Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile
ALLA MELONI DA’ FASTIDIO CHE LA DIPINGANO COME E’ IN REALTA’: PRONA AI VOLERI DI TRUMP… NON E’ BODY SHAMING COME FA INVECE PUCCI CON ELLY SCHLEIN, MA CRITICA POLITICA
Giorgia Meloni si è schierata con Andrea Pucci perché non sopporta «il doppiopesismo. È davvero la cifra della sinistra, la usano sempre. E non ci sto». Ma dice che il comico che ha rinunciato a Sanremo «a stento sapevo chi fosse». Mentre sul body shaming nei confronti di Elly Schlein da parte di Baccan (il suo vero nome) ha una risposta pronta: le vignette di Natangelo sul Fatto Quotidiano. E le cita oggi nel retroscena del Corriere della Sera. Quella in cui lei inginocchiata lecca il didietro di Trump. Quella in cui si piega in avanti con la battuta «noi saremo vicini all’Ucraina a 360 gradi, ma ne bastano 90». E la terza in cui ha la gonna alzata dal vento e sugli slip la scritta «FdI -1,3% e il titolo “È cambiato il vento”».
Meloni, Natangelo e il body shaming
Il body shaming è la pratica di criticare, deridere o umiliare qualcuno per il suo aspetto fisico, e per caratteristiche come peso, altezza, forma del corpo. Per esempio, se un comico tipo Andrea Pucci prende una foto di Shlein e ci scrive sopra
«Già che ci sei dentista e orecchie no???? Ridicolaaa», fa body shaming oltre che umorismo da terza elementare. Se invece sopra un’altra foto di Schlein scrive «Alvaro Vitali e Pippo Franco insieme», fa body shaming e insieme spiega in poche parole quali sono i suoi riferimenti culturali massimi.
Quando invece Natangelo ritrae Meloni mentre “lecca il culo” a Trump non fa che rendere in vignetta un’espressione metaforica che nell’italiano contemporaneo significa che il personaggio Meloni è appiattito sulle posizioni politiche di Trump. Allo stesso modo quando fa la battuta sui 90 gradi, che anche qui ha un significato metaforico.
La differenza tra body shaming e critica politica
Quindi Natangelo non deride o umilia qualcuno per il suo aspetto fisico ma fa una critica politica in forma di metafora. Ovvero fa satira. Che possa piacere o non piacere è assolutamente lecito, anzi: la satira serve proprio a esprimere giudizi.
C’è differenza tra satira ed umorismo da terza media.
(da agenzie)
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Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile
TERMOSIFONI GUASTI O SPENTI, LETTI DI FERRO RESIDUATI BELLICI, BAGNI ESTERNI DA RAGGIUNGERE NELLA NEVE E NEL FANGO E AMBIENTI INSALUBRI… E QUESTA SAREBBE LA “DESTRA” ATTENTA AI PROBLEMI DELLE FORZE ARMATE
«Mentre il mondo guarda con ammirazione alle vette di Cortina e Milano per l’apertura
dei Giochi Olimpici, dietro le quinte della sicurezza si consuma un trattamento indegno per le donne e gli uomini dell’Esercito Italiano». Inizia così la denuncia del sindacato Libera Rappresentanza dei Militari, che parla di condizioni fatiscenti nelle quali soggiornano i nostri militari impegnati nella sicurezza delle Olimpiadi di Milano-Cortina.
«Mentre si spendono miliardi per infrastrutture sportive e hospitality di lusso, i nostri soldati sono stati inviati in caserme dismesse, prive di riscaldamento, con letti in ferro che sembrano residuati bellici e standard igienici inesistenti», dichiara la Segreteria nazionale LRM.
