Destra di Popolo.net

SONDAGGIO SWG-LA7: IL PARTITO DI VANNACCI AL 3,3% SOTTRAE OLTRE UN PUNTO A TESTA A LEGA E FDI

Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile

LA LEGA CROLLA AL 6,6%… E AL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA E’ TESTA A TESTA: SI’ 38%, NO 37%, INDECISI 25%

Tsunami Vannacci su Meloni e Salvini. Futuro Nazionale, il nuovo partito fondato dall’ex generale, fuoriuscito dalla Lega nei giorni scorsi, toglie voti ai due partiti più a destra della compagine di governo e si attesta al 3,3%. Lo rivelano i sondaggi sugli orientamenti di voto di Swg per il Tg La 7. Nelle stime del 9 febbraio, Fratelli d’Italia scande dal 31,3 al 30,1%. La Lega scende dal 7,7 al 6,6%. Cresce invece Forza Italia, che si attesta all’8,4% (+0,2%).
Chi sale e chi scende tra le opposizioni
Tra le opposizioni, Pd e M5s perdono lo 0,3%, attestandosi rispettivamente al 22,2% e all’11,7%. Leggero calo per Alleanza Verdi-Sinistra, che perde un decimale e registra un 6,4% nelle preferenze di voto. Tra gli altri, stabili Azione (3,1%), Italia Viva (2,2%) e Noi Moderati (1,2%). Più Europa in leggero aumento, sale all’1,5%. La percentuale di chi non si esprime scende dal 32 al 28%, segno che il nuovo partito di Vannacci potrebbe aver pescato molti sostenitori anche tra indecisi e astenuti.
Come andrebbe se si votasse oggi
L’addio di Vannacci alla Lega cambia gli equilibri anche in vista delle elezioni politiche del 2027. Con gli attuali orientamenti di voto, la coalizione di centrodestra (FdI, Lega, Fi e Noi Moderati) sarebbe costretta di fatto a scegliere se affidarsi a Futuro Nazionale, e quindi spostarsi più a destra, oppure ad Azione, quindi spostandosi al centro. In questo modo, avrebbe una percentuale del 46,3%, mentre il centrosinistra (Pd, M5s, Avs, Italia Viva e Più Europa) avrebbe il 44%.
Testa a testa sul referendum
Niente sonni tranquilli per il governo Meloni anche per il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Secondo il sondaggio di Swg, il «sì» è davanti solo per un soffio: 38%, contro il 37% del «no». A votare, però, sarà solo il 46-50% degli aventi diritto. E la percentuale di indecisi resta molto alta: 25%.
(da agenzie)

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CON IL GOVERNO MELONI, L’ITALIA VIENE PERCEPITA PIU’ CORROTTA

Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile

LA CLASSIFICA DI TRANSPARENCY INTERNATONAL

Il punteggio dell’Italia nell’Indice di percezione della corruzione (Cpi) nel settore pubblico continua a calare: da 54, nel 2024, passa a 53 nell’edizione 2025 pubblicata oggi da Transparency International. Viene confermata, dunque, la
52esima posizione nella classifica globale che conta 182 Paesi/territori in tutto il mondo e la 19esima nell’Unione Europea dove il punteggio medio è di 62 su 100. Tra i Paesi Ocse è 31esima su 38.
Secondo Transparency International il sistema di prevenzione della corruzione italiano risente delle ripercussioni dell’indebolimento delle misure anticorruzione, tra cui la depenalizzazione dell’abuso di ufficio. Nel 2024 il punteggio nazionale aveva subito la prima inversione di tendenza dal 2012, dopo una crescita durata tredici anni con +14 punti.
A livello globale poi, al primo posto della classifica, con un punteggio di 89 – in una scala che va da 0 (alto livello di corruzione percepita) a 100 (basso livello) – c’è anche quest’anno la Danimarca, mentre all’ultima posizione si riconferma il Sud Sudan. In base a quanto emerge dal report, la corruzione sta peggiorando a livello mondiale con un aumento dei fenomeni corruttivi anche nelle democrazie consolidate.
I dati globali del Cpi 2025 mostrano che le democrazie, “solitamente più forti nella lotta alla corruzione rispetto alle autocrazie o alle democrazie imperfette, stanno registrando un preoccupante calo delle prestazioni”. Una tendenza che riguarda paesi come gli Stati Uniti (64), il Canada (75) e la Nuova Zelanda (81), nonché varie parti d’Europa, come il Regno Unito (70), la Francia (66) e la Svezia (80). In aumento poi “le restrizioni da parte di molti Stati alla libertà di espressione, di associazione e di riunione. Dal 2012, 36 dei 50 paesi con un calo significativo dei punteggi Cpi hanno anche registrato una riduzione dello spazio civico”.
(da agenzie)

