di laurea in lingua inglese e avrebbe potuto fare domanda per Regno Unito e Irlanda, ma ha preferito l’Italia per amore del nostro paese: “Studiare in Italia è un sogno per molti, ma il primo giorno in cui ho iniziato a desiderarlo è stato quando ho visto il film Il Padrino con mio padre in televisione quando ero piccolo. All’inizio del film, quando la famiglia era riunita, ballava e cantava al matrimonio della sorella, sono rimasto molto colpito dalla cultura perché mi sembrava molto simile alla nostra. Da quel momento, il mio sogno è diventato quello di visitare l’Italia. Dopo essere cresciuto un po’ e aver fatto ricerche approfondite, ho scoperto che l’Italia è molto interessata alla scienza e ha molto prestigio nel campo dell’istruzione, quindi mi sono impegnato e ho lavorato sodo per poter studiare lì”.
Dopo tanto impegno è riuscito a rientrare nel gruppo di 97 vincitori del progetto Iupals, ma per lui non è stato predisposto nessun volo, e non sa perché.
L’appello degli studenti lasciati a Gaza: “La Farnesina rompa il silenzio”
Mohammed e gli altri palestinesi vincitori delle borse di studio hanno scelto di lanciare un appello all’Italia: “La nostra speranza continua a essere riposta nel governo italiano affinché continuino i loro sforzi per salvare il nostro futuro. Facciamo appello al Ministero degli Affari Esteri italiano affinché rompa questo silenzio e includa i restanti studenti nella prossima evacuazione. Non lasciate che il nostro percorso accademico finisca prima ancora di iniziare”
E si rivolgono anche ai cittadini che in questi mesi sono scesi in piazza a più riprese per la causa palestinese: “Non dimenticatevi di noi. Vi chiediamo di far sentire la
vostra voce a nostro nome e di chiedere che ci sia permesso di iscriverci alle nostre università prima che il secondo semestre vada perso”.
La volontaria: “Riattivare i corridoi per studenti provenienti da contesti di guerra”
Secondo i dati forniti a Fanpage.it dai volontari che in questi mesi stanno facendo da ponte tra le università italiane e Gaza, sono oltre 50 gli studenti ancora in attesa di essere evacuati verso l’Italia. Si tratta di giovani vincitori di borse di studio IUPALS, AFAM e del programma Erasmus+.
“Si tratta di ragazze e ragazzi che hanno già superato selezioni e ottenuto lettere di ammissione, e che dovrebbero essere qui, nelle nostre università, a studiare e costruire il proprio futuro – spiega Annette Palmieri, la volontari che in questi mesi ha accompagnato in Italia decine di studenti – L’istruzione non è un privilegio, è un diritto fondamentale e in questo caso anche uno strumento di protezione. I corridoi universitari hanno salvato molte vite e hanno garantito la continuità accademica a studenti provenienti da contesti di guerra, per questo devono essere riattivati con urgenza”.
Palmieri in questi mesi ha perso i contatti con diversi studenti, con alcuni è successo perché hanno accettato borse in atenei di altri paesi, ma altri sono semplicemente spariti. “Le università e le istituzioni hanno una responsabilità chiara: non voltarsi dall’altra parte”, conclude l’attivista.
(da Fanpage)
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Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile
LA STORIA DEI 40.000 FATTORINI DI GLOVO
Circa 40.000 fattorini, in larga parte stranieri, retribuiti con 2,50 euro a consegna: operativi
sette giorni su sette, dodici ore al giorno, per un reddito lordo mensile oscillante tra i 700 e i 1.100 euro. È il quadro della condizione lavorativa imposta da Glovo secondo la Procura di Milano che, in coordinamento con l’Ispettorato del Lavoro, ha disposto l’amministrazione giudiziaria per Foodinho, la controllata che gestisce l’app in Italia.