I termosifoni guasti e i bagni esterni in mezzo alla neve
Tra i punti segnalati dal sindacato termosifoni guasti o spenti con temperature esterne che scendono ampiamente sotto lo zero, personale costretto a raggiungere bagni esterni alle palazzine, in mezzo alla neve e al fango e infine ambienti insalubri «che violano palesemente le norme del D.Lgs. 81/2008». «Non accetteremo che lo spirito di sacrificio dei militari venga scambiato per servitù o, peggio, per sopportazione di trattamenti degradanti», prosegue la nota del sindacato. «È offensivo che chi garantisce la sicurezza dei cittadini e dei turisti debba riposare in tuguri che non rispettano i minimi standard di dignità umana». E infine l’auspicio di Libera Rappresentanza dei Militari, che «confida in un tempestivo e risolutivo intervento dell’Amministrazione Militare e dei dicasteri competenti».
Chieste soluzioni rapide
«Siamo certi che i vertici della Difesa, da sempre attenti al benessere dei propri uomini, si attiveranno immediatamente per garantire trasferimenti in strutture idonee o il ripristino degli standard minimi di vivibilità. Il sindacato resta a completa disposizione per un confronto costruttivo, al fine di individuare soluzioni rapide che restituiscano dignità e serenità al personale impiegato per il successo di questo grande evento internazionale. I militari servono l’Italia con orgoglio; chiediamo che l’Italia garantisca loro il rispetto che meritano», conclude la nota.
(da agenzie)
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Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile
“PUCCI, CHE OGGI FA LA VITTIMA, È UNO CHE SI VANTA DI ESSERE ‘L’UNICO COMICO DI DESTRA’, DOPO CHE IL COMUNE DI MILANO CON UN SINDACO DI CENTROSINISTRA GLI HA ASSEGNATO L’AMBROGINO D’ORO. È TALMENTE UN OUTSIDER DA ESSERE OSPITE FISSO NEI PROGRAMMI: ‘LA SAI L’ULTIMA’, ‘ZELIG’, ‘QUELLI CHE IL CALCIO’, ‘MAURIZIO COSTANZO SHOW’, ‘COLORADO’, POI ‘TALE E QUALE SHOW’, CONDUTTORE DI ‘BIG SHOW’ SU ITALIA1. UN VERO DISSIDENTE”
Il martire no, per carità. Nemmeno il perseguitato politico. Perché Andrea Pucci, quello che nel suo camerino a Colorado, accanto a “Forza Inter”, disegnava una croce celtica, non è una vittima delle orde liberal. Non è un Tim Dillon, che in America spiega il woke con «sono solo ragazzini ricchi che pretendono di essere brave persone».
E non è nemmeno un corrosivo Dieudonné, l’antisemita francese che fa le battute sulle camere a gas e le lobby ebraiche. Purtroppo per la destra italiana, per Sanremo e per Carlo Conti, Andrea Pucci è quello che è: un Alvaro Vitali arrivato con trent’anni di ritardo. Il livello è quello.
Nei suoi spettacoli teatrali, che sono sempre sold out, c’è un sapore antico, da Bagaglino anni Ottanta.
I mariti e le mogli, che «sono stitiche ma cagano sempre il c…», che «se dovessi sempre seguire quello che dice mia moglie sarebbe un disastro», che «quando si vogliono accoppiare ti mettono il calcagno gelato sulle p…».
E la famiglia, le cene di Natale, «con il nonno che scoreggia», «lo zio di merda che infila il pandoro nel sacchetto e lo scuote per tutta la casa». Naturalmente non manca mai la lunghissima enciclopedia su genitali e affini, che dai tempi degli antichi romani condisce la comicità postribolare.
Ecco le visite dal proctologo, dall’urologo «con i suoi lunghi arti infilati in creme oleose», e «il c… mi era diventato un gamberetto sulla salsa cocktail», «qua c’è solo la pelle, ha portato anche l’osso?». I meridionali, da milanese caricaturale, non possono mai mancare nella sua galleria.