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IL PAESE SOTTOSOPRA

Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile

IL GOVERNO E’ IN PANNE, COSI’ PUCCI DIVENTA UN’ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA

Nel paese sottosopra che è l’Italia, in un momento storico devastante, il presidente del Consiglio pensa bene di parlare e riparlare di tal Pucci, uno dei comici più deboli e scontati di questo paese (che proprio in quanto debole e scontato gode da anni di un discreto successo). Giorgia Meloni non parla mai di Gaza; non dice nulla sulle atrocità dell’Ice del suo amico Trump; si nasconde puntualmente tutte le volte che le chiedono dei disastri del suo governo su migrazione, sicurezza, lavoro, trasporti eccetera; ha impiegato giorni per profferire anche solo mezza parola sulle calamità in Sicilia. Poi però, non appena scopre che Pucci non andrà a Sanremo, scatta sull’attenti e blatera sproloqui a uso e consumo della sua claque più verbalmente violenta. Tale reazione, ovviamente, viene ricalcata anche dai giornali di destra, pronti a tratteggiare Pucci come martire della libertà di pensiero e vittima della dittatura del politically correct (ciao core). Deliri e disonestà intellettuali a raffica, di cui il primo a godere sarà proprio Pucci, pronto a riempire ancora di più i palazzetti, sfruttando quello stesso “effetto Vannacci” che portò il generale a stravendere il suo libro d’esordio. La litania del “povero martire di destra” è stata salmodiata anche da Salvini, incidentalmente vicepresidente del Consiglio e ministro; Tajani (idem come sopra); e La Russa, addirittura presidente del Senato e seconda carica dello stato, che ha trovato pure il tempo per telefonare a Pucci esortandolo a cambiare idea (per fortuna non l’ha cambiata).
Ora: restare seri in questo paese, dove tutto diventa farsa a partire dalla tragedia, risulta sempre più complicato. Però proviamoci. Prima di tutto, essendo stato tra i primi a criticare (artisticamente) la scelta di Carlo Conti di affidarsi a Pucci come uno dei co-conduttori sanremesi, ribadisco che su quel palco ce lo avrei voluto e non ho mai chiesto la sua censura. Quella la chiedono gli idoli di Pucci. Lui doveva andare eccome a Sanremo: è un comico debolissimo (vale se va bene un centesimo di Giorgio Montanini) e ha fatto body shaming spinto e battute da trivio su Schlein, Bindi, eccetera, ma se lo ha scelto il direttore artistico, lui a Sanremo ci va. Fine. Se poi ha ricevuto insulti e minacce, ha la mia solidarietà (quella solidarietà che Pucci mai ha dedicato alle sue vittime). Ciò detto e ribadito, l’idea che questa Italia con le pezze al culo (ops) perda tempo a parlare di Pucci, dà la misura di quanto siamo ridotti male. E qui la colpa è tutta di Meloni e derivati. La Meloni […] che adesso frigna per Pucci, è la stessa che due anni fa attaccava la sinistra perché “in un’Italia piena di problemi” parlava del monologo sul 25 aprile di Scurati? È la stessa che vuole la libertà per i comici, ma ha chiesto al satirico Daniele Fabbri 20 mila euro per danni psicologici con una querela temeraria? O è la stessa che, quando era all’opposizione, non voleva che Rula Jebreal facesse “un monologo senza contraddittorio” a Sanremo “a spese dei contribuenti”? Meloni parla ora – seriamente! – della cacciata di Pucci come prova di una “spaventosa deriva illiberale della sinistra” (e sì che il suo governo, di derive illiberali, pare intendersene parecchio). Lo fa per tre motivi, tutti banali e puerili come lei. Il primo è che Meloni soffre da morire il fatto che, negli ultimi ottant’anni, la destra non ha partorito culturalmente quasi nulla (infatti gli tocca celebrare un pesce piccolissimo come Pucci). E questo la manda proprio via di testa (da qui il suo continuo blaterare di “egemonia culturale di sinistra”). Il secondo motivo è che Meloni è una delle più grandi frignone del mondo e adora rifugiarsi nel vittimismo. Il terzo è che tutto (le) serve come arma di distrazione di massa. Tutto. Persino Pucci. L’importante è spostare l’attenzione dal sistematico e smisurato fallimento del suo governo. Che pena.
(da Il Fatto Quotidiano)