L’ipotesi di reato è caporalato. L’inchiesta delinea un rapporto di subordinazione totale in cui i rider, formalmente autonomi ma di fatto dipendenti, sono assoggettati a un algoritmo che funge da datore di lavoro senza alcuna intermediazione umana. Il sistema prevede una valutazione basata sulla velocità, la geolocalizzazione costante e solleciti automatizzati qualora la prestazione non rispetti i parametri temporali stabiliti dal software. Questo scenario si inserisce nel più ampio perimetro del lavoro povero, una piaga strutturale del sistema economico italiano. Negli ultimi decenni, mentre i salari reali in Francia e Germania crescevano rispettivamente del 31,5% e del 32,9%, l’Italia registrava una contrazione tra lo 0,1% e lo 0,9%. È l’esito di una politica di compressione dei costi salariali a vantaggio dei dividendi aziendali, che ha generato un impoverimento sistemico della forza lavoro.
Il paradosso della sicurezza e il declino della produttività
In Italia, la rottura del nesso tra produttività e salari è un fenomeno strutturale. Dagli anni ’90, a fronte di una produttività del lavoro rimasta piatta, i salari reali hanno subito una contrazione. Mentre altrove l’efficienza generava aumenti retributivi, qui il valore aggiunto è stato drenato da profitti e rendite. Il risultato è un’economia stagnante, dove la competitività si cerca ancora nel basso costo del lavoro anziché nell’innovazione.
Il dibattito pubblico, tuttavia, appare distorto e surreale. L’attuale maggioranza ha costruito il proprio consenso sul concetto di sicurezza, ma la narrazione politica ignora sistematicamente la sicurezza economica e quella fisica sui luoghi di lavoro. Con circa 1.100 decessi registrati nell’ultimo anno – una media di tre morti al giorno – l’emergenza reale è rappresentata da chi esce di casa per lavorare e non vi fa ritorno. Mentre l’attenzione viene dirottata su emergenze fenomenologiche o percepite, come la microcriminalità o il fenomeno dei “maranza”, l’inchiesta milanese impone un ritorno alla realtà dei rapporti di forza economici. Non può esservi sicurezza reale senza dignità salariale.
(da Fanpage)
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Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO LA PROCURA LE AZIENDE SFRUTTANO LO STATO DI BISOGNO DEI RIDER E LI PAGANO L’81% IN MENO DELLA CONTRATTAZIONE COLLETTIVA
Sono ciclofattorini subordinati di fatto a un datore di lavoro che li eterodirige digitalmente. Per questo i lavoratori a partita Iva di Glovo hanno diritto a compensi e tutele diversi. La procura di Milano ha messo sotto controllo giudiziario Foodinho srl, la società che gestisce la piattaforma Glovo di consegna a domicilio di cibo. Secondo il pm Paolo Storari «sfrutta la manodopera» (40.000 ciclofattorini in Italia e 2.000 solo nell’area di Milano) perché, «approfittando dello stato di bisogno dei riders», li paga «fino all’81% meno della contrattazione collettiva e fino al 76% meno della soglia di povertà». Che è parametrata (attorno ai 1.245 euro al mese per 13 mensilità) su indicatori come il reddito di cittadinanza, la cassa integrazione, la nuova assicurazione sociale per l’impiego, e l’indice di povertà Istat.
L’inchiesta su Glovo e Foodinho srl
L’amministratore giudiziario regolarizzerà le «situazioni deliberatamente ricercate ed attuate» da Fooodinho srl (indagata come società, al pari dell’amministratore unico spagnolo Oscar Pierre Miquel) in «una politica di impresa che rinnega esplicitamente le esigenze di rispetto della legalità» teoricamente cristallizzate «nel modello organizzativo». Che è invece «inidoneo a garantire che si verifichino pesanti sfruttamenti lavorativi riconducibili alla fattispecie penale dell’articolo 603». Cioè al reato di caporalato. La maggior parte dei fattorini lavora per 9/10 ore al giorno per sei giorni a settimana e riceve un reddito netto sotto la soglia di povertà.
Si tratta di 40 mila lavoratori. Mentre dopo le indagini 36 società hanno internalizzato 52.470 lavoratori (secondo i dati Inps) prima in balia di società-serbatoio. E saldato i conti con il fisco per un miliardo e 72 milioni di euro. I lavoratori di Glovo arrivano in gran parte da Pakista, Bangladesh e Nigeria. Hanno permessi di soggiorno precari. E 41 di loro si sono presentati a deporre. Le testimonianze le riporta oggi il Corriere della Sera: Ahmed: «Mi sento un numero per la piattaforma. E se mi rubano la bici o la batteria, tutte le spese sono a carico mio». Hassan: «Uso una bicicletta elettrica che ho acquistato io, ricevo in media 2 euro e 50 centesimi a consegna, con incrementi legati alla distanza o ai fine settimana e penalizzazioni in caso di ritardo, circa 10/15 consegne al giorno con punte anche di 20/25 percorrendo tra i 50 e 60 km., rimango collegato all’app per circa dodici ore al giorno dalle 10 alle 22». Muhammad: «Sono costantemente geolocalizzato con il gps, se sono in ritardo Glovo mi chiama per sapere perché sono fermo o perché non sto consegnando».