I sardi che sono piccolini, hanno le sopracciglia in cashmere sono incazzati neri 365 giorni all’anno, tanto che se gli fai gli auguri ti rispondono «vaff…»; i napoletani che urlano sempre e non si capisce niente, che passano con il rosso, che sulla Smart
salgono in quattro perché tanto «non mi rompere il c…»; i baresi con i loro pelazzi che escono dalle camicie sbottonate su collane d’oro da un chilo e mezzo.
Possono mancare i gay? A farne le spese anche il conduttore Tommaso Zorzi, che aveva vinto un’edizione del Grande Fratello, a cui nelle strutture per il Covid, invece di farti il tampone nelle narici, «se ti chiamavi Zorzi te lo infilavano nel c…». Risatone. «Se si è sentito offeso, mi scuso».
Pucci, che oggi fa la vittima, è uno che si vanta di essere «l’unico comico di destra», dopo che il comune di Milano con un sindaco di centrosinistra gli ha assegnato l’Ambrogino d’oro. Sessanta anni, garzone nella tabaccheria di famiglia, poi gioielliere, partito dai villaggi Valtur per arrivare al cabaret e alla televisione, dove Pippo Franco gli cambia il cognome da Baccan a Pucci, il comico “di destra” è talmente un outsider da diventare ospite fisso nei programmi: inizia con La sai l’ultima, diventa colonna a Zelig, Quelli che il calcio, Maurizio Costanzo, Colorado, poi giudice a Tale e quale show, conduttore di Big Show su Italia1. Un vero dissidente.
È sui social però che lascia andare la frizione, quando può esercitarsi contro le “zecche” o le donne della sinistra. Elly Schlein è la sua preferita, ne pubblica foto imbruttite e aggiunge le sue simpatiche didascalie: «Alvaro Vitali e Pippo Franco insieme», «già che ci sei dentista e orecchie no??? Ridicolaaa». «Non mi è simpatica – ammette – e l’ipocrisia di certa sinistra non la reggo». Su Rosy Bindi ricorre a un classico berlusconiano, «più bella che intelligente». Anche qui, risatone.
Di Andrea Pucci esiste anche una versione export, quella filoamericana. Sempre sui social, sprizza grande simpatia per Trump, ci sono i meme insieme al presidente Usa o i video da turista davanti alla Casa Bianca mentre intona l’inno americano: «Ho un appuntamento con Donald, poi vi dico».
Con l’inquilino della Casa Bianca, che ha appena pubblicato un video in cui Obama e Michelle hanno corpi da scimmie, Pucci è sicuramente in sintonia e non solo politica. La comicità da terza media è proprio la stessa.
(da Repubblica)
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Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile
SOLO NOMINANDO TUTTI PAESI AMERICANI DI FILA, BAD BUNNY FA UN GESTO POLITICO CHE TRAVOLGE TRUMP E LA POLITICA DELLE SQUADRACCE DELL’ICE. E, OVVIAMENTE UMILIA, IL PROGRAMMA ALTERNATIVO TRUMPIANO TURNING POINT USA CON KID ROCK. 5 MILIONI DI SPETTATORI CONTRO 135 MILIONI. E NON C’ERANO NEMMENO PUCCI E PETRECCA
Alla faccia della figuraccia di Paolo Petrecca commentatore alle Olimpiadi Invernali
Milano Cortina. Ma anche alla faccia di tutta la cerimonia di apertura con Matilda De Angelis, Mariah Carey, Sabrina Impacciatore, Andrea Bocelli.
Ma avete visto l’esibizione bomba di Bad Bunny, alias Benito Antonio Martinez Ocasio, durante l’intervallo, l’halftime, del Super Bowl diventato improvvisamente un musical sudamericano? 135 milioni di spettatori, il numero più alto di sempre, hanno sbarrato gli occhi di fronte a questo messaggio di unione pan-americana e quindi anti-trumpiana.
“Together we are America” era scritto sul pallone da football che stringeva Bad Bunny. E “The only thing more powerful than hate is love” recitava il cartello finale dell’esibizione bomba di quasi 15 minuti di Bad Bunny.