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SE OGNUNO FACESSE IL SUO MESTIERE

Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile

L’OCCUPAZIONE MILITARE DELLA RAI HA PASSATO IL LIMITE

Non sapevo niente del comico Pucci. Leggendo le sue battute mi sembra che appartenga all’ondata, piuttosto folta, di quelli che credono che per fare ridere basti essere “politicamente scorretti” (e no, che non basta). Ma al netto del suo calibro artistico, fa un certo effetto il numero esorbitante di dichiarazioni di esponenti politici su di lui, a partire da quella, autorevolissima, della prima ministra Meloni.
Sono fioccate tonanti prese di posizione prima sul reclutamento di Pucci a Sanremo, poi sul suo passo indietro a causa degli insulti ricevuti via social. Opposizione e governo si sono dunque scontrati sulla scaletta del Festival di Sanremo, e se non è certo una novità, è il segno perdurante di una patologia: il ruolo anomalo e nefasto dei partiti nella televisione pubblica italiana.
Con l’occupazione militare della Rai da parte di truppe governative incapaci di svestire la divisa di partito prima, durante e dopo la messa in onda, questa patologia è diventata devastante — oltre che ridicola, a causa della scadente qualità media degli occupanti. Forse spetterebbe all’opposizione cercare di dare il buon esempio opponendo un elegante “no comment” alla richiesta di esprimersi sulla scaletta di Sanremo.
Ognuno dovrebbe fare il suo mestiere. Sono ancora in vita, e in piena attività, alcuni critici televisivi. Qualcuno anche competente. Ho un’idea: vogliamo chiedere a loro se Pucci merita la prima serata o è solo un miracolato politico?
(da repubblica.it)

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ANDREA PUCCI E IL CABARET ALL’ITALIANA, QUANDO IL CORAGGIO DEL MASCHIO ITALICO BATTE IN RITIRATA

Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile

NON E’ LA PRIMA VOLTA CHE IL SEDICENTE COMICO CEDE DI FRONTE ALLE CRITICHE

Meglio vivere un giorno da leone, che cento da pecora. A patto di non morire sul palco di Sanremo. Quello di Andrea Pucci è un cabaret all’italiana, in cui l’orgoglio della nazione, e di uno che in passato si è fatto fotografare con Roberto Jonghi Lavarini – il “Barone nero”, neofascista dichiarato con le foto a Predappio -, si è andato a schiantare alla prima curva delle polemiche. Non ha retto, il comico accusato di battute sessiste, razziste e omofobe, o non l’hanno fatto reggere, poco importa.
Quello che sa del peggiore avanspettacolo è il coraggio mancato di chi si professa l’unico comico di destra, annuncia con una foto senza vestiti la sua presenza come co-conduttore del Festival di Sanremo e poi, al termine di 48 ore di critiche, molla la presa parlando di “insulti e minacce inaccettabili”. Dove è finito l’uomo molti nemici molto onore, capace di battute sui tamponi degli omosessuali? Andrea Pucci, la personificazione dell’uomo italico, il maschio etero che ride accostando le donne a un mix tra Alvaro Vitali e Pippo Franco – nello specifico, la segretaria Pd, Elly Schlein? Può “un’onda mediatica negativa” alterare davvero il “patto” con il suo pubblico, che pure riempie i teatri pur di assistere alle battute sulle donne che “nascono stitiche ma poi cagano il c..o”?
E dire che proprio una donna, Laura Pausini, ha resistito mesi alla pioggia di critiche piovute sul suo profilo (dopo di che ha chiuso i commenti) e sarà a testa alta sul palco dell’Ariston. Possibile che colui che sui social scriveva “spiace, zecche”, festeggiando la vittoria di Fratelli d’Italia, si sia fatto intimidire così?
Non solo è possibile, ma basta andare a leggere la sua storia per capire che il coraggio da branco si scioglie al sole delle responsabilità individuali. Nel 2023, Milano lo ha insignito dell’Ambrogino d’oro, il massimo riconoscimento per chi ha dato lustro alla città. In quell’occasione, due consiglieri del Pd avevano disertato l’aula e il sindaco Sala non aveva proferito il tradizionale discorso (ma non aveva neanche posto il veto sul riconoscimento). E già in quell’occasione, Andrea Pucci
aveva mollato delle scuse: “Se ho detto qualcosa involontariamente nei miei spettacoli, visto che faccio il comico, e posso avere offeso qualcuno, chiedo scusa”.
È vero, si dirà, anche negli Stati Uniti molti comici, di levatura sicuramente maggiore rispetto al Nostro, sono stati “costretti” a chiedere scusa per aver cominciato la carriera con la faccia dipinta di nero. Il politicamente corretto ha spesso ucciso la satira stessa e la censura si è sempre trasformata in un boomerang, per cui siamo certi che adesso Pucci vedrà triplicare le sue date in teatro e, tra qualche mese, le ospitate televisive.
Ma qui resta una constatazione di fondo, e ce ne vorrà l’ex tabaccaio lombardo se usiamo un’espressione tipicamente romana: è troppo facile fare i froci col culo degli altri.
(da ilfattoquotidiano.it)

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PRENDE FORMA “L’ECOSISTEMA MELONI”, LA MACCHINA DELLA PROPAGANDA DELLA DUCETTA, L’ULTIMA ARRIVATA E’ “ESPERIA ITALIA”, CANALE DELL’INFORMAZIONE DI DESTRA DI CUI, COME RACCONTATO DA “REPORT”, HA QUOTE DI CONTROLLO L’EX GRILLINO E “CASALEGGIO ASSOCIATI” PIETRO DETTORI, ASSIEME A LARA FANTI, COMPAGNA DI TOMMASO LONGOBARDI, SOCIAL MEDIA MANAGER DI MELONI A PALAZZO CHIGI

Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile

LA SORA GIORGIA BENEDICE ANCHE “ITABLOID”, TESTATA ONLINE DI “GIORNALISTE ITALIANE”, L’ASSOCIAZIONE FONDATA DALL’EX
PORTAVOCE GIOVANNA IANNIELLO… LA “BESTIA” MELONIANA DI PROPAGANDA E’ GIA’ RICCA: “LIBERO”, “IL GIORNALE”, “IL TEMPO”, LA RAI, I TALK DI RETE4, “IL SECOLO D’ITALIA”, “LA VERITA'” – E SI RITROVA IL NON-OSTILE “CORRIERE DELLA SERA” E IL SIMPATIZZANTE DEL VECCHIO, NEO-EDITORE DI “QN”