Il responsabile privacy
Il general manager per l’Italia in una causa di lavoro sull’assenza di un archivio con i dati sui turni (indispensabili ai rider per provare a chiedere in Tribunale il riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato o eterodiretto dal committente), rispondeva che «il nostro garante della privacy ci ha detto di cancellare tutti i dati e così è stato fatto». E come si chiama costui? «Non ricordo il nome del responsabile privacy».
Il mercato delle consegne a domicilio
Il mercato degli alimentari a domicilio, tra ristoranti, supermercati e negozi, ha un valore di consegna di quasi 5 miliardi l’anno nel 2025. I dati sono dell’osservatorio eCommerce B2C Netcomm della scuola di management del Politecnico di Milano. E i guadagni? Su uno scontrino da 30 euro si può stimare che 21 finiscano al ristorante e 9 alla piattaforma che ha gestito la consegna (circa il 30%). Ad affermarlo alcuni studi di settore. Dei 9 euro che vanno alla piattaforma, 4 servono per pagare un compenso lordo al lavoratore, 4 per coprire spese di marketing e gestione, 1 è la marginalità della piattaforma.
(da Open)
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Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile
LE “IMPRESE “ DEL DIRETTORE
Paolo Petrecca è, ormai, una leggenda del giornalismo. Ma di quel giornalismo lì. Gli aggettivi
sono inutili. Quanto alla sua telecronaca dell’altro giorno, una delle dirette più nere (in tutti i sensi) trasmesse dalla Rai: non ha senso tornarci. È già stata ben sezionata tra lo sgomento per la totale improvvisazione (argomenti ed eloquio da bar della stazione) e certi errori blu (come si fa a confondere la presidente del Cio, Kirsty Coventry, con Laura Mattarella, figlia del capo dello Stato?). Il punto è un altro: cercare di capire meglio chi è e chi non è, questo Petrecca, e come e perché — fregandosene dell’idea di servizio pubblico, quindi pure del canone, cioè dei nostri soldi — si sia sentito autorizzato a mettersi davanti a un microfono per un racconto sportivo e istituzionale tanto solenne come l’apertura dei Giochi olimpici invernali, portandosi addosso modestia assoluta e disdegno, arroganza e presunzione (indizio: «Ho le spalle coperte, io. Non possono farmi niente», ripeteva — con espressione facciale tronfia — nei corridoi di Saxa Rubra).
Questa storia ha una prima scena: con Petrecca che, in un pomeriggio di pioggia e vento, gli occhialini appannati, entra nella redazione di Rai News 24. Poche ore prima (18 novembre 2021), il cda della Rai, su proposta dell’amministratore delegato Carlo Fuortes, lo ha nominato direttore (siccome l’importante canale delle all news non bastava, ci hanno messo sopra pure la guida di Televideo). Il suo nome è stato indicato da Fratelli d’Italia.
Sono l’unico partito d’opposizione, ma a Viale Mazzini le regole della lottizzazione (non scritte) restano chiare: anche chi non è al governo ha diritto a prendersi una rete, o un tigì. I Fratelli indicano Petrecca o perché lo stimano (vabbé), o perché non hanno di meglio (lui assicura d’essere missino, sebbene non risulti abbia frequentato la leggendaria sezione di Colle Oppio, dove sono cresciute le sorelle Meloni: che però gli credono e, in qualche modo, se lo fanno piacere).
Siccome in Rai, spesso, la riconoscenza è tutto, Petrecca decide di partire nel modo giusto: nel senso che parte e va subito a Civitavecchia, a presentare il libro biografico della futura premier, Io sono Giorgia. Poi torna. E s’insedia: «Faremo un grande telegiornale!».