Un musical sudamericano, dicevo, pieno di vita, di donne bellissime, di pugili, di riferimenti alla cultura latina, di bandiere, ricchissimo, c’era pure la celebrazione di un vero matrimonio, costruito in mezzo allo stadio con Bad Bunny vestito di bianco che da portoricano chiamava a raccolta tutte le nazioni sudamericane in mezzo a balli, esibizioni di altre star come Ricky Martin con pizzetto e una grande Lady Gaga in rosa che cantava in versione salsa “Die With a Smile”, apparizioni di Jessica Alba, Pedro Pascal, Cardi B, Karol G.
Ci credo che Donald Trump non è andato al Superbowl. Se hanno fischiato a Milano il suo vice Vance, figurati come lo avrebbero accolto qua. Mettiamoci anche lo spot delle sopravvissute alle violenze di Epstein che richiedono a Pam Bondi il rilascio di tutti gli Epstein Files. Come risposta Donald Trump lancia un messaggio che descrive come “terribile, uno dei peggiori” l’halftime di Bad Bunny. “Un affronto alla Grandezza dell’America e non rappresenta i nostri standard di Successo, Creatività o Eccellenza”.
Solo nominando tutti paesi americani di fila, Bad Bunny fa un gesto politico che travolge Trump e la politica delle squadracce dell’ICE. E, ovviamente umilia, il programma alternativo trumpiano Turning Point USA con Kid Rock che canta per la morte di Charlie Kirk. 5 milioni di spettatori, contro 135 milioni. E non c’erano nemmeno Pucci e Petrecca.
(da Dagoreport)
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Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile
PORTO RICO IN SPAGNOLO, BALLERINE, VECCHI AL DOMINO, MATRIMONIO IN DIRETTA: TUTTO QUELLO CHE TRUMP ODIA SERVITO IN MONDOVISIONE
La vendetta perfetta servita sul campo del Super Bowl. Bad Bunny è salito sul palco più americano che ci sia – quello dell’halftime show – dopo mesi di insulti, schermaglie e scaramucce con l’amministrazione Trump. E che cosa ha fatto? Ha lasciato parlare la musica. Li ha ignorati bellamente. Zero polemiche, zero risposte, zero dignità concessa agli odiatori.
Ha portato semplicemente quello che lui rappresenta: Porto Rico, le casitas, i vecchi che giocano a domino, i barbieri, le feste di quartiere. Tutto rigorosamente in spagnolo, con centinaia di figurazioni speciali e ballerine, ballerini. Un marasma erotico di ventri e bacini uno contro l’altro. Tutta roba che, in teoria, dovrebbe far saltare la testa ai benpensanti americani. La reazione di Donald Trump sul suo social Truth dimostra, se non altro, che Bad Bunny ci è riuscito.
E ha fatto bene. Uno show incredibile, come l’avrebbe fatto nella sua Vega Baya. Con la stessa energia, la stessa sensualità e la stessa identità. C’è stata perfino una coppia che si è sposata sul palco durante l’esibizione (non sappiamo se realmente oppure no, sembrava tutto così vero!) e c’è stato un momento bellissimo, quello di lui che consegna il Grammy alla sua versione da bambino. Lady Gaga e Ricky Martin come ospiti. Pedro Pascal, Karol G, Cardi B tra le figurazioni. E alla fine, la bandiera americana accanto a quelle di Venezuela, Colombia, Messico, Argentina, Puerto Rico.
Il messaggio finale è chiaro: “Siamo tutti americani”.
E c’è una lezione finale, detta forte e chiaro alla camera. Devi credere in te, quanto lo ha fatto Bad Bunny. E quando ti attaccano, non devi giustificarti. Non devi moderare quello che sei. Devi semplicemente essere te stesso con ancora più forza. Trump voleva farlo fuori dal Super Bowl, avevano tutta l’intenzione di organizzare un contro-evento. Risultato? Bad Bunny ha fatto il miglior halftime show degli ultimi anni, rimasto fedele a se stesso, senza cedere di un millimetro.