Tutto fa campagna elettorale. Perennemente, quotidianamente. Come fosse all’opposizione, e non al governo. Lo ha sempre teorizzato, Giorgia Meloni: «Palazzo Chigi mi sta stretto, a me piace la lotta politica». Ora lo mette in atto, sempre di più e con la potenza di fuoco di essere la presidente del Consiglio, che ha la certezza di assicurarsi un titolo, qualunque cosa dica.
È noto che Meloni voglia anticipare alla primavera del 2027 le elezioni. Settimana più settimana meno, mancano 14-15 mesi. È a quell’obiettivo che bisogna guardare per comprendere la strategia comunicativa sempre più aggressiva che sta emergendo in questi giorni.
E che si compone dei contributi di diversi consiglieri, ufficiali e non, sviluppandosi su diverse piattaforme. Quotidiani, telegiornali, talk e canali social.
Nascono anche nuove testate, che sono funzionali all’ecosistema Meloni, e alle sfide elettorali, di cui il referendum rappresenta un passaggio cruciale.
Due giorni fa la premier ha salutato la nascita di ITabloid, «testata libera – i suoi auguri- garanzia di un’informazione vera e professionale».
Il periodico digitale nasce come organo di Giornaliste Italiane, l’associazione fondata dall’ex portavoce di Meloni, Giovanna Ianniello, poi spedita alla vicedirezione del Secolo d’Italia (storico giornale della destra), e da altre professioniste che in questi anni in Rai hanno compiuto un salto di carriera. Come vedremo, le porte girevoli tra Palazzo Chigi e la rete informativa che la sostiene sono sempre in funzione.
Ieri Report su Raitre ha raccontato la storia di Esperia, nuovo brand dell’informazione di destra, nato poco meno di un anno fa, in grande ascesa su Instagram e TikTok. Dietro ci sono esperti della comunicazione un tempo pienamente integrati nel M5S e nella Casaleggio Associati. Come Pietro Dettori, figura che è stata centrale nel mondo grillino, autore di alcune delle campagne più aggressive ai tempi di Gianroberto Casaleggio (di cui era stato dipendente), di Beppe Grillo e di Luigi Di Maio.
Oggi è passato a destra ed è impegnato in prima linea a costruire una narrazione sulla giustizia e a favore del Sì al referendum che è all’opposto di quella dei suoi vecchi datori di lavoro.
Dettori, attraverso un intreccio societario, ha quote di controllo di Esperia, assieme a Lara Fanti, compagna di Tommaso Longobardi, social media manager di Meloni a Palazzo Chigi. Longobardi, anche lui formatosi nella Casaleggio Associati, è un perno della strategia della leader di Fratelli d’Italia.
È un sostenitore della «personalizzazione» della comunicazione di Meloni e degli attacchi «alla sinistra», citata così, in modo generico e spesso vago.
Il messaggio è sempre lo stesso, martellante: «La sinistra colpevole», ogni volta di qualcosa di diverso. Che sia la «complicità» con i black bloc che assaltano Torino e Milano, «la deriva illiberale», perché il comico Andrea Pucci, dopo un paio di critiche dell’opposizione, ha rinunciato a Sanremo, o i magistrati rossi.
Meloni non prende posizione sulla figuraccia planetaria, durante la diretta delle Olimpiadi invernali, di Paolo Petrecca, direttore di Rai Sport, il primo direttore nominato in quota FdI, quando il partito era ancora all’opposizione, e Viale Mazzini lontana dall’accusa di essere TeleMeloni.
La premier non cita la censura denunciata dal cantante Ghali, critico verso Israele e che proprio Petrecca si dimentica di citare per nome durante la sua esibizione. Ma prende le difese di un comico che parla contro le «zecche comuniste».
Il leader di Iv Matteo Renzi, che di comunicazione se ne intende, mette in guardia: «Non cascate nel suo gioco», convinto che in questo modo, usando una polemica su Sanremo, voglia coprire le difficoltà su crescita, inflazione, sicurezza.
Nessuno spazio, nessuna notizia di cronaca che abbia una minima rilevanza politica deve essere trattata in maniera asettica.
Questo è l’ordine degli strateghi di Palazzo Chigi, anche gli ex, finiti altrove, come Mario Sechi, anche lui ex portavoce e oggi direttore di Libero. Basta aprire ogni giorno uno qualsiasi dei quotidiani di destra, Il Giornale, Libero, Il Tempo, La Verità.
I primi tre sono di proprietà di Antonio Angelucci, deputato eletto con la Lega. Gli articoli e gli editoriali spesso anticipano le dichiarazioni di Meloni e di FdI.
La premier ha un rapporto diretto e frequente con alcuni direttori di queste testate.
In molti casi gli articoli vengono allegati alla nota che lo staff di Giovanbattista Fazzolari invia a deputati e senatori per dettare la linea da tenere in pubblico. «Sinistra irresponsabile», «Sinistra in tilt», «sinistra complice».
(da agenzie)