Qualcosa s’intuisce la sera delle elezioni francesi, quando tutti i tigì del pianeta seguono in diretta l’evento. Non a Rai – News 24. Dove, invece, aprono il notiziario con il Festival delle città identitarie, che è in svolgimento a Pomezia (giuro, ho controllato bene). Stupore. Corrono al coordinamento. C’è un errore nella scaletta dei servizi? No. Cercate il direttore. Ma il direttore non si trova. Dov’è? Eccolo lì, seduto in prima fila, sotto il palco di Pomezia. Ma no? Ma sì. E volete sapere perché? Perché, sul palco, si esibisce la sua promessa sposa, Alma Manera, cantante.
Fin qui, diciamo che siamo all’uso del servizio pubblico per ragioni di amore privato. Poi, però, Petrecca inizia a fare seriamente il suo lavoro. Così, quella volta che il ministro Francesco Lollobrigida fa fermare un Frecciarossa in corsa per scendere alla fermata di suo gradimento (atto che trascina nella mitologia l’ex compagno di Arianna Meloni), la notizia viene omessa. Non nascosta: omessa. Primo intervento del cdr: «Direttore, abbiamo il dovere di farci un servizio». Lui accetta malvolentieri la richiesta.
Ma quando esce il clamoroso fuorionda di Andrea Giambruno che fa il galletto con una collega, dicendo cose che è meglio non dire se stai con la presidente del Consiglio, Petrecca ci ricasca. E niente: pure stavolta deve intervenire il sindacato. Molti giornalisti (non tutti: qualcuno con la lingua strusciante c’è sempre) sono mortificati.
Il clima viene descritto da una firma del politico, Enrica Agostini: «Mai subite tante censure come in questo periodo». Lui, il direttore, sbuffa. Che noia queste croniste tutte d’un pezzo. Così, per far capire chi comanda, va ad Atreju. Poi manda in diretta ogni comizio della Meloni. Quindi, francamente, si supera: e, durante il caso Cospito, falsifica un titolo. Annunciando, a caratteri cubitali, «l’assoluzione» del sottosegretario Andrea Delmastro, mentre si trattava solo della richiesta del pm. Petrecca viene sfiduciato dalla redazione: l’83% dei giornalisti è contro di lui
Troppo. A Palazzo Chigi, perciò, decidono di promuoverlo. Che gli facciamo fare al nostro Paolone? Diamogli la direzione di RaiSport (dove, intanto, era andato in pensione uno storico gentiluomo del giornalismo Rai come Jacopo Volpi). Petrecca arriva, nomina sei vicedirettori tutti di area governativa (tra cui Riccardo Pescante, che — per l’anniversario della nascita del Msi — pubblica un romantico post: «Le radici profonde non gelano») e si becca altre due sfiducie: tre in tre mesi, più uno stato d’agitazione, più un pacchetto con tre giorni di sciopero.
È chiaro che, a questo punto, sarebbe dovuto intervenire l’ufficio studi di via della Scrofa, coordinato dal deputato Francesco Filini, il quale — a sua volta — prende ordini dal potente sottosegretario Giovanbattista Fazzolari: è infatti in quelle stanze che vengono confezionati i dossier per i parlamentari, e dove gli eventi del Paese vengono passati al setaccio per poi essere gestiti, e indirizzati, sotto l’aspetto mediatico. Ma né Filini né Fazzolari realizzano che al loro Paolone stanno, di fatto, affidando la complessa gestione televisiva dell’Olimpiade invernale.
Poi, certo: lui ha scapocciato e s’è addirittura messo davanti a quel microfono (Pucci, almeno, non se l’è sentita e, alla fine, ha rinunciato).
Fabrizio Roncone
(da il Corriere.it)
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Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile
DA QUALCHE GIORNO BISOGNA CHIEDERE LA CHIAVE ALL’ADDETTO PER RITIRARE PACCHI E LETTERE
Niente lettere, pacchi, inviti o regali per i deputati. Gli onorevoli hanno una casella di posta dedicata alla Camera, ma da qualche giorno non possono più avvicinarcisi. O meglio: non possono farlo in totale libertà, ma devono essere accompagnati e controllati. Oppure chiedere la chiave all’addetto di poste. Il quale o presta loro le chiavi oppure apre il contenuto davanti ai colleghi. La misura, spiega Il Fatto Quotidiano, è stata introdotta per un motivo ben preciso. Ovvero perché continuavano ad arrivare segnalazioni di furti di oggetti o di lettere smarrite nelle ultime settimane.