Quello che è ha fatto Bad Bunny la possiamo chiamare egemonia culturale. Che – si prenda appunti in Italia dopo il caso Pucci – si impone sempre dal basso (o si fa in modo di), mai dall’alto.
(da Fanpage)
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Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile
UN FANTASTICO SHOW RICCO DI RIFERIMENTI CULTURALI ALLA SUA TERRA CHE HA INFIAMMATO 190 MILIONI DI TELESPETTATORI
Lo show dell’intervallo del Super Bowl, affidato a Bad Bunny, ha acceso un nuovo
scontro tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e l’artista portoricano, da tempo critico verso le politiche dell’amministrazione trumpiana.
Pochi minuti dopo la fine dell’halftime show andato in scena al Levi’s Stadium di San Francisco, Trump ha attaccato duramente la performance definendola “una delle peggiori di sempre” e “un affronto alla grandezza dell’America”.
In un lungo post pubblicato su Truth, il presidente ha criticato sia la scelta di
puntare sull’artista portoricano sia i contenuti dello spettacolo, soffermandosi in particolare sull’uso esclusivo della lingua spagnola e sulle coreografie.
“Nessuno capisce una parola di quello che dice e le danze sono disgustose, soprattutto per i bambini che guardano in tutto il mondo”, ha scritto Trump, aggiungendo che lo show “non rappresenta gli standard di successo, creatività ed eccellenza” degli Stati Uniti.
Il messaggio politico di Bad Benny sul palco del Super Bowl
La performance di Bad Bunny ha messo al centro della scena riferimenti espliciti alla sua terra d’origine, Porto Rico, ricostruita simbolicamente sul palco attraverso una serie di elementi. Durante lo show sono apparsi anche Lady Gaga e Ricky Martin, mentre nel finale l’artista ha sollevato un pallone da football con la scritta “Together We Are America”. Sul maxischermo alle sue spalle campeggiava la frase: “La sola cosa più potente all’odio è l’amore”.
Un messaggio che si inserisce in un contesto generale già tracciato dal cantante nelle scorse settimane. Il 1° febbraio scorso, ai Grammy Awards 2026, Bad Bunny ha vinto l’Album of the Year con Debí Tirar Más Fotos, diventando il primo artista a ottenere il riconoscimento con un disco cantato interamente in spagnolo.
Durante il discorso di ringraziamento, la star aveva rivolto un duro attacco all’ICE, affermando: “Non siamo selvaggi, non siamo animali, non siamo alieni. Siamo esseri umani e siamo americani”.
I precedenti attacchi di Trump a Bad Bunny
Non è la prima volta che Trump prende di mira Bad Bunny. Già nei mesi scorsi il presidente aveva criticato la scelta della NFL e di Roc Nation di affidargli lo show dell’intervallo, arrivando a sostenere che l’artista “odia il nostro Paese” e “manca di rispetto alla bandiera e ai confini americani”. Alle accuse di Trump, Bad Bunny non ha replicato direttamente. A parlare al posto suo ha lasciato che fosse il palco con uno show minuziosamente pensato e davanti a un pubblico di oltre 190 milioni di spettatori.
(da agenzie)
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Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile
“ERA L’UNA E MEZZO DI NOTTE, STAVO DORMENDO E SONO STATO SVEGLIATO DAI RUMORI: QUALCUNO ERA SUL PIANEROTTOLO, ALTRI IN STRADA ARMATI DI BASTONI”… COLPEVOLE SOLO DI ESSERE UN “NEGRO DI M….” NELLA “CIVILE” NIZZA MONFERRATO… PIANTEDOSI, COSA ASPETTIAMO A IDENTIFICARE QUESTA FECCIA? O IN QUESTO CASO IL REATO NON ESISTE?