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DRAGHI HA DATO LA SVEGLIA, L’EUROPA ANCORA SONNECCHIA: BRUXELLES HA ATTUATO SOLO IL 15% DELLE RACCOMANDAZIONI AVANZATE DALL’EX PRESIDENTE DELLA BCE NEL SUO RAPPORTO PER RINNOVARE L’UE, IN LEGGERO AUMENTO RISPETTO ALL’11,2% DEL SETTEMBRE 2025

Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile

SECONDO L’ANALISI DELL’EUROPEAN POLICY INNOVATION COUNCIL, “BEN 234 RACCOMANDAZIONI (61,1%) SONO ANCORA IN FASE DI ATTUAZIONE O NON SONO STATE ATTUATE”

Le misure proposte da Mario Draghi nel suo rapporto per rinnovare l’Unione Europea vengono attuate al rallentatore e a gennaio 2026 solo 58 raccomandazioni (15,1%) sono state pienamente attuate, in leggero aumento rispetto alle 43 (11,2%) del settembre 2025. A condurre l’analisi è lo European Policy Innovation Council.
Il documento, consultato dal Financial Times e visto dall’ANSA, prosegue indicando che “91 raccomandazioni (23,8%) sono state parzialmente attuate, mentre
234 raccomandazioni (61,1%) sono ancora in fase di attuazione o non sono state attuate”. In generale, l’avanzamento rappresenta “un aumento netto di 7,5 punti percentuali nell’attuazione complessiva in cinque mesi e un aumento di 3,9 punti percentuali nelle misure pienamente attuate”.
I progressi sono “incrementali e consolidativi, piuttosto che trasformativi”, afferma lo European Policy Innovation Council. La maggior parte delle misure recentemente attuate riflettono infatti “l’operatività delle linee politiche esistenti, il passaggio da un’attuazione parziale a una completa o la conferma dell’attuazione attraverso atti giuridici vincolanti”. Tuttavia, le raccomandazioni che richiedono l’integrazione strutturale del mercato unico, la riforma degli aiuti di Stato o norme di mercato che impongano determinati risultati “rimangono in gran parte parzialmente attuate o inalterate”.
“La direzione intrapresa è chiaramente positiva e i progressi registrati in questo aggiornamento sono giuridicamente duraturi”, si legge ancora. “Allo stesso tempo, più di sei raccomandazioni su dieci formulate da Draghi rimangono ancora da attuare, il che sottolinea l’entità del compito che ci attende”.
Draghi prenderà parte al consiglio europeo informale di giovedì prossimo, organizzato da Antonio Costa proprio per dare un fresco impulso alle riforme legate alla competitività.
(da agenzie)