I furti alla Camera
Diversi deputati hanno fatto sapere a Poste Italiane di aver perso lettere o oggetti ricevuti. Altri hanno detto che oggetti annunciati come in arrivo non erano mai approdati nelle caselle di posta. E allora è stato deciso di togliere le chiavi dalle cassette della posta. Per evitare che il primo che passi potesse aprirle e trafugrne il contenuto. Le chiavi venivano prima lasciate esposte all’interno già inserite nella toppa. Adesso saranno o restituite ai singoli parlamentari (che dovranno ricordarsele) oppure sarà il funzionario di Poste ad aprire il contenuto su richiesta.
(da agenzie)
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Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile
“L’UE DECIDA SE DIVENTARE UNA POTENZA”
Un’Europa con maggiore autonomia, capace di agire come potenza economica, industriale e
militare. È questa la «dottrina economica europea» indicata dal presidente francese Emmanuel Macron nell’ampia intervista concessa a sette quotidiani europei, tra cui Le Monde e Il Sole 24 Ore, in vista delle prossime scadenze politiche a Bruxelles e del vertice sull’industria europea ad Anversa.
Al centro della proposta di Macron c’è un appello esplicito a un debito comune europeo per finanziare settori strategici come la difesa e l’intelligenza artificiale, strumenti ritenuti indispensabili per evitare il declino dell’Unione in un contesto globale sempre più competitivo. «Oggi, abbiamo tre battaglia da condurre – avverte Macron -, nella sicurezza e nella difesa, nelle tecnologie della transizione ecologica e nell’intelligenza artificiale e nel quantico».
Secondo il presidente francese, il quadro internazionale è profondamente cambiato rispetto a pochi anni fa. La Cina, sottolinea, ha accelerato enormemente, accumulando un surplus commerciale di circa 1.000 miliardi di euro con il resto del mondo. In questo scenario, l’Europa rischia di diventare «il fattore di aggiustamento del sistema globale», senza una vera capacità di influenza. «L’Europa deve decidere se vuole diventare una potenza – prosegue il leader di Parigi, ricordando il monito di Mario Draghi di pochi giorni fa – o restare un mercato aperto ai quattro venti, rischiando di essere spazzata via».
I quattro pilastri per rilanciare l’Unione
Macron articola la sua visione in quattro obiettivi strategici. Il primo è la semplificazione delle regole e il completamento del mercato unico, ritenuti essenziali per liberare il potenziale economico europeo. Il secondo riguarda la diversificazione commerciale e il de-risking dalle dipendenze accumulate negli ultimi anni, in particolare nei settori energetici e tecnologici.
Il terzo pilastro è la preferenza europea: dall’acciaio all’auto, dalla chimica alla difesa, l’Unione deve tutelare le proprie filiere produttive, anche attraverso clausole di salvaguardia e requisiti di contenuto europeo. Infine, l’innovazione, che per Macron richiede investimenti comuni e una strategia condivisa, inclusa la promozione internazionale dell’euro, lo sviluppo dell’euro digitale e di stablecoin denominate in valuta europea.
Difesa comune e asse franco-tedesco
Sul fronte industriale e militare, Macron difende con decisione i grandi progetti congiunti con Berlino, a partire dal futuro aereo da combattimento franco-tedesco, oggetto di recenti indiscrezioni su un possibile stop. «È un buon progetto e non ho ricevuto alcuna comunicazione tedesca in senso contrario», afferma, avvertendo però che una eventuale messa in discussione dell’aereo porterebbe Parigi a rivedere anche la cooperazione sul carro armato comune.
Rapporti con gli Stati Uniti: «Non piegare la schiena»
Infine, Macron affronta il tema dei rapporti transatlantici e del ritorno delle tensioni con Donald Trump. «Di fronte a un’aggressione non bisogna piegare la schiena né cercare accordi a ogni costo», sostiene, ricordando come i tentativi di compromesso dell’Ue con Washington sui dazi non abbiano prodotto risultati duraturi.