Naudy Carbone viene dalla Guinea, ha 39 anni e da quando ne aveva tre vive in Italia. È stato adottato da una famiglia di Nizza Monferrato. Si è diplomato in percussioni al conservatorio di Genova e ha collaborato con jazzisti famosi. Ma quando Alex Manna lo ha indicato come assassino di Zoe Trinchero ha rischiato il linciaggio. «Era l’una e mezza, stavo dormendo e sono stato svegliato dai rumori che arrivavano dalle scale. Qualcuno era sul pianerottolo altri in strada, armati di bastoni. Non capivo cosa stesse succedendo, ma ho chiamato il 112 e dopo pochi minuti è arrivata una pattuglia dei carabinieri. Mi sono barricato e loro da fuori urlavano “esci nero di m…a”», racconta al Corriere.
Il depistaggio dell’assassino
Lui non sapeva dell’omicidio: «L’ho scoperto dopo. Non conosco quella povera ragazzina e nemmeno la persona che mi ha accusato. Mi hanno portato in caserma, dove ho chiarito la mia posizione. Sono stato tutta la sera a casa, ho lavorato sull’iPad e ho ordinato una pizza a domicilio. Ho lo scontrino». Per lui «sembra tutta una manovra orchestrata. La cosa peggiore è che nessuno ha avuto dubbi sulla mia colpevolezza». E non è la prima volta. «Mi imputano tutte le cose peggiori che sono successe qui a Nizza. Una ragazza mi ha accusato di molestie e per quello frequento un percorso terapeutico, ma non ho fatto nulla».
Io sono italiano
«Io sono italiano, parlo piemontese e vivo qui da sempre. Ho subito episodi di razzismo in passato, ma non ho mai avuto la sensazione di essere straniero. Da qualche tempo, invece, le mie presunte fragilità psichiche sono diventate un comodo alibi per puntare il dito contro un innocente. Di colore ovviamente», spiega Naudy. Non ha ancora sporto querela: «Le scuse sarebbero opportune, ma di sicuro un confronto sarebbe più produttivo. Vorrei spiegare a chi mi accusa di essere pericoloso chi sono veramente. Ma non so se ne avrò la possibilità».
(da Open)
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Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile
TELEMELONI VUOLE EVITARE UNA SECONDA DISFATTA, I GIORNALISTI DELLA REDAZIONE SPORTIVA AVEVANO MINACCIATO LO SCIOPERO IN CASO DI RICONFERMA DI PETRECCA
Dopo le polemiche per la telecronaca della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di
Milano-Cortina, Paolo Petrecca, direttore di Rai Sport, è stato convocato a Roma dai vertici Rai. Secondo quanto riferisce la Repubblica, in azienda sarebbe stata presa in considerazione l’ipotesi di revocargli la conduzione della cerimonia di chiusura dei Giochi, in programma il 22 febbraio a Verona. Una decisione sulla quale avrebbero pesato in modo significativo anche le critiche arrivate da Usigrai, furibonda per essersi vista negare la lettura di un comunicato a difesa dei giornalisti.
Oggi l’incontro con l’ad
Petrecca era atteso a Cortina, dove aveva in programma qualche giornata sugli sci con la moglie, da ritagliare tra gli impegni di supervisione dei servizi sulle gare olimpiche. La trasferta, però, è stata rinviata: ieri il direttore non si è presentato, bloccato da «ordini superiori». L’amministratore delegato Giampaolo Rossi lo ha infatti convocato a Roma per chiedergli una relazione dettagliata sulla telecronaca della cerimonia inaugurale, giudicata imbarazzante e capace di suscitare l’indignazione di una parte consistente dell’opinione pubblica e della politica, oltre al malumore dei vertici di Viale Mazzini.