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È SEMPRE COMUNIONE E FATTURAZIONE: PER GLI AMICI DI CL, IL GOVERNO TROVA SEMPRE UNO STRAPUNTINO. FRATELLI D’ITALIA ASSEGNA UNA DOTE DI 3 MILIONI DI EURO PER LA “FONDAZIONE MUSEO NAZIONALE DI FOTOGRAFIA” DI CINISELLO BALSAMO, GUIDATA DA DAVIDE RONDONI, INTELLETTUALE MOLTO VICINO A COMUNIONE E LIBERAZIONE (AMATO ANCHE DA SALVINI)

Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile

L’EMENDAMENTO È STATO FIRMATO DA FEDERICO MOLLICONE, PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE CULTURA DELLA CAMERA E PREZZEMOLONE DELLE SERATE ROMANE

Una dote di 3 milioni di euro per il museo affidato al “poeta di Comunione e liberazione”, molto amato anche dal vicepremier leghista Matteo Salvini.
Tra gli emendamenti segnalati al decreto Milleproroghe, in esame nelle commissione Affari costituzionali e Bilancio della Camera, è infatti spuntata la proposta di Fratelli d’Italia, firmata da Federico Mollicone e sottoscritta dal collega di partito Alessandro Amorese, per assegnare 1,5 milioni di euro e mezzo nel 2026 e nel 2027 alla «Fondazione museo nazionale di fotografia», con sede a Cinisello Balsamo (in provincia di Milano), guidata da Davide Rondoni, intellettuale e poeta, molto vicino a Cl, assurto agli onori della cronaca, nel 2018, per il suo pubblico abbraccio al leader della Lega.
La prima nomina alla guida della fondazione (con una precedente denominazione) risale all’estate 2022 con il governo Draghi. Ma con Meloni a palazzo Chigi e la destra al potere, è arrivata la presidenza del comitato per la celebrazione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco. Un poetico abbraccio alla maggioranza.
(da Domani)

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BLOCCO NAVALE PER I MIGRANTI, COSA SAPPIAMO DEL PACCHETTO IMMIGRAZIONE ANTICIPATO DA PIANTEDOSI: IL SOLITO DELIRIO SOVRANISTA

Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile

VEDIAMO DI CHE SI TRATTA QUESTA VOLTA E I SOLITI PROBLEMI GIURIDICI

La prossima settimana, secondo quanto ha annunciato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il Consiglio dei ministri dovrebbe approvare un nuovo pacchetto di norme che riguarda l’immigrazione. Tra queste dovrebbe essere incluso il cosiddetto ‘blocco navale’. E vista la delicatezza della materia, non è esclusa una nuova interlocuzione con il Quirinale, come avvenuto per il decreto Sicurezza varato dal governo pochi giorni fa.
In pratica il nuovo provvedimento, un disegno di legge, dovrebbe dare attuazione al Patto europeo Migrazione e Asilo che entrerà in vigore a giugno e al cui interno confluiranno una serie di norme stralciate dal ddl sulla Sicurezza emanato giovedì: tra le norme il cosiddetto blocco navale e il ritorno del ‘sistema Albania’, con la possibilità “laddove esistono accordi con Paesi terzi sicuri di trasferire persone in luoghi diversi per effettuare le procedure d’asilo”, ha spiegato il ministro.
Prevista la possibilità di un’interdizione non superiore a 30 giorni, prorogabile di altri trenta fino a un massimo di sei mesi, dell’attraversamento del limite delle acque territoriali, “nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale intesa come rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi”, ha detto Piantedosi, ma anche nei casi di “pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini”
Seguendo le indicazioni del ministro, i casi in cui i migranti, a bordo delle navi Ong, potrebbero essere bloccati, sono sostanzialmente quattro: minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale; pressione migratoria eccezionale; emergenze sanitarie globali; eventi internazionali di alto livello.
In queste situazioni i migranti secondo il governo potrebbero essere “condotti anche in Paesi terzi diversi da quello di appartenenza o provenienza con i quali l’Italia ha stipulato appositi accordi”, come ad esempio i centri in Albania. A valutare l’interdizione sarà il Consiglio dei ministri e, ha detto ancora Piantedosi, “dovrà essere certificata la condizione di particolare pressione migratoria e incidenza sulla sicurezza nazionale per una serie di fattori”.
Non è chiaro se nella bozza del nuovo pacchetto immigrazione ci sia anche la cosiddetta norma ‘salva Almasri’, che era contenuta nelle bozze del ddl Sicurezza e prevedeva “la consegna allo Stato di appartenenza di persona pericolosa per la sicurezza nazionale o per la compromissione delle relazioni internazionali”, o nei casi in cui si renda necessaria per rispettare obblighi derivanti da accordi internazionali.
Nella bozza del ddl, secondo quanto scrive il Sole 24 Ore dovrebbe esserci anche una norma che consenta al giudice di espellere uno straniero “nei casi di condanna per gravi fattispecie delittuose, come violenza o minaccia a pubblico ufficiale, delitti contro la persona o contro il patrimonio, partecipazione a rivolte nei Cpr.
Cosa non va nel ‘blocco navale’ in arrivo nel prossimo ddl sull’immigrazione
Per comprendere e analizzare tutte le criticità della nuova norma sul ‘blocco navale’ in arrivo bisogna aspettare di leggere il testo del ddl, che ancora non è pronto. In mancanza del testo, per il momento però si possono fare solo alcune considerazioni, sulla base di quello che ha detto Matteo Piantedosi. Non sono molto chiari i paletti della norma. Piantedosi però mette insieme questioni diverse, tutte molto problematiche, e fa un pasticcio: da una parte la possibilità di interdire, da 30 giorni a 6 mesi, l’attraversamento del limite delle acque territoriali, e dall’altra la possibilità di trasferire le persone in luoghi diversi da quello del territorio nazionale per effettuare le procedure di asilo.
Secondo il professor Luca Masera (Asgi), la misura presenterebbe dei profili di illegittimità. In primo luogo, quando si parla di ‘blocco navale’, con interdizione delle acque territoriali, sarebbero troppo generiche le definizioni “di rischio di atti
di terrorismo o di infiltrazione di terroristi”: “Se c’è un sospetto di terrorismo bisogna comunque dimostrarlo, non basta che il governo dica che c’è un pericolo, ci devono essere elementi concreti, forniti dall’autorità giudiziaria. Altrimenti scatteranno i ricorsi. E lo stesso vale per l’eccezionale pressione migratoria: in un sistema liberale e di diritto questo deve essere verificato”.
E poi le autorità italiane non potrebbero imporre a una nave Ong straniera dove portare i migranti: “Le navi Ong che soccorrono persone in mare potrebbero non rispettare queste indicazioni, come è stato confermato in decine di processi. Al massimo il governo potrebbe ordinarlo a una nave militare italiana: in presenza di accordi, che al momento però non sono stati ancora stipulati, potrebbero portare i migranti verso Paesi terzi sicuri. Ma prima questi accordi andranno scritti. In ogni caso è una procedura che al governo Meloni converrebbe applicare con le proprie navi, che sono quelle che soccorrono il 90% dei migranti. Il restante 10% delle operazioni viene portato avanti dalle Ong. Ma l’esecutivo non potrebbe imporre loro di recarsi verso Paesi terzi”, spiega il professore.
Tra l’altro, ricorda Masera, l’accordo stipulato tra Italia e Albania prevede che possano essere portati nei centri albanesi solo le persone soccorse da navi italiane, per cui la nuova norma, se includesse anche le navi straniere, sarebbe palesemente in contrasto con il patto stretto con Tirana.
(da Fanpage)

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