Il presidente francese mette in guardia da un falso senso di sicurezza: alle fasi di apparente distensione seguono nuove minacce, che oggi colpiscono settori chiave come il farmaceutico e il digitale. Inoltre, la strategia passata avrebbe aumentato le dipendenze europee, in particolare sul fronte energetico: «Abbiamo sostituito la dipendenza dalla Russia con una dipendenza dagli Stati Uniti, che oggi forniscono il 60% del nostro gas naturale liquido».
(da Il Sole24Ore)
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Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile
IL POTERE IN MANO AGLI INCAPACI… A PALAZZO CHIGI SONO FURIOSI PER LA FIGURACCIA, CHIOCCI LA CARTA DEL FUTURO
Un’«assunzione di responsabilità». A tardo pomeriggio il mondo Rai si interpella sull’interpretazione autentica di un’espressione che in altri tempi avrebbe significato “dimissioni”: non è questo il caso. Ieri l’ad della Rai, Giampaolo Rossi, ha incontrato il direttore di Rai Sport, Paolo Petrecca, dopo la sua disastrosa
telecronaca della cerimonia d’apertura delle Olimpiadi, ma la ricostruzione che filtra a fine appuntamento restituisce un colpo al cerchio e uno alla botte: a Petrecca è stato chiesto di aprire un confronto con i giornalisti, ma l’assemblea non deve mettere in difficoltà l’azienda «sotto gli occhi del mondo».
Tutt’altro che un ramoscello d’ulivo. Il Comitato di redazione di Rai Sport ha ribattuto a stretto giro giudicando, insieme a Fnsi e Usigrai, la nota dell’azienda «irricevibile».
«Una supercazzola», commenta un dirigente in maniera schietta. Non succederà niente, almeno non per i prossimi quindici giorni: dopo le Olimpiadi, forse, si vedrà. Dimissioni per il momento non sono state né proposte da Petrecca né richieste da Rossi. Resta il fatto che la polemica continua a imperversare e neanche il presunto attacco politico ad Andrea Pucci, che lo avrebbe indotto al passo indietro dal palco di Sanremo, ha saputo distogliere l’attenzione dalla débâcle della telecronaca della serata inaugurale dei Giochi. Una soluzione per ora non è in vista. Si guadagna tempo. Dopo le Olimpiadi ci sono Sanremo e poi le Paralimpiadi.
Per ora vanno portati a casa i Giochi, è il ragionamento. La prossima grande prova per chi sarà al timone di Rai Sport in estate saranno i Mondiali di calcio. In azienda e dentro FdI non escludono che a gestirli potrebbe essere qualcun altro. Sarebbe la seconda exit strategy offerta a Petrecca, che già a RaiNews aveva creato diversi grattacapi ai vertici, tanto da dover essere spostato. Resta anche da vedere dove arriverà la trattativa con il Cdr. La redazione, al di là di pochi ancora fedeli al direttore, ieri ha proclamato uno sciopero delle firme e chiesto la lettura di un comunicato sindacale in cui si parla di «grave imbarazzo» e si certifica che «questa non è una questione politica». Alla fine dei Giochi, darà anche attuazione del pacchetto di tre giorni di sciopero già approvato in assemblea. Difficile che l’incontro con l’azienda, in programma a breve, possa risolvere una situazione così tesa.
Insoddisfazione
A palazzo Chigi il guaio grosso della tv di stato sta scaldando gli animi. Fin dall’inizio i destini della Rai non erano in cima alle priorità della presidente del Consiglio, ma quando una serie di gaffe, scelte infauste e valutazioni sbagliate hanno iniziato a trasformare viale Mazzini in un problema, Meloni è diventata furiosa. La responsabilità principale, ai suoi occhi, grava sull’ad, che non si è
saputo imporre. È stato fatto filtrare che Rossi avrebbe espresso dubbi sulla conduzione del direttore di Rai Sport. «Ma se è l’ad, non avrebbe dovuto dare seguito alle sue perplessità e intervenire?» si chiede un dirigente di primo piano. Lo stesso vale per la vicenda Pucci: anche in quel caso Rossi ha fatto ricadere le responsabilità sul direttore artistico di Sanremo. Effettivamente Carlo Conti ha voluto fortemente la sua presenza sul palco dell’Ariston, ma le battute omofobe e misogine del comico erano ben note.