Al centro delle contestazioni non ci sarebbe solo la gestione della diretta, ma anche la scelta del capo di Rai Sport di sostituire personalmente il commentatore designato, Auro Bulbarelli – ritiratosi dopo aver anticipato la sorpresa legata all’intervento del presidente Mattarella – invece di affidare il ruolo ad altri giornalisti della redazione, ritenuti più esperti e qualificati. Con la redazione sportiva che minaccia lo sciopero nel pieno dell’evento mondiale in assenza di provvedimenti, in Rai si starebbe quindi valutando la possibilità di togliere a Petrecca anche la telecronaca della cerimonia di chiusura.
(da agenzie)
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Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile
PUCCI, IL SEDICENTE COMICO CHE SI CACCIA DA SOLO
Lo chiameremo auto-editto, che è l’editto bulgaro – cacciatelo! – di chi si caccia da solo, incassa martirio e solidarietà, poi forse torna – già piovono gli appelli – con l’aureola di vittima del pensiero unico riabilitata dalla storia. L’auto-editto di Andrea Pucci col gran rifiuto di Sanremo («troppi insulti e minacce, lascio») mostra quanto il mondo meloniano superi in astuzia il vecchio mondo berlusconiano e persino il trumpismo che i comici li fa licenziare, o li querela per miliardi, o (manca poco) gli manda l’Ice a casa. Quel tipo di interventismo pronuncia anatemi e chiude trasmissioni trasformando gli avversari in eroi della libera informazione, della libera satira, del libero discorso democratico.
La destra italiana è assai più astuta, occupa tutte le parti in commedia: è l’ente illuminato che assume Pucci (la Rai), è il licenziato (Pucci), è il licenziatore di se stesso (sempre Pucci), è l’indignato per il licenziamento (gli opinionisti amici di Pucci), è il paladino della libertà che chiede il reintegro (i politici amici di Pucci), e infine sarà, potrà essere, il generoso sovrano che recupera Pucci e gli restituisce Sanremo (la Rai, e il cerchio si chiude).
A quelli di sinistra resta il ruolo dei cattivi liberticidi ammazza-satira, anche se hanno fatto assai poco per meritarlo, qualche lamentela sui social, qualche valutazione di opportunità sulla foto a sedere nudo con cui Pucci ha annunciato il suo ingaggio a Sanremo, e si vorrebbe dire: in fondo è il minimo sindacale per un comico che li chiama abitualmente zecche e che si è fatto un seguito digitale (anche) bullizzando l’aspetto fisico di Elly Schlein e Rosy Bindi.
Chissà cosa avevano in mente. Forse di preparare il trampolino per l’ondata critica al Festival della Canzone, che in mancanza di meglio è da un pezzo la fatale parata dell’identità italiana, l’evento che mette in mostra chi ha l’egemonia e chi la subisce. E tuttavia se Pucci ri-assumerà se stesso come spalla comica di Carlo Conti, a questo punto, potrà fare quel che vuole: chiamare al sì referendario, inneggiare alla remigrazione, tirarsi giù i pantaloni come ha già fatto su Facebook. Ogni critica sarà «spaventosa deriva illiberale della sinistra», e amen.
Si vorrebbe suggerire all’opposizione: rinunciateci, sono troppo spregiudicati per voi. In cinque minuti il caso Pucci ha silenziato il processo al direttore di RaiSport Paolo Petrecca per la squinternata telecronaca dello show d’apertura delle Olimpiadi, e a render conto ora non ci sono i vertici Rai ma i loro critici e oppositori: violenti, censori, intolleranti! Che poi, a pensarci bene, il prevedibile monologo sanremese del comico su mogli rompiscatole e cani sodomizzati al parco sarebbe valso altre cretinate della stessa risma, il Pensati Libera di Chiara Ferragni o il bacio gay di suo marito, fuffa acchiappa-clic che dura una settimana. Forse sarebbe meglio recuperare il sano radicalscicchismo di una volta, quello che per tanti anni ha accomunato pezzi di destra e di sinistra nella frase «Sanremo? Non ne so niente, non lo guardo».
(da La Stampa)
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