La strategia degli ultimi giorni, con un grande dispiegamento di forze da parte della destra, intanto continua. A scomodarsi per chiedere che la governance domandi a Pucci di tornare sui suoi passi è addirittura Ignazio La Russa. «Fa morire dal ridere senza offendere mai nessuno. Io invito la Rai a chiedergli di cambiare idea» dice il presidente del Senato. Più in piccolo, il sindacato voluto dai dirigenti della Rai, Unirai, è uscito con una nota a sostegno dell’azienda (non di Petrecca). Nel frattempo, l’approfondimento – nello specifico XXI Secolo di Francesco Giorgino – offre ancora un palco a Nello Musumeci che difende l’azione del governo nel disastro di Niscemi.
Ma l’ospitata si incardina in una giornata nera per TeleMeloni e dimostra come la macchina di propaganda continui a incepparsi. Ad aggiungere rogne per Rossi è il Pd, che chiede lumi sulla nuova striscia informativa di Rai 2 affidata a Tommaso Cerno, ma anche l’ufficio diritti televisivi, che non è riuscito ad accaparrarsi i diretti per trasmettere le Atp Finals in un momento in cui il tennis italiano è sul tetto del mondo.
Strategia
Ogni giorno ha la sua gaffe, parrebbe. E così Meloni sarebbe consumata da un dissidio interno: da un lato il riflesso condizionato dei camerati a difendere fino all’ultimo i propri, anche quelli che compiono qualche passo falso di troppo come Petrecca; dall’altro il desiderio di affidare il carrozzone del servizio pubblico a un giornalista che ritiene più efficace dei dirigenti “neri” storici, tanto da avergli dato in mano il timone del Tg1. Gian Marco Chiocci è stato a più riprese tirato in ballo come possibile prossimo portavoce di palazzo Chigi, ma c’è chi ora fa il suo nome come alternativa a un Rossi che non sarebbe più tanto saldo nel suo mandato, che però dura un altro anno e mezzo. Un modo per risolvere il busillis ci sarebbe:
accelerare sulla riforma e includere una norma che provochi la decadenza anzitempo del Cda in carica.
Nel frattempo le scivolate dei Fratelli di Rai irritano anche gli alleati di governo. C’è chi cita a buon esempio Auro Bulbarelli, vicedirettore di Rai Sport considerato gradito alla Lega che si è giocato la telecronaca con la sua infausta anticipazione sul ruolo di Sergio Mattarella all’inaugurazione. La sintesi più azzeccata arriva da un dirigente di maggioranza: «Ha fatto una stupidaggine e ha accettato di tornare in panchina, nessuno ha parlato di attacco politico. Di qua c’è solo arroganza, che aspetta il Bussola (soprannome di Rossi ndr) a dare un segnale distensivo?»
(da editorialedomani.it)
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Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile
“HO SUBITO UNA FRATTURA COMPLESSA DELLA TIBIA. DOVRÒ SOTTOPORMI AD ALTRI INTERVENTI. SONO CADUTA PERCHÉ ERO 5 POLLICI TROPPO STRETTA SULLA MIA LINEA QUANDO IL MIO BRACCIO DESTRO SI È AGGANCIATO ALL’INTERNO DELLA PORTA, PROVOCANDO LA MIA CADUTA. IL MIO CROCIATO ROTTO E GLI INFORTUNI PASSATI NON HANNO AVUTO NULLA A CHE FARE CON IL MIO INCIDENTE”
“Non è il finale di una favola. Non è una storia da libro illustrato. È la vita”, scrive Lindsey
Vonn in un lungo post su Instagram, dal letto d’ospedale, il giorno dopo la terribile caduta in discesa libera che ha tenuto tutto il mondo con il fiato sospeso. Una vita che sa essere spietata. Il suo sogno olimpico si è fermato così: non con un lieto fine, ma con una frattura scomposta della tibia e la consapevolezza che, nello sci alpino, bastano “cinque pollici” fuori linea per cambiare tutto.
“Ieri il mio sogno olimpico non è finito come avevo sognato”, così l’americana per la prima volta dall’incidente rompe il silenzio, affidando le sue parole ai social: “Non era il finale di un libro di fiabe o la coda di una favola, era semplicemente la vita. Ho osato sognare e ho lavorato così duramente per realizzarlo.
Nelle gare di sci alpino la differenza tra una linea strategica e un infortunio catastrofico può essere anche di soli cinque pollici (12,7 cm ndr)”. È lì che si spezza tutto. “Ero semplicemente cinque pollici troppo stretta sulla mia linea quando il mio braccio destro si è agganciato all’interno della porta, girandomi e provocando la mia caduta”. Nessuna scusa, a spegnere le voci e le polemiche sulla sua scelta di sciare dopo l’infortunio di Crans Montana: “Il mio crociato rotto e gli infortuni passati non hanno nulla a che fare con il mio incidente”.
L’esito è pesante: “Ho subito una frattura complessa della tibia che attualmente è stabile ma richiederà più interventi chirurgici per essere risolta correttamente”. Eppure, anche ora, dal post-operatorio, Vonn rifiuta la parola rimpianto:
“Nonostante l’intenso dolore fisico che ha causato, non ho rimpianti”. Tornare al cancelletto di partenza è stato qualcosa che va oltre il risultato: “Stare lì ieri è stata una sensazione incredibile che non dimenticherò mai”. Sapere di essere di nuovo in gara, con “la possibilità di vincere”, vale quanto una medaglia. Il rischio, del resto, faceva parte del patto.
“Sapevo che correre era un rischio. È sempre stato e sempre sarà uno sport incredibilmente pericoloso. Ma ci ho provato, ho sognato, mi sono buttata”. Una campionessa che ha osato sognare e che, ancora una volta, vuole essere d’ispirazione: “Spero che, se c’è qualcosa che potete imparare dal mio percorso, sia il coraggio di osare in grande. La vita è troppo breve per non correre dei rischi. Perché l’unico fallimento nella vita è non provarci. Credo in voi, proprio come voi avete creduto in me”.
(da Gazzetta)
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Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile
LA LEGA CROLLA AL 6,6%… E AL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA E’ TESTA A TESTA: SI’ 38%, NO 37%, INDECISI 25%
Tsunami Vannacci su Meloni e Salvini. Futuro Nazionale, il nuovo partito fondato dall’ex generale, fuoriuscito dalla Lega nei giorni scorsi, toglie voti ai due partiti più a destra della compagine di governo e si attesta al 3,3%. Lo rivelano i sondaggi sugli orientamenti di voto di Swg per il Tg La 7. Nelle stime del 9 febbraio, Fratelli d’Italia scande dal 31,3 al 30,1%. La Lega scende dal 7,7 al 6,6%. Cresce invece Forza Italia, che si attesta all’8,4% (+0,2%).
Chi sale e chi scende tra le opposizioni
Tra le opposizioni, Pd e M5s perdono lo 0,3%, attestandosi rispettivamente al 22,2% e all’11,7%. Leggero calo per Alleanza Verdi-Sinistra, che perde un decimale e registra un 6,4% nelle preferenze di voto. Tra gli altri, stabili Azione (3,1%), Italia Viva (2,2%) e Noi Moderati (1,2%). Più Europa in leggero aumento, sale all’1,5%. La percentuale di chi non si esprime scende dal 32 al 28%, segno che il nuovo partito di Vannacci potrebbe aver pescato molti sostenitori anche tra indecisi e astenuti.
Come andrebbe se si votasse oggi
L’addio di Vannacci alla Lega cambia gli equilibri anche in vista delle elezioni politiche del 2027. Con gli attuali orientamenti di voto, la coalizione di centrodestra (FdI, Lega, Fi e Noi Moderati) sarebbe costretta di fatto a scegliere se affidarsi a Futuro Nazionale, e quindi spostarsi più a destra, oppure ad Azione, quindi spostandosi al centro. In questo modo, avrebbe una percentuale del 46,3%, mentre il centrosinistra (Pd, M5s, Avs, Italia Viva e Più Europa) avrebbe il 44%.
Testa a testa sul referendum
Niente sonni tranquilli per il governo Meloni anche per il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Secondo il sondaggio di Swg, il «sì» è davanti solo per un soffio: 38%, contro il 37% del «no». A votare, però, sarà solo il 46-50% degli aventi diritto. E la percentuale di indecisi resta molto alta: 25%.
(da agenzie)
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